Civiltà delle Macchine, n. 1, 1953

Contenuto

Civiltà delle Macchine, n. 1, 1953
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
In copertina: "Volo di uccelli", di Leonardo da Vinci, gennaio 1953, anno I, n. 1
Seconda di copertina di Riccardo Manzi
Editoriale di Giuseppe Ungaretti
Terza di copertina: "Amici della Salmoiraghi" di Riccardo Manzi

Sommario:
- Giuseppe Ungaretti, "Lettera", p. 7
- Pasquale Saraceno, "L'industria meccanica italiana", p. 8
- Rivista "Flight", "Alla velocità del sole", p. 12
- Raoul Maria De Angelis, "La Reggia di Portici si meccanizza", p. 15
- Renato Teani, "El Nihuil", p. 18
- Carloantonio De Grossi Mazzorin, "Memorabili nozze", p. 20
- Sagredo, "Matematica e industria", p. 24
- Giorgio Caproni, "Un poeta e pittore visitano l'Ansaldo", p. 27
- Giulio Carlo Argan, "A chi spetta il comando", p. 31
- Carlo L.Calosi, "L'elettronica e i controlli automatici", p. 33
- Vincenzo Lacorazza, "Nizzoli e la forma standard", p. 36
- Leonardo Sinisgalli, "Calder, scultore ingegnoso", p. 39
- Valerio Bochi, "Vetustà delle macchine", p. 41
- Antonio Boggeri, "Pubblicità esemplare", p. 48
- Lamberti Sorrentino, "Trattori in Maremma", p. 49
- Leo Solari, "Il capo operaio", p. 52
- Franco Vegliani, "Mestieri vecchi e nuovi", p. 55
- Davide Cittone, "Il vescovo e le stilografiche", p. 57
- Umberto De Franciscis, "La massaia automatica", p. 60
- Galiano, "Germania 1953", p. 62
- Vittorio Somenzi, "Leonardo restituito", p. 66
- Francesco Voltolini, "Il tornio parallelo della S. Eustacchio", p. 70
Data testuale
1953 gennaio - febbraio
Consistenza
pp. 79
Stato di conservazione
Ottimo
Soggetto produttore
Leonardo Sinisgalli (1908 - 1981)
Identificativo
PER.000077/1
Data di creazione
gennaio 1953
Data d'invio
febbraio 1953
contenuto
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CIVILTÀ DELLE MACCHINE |

| GENNAIO. 1953.

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CIVILTÀ DELLE MACCHINE

RIVISTA BIMESTRALE GENNAIO 1953 ANNO I -

SOMMARIO
UN NUMERO L. 400 ABBONAMENTO PER UN ANNO L. 2100

Tutti i diritti riservati per l’Italia e per l'Estero salvo riproduzione citando la fonte

ARTICOLI





LETTERA 6 a é CALDER, SCULTORE INGEGNOSO
di Giuseppe Ungaretti T
di Leonardo Sinisgalli 39
L'INDUSTRIA MECCANICA ITALIANA VETUSTÀ DELLE MACCHINE
di Pasquale Saraceno 8 di Valerio Bochi 4I
ALLA VELOCITÀ DEL SOLE i PU TÀ ESEMPLARE . i y
ALLA VELOCITÀ da «Flight» 12 PUBBLICITA ESEMPLARE ai Auvosie Buogsti 48
LA REGGIA DI PORTICI SI MECCANIZZA TRATTORI IN MAREMMA 7 c 1a É
di Lamberti Sorrentino 49
di R. M. De Angelis 15
IL CAPO OPERATO 4 : Î
z g q di Leo Solari
DESIRE, di Renato Teani 18 L
a i l NOZZE MESTIERI VECCHI E NUOVI .. _ e dui
MEMORABILI ARoRI di C. De Grossi Mazzorin 20 di Franco Vegliani 55
MARIRAZICA 15 ANDURIMA. eco 24 | IL VESCOVO E LE STILOGRAFICHE
di Davide Cittone 57
UN POETA E UN PITTORE VISITANO L’ANSALDO LA MASSAIA AUTOMATICA
—. q di Umberto De Franciscis 60
di Giorgio Caproni 27
A CHI SPETTA IL COMAND ; :ERMANIA ANNO 195: x
A CHI SPETTA COMANDO as ra 31 GERMANIA ANNO 1953 # Galiano 6
L’ELETTRONICA E I CONTROLLI AUTOMATICI LEONARDO RESTITUITO E sw ;
di Vittorio Somenzi 66
di Carlo L. Calosi 33
NIZZOLI E LA FORMA STANDARD IL TORNIO PARALLELO DELLA S. EUSTACCHIO
di Vincenzo Lacorazza 36 di Francesco Voltolini 70
NOTE
BAROCCO MATEMATICO: pag. 45 — INCONTRO COL BRIVIDO: pag. 47
UN'INSEGNA DI CONSAGRA: pag. 73 — BIBLIOTECA: pag. 74 — SEMAFORO: pag. 75
In copertina: Il volo degli uccelli di Leonardo da Vinci.
Copertina interna: Tavole di Riccardo Manzi.
Tavole interne a colori di Vespignani, Gentilini e Nizzoli.
Direttore responsabile: LEONARDO SINISGALLI
Pitti n Rca Sn Pubblicata dal Gruppo Industriale della
Indirizzo: ROMA - Piazza del Popolo, 18 - Tel. 67.180 Società Finanziaria Meccanica # FINMECCANICA,

Autorizzazione del Tribunale di Roma in data 2-XII-1952, Reg. St, 2993

Si

CIVILTÀ DELLE MACCHINE

A bi-monthly Review

SUMMARY

JANUARY 1953

CIVILTÀ DELLE

Revue bimestrielle

MACCHINE

SOMMAI1RE

JANVIER 1953

CIVILTÀ DELLE MACCHINE

Revista bimensual

SUMARIO

ENERO 1953





Letter from G. Ungaretti 7 Old-age of machines by V. Bochi 4I
The Italian mechanical industry Fxemplary publicity by A. Boggeri 48
by P. Saraceno
Traetors in the Maremma by L. Sorrentino 49
Towards the speed of the sun from ‘ Flight ® 12
The foreman by L. Solari 52
The Royal Palace of Portici mechanises
by R. M. De Angelis 15 Trades, old and new by F. Vegliani 55
El Nihuil by R. Teani 18 | he Bishop and the fountain pens by D. Cittone 57
Memorable maiden voyages by 0. De Grossi The automatic Housewife by U. De Franciscis 60
Mazzorin 20
s, Germany year 1953 by Galiano 62
Mathematics and Industry by Sagredo 24
4 Leonardo re-discovered by V. Somenzi 66
A Poet and a Painter visit the Ansaldo Shipyards È
by G. Caproni 27 The horizontal lathe of S. Eustacehio by F. Vol-
To whom belongs the command by G. 0. Argan 3I | E, 70
Ricctrenick by O. Z. Golosi 33 | BAROQUE MATHEMATICS - ENCOUNTERING
Nizzoli and the standard form by V. Lacorazza 36 | THRILLS - THE TROPHY OF CONSAGRA
|
Calder, ingenious sculptor by L. Sinisgalli 39 | THE BOOKSHELF - TRAFFIC LIGHTS
Lettre par G. Ungaretti 7 | Vieillesse des machines par V. Bochi 4l
|
L’industrie mécanique italienne Publicité exemplaire par A. Boggeri 48
par P. Saraceno
y Tracteurs dans la Maremma par L. Sorrentino 49
Vers la vitesse du soleil d’après « Flight » 13: |
. . | Le contremaître par L. Solari 52
Le Palais Royal de Portici se mécanise
par R. M. De Angelis 15 | Métiers anciens et nouveaux par H. Vegliani 55
El Nihuil par I. Teani 18 | L’Éyèque et les stylos par D. Cittone 57
Voyages de noces mémorables par ('. De Grossi | Ta ménagère automatique par U. De Franciscis 60
Mazzorin 20
a | Allemagne année 1953 par Galiano 62
Mathématique et Industrie par Sagredo 24
x g | È restitué par V. Somenzi 66
Un Poète et un Peintre visitent les chantiers | Pmusario pesi pi
de l'Ansaldo par G. Caproni 27 | Le tour parallèle de la S. Eustaechio par F. Vol
A qui revient le commandement par G. C. Argan 31 | tolini 70
9& i " ” 1 : |
M NETLE Pan RA 33 | BAROQUE MATHÉMATIQUE RENCONTRE
Nizzoli et la forme standard par V. Lacorazza 36 | AVEC LE FRISSON - LE TROPHÉE DE
Calder, sculpteur ingénieux par L. Sinisgalli 39 | CONSAGRA BIBLIOTHÈQUE SÉMAPHORE
Carta de G. Ungaretti + | Vejez de las maquinas de V. Bochi 4l
La industria mecanica italiana | Publicidad ejemplar de A. Boggeri 48
le P. Sara | i
si RSI | ‘Tractores en la Maremma de L. Sorrentino 49
A la velocidad del sol de « Flight » | a
i ! i: i 12 El jefe obrero de L. Solari 52
El Palacio Real de Portici sé mecaniza de Viejos y nuevos oficios de Y. Vegliani 55
R. M. De Angelis 15 |
| EI Obispo y las estilograficas de D. Cittone 57
El Nihuil de R. Teani 18 , a h
EI ama de casa automatica de U. De Fran-
Bodas memorables de 0. De Grossi Mazzorin 20 ciscis 60
Matematica e Industria de Sagredo 24 Alemania aîio 1953 de Galiano 62
Un Poeta y un Pintor visitan los talleres Leonardo rescatado de V. Somenzi 66
Ansaldo de G. Caproni ; i
A aproni L | El torno paralelo de la &. Eustacchio de P. Vol-
A quien corresponde el mando de G. €. Argan 31 | tolini 70
La electronica de C. L. Calosi 33 |
| BARROCO MATEMATICO - ENQUENTRO CON
Nizzoli y la forma standard de V. Lacorazza 36 | sr eESCALOFRIO UN TROFEO DE
Calder, escultor ingenioso de L. Sinisgalli 39 | CONSAGRA BIBLIOTECA - SEMAFORO



Giuseppe Ungaretti

LETTERA
|









Caro Sinisgalli, mi chiedi quali riflessioni mi vengono suggerite dal
progresso moderno, irrefrenabile, della macchina. Tocca esso l’arte del
poeta? È implicita in esso un'ispirazione poetica? Ho detto una volta,
e già sono passati molti anni, che ritenevo la civiltà meccanica come
maggiore impresa sorta dalla memoria, e come essa fosse insieme
presa in antinomia con la memoria.

macchina richiamava la mia attenzione perchè racchiude in sè
fitmo: cioè lo sviluppo d'una misura che l'uomo ha tratto dal mistero

della natura, che luomo ha tratto da quel punto del mistero dove è
venuta a mancargli l'innocenza. La macchina, dicevo, è una materia
formata, severamente logica nell’ubbidienza d'ogni minima fibra a un
ordine complessivo: la macchina è il risultato di una catena millenaria
— sinteticamente rammentata anello per anello — di sforzi coordinati.
Non è materia caotica. Cela, la sua bellezza sensibile, un passo del-
l'intelletto. Nella macchina, dicevo dunque, s'attuano prodigi di metrica.
Tu sai, e meglio di me, come le calcolatrici elettroniche riescono a
risolvere come miente equazioni che richiederebbero, se quei conteggi
avesse da farli direttamente il matematico, anni e anni di lavoro, €
forse gli anni non basterebbero; ma il prodigio non è qui: il prodigio
metrico non è tanto nei prodotti di calcolo di quella macchina quanto
nella macchina stessa: nei suoi congegni, nelle funzioni che, dai rap-
porti che tra di essi istantaneamente s’istituiscono, derivano, possono
senza fine derivare. In quel prodigio di metrica noi possiamo ammirare
il conseguimento di una forma articolata che, per raggiungere la sua
perfetta precisione di forma, dovette richiedere ai suoi ideatori e ai
suoi costruttori un'emozione non dissimile da quella, anzi identica a
quella, cui il piacere estetico dà vita.

Ma luomo, sia egli pure rigorosissimo scienziato, rimane sempre
prevalentemente un essere di natura, e l'abbiamo difatti sorpreso mentre
si commuoveva nel fabbricare la calcolatrice elettronica: l'abbiamo
sorpreso în un moto del sentimento e della fantasia. Ora le macchine
commuovono per l’effetto del prodigio che sono costate ad essere fog-
giate; commuovono inoltre pei risultati delle loro operazioni; ma in
esse, Cè un terzo motivo di commozione. C'è in esse, voglio dire, un
rapporto che dalla metrica è rotto, c'è uno squilibrio, c'è così un effetto
di bellezza che diventa da parte della macchina mostruoso: c'è in esse
un conflitto tra metrica e natura; cd essere umani è invece il disperante
tentativo di mettere in armonia natura e metrica. Può dunque la metrica
soverchiare la natura? E non dico ciò solo per alludere a sistemi come
il fordismo, che le esigenze della lavorazione meccanica impongono,
e che riducono luomo a un automa: mi si potrebbe rispondere che,
quantunque ora sia tirannica, la macchina sostituirà sempre più la
parte automatica dell’operaio.

È il punto sul quale vorrei richiamare la tua attenzione, e interrogarti
a mia volta: come s'impedirà alla metrica, 0 potrà mai più impedirsi,
di soverchiare la natura? Non è domanda muova: se Vera posta il
Romanticismo, se Vera posta il Leopardi con la lucidità che sai, e
la macchina allora, era più che altro « raticinata ». L'uomo di fronte
alla macchina è ormai in una condizione di piena stranezza: lo è,
dico, moralmente. Non come il torero davanti al toro, non come il
vagabondo sotto il leccio che la folgore fulmina, non come il lebbroso
iîn preda alla lebbra, trattandosi in tali casi sempre di natura alle
prese con la natura.

Vi è una forza, che è della macchina, che si moltiplica dalla macchina
generatrice inesauribile di macchine sempre più poderose, che ci rende
sempre più inermi davanti alla sua cecità, alla sua metrica che si fa
cieca per luomo, che perde ogni memoria per l'uomo smemorando
essa luomo.

Tu sai dell’acceleramento portato alla storia dalla macchina, e della
precarietà che ne viene agli istituti sociali, e del linguaggio che non
sa più come fare per avere qualche durata da potersi volgere indietro
e in qualche modo verificarsi lungo una qualche prospettiva. Quale
sforzo dovrà sempre più fare l'uomo per non essere senza amore, senza
dolore, senza tolleranza, senza pietà, senza ironia, senza fantasia;
ma crudele, con il passato crollato, insensibilmente crudele come la
macchina? Quale sforzo dovrà sempre più fare per ridare valore sacro
alla morte?

Il volo, l'apparizione delle cose assenti, la parola udita nel medesimo
suono casuale di chi Vha profferita senza ostacoli di distanza di tempo
e di luogo, gli abissi marini percorsi, il sasso che racchiude tanta
forza da mandare in fumo in un baleno un continente, tutte le favolose
meraviglie da Mille e una notte, e molte altre, si sono avverate, la
macchina le avvera. Hanno cessato d'essere slanci nell’impossibile della
fantasia e del sentimento, sogni, simboli della sconfinata libertà della
poesia. Sono divenuti efietti di strumenti foggiati dall'uomo. Come
l’uomo potrà risentirsi con essi strumenti grande, traendo forza solo
dalla sua debole carne? Forza morale!

La rivista che inizia con questo numero le sue pubblicazioni, e che
tu dirigi, si propone di richiamare l'attenzione dei lettori anche sulle
facoltà strabilianti d’innovamento estetico della macchina. Vorrei anche
che essa richiamasse l’attenzione su un altro ordine di problemi: i
problemi legati all’aspirazione umana di giustizia e di libertà. Come
farà l'uomo per non essere disumanizzato dalla macchina, per domi-
narla, per renderla moralmente arma di progresso?



L'INDUSTRIA MECCANICA

ITALIANA

Lo Stato sta compiendo uno sforzo notevole per superare la crisi

ancora presente in alcuni settori della nostra industria meccanica.

Ne conosciamo la diagnosi e stiamo approntando la cura

di Pasquale Saraceno

"IMPORTANZA dell’industria meccanica nell’economia industriale
L italiana è indicata dal fatto che il prodotto netto di questa

industria, valutabile attualmente in 573 miliardi di lire correnti,
rappresenta il 23-25 % del prodotto netto della complessiva industria
manifatturiera. Solo il complesso di tutte le industrie alimentari,
che pure trovano in Italia tante favorevoli condizioni di sviluppo,
si avvicina, in termini di prodotto netto, a un simile grado di impor-
tanza. Le industrie tessili, che pure hanno una antica e solida tra-
dizione e hanno avuto recentemente grande sviluppo nel campo
delle fibre artificiali, restano notevolmente al disotto concorrendo
per il 15-17% al prodotto netto totale dell'industria manifatturiera.
Quest'ultimo si avvicina ormai in Italia al 30% del reddito nazio-
lege l’industria meccanica viene quindi a rappresentare circa il
7%, di tale reddito. Questi dati trovano conferma nelle risultanze
dell'ultimo censimento italiano effettuato nel novembre 1951: il
censimento ha infatti rilevato che su 3.464.932 addetti all’industria
manifatturiera, 857.429 — e cioè il 25% — dipendono dall’indu-
stria meccanica.
L'importanza dell’industria meccanica, già grande se considerata
in rapporto all’attuale struttura dell'economia nazionale, appare
ancor più rilevante se viene considerata nel dinamismo della eco-
comia italiana.
L'Italia è infatti un tipico paese sovrappopolato, cioè un Paese le
cui risorse naturali, sia agricole che minerarie, sono suscettibili di
incrementi relativamente modesti: questo giudizio trova conferma
nel fatto che, mentre dal 1938 al 1951 il reddito nazionale aumen-
tava del 15%, il reddito agricolo e minerario aumentava solo del 7%
Il reddito industriale manifatturiero (non comprendente, cioè le



LO STABILIMENTO siderurgico di Cornigliano (Genova) costituirà





fonti di energia) è invece aumentato del 39-40%, fornendo così il
massimo contributo diretto e indiretto all'aumento di reddito e di
occupazione verificatosi in Italia tra il 1938 e il 1951. Solo se que-
st’ultima tendenza potrà continuare, l'economia italiana conseguirà
quegli ulteriori progressi che sono necessari per il suo equilibrio
sociale; e non vi è dubbio che in questi futuri sviluppi l’industria
meccanica è destinata a giocare un ruolo ancor più grande che
in passato; e ciò per due motivi: in primo luogo perchè la dinamica
degli attuali mercati sia interni che internazionali offre, come è
a tutti noto, possibilità di collocamento alla produzione meccanica
maggiori che per ogni altra produzione; in secondo luogo perchè
l’industria meccanica italiana ha nel momento attuale notevoli
aliquote di capacità di produzione non utilizzata e può quindi
conseguire sensibili produzioni addizionali in breve tempo e senza
rilevanti investimenti aggiuntivi.

Del resto, che questo processo di sviluppo sia nel complesso già
in corso è indicato dalla circostanza che nel 1° semestre 1952 l’in-
dice della produzione meccanica italiana è stato del 30%, circa
superiore a quello del 1948, cioè del primo anno postbellico di
stabilità monetaria.

La struttura dell’industria.

Il valore lordo della produzione meccanica — in altri termini l’im-
porto fatturato dal complesso delle imprese meccaniche del Paese —
si può con molta approssimazione stimare abbia raggiunto nel
biennio 1950-51 un valore medio annuo di lire milioni 1,150-1.250.
In base a stime e a rilevazioni varie, tale produzione si è grosso
modo ripartita tra i vari settori come indicato nella tabella 1).

uno dei più validi aiuti della industria meccanica italiana.

ifu

re

Tap. 1 — Ripartizione percentuale del valore medio della produzione meccan ica
(al lordo delle sub-jorniture) nel biennio 1950-51.
Settori di produzione % del
Macchine e apparecchi elettrici (compresi gli appa- Valona
recchi per telecomunicazioni e i cavi e i con-
duttori isolati)... .. III
Autoveicoli
Costruzioni na
Motoveicoli ..........-+. a
Macchine e utensili per l'agricoltura ...........
Macchine teelli ...c..-- annie» aa
Materiale rotabile ferrotramviario .............
Macchine per industrie chimiche e alimentari.
Trattori Satid0lìi ..-..nnrrenorennza na
Macchine utensili e utensileria .....
Cuscinetti a rotolamento — i
Macchine motrici .......... a
Macchine per ufficio













Ottica e meccanica di pre 1.7
Maechine da cucire i MEER 1.4
Beni strumentali non compresi nelle suddette
categorie (b) 8.3
Altri prodotti mecc 17.1

Il ritmo di sviluppo e l’attuale situazione economica dei vari settori
sopra elencati sono molto vari; elementi indicatori al riguardo sono
forniti dalla seguente tabella nella quale sono indicate le variazioni
che si calcola siano intervenute nel volume di attività di alcuni
settori tra il 1938 e il 1951.












Tap. 2 — Variazioni percentuali del volume di attività di alcum settori
meccanici nel 1951 rispetto al 1938 (1).
Motoveicoli ..i;.i.;iir da 1.087
Macchine calcolatrici . . 1.044
Registratori di cass : 332
Macchine da scrivere : 154
Cuscinetti a rotolamento ! 112
Macchine da cucire .................... si ! 102
Motori elettrici di grande potenza ......... 81
Autoveicoli e autotelai . RE 79
Carrozzerie: e: rimorchi iui : 50
Macchine tessili 46
Macchine g a 36
Macchine: ULCONIIL :vn aaa ARS ACSE 14
Macchine: agrario: rara 6
Motori elettrici di piccola e media potenza. 10
Costruzioni e riparazioni navali 19
Motori Diesel medi e grandi 20
Costruzioni ferroviarie .............. si —- 76

(a) Valore dei lavori effettivamente eseguiti nel corso dell’anno.

(b) In questa voce sono comprese le produzioni di minore importanza e alcune altre per
cui non è stato possibile effettuare stime attendibili. principali prodotti compresi in
questa voce sono i seguenti: macchine da miniera, edili e apparecchi di sollevamento e
trasporto, macchinario per industria siderurgica, organi di trasmissione, macchine gra-
fiche e per cartiere, pompe, compressori e ventilatori, forni e apparecchi termici, aero-
mobili, carpente e
(c) Per questa voce va ripetuto quanto detto sub b). I principali prodotti in essa compresi
sono: biciclette, mobili e arredi metallici, armi, minuterie metalliche, lavorazioni metal-
liche varie, riparazioni varie, installazione impianti.

(1) Fonte: « Bollettino Mensile di Statistica ».










Appare dai dati soprariportati che i settori meccanici che hanno
più che raddoppiato la propria attività appartengono al gruppo
delle produzioni leggere.

Seguono poi tra i settori in progresso in misura superiore del 50%,
rispetto al livello del 1938 le grandi costruzioni elettromeccaniche
(favorite dalla espansione della produzione elettrica nazionale) (2)
e la produzione automobilistica.

Un moderato sviluppo segnano le produzioni di macchine (tessili,
grafiche, utensili, agrarie) mentre in regresso appaiono le costruzioni
navali, la produzione di motori Diesel grandi e piccoli, e le costru-
zioni ferroviarie.

Una considerazione da fare al riguardo è che dal 1938 ad oggi il
progresso tecnico, molto sensibile in campo meccanico nei paesi
più progrediti, ha determinato un notevolissimo incremento di
produttività e, in conseguenza, un aumento dei minimi di produ-
zione da garantirsi a uno stabilimento per il suo economico esercizio.
Essendo rimasto pressochè fisso da quell’epoca il carico di mano
d’opera presso l’industria meccanica italiana, può affermarsi che i
settori che non hanno realizzato, in questo periodo, incrementi
produttivi almeno dell’ordine del 40-60%, vengono a trovarsi, per
questo solo fatto, in stato di crisi.



Il commercio con l'estero.

Il progresso compiuto dall'industria meccanica italiana nell’ultimo
ventennio è indicato dallo sviluppo delle correnti di esportazione
(v. tabella 3).

Tan. 3 — Esportazioni dell'industria meccanica negli anni 1929, 1934, 1938, 1951





Miliardi % delle complessive Indice
di lire 1951 esportazioni (1929 100)
1929 45,7 100
1934 29 6:
1938 40,9 89,5
1951 194 — 424,6



I dati soprariportati mettono in evidenza tre elementi molto signi-
ficativi del dinamismo della industria meccanica italiana: in primo
luogo il rilevante aumento rispetto non solo all’anteguerra ma
anche al 1929, anno di punta nel commercio italiano di esportazione.
Dal 1929 al 1951, infatti, contro un lieve aumento delle esportazioni
tessili (4%), ed una diminuzione del gruppo di esportazioni agricole
» alimentari (20%), si ha un aumento delle esportazioni meccaniche
del 324%. Conclusioni analoghe si raggiungono raffrontando il 1951
col 1938, giacchè l’incremento percentuale delle esportazioni mec-
caniche (374%), è assai più alto di quello delle tessili (163%) ©
delle agricolo-alimentari (19%).

Secondo: la minore sensibilità delle esportazioni meccaniche sia alla
depressione 1929-34 che alle restrizioni al commercio estero del
1935-38, come risulta dal fatto che, mentre nel 1938 le esportazioni

(2) La produzione di energia elettrica è passata in Italia da kWh 15,5
a kWh 29,3 miliardi nel 1951.

miliardi nel 1938

I suoi impianti si estendono per 800.000 metri quadrati e producono oltre 500.000 tonnellate di acciaio e altrettante di ghisa all'anno.



























meccaniche erano scese assai limitatamente nei confronti del 1929
(10,5%), le agricole-alimentari erano scese del 35,5%, le chimiche
del 40%, le minerarie del 47%, e le tessili del 60%.

Terzo: le esportazioni meccaniche rappresentano oggi quasi il 20%
delle esportazioni complessive, essendo passate, grazie al loro ritmo
di sviluppo dell’ultimo ventennio, assai superiore a quello medio,
dal 5,5% del totale nel 1929, al 9,1% nel 1938 e al 19,1% nel 1951.
Nel 1951 le esportazioni meccaniche hanno rappresentato il 20-21 %
del totale della produzione; i principali prodotti esportati sono
indicati nella tabella 4.



TAB. 4 — Esportazioni dei principali prodotti meccanici (1).
Media annua del periodo 15 luglio 1950 - 30 giugno 1952
(milioni di lire)

=
s2

ADTWFERICOLE, (su # 4 _ #5 NL w 29.825 15.8

Macchine ed apparecchi elettrici e
materiali ad usi elettrotecnici 20.008 10.6
Macchine tessili . can 14.343 7.6
Macchine utensili. ._......... 13.995 7.4
Macchine per scrivere € per ufficio. 9.579 5.1
Cuscinetti a rotolamento ...... cis 8.001 4.2
Trattori...: ... Ls è ua 7.889 4.2
i HE de ai ; uao i 7.692 4.1
Caldaie e macchine motrici . SE 7.048 3.7
Motoveicoli ... . ....... l 6.159 3.3
Strumenti di precisione ed orologi Ha 6.057 3.2
Macchine per cucire .. . . ....... 5.191 2.8
Macchine operatrici per finidi . . 4.949 2.6
Materiale mobile ferrotramviario . . 4.368 2.3
Armi e munizioni ... . . . . . 3.106 1.6
I nà n RA . . 40.673 21.5
Totale . . . . 188.878 100 —

x

L'aspetto saliente delle nostre esportazioni meccaniche è rappre-
sentato dal fatto che esse sono costituite da una gamma estesissima
di prodotti, pur avendo posto di particolare rilievo produzioni tra-
dizionali e tipiche della nostra industria (autoveicoli, materiale
elettromeccanico). Tutte le produzioni effettuabili da questo ramo
industriale vi sono, sia pure in molto varia misura, rappresentate
e ciò è senza dubbio uno dei principali motivi della scarsa sensi-
bilità a crisi ed a variazioni della congiuntura, delle nostre espor-
tazioni meccaniche.

I principali mercati esteri di sbocco dell'industria meccanica sono
indicati nella tabella 5.





Tar. 5 — Principali destinazioni delle esportazioni meccaniche.
Media annua del periodo 1° luglio 1950 - 30 giugno 1952

(milioni di lire) %
Argentina: eo cuisine 17.552 9.3
Brasile .. . . . O # E e 14.818 7.8
Francia... A Mia n A 10.143 5.4
Btagli Uniti suina AUG ana È E 9.905 5.2
Svizzera .... ua i è 9.430 5—
Jugoslavi 1 (a pata 8.484 4.5
ì 7.957 4.2
Grecia . 5 6.929 3.7
Polonia .. 5.775 3.1
‘ Germania 5.562 2.9
Australia 5.150 2.7
Turchia . È 5.008 2.6
Egitto . . 4.957 2.6
Belgio- Lussemburgo sa 4.331 2.3
Svezia ............. 4.088 2.2
Uruguay x. «è x 3.912 2.1
Austria; .. > — É 3.753 2—
Paesì Bassì .. . . 2.763 1.5
India ... ce 2.592 1.4
Altre destinazioni .. 55.769 29.5
Totale . ... . 188.878 100 —

È facile rendersì conto, anzitutto, del grande numero di mercati
su cui viene venduta la nostra produzione meccanica: tenuto conto
infatti delle destinazioni non specificate nella tabella 5 si giunge
a un totale di circa 50 paesi. Il 70% delle esportazioni viene
comunque assorbito da una ventina di mercati principali: fra questi,
i paesi europei dell’OECE rappresentano da soli i due quinti, seguiti
da quelli dell'America Latina (30%). Minore importanza hanno il
resto dell'Europa, l'America del Nord e le aree sottosviluppate
dell'Asia e dell’Africa; verso quest’ultima sono da attendersi sen-
sibili sviluppi in futuro.

Le importazioni di prodotti meccanici, costituite prevalentemente
da macchinari ed attrezzature industriali (circa il 60%) segnano
degli aumenti cospicui in questi ultimi anni, passando da 105 mi-
liardi circa nel 1950 a 125 miliardi nel 1951 ed a 104 miliardi nel

(1) Ciascuna delle voci comprende anche le parti staccate e accessori ad esse relativi.

10





1° semestre del 1952. L'incremento nei primi sei mesi del 1952
ha riguardato prevalentemente macchinario per l'industria, ed in
particolare macchinario elettrico, apparecchi di sollevamento e tra-
sporto, macchine operatrici per fluidi, caldaie e macchine motrici.
Una parte rilevante delle nostre importazioni meccaniche in questi
ultimi anni è stata costituita da macchinari importati in conto E.R.P.
Nel 1950 e 1951 queste operazioni hanno rappresentato un valore
complessivo di circa 95 miliardi di lire.

Gli attuali problemi.

Le variazioni — di cui alla tabella 2 — intervenute dopo il 1938
nella struttura della produzione meccanica italiana sono molto
significative per la comprensione dei maggiori problemi che tale
industria deve oggi affrontare.

Si rileverà da tale tabella che le produzioni meccaniche il cui volume
è più che raddoppiato tra il 1938 e il 1951 (motoveicoli, macchine
calcolatrici, registratori di cassa, macchine da scrivere, cuscinetti
a rotolamento, macchine da cucire) presentano le caratteristiche
seguenti:

a) sono fornite da stabilimenti specializzati;

b) si tratta di produzioni nelle quali l'incidenza del costo dell’ac-
ciaio è minore.

Questa preliminare osservazione crediamo autorizzi a individuare
nei due seguenti i massimi problemi della nostra industria mec-
canica: riduzione dell’incidenza del costo dell’acciaio sul costo.
complessivo del prodotto finito, specializzazione e concentrazione
della produzione. |
L’alto costo dell’acciaio costituisce evidentemente un problema che
interessa tutta l'economia industriale italiana. La più direttamente
colpita è, naturalmente, l'industria meccanica, che assorbe all’at-
tuale ritmo di lavoro intorno a 1,5 milioni di tonnellate di acciaio
all’anno, vale a dire poco meno del 50%, dell’acciaio consumato
nel Paese. Il maggior costo dei prodotti siderurgici forniti dal
mercato interno viene attualmente valutato, con rife rimento ai
prezzi medi base del mercato interno inglese, intorno all'80%. Se
questo dato è esatto, la nostra industria meccanica, qualora fosse
posta nelle condizioni di quella inglese per quanto riguarda il costo
dell'acciaio, conseguirebbe annualmente un’economia di costo di
circa lire 100 miliardi, pari a circa 1'8,5% del valore complessivo
della produzione.

L'incidenza del costo dell’acciaio sul costo della produzione mec-
canica varia, naturalmente, in misura alquanto sensibile a seconda
del grado di lavorazione cui è sottoposto l’acciaio contenuto nel
prodotto finito. Una valutazione in materia, effettuata di recente,
ha fornito per diversi prodotti una serie di dati di incidenza oscil-
lanti tra il 5-15% (bicicletta a motore, autovettura con motore
da 2000 cme, macchina per calze, pompa a iniezione per motore
Diesel, oftalmoscopio) e il 40-60%, (gasometro, carro merci, turbina
idraulica, grosso macchinario elettrico, gru a braccio retrattile).
In ogni caso le incidenze più elevate e, quindi, l’aggravio maggiore
derivante dall’alto costo dell’acciaio, si ritrovano nei settori, come
le costruzioni ferrotramviarie, quelle navali (sul costo di una moto-
nave da carico da 10.000 t.p.l. incidenza dell’acciaio oscilla intorno
al 33-34%), la carpenteria e il grosso macchinario, che, come si è
visto, incontrano generalmente le maggiori difficoltà ad allargare
i propri mercati di sbocco in misura adeguata alla capacità pro-
duttiva disponibile.

La creazione della Comunità Europea del carbone e dell’acciaio e
l'attuazione, ormai in stato avanzato, di un programma di razio-
nalizzazione della siderurgia nazionale, dovrebbero porre le basi per
una soluzione del problema italiano dell’acciaio e quindi le pre-
messe per una notevole espansione della produzione meccanica
nazionale.

Gli esponenti dell’industria meccanica italiana non commettono
però l’errore di sopravvalutare l’importanza dell'acciaio e si rendono
conto che altre gravi questioni vanno afirontate e risolte per un
crescente sviluppo della loro industria: in primo luogo il problema
del progresso tecnico, il quale è però legato alla possibilità di ali-
mentare il volume di attività dei singoli stabilimenti fino ai limiti
che rendano conveniente la adozione di macchine e di schemi orga-
nizzativi capaci di maggior rendimento.

L’aumento del carico di lavoro degli stabilimenti esistenti è conse-
guibile attraverso due vie:

1) l'allargamento dei mercati;

2) la concentrazione della produzione, pur aumentata, in un minor
numero «di centri produttivi, maggiormente specializzati degli attuali.



Per quanto concerne l'allargamento dei mercati, una certa prospet-
tiva di sviluppo degli sbocchi all’interno dell’economia nazionale
pare possibile in relazione all’avvio di grandi programmi di sviluppo
nel Meridione d’Italia, alla stessa riforma agraria e al generale inere-
mento del grado di meccanizzazione dell'industria e dell’agricoltura.
L’allargamento dei mercati di esportazione ha sollevato in Italia
problemi di ordine diverso da quelli relativi al mercato interno.
Infatti agli esportatori meccanici derivano considerevoli difficoltà
dall'esistenza, fra l’altro, di un complesso di oneri finanziari, fiscali
e sociali maggiore di quello sopportato dai loro concorrenti. Ad
esempio, per i finanziamenti a breve termine, il tasso corrente in
Italia è di circa il 9% contro un livello del 4,5% sui principali
mercati finanziari esteri. Nel campo fiscale, il congegno dell’imposta
sugli scambi viene a caricare l’esportatore meccanico italiano
di aggravi di cui, in genere, gli esportatori concorrenti vengono sol-
levati. Altrettanto può dirsi circa gli oneri previdenziali a carico
dei datori di lavoro, che, in Italia, si stimano superiori del 50%
circa alla media dei principali paesi europei.

Inoltre l'esportazione meccanica di gran parte dei paesi nostri
concorrenti è appoggiato ad un apparato di enti di assicurazione
crediti e di sconto dei crediti stessi, quando sono a lunga scadenza,
di cui il nostro esportatore non può fruire.

Questo complesso di elementi di svantaggio che si è venuto a ereare
per la nostra industria meccanica è oggi — come è noto —
oggetto di attenta considerazione e provvedimenti sono stati
presi al riguardo o sono allo studio; e non vi è dubbio che le solu-
zioni che saranno adottate al riguardo avranno rilevanti riflessi
sui futuri sviluppi della nostra esportazione meccanica.

Per quanto riguarda il problema della concentrazione e della spe-
cializzazione non si può evidentemente trattarne che con riguardo
a specifici settori di produzione, e non è quindi questa la sede.
In linea generale si può solo ricordare che è diffusa l’opinione che
la trasformazione delle unità attrezzate per la produzione di « mec-
canica varia » in unità organizzate per la fabbricazione di un solo
prodotto avrà certo in avvenire ulteriori sviluppi.

Un simile processo implica tra l’altro assestamenti anche notevoli
nella attuale distribuzione della mano d’opera, il che rende più
laborioso il processo di concentrazione e di specializzazione, che è
una tendenza generale nell’industria meccanica di tutti i Paesi più
progrediti. Ma come detto più sopra (par. 2), una simile evoluzione
è legata a uno sviluppo dei mercati. In altri termini l’ulteriore
progresso in fatto di produttività dipenderà non tanto dalle nostre
capacità tecniche, che hanno avuto modo di affermarsi in molte
sedi nel modo più brillante, quanto dal fatto che lo sviluppo dei
mercati renda conveniente l’investimento di capitali e l’opera di
riorganizzazione che ogni ricerca di maggiori rendimenti necessa-
riamente comporta.

La partecipazione dello Stato all’industria meccaniea.

Il rapporto con cui, a cura del suo Presidente sen. Corbellini, si

sono chiusi i lavori della Commissione indagini e studi sull’industria ‘

meccanica, contiene dati interessanti sulla partecipazione dello Stato
all'industria meccanica e sulle cireostanze in cui tale partecipazione
si è costituita (1).

Rileva tale rapporto che lo sviluppo dell’industria meccanica ita-
liana è stato forse più che in ogni altro Paese influenzato dalle
due guerre mondiali; e ciò anzitutto, perchè nel 1914 la produzione
meccanica italiana era ancora modesta e ricevette quindi un impulso
relativamente molto grande dalla necessità in cui il Paese si trovò
di soddisfare con la produzione nazionale la maggiore aliquota
possibile della domanda di prodotti meccanici creata dal conflitto.
Fu così che alla fine della prima guerra mondiale il nostro Paese
venne a disporre di una attrezzatura meccanica che per una quota
notevole nè aveva dietro sè gruppi industriali largamente dotati
di capitali propri nè poteva contare su una precedente esperienza
nel campo delle produzioni di pace.

Questa parte della industria meccanica faceva capo alle grandi
banche italiane di deposito — banche che fino alla erisi del 1932
esercitavano largamente il credito mobiliare — e cadde quindi
nell’ambito dello Stato quando nel 1933 si provvide al risanamento
del sistema bancario attraverso l’escorporazione dalle grandi banche
di deposito di tutte le loro partecipazioni industriali.

(1) v. Cisim: « Rilievi e proposte sull’industria meccanica italiana » a cura del
sen. ing. prof. Guido Corbellini, Presidente della Cismm.

Per effetto di tale operazione lo Stato, attraverso l’I.R.I., venne ad
assumere la responsabilità diretta della gestione di parecchi grossi
complessi meccanici come del resto di altre sezioni dell’industria
nazionale. Una parte di tali partecipazioni industriali venne ritra-
sferita dall’I.R.I. al mercato attraverso una intensa attività di smo-
bilizzo intrapresa a partire dal 1933, nell’anno stesso della costi-
tuzione dell'Ente; è indice della portata assunta da tale attività
di smobilizzo il fatto che i ricavi complessivi degli smobilizzi effet-
tuati dall'ente a tutto il 1951 ammonta a 494 miliardi di lire con
potere d’acquisto 1951 (2).
Orbene gli smobilizzi di posizioni nel campo meccanico concorrono
a formare tale cifra per un importo di soli miliardi 5,5 cioè poco
più dell'1%; ed è anche interessante osservare che tali smobilizzi
hanno avuto per oggetto tra l’altro aziende come la Breda che
esaurita la nuova congiuntura bellica sono di nuovo ricadute nel
secondo dopoguerra nelle braccia dello Stato attraverso il F.I.M. (3).
Data la scarsa entità degli smobilizzi, il settore meccanico eon-
trollato dallo Stato corrispondeva all’inizio del secondo conflitto
all'incirca a quello che era stato formato e finanziato dalle banche;
questo complesso ricevette gli sviluppi inerenti alle nuove esigenze
belliche e si è accresciuto nell'immediato dopoguerra di una nuova
partecipazione, quella nella società S. Giorgio, pure abbandonata
al termine della congiuntura bellica dal capitale privato (4).
Nel secondo dopoguerra l’azione dello Stato è stata di nuovo sol-
lecitata e si è diretta al settore meccanico non più come nel primo
dopoguerra in maniera indiretta attraverso lo schermo delle banche,
ma in modo diretto. L'intervento si è coneretato nella costituzione
di fondi per finanziamenti a medio e lungo termine di cui l’industria
meccanica è stata esclusiva o principale beneficiaria.
Fra i detti fondi di finanziamento, di gran lunga il più importante
è il Fondo per il Finanziamento all’Industria Meccanica (F.I.M.).
Le vicende di detto fondo hanno posto praticamente sotto controllo
statale altre importanti aziende meccaniche (la Ducati, il gruppo
Breda, l’ex gruppo Caproni), dato che la perdurante crisi di queste
aziende ha reso inesigibili i crediti erogati dal F.I.M. e ha trasformato
dei finanziamenti a breve termine in un complesso di immobilizzi.
Nel complesso — secondo la citata relazione — gli stabilimenti
meccanici sotto controllo statale occupano poco più di 100.000
addetti (5). Essi si ripartiscono per settori produttivi nel modo
indicato nella seguente tabella:

% del totale in stabili-

Numero menti controllati dallo
Settore d'attività prevalente delle aziende addetti Stato sul totale degli ad-
al 31-12-51 detti in stabilimenti in-
dustriali
Costruzioni e riparazioni di navi. . 29.921 73
Costruzioni di autoveicoli e aero-
MODILL siria E 12.922 15
Produzioni di macchine e materiale
SISEEEIOO scr) 14.497 23
Costruzioni di materiale mobile
ferrotramwviario.................. 19.767 52
Altre: produzioni... sarai 27.085 7
Totale iai 104.192 17

Il controllo statale è più esteso in quei settori che subirono un arti-
ficioso sviluppo per effetto delle due guerre mondiali; cantieri navali,
produzione di materiale ferrotramviario, e in genere meccanica
pesante. Gli stabilimenti meccanici controllati dallo Stato, oltre che
essere specializzati in alcuni settori produttivi, risultano anche per
gran parte situati in alcune regioni, soprattutto in Campania, nella
Liguria, nella Venezia Giulia e Trieste, dove detti stabilimenti
occupano più del 50% del totale degli addetti all'industria mec-
canica (più del 60% in Liguria) (6).

L'importanza dell’industria meccanica controllata dallo Stato è
però sostanzialmente superiore a quella che potrebbe apparire da
semplici rapporti fra gli addetti in queste aziende e gli addetti in
tutta l'industria, o ad analoghi rapporti eseguiti sul valore del
fatturato, o sulla capacità produttiva. Ciò perchè le aziende con-
trollate dallo Stato sono per la massima parte aziende < terminali »,
costituiscono cioè lo sbocco delle produzioni di un gran numero
di altre aziende meccaniche operanti nel campo privato; ancor
maggiore è poi la capacità produttiva del settore non meccanico
che trova utilizzazione per le commesse ad esso passate dal settore
meccanico controllato dallo Stato, specie del gruppo cantieristico.



(2) Cisim: op. cit., pag. 361.
(3) Cis: op. cit., pag. 361.
(4) Cisim: op. cit., pagg. 356, 357, 359.
(5) Cisim: op. cit., pag. 343.
(6) Cisim: op. cit., pag. 365.

11

ALLA VELOCITÀ DEL SOLE

La descrizione del volo di andata e ritorno compiuto dal ‘ Canberra ??
nello stesso giorno alla media di 663 chilometri all’ora tra le coste

pr la prima volta nella storia un aeroplano
— l’English Electric « Canberra » — ha
compiuto la doppia traversata dell’Atlan-
tico nello stesso giorno, stabilendo anche il
nuovo primato sulla rotta ovest-est.
Questo magnifico successo, aggiunto al pri-
mato stabilito lo scorso anno sulla rotta est-
ovest, è dovuto alla grande capacità tecnica
della Società costruttrice ed all’abilità dei
suoi collaudatori. L’apparecchio aveva a
bordo: il Comandante R. P. Beamont, il se-
condo pilota P. Hillwood e l’ufficiale di rotta
D. A. Watson. La traversata è stata effet-
tuata tra Aldergrove (Irlanda del Nord) ed
una linea, fra due barche su un lago, a 25 km.
ad occidente dell'aeroporto di Gander (Ter-

dell’Irlanda e quelle degli Stati Uniti

in esclusiva dalla Rivista FLIGHT

ranova) su un
3335,669 km.
Riportiamo qui di seguito la relazione di un
testimonio oculare sul campo di Aldergrove.
La vigilia del volo nulla faceva pensare sul
campo di Aldergrove che due primati mon-
diali di simile importanza sarebbero stati
stabiliti il giorno successivo. Gli « Shaekleton »
e gli « Hasting » erano allineati in bell’ordine
sul campo ed unico elemento fuori del nor-
male era la sagoma snella del «Canberra »
che si profilava contro uno degli hangar.
Alle 6 del pomeriggio il Comandante Beamont
dichiarava che benchè le condizioni atmo-
sferiche fossero tutt'altro che favorevoli, con
venti contrari di oltre 100 km/h, egli aveva

percorso complessivo di

UNA SQUADRIGLIA di aeroplani Canberra”. Il « Canberra” è un doppio reattore

12

deciso di partire ugualmente la mattina dopo,
fra le 6 e le 9. Egli aggiungeva che il velivolo
era in condizioni perfette e che aveva com-
piuto un volo di prova, in Islanda e ritorno,
la mattina stessa.

Le persone autorizzate ad assistere al decollo,
si alzarono perciò alle 4,30 e raggiunsero in
piena oscurità l'aeroporto, dove il silenzio
venne rotto improvvisamente dall’urlo dei
due turboreattori Avon. La mattina era molto
fredda, un velo di umidità ricopriva i para-
brezza del « Canberra »; il bollettino meteoro-
logico dava venti contrari fino a 100 km/h.
Il velivolo era il prototipo esposto lo scorso
anno alla Mostra di Farnborough ed era
giunto in volo due giorni prima. Non si ve-

in dotazione alla aviazione militare inglese,



deva traccia di serbatoi supplementari sgan-
ciabili, ma un grosso serbatoio era stato
sistemato nello scompartimento porta-bombe.
Poco prima delle 6,30 l'equipaggio prendeva
posto a bordo, il velivolo si portava all’estre-
mità della pista, decollava, lasciandosi alle
spalle il disco rossastro del sole nascente e,
dopo un passaggio basso sulla torre di con-
trollo, cabrava decisamente, scomparendo
veloce nel cielo.

Il tempo, a terra, passava lentamente e sulle
prime si era sparsa la voce poi smentita —
che la radio di bordo fosse andata in avaria.
La prima notizia del felice esito della tra-
versata si aveva alle 11,15, quando un mes-
saggio da Prestwick comunicava che il velivolo
era stato avvistato sopra Gander qualche
minuto prima. Ancora un paio d’ore di attesa,
durante le quali le condizioni del tempo
andavano rapidamente peggiorando, e poi un
altro laconico messaggio ci informava che il
«Canberra », dopo una sosta di due ore per
il rifornimento e per la colazione dell’equi-
paggio, aveva lasciato Gander alle 13,10
tempo medio inglese.

Come per la mattinata, le ore passavano in
ansia ad Aldergrove. Stante le condizioni
atmosferiche le previsioni non erano molto
rosee sul tempo che sarebbe stato impiegato.
Finalmente, giungeva un «E.T.A.» (tempo
previsto di arrivo) che preannunciava l’arrivo
fra le 16,30 e le 16,45. Alle 16,20 con nuvo-
losità di 10/10 e pioggia fitta, gli spettatori
cominciavano ad uscire sul piazzale e lungo
la pista. Alle 16,35 si sentiva un debole suono
in distanza e meno di un minuto dopo un
aeroplano a reazione ci passava sopra la testa,
completamente nascosto fra le nuvole. Lo
sentimmo virare e ad un tratto il « Canberra »
sbucava in lontananza, a circa 100 metri di
quota, sorvolava la pista, virava di 180° e,
con carrello e flap fuori, si portava all’atter-
raggio. La traversata di ritorno era stata
effettuata alla velocità media oraria di
974,500 km. La tabella di volo era stata
meticolosamente rispettata e all’atterraggio,
sia a Gander che a Aldergrove vi era ancora
ampia riserva di carburante nei serbatoi.
Nessun guasto o inconveniente durante il
volo, tranne un piccolo difetto ad un impianto
elettrico, riparato in un quarto d’ora a Gander.
Le traversate erano state effettuate alla quota
di circa 12.000 metri e le spesse formazioni
di nuvole avevano impedito all’equipaggio
di vedere il mare durante i due voli.

I tempi e le velocità ufficiali forniti dalla
Federazione Aeronautica Inglese sono i se-
guenti:

Aldergrove-Gander = 4h, 33’ 17,05” -
732,0861 km/h;

Gander-Aldergrove = 3h, 25’ 18,13” —
974,5028 km/h;

Aldergrove-Gander- Aldergrove 10h 3°
29,28” 663,037 km/h.

Rimane quindi imbattuto il primato sulla
traversata Aldergrove-Gander stabilito lo
scorso anno dal Comandante Beamont su veli-
volo «Canberra» con 4h 18° 24,4” alla velocità
di 778,779 km/h.

Dopo la felice riuscita del volo perveniva, fra
gli altri, un telegramma di congretulazioni
del Presidente della B.O.A.C., Sir Miles
Thomas, che concludeva: «... Seguiremo la
vostra strada col Comet ».







LA VELOCITÀ massima del “Canberra” si
avvicina ai mille chilometri orari. Nella
traversata atlantica, avvenuta nel settem-
bre 1952, l’aereo era guidato dal capitano
Beamont e da altri due piloti della R.A.F.

n



13

guidato dal radar. Il pilota dev'essere particolarmente addestrato ai voli ultrasonici.





IN dal remoto 1631, la cittadina di Portici

fu divisa in due dalla colata di lava basal-

tica di un collerico risveglio vesuviano,
che soffocò case e abitanti che si trovarono
su quella direttrice di marcia inesorabile. Di
quella lava Portici è tappezzata, difesa: e di
quella lava sono le basole che adornano il
cortile della Reggia borbonica che noi visi-
teremo: una Reggia decaduta, che non può
rivaleggiare certo con quelle di Caserta,
Napoli o Capodimonte, ma che ha una sua
araldica pomposa e solida a cui i tufi dei
Campi Flegrei hanno imprestato una squa-
dratura di masse omogenee; una Reggia che
da un secolo circa, e precisamente dal 1872,
è stata adibita a sede della Scuola Superiore
di Agricoltura, anch’essa regia.
Non interesserà sapere che lo Stato cedette
alla Scuola l’intero palazzo per settecentomila
lire: interesserà piuttosto sapere che la Scuola,
sin da allora, si studiò di conciliare le esi-
genze architettoniche della Reggia, gli stu-
pendi scaloni, le sale affrescate, gli stucchi
e gli ori dei soffitti, i marmi preziosi e i
mosaici (nonchè i leoni di guardia alla scali-
nata e l’orologio a due facce) ai bisogni delle
ricerche scientifiche, alla calce, al ferro, al
carbone, e insomma al lavoro sperimentale
rivolto alla natura e destinazione del terreno
da coltivare e agli arnesi che ne consentono
l'integrale coltivazione.
Dopo qualche anno di vita grama, il Palazzo
ritornò allo Stato, e, da allora, la Scuola potè
prosperare, richiamando nel seminario-Ateneo
studenti di ogni parte di Europa, e specie
del vicino Oriente. Era l’unica Università
del genere non soltanto dell’Italia Meridio-
nale, ma forse la più famosa, se non la più
importante del Mediterraneo.
Un ingegnere di « dubbia fama » (come trovo
scritto nelle cronache del tempo) ne fu archi-
tetto principale; ma, a dispetto delle cronache
che ne criticano con manifesto livore il risul-
tato, dobbiamo dichiarare senz’altro che il
Canevari fece del suo meglio e adoperò da
maestro tufi e lava per costruire un insieme
architettonico davvero importante — sia pure
nel barocco dell’epoca — a cui le sorprendenti
terrazze (vere «passeggiate » in muratura)
fanno da ali, formando una specie di anfi-
teatro che, mentre raggiunge i confini del
Parco (allora incorporato alla Reggia), con-
sente ancora oggi di ammirare il mare da
vicino. Il mare è a due passi, proprio in
fondo al tunnel vegetale di verdi teneri che
sfumano sino al celeste o all’azzurro, o addi-
rittura all’indaco di quelle acque orientali.

La Reggia di Portici

st meccanizza

Nella residenza estiva dei Borboni, tra il golfo di

Napoli e il Vesuvio, sta sorgendo il primo grande

centro di meccanica agricola del Mezzogiorno

di R. M. De Angelis

La stessa idea di far sorgere il palazzo su una
collina, e di dividerlo in due parti (con quello
spazioso cortile a cui abbiamo accennato),
l’una verso il Vesuvio e l’altra verso il mare,
dovette essere molto apprezzata da Carlo III
di Borbone capitato in seguito a un fortunale



in quei lidi deserti: la Reggia nacque per

un capriecio di Nettuno e di Amore, dedi-
cata dal Re alla Regina, per diventare in
seguito un vero e proprio rifugio per le va-
sanze della Corte.

I Parchi all’intorno si debbono a quel medico

SALA DEL CONSIGLIO della Reggia di Portici destinata attualmente a fare da Aula
magna della Scuola superiore di Agricoltura e della Facoltà di Agraria di Napoli.

15

Gussone, botanico di Casa Borbone, che non
esitò a far saltare la roccia lavica con cariche
di polvere per trapiantarvi alberi già adulti,
in modo da creare in breve volger di tempo
un vero eden vegetale dove prima non erano
che deserto e desolazione.

Non vi dispiaccia di vedere in questa santa
violenza una specie di simbolo di quello che
diventerà il luogo e il palazzo: un Istituto
di Agraria col suo bravo campo sperimentale,
la biblioteca, le aule, un museo in formazione
di arnesi agricoli, e un programma che rasen-
terà la rivoluzione nel dominio arcaico del-
l'agricoltura. Del resto, quale meraviglia?
Polvere di lava e lapilli, scorze di coralli e
vapori di zolfo, magie termali e boati della
terra, graniti e tufi, marmi antichi e mosaici
formano e costituiscono l’amalgama di un ter-
reno di cui la poesia s'impadronì per tanti secoli
sino a farne una specie di passaggio obbligato
per i poeti di ogni epoca; ma il terreno serve
appunto all’agricoltura e se il Gussone spaccò
la lava coagulata con la polvere da sparo,
che cosa non tenta il prof. Santini — Diret-
tore attuale della Scuola da molti anni —

per bonificare, razionalizzare, trasformare,
alleando l’idraulica all’agricoltura, l'edilizia al
collaudo degli aratri?

Bisognerà premettere, per l’intelligenza di
questo nostro articolo, che due guerre sono
passate attraverso il corpo della Penisola e
che la Reggia di Portici non è stata rispar-
miata. Al contrario: quello che non fecero,
nel passato, indigeni e visitatori rapaci, osa-
rono, sicuri dell’impunità, i soldati — paesani
e forestieri, alleati e invasori — con vanda-
lismi barbarici. Ma a un tale scempio un po’
ha messo riparo la Sovraintendenza alle Belle
Arti (pietà per il gabinetto della Regina, a
festoni e a ghirlande d’oro zecchino che cade
col gesso come calcinacci da calpestare!), un
po’ l’Istituto, un po’ gli impiegati, tecnici e
inservienti nati e cresciuti nel palazzo e che
non si stancano di spazzare e ripulire: il
palazzo ha resistito ai secoli, ai francesi (ma
Gioacchino Murat se ne era innamorato e lo
fece minuziosamente restaurare) ai vandali e
ai predoni: il tufo dei Campi Flegrei, col
soffio della Sybilla e il calore del vuleano, lo
difenderà ad oltranza con la sua intricata

magìa di vapori e gas dalla furia umana e
dall’attacco degli agenti atmosferici. Nessun
timore, dunque, per la sua stabilità: i saloni
e i corridoi, le aule e i gabinetti, la bibliotece
e le officine continueranno a funzionare nel
tempo, e molti allievi vi riceveranno il pane
della Scienza agraria. Ma è proprio di quel
pane che intenderemo parlarvi.

Poichè la magìa della natura (in faccia alla
Reggia è l’isola delle Sirene, e Procida) qui
tenderebbe all’isolamento e all’oblio, per fare
del palazzo una fata morgana da scoprire
per azzardo o per caso nei giorni di luce più
trasparente, la Scuola Agraria che appar-
tiene allo Stato non può essere dimenticata
dallo Stato: altrimenti dovremmo rassegnarci
a riconoscere quale simbolo della Reggia-
Scuola l’orologio a due facce, senza indici,
svuotato da tutto il rame del mirabile con-
gegno, posto sul frontale architettonico come
un inutile ornamento o una primordiale me-
ridiana.

I Parchi non appartengono più alla Scuola,
bensì al Demanio che li apre agli abitanti
del posto la mattina della domenica, forse



GIARDINO DELLA REGGIA adibito a Campo sperimentale di agricoltura. I rettangoli di terreno indicano le aree nelle quali viene collaudati



per consacrare la festa: e non dirò che vadano
in malora, poichè gli alberi si difendono natu-
ralmente da soli; ma perchè averli tolti alla
Scuola che ha bisogno di terreno e che ha
dovuto ricavare i rettangoli del suo modesto
campo sperimentale tra le ali delle due ter-
razze, al centro di quell’anfiteatro sorvegliato
dall'occhio mansueto dei leoni di marmo?
Qui davvero la Scienza ha dovuto oltraggiare
l'estetica, e il prof. Santini se ne aceora, lui
che ha scoperto soffitti affrescati (e ormai
«accecati » da incrostazioni balorde), che ha sal-
vato gli infi di quercia e i marmi degli
stipiti, e che ha chiuso a chiave la porta del
«gabinetto della Regina» per evitare che l’oro
zecchino fosse ridotto in polvere o « portato
via per ricordo »!

Il Campo Sperimentale, per la Scuola, è ap-
punto la chiave di volta del suo destino eco-
nomico: ed è bene spenderei qualche parola,
per far comprendere anche ai profani di che
si tratta.

Le fabbriche costruiscono arnesi agricoli e li
mettono in commercio senza alcuna garanzia
che non sia quella della «firma » della fab-



efficacia pratica dei nuovi tipi di aratri, erpici,

brica stessa. Troppo poco per l'acquirente,
che quasi sempre è un agricoltore sprovveduto
di ogni nozione di meecanica. Occorre col-
laudare tali macchine, sperimentarle appunto,
e non su terreno grezzo, naturale, bensì su
terreno « preparato »: il campo sperimentale
della Scuola è qui per questo, per consigliare
fabbricanti e agricoltori, suggerire modifiche
e destinazioni. Del resto, non è scoprire un
arcano svelare che gli aratri si vendono
a peso, e che i fabbricanti di aratri,
più pesanti li fanno più ci guadagnano: ma
un buon aratro non deve superare un certo
peso: e, per essere più precisi, non solo i
trattori italiani debbono affrontare la concor-
renza di quelli americani ed essere perciò
buoni a fare un determinato lavoro con un
determinato consumo di nafta su un deter-
minato terreno. La colonizzazione agricola
dell’Eritrea ci ha lasciato un ottimo insegna-
mento in materia; ed è proprio alla Scuola
di Portici che si debbono seri risultati di col-
laudo che permisero di correggere alcuni
errori di impostazione delle macchine italiane.
‘are che lo Stato interverrà per obbligare le

ditte interessate ad inviare al Campo speri-
mentale di meccanica agricola di Portici le
macchine per il collaudo.

Questa è una semplice premessa ad assumere
precise responsabilità, per garantire il destino
economico della Scuola e la fiducia dell’agri-
coltore isolato, come quello delle aziende di
un Paese ch'è un immenso orto, un immenso
giardino, e che dovrà diventare, non soltanto
per legge di natura, un immenso granaio.

Il museo delle macchine agricole, che sta
sorgendo nel padiglione di un’ala a terrazza,
potrà essere una specie di monito perenne:

gli antichi arnesi agricoli — dall’aratro al-
l’erpice in legno — sembrano già totem di

una religione dimenticata.
L’industrializzazione in grande stile dell’agri-
coltura nel Mezzogiorno d’Italia potrà inco-
minciare benissimo dal Centro sperimentale
di Portici, che utilizzerà la Reggia come uffici
e sale di prova per la meccanica agraria ed
il Parco come pista di prova per le macchine
agricole. Il fuoco segreto dell’officina nelle
cantine del palazzo potrà così allearsi meglio
a quello del Vulcano.

trattori e altri arnesi agricoli. La Scuola di Agraria di Portici venne fondata nel 1872.

“i ai
# 2





EL NIHUIL

Alle falde delle Ande argentine una potente centrale idro-

elettrica, costruita a Genova, sfrutterà le acque del Rio Atuel

’ELETTROMECCANICA è fra le industrie che
possono dare con l’esportazione il mag-
gior vantaggio all'economia nazionale,

per il forte peso che ha nel costo dei prodotti
la mano d’opera nazionale, o — sotto altro
aspetto — per il basso peso che hanno nel
costo stesso le materie prime di importazione.
Naturalmente gli sforzi tecnici e organizzativi
in questo campo non sono certamente stati,
nè sono, lievi: sforzi per l’affinamento tecnico
della produzione, in un campo nel quale il
dinamismo delle innovazioni è incessante;
sforzi per la creazione e il progressivo poten-
ziamento dell’organizzazione commerciale, in
un settore nel quale le conoscenze e le capa-
cità commerciali vanno indissolubilmente spo-
sate alle necessarie conoscenze e capacità
tecniche; sforzi, infine, nel campo dell’assi-
stenza presso il cliente (sia per l'installazione,
che per l’esercizio) conseguita attraverso la

di Renato Teani

costituzione di un cospicuo corpo di tecnici
specializzati che, prestando continuamente la
loro attività nei più disparati paesi, rappre-
sentano i migliori messaggeri dell’operosità
italiana.

Le realizzazioni dell’Ansaldo-San Giorgio al-
l'estero sono presenti in tutti i settori della
sua produzione e, si può dire, in tutti i paesi.
Ciò si vede facilmente anche limitando l’at-
tenzione a tipici esempi.

Nel campo delle centrali idroelettriche (V'An-
saldo-San Giorgio si trova nella situazione,
unica in Italia e anche all’estero eccezionale,
di poter fornire delle installazioni complete,
che vanno dalla turbina idraulica al trasfor-
matore di distribuzione) l’esempio più rap-
presentativo è quello della centrale di El
Nihuil, in corso di costruzione per conto del
governo argentino.

Questa centrale merita speciale rilievo; essa

STATORE avvolto di uno dei quattro alternatori verticali, destinato a far parte della

Centrale elettrica di

îl Nihuil ehe sorgerà nella provineia di Mendoza in Argentina. La

Centrale è stata interamente costruita a Genova dall’ Ansaldo-San Giorgio, malgrado la
distanza e senza che ci sia mai stato aleun contatto personale con i tecnici argentini.

18



si trova nella provincia di Mendoza, alle falde
delle Ande e sfrutta le acque del Rio Atuel
alla quota di oltre mille metri, utilizzando
una caduta massima di 185 metri. L'energia
prodotta verrà impiegata ad usi civili e allo
sviluppo industriale dell’ Argentina. Le acque
del fiume, convogliate in una condotta della
lunghezza di 350 metri, affluiscono alle quattro
turbine del tipo Francis, ad asse verticale in
camera forzata a spirale, che, con una por-
tata di 13 mef/sec., sviluppano ciascuna la
potenza di 20.000 kW, a 600 giri.

Le turbine sono costruite interamente in
acciaio ad elevata resistenza ed hanno le
giranti e le fodere di scarico in acciaio inos-
sidabile; ogni turbina è direttamente accop-
piata al proprio alternatore. Gli alternatori,
del tipo autoventilato in circuito chiuso, sono
della potenza, resa a pieno carico e cosfì 0,8,
di 23.200 KVA, a 13.200 Votl, 50 periodi.



UNO DEI CINQUE trasformatori trifase
della Centrale. Il suo raffreddamento si
compie a eireolazione forzata d’olio in due
refrigeranti ad acqua addossati al cassone.

In sottostazione all’aperto sono installati
cinque trasformatori trifasi della potenza di
23.200 KVA e rapporto di trasformazione, a
pieno carico e cosfì 0,8, di 13.200-132.000 Volt.
Sono pure di fornitura dell’Ansaldo-San Gior-
gio le apparecchiature per alta e bassa ten-
sione nonchè i quadri, l’impianto di illumi-
nazione, l’impianto telefonico, una gru a ponte
da 80 tonnellate ed i gruppi elettropompa per
il drenaggio della centrale.

Ancora nel campo delle centrali idroelettriche
sono da notare i due impianti completi di
Taja e Assenitza (Bulgaria). Si è, natural-
mente, contribuito alla creazione di grossi
impianti idroelettrici con forniture parziali,
come ad esempio le due turbine ad asse ver-
ticale tipo Kaplan da 27.000 kW, 68 giri,
per la centrale svedese di Stugun. Queste
turbine — che sono, dimensionalmente, fra
le più grandi di costruzione europea, avendo
una girante del diametro esterno di oltre
sette metri — sfrutteranno un salto di nove
metri, ciascuna con una portata (superiore a
quella del Po in magra) di 340 me/sec.
Sono stati forniti in numero notevole gene-
ratori sincroni, tra i quali da notarsi quattro
alternatori ad asse verticale da 10.500 KVA,
300 giri, destinati alla centrale idroelettrica
di Sainte Tulle (Francia).

Fra i trasformatori, degni di rilievo quello in
corso di fabbricazione, pure per la Francia,
da 70.000 kVA, 225 kV, con unità di rego-
lazione sottocarico e le otto macchine da
10.000 KVA con commutatore sottocarico a
comando automatico, destinate all’Australia.
Queste macchine verranno assoggettate alle
prove ad impulso nella speciale sala prove,
attrezzata per tensioni fino a 2.200.000 Volt,
con energia disponibile fino a 18 kilojoule.
(Tra i costruttori italiani di grosso macchi-
nario elettrico 1’ Ansaldo-San Giorgio è l’unico
a disporre di una simile installazione per
prove ad impulso).

Nel campo dell’utilizzazione dell’energia sono
da segnalare l’equipaggiamento elettrico com-
pleto per laminatoio in Jugoslavia, i filobus
forniti alla Municipalità di Belgrado, le ven-
tuno sottostazioni con raddrizzatori a vapori
di mercurio in cassa metallica per gli impianti
di trazione nelle miniere polacche.

Questi, come detto, sono solo i più recenti
ei più rappresentativi dei casi, poichè l’espor-
tazione dell’Ansaldo-San Giorgio si è estesa
a tutti i paesi, Francia, Nuova Zelanda,
Argentina, Venezuela, Polonia, Medio Oriente.
Naturalmente, gli sforzi che sono stati com-
piuti e che si stanno compiendo sono note-
volmente ostacolati dalle difficoltà generali,
comuni a tutti i paesi, e da quelle peculiari
al nostro, troppo note perchè sia necessario
insistervi: alto prezzo dei prodotti siderurgici
nei confronti dei prezzi internazionali; impos-
sibilità di copertura dei rischi di cambio;
impossibilità di seguire i paesi più agguerriti
nella lotta per la conquista dei mercati esteri,
nel campo del finanziamento a lungo o medio
termine, ormai generalmente richiesto dalla
gran parte degli importatori e non più solo
da quelli sud-americani; infine, non ultima,
la mancanza di un congruo rimborso degli
oneri fiscali.

Fare previsioni anche qui non è facile, come
non lo è in nessun settore economico, dato
l'estremo dinamismo dei tempi attuali; può
certo dirsi, senza tema di esser tacciati di
severità, che le difficoltà su accennate vanno
eliminate o attenuate.

Comunque l’ Ansaldo-San Giorgio vanta i ri-
sultati degli sforzi tecnici ed organizzativi
in questo campo e ne trae conforto e sprone
per perseguire mete sempre maggiori.

Tali risultati sono indubbiamente notevoli,
poichè la cifra delle esportazioni ha raggiunto
circa il 40% della totale produzione del-
l'Azienda.









CORPO ROTORE di uno dei quattro alternatori. Oltre alle macchine prineipali sono state
fabbricate per la Centrale le valvole rotative, le linee partenti, gli impianti ausiliari,
i telefoni, l’officina manutenzione, l'impianto di distribuzione della forza motrice e
quelli per la illuminazione e il drenaggio delle acque convogliate dal fiume Atuel.

MONTAGGIO IN OFFICINA di una delle quattro turbine idrauliche. Le turbine
sono del tipo Francis con alternatore e trasformatore in collegamento rigido. Ognuna
di esse può produrre fino a 20 mila kilowatt di energia, sfruttando un salto d’acqua
di 185 metri e inghiottendo da 11.750 a 12.600 litri d’acqua al minuto secondo.



MEMORABILI NOZZE

Dalla prima traversata atlantica del 1819 al primato della “United

States” del 1952, la storia dei più rapidi viaggi oceanici

EL 1818 veniva costruito a New York il
celebre tre alberi «Savannah » che, for-
nito di propulsione a ruote, aveva fatto

concepire ai suoi armatori l'ambizioso pro-
posito di una navigazione oceanica.

Si trattava di un bastimentino di 350 ton-
nellate, lungo una trentina di metri e che
poteva navigare sia con le vele dei suoi tre
alberi, sia con le due grosse ruote a pale, che
gli permettevano di sviluppare la modesta
velocità di 6 nodi.

Il «Savannah » infatti, nel 1819, un anno dopo
il varo, condusse a termine la sua prima tra-
versata atlantica e giunse in Europa navi-
gando in parte a vela, in parte a vapore.
Quantunque quel primo tentativo si fosse
svolto solo parzialmente con l’impiego della
macchina a vapore, l'Inghilterra fu favore-
volmente impressionata dall’esperimento ame-

di C. De Grossi Mazzorin

In seguito la Società di Navigazione Great
Western fece costruire il piroscafo omonimo
per la linea dell’Atlantico Nord.

Si trattava di un grosso scafo in legno, lungo
circa 72 metri, con una stazza di 1440 ton-
nellate e che aveva un apparato motore, natu-
ralmente a ruote, della potenza di ben 400 HP.
Quando il «Great Western » salpò per l' Ameri-
ca, un altro piccolo piroscafo inglese, il «Sirius»,
partì dall’Inghilterra con la stessa destinazione.
Ne seguì una gara appassionante che entu-
siasmò il mondo intero. Alla fine il piccolo
« Sirius » giunse a New York poche ore prima
del «Great Western» ma per compiere 1a
traversata, non solo aveva bruciato tutta la
sua scorta di carbone ma nelle ultime mi-
glia aveva dovuto gettare nei rorni dei barili
di resina chi facevano parte del carico.

Il rivale «Great Western » era giunto con

con scafo in legno, del tipo «Britannia »,
riuscì a ottenere dal governo inglese la con-
cessione del servizio postale con l'America.
Fu poi con il prototipo di questi piroscafi,
ossia con lo stesso «Britannia», che la Cunard
si aggiudicò il primo Nastro Azzurro nel 1840.
La nave, di 1422 tonnellate, era lunga 76 metri
e riuscì a sviluppare una velocità di nodi 10,7.
Su di essa viaggiò Carlo Dickens che la
immortalò nel suo famoso romanzo «Martin
Chuzzlewit ».

Erano gemelle del « Britannia » altre tre navi
che furono rispettivamente battezzate « Aca-
dia », « Caledonia » e « Columbia ».

A questo punto occorre aprire una parentesi.
Gl’inglesi, come è noto, oltre ad essere dei
sagaci uomini di mare furono sempre amanti
dell’equitazione. Si correvano in Inghilterra
delle corse di cavalli note in tutto 11 mondo,





1838. Il Great Western” e il “Sirius”, primi piroscafi a vapore in'gara per arrivare dall’Inghilterra in America il più presto possibile.
Il viaggio durò per entrambi 15 giorni, alla velocità di 8 nodi e mezzo all’ora. Il # Great Western” pesava 1440 tonnellate. Il “Sirius”,
molto più piecolo, potette giungere a New York poche ore prima del rivale bruciando dei barili di resina ehe facevano parte del carico.

ricano, e con un ardimento degno di ammira-
zione si pose subito alla testa della naviga-
zione oceanica con navi a vapore.

La prima grande navigazione completamente
a vapore fu eseguita dall’« Enterprise » nel
1826. Questo piroscafo inglese di 470 tonnel-
late, lungo 37 metri e con una potenza motrice
di 120 HP, partito dall’Inghilterra, raggiunse
Caleutta in 113 giorni di navigazione, seguendo
la via del Capo di Buona Speranza e supe-
rando delle difficoltà veramente imponenti.
Quasi contemporaneamente aveva inizio un
regolare servizio attraverso l'Atlantico.

La prima nave che attraversò l'Atlantico
completamente a vapore fu il piroscafo olan-
dese « Curagao ».

20

alcune ore di ritardo ma aveva ancora &
bordo circa un centinaio di tonnellate di
‘arbone.

Comunque queste prime imprese furono, dal
punto di vista economico, veramente disa-
strose.

In conclusione rimane il dato di fatto che
nel 1838 ben due piroscafi attraversarono
l'Atlantico alla velocità di otto nodi e mezzo,
impiegando quindici giorni per l’intero viaggio.
Naturalmente la Società Great Western di
I. K. Brunel trovò ben presto degl’imitatori
e dovette lottare contro la concorrenza della
potente compagnia Cunard di R. Napier.
Anzi, in un primo tempo, la Cunard met-
tendo in linea dei buoni piroscafi a ruote

quali per esempio il celebre Derby di Epsom.
A quell’epoca non si corrispondeva un premio
in danaro al proprietario del cavallo vincente
ma si premiava il cavallo stesso adornandolo
con una coccarda. Al Derby di Epsom in par-
ticolare, il cavallo vincente veniva premiato
con una coccarda azzurra (Blue Ribbon).
Sorse così l’idea di dire che la nave più veloce
aveva vinto il Nastro Azzurro come si diceva
del cavallo vincitore del premio.

Solo molto più tardi venne l’uso di conse-
gnare alla nave vittoriosa un premio tangi- |
bile e più precisamente una coppa d’oro sim-
bolo del Nastro Azzurro.

Intanto la Cunard conquistava successiva-
mente altri tre nastri azzurri e precisamente

con il piroscafo «Acadia» nel 1841, con
l’« Hibernia » nel 1847 e con 1’« Asia » nel 1850.
In quei dieci anni le velocità erano dunque
salite da 10 a 12 nodi, però questi successi
della Cunard non scoraggiarono affatto la
rivale Great Western che costruì nuove unità
secondo i più aggiornati criteri.

La lotta tra la Great Western e la Cunard
portò notevoli frutti nel campo delle costru-
zioni navali; ognuna delle due società cercava
di superare la rivale impiegando apparati
motori sempre più potenti, navi di mole
sempre più notevole, apportando sulle pro-
prie unità tutti quei miglioramenti che erano
consentiti da una tecnica in continuo sviluppo.
Fu così che il Brunel decise coraggiosamente
di adottare gli scafi in ferro e con propul-
sione ad elica.

Gli scafi in ferro erano stati già sperimentati
per navi di modeste dimensioni quando, rom-
pendo gl’indugi, la Great Western, nel 1843,
lanciò il primo grande transatlantico in ferro
e dotato di elica: era stato infatti varato
il «Great Britain » con oltre 3000 tonnellate
di stazza e lungo circa 100 metri!

È da notare che lo scafo di questa nave
aveva più o meno la sagoma dei grandi
velieri atlantici. Con la sua elegante carena
da clipper e con un apparato motore della
potenza di ben 1000 HP, il « Great Britain »
poteva raggiungere la velocità di dieci nodi,
inoltre il suo robustissimo scafo dimostrò in
modo definitivo la superiorità delle grandi
costruzioni in ferro.

Questo felice esperimento spinse il suo autore
verso costruzioni sempre più ardimentose
tanto che dopo solo dieci anni già entrava
in linea sulla rotta delle Indie e dell’ Australia
il famoso «Great Eastern» di circa 27.000
tonnellate.

Quest'ultimo colosso non fu più superato per
circa ottanta anni ed ancora oggi non sfigu-
rerebbe, con i suoi duecento metri di lun-
ghezza, accanto alle navi più moderne ed ai
più rinomati transatlantici.

A questo punto viene spontaneo di chiedersi
che cosa si facesse in Italia in questo campo.
Nel 1823 si era formata a Napoli la prima
nostra società di navigazione a vapore, la
famosa compagnia dei Pacchetti a vapore
delle due Sicilie.

Poco dopo si era costituita la prima Società
libera del Mediterraneo e mentre Florio co-
struiva i piroscafi «Corriere Siciliano » ed
« Elettrico » con scafo in ferro capaci di rag-
giungere rispettivamente le velocità di 12 e
15 nodi, si formava la società Sicula Trans-
atlantica che nel 1854 col piroscafo «Sicilia »
di 1200 tonnellate ebbe il vanto della prima
traversata atlantica da parte di un piroscafo
italiano.

Nella prima metà del secolo decimonono si
ebbe dunque nella navigazione atlantica, un
avvenimento notevole all’incirca ogni dieci
anni: 1819 prima traversata mista (vela e
vapore); 1828 prima traversata a vapore;
1838 gara tra il « Great Western » e il « Sirius »;
1843 primo transatlantico in ferro e con elica;
1854 primo transatlantico italiano (« Sicilia »).
In seguito i progressi della tecnica navale
furono anche più imponenti ma i grandi avve-
nimenti, che d’altra parte comportarono delle
innovazioni radicali negli apparati motori,
furono più distanziati nel tempo.

Solo nel 1894 si ebbe la prima nave dotata
di turbine e precisamente l’inglese «Tur-
binia » e nel 1912 la «Selandia» che fu la
prima motonave.

Naturalmente oltre agli Stati Uniti, all’In-
ghilterra ed all'Italia già citate, più o meno
tutte le grandi nazioni dell’epoca avventu-
rarono le loro navi in Atlantico. In Germania,
in Austria, in Olanda, in Spagna, nei paesi
Scandinavi, nelle repubbliche Sud Americane













1870. Il + Baltie” inglese, decimo Nastro Azzurro. La velocità di traversata era in questo
periodo di 14 nodi all’ora e il viaggio durava circa dieci giorni. Il primato era appannaggio
di inglesi e americani, quando con l'abbandono delle macchine a vapore passò ai tedeschi.

sorsero grandi società di navigazione che
‘stirono linee per l'Atlantico.

è concorrenza quindi che agli inizi si era
svolta tra le due compagnie inglesi Cunard
e Great Western diventò una vera e propria
gara internazionale in cui erano in giuoco
oltre agl’interessi anche il prestigio delle
grandi potenze.

Ecco infatti che già nel 1850 gli Stati Uniti
strappano agl’inglesi l'ambito Nastro Azzurro





L
5

con il « Pacific » di 2856 tonnellate, il quale
attraversa l'Atlantico a 13 nodi.

Il successo americano è confermato nel 1852
dal piroscafo «Baltic» che si aggiudica il
sesto Nastro Azzurro alla velocità di nodi 13,2.
Naturalmente la Cunard si lancia alla riscossa
e decide anche lei di adottare gli scafi di ferro.
Viene così costruito il « Persia » di 3587 ton-
nellate che si mette in gara con il « Pacific »
americano.







21



1898. Il transatlantico germanico # Deutschland”, venticinquesimo Nastro Azzurro. La sua velocità era di 23 nodi e mezzo e la sua
lunghezza di 210 metri. Il # Deutschland ” fu il risultato di importanti innovazioni tecniche: motore Diesel, due eliche, seafo cel-
lulare come quello delle navi da guerra, paratie stagne trasversali le cui porte potevano essere chiuse elettricamente dal ponte.

Il piroscafo inglese quantunque entrato in
collisione con un ‘iceberg ”’ si salva miraco-
losamente e vince il settimo Nastro Azzurro
arrivando in porto con la prua danneggiata!
L’americano invece non giunse mai a desti-
nazione e scomparve in mare trascinando con
sè 240 vittime.

Dopo questa vittoria avvenuta nel 1856,
l'Inghilterra ottiene l’ottavo Nastro Azzurro
con la «Scotia » nel 1862.

Questo piroscafo è poi citato dal romanziere
Giulio Verne nel suo famoso libro ‘* Ventimila
leghe sotto i Mari” dove viene descritto in
un fantastico abbordaggio da parte del « Nau-
tilus » del capitano Nemo!

Le navi inglesi continuarono a conservare il
primato della velocità fino al 1897. In quegli
anni infatti furono vinti altri quindici Nastri
Azzurri per opera dei transatlantici « City of
Brussels », « Baltic », « City of Berlin », « Ger-
manic », « Britannic », « Arizona », « Servia »,
« Alaska », « Oregon », « America », « Etruria »,
«City of Paris», « Teutonic », « Campania »,
« Lucania ».

Le velocità salgono gradatamente da 14 nodi
a 21,7 e la stazza sale da 4000 a 13.000 ton-
nellate.

Gli apparati motori subiscono un vero rivol-
gimento: viene abbandonata la vecchia mac-
china Compound e si passa alla triplice
espansione.

Sono da ricordare, di quel periodo, il « City
of Berlin» che fu il primo piroscafo dotato
di luce elettrica, }« Arizona » che speronò un
“iceberg ” alla velocità di 14 nodi senza
colare a picco, e l’« America » che diventò poi
lo yacht reale italiano « Trinacria ».
Finalmente, nel 1897, entrarono in lizza i
grandi transatlantici tedeschi che vinsero
quattro Nastri Azzurri uno dopo l’altro.

Il Nordeutscher Lloyd aveva in linea il « Kai-
ser Wilhelm II » di 19.000 tonnellate e 23 nodi
di velocità, il « Kronprinz Wilhelm » di circa
15.000 tonnellate e 23 nodi e il « Kaiser
Wilhelm Der Grosse » di 14.000 tonnellate
e 22 nodi e mezzo.

Infine la Compagnia Hamburg-America aveva
messo in linea il suo colossale « Deutschland »
che raggiungeva i 23 nodi e mezzo, risultando
così il transatlantico più veloce del mondo.

22

Questa magnifica nave misurava 210 metri |]
di lunghezza, 20 di larghezza e pescava
12 metri. Il suo scafo aveva un fondo cellu-
lare come le contemporanee navi da guerra,
era inoltre diviso in due parti simmetriche
da una paratia longitudinale, e da molte
paratie stagne trasversali le cui porte pote-
vano esser chiuse dal ponte di comando
elettricamente.

Il « Deutschland » fu inoltre una delle prime
navi a due eliche poichè due erano le mac-
chine alternative che lo azionavano con una
potenza complessiva di 33.000 HP.

Le quattro navi tedesche vinsero rispettiva-
mente il 24°, il 25°, il 26°, ed il 27° Nastro
Azzurro.

1907. Il “ Mauretania ”, di

30 mila tonnellate.

Ma la vecchia Cunard inglese ritorna alla
riscossa e detiene nuovamente il primato per
ben ventidue anni ottenendo due Nastri
Azzurri con le due navi gemelle « Mauretania »
e « Lusitania ». Il siluramento di quest’ultima
determinò poi l’entrata in conflitto degli
Stati Uniti nella prima guerra mondiale.

La bella nave di 30.000 tonnellate era stata
colpita dal sommergibile germanico «U 20 ».
Dopo la prima guerra mondiale i tedeschi
riconquistarono il titolo con i colossali « Bre-
men » ed «Europa» di 51.000 tonnellate.
Questi colossi raggiunsero i 28 nodi di velo-
cità ma furono poi superati dal nostro « Rex »
nel 1933, che con lo stesso tonnellaggio aveva
una velocità di 29 nodi.

Con esso gli inglesi tornarono alla

riscossa e ripresero nuovamente il primato detenendolo poi per venticinque anni, prima



col “ Mauretania ’

e poi con la gemella “ Lusitania ” affondata in seguito dai tedeschi.

\



Questo meraviglioso bastimento della Società
di Navigazione Italia era lungo 268 metri e
largo 31 metri. Il suo apparato motore era
costituito da quattro turbine capaci di svi-
luppare la potenza di 123.890 HP. Le caldaie
a nafta erano 12, di cui 8 bifronti, e funzio-
navano alla pressione di 27 kg.
Indubbiamente questa nave fu una delle più
lussuose del mondo; con le sue verande, le
sue ampie passeggiate, le piscine, gli alloggi
accuratissimi essa era particolarmente pre-
diletta dai turisti stranieri. Contemporanea-
mente ad essa vi era il «Conte di Savoia»
detta anche ‘la nave che non rolla ’” poichè
a bordo era stato sistemato un potente appa-
recchio stabilizzatore.

Per ottenere un ‘' potere smorzante ’’ di 49,7,
ossia per assicurare il momento di reazione
necessario a tener ferma la nave contro
un’onda che avrebbe provocato una sbanda-
mento di 49,7, erano stati sistemati a bordo
tre girostati, ciascuno con massa rotante del
peso di 113 tonnellate, azionati da motori di
rotazione di 560 HP a potenza normale e
da motori di precessione di 100 HP. I tre
turbogeneratori dell’impianto avevano una
potenza complessiva di 2400 HP.
L’inversione di corrente al motore di preces-
sione era data automaticamente da un pic-
colo giroscopio pilota molto sensibile, del tipo
passivo, il quale si metteva in movimento di
precessione in una frazione di secondo sotto
l'impulso dell’azione sbandante prodotta dal-
l'onda e dava quindi al motore di precessione
principale la corrente nel senso necessario a
determinare la reazione giroscopica da opporre
al movimento di sbandata della nave.
Apparecchi di questo genere erano stati spe-
rimentati su navi più piccole ma non erano
mai stati applicati fino allora a dei colossi
di oltre 50.000 tonnellate.

Il « Rex », mantenne il suo record fino al 1935
quando fu superato di un solo nodo di velo-
cità dall’enorme transatlantico francese « Nor-
mandie » che stazzava più di 83.000 tonnel-
late. Da allora il tonnellaggio andò dimi-
nuendo pur essendo aumentata la velocità.
Il «Queen Mary » inglese infatti detenne il
titolo dal 1936 al 1952 stazzando 81.237 ton-
nellate ed avendo una velocità di 30,6 nodi.
Infine nel 1952, dopo un secolo, la bandiera
americana si afferma col 359 Nastro Azzurro.
Lo « United States» lungo 302 metri, con
sole 53.000 tonnellate di stazza supera la
velocità di 35 nodi, triplicando quella del suo
antenato « Baltie » di cento anni fa!

Dalle 83.000 tonnellate del « Normandie » si
è dunque scesi alle 53.000 dello « United
States» e la ragione è questa: 1°’ United
States » (che è la nave più grande mai varata
negli Stati Uniti) è costruito quasi totalmente
in leghe d’alluminio con soltanto alcune parti
in acciaio e materie plastiche. Tutto è d’al-
luminio a bordo di questo rapidissimo trans-
atlantico e d’alluminio è pure l’intera mobilia:
secondo le statistiche, due soli tipi di oggetti
sono in legno su questa nave, i ceppi dei
macellai di bordo e i pianoforti a coda. Si
narra anzi che, poco prima della partenza,
venne in mente al comandante che forse gli
stuzzicadenti erano di legno: si precipitò
quindi in una delle tante sale da pranzo e
constatò di non aver errato. Diede allora
ordine di sistemare la questione ed un’ora
dopo tutti gli stuzzicadenti di bordo erano
invece di plastica.

Uno dei motivi di questa abolizione di ogni
materiale legnoso è il desiderio dei costruttori
di fare dell’« United States » il piroscafo più
a prova di fuoco di tutto il mondo. E non vi
è aleun dubbio che vi sono riusciti poichè,
secondo quanto scrivono gli stessi inglesi,
l'e United States » è completamente incombu-
stibile.















1933. Il $ Rex” conquista il Nastro Azzurro all'Italia alla velocità di 29 nodi orari.
Era lungo 268 metri e largo 31. I suoi motori sviluppavano la potenza di 123 mila
avalli vapore. Venne chiamato “la nave che non rolla”. Fu costruito dall’ Ansaldo.



1952. Lo United States”, lungo 302 metri. con 53 mila tonnellate di stazza ha
superato la velocità di 35 nodi compiendo la traversata inaugurale in poco più di
quattro giorni. Ha due soli oggetti di legno a bordo, i ceppi del macellaio e i pianoforti.

23

MATEMATICA
E INDUSTRIA

L’Istituto Nazionale per le Applicazioni del Calcolo offre alle industrie la

di attuare finalmente un suo progetto

del 1946, istituendo un Centro Interna-
zionale di Calcolo ed assegnandogli come sede
Roma, non sono mancati cenni elogiativi
all'opera precedentemente svolta dall’ente
italiano alla cui esistenza si deve questa
scelta. Si tratta dell’Istituto Nazionale per
le Applicazioni del Calcolo (INAC) sorto da
un’iniziativa avuta dal prof. Mauro Picone,
venticinque anni or sono, quando insegnava
presso l’Università di Napoli; per descrivere
l’attività passata e futura del suo fondatore
ed attuale direttore, sono state tra l’altro
usate immagini, quale « l’italiano che calcola
l'Europa », degne della fantasia di quegli
studenti che giocavano a trarre un accre-
scitivo dal nome di Pico della Mirandola. In
effetti, a parte le possibilità di sviluppo del
nuovo Centro rispondente al programma inter-
nazionale dell’ UNESCO, l’attività finora
svolta dall’Istituto del prof. Picone è già
sufficiente a far considerare con molto inte-
resse l’importanza attuale del calcolo appli-
cato, non solo dal punto di vista tecnico e
industriale, ma anche dal punto di vista
scientifico.
I contributi dati sotto questo aspetto dai
ricercatori che hanno lavorato presso PINAC
si possono riassumere nella cospicua cifra di
cirea un migliaio di memorie a stampa,
apparse su periodici di matematica, fisica,
ingegneria e scienze applicate. Degli argo-
menti trattati negli ultimi tre anni, e che in
maggioranza non si limitano al campo delle
questioni di calcolo numer ico, grafico e mec-
canico, possono dare un’idea i titoli di alcuni
studi scelti a caso:
Sviluppi in serie degli integrali ellittici (Ra-
don), Sul calcolo delle deformazioni di uno
strato sferico elastico (Aquaro), Risultati
concernenti la risoluzione delle equazioni fun-
zionali lineari (Fichera), Sulla derivazione
parziale per serie (Picone), Flow in a not
homogeneous and anisotropic medium (Ghiz-
zetti), Sulle vibrazioni delle piastre con ner-
vature (Giangreco), Sul calcolo dell’induttanza
nei sistemi elettrici composti di conduttori
paralleli (Gross), Oscillazioni armoniche di ali
triangolari con bordo d’attacco supersonico
(De Schwarz).
La stessa varietà di argomenti si riscontra
nei precedenti lavori dell’Istituto; a parte
l'eccezionale interesse dal punto di vista mate-
matico stesso di talune ricerche, vanno ricor-
date per l'utilità in campo s ientifico quelle
svolte in risposta a problemi di fisica atomica
(posti da Enrico Fermi quando lavorava a

Da l'annuncio che UNESCO ha deciso









24

possibilità di risolvere razionalmente i problemi matematici più complessi.
Fra breve avrà in dotazione una calcolatrice elettronica di marca italiana

di Sagredo

Roma sul calcolo degli spettri degli ioni e
sulle autosoluzioni dell'equazione di Schroe-
dinger), di geofisica (determinazione della pro-
fondità degli ipocentri sismici, analisi perio-
dale della pioggia), di ottica (potere risolutivo
di una emulsione sensibile, calcolo di lenti
asferiche, ecc.), di termologia (analisi quan-
titativa dei problemi di propagazione del
calore).
Un punto va posto in rilievo, prima di pas-
sare dalle ricerche di tipo più teorico a quelle
di carattere applicativo: l'ingegnere ed anche
il fisico tendono spesso a sottovalutare il
significato della ricerca, da essi considerata
d’interesse puramente matematico, di « teo-
remi d’esistenza» delle soluzioni di certi
problemi. Talvolta succede, però, che i tecnici
propongano al calcolatore, come schematiz-
zazione formale dei loro quesiti, dei sistemi
di equazioni incompatibili, di cui cioè non
esiste la soluzione. Acquistano valore, allora,
studi come quelli compiuti dall’INAC a pro-
posito di aleune applicazioni della teoria
dell'equilibrio e del moto elastici ai corpi
quali realmente si presentano in natura; si
ha infatti in questo caso che il metodo di
integrazione elaborato allo scopo converge se
la soluzione del sistema esiste e, viceversa,
dalla convergenza del metodo stesso discende
la dimostrazione dell’esistenza della soluzione.
Come primo risultato dell'assunzione di com-
piti applicativi da parte dell’Istituto, si è
avuto un particolare contributo « di ritorno »
alla matematica pura: precisamente, ai me-
todi di calcolo degli autovalori nei problemi
di integrazione delle equazioni a derivate
parziali ed a derivate ordinarie; autovalori
che indicano, ad esempio, le velocità critiche
degli alberi motori, le velocità critiche per la
stabilità dei vari organi del materiale ferro-
viario, automobilistico, di navigazione ed
aereo, i carichi critici, le pressioni critiche di
fiaceamento degli involucri, ecc. L’INAC si è
posto in grado di affrontare con sicurezza il
caleolo di tali autov alori, inerenti a sistemi
di quante si vogliano equazioni differenziali
ordinarie lineari, in altrettante funzioni inco-
gnite, a coefficienti comunque variabili e
anche noti, soltanto, per mezzo di una loro
tabulazione, I problemi di autovalori relativi
a sist mi di equazioni lineari a derivate par-
ziali sono stati anch'essi affrontati spesso
dall’Istituto, con metodi che, a parte la que-
stione di una dimostrazione matematica della
loro convergenza, hanno dato risultati otti-
mamente approssimati.
Per quanto riguarda la scienza applicata e
l’ingegneria, vogliamo ricordare, come esempio



sempre attuale delle possibilità di aiuto alla
soluzione di problemi tecnico - industriali,
ni dei lavori compiuti tra il 1933 ed il
37, dopo l'insediamento dell’INAC presso
il Consiglio N Nazionale delle Ricerche:
Determinazione delle sollecitazioni nelle solette
oblique uniformemente caricate; Le tensioni
tangenziali nella sollecitazione di flessione e
di taglio per una trave a doppio T, Equilibrio
elastico di una corona circolare soggetta a
sforzi piani, Increspatura dei cilindri cavi
sottili compressi assialmente; Verifica a tor-
sione di un’ala a sbalzo; Calcolo numerico
dei momenti d’inerzia di ‘due velivoli; Solle-
line provocate dalle raffiche sui velivoli;
Calcolo delle traiettorie di un autopilota;
Vibrazioni dei ponti; Bilanciamento delle
reazioni verticali d’inerzia di una terna di
sti ei Calcolo delle frequenze proprie di
bielle a sezioni variabili: Diagrammi relativi
alla ein eccentrica dei pilast riin cemento
armato; Calcolo delle dimensioni di una
samera d’aria smorzatrice delle oscillazioni
dell’ac qua in una conduttura; Assorbimento
di energia elettrica relativo a diversi tratti
di una linea in esercizio e a diverse automo-
trici; Studio di un radiogoniometro per segnali
deboli; Massima utilizzazione degli impianti
industriali.
Hanno fatto ricorso all’INAC anche studiosi
di statistica, di economia e finanza; in parti-
colare, come facilmente prevedibile, hanno
trovato conveniente rivolgersi all’Istituto le
compagnie di assicurazione, per il calcolo di
varie correlazioni interessanti la loro attività,
per l’elaborazione di formule empiriche appli-
cabili per il calcolo dei premi, ecc. Pure pre-
vedibile era l’ampia utilizzazione dell’INAC
da parte dell'Ispettorato d’Artiglieria, per il
rinnovo delle tavole di tiro della prima guerra
mondiale che andava fatto tenendo conto
quanto più possibile dei vari fattori di per-
turbazione del tiro, dalla rotazione terrestre
alla variazione della gravità con la quota del
proiettile. Fu, d'altronde, proprio durante la
guerra 1915-18 che al prof. Picone, allora uffi-
ciale d’artiglieria,
di mostrare e la propria abilità e l'utilità del
*aleolo applicato in problemi prima trattati
per via empirica o con insufficienti approssi-
mazioni, dovute all'impiego di metodi mate-
matici ormai invecchiati.
La rivelazione della necessità e insieme della
possibilità di far progredire notevolmente lo







studio di fenomeni complessi, cui la mate-,

matica era stata mai applicata o applicata
in misura modesta, colpì vivamente la fan-

capitò la prima occasione

IL MATEMATICO Mauro Picone, in un'aula delPINA(C, sorto per sua iniziativa venticinque anni or sono ed attualmente da lui diretto a
Roma. Il prof. Picone è stato definito «l'italiano che calcola PEuropa”. Aiutò Enrico Fermi in alcune operazioni concernenti gli spettri
degli ioni. La prima occasione di mostrare l'utilità del calcolo applicato l’ebbe nella guerra del 1915-18, quand'era ufficiale d'artiglieria.



tasia di quegli scienziati che, durante la
seconda guerra mondiale, ebbero occasione di
collaborare con gli Stati Maggiori alleati; come
dall’esperienza militare di Mauro Picone
nacque, a detta dello stesso protagonista, la
prima idea di quello che doveva diventare
l’Istituto per la Applicazioni del Calcolo,
dall'esperienza ben più estesa degli scienziati
anglosassoni è nata, in questi anni, l’idea
dell’« Operational Research » applicata non
solo a problemi bellici, ma anche a problemi
di pace; in sostanza, si tratta di un’applic:
zione della matematica o almeno dei metodi
‘azionali della statistica a quesiti i più dispa-
rati, dalla regolazione del traffico al rendi-
mento lavorativo di gruppi umani di varia
origine sociale.

È difficile che in Italia si diffonda l'abitudine
del ricorso a questi metodi anche in casi
complessi, come quelli del comportamento di
una collettività soggetta a determinate in-

IL PROF

Calcolo (INAC). E

viene considerata un riconoscimento dell’attività svolta dall’Istituto a favore di enti e società che ne hanno chiesto la collabor:

mostra a un suo collaboratore il grafico di un
recente l'annuncio che PUNESCO ha de

fluenze, dato che si tende a ritenere tale
comportamento molto meno prevedibile di
quanto non sia.

È auspicabile tuttavia che, almeno nel caso
delle industrie e delle organizzazioni tecniche,
si tenga conto dell’esistenza di quelle possi-
bilità di soluzione nazionale di un problema,
che vengono offerte dalla presenza di un corpo
di specialisti muniti della competenza mate-
matica spesso mancante, per forza di cose,
agli ingegneri ordinariamente addetti a tali
attività

Prima della guerra, V’INAC era giunto a
versare annualmente nelle casse dello Stato,
da cui dipendeva, un utile pari ad un quarto
di miliardo d’oggi, ricavato dalle consulenze
per ditte private (per studiosi e per enti
statali, la consulenza era invece gratuita).
Questa cifra è proprio quella che occorrerebbe
ora, per l’acquisto di una sola delle macchine
elettroniche, con cui nei paesi più progrediti

si è pervenuti a superare enormemente il ren-
dimento delle calcolatrici meccaniche tuttora
usate dal nostro Istituto.
In attesa che dall’intervento dello Stato ita-
liano e delle industrie interessate (è annun-
ciata la costruzione di una calcolatrice elet-
tronica per VINAC presso la « Mierolambda »
di Napoli) venga la risposta all’interrogativo
rappresentato sulla porta di alcune stanze
vuote del palazzo del CNR, dal cartello
« Centro elettronico per il calcolo », costituisce
motivo di sodd one e di speranza il fatto
che accanto a tali stanze sia destinato a
insediarsi il Centro Internazionale promosso
dal’UNESCO; se giungeranno prima le cal-
colatrici elettroniche occorrenti per l’attività
di questo, ciò potrà pur sempre si rificare
agciamento per i nostri ricercatori,
ed uno stimolo per chi più potrebbe trarre
profitto dal potenziale di intelligenza e pro-
duttività che essi rappresentano.

raleolo eseguito nell'Istituto Nazionale per le Applicazioni del
o di trasformare l’Istituto in Centro Internazionale del Calcolo. Tale

relta
one.



UN POETA E UN PITTORE

in visita ai cantieri dell’Ansaldo

Giorgio Caproni e Renzo Vespignani scoprono

le sugg

REDO si chiami Ristorante del Rico (del-

l’Enrico) quello in cui, giorni fa, in una

Sestri Ponente quasi interamente ansaldina
e tutta rabbuiata e cariata dai malumori del
tempo, pressochè di soprassalto, e comunque col
balzo d’un direttissimo in perfetto orario, venni
a trovarmi sbalestrato da Roma insieme al
pittore Vespignani.
Le slogate architetture genovesi, sotto un nuvo-
lame cupo e spiombacciato degno del Magnasco
(le malenuvole della macaia, che gemono appie-
cicaticcio sudore da ogni oggetto su cui si posi
la mano o semplicemente lo sguardo), devo
dire che non eran per nulla bastate, così come
non era bastata l’incombente ariaccia in sala-
moia di quel giorno, peraltro perfin troppo si-
mile al dialetto della città, a dispormi l'animo
ea darmi il viatico per quel ristorante, tanto
inopinatamente (e assurdamente, per me) incas-
sato in una grotta mezza finta e mezza vera,
dove, al governo d’una specie di macchinismo
da baracconi, un bonario mago (maître o bacan
che fosse), con straordinario sussiego si degnava
di provocare, sul buio lago interno all’antro-
ristorante, fanciulleschi stupori tramite colo-
rati accendispengi di lampadine.
Diavolo. Ma non ero io partito all'improvviso
— da Roma! — con la perfetta convinzione
di spostarmi, da un assurdo reame di travertino
il cui linguaggio ufficiale è il più illustre e
popolaresco e capriccioso e alogico barocco,
verso un lucido reame tutto acciaio e matema-
tica consequenzialità, quale appunto io mi pre-
figuravo il reame ansaldino di Sestri?
Ahimè. Ahimè o, chi lo sa, fortunatamente.
Sta di fatto che proprio sulla tovaglia candida
di quel ristorante (così «inopinato », per me,
lì a Sestri) io reperii posata la chiave grazie
alla quale ebbi modo di poter entrare nella
nozione (non molto lusinghiera, invero) del-
l'enorme sbadataggine da me ancora una volta
commessa, al momento della partenza, nel met-
termi in tasca un dizionario in luogo di un
altro. Nel mettermi in tasca, dico, il frusto
dizionario dell’immagino già, quando piuttosto
mi sarebbe occorso, mell’eccezionale giornata,
proprio l'opposto.
Comunque, eccomi ormai in grado di capire
(e sia pure grazie alla suppletoria spinta d’un’al-
lungatissima — gotica addirittura — bottiglia
di Coronata) come mai avessi fatto la gran
figuraccia che avevo fatto, domandando alla mia
guida, e proprio con il naso a un palmo dal
cancello ansaldino: « E il cantiere, dov'è? ».
Evidentemente, sul mio dizionario, la canoris-
sima parola cantiere (cantiere navale!) illu-
strava soltanto una di quelle idee, 0 per meglio
dire prefigurazioni tutte di testa, le quali ap-
punto per esser talmente precise e definite da
togliere qualsiasi curiosità, non soltanto ci
impediscono di muoverci verso una diretta
conoscenza del reale, ma addirittura, se per un
caso un sopraluogo avviene grazie all’intervento
d'una volontà che non è la nostra, ci lasciano
a bocca aperta per la sorpresa.
«Il cantiere? Ma comincia di qui: di lassù,
per esser più esatti ».

estioni

testo di Giorgio Caproni

tavole di Renzo Vespignani





gr per



liriche di un paesaggio industriale

Dow! IRREHS

LE ARMATURE di una delle due cisterne della flotta Lauro.

Ed era un pezzo, invero, ch'io me ne stavo col
naso all'aria ad osservare, sul cielo di cartone
sporco, una sequela di neri cavi paralleli, a
poca distanza l’uno dall'altro come le righe d'un
quaderno di quinta, con l’impellente interroga-
tivo, in me, posato sulla frase cosa mai signi-
ficasse quella eccezionale parata di teleferiche.
Macchè teleferiche. Quello, sorretto da possenti
torrioni a scarpa muniti di un collo che rag-
giunge i sessantacinque metri di altezza (torrioni
a pareti assolutamente lisce ed ermetiche, ad
accrescere il capogiro) era semplicemente il tetto
(il tetto!) dell'incredibile edificio d’aria e di
ferrame — di minii e di ruggini — ch'è giu-

stappunto il cantiere navale Ansaldo: un im-
mane trasparentissimo parallelepipedo con al-
meno mezzo chilometro quadrato di base e la
vertiginosa altezza che ho detto, il quale, in
alcun modo, poteva esser contenuto nel mio sac-
cente e frettoloso dizionario, ancorchè da me
redatto — ma troppo a cuor leggero — in una
Livorno dove sono nato a pochi passi dall’Or-
lando, 0 in una Genova dov'io ho vissuto tal-
mente a lungo, da considerarla, ormai, la mia
genuina città.

Che scorno. Ma potevo io supporre che un can-
tiere comincia dal cielo?

Non dal cielo, ma dal Numero, fu quanto mi

27



precisai poi nell’inopinato e buio ristorante a
uno dei cui tavoli, in grigio e tutto sottovoce
come un ginecologo, sedeva tranquillo un dei
progettisti (un dei demiurghi) di quell’incom-
parabile capolavoro di matematica tradotta in
metallo e legname ch'è, in istato d’avanzata
gestazione nella darsena di allestimento, la tur-
bonave Andrea Doria.

In principio — proprio così — era dunque
il Numero. O era, per meglio e meno enfati-
camente dire, la lucida follia dei numeri spriz-
zati da cervelli in apparenza tanto quieti quanto
quello del placido signore, che ora, quietamente,
se ne stava leggendo, lì in quell’assurdo risto-
rante, il giornale; senonchè, devo pur anche
dire che una visione esatta della potenza dei
numeri diventati materia ed energia, Vebbi s0l-
tanto quando, con un invito anch'esso del tutto
impreveduto, l’indimenticabile signor Magnone
(se ingegnere o ragioniere non ricordo, ma ne
ricordo la perfetta signorilità) ci introdusse
come topi nella tomaia dell’altissimo pilastro-
stivale, donde, con un balzo dell’ultrarapido
ascensore, lungo Voscuro esofago della giraffa
ci fece rigurgitare su una delle cabine pensili
(a sessantacinque metri di altezza!) che gover-
nano la rete aerea di quelle che io, col mio



UNO SCALO di costruzione dei Cantierifeome è stato visto dal pittore all'imbrunire, finito

dizionario, avevo chiamato teleferiche. Altro
appiglio, non trovo sulla pagina, che non sia
la punta della coda, che pur so spelacchiata,
del mostricciattolo che tu addirittura chiami
demone dell’analogia. Me lo son veduto passare
accanto con la velocità d’un sorcio, e subito,
tra pollice e indice, lho acciuffato e trattenuto
quel momentino appena, sufficiente per dire,
prima di rimollarlo a rintanarsi nella sua fogna,
ch'io ora mi trovavo sul più eccelso fastigio
angolare d'una delle più meravigliose cattedrali
che mai, mia vita natural durante, mi fosse
stato dato di visitare.

La cattedrale di Roma, di Londra, di Reims,
di Parigi, di Vattelappesca? Palazzo delle Mera-
viglie, avrei piuttosto dovuto scegliere sul mio
sbagliato dizionario, dal momento esatto in cui,
come sotto invisibili mani medianiche, dalla
piazza d'armi sottostante al tetto dell’edificio
d’aria vidi sollevarsi, leggero e navigante nella
densità dell’aria come una cartolina postale in
balìa della brezza, un pannello prefabbricato
di sei metri per venti e di non meno di venti-
cinque tonnellate di peso, e andarsi a posare
— piano piano, e con millimetrica precisione —
sul ponte d’una delle varie cisterne di Lauro

in iscalo, fino a combaciare, esatto al capello,
col pannello di copertura precedentemente po-
satovi.

Sarebbe bastata una minima svista d’uno dei
vari operatori nelle cabine pensili i quali, agli
ordini d’un invisibile direttore, sincronizzavano
i movimenti delle loro leve per far alzare 0
abbassare, 0 avanzare 0 retrocedere, il lastrone
d'acciaio, perchè una compagnia ‘intera di
quelle formiche ch'io di lassù vedevo sul piaz-
zale di prefabbricazione e montaggio, e che pur
erano uomini, fossero rimaste schiacciate sotto
l’immane peso. Formiche invece fiduciose al
punto, da salire addirittura sul lastrone stesso
appena giunto a livello della nave, per gover-
narne meglio, con un disco bianco e uno rosso,
gli ultimi conclusivi movimenti del definitivo
posteggio.

« Dopodichè — ci disse il signor Magnone —
abbiamo avuto un'idea d'assieme del cantiere,
e possiamo discendere ai particolari ».
Un'idea del cantiere, eh già. Ma come ho
un'idea della rosa che è e può sembrare soltanto
(e mica è poco) una rosa, o d'una poesia che
anch'essa è e può sembrare — anch'essa nata
dal Numero — una poesia.

E con questo? Posso io con questo dire (dicendo



il lavoro.

“RE ETE Ev
pre

LA

(a



a



L'ANDREA DORIA in allestimento. La turbonave compie in questi giorni una eroeiera nel Mediterraneo.

appunto che è un cantiere) cos'è il cantiere
navale di Sestri?

Non lo posso dire; ma mi par peraltro d'esser
finalmente giunto a poter definire, una buona
volta, come quella poderosa macchina ch'è un
cantiere navale, sia in sè un’opera talmente
perfetta di architettura, e perciò di linguaggio,
da superare la necessità di qualsiasi metafora:
una macchina per tradurre in navi i numeri,
e che trova tutta la propria bellezza, appunto,
così come trova tutta la propria espressione,
nell'essere quella macchina, la quale definiti-
ramente ha sconfitto il complesso di inferiorità
delle prime macchine che — vedi le prime
automobili — facevano pietosi sforzi per sem-
brare il preesistente, voglio dire per sembrare
— stando sempre nell’ambito delle prime auto-
mobili — carrozze a cavalli. Proprio come i
poemi successivi (riuscendo per fortuna tut-
l’altro) facevano il possibile per sembrare poemi
omerici.

Ma eccoci, con questo, di nuovo a terra (per
modo di dire a terra, giacchè anche questo suolo
su cui ora camminiamo, solcato da binari fer-
roviari e da rotaie di mastodontiche gru, e con
una sua complicata circolazione interna attra-
verso condutture elettriche e acetileniche e
ossidriche, fa parte della matematica macchina
chiamata cantiere) avviati verso le cisterne
laurine che fremono (altra ineliminabile ana-

logia) sugli scali come crisalidi di giganteschi
insetti in istato di laboriosa e avanzata meta-
morfosi.

Scintille belle come stelle (un vero zodiaco gene-
rato dalle fiamme ossiacetileniche); crepitii e
mitragliamenti (dei martelli elettrici); slogolii
(delle mole); autentici pianti o lamenti (dei
trapani); sospiri e soffi ciclopici (dei saldatori):
tale è la sinfonia offerta all’occhio e all'orecchio,
e al cuore, in crescendo a mano a mano che i
nostri passi procedono verso gli scafi, è quali
se poco fa sembravano, nel grandioso edificio,
di dimensioni piuttosto modeste, assumono la
loro natural grandezza quasi all'improvviso,
facendo rimpicciolire gli uomini e aumentare
la possanza e il fascino delle macchine che li
prefabbricano. Delle macchine, peraltro, a loro
volta fabbricate da quei piccolissimi uomini.
Una frase del nostro accompagnatore, giuntami
all'orecchio di sghembo proprio mentre stavo
osservando gli straordinari visi degli operai e
una minuscola e patetica locomotiva, di nuovo
mi fa balzare a un’altezza mille volte superiore,
questa volta, ai metri sessantacinque.
«Laggiù — mi dice infatti il signor Magnoni
— stanno barenando i bracci portacliche ».

Io sono convinto che se il mio sagace accom-
pagnatore, in una semisepolta catacomba di
Tarquinia, mi avesse letto una frase un poco
meno etrusca, allo stesso modo, di sbalzo,

m'avrebbe illuminato al magnesio la mappa
d'una civiltà da me appena intuita. Ed è co-
munque un fatto che, al suono di tali chiare e
incomprensibili parole, anch'esse facenti parte
del cantiere (anzi, generate anch'esse dal can-
tiere, come le cose da quelle nominate) di colpo
io mi convinsi una volta di più come anche
le macchine siano vocaboli, linguaggio, utensili
altrettanto perfetti e perciò belli, nella loro
esatta funzionalità, quanto i carmi e le archi-
letture.

Taccate, slitte, invasatura, carena e chiglia,
murate, ponte, impressione di miniera jra le
taccate (corridoi di travature per centottanta
metri circa, sotto l’intera lunghezza della ca-
rena); mare tinto d’acciaio, quattro scafi in
iscalo su una potenzialità di otto, martinetti
idraulici per la spinta al momento in cui, per
il varo, vengono tolti i puntelli lungo il piano
di scorrimento: tali sono gli scarabocchiati ap-
punti che, di quel linguaggio, riesco ora a
decifrare a malapena sul mio taccuino, total-
mente inutili perchè così elementari ma che
peraltro, proprio per la loro ammessa elemen-
tarità e frammentarietà, riescono a farmi in-
tuire che cosa grande e veramente civile sia un
cantiere navale. Un cantiere che è veramente,
enon quasi, una nazione, 0, ancor meglio d'una
nazione, lalveo femminile in cui, gettatovi il
seme del numero, si formano, nave dopo nave,

29

generazioni di navi che sì propagano poi per è
mari del mondo.

Prase un po’ ridondante, ne convengo, senonchè,
a furia di torcere il collo alla retorica, come si
potrebbe altrimenti raggiungere, in uno seritto
pari a questo, un barlume di verità?
Frattanto, da quegli scafi in viva gestazione,
ecco che la nostra guida ebbe l’idea di portarci
nella sala dei modellisti. Ma che dico sala?
Nel primo e più importante, fra gli altri nume-
rosi che popolano il cantiere, magazzino. Il
magazzino, per tornare a bomba, dei numeri,
che proprio e soltanto come numeri vedi lì,
raccolti sotto un capannone lungo un duecento
metri, disegnati sul pavimento_che par di la-

vagna in cifre 0 in rette 0 in curve, del quale
di volta in volta, secondo la necessità, i maestri
d'ascia li raccattano per farne una prima tra-
duzione in tenero legno, su cui, poi, verrà
formato lo stampo, definitivo, per la colatura
in acciaio o in bronzo.

In un lungo nauseabondo odore di vernici fre-
sche e di colloidi, non so se sia stato propria-
mente il faticoso vagabondaggio nel ventre della
turbonave (ancora labirintico e intricato come
un apparecchio radio visto dal di sotto), 0 non
piuttosto quello compiuto attraverso è numerosi
magazzini a tre piani (dotati d’ascensori vasti
come sale da pranzo, e folti d’ogni più ino-
pinabile oggetto) a darmi il senso di capogiro

che ancora mi coglie — più che l’idea esatta —
se tento di pensare a quelli che sono i particolari
di un’Andrea Doria. Non so. Ma con perfetta
precisione so che, uscito da quella mia frut-
tuosissima visita, un gesto seppi alfine com-
pierlo degno, come direbbe ogni buon genovese,
d’un vero uomo: quello di buttare a mare, defi-
nitivamente, il dizionario che avevo portato con
me, anche se tale gesto comportava peraltro la
logica conseguenza — che ora sconto in pieno
facendo punto — di ricondurre con me in Roma
un’ignoranza (intorno a ciò che è una nave e
un cantiere) mille volte maggiore, ma forse
l’altro genere, rispetto a quella con la quale,
baldanzosamente, ero partito.



I PILONI, le carrucole, le travi delle gru, gli scafi di lamiera appena impostati e già tanto imponenti.

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SIONI AIA [A
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E



A CHI SPETTA IL COMANDO

Alla formula di Siegfried Giedion Mechanisation takes command” Lewis

Mumford ha opposto l’affermazione più esatta “ Man takes command”

di G.

ECHANISATION TAKES COMMAND: è il titolo e la tesi di un recente
M volume di Siegfried Giedion.

Il meccanismo ha assunto la direzione del mondo. Il suo domi-
nio si è esteso con incredibile rapidità a tutti gli aspetti della vita
associata: ha trasformato i mezzi e i processi di produzione, le
strutture della società, i rapporti tra le classi, il modo di vita,
ma anche la concezione della natura e le forme dell’arte. Della
«meccanizzazione », Giedion ha ricercato le origini: l’interesse del
mondo per il problema del movimento, la fede nel progresso (che
è ancora movimento), l’illuministica identificazione dell'invenzione
e del miracoloso, del miracoloso e dell’utilitario; i mezzi: la stan-
dardizzazione, l’interscambiabilità, la semplificazione dei complicati
processi operativi dell’artigianato; gli aspetti: l'estensione del mec-
canismo alla sfera organica, all'immediato ambiente della vita
umana. È superfluo chiedersi se il progressivo trionfo del mecca-
nismo sia un bene o un male: se tutti i momenti dell’esistenza umana
sono determinati o condizionati dal fattore meccanico, porsi una
simile domanda significa ammettere che un’intera fase della storia
del genere umano possa essere oggetto di un giudizio morale e non
intendere che la trasformazione dei modi d’esistenza coinvolge
quella dei criteri di valore. Meglio limitarsi. con Giedion, ad analiz-
zare il fenomeno: potrà accaderci di scoprire che la stessa « mec-
canizzazione », se può assumersi come una concezione del mondo,
è una concezione del mondo fondamentalmente fenomenologica.

Di dove nasce la meccanizzazione? Da un punto di vista storico le
risposte possono essere varie: dal razionalismo illuministico per
esempio, oppure, seguendo la tesi del Weber e del Troeltsch, da
un'evoluzione dello spirito calvinistico. Ma da un punto di vista
fenomenologico è esatta la risposta di Giedion: dalla analisi siste-
matiea e, soprattutto, dalla Visualizzazione del movimento. Molte
ricerche sono state rivolte, nel secolo scorso, a tradurre in schemi gra-
fici, visuali, il movimento di un uccello in volo o di un cavallo in corsa.
Si è giunti così ad accertare che un corpo in movimento è struttural-
mente e formalmente diverso dal corpo in stasi, sul quale pure si fon-
davano tutte le nostre nozioni di quel corpo ed anche dei suoi movimen-
ti; e che quei movimenti, che pure avvengono nello spazio, non seguono
affatto le linee di quello che universalmente si considerava lo schema
geometrico e costante dello spazio. La concezione dello spazio fon-
data sulla geometria euclidea potrà essere o non confutata in sede
teoretica, ed in ogni caso la critica di quella concezione sarà il frutto
di altre ricerche; ma il fatto certo è che quello spazio geometrico
non ha alcun rapporto con l’esistenza intesa, fenomenologicamente,
come una lunga serie di movimenti. Tuttavia quella concezione





a

ì. J. MAREY: modello di bronzo di un gabbiano in volo.

C. Argan

geometrica inquadrava perfettamente, nei secoli scorsi, gli atti della
esistenza umana; dunque non si tratta di una concezione « giusta »
sueceduta ad una concezione « errata », ma semplicemente dell’esi-
stenza di una correlazione tra concezione dello spazio e modo di
vita. E il modo di vita moderno è fondato appunto sul valore del
movimento. Confrontiamo una statua del frontone di Olimpia con
una figura di Boccioni o col « Nudo che discende le scale » di Marcel
Duchamp: la statua di Olimpia idealizza l’immobilità, l'essere fuori
del tempo, mentre quelle altre opere idealizzano il movimento,
l’essere nel tempo; anche una statua classica che rappresenti un
effetto di moto (per esempio: il Discobolo) lo rappresenta come
stasi, mentre una qualsiasi pittura moderna (e si pensi pure agli
impressionisti: Renoir, Degas, Cézanne) che rappresenti una figura
ferma, la rappresenta come moto. Ora, se la statua di Olimpia è
una pura immagine di spazio, è chiaro che quello spazio è anzitutto
assenza di tempo, così come la temporalità pura, il ritmo, è assenza
totale di spazio. Spazio e tempo non sono più due eterne cate-
gorie a priori, ma due diverse attitudini di fronte all'essere.
Se ciascuna di quelle due attitudini, disgiunta dall'altra, reca ad
una condizione d’inerzia, che può essere pura contemplazione o
abbandono al flusso organico del vivere, l’interrelazione di quelle
due attitudini, il loro attuarsi come funzioni l’una dell’altra, infine
ciò che si chiama lo spazio-tempo o quarta dimensione, è la dimen-
sione del fare: poichè ogni fare è un fare in qualche cosa, un modi-
ficarne la struttura e la forma. Evidentemente la concezione della
vita come movimento inteso al «fare » implica il declino dei valori
estetici, morali e religiosi che erano connessi con l’attitudine opposta,
del contemplare; lo spazio non è più una costante geometrica ma
un insieme illimitato di distanze e di prossimità, di contiguità e
d’interferenze in rapporto al nostro agire; il tempo non è più il
tempo «storico » o una successione di periodi isocroni, ma acquista
in rapporto a quell’agire un’elasticità, un ritmo di accelerazioni e
rallentamenti; le cose non ci interessano più per ciò che esse sono
nel sistema dell’universo ma per le possibilità che offrono al nostro
agire. Allora la « meccanizzazione » non si presenta come una causa
o un effetto di quella concezione del mondo, dello spazio e del tempo;
ma come l’aspetto, il carattere fenomenico della vita moderna, cioè
di una vita ridotta alla fenomenologia del muoversi e del fare.

Poichè della realtà non abbiamo più una visione globale, siste-
matica ed unitaria, anche i nostri fini acquistano un carattere par-
ticolaristico, immanente all’atto stesso. Non più ricondotti a fini
ultimi e trascendenti, i nostri atti assumono una determinatezza,
vale a dire una finitezza e una precisione, infinitamente maggiori;













GRAFICO del 1885 sulle oscillazioni di una gamba in corsa.

31



TIZI: A

lari



G. WILSON: sedia a gambe di ferro pieghevole del 1871.



MIES VAN DER ROHE: sedia americana in metallo del 1928.

32

non per nulla all’operaio non si chiede l'eccellenza del prodotto,
perchè questa non dipende da lui che per un’infinitesima parte, ma
la precisione o perfezione del gesto nella serie illimitata di gesti
che dà luogo alla nascita dell’oggetto. Nè il senso o il valore di
quel gesto potrà mai « definirsi », perchè si rimanda sempre al gesto
successivo e, per lo più, al gesto di altri: e così di seguito, illimi-
tatamente, perchè anche un intero ciclo produttivo sarà sempre
in relazione ad altri cicli, risentirà di circostanze che nessun pro-
gettista o dirigente potrà avere previsto e calcolato.

Che l’arte sia stata coinvolta in questo nuovo assetto della società,
e si sia discostata dagli antichi motivi del contemplare per far
propri i motivi del movimento e del fare, non può che essere materia
di constatazione: e la prova più evidente è che la società moderna
ritrova quell’arte proprio negli strumenti e negli aspetti del suo
fare, negli oggetti d'uso più comune, nella stoffa e nel mobile, nella
casa e nella suppellettile, e qualche volta persino nella macchina
e nell’attrezzo. Ma è curioso che la società, e soprattutto quei suoi
strati o ceti che sono maggiormente interessati nel processo della
«meccanizzazione », rifiutino proprio quegli aspetti dell’arte che
sono più conformi all’interpretazione moderna della vita, e si dichia-
rino delusi dalla mancanza di poesia, vale a dire di contemplazione,
dell’arte moderna. Lasciamo da parte l’aspetto negativo della que-
stione, cicè quello che può facilmente spiegarsi con un ritardo del
gusto sulle capacità tecniche e pratiche, o addirittura con il com-
plesso di colpa del « materialismo » economico; in quell’atteggiamento
ostile alla contaminazione dell’arte col mondo della «meccaniz-
zazione » v'è anche un aspetto positivo, in quanto tradisce un istinto
di difesa contro l'eccesso, l'accelerazione preoccupante della « mec-
canizzazione » e la sua progressiva invasione di ogni momento ed
atto dell’esistenza. È l’arte che ripropone all'industria il problema
di un «fine »; e lo ripropone proprio perchè la sua qualità estetica
non è riducibile alla « qualità » del prodotto, benchè ad essa tenda
naturalmente ad imporsi come un grado di maggior perfezione, uno
standard non più soltanto tecnico ma ideale. L'istanza fondamentale
che l’arte pone con il suo carattere di creatività è proprio quella che i
grandi responsabili della «meccanizzazione» preferirebbero ignorare e di
cui tuttavia non possono consapevolmente disconoscere la legittimità
ela necessità: ed è l'istanza di una società che non sia lo strumento e la
vittima, ma la protagonista e l’agente della produttività, e che
nei processi meccanici sappia ritrovare l'integrità e l’unità del suo
essere. La tesi che la «meccanizzazione » sia una concezione del
mondo, e non soltanto una serie di processi più spediti e precisi
per conseguire un certo grado di benessere nella vita pratica, può
a prima vista parere disumana, tale da revocare ogni speranza,
ogni possibilità d’ideale; in realtà, essa ha in sè un profondo con-
tenuto umano, perchè implicitamente ammette che il ritmo del-
l’esistenza meccanizzata non esclude affatto la possibilità di con-
seguire, attraverso il «fare», un senso vivo e pienamente soddi-
sfacente del reale, una nozione del mondo non meno conereta ed
efficace per il fatto di essere condizionata ad uno spazio e ad un
tempo affatto diversi dallo spazio geometrico e dal tempo storico
del passato. Il fatto stesso ch», nell'ambito della « meccanizzazione »,
nessun atto possa considerarsi compiuto ed autonomo, ma soltanto
funzionalmente esatto, importa l’idea di una collaborazione continua
e circolare, cioè di una socialità superiore, in cui le necessarie diver-
sità e graduazioni delle funzioni abbiano preso il posto della statica
gerarchia delle classi. Se questo grado di socialità, che proprio il
carattere di creatività dell’arte designa come obbiettivo del « pro-
gresso », non è stato finora raggiunto, e se la moderna produttività
non ha che raramente assunto un carattere creativo, ciò si deve
al fatto che la « meccanizzazione » è rimasta un fatto prevalente
mente tecnico e non ha prodotto, sul piano sociale, le conseguenze
ch’era logico attendere dai suoi presupposti; e cioè è rimasta dire-
zione di classe invece di diventare piena e totale funzione sociale.
È perciò che Lewis Mumford ha opposto alla formula di Giedion
« Mechanisation takes command » la formula « Man takes command »,
nella quale la parola « uomo » indica l’uomo moderno libero da ogni
pregiudizio tradizionale di casta e di classe, spoglio d’ogni principio
d’autorità, interamente assorbito nella propria funzione o nel proprio
fare, ma appunto perciò pienamente cosciente della propria capa-
cità di modificare la realtà e di determinarla, in una parola di fare
opera creativa. E ciò che distingue un tale «uomo » dall’essere
umano che la mera «meccanizzazione » degrada a strumento di
produzione è infine una capacità estetica: la capacità di prendere
coscienza delle forme che il suo fare produce e che, nell’insien e
di una società omogenea e funzionale, creano la nuova realtà, il
nuovo panorama del mondo.





L'ELETTRONICA

E I CONTROLLI AUTOMATICI

L’automa di oggi ha muscoli, sensi, un sistema nervoso e, con le dovute limita-
zioni, anche una intelligenza. Il progresso tecnico del secolo scorso ridusse il
nostro sforzo fisico, quello odierno tende ad aiutare il nostro lavoro intellettuale

di Carlo L. Calosi

tempi di Dedalo a Erone di Alessandria,

labilità dell’artefice nel produrre un
simulacro operante di un organismo vivente,
ha sempre appassionato gli uomini. Questo
desiderio di produrre e di studiare automi si
è sempre espresso nei termini della tecnica
esistente a quell'epoca.
Queste parole di Norbert Wiener («Cybernetics»
pagina 51) suggeriscono una sintesi storica del
progresso tecnico; ogni epoca ha il suo automa
che man mano si va perfezionando, si avvicina
al modello vivente, spesso lo supera. Il mito di
Pigmalione e la leggenda dei tempi della ma-
gia attestano questa ambizione dell'umanità.
Nel secolo scorso, colla scoperta di sorgenti
e di mezzi di impiego di energia, l’automa era
essenzialmente un sistema, provvisto di mu-
seoli potenti, assai più potenti di quelli del-
l’uomo e di ogni altro essere vivente. Nella
seconda metà dello stesso secolo la tecnica
ha sviluppato mezzi atti ad estendere la por-
tata dei sensi dell’uomo; la misura di sempre
nuove grandezze fisiche le ha in sostanza con-
dotte nell’ambito della percezione umana;
uno strumento di misura dà, infatti, all'uomo
attraverso la vista e altri sensi, la percezione
di grandezze che non gli sarebbero altrimenti
percettibili. Aumentano quindi le informa-
zioni che l’uomo può ricevere dall'ambiente
in cui vive; dal lato energetico questi scambi
coll’ambiente sono tutti a bassissimo livello.
L'uomo ha potuto così, tra l’altro, estendere
la sua capacità di percezione in regioni ine-
splorate dello spettro ottico, ha aumentato,
potremmo dire, la sensibilità dell'occhio. La
realizzazione più importante è stata, peraltro,
quella per cui l’uomo ha potuto udire, comu-
nicare a distanza; la tecnica delle comuni-
cazioni ha certo segnato, col suo sviluppo,
uno dei progressi più salienti dell'umanità.
Tutte queste tecniche, che aumentano le per-
cezioni dell’uomo, sono caratterizzate dal fatto
che utilizzano quantità minime di energia,
pari a quelle che agiscono sui nostri sensi.
In molti casi, come nelle comunicazioni, i
sistemi elettrici sono quelli che meglio si
prestano a captare queste piccole quantità
di energia proveniente dall'ambiente, sia essa
sonora, luminosa o altra, a trasmetterle a
distanza. Si è sviluppata, per questa ragione,
una tecnica elettrica chiamata delle correnti
deboli, contrapposta a quella delle correnti
forti che riguarda la produzione e V'utilizza-
zione di energie rilevanti. Questa distinzione,
che ha avuto origine in Germania, ha san-
cito l’esistenza di due branche dell’Elettro-
tecnica, ognuna delle quali si è sviluppata FRANCO GENTILINI: ritratto del

D ogni stadio della tecnica, sin dai ’ : Grilli

NT



fisico Calosi.

33

indipendentemente dall’altra. Questa situa-
zione, che si è mantenuta sino a tempi recenti,
dette origine a due automi: l’uno munito di
muscoli, l’altro di sensi. L’uomo utilizzava il
secondo per raccogliere sempre maggior nu-
mero di informazioni sull'ambiente, le elabo-
fava nel suo organismo, quindi decideva caso
per caso l’azione; per questa usava il secondo
automa. La stessa fisionomia dell’industria
elettrotecnica rifletteva questo stato di cose;
si ebbero industrie soltanto di macchinario
elettrico, e industrie soltanto di comunica-
zioni. Questa netta separazione di attività
senza scambi alcuni sussiste ancor oggi in
molti paesi, tra i quali il nostro.

Si può oggi affermare che la tecnica moderna
ha superato questo stadio coll’avvento del-
l’epoca dei « controlli automatici ». L’automa
di oggi ha muscoli, sensi, un sistema nervoso
e, possiamo dirlo con le dovute limitazioni,
anche un’intelligenza. L'affermazione esige un
chiarimento. Consideriamo il modo con cui
l’uomo agisce; egli sa, o deve sapere, cosa
vuol ottenere: a mezzo dei suoi sensi egli
percepisce momento per momento la situa-
zione esterna al suo organismo; quella che
egli, colla sua azione, vuol modificare. Le per-
cezioni ricevute dai sensi vengono trasmesse,
a mezzo del sistema nervoso, ai centri, ela-
borate più o meno consciamente, quindi
trasmesse ai muscoli per l’azione. La situa-
zione esterna risulta modificata da questa
azione e percepita di nuovo dai sensi che, se
la modifica non ha portato alla situazione
voluta, dànno origine a un nuovo ciclo,
identico al primo. E così via finchè lo scopo
è raggiunto con un’approssimazione la cui
entità varia molto da individuo a individuo.
Il tempo necessario per ottenere il risultato
è pure funzione dell’individuo, delle sue capa-
cità, della sua esperienza.

L'informazione trasmessa dai sensi ai centri
viene elaborata più o meno ceonsciamente;
la distinzione è essenzialmente una questione
di maggiore o minore complessità. L’opera-
zione semplice di infilare una vite in un foro
filettato, non richiede particolare educazione
dell’uomo, quando non si ricerchi di ridurre
il tempo necessario al minimo: i muscoli che
agiscono in modo da spostare la vite a destra
e a sinistra, sono automaticamente controllati
dalla vista e dal tatto senza l'intervento di
ragionamento. Esistono invece casi in cui
l'elaborazione è molto più complessa e co-
sciente: l’uomo sa, per la sua educazione più
o meno raffinata, come deve controllare
l’azione per ottenere l’effetto desiderato. Il
puntamento di un cannone sulla base delle
informazioni di posizione, di velocità, rice-
vute dagli organi visivi o da organi esterni
all'uomo, come il radar, è un’operazione
che richiede l’elaborazione dei dati ricevuti.

Schema di un quesito.

L’uomo deve saper fare questi calcoli secondo
uno schema che egli ha imparato e che, come
processo logico, è sempre lo stesso. Una situa-
zione analoga si verifica nella maggior parte
dei processi industriali, nei quali l’operatore
sorveglia, a mezzo di strumenti, il risultato
dell'operazione e sa, per esperienza, per edu-
cazione, come intervenire nelle varie fasi del
processo per modificare il risultato nel senso
voluto. Continua a modificare finchè gli stru-
menti gli indicano che il risultato voluto è
raggiunto. La rapidità con cui egli ottiene il
risultato, dipenderà dalla sua «conoscenza» di
cosa deve fare; se non lo sa abbastanza bene,
egli continuerà indefinitamente a intervenire
sul sistema che finirà per « oscillare » intorno
alla posizione voluta. È

La tecnica dei controlli automatici ha creato
l’automa a cui l’uomo deve dare, una volta

34 i

per tutte, le istruzioni necessarie per com-
piere un tipo di operazione e nello stesso
tempo definire esattamente il risultato voluto.
L’automa ha sensi con cui rileva le caratte-
ristiche del risultato, nervi per trasmetterle
a un centro dove questo risultato viene con-
frontato con quello che l’uomo gli ha pre-
scritto, e dove, col metodo che l’uomo gli
ha imposto, comanda l’azione correttrice
necessaria per portare il risultato il più
vicino possibile a quello voluto.

Questa definizione dell’automa moderno mette
in evidenza il contributo essenziale, insosti-
tuibile dell’uomo. Non sembrano giustificate
le estrapolazioni di chi vuole attribuire
all’automa tutte le capacità dell’uomo e
nemmeno le ansietà e lo scetticismo di chi
vuol vedere nel progresso moderno un pazzo
tentativo di spogliare l’uomo delle sue pre-
rogative esclusive. È sempre l’uomo che
decide sul da farsi e sul modo di ottenere
un certo tipo di risultato; egli deve essere il
primo a sperimentare quello che dovrà poi
essere riprodotto e deve pertanto sapere come
farlo. La ripetizione dell'operazione, da lui
compiuta almeno una prima volta, non richie-
derà altro suo intervento che per l’inizio e
la fine dell’operazione stessa.

Coordinate di un punto.

Pochi esempi bastano a illustrare le possi-
bilità della tecnica moderna. Il problema
generale del puntamento di un cannone è
stato risolto da tempo: quando siano noti gli
elementi attuali relativi al bersaglio, sua
posizione e velocità, un uomo istruito allo
scopo sa come calcolare il punto futuro e
dirigere in conseguenza il pezzo. Un com-
plesso automatico può essere costituito da
un radar (organo visivo) che individua in
modo continuo le coordinate del bersaglio;
questi dati sono trasmessi a una centrale che,
automaticamente, esegue i calcoli per la
determinazione del punto futuro e finalmente
i dati di puntamento del cannone; questi,
trasmessi agli organi di potenza, provvedono
al puntamento del pezzo. Con un tale sistema
l’uomo non ha altro da fare che scegliere il
bersaglio e, al più, comandare il fuoco.

Altro esempio tipico è quello della produ-
zione a mezzo di una macchina utensile, per
esempio una fresatrice, di molti pezzi uguali
di forma complessa, per esempio delle camme.
L’uomo costruisce la prima camma, azio-
nando a mano i due movimenti della tavola
in modo che l’utensile tagli nel pezzo grezzo
la forma voluta. Quindi si serve di un dupli-
catore automatico, che è costituito di un
organo sensibile (stilo) in contatto col modello
precedentemente costruito. Questo organo
(equivalente all’organo del tatto) è solidale
coll’utensile: il modello è solidale colla tavola.
La pressione dello stilo contro il modello con-
trolla i due movimenti della tavola in modo
che lo stilo avanza sul contorno del modello
rimanendo sempre in contatto. L’utensile
taglia nel pezzo grezzo una forma identica
al modello e l’uomo non ha più che da prov-
vedere il comando dell’inizio dell’operazione.
In generale si pensi che qualunque processo
industriale è una successione coordinata di
operazioni atte a produrre un certo risultato.
Gli operatori sorvegliano l'andamento della
operazione e, a seconda dei risultati, inter-
vengono qua e là nel processo, seguendo norme
che sono state loro date o che hanno acqui-
state per esperienza. Può trattarsi del pro-
blema della distribuzione dei carichi su una
rete di energia elettrica, del cosidetto « dis-
patching »: a seconda della richiesta, della sua
entità e posizione, la distribuzione dai centri
di produzione deve essere fatta col criterio
del massimo rendimento di esercizio. Può

|

trattarsi di una macchina da carta; il foglio
prodotto deve avere il giusto spessore al
variare del materiale grezzo in arrivo e
l'operatore deve intervenire per assicurare
questo risultato. Può infine trattarsi di un
impianto di combustione in cui vari elementi
devono essere controllati in modo da ottenere
il massimo rendimento.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare: qua-
lunque processo industriale non è altro che
la ripetizione sorvegliata di operazioni già
sperimentate in precedenza. Se nulla cam-
biasse nelle condizioni, non ci sarebbe bisogno
di interventi; in realtà, le condizioni cambiano
e perchè il prodotto finito rimanga lo stesso,
occorre cambiare qualcosa nel processo, e a
un certo cambiamento di condizioni deve cor-
rispondere un determinato cambiamento nel
processo. Se si prendono come riferimento
le caratteristiche del prodotto finito deside-
rato, si può rendere automatico l’intervento
correttivo affidando, una volta per tutte, al
sistema di controllo l’« esperienza » di un
operatore provetto. Oggi non è più un mito
l’industria «a pulsante ». In questa non esi-
stono più strumenti di misura, ma solo con-
trolli automatici che intervengono nel pro-
cesso compiendo quelle operazioni che prima
compiva l’uomo utilizzando le informazioni
ricavate dagli strumenti.

È interessante soffermarsi a esaminare l’au-
toma dei tempi presenti, le sue possibilità.
L’automa ha delle doti di carattere: è molto
accurato e assiduo nel lavoro, di una disci-
plina assoluta nell’eseguire gli ordini, ha una
memoria ferrea. La precisione del suo lavoro
sorpassa quella di qualunque essere umano.
I suoi sensi sono in numero maggiore e
molto più sviluppati di quelli di qualunque
essere vivente; riceve molte più informazioni
dall’ambiente esterno. Egli vede e sente cose
che l’essere umano non percepisce, o per la
distanza della sorgente o per la natura (fre-
quenza) della luce e del suono. Il suo sistema
nervoso e i suoi centri di elaborazione delle
informazioni, da cui procedono le decisioni
per l’azione, sono molto più pronti di quelli
di qualunque essere vivente. Egli può deci-
dere un’azione in tempo brevissimo, oppure
prendere molte decisioni in breve tempo.
Oggi l’uomo ha creato dei mezzi che richie-
dono per il loro impiego una prontezza di
reazione superiore a quella che la natura
umana può fornire. La velocità degli aerei ha
raggiunto valori per i quali l’uomo è troppo
lento nelle sue reazioni e decisioni; l’automa
lo può già bene aiutare. L'operatore manuale
di una macchina utensile può tagliare un
pezzo di forma complessa a una velocità di
qualche centimetro al minuto; le nuove mac-
chine, i nuovi acciai da utensili consentono
di arrivare a velocità cento volte superiori;
l’uomo non è abbastanza pronto per seguire
un contorno complesso a tale velocità; un
duplicatore automatico può farlo con estrema
precisione. La contabilità di grandi organismi,
l’attività di una società di assicurazione richie-
dono la rapida classificazione di una quantità
enorme di dati, che un automa è in grado di
catalogare, distribuire, selezionare in tempo
molto breve. La previsione meteorologica,
com’è noto, è tanto più precisa quanto mag-
giore il numero dei dati che si riesce ad
analizzare in breve tempo; l’automa sta già
rendendo pratica la risoluzione di questo
problema.

Pronte risposte.

Giova infine accennare a problemi fisici di
cui si conosce l'impostazione matematica e
anche il metodo di risoluzione; la soluzione
di molti di essi incontra difficoltà di ordine
|pratico: si richiederebbe il lavoro di anni e

anni di calcolatori umani. L’automa rende
possibile nel tempo di poche ore la soluzione
di questi problemi; tipici quelli che si espri-
mono in equazioni alle derivate parziali e si
riferiscono principalmente ai campi fisici.
L’automa infine dispone della potenza che
man mano l’uomo riesce a liberare da nuove
fonti di energia.

Quali siano le conseguenze del recente perfe-
zionamento dell’automa è argomento di spe-
culazione e di discussione. Il progresso tecnico
del secolo scorso ridusse il lavoro muscolare
dell’uomo aumentandone la produzione a
parità di sforzo fisico; il progresso moderno
tende a risparmiare dell’uomo i sensi, il
sistema nervoso e anche, in parte, il suo
cervello. I sociologi possono preoccuparsi delle
conseguenze economiche e sociali di tali pro-
gressi tecnici, ricordando le crisi delle mani-
fatture tessili inglesi del secolo scorso. L’uma-
nità peraltro continuerà ad affrontare le sue
continue crisi di crescenza. Niente potrà arre-
stare i tecnici dal progredire colla fiducia
che crisi di assestamento di natura sociale ed
economica si risolveranno finalmente in mag-
gior benessere. È lecito sin da ora prevedere
che nel futuro verrà lasciato all’uomo sempre
maggior tempo da dedicare ad attività della
mente e dello spirito: quelle che rimarranno
la sua esclusiva prerogativa. Sorgeranno più
evidenti i problemi educativi, che dovrebbero
portare sempre più l’umanità a riconoscere
la «Primauté du spirituel» auspicata da
Maritain.

I mezzi principali di cui si serve la tecnica
dei controlli sono quelli di una nuova branca
dell’elettroteenica, chiamata « Elettronica ».
La sua etimologia deriva dal fatto che l’ap-
parecchio fondamentale di cui l’Elettronica si
serve è la valvola elettronica: uno spazio estre-
mamente rarefatto, in cui il moto degli elet-
troni e quindi la corrente elettrica e la potenza
ad essa associata, possono essere controllate
a mezzo di potenze minime, paragonabili a
quelle che i nostri sensi ricevono dall’am-
biente. La valvola elettronica è stata para-
gonata agli elementi semplici del sistema ner-
voso, i neuroni. Accoppiata a un organo sen-
sibile ad agenti esterni, luce, suono, o altro,
la valvola ha la proprietà di « amplificare »,
cioè liberare una potenza assai maggiore di
quella che l’ha comandata. Combinazioni più
o meno complesse di valvole consentono il
risultato di « elaborare », secondo schemi pre-
stabiliti, le informazioni ricevute dall’esterno
e finalmente di comandare l’azione di forza.
Il risultato di quest’azione è automaticamente
confrontato con quello del modello, ogni dif-
ferenza comanda un ulteriore raffinamento.
In sistemi di questo genere, delle esigue
potenze in entrata controllano potenze enormi
in uscita ed è difficile distinguere dove cessi
la tecnica delle correnti deboli e s’inizi quella
delle correnti forti. Oggi, per estensione, si
applica il nome di Elettronica anche alle
tecniche utilizzanti altri mezzi di amplifi-
cazione, quali gli amplificatori magnetici. Il
nome Elettronica si attribuisce oggi più al
tipo di applicazione che non ai mezzi impiegati.
Ottima in questo senso è la definizione data
da W. L. Everitt:

L’Elettronica è la Scienza e la Tecnologia
riguardanti quei mezzi che, supplementari dei
sensi e dell’intelligenza umana, raccolgono ed
elaborano le informazioni, le trasmettono dove
sono necessarie; là controllano macchine 0
presentano le informazioni elaborate agli esseri
umani per il loro diretto uso.

È giunto il tempo in cui l’Elettronica intesa
in questo senso viene accettata nella Scuola
e nell’industria italiana. Sia anche riconosciuta
la necessità di portare la tecnica delle cor-
renti forti e quella delle correnti deboli a una
collaborazione molto stretta; da questa l’una
e l’altra avranno da trarre grandi vantaggi.





IL SIGNOR Charles Adams, presidente della Raytheon (in mezzo) e il dottor Burton
B. Fagan, del Navy Shiphuilding degli Stati Uniti (a sinistra), in visita col prof. Carlo

L. Calosi, consulente tecnico della Microlambda per le applicazioni di elettronica,
allo stabilimento della nuova Società che sorge a Fusaro-Baia nei pressi di Napoli.

ue E
e Fondazione FINSALDO
BIBLIOTECA

— “— =
ite TOS 35

NA fotografia e un quadro a olio, una cir-
colare industriale e un manoscritto pos-
sono dare l’idea della differenza che passa

tra un oggetto standard e un altro oggetto.
Probabilmente la differenza è soltanto tec-
nica. Tra la fotografia, il manoscritto e il
quadro ci pare che corra la stessa distinzione
che polemicamente si fa tra industria, artigia-
nato ed arte. Il pittore dovrebbe comporre
un’opera unica e irriproducibile, lo serivente
metterebbe nel manoscritto il suo stile e la
sua cultura, il fotografo, premuto il bottone
dell'obiettivo, intenderebbe avere una ripro-
duzione dell’originale. Ci possono essere delle
lettere uguali, un quadro non sarà mai uguale
a un altro, una fotografia della stessa cosa
sarà sempre uguale alla cosa.
A un primo sguardo la distinzione sembra
efficiente, però il quadro può essere stampato
e diffuso in migliaia di esemplari, la lettera
scritta a macchina e copiata da un manuale,
la fotografia presa in modo da diventare un
capolavoro. I primi dagherrotipi sono preziosi,
i bollettini di guerra di Giraudoux sembrano
migliori delle lettere autografe di Pétain.
Dunque non il pennello, la penna, il ciclostile
o la macchina da scrivere fanno l’arte o l’in-
dustria, ma l’uomo ovviamente. L'architettura
che si giova di procedimenti tecnici, quali il
prefabbricato, il precompresso, il prearmato,
ed è tuttavia elencata tra le arti, ha dato
l'avvio a questa concezione. Il cinema, de-
cima musa, l’ha diffusa. S'intende che tra il
quadro e la fotografia la differenza tecnica
diventa una differenza di visione. Ci basta
aver detto, frettolosamente, che con un me-
todo meccanico, qual è quello fotografico o
edilizio o cinematografico si possa fare del-
l’arte. L'edilizia è una tecnica e l'architettura
è un’arte. Vorremmo dire che anche lo stan-
dard è una tecnica e la sua forma è un’arte.







La Bauhaus.

Fu merito della Bauhaus, la celebre scuola
tedesca di architettura e arte applicata, aver
rivoluzionato i metodi di produzione artistica.
Sono state in seguito le arti figurative a chia-
rire che l’arte consiste nel disegno o progetto
o forma o ideazione o visione, non nell’esecu-
zione. Chi ne ha voglia può leggersi i trattati
di Ruskin o i manifesti di Boccioni. L’adat-

NIZZOLI

e la forma standard

Questo pittore milanese è stato tra i primi

artisti che hanno interpretato modernamente e

in modo simbolico la funzione dello standard

di Vincenzo Lacorazza

tamento dell’artista ai processi di produzione
industriale avvenne attraverso le vie del-
l'architettura detta razionale e della pit-
tura e scultura astratta. A Weimar e poi
a Dessau il direttore della Bauhaus, Gropius,
concepiva l’edificio stesso della scuola come
una macchina per abitare, mentre Klee,
Kandinsky, Moholy-Nagy, Mondrian e altri,
cominciavano a comporre le nuove copertine
di libri, sedie di alluminio, disegni di stoffe,
come se non fosse mai stato affrontato un
lavoro simile. La novità della Bauhaus con-
sisteva nell’affrontare un problema logica-
mente, senza peso di tradizione, nel cercare
il modo migliore, se si trattava di illuminare
un tavolo di lavoro, di far arrivare la luce
al tavolo e se di una sedia, che serve essen-
zialmente a riposare il corpo, di studiare una
linea che aiutasse la funzione del riposo. La
funzione divenne la parola d’ordine di quegli
anni. In mano ad altri avrebbe forse potuto
far nascere dei lampadari quadrati, per quegli
artisti significò l’analisi obiettiva dei bisogni,
lo studio del miglior modo di appagarli, la
creazione e l’impiego di materiali nuovi per
appagarli, la produzione industriale dell’og-
getto che li appagava. L’opera prodotta acqui-
stava così la capacità di penetrare e circolare
illimitatamente nella società. Uno dei più
grandi sconfitti era il preziosismo, il decora-

FORMA di una maechina per scrivere disegnata da Marcello Nizzoli.
Un esemplare di essa si trova esposto al Museum of Modern Art di
New York. È ritenuta una prova dello stile e del gusto moderno.

36

tivismo. « L'evoluzione della cultura » aveva
scritto a principio del secolo, un precursore
di Gropius, l'architetto Loos « è sinonimo della
esclusione dell’ornamento dall'oggetto d’uso.
L’uomo del nostro tempo che insozza i muri
con simboli erotici è un delinquente e un
degenerato ». Gropius, venti anni dopo, fece
capire meno drammaticamente che la deco-
razione non aveva più alcuna ragione d’essere,
era inutile. Siamo negli anni 1920-30. Si sta-
vano perfezionando le grandi invenzioni. Si
dovevano costruire adesso i simboli puri e
semplici del loro significato. Nessuno meglio
di coloro che, in seguito alla «scoperta »
della fotografia, delle leggi geometriche della
natura, di quelle fisiche della materia, ave-
vano creduto di dover modificare col cubi-
smo, astrattismo, razionalismo, la propria
estetica, poteva esprimere più profondamente
il nuovo tempo. Si giunge a un apprezzamento
culturale della tecnica, in Germania attorno
a Gropius, in Italia attorno a Persico,

L’apprezzamento non nacque senza equivoci.
Dove esisteva una tecnica più progredita la
sopravvenuta separazione dell’industria dal-
l'artigianato fu più evidente. Essa aveva
bisogno di una base democratica e dottrinaria.
Le Corbusier era chiaro: « All’individualismo, |
prodotto di febbre, noi preferiamo il banale,
il comune, la regola all’eccezione. Il comune, |

DISEGNI della leva del carrello della mace-
china per serivere. La leva è il pezzo! di
serie più accuratamente studiato da Nizzoli.







MARCELLO NIZZOLI a Milano. Nizzoli è
nato a Boretto (Reggio Emilia) il 1895. Co-
minciò a disegnare per l’industria il 1938.

la regola, la regola comune ci appaiono come
le basi strategiche del cammino verso il pro-
gresso e verso il bello ». Kandinsky quasi
contemporaneamente gli faceva eco da un
altro pulpito: « Amo qualunque forma che è
uscita necessariamente dallo spirito, che è
stata creata dallo spirito, come detesto ogni
forma che non è tale. Credo che la filosofia
dell’arte, oltre all’essere delle cose, debba
studiare con attenzione particolare anche il
loro spirito. Solo allora sarà creata l’atmo-
sfera che permetterà all'umanità di sentire
questo spirito delle cose, di gustarlo incon-
sciamente alla stessa maniera dell'apparenza
esteriore ». In Italia si rischiò di confondere
i mobili Cantù con le sedie di Breuer, l’archi-
tettura di Piacentini con quella di Terragni
proprio per le storture demagogiche e medi-
terranee che presero le idee suddette. Il razio-
nalismo venne da noi spiritosamente definito
«l'estetica del bidet » e Ojetti asserì che a
certi mobili esposti a una mostra dell’arti-
gianato a Roma mancava «un poco d’in-
tarsio ». Amenità. Si deve alla fermezza di





mne RETRO ai REO ASLIAL ot
= U

SCHIZZI per la sagoma di una calcolatrice automatica. Nizzoli ha disegnato anche mac-
chine per cucire, dittafoni, penne sfilografiche. lampadari. Ha allestito molte esposizioni

di prodotti industriali ed ha esposto

Edoardo Persico, architetto ad honorem, se
in un clima di confusione spirituale potette
formarsi e affermarsi quel gruppo di artisti
che tennero l’Italia legata al resto d'Europa
e, per quanto riguarda le nuove forme indu-
striali, l’opera di Marcello Nizzoli, cui è dedi-
cato questo articolo.

Nizzoli e Persico.

facevano parte del gruppo di Persico archi-
tetti, pittori, poeti, scrittori e giornalisti
residenti a Milano. Milano appariva la città
più favorevole a un incontro tra artisti e
tecnici. Secondo Persico era la città che avesse
più stile moderno in Italia. In casa, per
strada, negli uffici, nelle fabbriche, al cinema-
tografo, al football, si assisteva a spettacoli
che nessun’altra epoca aveva mai conosciuto.
Bisognava interpretare liberamente e in modo
valido per tutti la nuova vita. Lo scambio
di idee tra poeti ermetici, architetti della
rivista « Casabella », della quale Persico era
direttore insieme a Pagano, e pittori della



CON LE SAGOME di Nizzoli questa carrozzeria di serie dell'Alfa Romeo 1900 ha in
comune la linea aerodinamica e la ricchezza plastica. Il disegno industriale superata la
primitiva fase di scoperta dei meccanismi tende ora a coprirne armoniosamente le parti.

numerosi quadri nelle

mostre d’arte astratta.

galleria del Milione, servì da chiarificazione
almeno agli artisti. I poeti andavano accen-
nando in quel momento alle leggi della natura
e dell’esistenza, le parole che ricorrevano di
più nei loro esegeti erano tensione, lotta,
ordine, contrasto, carica, dimensione. Gli
architetti mostravano quali proporzioni si
potevano ottenere dai volumi e dalla geome-
tria, i cubi, i coni, i rettangoli, le superfici
piane, le piante libere, le finestre continue
suggerivano i temi più comuni. Quanto ai
pittori si sa che, attraverso le leggi dello
spazio e della composizione, elementi giudicati
fino a quel momento inafferrabili, il movi-
mento, la velocità, la forza, poi le cosiddette
libere forme, i ritmi, i colori puri, entrarono
tra le figurazioni. La vocazione di molti, che
avevano fatto parte del gruppo degli astrat-
tisti, ebbe allora una svolta decisiva. Dalla
tela le figurazioni passarono alle applicazioni
concrete. Alcuni astrattisti diventarono deco-
ratori, nel senso che dettero una parete alle
loro forme, altri diventarono grafici, Nizzoli
diventò architetto e disegnatore industriale.



SEDIA DI SERIE della fabbrica Vi-
ganò, riprodotta sulla rivista inglese

” Design”, in un articolo dedicato a Nizzoli.



37

Nizzoli aveva cominciato con l’occuparsi di
scenografia, era passato attraverso il disegno
di ricami e di stoffe, il pannello decorativo
dipinto, il cartellone pubblicitario, il quadro,
quando l’incontro con Persico gli servì a
realizzare non tanto utilitariamente le sue
forme, chè già l'aveva fatto, ma ad ampliare
la loro portata sociale. e
Si ricordano alcuni stands e padiglioni memo-
rabili fatti in collaborazione dai due. La loro
tecnica di esporre fece testo. Pochi oggetti
o ingrandimenti fotografici o didascalie di
spiegazione, sistemati nell'ambiente come nei
punti vitali di un reticolo molecolare o nei
centri d’inerocio di un sistema di simmetria.
I reticoli e le simmetrie erano sostenute da
leghe leggere, di alluminio in genere, e l’in-
voluero formato da ambienti chiari e sottili.
Le storie dell’architettura moderna riportano
la sala delle Medaglie d’Oro alla Mostra del-
l'Aeronautica del ’34. In via Santa Marghe-
rita a Milano esiste ancora il negozio Parker
che è l’unico documento di architettura la-
sciato da Persico. Persico morì nel gennaio ’36,
nemmeno quarantenne. Una nota su « Casa-
bella » del maggio 1935 lascia detto che nel
‘ampo delle architetture effimere le realiz-
zazioni di Nizzoli reggono al paragone con
talune delle stesso Gropius. « Le due sale della
Montecatini » scrisse Persico a proposito dei
padiglioni della XVI Fiera di Milano allestiti
dal solo Nizzoli «sono tanto più significative
in quanto recano in un complesso architet-
tonico di gusto vecchio e non più adeguato
all'importanza di quella società un esempio
eccezionale di come dev’ re intesa la fun-
zione rappresentativa di una industria mo-
derna... Lo stallo per la ditta Erba era l’unica
opera veramente originale fra tante che imi-
tavano, con incredibile pedanteria, gli interni
delle vecchie farmacie di provincia ». Si po-
trebbe scrivere lo stesso del negozio Parker.
Contro la convenzionalità o la inutile inges-
satura delle opere ufficiali di quegli anni,
contro la « moda 900 » che per i suoi peggiori
interpreti significava soltanto muri lisci e
mobili senza cornice, Nizzoli e Persico vol-
lero impartire discretamente una lezione di
logica tuttora valida. Le idee di Persico non
andarono disperse. Nizzoli, con tutte le carte
in regola, fu chiamato nel ’38, come consu-
lente tecnico, dalla Olivetti e prese a dise-





=

MANICHINO per il progetto di una mostra
dell’abbigliamento. Nizzoli allesti con
Edoardo Persico i negozi Parker di Milano.



38

gnare quelle forme per macchine da scrivere,
telescriventi, calcolatrici, che resero in breve
noti i modelli di quella fabbrica in tutto il
mondo.

La ricerca estetica.



Nizzoli è il primo disegnatore industriale, dal
punto di vista gropiusiano, che si sia avuto
in Italia. Egli si avvicinò al problema dello
standard in condizioni ideali di preparazione:
con i mezzi espressivi e l’abilità pratica im-
prontata alla ricerca dell’essenziale. Il suo
stesso mestiere di pubblicitario l’aveva por-
tato a cogliere il grido e il primo luccichìo
di una cosa, ora gli sarebbe dovuto riuscire
utile per far coincidere il gusto della forma
standard col significato che le andava attri-
buito nella società moderna.

Si trovano analogie tra il lavoro di Nizzoli
e le espressioni della natura e dell’arte popo-
lare. Dall’uovo, dalla pietra, dalla lanterna,
dal badile, dalla gabbia, dal guscio della
lumaca, che sono forme semplici e universali,
necessarie e impersonali, egli probabilmente
prese la direttiva spirituale, la dirittura spi-
rituale, occorrente ai suoi disegni. Il maggior
elogio che gli si possa fare è quello di aver
espresso con chiarezza la struttura e lo scopo
delle sue forme e di aver dato loro quel piz-
zico di fantasia che ha servito a salvarle dalla
pura funzionalità.

Vediamo che cosa confessa egli stesso in una
rarissima lettera: « Le leggi che regolano la
bellezza (rapporto) sono sempre le stesse
eterne ed immutabili pur modulate attraverso
gli stili. L'oggetto è sempre diverso perchè
variato è il bisogno della vita dell’uomo,
Questi princìpi mi hanno avvicinato allo
studio delle forme per gli oggetti d’uso ». La
confessione ci può aiutare a sciogliere la riser-
vatezza della sua persona. Ci sono almeno
due modi di fare una forma, uno soltanto
tecnico, funzionale e l’altro funzionale più
simbolico, poetico insomma. Una calcolatrice,
una telescrivente o una macchina da serivere
ha le sue regole. Tutte le calcolatrici, mae-
chine da scrivere e teleseriventi hanno press’a
poco le stesse regole, tutte assolvono più ©
meno degnamente a una funzione di registra-
zione del calcolo, scrittura o teleserittura. Se
si dovesse dare ascolto alla regola della sola








funzione finiremmo con l’avere spesso le stesse
forme. Si tratta di innalzare l'apparenza alla
sfera della poesia, diceva Persico. Ebbene
Nizzoli ha dato quel tanto di tocco che serve
ad innalzare qualunque forma, nobilitando
gli organi più espressivi delle sue macchine
e velando quelli più indiscreti. È avvenuto
nella storia delle macchine ciò che avvenne
per l’uomo. L’uomo primitivo mostrava i peli
e i piedi e nascondeva il volto. La forma delle
macchine è passata da una fase di entusiasmo
per la scoperta, per il congegno, e quindi di
ostentazione del carter, delle catene, delle
ruote, a un successivo periodo di pudore e
di discrezione. Per Nizzoli le parti nobili sono
diventate le leve, i bottoni, le manovelle, i
tasti, il rullo e quelle vili le molle, i rocchetti,
i carrelli, le viti. Sembra che abbia considerato
le prime come il cervello e le seconde come
gl’intestini, cosicchè è venuto ad esaltare
delle virtù che si riassumono di solito nel-
l’intelligenza, mentre delle altre parti, trascu-
randole, in un certo senso, ne ha ga rantito
la tranquilla obbedienza. La macchina da
«boîte à surprise » è passata al rango di ani
male domestico. Non è forse quello che si
chiede a tutte le macchine?

Oltre il caso di Nizzoli (dei moto scooters e
forse delle carrozzerie Farina) non si cono-
scono in Italia altri recenti esempi di grande
disegno industriale. Quello che ci viene rim-
proverato è la mancanza di stile di certi nostri
oggetti moderni minori. Troppi lampadari qua-
drati, per fare un esempio, che assomigliano
alle sedie quadrate, troppe sedie che assomi-
gliano ai tavoli, e troppi tavoli che assomi-
gliano ai letti. Lo stile non è uniformità. In
America e in Inghilterra lo standard viene
considerato un problema nazionale, trattato
da associazioni di architetti-artisti che po-
trebbero avere qualche rassomiglianza con le
corporazioni medioevali. Il nostro interesse
per la forma standard è ancor: comparati-
vamente raro più che presso gli architetti
(Ponti, Gardella, De Carli, Zanuso hanno
disegnato delle buone sedie, tavoli, lampade,
poltrone) presso il pubblico. Il generico pre-
giudizio contro l’arte moderna coinvolge lo
standard peggiore col migliore. Se le forme
di Nizzoli hanno un valore e un successo
esse dovrebbero contribuire a separare le
diffidenze.





é é i
FABBRICATA in alluminio leggero, la leva prende la levigatezza di un oggetto affinatosi
col lungo uso. Essa tende a fossilizzarsi in un disegno nel quale il superfluo è come con-
sumato dal tempo. Si noti la sua rassomiglianza con certe ossa di animali e col euechiaio.





CALDER

scultore ingegnoso

di Leonardo Sinisgalli

OPO Moore, dopo Zadkine, la Biennale Ve-

neziana ha concesso coraggiosamente il
imo premio per la scultura all’inge-
gnere americano Alerander Calder. Il pubblico
che gira a zonzo per i giardini della Mostra
e sì sposta da un padiglione all’altro quasi per
scommessa, sicuro di trovare a ogni curva una
sorpresa sempre più grossa, questa volta ha
avuto addirittura la possibilità che nessun
Musco, nessuna Cappella offre ai fedelissimi.
Gli idoli di Calder non erano intoccabili, invi-
tavano anzi i visitatori a scuoterli, a cullarli.
E qualcuno poi esagerava. Al punto che la
graziosa Mrs. Valentin, ultimo ménager dello
scultore, ha pregato noi di intercedere presso
i curiosi. « Con mano leggera » ha detto press’ a
poco «come se un passero si posasse, sì muovono
più armoniosamente ». I visitatori si diverti-
vano davanti ai Mobiles di Calder e si doman-
davano come mai in una Mostra d’ Arte Inter-
nazionale il premio di un milione per la scul-
tura fosse andato ad un fabbricante di giocattoli
e di rozze carcasse bullonate. AW’uscita del
Padiglione americano dove è stato esposto per
quattro mesi, alla pioggia e al sole, il grande
Tripode, il Treppiedi rugginoso, noi pure ci
siamo commossi vedendo che in un diedro, tra
una lastra e Valtra, un ragno aveva trovato
modo di attaccare la sua trappola. Istantanea-
mente allora abbiamo visto quel manufatto
assorbito nella sfera delle cose naturali, sche-
letro di pesce o di uccello di un habitat iperu-
ranio dove la densità delle ossa è uguale al







SCULTURA mobile di metallo in lamine
e filo di ferro di Alexander Calder. In
alto: Calder nello studio di Roxbury (USA).

peso specifico del ferro. Un ragno, un piccolo
ragno rosso era venuto a battezzare, a portare
cioè la luce dello Spirito Santo, a quell’essere
amorfo, a quell'oggetto mal creato. Il ragno
metafisico di Moebius che si muove lungo il
famoso mastro crede che il mondo non abbia
spessore: il mondo è piatto per lui, è piatto
finchè non si affaccia sull’orlo dell’abisso. Il
ragnetto veneziano è stato dunque più fortunato.
Se ci sono dei meccanismi che possono materia-
lizzare le tre dimensioni dello spazio e quasi
riempirlo ad ogni istante con la loro positura,
se ci sono forme che in concreto possono rendere
meglio il significato delle categoriche definizioni
di Leibnitz, «ordine delle coesistenze, ordine
delle successioni », questi, come gli alberi e gli
astri, come la trottola e Vurna, sono i plastici
di Calder. Calder ha trovato Vequilibrio, ta
concordia dei sistemi articolati, ha risolto per
suo conto l'assetto di masse multiple che qualche
volta ha collegato soltanto con una trama di
bacchette, di stecche, che ha sostituito con fili
di nailon quando non ha potuto legarle con
forze magnetiche, quando non ha potuto inven-
tare una legge di gravitazione come Newton 0
una legge di attrazione come Keplero e Coulomb.
Sono sistemi a due a tre a quattro a cinque poli,
sono gruppi infine che molto assomigliano alle
coppie, ai quadrilateri dinamici, ai ruotismi.
Fanno parte di quella poetica della dissocia-
zione che non solo è la conquista più sensazio-
nale della nostra fisica, ma anche Vattitudine
più sincera delle nostre possibilità creative.

TRIPODE stabile di ferro composto da
Calder nel 1942. Era esposto nel padi-
glione americano della Biennale di Venezia.



Vogliamo chiamarli dei collages plastici? Vo-
gliamo dire che anche qui la forbice (cesoia 0
fiamma ossidrica) celebra i suoi fasti sotto
forma di verità costruita a pezzi, a brandelli,
di linea fatta di segmenti, di trave fatta di
profilati e di piastre e di bulloni, di meccanismi
composti di ruote, di assi, di perni, di leve?

Da anni c'erano arrivate a spizzico le idee e
le utopie di Calder. A me personalmente ogni
volta producevano uno strano effetto. Mi por-
tavano la conferma a certe mie inclinazioni e
nello stesso tempo mi lasciavano un poco deluso.
Io non ho mai pensato che la matematica e la
meccanica siano la stessa cosa della poesia.
Non è questa la via per giustificare la mate-
matica e la meccanica. Quello che io ci trovo
in comune è una tensione dell’intelligenza, è la
felicità nella fatica, nello sforzo. Io penso che
un sonetto sia un meccanismo, una costruzione
perfetta, in cui non si ammira soltanto Vabilità,
la chiusura di un pensiero compiuto, di una
sequenza d'immagini entro un numero definito.
Nel sonetto c'è molto di più di quello che è
scritto. E in una macchina c'è molto di più
di quello che è disegnato. Sono forse entrambi
dispositivi capaci di produrre energia e di tra-
sformarla, di trasfigurarla. Ma non voglio
andare troppo oltre. Io penso che Calder po-
trebbe andare lui più oltre, più lontano. Così
come potrebbe andare lontano Moore. Quando
si scoprì la Geometria Barocca si pensò di
aver dato a Moore e a tutta la scultura la
chiave per aprire certi tabernacoli. Quelle forme



ALTRA SCULTURA mobile in filo di ferro
e alluminio. Viene chiamata da Calder
#13 spine’ dal numero delle sue aste.

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39

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non le aveva inventate un poeta: anche la Natura
non l'hanno inventata i poeti, non Vha inven-
tata Ruysdael o Cézanne. Deve aver pensato
allo stesso modo Calder nei riguardi delle mac-
chine. Credo che egli si sia fermato troppo in
qua, come quelli che credevano tutta la geometria
contenuta nel cubo e nella sfera. Le macchine
formano un regno che la cultura e la sensibilità
moderna devono scoprire mella vera essenza.
Non possiamo fermarci alla bilancia, alla te-
naglia 0 alla vite di Archimede. La bilancia,
la tenaglia e la vite di Archimede sono bellis-
sime. Ma c'è molto di più. Mi sono portato
da casa mia questa estate delle vecchie serrature.
Ho fatto impazzire mia zia. Siamo scesi in
cantina a rovistare per tutta una notte. Certo,
i meccanismi arcaici sono commoventi. La
preistoria delle macchine andrebbe scritta col
furore con cui Gian Battista Vico scoprì la
preistoria del linguaggio. Ma io non mi fermo
qui. Anche se una vecchia serratura deve fare
impazzire Calder. Io dico che è importante
conoscere queste cose. Anche se queste cose non
servono a niente. Sartre ha scritto alcune righe
su Calder, e sì è commosso davanti a un filo

PIRAMIDE ROSSA (1945), uno dei più import
meccanica nel 1919. Ha esposto per la prima volta nel 1926.

di ferro che sembrava un uccello del paradiso.
Io mi commuoro, al contrario, se penso che un
uccello ha potuto far pensare a una macchina;
e per lo stesso motivo per cui di tutte le imma-
gini di Petrarca quella che prediligo è l’imma-
gine della vita vista come una nave, una nave
carica di oblio. Che una lampada possa sug-
gerire l’idea del pendolo, questa è un’altra cosa
che mi commuove. Perchè il mondo può servire
a creare delle immagini e può servire a scoprire
delle leggi. Le immagini rinnovano, ringiova-
niscono il mondo. Le leggi evitano alla natura
di tornare nel caos. Le sculture di Calder, nate
da una suggestione di calcolo, di equilibrio, di
ritmo, di danza, stanno a mezza strada tra
l'universo delle figure e quello degli ordini, tra
senso e intelletto. Sono un poco ambigue. La
pluralità dei loro elementi riesce sicuramente a
divertirei. Il giocattolo è una corruzione del
modello, del prototipo, è una caricatura della
verità. Le sculture di Calder sono anche un
poco caricaturali.

È stato notato che gli clementi di questi sistemi
planetari (specialmente i Mobiles) più che a
stelle e a pianeti rassomigliano alle losanghe,

anti mobiles di Calder. Calder è nato a Filadelfia il 1

ai menischi, ai cucchiai di Klee e di Miro.
Somigliano ai piatti delle bilancie, ma soprat-
tutto ‘alle bacchette, le bacchette nere degli ideo-
grammi di Mondrian, che nella carriera di
Calder è l’unico maestro che ha esercitato una
reale suggestione. ID mio gusto personale più
che alle instabili tribù planetarie (alle costella-
zioni) va alle scheletriche armature, agli schermi
di ferro fissi, ai catafalchi ancorati alla pietra,
ai tralicci agganciati al suolo. Tra Vutensile
di cucina e è mulini a vento, tra Varatro €
aquilone, qualcosa di arcaico richiama un'arte
fabbrile, zingaresca, pellirossa, un'arte lontana
nell'infanzia dei popoli, e i guippos, i boome-
rangs, il Teatro delle Ombre di Giava.

Nella invenzione di forme libere, in un certo
senso di forme assurde, di profili e sagome
gratuite che non si piegano alla imitazione del
mondo creato e che pure somigliano, come
abbiamo detto, alle forme utili, alle forme del
moto, Calder si rivela come il meno conven-
zionale degli scultori moderni, per lo meno
nella scelta del materiale plastico che non è
pietra, non è marmo, non è gesso, non è avorio,
non è terracotta, non è bronzo, ma è metallo
fucinato, metallo stampato, materiale di officina.



8. Si è laureato in ingegneria

Ha vissuto molto a Parigi nel Quartiere Latino. # Un filo di ferro ”

serisse venticinque anni fa + e qualche altra materia da piegare, curvare 0 scomporre è sempre il miglior stimolo del mio pensiero ”’.

40



VETUSTA

delle macchine

Con gli anni arrivano anch’esse all’età delle rughe e dei reumatismi

alle giunture. Per un poco si difendono alla meglio, poi la fatica le vince

di Valerio Bochi

ELLA macchina si combattono eon effetti contrari la vecchiezza

fisica e le cure della manutenzione, ma su di essa sovrasta

anzitutto, come supremo e non rimediabile evento, il supe-
ramento tecnico.
È dunque inopportuno, molto inopportuno, parlare di vecchiezza
delle macchine cominciando con miopi analisi di velocità di cor-
rosione e di usura o con calcoli puramente attuariali di ammor-
tamenti agli interessi composti.
Infatti, dopo aver calcolato ben bene le vite probabili, teoriche,
e dopo aver detratto diligentemente le crescenti spese di manuten-
zione, ci accorgeremo che nulla vale a tenere in vita un relitto
da museo.
La Commissione Indagini e Studi sull’Industria Meccanica (CISIM),
presieduta dal senatore Corbellini, ha rilevato le cattive condizioni
delle macchine utensili adoperate generalmente dall’industria mec-
canica italiana, tanto da rendere consigliabile una più larga politica
di rinnovo, pur senza nascondersene le inevitabili difficoltà.
Il Commissario Straordinario di una delle nostre più mastodontiche
industrie meccaniche ha identificato, fra le cause di difficoltà non
potute superare, l’insufficiente rinnovo delle macchine utensili che
costituivano un complesso decisamente inferiore e in pieno deca-
dimento tecnico. L'età media di quelle macchine era di 20-25 anni
ed esse erano considerate antiquate e di scarsa efficienza.
Le tabelle di ammortamento inglesi, riconosciute ai fini della
Income Tax (Wear and tear allowances) ammettono, per l’am-
mortamento, percentuali annue che nessun calcolo attuariale
potrebbe giustificare; per esempio il 12% % per le macchine di
precisione nell’industria avio-motoristica, il 20 % per gli autocarri,
il 7% % per macchine da mulino, e così via. Si tenga presente che
una quota annua del 74%, % sarebbe già teoricament» sufficiente per
ammortizzare in 10 anni ad interesse medio qualunque macchina.
L'esperienza ci dice poi che tali macchine durano fisicamente
assai più di dieci anni e possono continuare a funzionare in mano
ad un povero che non ha danaro per rinnovarle.
Passando tutti i giorni per una piazza di Roma, vedo entrare nel
posteggio un glorioso roadster « Itala » che vide il primo dopoguerra;
tutti vedono circolare le vecchie «1500 », ma esse non servono più
alla categoria cui a suo tempo furono destinate. Non vi salirebbero
con lo stesso entusiasmo le orgogliose ragazze che amavano entrarvi
venti anni fa.
Un buon meccanico riuscirebbe certamente a mettere in azione un
vecchio motore Deutz-Viertakt, ma il suo corrispondente di oggi
pesa cinquanta volte meno ed ha potenza doppia.
Poichè oggi non si costruiscono macchine con materiale che vada
rapidamente in sfacelo e poichè le parti consumabili per corrosione
o abrasione si possono difendere come vedremo o almeno si pos-
sono sostituire con pezzi di ricambio, quel che condanna a morte



le macchine è tutt'altro che il consumo fisico. Così — lo ricordino
gli amici funzionari delle Imposte —- l’elevatezza delle percentuali

di ammortamento è giustificata soprattutto dalla umana impossi-
bilità di prevedere quantitativamente nel tempo il progresso indu-
striale.

Invece parecchi industriali, specialmente in Italia, preferiseono non
occuparsi di questo aspetto, seguendo il napoletano adagio « friggi
e mangia » e facendo a meno di un rinnovamento che agli occhi
dell’improvvido non è mai urgente, ma preparando così a sè stessi

e ai loro eredi i più gravi imbarazzi quando si troveranno ridotti
a governare impianti ridotti ad anticaglie.

Sarebbe troppo difficile affrontare con rigore una sistematica del
superamento tecnico: occorrerebbe ordinare in uno schema tutti
gli elementi del progresso in ogni tecnologia di lavoro.

«La machine è vapeur qui met en mourement les meules du moulin
est donnée pour avoir la force de 20 chevaux. Elle a trois cylindres:
deux de 0,297 m de diamètre intérieur, Vautre de 0,59 m de diametre...
la course des pistons est de m 1,417 et ils donnent le méme nombre
de coups par minute: savoir de 23 dà 25: c'est-à-dire autant de descentes
et autant de montées. Elle consomme 3,437 Kq de houille par heure
et par cheval » (EVANS, « Guide du meunier», Parigi, 1850).

Nel 1913 in un piccolo pastificio dell’Italia centrale c’era ancora
una macchina del genere. Naturalmente pesava, con la caldaia,
parecchie decine di quintali. Per avviarla il capo chiamava ogni
mattina quattro o cinque dei suoi più robusti uomini e li metteva
a tirare «il cintone » ossia la cinghia di trasmissione. Oggi motori
a scoppio della stessa potenza azionano le grosse motociclette e
si avviano con un colpo di pedale.

Un primo aspetto del progresso delle macchine — spesso il più
importante — è dunque l’aumento della velocità di lavoro e la

riduzione del peso.

Per i veicoli, dove la velocità è proprio l’effetto che si cerca, sia
pure pagandolo, questo superamento è decisivo; inutile perdere
tempo a fare confronti fra antichi e nuovi treni, fra antiche e
nuove automobili.

Per i motori fissi e per niolte altre macchine l'aumento della velo-
cità permette di diminuire il peso. Vediamo perchè.

L'effetto utile di una macchina è legato, in definitiva, alla potenza
spesa e questa dipende, per una macchina rotante, dal prodotto
del momento torcente per la velocità, o numero dei giri.

Dunque si può generare o spendere la stessa potenza ed avere
così, grosso modo, lo stesso efl'etto utile con macchine lente o veloci,
ma la prima deve sopportare momenti o sforzi più elevati e quindi
essere più robusta e pesante.

Lo stesso vale per macchine a moto alternativo dove la potenza
dipende analogamente dallo sforzo moltiplicato per la velocità
lineare.

Esempi di progresso nel senso della velocità: motore di automobile,
motore Diesel fisso, utensile elettrico ad alta frequenza.

Queste macchine costano oggi meno, a parità di potenza, delle mac-
chine antiche, anche se nel corso degli anni la mano d’opera impie-
gata per costruirle è divenuta sempre più costosa nell’unità di tempo.
Altro tipo di progresso è quello che lascia robusta la macchina e
non si cura troppo di diminuire gli sforzi mentre accresce la velocità
che è legata all’effetto utile, ossia alla produzione. È il progresso
tipico della macchina vtensile per taglio di metalli, in evi Ja velocità
di taglio si vuol far crescere pur continuando ad asportare i tru-
cioli grossi compatibilmente con la qualità della superficie lavorata.
Casi simili sono quelli del laminatoio veloce, della trafila veloce, ece.
Altri superamenti nel senso della velocità di lavoro, combinati però
con la precisione e la regolabilità, si osservano nelle macchine da
fucinatura.

Il grande maglio di Terni, che fece parlare di sè alla fine dell’altro
secolo come monumento di progresso e di potenza industriale, è

41

ennio

a

RAMIFICAZIONI di cavi lungo la schiena di un trasformatore
da 50.000 EVA costruito dall’Ansaldo-San Giorgio per la Cen-
trale di Bussolengo. I cavi ricevono un bagno di olio isolante.

stato smantellato mentre era in piena integrità fisica ed ha ali-
mentato a lungo — con i suoi rottami — i forni delle Acciaierie,
sostituito da presse più leggere ed egualmente potenti.

Di fronte al superamento tecnico, v'è il superamento economico,
per lo più combinato col primo.

Due macchine, identiche in dimensioni e prestazioni, si possono
costruire con materiali o sistemi diversi. Così in certe carcasse 0
parti di macchine i pezzi saldati hanno sostituito i pezzi fusi, mentre
altro materiale fuso, in getti di alta precisione e di piccole dimen-
sioni, ha sostituito altrove pezzi che un tempo esigevano lunghe
e costose lavorazioni di macchine con asportazione di trucioli.
Anche lo stampaggio rapido di piccoli pezzi e la coniatura hanno
fatto progressi che, nel lavoro in grandi serie, hanno permesso una
riduzione di prezzo.

La imbutitura, lo stampaggio di lamiere e l’estrusione permettono di
sostituire il costoso lavoro della macchina utensile o fasi manuali di
lavoro, purchè il numero di pezzi sia sufficiente per pagare gli stampi.
Finalmente l’organizzazione del lavoro in grandi serie, dovuta
all'ampliamento dei mercati col miglioramento del tenore di vita,
permette, oltre a tutti gli altri benefici, la ripartizione delle spese
generali su un maggior numero di pezzi e quindi ne riduce il costo.
Dopo tutto questo, non sorprenderà la constatazione, possibile spe-
cialmente in paesi ad alta economia, che certe macchine non si
riparano perchè il salario del riparatore costerebbe troppo di fronte
al valore di una macchina vecchia e riparata.



Negli Stati Uniti si dice che le automobili con gravi guasti non si
riparano, così come da noi non si ripara il macinino da caffè. È
questione, purtroppo, di misura.

L'applicazione dei nuovi materiali di gomma e plastici permette
soluzioni impensate.

Chi avrebbe immaginato che la pera di gomma, dal rango di meschino
arnese domestico, sarebbe passata a quello di organo operatore di
una potente macchina utensile?

Nella pressa Wheelon, per stampaggio di parti in lamiera, una
grande pera di gomma speciale ha sostituito il cilindro e il pistone
della pressa idraulica, permettendo la soppressione del monumentale
«cappello ». Caso frequente di superamento è la concentrazione in una
macchina sola di diverse fasi di lavoro prima affidate a macchine
diverse. Uno dei tanti esempi è la macchina continua per paste
alimentari, che ha riunito in sè il lavoro dell’impastatrice, della
sramola e della vecchia pressa che funzionavano con abbondanti
intercalazioni di lavoro manuale fra una fase e Valtra.






Et la légère craquelure
Mordant le métal chaque jour
D'une marche invisible et sitre
En fera lentement le tour

Oramai possiamo parlare della vetustà intesa come puro consumo
e decadimento fisico, nei suoi aspetti principali di fatto progressivo
col tempo:

La fatica: Il buon ingegnere di tanti anni fa era portato a consi-
derare nei suoi calcoli una sezione metallica eterna e senza storia.
Rimase amaramente sorpreso allorchè con l'aumentare delle pre-
stazioni e delle velocità di certe parti di macchina potè valutare
i fenomeni di fatica: era come se il metallo, inaspettatamente acqui-
stasse un’età e una memoria e denunciasse fenomeni di vecchiaia per
i quali era destinato a perire anche se poco cimentato dagli sforzi.
Lentamente le maggiori apprensioni si quietarono, ma non del tutto,
tanto che si dovette far posto ad un nuovo capitolo di dottrina:
lo studio della fatica.

Si trovò che i veechi limiti statici di resistenza erano più o meno
in relazione semplice con i nuovi, i quali dovevano tener conto
della fatica: per esempio si constatò come fosse possibile riferirsi

alla resistenza allo strappo (carico finale di rottura diviso per l’area

della sezione contratta) che valeva circa quattro volte la resi
stenza a fatica.

Nel calcolare questi limiti, però, non si impone al metallo — in
verità — di resistere ad un infinito numero di alternazioni di sforzo,
ma soltanto a un numero molto alto, per esempio 10 0 50 milioni
di alternazioni che praticamente bastano, mentre in sede di prova
si arriva fino a 1000 milioni di alternazioni. Naturalmente la prova
si fa con macchine velocissime, per non dovere aspettare troppo.
In quest’ultimo caso il metallo si rompe e denuncia il trattamento
subìto con modificazioni profonde della struttura. Si veda la figura
riportata dal Locati («La fatica dei metalli», ed. Hoepli).

Qui la perlite lamellare si è trasformata in globulare e la struttura
denuncia la fatica che ha condotto a morte il pezzo.

Comunque, sembrò che il progettista si potesse coprire aumentando
alquanto la sezione del pezzo. Ma i calcoli più avveduti possono
essere frustrati da nna distribuzione irregolare e imprevista degli
sforzi se essi si concentrano inaspettatamente su superfici piccole
anzichè distribuirsi su quelle maggiori superfici ad essi destinate.
Così avviene per le parti intagliate o con piccoli raggi di curvatura.
Se si volesse osservare che nessuno progetta deliberatamente intagli
pericolosi sn parti meccaniche, si risponderà che influiscono anche
le minori e minime e impercettibili irregolarità, come cricche 0
fessure sopravvenute nella solidificazione o nei trattamenti termici
successivi, scorie, inclusioni provenienti dalla fusione, irregolarità
dovute alla corrosione, ossia all’età.

Di qui l’importanza della storia del metallo da cui fu ricavato il
pezzo: grado di purezza che dipende dalla storia della fusione e
dalla solidificazione, modo in cui il metallo è stato laminato o for-
giato, trattamento termico, rinvenimento.

Quello che per i metalli è morte per fatica, negli altri materiali è
sfacelo per altri motivi.

Così il legno perisce per invasione di funghi e di insetti; la gomma
si invecchia 0, come dicesi in gergo, si ossida; la muratura perisce
per disgregazione, per lo più, dei leganti, specie se non buoni.
Anche qui esistono rimedi come le iniezioni al legno con antisettici.
Talora la struttura massiccia, più o meno sottile, deve far tenuta
contro l’aria o contro un liquido: è ancora spesso il caso dei legni
e della gomma, e la vecchiaia si manifesta evidente con fughe.
Allentamento dei giunti. Quando lo sfacelo o l’indebolimento pre-
monitore riguardano organi di collegamento (giunti, incastri, ece.),
lo sforzo produce deformazioni nella figura della macchina. Allora,
anche spostamenti lievi, possono portare a un rapido decadimento
perchè sforzi che dovevano essere ripartiti e centrati e perciò ben
sopportabili, non sono più nè ripartiti nè centrati e danno luogo
a flessioni, torsioni, svergolamenti imprevisti; organi di tenuta non
tengono più, si producono giochi, il movimento genera vibrazioni
e martellamenti che rapidamente aggravano la situazione per
effetto dinamico.

Organi girevoli andati fuori centro, dànno rapide vibrazioni alter-
native. Quale sintomo mai trascurabile, sopravviene un rumore
anormale che nel caso delle macchine denuncia sempre qualche guaio.
Diamo un esempio banale: nell’automobile, una volta deformata
da un colpo — per esempio — ai longheroni, si comincia a non
potere più chiudere bene le portiere data la deformazione della
carrozzeria. Poi rapidamente la vettura va fuori servizio con gli
scuotimenti della strada avviandosi allo sfasciamento finale.

La corrosione. Volendo parlare di corrosione, cominciamo a dire
con Vernon che i metalli tecnici più comuni si trovano in condizione
metastabile, perciò la corrosione non è altro che un ritorno allo
stato stabile. Basta pensare alla infiammabilità del magnesio, del-
l'alluminio e dello stesso ferro quando sono in polvere.

Siamo circondati dunque da una atmosfera che col suo ossigeno,



col suo vapor d’acqua, con la sua anidride carbonica, insidia con-
tinuamente i metalli. Anche i metalli che noi seppelliamo, sotto
forma di cavi e di tubazioni, sono insidiati a lor volta da correnti
elettriche vaganti oltre che dalle acque sotterranee.

Il problema di difendere i metalli da questo ambiente nemico è
vastissimo e complicato. Basta pensare che buona parte della pro-
duzione mondiale di acciaio perisce per corrosione e scompare come
tale dalla faccia della terra.



I MUSCOLI e le vene del corpo umano messi a nudo in una celebre
tavola delle “ Riflessioni anatomiche” di Bartolomeo Eustachio
(Roma 1740) mostrano grovigli simili ai congegni delle macchine.

43



I PEZZI METALLICI soggetti a sforzi alternati subiscono una
* C 55

modificazione profonda della struttura. La perlite lamellare (4

La natura della corrosione è certamente elettrica, ma per preve-
derla non abbiamo che una teoria molto... teorica. I metalli non
vivono immersi in soluzioni titolate, ma subiscono l’offesa degli
agenti corrosivi nel modo più vario. Così a poco servono le tabelle
di velocità di corrosione in certe soluzioni (in grammi per giorno
e per metro quadrato) la cui utilità è ridotta, tutt’al più, al pro-
getto di parti totalmente immerse di apparecchi chimici. Basta
pensare che molti attacchi corrosivi avvengono — come suol dirsi
— per aereazione differenziale, ossia per colpa di correnti fra
parti più o meno esposte all'aria oppure più o meno bagnate da
acque contenenti più o meno essigeno in soluzione; per cause,
insomma, inafferrabili.

Alcune difese dalla corrosione sono vecchie di secoli, ma raramente
sono perfettissime. I rivestimenti e le vernici dovrebbero essere
molto durevoli, molto aderenti al metallo anche quando esso si
deforma elasticamente, impermeabili all’aria e all'acqua, resistenti
alla erosione e così via. Tutte queste qualità sono difficili da
ottenere insieme. Perciò ogni mezzo di protezione ha pregi e difetti
e. oltre a tutto, ha un costo diverso dagli altri. Possono essere
deposti elettricamente a difesa dalla corrosione: cadmio, zinco,
stagno, rame, e, soprattutto, nichel e cromo. Si hanno poi rivesti-
menti per immersione nello stagno, nello zinco e anche nel piombo.
Si placcano i metalli a sandwich con metalli più resistenti (oro,
argento, nichel, rame, acciaio inossidabile). Si spruzzano metalli
protettivi fusi e atomizzati (come zinco e anche alluminio, cadmio e
stagno). Si proteggono gli acciai od altri metalli con bagni di
fosfato di zinco o manganese e si ottiene così anche un’ottima
base di pitture o di smalti. Si bruniscono le canne dei fucili ed
altri pezzi con immersione in bagni ossidanti a caldo. Si ossida
l'alluminio e sn quell’ossido si applicano le bellissime pitture che
voi sapete. Si ossidano anche le leghe ultraleggere di magnesio.
Si applicano smalti che proteggono i metalli come vetro, ma però
del vetro hanno la fragilità e la tendenza a «cavillare». Si vernicia-
no e si pitturano i metalli da secoli con olii essiccativi e pigmenti
metallici fra cui, notissimo, il minio, che era ed è tuttora la rossa
sottoveste di quasi tutte le opere metalliche e delle tubazioni anche
se poi è ricoperto da strati di altra pittura.

Negli ultimi anni sono andati sempre più in diffusione: lacche,
vernici resinose, smalti; mentre le macchine più rustiche si pro-
teggono tuttora con spalmature di bitume e di asfalto.

Ma quasi tutti i mezzi di protezione hanno vita limitata nel tempo:
si staccano, sono erosi, si screpolano quando non seguono il metallo
nelle maggiori deformazioni; diventano porosi è assorbono perciò
umidità favorendo corrosioni latenti.

Se si tratta di legni, sotto la vernice disfatta seguono invasioni
di insetti e di muffe.

E non tutti i rivestimenti possono applicarsi una seconda volta:







4 4

sinistra) si trasforma in perlite globulare (a destra) e l’analisi
microscopica denuncia la fatica che ha condotto al logorìo.

non gli smalti che vanno applicati a caldo, non i rivestimenti elet-
trolitici, non la ossidazione anodica e la zincatura per immersione.
Usura. Le superfici metalliche si consumano per usura per effetto
di strisciamenti e rotolamenti.

Diciamo subito che si suol rendere ricambiabili le parti che più
rapidamente periscono per usura: cuscinetti, guide del moto ret-
tilineo, anelli di pistone, cilindri, pneumatici, anelli di tenuta di
olio e di polvere, pattini di freno, dischi di frizione, ingranaggi
(questi ultimi però sono costosi). Talora le parti usurabili si rive-
stono di guaine ricambiabili, come le camicie dei cilindri.
L’usura si può talvolta compensare fino a un certo grado registrando
la posizione delle parti, se ciò fu previsto nel progetto.

Il progettista riserva alla superficie usurabile la finitura più accu-
rata (rettifica, lappatura, superfinitura, sbarbatura di ingranaggi);
usa inoltre il materiale più resistente e ne prevede adatti tratta-
menti termici come la nitrurazione, la cementazione, la tempra
superficiale per induzione o alla fiamma, la placcatura con metalli
o materiali più resistenti.

Le superfici di valvole od altri organi di tenuta di fluidi non ten-
gono più quando sono consumate e la regolazione non avviene più:
è vero che talvolta si può prevedere smerigliatura e ricambio di
sedi e di dischi.

L'usura è dovuta alla irregolarità di superfici metalliche striscianti
l'una sull’altra, e può arrivare fino al «grippaggio » fatale, donde
la convenienza di sostituire gli accoppiamenti di strisciamento con
accoppiamenti rotoidali, dove sono applicabili cuscinetti antifrizione
e a sfere che durano di più, si possono cambiare e si tengono
meglio lubrificati.

Inoltre l'usura si aggrava per corpi abrasivi (polveri che si depon-
gono sulle superfici e sono trascinate e strisciate su di esse).

Ecco la necessità di carters o guaine di protezione, per esempio
negli ingranaggi, dove spesso il carter serve anche da deposito
o bagno di olio.

Ma il contatto con corpi abrasivi non può essere di certo evitato
se è proprio su quei corpi che la macchina deve operare, come
avviene per esempio nelle coclee, nei molini, ecc.

Uno degli inconvenienti dell’usura di superfici di contatto lubri-
ficate è l'eccessivo consumo di olio.

In generale il consumo delle superfici corrodibili e consumabili e
dei loro giunti di collegamento, prevale su altri fatti di vetustà,
cosicchè di molte macchine si può dire che dimostrano l’età delle
loro «superfici» specie di quelle di «usura» e dei loro « giunti ».
Infatti è proprio lì che il vecchio stimatore di macchine usate
va prima a guardare.

Perciò la macchina è un poco come la bella donna che, correndo
gli anni, acquista l’età delle sue rughe e ahimè — delle sue
giunture. E per un poco si difende pitturandosi.





BAROCCO MATEMATICO.

moderno ehe tra l'arte e la scienza non ci sono fratture. Questa configurazione è determinata da 27 linee rette tracciate sulla

superficie. Le 27 rette possono organiz si così: data una retta ad arbitrio tra le 27, ve ne sono 10 incidenti quella retta; date

invece due rette. ve ne sono 5 incidenti entrambe. Il massimo numero estrarre dalle 27 in modo che
siano a due a due sghembe (non incidenti) è 6,

Estrosa e precisa, libera e rigorosamente calcolata, eeco una forma che sembra confermare il concetto

di rette che si possono









I DISCHI VOLANTI DELL'’ALFA ROMEO A MONZA. Alle ore 11 del 25 ottobre 1952 la presentazione
delle vetture dette * dischi volanti” fu fatta all’ Autodromo di Monza durante una manifestazione che

prese il nome di # incontro col brivido ”. Poeti, pittori, filosofi, giornalisti. reporters, teenici e campioni,
prima di fare un giro di pista a bordo delle Alfa Romeo 1900 guidate dai corridori, assistettero alla esibi-
zione dei « dischi volanti”, ehe Guidotti e Sanesi fecero andare alla velocità di 250 chilometri allora.
Alla fine qualcuno chiese quando i < dischi? avrebbero potuto entrare ufficialmente nelle gare e i
dirigenti dell’Alfa risposero che entro il °53 se ne sarebbe certo parlato nelle corse di categoria sport.



46

Il brivido e il cattivo tempo
milanese del 25 ottobre non
hanno consentito al reporter
(e a noialtri) di far bella
figura presentando questa tar-
diva, ma storica, documenta-
zione. Le fotografie sono brut-
te com'era brutto il cielo di
quel giorno. Speriamo che di-
cano ancora qualcosa ai testi-
moni entusiasti. Ci perdoni il
lettore ignaro se il frisson non
troverà in lui una risposta.

INCONTRO

COL BRIVIDO

RA i poeti uno dei più spericolati fu Salvatore Quasimodo,
l’autore di «Giorno dopo giorno » e delle più belle traduzioni
moderne dei lirici greci. Quasimodo chiedeva di correre a tre-

cento all’ora anzichè a duecento. Un signore di statura media, come
ha raccontato Guzman su « Il Tempo » di Roma, ben vestito, con
baffetti neri e i capelli un po’ lunghi sulla nuca, insisteva moltis-
simo per essere pilotato su uno dei due «dischi volanti» che poco
prima erano stati presentati al ristretto pubblico degli intenditori.
«Scusi » gli chiese allora il giornalista «lei è uno sportivo? È un
” habitué ” delle corse automobilistiche? » e il poeta gli aveva
risposto no, che non aveva mai assistito a una gara e che anzi non
sapeva guidare neppure l’automobile. L'altro poeta «conquistato »
era stato Eugenio Montale. Montale è l’autore de « Gli ossi di seppia »
e delle « Occasioni », uno degli uomini più severi e scontrosi della
nostra letteratura. Egli fu visto in piedi, dal giornalista Zanasi, sulle
scalinate della tribuna dell’autodromo, accanto allo serittore Dino
Buzzati, cronometrare i tempi delle macchine, due e quindici, due
e quattordici, due e dieci, due e nove, cioè due minuti e nove secondi
per compiere un intero giro di pista, e trepidare per la loro corsa.
« Così forte » diceva « su una pista bagnata, ci vuole un bel coraggio... »
» a chi gli stava attorno e gli spiegava che per marciare con quel
ritmo, per mantenere quella media, Sanesi doveva passare davanti
a lui a circa trecento all'ora, «eh sì» aggiungeva «il rettilineo
bisogna percorrerlo sui trecento, se no gli altri ti sorpassano ».
Montale non volle però correre, era troppo piacevolmente distratto
a cronometrare e discutere per desiderare ulteriori emozioni. Dicono
altri giornalisti che le discussioni che si fecero quel giorno a

Monza non si sono mai sentite in nessun altro autodromo del mondo.
I pittori dissertarono a lungo, ad esempio, dell’effetto che faceva
il rosso clamoroso dei «dischi volanti» tra i toni autunnali del
parco e il cielo color alluminio. Cassinari trovò che tanta velocità
dava il senso della responsabilità collettiva assoluta e voleva signi-
ficare che tutti, progettisti, operai, quelli che costruiscono le strade,
sono responsabili e la loro opera deve essere comune e perfetta per
poter «sostenere una potenza che è ai limiti del naturale ». Gli
invitati in genere salivano sui coupés, le cabriolet, le berline Alfa,
eccitati e arrivavano sereni. I corridori-piloti guidavano con tanta
sicurezza che el'intellettuali scendevano dalle macchine come si
scende dai landeaux, con disinvoltura. Solo Fangio, che era arrivato
all’ultimo momento e non aveva avuto il tempo di pensare alla
prudenza, fece correre parecchi brividi sulla schiena di Arturo Tofa-
nelli. direttore del settimanale « Tempo ». Ha raccontato Tofanelli
in seguito che, mentre il campione argentino affrontava la famosa
curva di Lesmo a tutta velocità e gli confidava sommessamente
« Vede, qui sono scivolato l’anno scorso per un banale incidente... »,
egli già si sentiva bell'e spacciato. Un altro brivido, ma questo sol-
tanto scherzoso, lo provocò, come disse l’« Equipe », Farina salendo
a bordo di un'Alfa. Farina accompagnò il direttore dell'« Equipe »,
Jacques Goddet, il « patron » del tour di Francia, nel solito giro di
pista. « Guardate » esclamò Goddet rivolgendosi all’ing. Quaroni,
direttore della casa del Portello, « guardate che Farina vi vuol por-
tare via la macchina ». Un fotografo sentì e si precipitò a ripren-
dere la scena col suo lampo di magnesio; gli altri, che stavano foto-
grafando Coppi a bordo della «sprint», lo videro e si precipitarono
anche loro. Ci furono sette o otto lampi consecutivi, infine tutto
finì in una gran risata. L’altoparlante intanto chiedeva: « Per favore
un pilota per il filosofo Paci. Chi vuol portare Anselmo Bucci? ».
Nessuno sembrava accorgersi della pioggia. Bucci che soffre noto-
riamente di reumatismi era diventato agilissimo, voleva ancora
provare. Tanta era l'amicizia e la fiducia che si era stabilita tra
gli intellettuali e le macchine che sull’albo dell'Alfa furono raccolti
ben cinquantacinque autografi che dichiaravano tutti senza riserve
l'entusiasmo « per la bella giornata», per la «lollobrivido », che
per altri era stata soltanto nna noiosa giornata di pioggia.



PUBBLICITÀ

esemplare

di Antonio Boggeri

Tra i problemi d'attualità che il pub-
blico trova con ‘insistenza trattati sui
giornali, insieme @ quelli della con-
versione degli impianti, del pieno
impiego, del dirigismo, ecc., quello
della propaganda ritorna ora più fre-



quentemente e lo vedremo forse pro-
mosso agli onori dell'articolo di fondo.
Via via che l'interesse per la propa-



ganda è emerso, ha preso consistenza,
è stato affrontato con lo stesso cipiglio
dei problemi economici e politici. Gli
aspetti della pubblicità vengono investi-
gati ora col metodo scientifico piuttosto
che con l’analisi diretta dei mezzi usati.
Trattandosi tuttavia di una materia le
cui manifestazioni, in gran parte, si
identificano con la carta stampata, non
sembra possibile giudicarne i risultati
senza tener conto anche delle sue qualità
grafiche (come, per analogia, si lamenta
che, nel problema edilizio nazionale, sia-
no ignorate le ragioni dell’architettura).
In una recente conferenza sulle public
relations in atto negli Stati Uniti,
abbiamo sentito citare VEnit come
una manifestazione italiana di propa-
ganda lodata in America e non v'è
dubbio che si volesse porre l'accento
sull'opera di sottile penetrazione ten-
dente a conquistare il pubblico alle più
aperte forme di seduzione: spettacoli,

A (RTRT,
NEW DEPARTURE
BALL BEARINGS.



48

mostre, festival, ece.. organizzati nelle
nostre città più celebri.

Ma a parte ciò, in cosa consiste la
propaganda Enit se non nella rego-
lare e ricca distribuzione di opuscoli,
riviste, manifesti, affissi, negli uffici
viaggi di tutto il mondo?

E dove incontra il turista che li conjron-
ta con altri luoghi classici dell’Italia, se
non in quelle immagini stampate (se non
forse nei nostri film documentari)?
Riconosciuta l'importanza decisiva della
visualizzazione nella propaganda sem-
brerebbe evidente preoccuparsi della sua
forma, gusto, qualità. Noi vorremmo
che la raccomandazione di imitare
Enit venisse ascoltata dai dirigenti
la propaganda dei complessi industriali





d'importanza nazionale.

Quali sono difatti i campi in cui
abbiamo in questi ultimi anni conqui-
stato clamorosi successi internazionali?
Nel film, nella moda, nell’artigianato
dove l'essenzialità del gusto come fat-
tore decisivo è evidente; ma mon è
difficile scorgere nei consensi sempre più
fervidi e nelle pratiche conclusioni delle
vendite un significato preciso: che sol-
tanto le manifestazioni di alto livello
formale incutono rispetto, conquistano
la stima, persuadono all'acquisto.
Sotto questo riguardo una scatola di
sigarette è importante come un’automo-
bile, una radio come un manifesto, un
avviso su un giornale come una mac-





china per scrivere.

Non vè ormai manifestazione dell’arte
applicata che resista alle influenze di-
verse della cultura e fa veramente pena
constatare la povertà, la nessuna pre-
senza di apporti, di risonanze, di
riflessi del mondo del pensiero nella
quasi totalità degli avvisi pubblicitari
che ospitano i nostri giornali e riviste.
Sperduti nella foresta delle idee più
attuali, circondati dall’atmosfera ecci-
tante della vita in fermento, questi
strani esseri che sono gli «avvisi di
pubblicità », vegetano in un loro limbo
dove si balbetta un primitivo alfabeto.
Sarebbe arduo riandare alle origini di
tale linguaggio, fissarne i caratteri: nes-
suna scuola li insegna. Come si è
cristallizzato, vedremo un’altra volta.
Riproduciamo intanto alcuni avvisi
scelti jra le moltissime pagine di pub-
blicità di uma nota rivista americana.
Per quanto, di proposito, assai diversi fra
loro, il contrasto con quelli che abitual-
mente vediamo è così forte e toccante da









non suggerire commenti; vorremmo tutta-
via solo accentuare quanto, ai nostri oc
chi, li giustifica e li fa esemplari.

Una singolare forza d'attrazione deriva
dal magistrale impiego del bianco e
nero; l’espressione grafica discende dal
linguaggio pittorico con naturale ade-
renza alle sue forme attuali, ridestando
tempestivamente un particolare interesse
visivo, conferendo al « nome» un alto
prestigio. Da ultimo una piena, assoluta
padronanza della tipografia moderna: re-
quisito fondamentale per il superamento
di questo assunto: riassumere fondendo-
li, l'elemento decorativo con quello tecni -
co-pratico. Si deve concludere che risul-
tati come questi non sono mere improvvi-
sazioni abbandonate all’indifferenza del
pubblico.





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climate, or coast can resist

these svicidal mischiefs.

(Civitination, 1967



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«Quelle colline », disse, « erano tutte coperte
d’olivi, fin dall'epoca etrusca: ho trovato
tombe di etruschi esattamente nel mezzo delle
piantagioni morte, con le pietre dei muric-
ciuoli a secco che delimitavano le ceppaie

degli alberi maggiori. Ho trovato anche, in
quegli oliveti spentisi nell’abbandono, e rinati

IN MAREMMA silvestri qua e là, enormi macine di pietra,
Î ed altri oggetti primitivi usati per pigiare le
ulive, e poi filtrare l’olio. Questo deserto era

tutto un oliveto, ininterrotto, per chilometri e

chilometri i contadini romani vedevano il

Congegni fierissimi che rimuovono da oltre un metro 0 Seo: negrnla Cela plale dea A
ISO Pan : Mediterraneo, dai monti fino al limite del
mare. I fusti con l'olio erano portati nella

di profondità lo strato di pietre, acque, radici inestir- È ! ; ! (
via Aurelia, poi a Centum Celle quando

pabili con mezzi normali, e portano al sole la terra Traiano fondò il porto che segnò la decadenza
, . È ; É di Ostia, alla foce del Tevere. Furono i secoli
mai prima d’ora sfruttata dal contadino dello splendore, i traffici aumentavano ed i

ricchi possidenti costruivano sfarzose ville in
mezzo alle piantagioni di olivi. L'olio di
di Lamberti Sorrentino Centum Celle era così pregiato che i potenti
di Roma se lo portavano in otri gonfi e
lucenti fino alle loro dimore estive nel golfo
di Napoli, a Baia, Cuma, Miseno. Nelle cro-
nache del tempo si narra di morene di Poz-
zuoli condite con olio di Centum Cella. Nel

LI macchina vincerà il tempo, disse il ziamo l’Italia », senza nemmeno fare cenno 528 la città, contesa fra Goti e Bizantini,
mio compagno d'Africa (ero stato ospite al dolore di non essere più in Africa. Il pae- resistette vittoriosamente a Totila, ma presto
suo a Tocra al principio della guerra; saggio è desolato, esteso, arcaico. Denuncia incominciò la decadenza, e nell’812 fu di-
dirigeva allora il Consorzio Agrario della l'abbandono dei secoli, ed è contro cotesto strutta dai Saraceni. La popolazione fuggì,
Cirenaica). Voleva riferirsi ai trattori che abbandono di tanti secoli ch’egli lavora con e le piante cominciarono a morire. Dopo
avevamo veduto all'opera nell’Azienda di i suoi mastodonti d’acciaio. Indica le colline alcuni decenni intorno al porto nacque una
Bonifica di Civitavecchia che dirige adesso. all'orizzonte, allungate e sottili, calve, con città nuova, con il nome attuale, e funzioni
Gli piace concludere i suoi discorsi con sen- qualche macchione qua e là, d’un colore marinare. Gli olivi abbandonati fornivano

tenze. Aveva detto anche: « Adesso coloniz- ocra pallido, e riflessi verde veronese. tutt'al più legna da ardere, le intemperie





producevano fenomeni di erosione che modi-
ficavano sostanzialmente la natura dei luoghi.
La terra dalle colline era portata a mare
e spuntavano le pietre del sottosuolo. Quel
che abbiamo davanti agli occhi, sia pianura,
sia collina, è almeno un metro al di sotto
del livello di un tempo ». Disse ancora il
mio compagno d'Africa: «Moltiplichi quel
metro per l’estensione del paesaggio, ed avrà
la cubatura dell’humus che l’incuria, 0 l’inav-
vertenza, degli uomini, ha lasciato perdere
nel mare ». « Terra morta », diss’io.

«Maremma » ch'è lo stesso. Cotesta parola
ricorre per la prima volta verso il 1200,
come contrazione di marttima, cioò marit-
tima; e significò, poi, terra bassa e paludosa
lungo il mare. Inguaribile, si pensava. Così
come l’Agro Pontino fu risanato per via delle
macchine, anche la Maremma dovrà la sua
rinascita alla vita agricola a nuove macchine.
Si è sostenuto che lo sviluppo dell’industria,
sottraendo lavoratori alle campagne, nuocesse
alla agricoltura. Invece è l’industria che for-
nisce alla agricoltura mezzi di battaglia.
Coteste macchine sono carri armati veri €
propri, congegni fierissimi, terribili, che da-
ranno guerra all'abbandono. La terra non si

L'AF/S nella zona di Civitavecchia. dove l'Ente Maremma sta tentando un radie
espressamente per i lavori di sbancamento, uno dei più
potenza di 135 cavalli e uno sforzo di trazione equivalente

esaurisce nello strato di un metro di humus
dalla erosione portato al mare. Era lo strato
più ricco, l'oro puro. Sotto quello strato vi
sono pietre d’ogni dimensione, acque saline,
radici dannose, tante malattie che i mezzi
normali del contadino, fino a pochi anni fa,
non potevano nemmeno pensare di ridurre
o curare. Il trattore Ansaldo-Fossati AF/8
da 135 cavalli compie una prima operazione
di disboscamento, sezionando la boscaglia in
tanti segmenti paralleli un metro dall’altro,
poi altrettanti segmenti perpendicolari, in
modo da sradicare e distruggere le piante,
seppellirle, involtolarle nella terra. Radici e
piante vengono, poi con altre macchine, e
infine dalla mano dell’uomo, raccolte in
fascine, e vendute come combustibile. La
terra rimane, nelle zone di macchia, libera di
ingombro, pronta ad essere trattata, conci
mata, coltivata. Una seconda operazione, la
più straordinaria dell’AF/8, è costituita dalla
rottura del cappellaccio di pietra dove la
terra sembra tutta asportata dalle erosioni.
AIl’AF/8 si applica un ripper, un anello con
tre punte a gancio, che entrano nella terra
pietrosa, e svellono le pietre. Se le pietre sono
molto pesanti, si adopera il ripper con un

solidi del mondo. Pesa 14 tonnellate, è lungo 2 metri e 38,
a) suo peso. Con l'applicazione di un “ ripper ”’, svelle le pietre più pesanti.

solo gancio, in modo che nell’azione di quel
gancio si concentri tutta la potenza dei
135 cavalli del motore, e si assiste allo spet-
tacolo di lastroni di pietra pesanti quintali
che sono portati alla superficie da oltre un
metro di profondità. Tra i lastroni, e sotto
di essi, vi è buona terra, riportata al sole.
Una terza operazione compiuta dall’AF/8 è
infine l’arieggiamento dei sottofondi argillosi
che si estendono per chilometri e chilometri,
in certe zone, a un metro circa sotto la terra,
a volte a soli venti centimetri. Il gancio
penetra in profondità, producendo nella massa
argillosa un vero e proprio spacco, 0 cunicolo,
a traverso cui passa l’aria. Cotesto arieggi
mento provoca un’azione fisica e chimi(
quale muta la consistenza dell’argilla mede-
sima, che da filacciosa diviene glomerulare.
In quell’argilla, prima totalmente sterile, arri-
vano le radici, e col tempo si forma l’humus
nutriente. Altre azioni rapide e decisive com-
pie la straordinaria macchina sui terreni
morti, o considerati tali, come l'apertura di
fossi di scolo della profondità di oltre un metro,
per il drenaggio delle acque, il frangimento
delle zolle. Dalla notte dei tempi alla nascita
della macchina la velocità massima era costi-



ale esperimento di bonifica. È un trattore studiato

‘aggiunge una



tuita dalla corsa di un cavallo, e il mecca-
nismo più audace per fecondare la terra era
l’aratro trainato dai buoi. Così come il limite
della velocità massima si sposta innanzi di
anno in anno, e supera limiti nemmeno imma-
ginati prima, lo sviluppo delle macchine agri-
cole fa prevedere che grandissima parte della
terra giudicata sterile sarà restituita alla
coltivazione. I filosofi dicono che la macchina
è la nemica dell’uomo, che i guai dell’uomo
incominciano appunto con le filande di
Manchester, le prime macchine. Qui, nella
piana di Civitavecchia, si dimostra il con-
trario: la macchina è l’amica dell’uomo.
L'Italia che ha subìto nel corso di innume-
revoli guerre l’usura del disboscamento, e
perciò ha veduto nel giro dei secoli ridotto
al minimo la sua capacità produttiva, si
avvantaggerà delle prestazioni di queste mac-
chine, e potrà sperare in un suo domani più
ricco di sussistenze ».

L’ingegner Giuseppe Rozzi — il mio amico
d'Africa — dice che lavorare la terra è come
creare opere d’arte, o partorire; si è presi
dall'azione al punto da non pensare ad altro.
È il solo lavoro regolato dal sole, perciò il
più sano. Gli chiedo che cosa costa comples-

sivamente l'immissione nel ciclo produttivo
agricolo, di una famiglia colonica.

Risponde: « Tra acquisto di terra, opera di
bonifica, costruzione della casa, ece., intorno
ai tre milioni di lire. Si assegnano 91 poderi
di otto ettari l’uno, e 68 quote di integrazione
a coloni che hanno terra propria, ma non
sufficiente ai loro bisogni. Una parte della
somma è anticipata dall'Ente Maremma,
un’altra dallo Stato; le famiglie coloniche
diventano proprietarie dei poderi in venti
anni, dopo avere integralmente restituito il
capitale anticipato. Senza le macchine che
rendono la terra sfruttabile, l’opera non si
sarebbe nemmeno progettata. Siamo al prin-
cipio. L’AF/8 e le altre macchine che ado
periamo aprono un ciclo nuovo alla bonifica.
Zone che prima erano giudicate non reddi-
tizie, o addirittura irredimibili, oggi sono
rapidamente convogliate nel ciclo della pro-
duzione. E dove prima si arrivava, poniamo,
in un anno e spendendo un milione, noi con
le nuove macchine arriviamo spendendo
mezzo milione in sei mesi. È prevedibile che,
fra breve, i progressi industriali consentiran-
no di ridurre maggiormente tempo e spesa ».

IL TCA/70, più adatto alle rimozioni leggere, sta diventando con l'altro trattore il protagonista della lotta contro l'abbandono che si
svolge ora nell'alto Lazio. Il suo peso è di circa 6 tonnellate e mezzo, la potenza di 60 cavalli, la sua velocità può essere di 9,6 chilo-
metri all'ora e la sua capacità di sforzo 6,8 tonnellate. In seguito all’azione dei trattori Pargilla prima sterile si trasforma in humus.



IL CAPO OPERAIO

A più diretto contatto con le maestranze egli è
particolarmente qualificato per esercitare non solo
un’azione di comando, ma di guida morale del personale

E alcuni'aspetti della « condizione operaia »

sono di competenza del riformatore sociale,

è però nei compiti e nell’interesse diretto
dell’organizzatore industriale curare tutte
quelle circostanze che possono sollecitare nei
lavoratori una partecipazione morale alla vita
intima dell’azienda ed alleviare in essi il logo-
ramento psicologico imposto dal progresso
della macchina e dalla tecnica.
Non si può confidare nel successo di aleun
programma di sostanziale sviluppo della pro-
duttività senza un’attiva adesione delle mae-
stranze. La mancanza di questa condizione
ridurrebbe, ed in certi casi neutralizzerebbe,
completamente l’efficacia di innovazioni tec-
niche e l’impiego di macchine più moderne.
In ogni situazione, soprattutto laddove le
condizioni ambientali siano caratterizzate da
fattori politici che rendono particolarmente
accentuata la tensione tra maestranze e dire-
zione aziendale, si deve pertanto riconoscere
allo sviluppo delle «human relations » un
grado di priorità nella ricerca dei mezzi per
realizzare una maggior efficienza produttiva.
Nell'ambito di una politica di distensione
sociale all’interno dell'azienda e di mobili-
tazione delle risorse delle maestranze il ruolo
fondamentale spetta ai quadri intermedi e, in
particolare, ai capi operai.
È indispensabile infatti che coloro che sono a
più diretto contatto con le maestranze siano
particolarmente qualificati per esercitare
un'azione non solo di comando, ma di guida
morale del personale. Essi devono essere il
più possibile ricettivi nei confronti dei con-
cetti delle « human relations », possedere natu-
rali attitudini a trattare con i dipendenti,
avere una preparazione professionale che su-
sciti il rispetto spontaneo delle maestranze e
infine — last but not least — dimostrare
capacità e volontà di insegnare.
Si tratta. come è evidente, di un complesso
di doti non comuni che richiedono accurati
processi di selezione ed addestramento. Gli
sforzi compiuti in questa direzione sono però
destinati a dare risultati largamente superiori
ad ogni eventuale costo per la formazione
di capi operai che sotto ogni aspetto risultino
idonei alle funzioni di comando. Si è potuto
infatti constatare in varie situazioni che lavo-
ratori scadenti guidati da elementi molto
capaci producono di più che buoni lavoratori
diretti da quadri mediocri. Questo criterio va
tenuto presente in special modo per l’attua-
zione di programmi organici di sviluppo della
produttività, dovendo i capi operai essere in
grado in tal caso non solo di assimilare le
più moderne concezioni tecniche, ma di po-
terle spiegare convincendo i dipendenti — che
nella maggior parte dei casi sono diffidenti
verso le innovazioni — della convenienza di
assecondare i nuovi indirizzi produttivi.
Da un'analisi qualitativa dei capi operai in
Italia si può rilevare che la maggior parte

5a

di Leo Solari

di essi ha raggiunto le attuali posizioni perchè
fornita di non comuni doti di intelligenza e
di capacità di comando, ma, difettando in
misura eccessiva di una base teorica, non ha
l'elasticità mentale occorrente per portare un
contributo positivo nel miglioramento dei
procedimenti tecnologici ed assimilare nuove
concezioni nell’organizzazione del lavoro. I
quadri formatisi unicamente alla scuola del-
l’esperienza diretta tendono a rimanere anco-
rati alle nozioni pratiche apprese molto tempo
addietro e, gelosi del loro patrimonio di no-
zioni tecniche acquisite attraverso un lun-
ghissimo, faticoso tirocinio, sono in genere
riluttanti a dare insegnamenti esaurienti agli
altri. Per essi poi si può rilevare, come per
ogni altra categoria di persone aventi nelle
nostre aziende funzioni di responsabilità e
controllo del lavoro altrui, una mancanza di
sensibilità per il problema delle «relazioni
sociali ».

Quadri operai in Italia.

È vero che una parte dei quadri di officina
proviene da seuole medie inferiori comuni 0
industriali. Anche per costoro però si lamen-
tano, sebbene in misura minore, alcune delle
stesse deficienze rilevate per la categoria dei
non diplomati. Di quest'ultimi poi i quadri
provenienti dalle scuole per periti industriali
non hanno in genere certi pregi, dovuti ad
eccezionali doti naturali e ad una dura espe-
rienza. In particolare è stata rilevata la ten-
denza dei diplomati a fare gli impiegati da
tavolino e ad assumere atteggiamenti che li
rendono invisi alle maestranze. È da tener
presente poi che, anche per quanto riguarda
i periti, ci si affida in genere alla spontanea
maturazione nell’ambito aziendale: essi in-
fatti vengono per lo più assunti ed immessi
nella vita di officina senza aleun speciale
addestramento. Corsi per periti sono stati
tenuti solo in alcune società, quali la Fiat,
la Terni, l’Ilva, la Olivetti, l'Alfa Romeo, la
Edison. Nella maggior parte delle altre aziende
non esistono o sono stati sospesi.

È stato rimproverato alla nostra industria
non solo di non curare sufficientemente la
preparazione dei capi operai, ma di confinare
eccessivamente le funzioni di questi ultimi a
compiti puramente esecutivi.

Da parte di tecnici americani che hanno avuto
occasione di studiare la nostra organizzazione
industriale ci è stato fatto osservare che le
nostre aziende, accentuando un difetto da
essi riscontrato anche in numerose altre im-
prese europee, non lasciano un margine suf-
ficiente per l’iniziativa personale. Negli Stati
Uniti si è convinti infatti della opportunità
di riconoscere al «foreman » (capo operaio)
una certa autonomia di decisione: in relazione
a ciò lo si considera regolarmente parte del
«management » e si cura al massimo la for-
mazione della sua personalità.

Una delle funzioni fondamentali del sistema,
seguìto da quasi tutte le aziende americane,
di regolari, frequenti riunioni tra « foremen »
convocate per discutere argomenti di comune
interesse con la partecipazione di esponenti
della direzione dell’azienda, è appunto quella
di sviluppare nei quadri la capacità di ini-
ziativa ed il senso di responsabilità, prepa-
randoli, così, anche per mansioni più elevate.

Selezione.

Nella selezione dei capi operai si cerca di
evitare criteri empirici, quale quello della
scelta del lavoratore migliore o più anziano,
ritenendosi che in tal modo si rischierebbe
di perdere un buon lavoratore e creare un
mediocre «foreman ». Per promuovere un
operaio a funzioni di comando ci si preoccupa
di accertare, fra l’altro anche attraverso
«tests », che egli possegga una serie di qua-
lificazioni specifiche.

Le doti fondamentali che vengono richieste
ad un « foreman » sono la capacità di comando,
l'attitudine a sapere trattare con i dipendenti,
la capacità di istruire e farsi comprendere e,
infine, l’abilità nel proprio mestiere. L’anzia-
nità costituisce solo un requisito secondario.
La selezione avviene spesso dopo corsi pre-
paratori per « foremen ». L'istruzione continua
però anche in seguito per coloro che hanno
avuto la nomina. Essi devono in certi casi
seguire persino corsi di economia (natural-
mente di carattere molto elementare). Si
cerca infatti di dar loro quelle nozioni di
carattere generale che possano permettere ad
essi di rendersi conto di certi problemi fon-
damentali dell'azienda e di spiegarli ai propri
dipendenti. Soggetti su cui si insiste in modo
particolare sono i metodi per migliorare le
relazioni con il personale, la tecnica della
prevenzione cagtro gli infortuni, i princìpi ge-
nerali dello studio dei tempi, dell'economia
dei movimenti, dei metodi di riduzione degli
sprechi, e così via.

Si svolge poi un’azione costante per svilup-
pare nei capi operai la coscienza della respon-
sabilità, ad essi affidata, di curare la forma-
zione dei loro sostituti (« training of under-
studies ») secondo criteri razionali indicati in
piccoli manuali dedicati a questo argomento.
Attraverso riunioni, conferenze e continue
raccomandazioni ci si sforza di vincere nei
capi la naturale riluttanza a valorizzare i
propri collaboratori più vicini, dimostrando
la convenienza di porre in luce i propri meriti
come educatori di nuovi quadri.

Il sistema che più frequentemente viene appli-
cato per la preparazione dei capi operai è
il « Training within industry », T.W.I. (adde-
stramento nel luogo di lavoro). Questo me-
todo di insegnamento, affermatosi negli Stati



Uniti nel corso dell'ultima guerra, è venuto
perfezionandosi ed estendendosi nel dopo
guerra con particolare riguardo al problema
delle relazioni. sociali.

Il T.W.I. ha avuto diffusione anche in alcuni
paesi europei (Belgio, Francia, Olanda, Paesi
Scandinavi, Regno Unito, Germania) e sta
per svilupparsi in Italia, ove alcune delle
nostre più importanti industrie del Nord hanno
qualche tempo fa convenuto di costituire a
tale scopo un Istituto speciale che dovreb-
be svolgere nel nostro Paese la funzione espli-
cata negli Stati Uniti dalle « T.W.I. Foun-
dation ».

Per quanto riguarda l'addestramento dei capi
operai, la caratteristica peculiare del T.W.I.
è rappresentata dal fatto che esso mira non
già ad accrescere il loro patrimonio di nozioni
tecniche, ma a mostrare loro come essi pos-
sano nel modo migliore utilizzare l’esperienza
già acquisita nel trattare i dipendenti, nel-
l'organizzare il lavoro e nell’istruire il per-
sonale.

I programmi sono prevalentemente articolati
sulle tre seguenti materie: «Job relations »
(rapporti con il personale), « Job methods »
(criterio per l’impiego più efficiente della mano
d'opera e dei materiali attraverso il miglio-
ramento dei sistemi di lavorazione), «Job
instruction » (addestramento dei nuovi operai).
I corsi vengono tenuti all’interno dell’azienda
durante le ore di lavoro, prevalentemente
sotto forma di riunioni in cui l’istruttore —
che, a sua volta, ha ricevuto una preparazione
speciale presso l’istituto centrale del T.W.I.
— cerca di attivare il più possibile la libera
discussione.

Affinchè i princìpi ed i metodi discussi nelle
riunioni vengano sistematicamente applicati
dai capi operai si cura che l'addestramento
continui durante il lavoro. Sia durante i corsi
che dopo il loro completamento l'istruttore
T.W.I. visita i capi operai per controllare se
essi si attengano ai criteri che hanno formato
oggetto dei programmi di insegnamento.
Anche in diversi paesi dell'Europa occidentale
si riscontra un rigoglioso sviluppo di iniziative
per l’istruzione e l’addestramento dei capi
operai. In Inghilterra ed in Norvegia a questa
funzione provvede principalmente lo stesso
governo. Del problema si è occupata, in altri
stati, direttamente l’industria. Quasi ovunque
esistono organismi centrali, in certi casi ope-
ranti in collaborazione con i sindacati dei
lavoratori, per lo sviluppo dei programmi di
insegnamento per quadri aziendali.

Gli argomenti più curati sono infatti i se-
guenti: criteri per guidare i dipendenti sulla
base di uno studio del loro temperamento e
delle loro attitudini, metodi per promuovere
un buon lavoro di squadra, importanza di
sviluppare la personalità dei propri uomini,
le condizioni per creare negli operai la sod-
disfazione del proprio lavoro, relazioni fra l’am-
biente familiare e quello dell’azienda, ece.
Si tenga presente che in genere la tensione
all’interno della azienda, anche laddove essa
sembra avere eminentemente un’intonazione
politica, è più la conseguenza che la causa
di una reciproca incomprensione tra direzione
dell'impresa e maestranze. Bisogna quindi
disporre di quadri che sappiano essere gli
interpreti tra due parti ciascuna delle quali
parla un linguaggio incomprensibile all’altra
ed abbiano soprattutto l’arte di rivelare ai
dipendenti le innumerevoli possibilità di com-
promesso tra la lealtà nei confronti della
azienda e la lealtà verso le organizzazioni
sindacali di cui fanno parte.

È evidente che è principalmente su elementi
giovani che si può fare affidamento per l’espli-
cazione di un’azione di questo genere. Essi
possono infatti portare quell’entusiasmo che
manca in chi è irrigidito nei criteri di con-
dotta dettati dall’abitudine.








siti E i TI
PIETRO PELLIZZONI, un capo operaio dell’Officina Meccanica (OMFA) dei Cantieri
Riuniti dell’Adriatico. Nato a Monfalcone, è all’OMFA dal 1927. Ha accompagnato i
nostri inviati nel suo laboratorio per mostrar loro i modelli in legno di parti di scialuppe.



RODOLFO QUARGNAL, operaio fabbronave, nato a Trieste e dipendente dal Cantiere
San Marco dal 1917. È un tifoso della Triestina, ma secondo lui i calciatori della sua squadra
guadagnano troppo. Tutti gli operai qui presentati dipendono dai Cantieri Riuniti dell’ Adriatico.

PIETRO GUGLIELMI, falegname modellista. Ha eostruito il modello della motonave
« Australia’ in mostra da qualche tempo nella galleria di testa della stazione di Roma.
E° nato a Muggia il 1895, è entrato nei cantieri il 1909. Gli piace molto l'escursionismo.



EUGENIO GABOR, triestino, quarantadue anni, addetto alla fonderia della fabbrica di macchine nautiche Sant’ Andrea
dal 1926, dall’età di sedici anni. Egli racconta che quando cominciò il suo apprendistato i ragazzi facevano
pratica a fianco di un operaio anziano. Adesso gli apprendisti frequentano nella fonderia una vera e propria scuola.





MARIO OPITELLO,

nato a "Trieste nel
1898 e addetto alla Fabbrica Macchine
Sant'Andrea dal 1926. Quasi tutte le eliche
dei Cantieri dell’ Adriatico sono passate per
le sue mani. Il suo è un lavoro di grande
precisione. Opitello ha un viso chiaro, occhi
trasparenti. I suoi compagni indicano in
lui un parlatore di grande efficacia. Egli
confessa che non gli piace il cinema di ades-
so: preferiva il muto, di cui ricorda volen-
tieri qualche colosso, come “ Quo vadis?”.

AMILIO BIN, dei Cantieri di Monfalcone. Le
origini della sua carriera sono sul mare.
Calderaio, cominciò come calderaio di
bordo. Viaggiava sui battelli della Cosulieh
in linea per l'America del Nord. Trovò
impiego in una ferriera di Pittsburg e
rimase lì parecchi anni. # Ci si stava bene *
dice « ma il proprio paese è sempre il
proprio paese”. Fece la prima guerra
mondiale in marina. Viaggiare, secondo lui.
è una delle cose più intelligenti da fare.



MESTIERI

vecchi e nuovi

Un capo operaio, un fabbronave, un modellista, un fonditore, un

rifinitore di eliche, un calderaio, un saldatore, una avvolgitrice di

bobine, un montatore e un tracciatore, ognuno con la sua personalità

di Franco Vegliani

ON so dire esattamente quanti siano i

dipendenti dei Cantieri Riuniti dell’ A-

driatico. Parecchie migliaia senza dubbio
che ogni giorno, a ore determinate, entrano
ed escono per i cancelli degli stabilimenti a
Venezia, a Trieste, a Monfalcone, a Gorizia,
e spendono la loro giornata in un’opera che,
per quanto possa essere limitata nel genere,
è essenziale nei risultati. Personalmente ne
ho conosciuti dieci: nove operai e un capo,
nove uomini e una donna. Ho posto a cia-
scuno presso a poco le stesse domande, ne
ho avuto naturalmente risposte diverse. Dif-
ferenti le funzioni, vari i temperamenti, altra
l’intima storia di ciascuno. Una cosa soltanto
comune, e questa appunto: che per ognuno

di essi una «intima storia » esiste. E soprat-
tutto resiste, non alla «routine » della vita
quotidiana e del quotidiano lavoro, ma (è
sottilmente diverso) nella « routine » della vita
e del lavoro. Come dire che una vera mono-
tonia, la dannata rassegnazione, il conse-
gnarsi passivo all’automatismo dei gesti e dei
pensieri abituali, non ha realtà per costoro.
Ciascuno di questi uomini, personaggi improv-
visi, in un certo senso casuali, e dunque
squisitamente indicativi, di una galleria,
affronta la propria giornata come ha affron-
tato la propria carriera umana, il singolare
destino, con una dose di calore vitale che le
ore non disperdono, se non nei termini della
materiale fatica, e gli anni non hanno spento.

GUGLIELMO ORTOLANI, nato ad Ancona il 1913 e residente a Monfalcone dal 1938.
Lavora alla saldatura delle lamiere. # Creda pure che ogni varo è una festa anche per
noi” sono le sue parole. Ortolani si è sposato a Monfalcone e quindi ormai si sente di
casa lì. E° appassionato dei due sport più popolari, il calcio e il ciclismo, fa il tifo per Coppi.

= =



Li guida invariabilmente un individuale « ca-
priccio di vita », un personalissimo mito, una
vivace fantasia di se stessi che, se anche non
si formulano in proposizioni o non si con-
cretano in immagini, sono trasparenti nei
gesti, nel modo con cui guardano e vi guar-
dano, nel variare del tono della voce. E che
si trasmettono in ciò che essi «fanno »; in
ciò che è l'occasione della loro esistenza,
anche materialmente la maggior parte della
loro esistenza (otto, dieci, qualche volta
dodici ore in una giornata), è soprattutto
l'oggetto in cui si riconoscono come creature
concrete. Voglio dire che Emilio Bin, per
fare un caso, è calderaio e lo è sempre (come
si è sempre poeti, o maestri di scuola, 0 esplo-
ratori polari) anche quando si ritrova a fare
una partita con gli amici o a leggere un libro
che gli piaccia. Ma lo è in un modo incon-
fondibilmente suo. E così Carlo Benes è
tracciatore anche quando ripete i versi del
Paradiso perduto di Milton, l’opera di poesia
che lo entusiasma di più, o segue alla radio
le fasi di una partita della «Juventus», che è la
squadra del suo cuore. Lo stesso gli altri.
Una continuità, che non saprei chiamare
altrimenti che spirituale, colma la frattura
tra il lavoro e lo svago e salda il cerchio
della loro giornata. La sirena dello stabili-
mento segna il limite tra la fatica e il riposo,
ma non è la frontiera tra due mondi in oppo-
sizione, soprattutto non è il segnale per cui
si perde o si riacquista la propria personalità.
Allora vuol dire che almeno qui, dove pure
si parla di una grande industria, il discorso
della rotellina inconsapevole e del cieco ingra-
naggio non vale. Il fondo artigiano, garanzia
di spontaneità, di iniziativa, di libertà spiri-
tuale, non disarma di fronte alle macchine
enormi e perfette, è obbediente ma non
sopraffatto in presenza delle regole rigorose
e dei calcoli esatti che governano il mondo
delle costruzioni. La macchina, se voi la
vedete lavorare con questi uomini, non esce

MARIO PADOAN, veneziano, caposquadra
al montaggio costruzioni navali di Mon-
faleone, buon bevitore. E° tradizione che
quando sullo sealo viene impostata una
nuova chiglia, punto d'origine di tutta la
nave, le squadre di montaggio festeggino
l'avvenimento con una bevuta augurale.
La nave sta per andare sul mare incontro
alla fortuna. occorre che l’accompagni la
buona sorte. Mario Padoan parla di queste
bevute con un certo imbarazzo, con pudore.



56

I i
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CARMEN COLAUTTI, anch’essa dei Cantieri di Monfalcone. Le donne che vi lavorano sono
una cinquantina cirea. La Colautti entrò in Cantiere quand’era giovanissima, sposò un
operaio elettricista e lasciò il lavoro. Poi rimase vedova e tornò a lavorare. Ha una figlia
di vent'anni che ha terminato le scuole medie, ma non ha aneora trovato un impiego.

dalle sue funzioni di strumento, non prevale
e non annichilisce. Docilmente aiuta. La con-
fidenza nasce del resto dalla lunga convi-
venza. Ci sono operai che lavorano a questi
Cantieri da almeno trent'anni. Talvolta sono
figli di altri operai che già lavoravano qui, i
loro figli in molti casi seguiranno la voca-
zione dei genitori e dei nonni. Si formano
delle dinastie che vedono nascere, prosperare
e invecchiare i loro strumenti di lavoro, li
vedono rinnovarsi e mutare, intrecciarsi alle
vicende personali. Ognuno allora ha la sua
storia da raccontare, una storia non roman-
zesca ma dimessa, normale diremo, e forse
proprio per questo tanto più preziosa in
quanto più oscura.

Abbiamo scelto un operaio fonditore, un rifi-
nitore di eliche, un calderaio, un modellista,
un fabbronave, una avvolgitrice di bobine,
un montatore, un saldatore, un tracciatore,
un capo d’arte, non perchè questi mestieri
sono più nobili degli altri, ma perchè sono
meno noti. Troverete i ritratti e i nomi di
questi uomini e della donna qui accanto.
Tutti nella loro attività impiegano mezzi, ter-
mini, capacità prima sconosciute, forme e
materie insolite, pur rimanendo inalterata in
ognuno la pianta d’uomo, quella che Gugliel-
mo Ortolani, il saldatore, definisce «la nostra
responsabilità » e che potrebbe essere anche
la loro personalità.

TZ”

CARLO BENES, il più giovane di tutti
i fotografati (1921) e il più letterato
anche. Ha letto il “ Paradiso perduto ’
di Milton e labate Parini. Traeciatore
in scala naturale dei disegni che gli
arrivano dall’ufficio tecnico, a vederlo
lavorare per terra ricorda gli scenografi
dei teatri. Dalla esattezza del disegno
dipende quella del pezzo cui il disegno
servirà di guida. La verifica si avrà
soltanto al momento del montaggio.
« E° raro che si sbagli” dice il giovane
“ però fino al momento della verifica
stiamo sempre con il cuore sospeso ”.





Il Vescovo e le stilografiche

La determinazione dei gusti del pubblico vista attraverso alcuni

classici esempi di una nuova scienza: l’analisi di mercato

LI intensificati rapporti con il mondo

occidentale, dopo un lungo periodo di

autarchia che non era solo economica,
ma anche scientifica e spirituale, hanno sco-
perto nuovi campi al nostro interesse. Fra
questi, per quanto possa sembrare spropor-
zionato il riferimento, dobbiamo anche com-
prendere il tema che intendiamo trattare in
questo articolo.
L’insieme di metodi e di conoscenze, che è
noto negli Stati Uniti come «marketing
research s e che noi preferiamo tradurre « ana-
lisi di mercato », può a prima vista apparire
come un’eccessiva specializzazione, nell’am-
bito aziendale, dell’attività commerciale, quasi
una manìa per le sistematizzazioni scientifiche
o pseudo tali, fine a se stesse, che solo paesi
ricchi e aziende floride, possono permettersi
il lusso di ritenere indispensabili.
Ma ad una più attenta valutazione, ad un
esame equanime e privo di preconcetti sul
genere della maggiore importanza che ha
l’intuito e l’abilità sul metodo e sull’azione
sistematica, ci si rende conto che anche l’ap-
plicazione continua di certe regole ha un’im-
portanza determinante per la migliore con-
dotta aziendale.

noto come generalmente nel nostro paese,

nel quadro aziendale, la soluzione di problemi
così detti di tecnica produttiva, precede
sempre quelli della vendita e della distribu-
zione, come se i primi non fossero strettamente
dipendenti dai secondi, e questi a loro volta
dai primi: tipico esempio di interdipendenza
in vista di un unico scopo, che è il massimo
rendimento economico dell’azienda.
La situazione di privilegio della «produzione»
sulla «vendita» è talmente evidente nella
nostra struttura economico-aziendale, che lo
Stanford Report per l’Industria Meccanica
non ha esitato a comprendere fra i suggeri-
menti di più urgente realizzazione il riequi-
librio, agli alti livelli aziendali, dell’ impor-
tanza da attribuire ai problemi della vendita
in rapporto a quelli della produzione.

Poliedricità del problema.

È proprio la sentita necessità di conoscere
nel campo della produzione con sufficiente

| approssimazione i gusti, le esigenze, il com-
portamento presente e futuro, è la necessità
di trovare un mezzo per mettere in contatto
produttori e centinaia di migliaia se non
milioni di consumatori che costituisce lo scopo
dell'analisi di mercato. Non è da stupirsi se
la tecnica relativa si è sviluppata in parti-
colare negli Stati Uniti dove più che in altri
paesi la distanza e la complessità dei rapporti
fra produttori e consumatori è la diretta conse-
guenza dell’ampiezza del mercato, della con-
centrazione industriale, della grande produ-
zione di serie, dei bassi costi unitari e dei
forti consumi.

di Davide Cittone

Certo, nè il nostro sarto nè il calzolaio arti-
giano dell’angolo, hanno alcuna necessità di
effettuare un’indagine di mercato per il più
razionale svolgimento della loro attività. Il
contatto diretto e periodico con i clienti
consente loro di regolare perfettamente la
loro azione sulle esigenze della clientela; se
non bastassero le specificazioni al momento
dell’ordinazione, vi saranno tutte le varianti
e precisazioni durante le sedute di prova.
Considerate invece un grosso calzaturificio od
un grande stabilimento di confezioni e non
ci sarà bisogno di esemplificare perchè ci si
renda conto della straordinaria poliedricità
che viene ad assumere il problema della
conoscenza delle preferenze del pubblico che
dovrebbe consumare i prodotti di queste
aziende: una colorazione dalla sfumatura
errata, una forma non perfettamente rispon-
dente al gusto, l’inadeguato assortimento di
misure e tagli possono provocare danni
irreparabili.

Fabbricanti e clienti.

Citiamo alcuni esempi di risultati avuti a
seguito d’indagini di mercato che pensiamo
siano di un certo interesse per il lettore, se
non altro perchè suggeriscono l’avvertimento
che non conviene fidarsi del cosiddetto senso
comune nel tentare le previsioni che ci in-
teressano. Spesso il senso comune si è rivela-
to tutt'altro che un concentrato di saggezza!
Una fabbrica francese di penne stilografiche
credeva che le sue penne fossero acquistate
in grande maggioranza da adulti. Un anno
che le vendite d’improvviso si dimezzarono,
il direttore fece eseguire un’indagine dalla
quale risultò che 180 % delle penne andavano
a finire a ragazzi di scuola.

Gran parte erano acquistate per farne regalo
in occasione di compleanni e onomastici, ma
più di tutto come dono per la Cresima. Il
fabbricante francese tenne conto di tale cir-
costanza e lanciò in commercio nuovi tipi
dalla bella apparenza in astucci eleganti, e
le vendite ripresero rapidamente. La contra-
zione che era stata constatata era dovuta al
fatto che il Vescovo di Parigi aveva ordinato
di ritardare di un anno l’età minima della
Cresima.

Il direttore delle ricerche della General
Motors escogitò un sistema per richiedere agli
interessati di valutare l’importanza di quegli
accessori per le autovetture che di solito non
si ritengono strettamente indispensabili. Per
esempio, domandò di indicare la convenienza
di un sedile mobile, nel senso del maggior
valore che avrebbe acquistato l’autovettura,
a seconda che il sedile fosse stato da un dol-
laro o da cinquanta. Circa quindici accessori
furono così soggetti a revisione e l’analisi
consentì di determinare fino a qual punto

era conveniente equipaggiare le autovetture
con accessori costosi o no. Molto prima lo
stesso direttore aveva determinato con tale
cura la variazione dei colori delle autovetture
che praticamente non si rese mai necessaria
la riverniciatura.

Un fabbricante di utensili per carpentieri e
tappezzieri si accorse di aver accumulato fra
le sue giacenze ben centoventi tipi di martelli.
Erano stati tutti raccomandati dai commis-
sionari, che avevano, a suo tempo, assunto
piccole ordinazioni per ognuno di essi e ave-
vano ritenuto di dare notevole contributo al
benessere dell’azienda suggerendo la produ-
zione di un nuovo tipo di martello. Questa
situazione aveva ridotto le possibilità tec-
niche del produttore a quelle di un semplice
artigiano, dovendo egli limitarsi a produrre
un numero molto limitato di martelli per ogni
tipo. Finalmente il produttore si decise a
mandare ai cinquanta più grossi consumatori
una serie di martelli in omaggio, con la pre-
ghiera di usarli e di riferire sul tipo che pre-
ferivano. Come risultato dell’inchiesta i cen-
toventi tipi si ridussero a sei.

Il direttore di un grande magazzino (Depart-
ment Store) era stato varie volte avvertito
da numerosi amici che certamente il suo giro
d’affari si sarebbe ridotto perchè i saloni di
vendita del pianterreno erano sempre molto
affollati. Aveva già considerato l'opportunità
di spostare, ad altri piani del palazzo, alcuni
reparti del pianterreno, ma prima di farlo
decise di fare eseguire un’inchiesta, Furono
poste numerose domande, una delle quali era
così concepita: « Avete mai cessato di fare
acquisti in un negozio a seguito di un trat-
tamento non soddisfacente? Quale era la
natura di questo trattamento? ». Quando si
ricevettero le risposte, meno del mezzo per
cento degli intervistati fece riferimento all’af-
follamento; si rilevavano molte altre critiche
per fatti esistenti in parte anche presso i
concorrenti, in parte esclusive di quel negozio.
Il direttore comunque non trovò necessario
di riordinare i propri reparti, bastarono poche
e serie conversazioni con alcuni commessi.

Come si fa un'analisi.

Numerosi sono gli schemi che gli autori di
testi sulle analisi di mercato offrono al lettore.
Senza entrare nel dettaglio delle singole voci
possiamo ritenere che in generale l’indagine
comprende tre parti ben distinte. La prima
è quella che si riferisce all'esame del prodotto,
nel senso che si chiariscono le caratteristiche
del prodotto nuovo oppure quelle dei miglio-
ramenti che s'intendono apportare a quello
già in produzione, in confronto con altre
produzioni similari nazionali ed estere. In
questa parte sarà trattata la capacità di assor-
bimento del mercato nazionale considerato co-

527

me un tutto ein rapporto conl’alta produzione
nazionale, con le esportazioni, con le impor-
tazioni. La seconda parte riprenderà l’analisi
del consumo più propriamente detto; cioè i
gusti, le preferenze per i vari tipi di prodotti,
la loro presentazione, l'ubicazione dei negozi,
la confezione, ecc. Qui si tratterà dei prezzi
e delle curve di domanda.

Stabilite così le quantità che si possono ven-
dere, il modo con cui devono essere presentate
e i prezzi a cui devono essere offerte, resterà
nella terza parte da esaminare con quale
organizzazione e attraverso quali accorgi-
menti si mette il prodotto alla portata
dell'eventuale consumatore, facendo sì che
questi senta il desiderio di acquistare il pro-
dotto. Si determinerà il sistema di distribu-
zione capillare (rappresentanti, concessionari,
viaggiatori, ecc.), le rimunerazioni degli a-
genti, gli sconti, i premi, le rese, la con-

cessione di crediti, in altre parole la migliore
politica di vendita.

Non solo, ma sulla base della determinazione
globale, fatta nella parte prima, del fabbi-
sogno nazionale e della quota-parte prevista
per l'azienda, si studieranno in rapporto alla
potenzialità economica delle varie zone, la
parte di assorbimento di ognuna di esse,
ottenendo gli elementi per fissare ai rivendi-
tori, i contingenti minimi o massimi di vendita
in determinati periodi. Servirà anche a cal-
colare lo sviluppo da dare a tutta la campagna
pubblicitaria, ma questo dovrà essere poi
diffusamente esaminata in collaborazione con
gli specialisti.

Abbiamo fin qui descritto sommariamente i
principali punti, i diversi temi, di uno schema
d’analisi di mercato, ma non abbiamo detto
da quali fonti si attingano in genere le
notizie che servono alla trattazione. Crediamo





aper etame dmn Regni dette

di poter utilmente distinguere tre fonti: a) le
notizie e rilevazioni statistiche di carattere
storico; 6) le rilevazioni eseguite ad hoc;
c)idati e le notizie ottenuti da esperimenti.
Questa classificazione può apparire non ri.
spondente ad un criterio perfettamente logico,
ma si chiarisce che con la prima intendiamo
riferirci alle relazioni di carattere generale e
continuativo esistenti nei Paesi anche di
media civiltà: censimenti demografici, indu-
striali, commercio con l’estero, produzioni,
vendite al minuto, all’ingrosso, indici di
prezzi, reddito nazionale, imposte e tasse,
telefoni, autovetture, oltre che alle statistiche
interne dell’azienda interessata: vendite per
anno o per mese, classificate per territorio,
per categorie di consumatori, ece. La seconda
classe si riferisce a quei dati raccolti con un
notevole sforzo ed in vista dell’indagine. Si
tratta essenzialmente di indagini per «cam-









UNA FAMIGLIA di piccoli borghesi romani sorpresa a pranzare in un tinello « all'antica”. All’infuori del fornello a gas e della mae-
china per cucire questa famiglia non possedeva altre macchine. La nostra analisi ha rivelato che nelle abitazioni modeste, mentre è molto
vivo il desiderio di avere « una casa da film”, lucida, invitante e discretamente automatica, si ritiene, in genere a torto, che la
serie degli apparecchi necessari per facilitare le operazioni domestiche sia molto costosa. Si deve ancora superare un tale pregiudizio,

58

pione » con tutto lo sforzo per la determina-
zione della sezione, del segmento di popola-
zione rappresentativo dell’« universo ». È usata
per la determinazione dei motivi di acquisto
o delle propensioni all’acquisto, in genere
studia anche le cause che stabiliscono il com-
portamento dei soggetti. Questa indagine può
essere fatta una volta tanto, stabilendo un
rapporto non continuativo con gli intervi-
stati, oppure può essere periodica, quando
l'indagine si ripeta nei confronti degli stessi
intervistati, entro un certo tempo.

Il terzo tipo è meno facilmente comprensibile,
perchè esperimenti nel campo sociale non
sono fattibili a rigore di logica. Qui si vuole
fare riferimento a quegli accorgimenti del
ricercatore nel creare una situazione tale che
l'osservazione di diverse variabili conduca a
conclusioni non ambigue sulla relazione esi-
stente fra di esse.

Paese la inadeguatezza delle rilevazioni sta-
tistiche è talmente forte che se si vogliono
avere dei risultati appena attendibili, ci si
dovrebbe rivolgere alle rilevazioni fatte da
appositi istituti come la Doxa, i quali però
per il temperamento della nostra gente che
difficilmente si presta alle interviste 0, quando
acconsente, spesso risponde con maggiore im-
maginazione che verità, non possono per ora
dare quei risultati che si ottengono nei Paesi
anglosassoni.

Uffici specializzati.

Possiamo distinguere tre categorie adatte a
fare una analisi di mercato:

a) uffici speciali di aziende;

b) istituti specializzati;

c) agenzie pubblicitarie.

ripete più quell’incremento nella costituzione
di questi uffici che si era riscontrato nel
periodo 1948-1950. È evidente che singole
aziende non possano consentirsi certi oneri,
tanto più che il servizio è domandato in modo
molto saltuario, mentre la necessità delle
documentazioni è continua. In altri termini
anche se l’ufficio sarà impiegato in modo
direttamente utile, mettiamo una volta al-
l’anno per un periodo da quindici giorni ad
un mese, questo non riduce il lavoro del
personale addetto, che è occupato tutto
l’anno alla raccolta e classificazione di mate-
riale che potrebbe eventualmente servire.
Però grandi complessi industriali o finanziari,
che controllano aziende delle più diverse
produzioni, possono con vantaggio per le
singole componenti creare un ufficio cen-
trale di ricerche di mercato nel seno di un
ufficio studi o di una giunta tecnica. La



NELLE case più rieehe Vuso degli elet-
trodomestici è invece più largamente dif-
fuso. La nota attrice Lea Padovani dimo-
stra che non c'è nulla di meglio del
forno elettrico per cuocere uno sformato.

Per esempio: vi sono diversi modi di ordinare
le merci negli scaffali, si possono adattare
per le stesse merci in diversi negozi « self-
service » diversi metodi ed osservare le varia-
zioni nelle vendite. Queste sono le cosiddette
«prove» o «tests» che sono fatte, quando
e come possibile, per eliminare i dubbi e le
ambiguità delle conclusioni che si possono
trarre dalle altre due categorie di dati.
L'esperimento non ha molta possibilità di
applicazione anche se fornisce i dati più
sicuri, la rilevazione ad hoc è spesso molto
costosa. Nella grande maggioranza dei casi
le indagini di mercato fanno assegnamento
sulle rilevazioni statistiche nazionali o sezio-
nali cioè di gruppi di aziende, di settori
economici, come potrebbero essere i dati che
nel nostro Paese potrebbero raccogliere le
associazioni industriali di categoria.

A meno di non avere provato, difficilmente
si può credere alle possibilità veramente
ampie che, per lo studio dei mercati, offrono
le rilevazioni statistiche nazionali. Nel nostro

sasa come dicono
Alida Valli è del
parere che si possano fare dei buoni ‘ polli

INNAMORATA della
le sue amiche, anche
alla diavola ’” oltre che al ristorante pure
in una buona cucina elettrica, senza cuoca.

Non vi è dubbio che in genere i risultati più
attendibili, più pertinenti al caso siano otte-
nuti quando l’indagine è svolta da un ufficio
dell’azienda interessata. La conoscenza del
prodotto, del mercato, dei metodi di vendita,
consente di correggere spesso il tiro delle
osservazioni e di raggiungere con maggiore
rapidità, conclusioni attendibili. Queste cono-
scenze particolari difficilmente potrebbero
essere trasmesse ad organi esterni all’azienda
non solo per la segretezza delle notizie, ma
proprio per la loro stessa natura derivante
dall’esperienza. Ottimi risultati si sono avuti
da una collaborazione degli uffici di analisi
di mercato aziendali con istituti specializzati
sul tipo Gallup o Doxa o anche con uffici
di agenzie pubblicitarie. Per questi ultimi è
bene dire subito che i risultati possono essere
inficiati da un diffuso ottimismo, senza il
quale probabilmente certe campagne pubbli-
citarie non verrebbero intraprese.

Gli uffici specializzati nel seno delle aziende
sono costosi ed anche negli Stati Uniti non si

IL FRIGORIFERO di Carla Del Poggio. Il
frigorifero può significare per un “ ménage”
economico la possibilità di fare certe prov-
viste ogni tre o quattro giorni, con un
notevole risparmio di tempo e denaro.

quantità del materiale comune in tutte le
indagini, è tale in rapporto a quello speci-
ficatamente necessario per ogni caso, che
l’ufficio diventa economico solo quando può
essere chiamato ad interessarsi di un gran
numero di prodotti.

Oltre all’ufficio speciale di un’azienda o di
un gruppo di aziende, è di estrema utilità,
soprattutto nell’assenza di ampie rilevazioni
statistiche, sapersi servire dall’organizzazione
di vendita periferica. Quante sono le aziende
che domandano ai loro rivenditori, che spesso
raggruppano numeri con quattro cifre, rela-
zioni periodiche su schemi prestabiliti, sul-
l'andamento dei rispettivi mercati, o che li
interrogano in base a questionari uniformi
su determinati problemi riguardanti la ven-
dita? Certo sono molto poche.

Ci auguriamo che la lettura di questo articolo
serva solo a suscitare la curiosità di appro-
fondire l’argomento e realizzare queste ed
altre cose, per il migliore avvenire delle
aziende italiane. °

La massaia automatica

L’uso delle macchine domestiche a Roma

come risulta da una inchiesta giornalistica

di Umberto

Lg che abbiamo svolta è necessa-
riamente limitata a poche centinaia di
persone. Abbiamo cercato però di sele-
zionare le persone da interrogare in modo da
poter presumere che ciascuna di esse rappre-
sentasse una categoria o almeno un «tipo »
di economia familiare. Le risposte non sono
state affatto concordi e spesso non hanno for-
nito una indicazione: ne hanno fornite molte,
ma purtroppo non accordabili fra loro.
Non c’è intanto, così per cominciare, una
opinione precisa sulla maggiore praticità della
cucina con la elettricità o col gas. La tota-
lità delle donne interrogate su questo argo-
mento sono favorevoli al forno elettrico, in
quanto, affermano, esso distribuisce un calore
più omogeneo sulla vivanda da cucinare.
Riguardo ai fornelli, invece, i pareri sono
discordi. Volendo fare una media si dovrebbe
concludere che la maggioranza delle donne
vorrebbe avere una cucina che fosse insieme
elettrica ed a gas: e cioè con il forno e con
due fornelli ad elettricità; ed altri due for-
nelli a gas. Uno dei due fornelli elettrici
dovrebbe essere utilizzabile come graticola,
cioè per cuocervi a diretto contatto la carne
o il pesce. Le ragioni per la preferenza verso
questo tipo di cucina sono molte: affermano
le donne pratiche delle faccende domestiche
che il gas è più utile per le cotture brevi, per
far scaldare subito il latte, l’acqua per il tè,
per cuocere due uova per una cena rapida, ece.,
e che l’elettricità è invece preferibile per cot-
ture lunghe e quindi per la cucina di impegno.
Una signora è giunta addirittura a precisare
che la cucina ideale potrebbe essere ad elettri-
cità e gas in bombole, per evitare e il canone
per due contatori e le tubature del gas.
E poichè siamo in cucina affrontiamo il più
vasto problema del bancone all'americana che
oggi comincia ad interessare molte donne di
‘asa ma che è ancora assai poco diffuso per
il suo alto costo ed anche per le trasforma-
zioni che impone ad una normale cucina. È
opinione comune tra le donne di casa che
un impianto del genere dovrebbe far parte
dell’appartamento e non entrare nella casa
con l’inquilino. Molte donne, del resto, cono-
scono il bancone soltanto per averlo visto
in film. Esso fa parte di quel complesso idea-
le che le donne di casa più evolute sognano,
ma che non tentano neppure di realizzare
perchè impone delle spese iniziali troppo forti.
Non vale far presente alla eventuale acqui-
rente che un tipo di apparecchiatura dome-
stica comporta delle future economie. Ancora
oggi la maggioranza del ceto medio è anco-
rato alla donna di servizio come testimo-
nianza della propria categoria sociale e non
riesce a persuadersi che l’economia rappre-
sentata dalla assenza della domestica, specie
in una piccola famiglia, può consentire un
complesso di spese di attrezzatura che ren-
dono trascurabile il vantaggio di avere una
‘ameriera. Una donna di casa che disponga
di una lavabiancheria, di una lavapiatti, di
un aspiratore e di una lucidatrice e, natural-
mente, che lavori in un appartamento moder-
namente attrezzato e di superfice ridotta non
ha bisogno di una cameriera se non per custo-

60

De Franciscis

dire i figli quando deve uscire di sera. Per
questa necessità è nato a Roma, e sta sor-
gendo nelle principali città d’Italia, un ser-
vizio di «aiuto familiare ».

Sulla cucina per la famiglia media il discorso
è molto lungo. Molte delle signore da noi
interpellate trovano che pochissimi apparta-
menti di nuova costruzione hanno una cucina
veramente razionale. Dobbiamo convenire che

di marmo, per il disimpegno di cucina. La
«macchina » fa parte dell'immobile e il pa-
drone di casa si rifiuta di riprenderla perchè
non sa dove custodirla. Lo spazio distribuito
più razionalmente consentirebbe certamente
alla signora Pacini di aver entrambe le mac-
chine domestiche che desidera.

Questo è un aspetto del problema. L'altro
aspetto è il costo degli apparecchi fonda-
mentali: frigorifero, lavabiancheria e lava-
piatti. Il frigorifero è — almeno nella opinione
delle donne di casa — troppo caro. Secondo
le esigenze del bilancio medio il frigorifero
non dovrebbe costare più di sessanta, ottan-
tamila lire, e possibilmente essere incorpora-
bile a volontà in un altro mobile. Si preferisce
normalmente il tipo ad assorbimento che non
fa rumore e che ha la possibilità di essere
alimentato con facilità. La famiglia media
non si preoccupa della sua” cubatura non
avendo mai eccessive scorte alimentari da
conservare. In Italia il rifornimento dei
viveri è quotidiano e non settimanale co-



CESARE ZAVATTINI elettricista. Per cam-
biare una lampadina lo scrittore ha bisogno
di una assistente, però è uno di quegli
uomini che nella loro dinamica vita hanno
bisogno di farsi la barba eol rasoio elettrico.

è vero. Le cucine che completano gli apparta-
menti per il ceto medio sono maiolicate e
dispongono di un attacco per la corrente
industriale; ma non si va più in là.

Il problema della diffusione degli apparecchi
elettrodomestici è quindi legato a quello del-
l’abitazione per il ceto medio. Su questo
punto sono state concordi le duecento donne
interpellate. La cubatura degli appartamenti
per il ceto medio è piccola, ma essa sarebbe
tollerabile se ci fosse almeno una razionale
distribuzione dei servizi. La signora Gianna
Pacini mi ha fatto vedere la sua cucina:
da tre mesi è tormentata dalla scelta tra
l’acquisto di un frigorifero e quello di una
lavabiancheria. Entrambe le macchine nella
cucina non possono trovar posto perchè buona
parte dello spazio è occupato da una monu-
mentale « macchina a gas » e da un tavolo. Il
tavolo non può essere soppresso e sostituito
con un tavolo da stiro pieghevole perchè
manca un piano di appoggio, di cristallo o

“« LIBERTA DALLA FATICA ”. Convinta
che l'emancipazione della donna comincia

tra le mura domestiche, l’on. Cingolani
pone le macchine per la casa in primo
piano nella campagna a favore della donna.

me avviene in altri paesi. Forse la costru-
zione dei frigoriferi dovrebbe ispirarsi ad un
criterio italiano e non seguire uno standard
americano. Molto gradito sarebbe un frigo-
rifero che avesse uno sportello sottostante a
quello principale con una capace camera a
temperatura meno fredda per la custodia
delle verdure fresche di cui la famiglia ita-
liana fa uso maggiore che non quella di altri
paesi.

Per le lavapiatti molte signore sono di
opinione che esse siano state concepite co-
me apparecchi di uso per i grandi complessi,
per comunità religiose, alberghi, ristoranti,
ma non per l’uso domestico. Tutte affermano
di non aver trovato in commercio il tipo
che fa per loro. Vorrebbero una macchina
piccola, per un numero ridotto di stoviglie,
che occupasse poco spazio e, naturalmente,
che richiedesse minor consumo di energia
elettrica. Se la lavapiatti è troppo alta di
prezzo, troppo voluminosa e troppo co-



stosa come gestione, la donna di casa ne
respinge l’acquisto come oggetto poco pra-
tico e continua a lavare i piatti nell’acquaio
con l’aiuto di uno spazzolino appositamente
costruito e con la protezione dei guanti di
gomma.

Tutte indistintamente le donne che abbiamo
interrogato si sono dichiarate entusiaste della
lavabiancheria. La lavatura dei piccoli e
dei grandi capi è una delle fatiche più
ingrate a cui una madre di famiglia deve
sottostare. Tutte quelle che hanno potuto ado-
perare una lavabiancheria dei tipi attualmente
in commercio l’hanno trovata perfetta. Natu-
ralmente si lamentano del prezzo e afferma-
no che un apparecchio del tipo piccolo
non dovrebbe superare le cinquantamila
lite al pubblico. Tecnicamente suggerisco-
no di facilitare lo scarico dell’apparecchio.
Rilevano infatti che pochissime cucine sono
concepite modernamente ed hanno quindi
uno scarico a terra, perciò lo scarico del-
l’acqua insaponata deve avvenire a mezzo

tanto delle donne, il condizionatore d’aria.
Durante la torrida estate che abbiamo tra-
scorso, qualche marito disperato ne ha
acquistato uno e se ne è dichiarato molto
contento. Il costo di questi apparecchi è
ancora molto alto ma tutti indistintamente
ne valutano la utilità. Molti sarebbero di-
sposti ad acquistarne uno ratealmente, soprat-
tutto per poter trascorrere in serenità le
notti d’estate. Tutti gli interpellati si augu-
rano che essi vengano costruiti su vasta scala
e che quindi il loro prezzo diminuisca.

Abbiamo accennato alla vendita rateale: è
il perno su cui ruota il problema della diffu-
sione degli elettrodomestici. Quasi tutti i
giovani sposi vorrebbero poter provvedere
con una sola rata mensile alla completa
attrezzatura elettrica della loro casa. Natu-
ralmente la rata non dovrebbe essere esigua
ma neppure troppo alta, e tale da compro-
mettere il bilancio, sempre ridotto, di una
giovane coppia. Aicuni fra gli interpellati
sono favorevoli alla vendita diretta da parte



IN ULTIMO Vlaspirapolvere di Milly Vitale. Di recente invenzione ha incontrato larga sim-
patia perehè è un oggetto veramente utile. Oggi si ritiene che oltre all’aspirapolvere in
qualunque casa non dovrebbe mancare una lavatrice e un frigorifero. Im America l’uso

x

di questi apparecchi è così generale che senza di essi una massaia non saprebbe vivere.

di un recipiente che poi verrà scaricato nel-
l’acquaio. Per ovviare a questo inconve-
niente suggeriscono che nelle lavabianche-
ria venga installata una pompa, anche a
mano, per poter rialzare il livello della bocca
di scarico e consentire quindi la vuotatura
della macchina direttamente nell’acquaio 0
nel W. C. di servizio.

Aspiratore e lucidatrice elettrica apparten-
gono ad un settore meno ambito di macchine
domestiche. I tappeti sono pochi e le tap-
pezzerie non esistono più. Naturalmente
questo non annulla l’utilità dell’aspiratore
in una completa attrezzatura domestica. Ma
le signore che abbiamo interrogato rilevano
che esso dovrebbe essere più piccolo e più
maneggevole, meno impegnativo ad essere
usato spesso. Per la lucidatrice invece nessun
rilievo; tutte vorrebbero averne una di buona
marca.

Quest'anno è entrato tra gli apparecchi che
attirano l’attenzione delle donne, e non sol-

dell’industria, con lunghe rateazioni come
solo l’industria può fare, rateazioni garantite
naturalmente dal riservato dominio. Un gio-
vane marito ci ha suggerito addirittura la
possibilità di far collegare la vendita degli
elettrodomestici a quella dei mobili, in modo
che il blocco di acquisti per la casa formi
un complesso unico, con una unica rata, e
in modo che il mobilio garantisca il paga-
mento degli apparecchi e viceversa. Afferma
il giovanotto, un ingegnere edile, che il
bilancio del ceto medio può essere ancora
spremuto, ma molto lentamente. Si deve
dare perciò alla giovane coppia la possibilità
di provvedere con un unico pagamento men-
sile alla formazione del patrimonio «casa ».
Altrimenti si finisce per rinunciare ad un
acquisto a favore di un altro più urgente.
Il discorso fatto dal giovane ingegnere è
abbastanza acuto: «Ogni giovane coppia —
afferma — dispone di un paio di anni di
**neutralizzazione ’’ subito dopo il matrimonio.

Il quel periodo hanno un guardaroba suffi-
ciente per non dover fare acquisti di vestiario
e le spese per gli eventuali figli sono ancora
limitate. L'interesse dei fabbricanti e dei ven-
ditori di apparecchi domestici dovrebbe essere
concentrata su questo biennio-triennio, duran-
te il quale la giovane coppia può consentirsi
acquisti da cinquecentomila lire a un milione ».
Naturalmente oltre il settore già esaminato
delle macchine medie e grandi c'è il vastis-
simo settore delle « macchinette » che attirano
sempre l’attenzione dell’acquirente. Il tosta-
pane è entrato ormai nell’uso corrente e si
può dire che non vi sia famiglia borghese
che non ne abbia uno. Altrettanto può dirsi
per la macchina da caffè espresso che figura
ormai su ogni mensa. Ve ne sono di ogni
tipo e di ogni grandezza, e vanno dal prezzo
minimo a prezzi piuttosto considerevoli.

Per il ferro da stiro le massaie sono orientate
decisamente per il tipo a termostato, che
stacca automaticamente la corrente quando
è troppo caldo e che porta incorporato un
regolatore di calore per la lana, la seta, il
cotone. Ve ne sono ormai di bellissimi, di
linea e di qualità, e secondo l’affermazione
delle acquirenti non c’è che la difficoltà della
scelta.

Un apparecchio che comincia ora ad entrare
nell’uso comune è il frullatore modernissimo
che polverizza i vegetali e permette la fab-
bricazione di quei frullati di frutta che fanno
ormai parte integrante della alimentazione
moderna. Molte signore vorrebbero acqui-
starne uno ma tutte affermano che il prezzo
di essi è troppo elevato. Ne richiedono un
tipo corrente a prezzo minore.

Di uso corrente sono gli asciugatoi ad aria
calda per i capelli, i bollitori, i macinini
elettrici, ecc. Comincia ad essere larga-
mente conosciuto e ambito un apparecchio
multiplo, il «Proteo», che sull’innesto di
un solo motorino, si trasforma per parecchi
usi domestici.

Il rasoio elettrico comincia solo ora ad en-
trare nell’uso comune. Lo limita ancora l’alto
costo e la abitudine di farsi la barba con il
rasoio di sicurezza. Avviene con il rasoio
elettrico quello che avvenne per il « gillette »
quando venne difl'uso.

Abbiamo lasciato per ultimo il discorso sugli
scaldabagni perchè piuttosto complesso. Molto
spesso esso non viene sostituito con uno di
altro sistema perchè il cambio importa anche
una trasformazione delle tubature in loco
piuttosto costosa. In molte case, poi, soprat-
tutto in quelle di recente costruzione, è in
funzione la centrale termica con la distri-
buzione a contatore dell’acqua calda.

In molte altre case nei mesi invernali per
riscaldare l’acqua viene utilizzato il calore
del termosifone mediante la installazione di
un bollitore apposito. Molti fra coloro che
abbiamo interrogato hanno suggerito la co-
struzione di un bollitore che possa essere
alimentato, a volontà, dal calore del termo-
sifone o da una resistenza a corrente indu-
striale, in modo che con lo stesso recipiente,
di una capacità dagli ottanta ai cento litri,
si possa avere acqua calda estate ed inverno.
Qualcuno ha provveduto da solo facendo inse-
rire nel bollitore a vapore anche un elemento
contenente una resistenza, analogo a quello
in uso per i normali scaldabagni elettrici, ed
ha ottenuto dei risultati soddisfacentissimi.
Tutto quanto abbiamo raccolto non vuole es-
sere, naturalmente, una inchiesta completa
ma soltanto lo schema per una inchiesta per
settori che dovrebbe essere fatta con mezzi
tecnici appropriati. Nei colloqui avuti con per-
sone di diverso ceto e diversa mentalità su que-
sto argomento ci siamo fatti l’opinione che i
consumi, con un po’ di accortezza e con una
precisa conoscenza dei desideri dei "clienti,
potrebbero essere largamente incrementati.

GI

GERMANIA

anno 1953

L’esportazione ha accelerato il periodo della ripresa tedesca. La

produzione della Germania dopo aver raggiunto e superato il livello

d’anteguerra è in grado di compiere un aliro lungo passo avanti

di

E uno combina insieme, acriticamente, le principali informazioni
S successivamente diffuse (ma in contesti diversi) dalle fonti più

autorevoli, la storia della ripresa tedesca gli può apparire
un rompicapo.
Troviamo infatti i seguenti dati:
1) Perdite di potenziale produttivo causate dalla guerra.
molto parlato ed il più delle volte magnificandone l’entità. Si ricor-
derà che nel 1947 uscì un volume del Deutsches Institut fiir Wirt-
schaftsforschung in cui si valutava che il patrimonio industriale
preesistente entro il territorio delle attuali zone d’oceupazione fosse
stato falcidiato di un 40%, A quell’epoca non erano neppur com-
piuti gli smontaggi.
2) Nuova formazione di capitali reali dopo la guerra. — Il Country
Study pubblicato dall’ECA nel 1949 valuta probabilmente nulli
o negativi gli investimenti netti fatti nell’insieme dell’economia
della Germania Occidentale durante i tre anni intercorsi dalla
disfatta alla riforma monetaria. Dal 1949 in poi esistono, sugli
investimenti netti, autorevoli valutazioni tedesche: purtroppo
anch'esse indicano il totale per tutta l'economia e non la quota
spettante all’industria. Queste valutazioni mostrano che il livello
d’investimenti fu altissimo relativamente alle circostanze. Tuttavia,
pur partendo da questi totali altissimi e facendo le più generose
congetture sulla loro ripartizione, si trova che l’investimento netto
nell’industria durante il biennio 1949-50 può aver rappresentato
al massimo l’equivalente di un sesto della capacità produttiva
utilizzata nel 1936. Un sesto è margine superiore di stima; l’ordine
di grandezza che appare più verosimile è un 10%.
3) Ripresa della produzione e della produttività. — Gli indici cor-
rentemente pubblicati dall’ufficio statistico federale (con base 1936)
mostrano che già nel 1950 la produzione globale dell’industria
aveva raggiunto il livello di partenza prebellico. Questo avveniva
con un impiego di mano d’opera molto più elevato (+ 22-23%)
che nell’anteguerra, cosicchè non si poteva provare quanta parte
della ripresa dipendesse dall’avvenuta riparazione delle perdite di
capitale e quanta dal maggior uso di mano d’opera. Tuttavia,
nel 1951, anche gli indici della produzione industriale per ora lavo-
rata hanno raggiunto (e successivamente superato) il livello pre-
bellico, nonostante un ulteriore lieve aumento dell’occupazione.
Dati del genere qui sopra indicato provocano facilmente false impres-
sioni. Il principale trabocchetto consiste nel riferimento alla situa-
zione « prebellica ». Si prende come base l’anno 1936 ma il pubblico
può facilmente dimenticare che il livello di produzione 1936 non
segna affatto il limite massimo raggiunto dal potenziale industriale
della Germania Occidentale prima del collasso bellico. Dal 1936
al 1942-43 il livello aumentò, secondo le varie valutazioni pubblicate
in materia, di un 40-50%. E questo non dice ancora tutto, se è
vero — come ha illustrato il Kaldor — che anche in tale periodo
di massima espansione produttiva sussistevano in Germania note-
voli margini di potenziale industriale non sfrutta‘o. Comunque sia,
si deve concludere che il potenziale tedesco prima della rovina non
è misurato dal livello di produzione 1936 ma da un livello di pro-
duzione almeno metà più alto.
Anche le « valutazioni delle perdite belliche » vanno considerate con
cautela. Gli uomini d’affari sanno che il valore capitale di un elemento
di un impianto si può calcolare da tanti punti di vista distinti, giun-



Se ne è

62

Galiano

gendo a risultati disparati. Chi valutò le perdite dell’apparato
industriale tedesco al 40%, assunse evidentemente come criterio di
calcolo la capitalizzazione del «lucro cessante » istantaneo e non
il costo di sostituzione. Solo così si può giustificare una valutazione
tanto alta: poichè le economie moderne sono macchine complesse
in cui la distruzione di singole cellule basta effettivamente a paraliz-
zare larghi settori. La « United States Strategie Bombing Survey »,





AMBURGO, depositi della Compagnia Shell: cerimonia di in

che evidentemente assunse come criterio di misura il costo delle
cellule distrutte, valutò invece le perdite complessive subìte dalla
Germania per i bombardamenti bellici al 6 e mezzo %.

Il mito.

Una suggestiva illustrazione sia del significato problematico delle
valutazioni correnti in materia di perdite-capitale, sia dei precedenti
accenni circa lo sviluppo industriale tedesco negli anni di guerr
è data dalla consistenza di « macchine utensili» in Germania Occi-
dentale. Secondo i calcoli di M. Panicaud, la consistenza passò da
976 mila unità nel 1938 a 1,3-1,6 milioni di unità nel 1945, nono-
stante le distruzioni belliche. Si avevano dunque nel 1945 circa
trenta macchine ogni mille abitanti e l’età media di queste mac-
chine era intorno ai quindici anni; cosicchè la Germania restava
ancora il paese probabilmente meglio attrezzato dopo gli Stati Uniti.
Infine, per concludere il discorso sulle valutazioni delle perdite
belliche, occorre rammentare che l’efficienza produttiva di una
società evoluta si basa in gran parte sulla secolare opera di adat-
tamento e sfruttamento dell'ambiente fisico e sulla secolare accu-
mulazione di patrimoni immateriali (organizzazione, cultura, rela-
zioni commerciali, cec.). Su queste risorse la guerra produce sgraf-
fiature appena superficiali; e il nucleo principale di esse, consolidato
nell'ambiente e nella personalità del popolo, sfugge invece alle
misurazioni di chi valuta il patrimonio nazionale.

Ma chi trascura le varie considerazioni critiche svolte fin qui e si
ferma ai tre tipi di dati ricordati in principio ne ricava l'impressione
di una magìa. È magìa partire da un potenziale prebellico cento,







azione della più voluminosa ricostruzione industriale del dopoguerra.

sottrarne distruzioni equivalenti a quaranta o più, aggiungervi
ricostruzioni equivalenti a dieci o poco più: e trovare infine come
risultato un potenziale ben superiore a quello di partenza! Di fronte
alla magìa si diviene superstiziosi; e circolano infatti varie « spie-
gazioni » superstiziose della « inspiegabile » ripresa tedesca. Vi è chi
si limita ad ascriverla, con un brivido, alla diabolica efficienza
della razza tedesca. Altri additano la taumaturgica efficacia di una
certa ortodossia in materia di politica monetaria o finanziaria; 0
di una certa «libera economia di mercato » che si suppone vigente
in Germania Occidentale.

Va notato per inciso che l’ultima «spiegazione » si rifiuta di tener
conto d’un fatto evidente: l’industria della Germania Orientale,
che pur soffrì smontaggi assai più gravi (1), è risalita a galla altret-
tanto, se non più rapidamente, malgrado una politica di piani-
ficazione socialista.



TABELLA I.

Indici della produzione industriale tedesca (base 1938 = 10):

Reich Zona occ. Zona or.
1928 81 — —
1932 17 — —
1936 86 — ——
1938 100 100 100
1942-43 (125) — a
1945-46 — (20) i
1947 — 33 —-
1948 — 52 63
1949 — 75 74
1950 — 94 94
1951 — 113 115
1952 — (115) ——

Respinto il mito della Fenice che rinasce miracolosamente dalle
ceneri, resta la storia — umanamente spiegabile — dell’elasticità
di un’economia nel riparare e rimettere in uso l'apparato produttivo
sconvolto e crivellato dalla catastrofe e nel rimodellare e sviluppare
tale apparato secondo le nuove esigenze. Vedremo come le circo-
stanze e la politica economica adottata dal governo abbiano volta
a volta frenato, appoggiato, incanalato questa elasticità.

Nel momento più tragico dopo la disfatta la produzione industriale
tedesca era ridotta a forse un 15% del massimo bellico. Durante
i primi anni il « complesso » della dipendenza politica, la disinte-
grazione degli ordinamenti economici preesistenti e l'incertezza sui
futuri — e in primo piano la mancanza di una moneta sana —
costituirono tutii inceppi alla massima utilizzazione delle risorse
fisiche disponibili per ia ripresa. Tuttavia, come si vede dalla tabella I
e dal diagramme a pagina 65, la curva di produzione salì fin dal-
l’inizio. Il ritmo fu più rapido — durante questa prima fase — nella
zona orientale dove concretando immediatamente la sua politic:
di riparazioni, di riforma socialista e di pianificazione economice,
la potenza occupante spazzò via i fattori di esitazione e confusion»
sostituendovi una più o meno gradevole certezza.

La riforma monetaria attuata nel giugno 1948 segna la svolta più
importante verso la normalizzazione delie istituzioni economich >
della Germania Occidentale. È vero che le forme di attuazione
del risanamento produssero ingiustizie sociali largamente denur-
ziate nella letteratura anglo-americana (raccomando specialmente
le analisi del prof. Heller) cui soltanto oggi si propone un rimedio
tardivo e più nominale che reale con la «legge di compensazione
degli oneri ». Ma la fine dell’incertezza monetaria, di per sè, bastò
a ripristinare gli incentivi e la produzione industriale fece un nuovo
balzo in su.

Frattanto andavano ricostituendosi gli organi della politica econo-
mica tedesca (sistema bancario centrale, governo, ecc.) e negli anni
successivi — e più rapidamente dopo la Corea — il peso della dipen-
denza dal controllo alleato fu progressivamente rimosso. Il freno
esercitato da questo controllo sulla elasticità di ripresa non ve
sottovalutato. Basti pensare alle assegnazioni obbligatorie di car-
bone tedesco per l’esportazione, esportazione pagata a un prezzo
giudicato dai tedeschi inadeguato; cosicchè essi avevano scarso
interesse a mostrare di poter disporre di un’elevata produzione.



(1) Valutati dal senatore Harmssen, del Comitato Studi Economici (Brema), a 45%, della
capacità produttiva nella zona orientale e 8% nella zona occidentale. - ciamo notare
che il caso di Berlino, il quale richiederebbe una trattazione distinta, viene deliberata-
mente lasciato fuori da questa nostra rassegna,





63

Si pensì poi ai vari piani di limitazioni alla produzione (acciaio, ece.)
e di revisione dei rapporti di proprietà e di controllo (decartelliz-
zazione, ecc.) che, per quanto destinati a risolversi tutti più o meno
nel nulla, mantennero a lungo un senso diffuso di precarietà.
Mentre da un lato si allentava questo freno, dall’altro lato l’afflusso
degli «aiuti» per quattro miliardi complessivi di dollari dal 1945 fino
al 31 agosto 1951 aumentava le riserve fisiche utilizzabili per la
ripresa. Quattro miliardi di dollari equivalgono al 14% del reddito
annuo attuale della Germania: un discreto rinforzo.

A suscitare l’uso delle riserve fisiche disponibili intervenne in modo
apprezzabile negli ultimi anni la politica d’investimenti pubblici
(particolarmente alloggi); ma il fattore che di gran lunga predominò
fu la «domanda del mercato mondiale ». Il « boom » della domanda
mondiale segnò il periodo di massima accelerazione della ripresa
tedesca. Da 468 milioni di marchi nel dicembre 1949, le esportazioni
industriali tedesche passarono a 973 milioni nel dicembre 1950 e
1251 milioni nel dicembre 1951: grosso modo, si può valutare che
una metà dell'aumento della produzione industriale avvenuto dalla
riforma monetaria in poi sia stato assorbito dalla domanda di espor-
tazioni.

A confronto del ruolo dominante della domanda mondiale, il ruolo
della tanto discussa o vantata «politica monetaria» appare del tutto
secondario. È vero che la Banca centrale si dette assai da fare per
stringere o allentare di volta in volta i freni del credito con un
ininterrotto alternarsi di provvedimenti: variazione dei tassi, delle
riserve obbligatorie, delle norme di ammissione al risconto e dira-
mazione di raccomandazioni alle banche. Ma in fin dei conti nessuno
poteva attendersi che la politica monetaria adempisse da sola a
due compiti antitetici: miglioramento della bilancia dei pagamenti
(per cui la ricetta è: contrazione monetaria) e sostegno dell’espan-
sione produttiva (per cui la ricetta è: espansione monetaria). La
Banca centrale tedesca non potè fare altro che barcamenarsi tra
le due opposte esigenze, con una certa tendenza — è vero — a
preoccuparsi più della bilancia dei pagamenti che della produzione.
Tuttavia anche quando si concentrò più decisamente su quel primo
obiettivo, la politica monetaria risultò di scarsa efficacia. A fine 1950,
a dispetto del massiccio intervento della Banca, i tedeschi conti-
nuarono ad effettuare enormi importazioni che misero in crisi la
bilancia dei pagamenti con V'UEP, ma servirono e rifornire i magaz-
zini tedeschi prima che i prezzi internazionali rincarassero. In quel
caso l’inefficacia della manovra monetaria risultò provvidenziale
per l’industria tedesca. Quando i magazzini erano già ripieni, la
Banca raccomandò al governo di deliberalizzare, ammettendo (forse
fuori tempo) che lo strumento monetario era inadeguato al compito
di raddrizzare la bilancia dei pagamenti.

Certo più decisiva che la politica monetaria, nell’influenzare le
esportazioni e l'espansione industriale, è stata la sistematica poli-
tica del governo diretta più o meno velatamente a sussidiare le
esportazioni e favorire gli investitori. La Germania non è ancora
arrivata a ripristinare un largo mercato di capitali ed in questa
situazione investimento significa in massima parte autofinanzia-
monto. Tutto un complesso di misure fiscali e d’ordine più generale
favorisce i profitti ed è giustificato in base alla considerazione che
dai profitti proviene il risparmio. La classe lavoratrice (e più ancora
la vasta classe dei derelitti senza lavoro) è relativamente sazrificatà.
Secondo le « Mitteilungen der Wirtschaftswissenschaftliche Institut
der Gewerkschaften » (maggio 1951), la percentuale dei salari sul
valore netto della produzione industriale è discesa da 50% nel 1936
a 41% nel 1949. E, secondo le valutazioni del'’anche meno sospet-
tabile Deutsches Institut fiir Wirtschaftsforschung, il monte salari
e stipendi al netto delle trattenute è successivamente disceso dal
39% del prodotto nazionale lordo nel 1949 a 35% nel 1951 e 34%
nel 1° trimestre 1952. La compressione dei salari è facilitata lasciando
sussistere la ben nota riserva di disoccupati, mentre l’orario di
lavoro degli occupati si aggira intorno alle quarantotto ore setti-
manali e tende nella media a superarle. Questa atmosfera sociale
è ritratta nel detto corrente che la Germania attuale è il « regno
dei signori » (Herrenherrschaft) sulle spalle delle « bestie da lavoro »
(Arbeitstiere).

I fatti.
Gli elementi accennati nel paragrafo precedente, mentre spiegano i
fattori che hanno determinato — e potranno determinare in futuro —

il ritmo di sviluppo dell’industria tedesca, ci guidano anche a capire
le modificazioni strutturali che a tale sviluppo si accompagnano.

64

Primo punto: quella frazione del reddito nazionale che era assorbita
nel Reich hitleriano dalla spesa statale per armamenti è stata tra-
sferita, nella Germania di Bonn, alla spesa della classe imprendi-
toriale: cioè principalmente ad investimenti. In percentuale del
reddito nazionale, gli investimenti privati sono aumentati di un
po’ più di due punti e di circa altrettanto sono diminuiti i consumi
pubblici, mentre i consumi privati sono rimasti pressapoco invariati
(sebbene la loro composizione, a quanto sembra, si sia spostata a
favore dei consumi di gran lusso). Questo contribuisce in parte a
spiegare come la produzione sia aumentata nel dopoguerra più nei
«beni di produzione » che nei « beni di consumo » (l’indice su base
1936 è intorno a 150 per i primi e 120 per i secondi).

Ma un altro fattore che ha contribuito a questo andamento consiste
nella dipendenza della industria tedesca dalla domanda di espor-
tazioni. Infatti la domanda della maggior parte dei paesi occidentali
in questo dopoguerra si è spostata verso i beni di produzione. Così
la evoluzione strutturale dell'industria tedesca, per quanto riguarda
il rapporto tra beni di produzione e di consumo, è semplicemente
in linea con le tendenze generali. Lo stesso vale anche per quanto
riguarda il peso relativo di singoli settori come la estrazione e raf-
finazione del petrolio, l’elettricità, i metalli leggeri, che cresce rapi-
damente così in Germania come nella generalità degli altri paesi.
Una peculiare trasformazione della struttura industriale tedesc:
risiede nel fatto che è un po’ inferiore rispetto al passato la produ-
zione di carbone ed assai inferiore la produzione di acciaio grezzo,
rapportata al volume della produzione industriale complessiva. Non
c’è bisogno di ripetere come è avvenuto che le produzioni di carbone
ed acciaio rimasero sacrificate. Ma come ha potuto il resto dell’in-
dustria espandersi su una ridotta base di. produzione siderurgica?
Da un lato, la struttura del resto dell’industria si è modificata:
il fenomeno più vistoso è la contrazione della meccanica pesante
(armamenti), con fabbisogni proporzionalmente elevati di acciaio,
a profitto della meccanica leggera. D'altro lato, la riduzione della
produzione tedesca di acciaio è parzialmente neutralizzata dalla
riduzione del prodotto grezzo « esportato ». E qui bisogna ricordare,
oltre all'esportazione in senso proprio, che in passato V’acciaio grezzo
prodotto dall'attuale zona occidentale andava ad alimentare anche
le industrie dell’attuale zona orientale, mentre ora tale flusso è
ridotto al minimo.

Le prospettive.

Questo ci conduce ad esaminare gli effetti generali — escludendo
il caso dell’acciaio, che ha particolari connotati politici — esercitati
sulla struttura industriale dallo smembramento territoriale. Con la
separazione dal resto del territorio, ciascuna zona ha perduto l’ac-
cesso a produzioni che erano state fin qui di complemento alle
sue proprie. Si è così posto un problema di «ridimensionamento ».
Questa parola che è spesso concepita in Italia nel senso di accor-
ciare la gamba più lunga del tavolo traballante, fu concepita invece
in Germania nel senso di allungare la gamba più corta. Il recente
censimento dell'occupazione nella Germania Occidentale ha rive-
lato il maggiore aumento di occupazione proprio in quei rami,
come l’elettromeccanica e l'ottica, che erano prima localizzati all’Est.
Tuttavia lo stesso tipo di ridimensionamento non si nota per quanto
riguarda la proporzione tra industria ed agricoltura. Nel Reich
l'agricoltura (salvo la zootecnia) era prevalentemente localizzata
all’Est; ma l’attuale politica di Bonn non tende affatto a colmare
i vuoti aumentando il grado di ruralizzazione nei propri confini.
Basta guardare alla politica dei prezzi, favorevole all'industria; ed
in particolare al sistema vigente di sussidi sulle importazioni ali-
mentari, che giuoca come un «protezionismo di segno negativo »
per l’agricoltura. Come risultato, l'occupazione agricola (che pure
è gonfiata dalla inclusione di una massa di rifugiati che sono in
realtà disoccupati latenti) è aumentata meno che in proporzione
alla popolazione totale ed all'occupazione industriale. E mentre la
percentuale di reddito nazionale originata nell’industria e nell’edi-
lizia è salita dal 45,2% nel 1936 al 50,7% attualmente, quella ori-
ginata nell’agricoltura e foreste è discesa dal 13,5% al 12,4%.
Intenzionale o no, questa azione gioca a favore della Germania
nel caso di una integrazione europea, in quanto la Germania si
sarà precostituita frattanto un più alto grado di specializzazione
nel campo più remunerativo di attività.

Come il passato non fu miratolo inspiegabile, così il futuro deve
poter essere fatto oggetto di ragionate previsioni.

Ha l’industria tedesca riserve di potenziale che permettano nel

prossimo futuro nuovi balzi in su della produzione così spettacolosi
come negli anni scorsi? A fine ottobre 1950, l’Institut fiir Wirt-
schaftsforschung di Monaco (ef. « IFO-Schnelldienst », 10 novem-
bre 1950) fece un’importante inchiesta per campione al fine di
accertare di quanto le aziende tedesche avrebbero potuto espandere
la produzione nei sei mesi successivi, avvalendosi soltanto della
mano d’opera già esistente sul posto e facendo l’ipotesi che non
sorgessero restrizioni all’approvvigionamento di materie prime, I
risultati sono a grandi tratti riassunti nella tabella II.

TABELLA Il.

Capacità risultante inutilizzata a fine ottobre 1950:

Margine di capa-
cità inutilizzata
in dette aziende

Settore industriale cui appar-
tengono le aziende esaminate

Costruzione macchine . . . ..... 24% - 65%
Industria elettrica, meccanica di preci-
sione, biciclette, vetreria . . . . . 20%; = 30%

Ferro, automobili
Gomma . E
Sapone, cuoio . . .

10% - 40%
100%
20% - 40%

Calzature h 2 i È 16% = 20%
Tessili, MODIIO use er E E 10%

È ovvio che quelle cifre non possono essere assunte acriticamente,
perchè non risultano da un piano di produzione coordinato, ma dalle
previsioni isolate (e forse incompatibili tra loro) delle singole aziende.
Tuttavia quelle cifre sembrano fornire un'ulteriore riprova dell’im-
pressione diffusa che, accanto alla riserva di mano d’opera disoc-
cupata (ammontante complessivamente a un 15% della popolazione
impiegata nell’industria), esistessero a quella data impianti suffi-
cienti per aumentare la produzione industriale complessiva di almeno
un 20% in pochi mesi. Da allora ad oggi la produzione è aumentata
di un 10%, senza intaccare affatto la riserva di disoccupati. E frat-
tanto sono intervenuti nuovi investimenti netti per un valore senza

Diagramma su seala logaritmica della produzione

200
150;

100
90
80
70
60

50
40

30
20

10

Q
1928

1932

1936 1938

precedenti: secondo le valutazioni di Gruenig sarebbero ammontati,
per l’insieme dell’economia, a 21,3 miliardi nel 1951 contro sol-
tanto 13,6 nel 1950 e 11,6 nel 1949. Cosicchè si deve pensare che
il margine di elasticità dell'industria tedesca sia ancora largo abba-
stanza per consentire (nel quadro di un’economia mondiale senza
strozzature) un eventuale balzo in su della produzione del 20%,
o più in un anno. A parte questa riserva suscettibile di improvvisa
utilizzazione, poi, si deve tener presente che un ritmo d’aumento
al tasso composto del 5% 0 poco meno su lunghi periodi non è
fuori delle possibilità in paesi come la Germania, con alta quota
d’investimenti netti (15-20% del reddito nazionale) e marcata atti-
tudine al progresso tecnico.

Ma il potenziale che esiste sarà effettivamente utilizzato? L’utilizza-
zione dipende dal verificarsi di una domanda a prezzi superiori ai
costi delle imprese. La politica del governo tedesco in materia di
spese pubbliche, di ripartizione del carico fiscale, di lavoro, ecc.
ha servito fin qui (salvo quando prevalsero gli effetti transitori
della svalutazione della sterlina) a mantenere relativamente bassi
i costi tedeschi. In questa situazione, però, quella espansione della
domanda — a cui non possono partecipare in misura decisiva, nè
le masse nè la spesa statale — può venire soltanto dalle esportazioni
e dagli investimenti privati (più la frangia dei consumi di lusso,
quantitativamente poco importanti ed in Germania largamente
rivolti alle importazioni). Ora, le esportazioni non dipendono sol-
tanto dalla volontà del paese esportatore: e la Germania ne ha
ben fatto la prova durante quest’ultimo anno, con le restrizioni
alle importazioni europee che si son subito riflesse in un rallenta-
mento dell’espansione industriale tedesca. E gli investimenti stessi
non hanno ragione di continuare all’infinito se le prospettive della
domanda per la produzione finale divengono grige.

Quindi il ritmo futuro dell’industria tedesca è esposto alle fluttua-
zioni di una domanda che ha le sue ultime radici fuori dal controllo
tedesco. Ogni qualvolta l'insufficienza di quella domanda crea dif-
ficoltà, il sistema della politica economica tedesca — per auto-
conservazione — deve fare un passo avanti sulla strada degli espe-
dienti mercantilisti, onde «forzare » le esportazioni.

industriale tedesca. L'indice del 1938 è uguale a 100.



1943 1945 1951

65

Leonardo
restituito

La scoperta di Leonardo scienziato è avvenuta
soltanto al principio di questo secolo per

merito dello studioso francese Pierre Duhem

di Vittorio Somenzi

A valutazione che in genere si dà dell'importanza storica di

un inventore o scopritore dipende dall’entità dei contributi

forniti nella stessa direzione di ricerca dai suoi predecessori e
successori, dagli effettivi legami che gli si possono attribuire con
gli uni e gli altri, ed eventualmente dal carattere di anticipazione,
riscontrabile anche solo a distanza di secoli, che certe sue idee pos-
sono avere avuto rispetto a constatazioni o realizzazioni compiute
in seguito indipendentemente da esse.
È invece abitudine diffusa, specie nelle ricorrenze celebrative, come
il decorso quinto centenario della nascita di Leonardo, inglobare
sotto quest’ultima qualifica di «precursore» tutti i vari aspetti
sotto cui si può valutare l’opera di Leonardo tecnico e scienziato.
Mentre è lecito ritenere che, alla stregua di quanto si è fatto per
Leonardo artista, a ciascuno di tali aspetti debba dedicarsi un
aggiornato esame a parte; ciò allo scopo di fare più onestamente
risaltare i numerosi casi, in cui il lavoro di Leonardo ha avuto dav-
vero un grande significato storico, rispetto allo sfondo costituito
dall’altro materiale, pure da lui lasciato, riflettente per forza di
cose i limiti ristretti entro cui potevano giuocare le scienze pure
ed applicate del secolo xv.
L'inquadramento dell’opera di Leonardo nell’insieme delle cono-
scenze scientifiche e tecniche della sua epoca, delle precedenti e
delle successive, rientrava infatti nelle finalità delle lunghe ricerche
condotte da Pierre Duhem agli inizi di questo secolo e rimaste,
con quelle posteriori di Roberto Marcolongo, le più note in Italia
per quanto riguarda, in particolare, i rapporti tra Leonardo e le
discipline fisico-matematiche. Alla luce delle ultime analisi e docu-
mentazioni di storia della scienza, si rileva però come persino il
lavoro di Duhem non sia stato sempre sufficiente a permettere una
valutazione, relativa ad un campo specifico della vastissima attività
di Leonardo, che risponda alle esigenze di completezza accennate
all’inizio.
Osservava recentemente il Dugas, autore di una «Histoire de la
Mécanique » che soddisfa in parte la necessità di un aggiornamento
in materia a oltre cinquant'anni dall'opera classica di Mach, come
Duhem non sia riuscito a sottrarsi alla tentazione, derivante dallo
straordinario fascino di Leonardo, di ridurre a semplici precursori
suoi gli autori di ricerche che, tenute presenti o non in quelle
leonardesche, risultano talvolta di valore superiore ad esse. Tipico
il caso del « Liber Jordani de ratione ponderis », di redazione incerta,
nel quale l’idea della « gravitas secundum situm » appare come una
forma anticipata del principio dei lavori virtuali utilizzato poi da
Galileo e da Stevino. Chiunque sia l’autore (che Marcolongo iden-
tifica col Giordano Nemorario del volume « De ponderibus » spesso
citato da Leonardo), nel farne un generico precursore di Leonardo,
Duhem sembra trascurare il fatto che tale autore offriva già nel
xi secolo, in base all'idea della «gravitas secundum situm », una
soluzione corretta del problema dell’equilibrio di un grave su un
piano inelinato; mentre è errata, come rileva Dugas, la soluzione
dello stesso problema proposta da Leonardo nel « Codice » (folio 52).
Circa la questione delle eccessive attribuzioni di priorità a vantaggio
di Leonardo — attribuzioni che piuttosto lo danneggiano, in quanto
inducono i critici a dubitare anche dei casi, di gran lunga più nume-
rosi, in cui la priorità è autentica — notiamo che già nel 1936 il



Giacomelli, nel suo volume su « Gli serittì di Leonardo da Vinci sul
volo », negava la possibilità di riportare a Leonardo l'enunciazione
della prima e della terza legge della dinamica. Le affermazioni
raccolte nel « Codice Atlantico »:

«Tanto fa il moto dell’aria contro la cosa ferma,
quanto fa il moto del mobile contro all’aria immobile »,

«In quanto al moto dell’acqua, tanto fia a movere
il remo contro all'acqua immobile quanto a movere
l’acqua contro il remo immobile »,

«Tanta forza si fa con la cosa incontro all’aria,
quanto l’aria contro alla cosa »

contengono infatti una enunciazione del principio di reciprocità
aerodinamica, che solo due secoli dopo Newton ricaverà come corol-
lario dalla galileiana seconda legge del moto. Ma non si comprende
come Marcolongo abbia potuto vedervi «una chiara e corretta idea
del principio dell’azione eguale e contraria alla reazione », oltre che
vedere «un concetto chiaro » del principio d’inerzia nell’altra affer-
mazione del « Codice Atlantico »:

«Ogni corpo seguiterà tanto la via del suo
corso per recta linea, quanto durerà in esso
la natura della violentia fatta dal suo motore ».

Quest'ultima frase porta il segno dell’interpretazione antropomorfica
che, sulle tracce di Nicola Cusano, Leonardo diede della teoria del-
l’«impetus » giuntagli per vario tramite dalle scuole di Buridano,
Guglielmo d’Occam, Alberto di Sassonia e Nicola Oresmo. Come
fa rilevare Giorgio Castelfranco in un suo saggio del 1950 sul concetto
di forza in Leonardo, Alberto di Sassonia si avvicina all’idea di
inerzia, e contribuisce così alla demolizione della dinamica aristo-
telica, quando nell’esempio della mola, il cui moto perdura dopo
che è stato smesso di girarla, dice che se nessuna resistenza venisse
a «corrompere » l’impeto generato nella mola, forse questo le comu-
nicherebbe un movimento perpetuo, simile al moto delle sfere celesti
impresso loro da Dio all’atto della creazione. Mentre Leonardo
— ricordando forse Cusano, che nei giocattoli come la trottola
vedeva immessa una vita quale quella data al bambino da Dio —
fa della forza una virtù spirituale, congiungentesi a tutti i corpi
che « per accidentale violentia, stanno fuori di loro naturale riposo »;
e ritorna così in certo modo al paradigma aristotelico della quiete
come unico stato « naturale » dei corpi, paradigma cui solo Galileo
e Newton aggiungeranno quello del moto rettilineo uniforme.
Nella prolusione al 38° Congresso della Società Italiana di Fisica,
tenutosi a Bergamo lo scorso settembre, il prof. Persico osservava
come Leonardo, pur non essendo riuscito a liberare il concetto di
forza da una nebulosità di definizione atta solo ad imprimere carat-
tere poetico ai celebri brani dedicatigli nel «Codice Atlantico »,
abbia tuttavia trovato nel proprio abbozzo di principio di inerzia
uno strumento sufficiente ai fini pratici delle applicazioni della mec-
canica; di quella meccanica che egli, quantunque esperto solo di
geometria e non d’algebra, considerava il « paradiso delle scienze
matematiche » in quanto di queste si poteva raccogliere ivi il « frutto »
delle applicazioni, a lui specialmente care.

Per ciò che riguarda in particolare la statica, riportiamo da detta
prolusione (in corso di stampa sulla rivista «Scientia » col titolo
«Leonardo e la fisica ») un panorama selezionato dei contributi
leonardeschi: «È dovuto a Leonardo il teorema del poligono di
sostentazione, che dà la condizione di equilibrio di un corpo solido
appoggiato su un piano orizzontale. Egli ne fece molte applicazioni
all'equilibrio degli edifici e del corpo umano.

«Leonardo studiò la teoria della resistenza alla flessione di una
trave sollecitata in vari modi (appoggiata agli estremi, incastrata,
caricata di punta, ece.), problema ripreso più tardi, indipendente-
mente, da Galileo. I ragionamenti di Leonardo hanno carattere
intuitivo, e i risultati sono solo in parte corretti: egli indica il modo
di fare delle esperienze in proposito, ma non dice di averle fatte.
« E in fatto di resistenza dei materiali vi è un’altra idea di Leonardo
che rivela in lui il precursore del metodo sperimentale. Per studiare
la resistenza dei fili metallici alla trazione egli suggerisce di appen-
dere a un filo un recipiente, e far versare in questo gradualmente
della sabbia finchè il filo si rompa, e suggerisce anche di fare in modo
che l’afflusso della sabbia cessi automaticamente all’istante della
rottura, così da poter misurare esattamente il carico che ha spezzato
il filo. Come al solito, non dice se ha fatto o no l'esperimento.

«Del pari interessante dal lato metodologico è la sua idea di stu-
diare le leggi dell’attrito e determinare il coefficiente d’attrito per
mezzo di un apparecchio, che non è molto diverso da quello usato
da Coulomb verso il 1800. Qui egli dà un risultato delle sue esperienze,
che è del giusto ordine di grandezza ».

Circa la meccanica dei fluidi ed altre parti della fisica, lo stesso
Persico aggiunge (dopo aver criticato anch’egli l'attribuzione a
Leonardo del principio di azione e reazione):

«Leonardo ebbe certo una chiara idea del principio che porta il
nome di Pascal, almeno nel caso dell’aria racchiusa in un mantice,
e del principio dei vasi comunicanti. In idrodinamica, è fonda-
mentale la sua scoperta del teorema che la velocità dell’acqua varia,
nelle diverse sezioni di un canale, inversamente all’area della sezione
stessa. Sembra poi certo che egli fu il primo a osservare i menischi
capillari sia concavi, quando il liquido bagna la parete, sia convessi,
quando non la bagna, e a vedere la relazione di questo fenomeno
con l’ascensione dell’olio in un lucignolo e della linfa in una
pianta...

«Leonardo parla con grande entusiasmo della camera oscura (già
nota agli arabi fin dal tx secolo) e per il primo la mette in rapporto
col funzionamento dell’occhio. Troviamo anche parecchie osser-
vazioni ingegnose in acustica, tra cui è notevole quella che la pol-
vere sparsa su un corpo vibrante si ammucchia in curiose figure le

quali, come è noto, servirono tre secoli dopo a Chladni per uno
studio sistematico delle vibrazioni delle piastre ».

L’enorme potere d’osservazione, la coscienza, forse affiorante per la
prima volta nella storia, dell'importanza dell’esperienza e della
necessità di trarne dati quantitativi anzichè solo qualitativi, l’acume
critico nei riguardi della magìa degli alchimisti, non impedirono a
Leonardo di risentire talvolta l'influenza ritardatrice dei preconcetti
antichi, tra l’altro di quelli d’origine estetica. Esempi, citati dallo
storico della scienza George Sarton: da un lato l’ipotesi di Galeno
circa l’esistenza di un setto poroso tra le due metà verticali del
cuore, ipotesi che Leonardo condivise fino a « vedere » e disegnare
tali pori, in modo da precludersi la possibilità (che come anatomista
di abilità almeno pari a quella di Vesalio non gli mancava certo)
di scoprire che essi non esistevano o addirittura di anticipare la
scoperta di Harvey, della circolazione del sangue; dall’altro lato la
concezione, di origine platonica e cabalistica, del microcosmo umano
come ripetente su scala ridotta la struttura del macrocosmo, in
modo da creare una «armoniosa » corrispondenza tra i movimenti
dell’acqua sul pianeta e quelli del sangue nel corpo, tra le rocce
e le ossa, tra la vegetazione e la capigliatura, tra i terremoti e i
borborigmi.

Sarton contrappone lo spirito di praticità di Diirer, pronto a utiliz-
zare al massimo le possibilità divulgative dell’incisione e della







ELICOTTERO ricostruito da un disegno del ‘ Codiee B? dove viene definito “ strumento a vite che voltato con prestezza si fa la
femmina nell’aria e monterà in alto ”. Leonardo lo concepì tra il 1486 e il 1490, nel periodo milanese dei suoi studi'sul volo,
prima che abbandonasse la speranza di utilizzare come motore i muscoli umani o le molle di cui disponeva la meccanica dell’epoca.
L'elicottero, tuttora argomento di studio degli scienziati e tecnici moderni, si trova attualmente esposto al Museo della Teenica di Milano.

67

stampa, all’aristocratico disdegno di Leonardo per queste arti,
deducendone una conferma del giudizio dell’ Aretino, secondo cui
il genio di Leonardo era di tale altezza da impedirgli di sentirsi
soddisfatto di ciò che faceva e, quindi, decidersi a porre in ordine
e pubblicare i suoi risultati.

«Tuttavia — ricorda Enrico Persico — l’opera scientifica di Leo-
nardo non fu del tutto priva di influenza sul progresso ulteriore
delle scienze, come si credette fino ai primi anni di questo secolo.
È noto che tutti i suoi disordinati ed oscuri manoscritti furono
da lui lasciati in eredità a Francesco Melzi, che li custodì in una
sua villa in Lombardia, e non furono pubblicati a stampa che ai
primi dell’800 (salvo il « Trattato della Pittura », che fu dato alle
stampe in Francia verso il 1650). Si credette perciò che la sua opera
scientifica fosse rimasta del tutto ignorata per quasi tre secoli e non
avesse quindi contribuito in aleun modo al prodigioso risveglio
delle scienze che ebbe luogo nel secolo xvit. Ma il Duhem, che ha
studiato a fondo la questione, è giunto invece ad una conclusione
diversa.

«I manoscritti di Leonardo furono custoditi dalla famiglia Melzi
con pochissima diligenza: alcuni di essi, trafugati da un istitutore,
tornarono in casa Melzi dopo un avventuroso viaggio, ma anzichè
essere ripresi in custodia furono regalati, insieme ad altri, a chi
li aveva recuperati. Così avvenne che nella prima metà del ’600
i preziosi manoscritti vinciani erano già sparsi in tutta Europa,
disputati dai bibliofili come curiosità storiche e pregiati più per il
carattere artistico dei disegni che per il loro valore scientifico.
Sembra certo però che alcuni di essi passarono per le mani di
uomini di scienza che seppero comprenderne il contenuto e che ne
fecero tesoro, con quella mancanza di scrupolo per la proprietà
intellettuale che allora era molto diffusa,











«Tra questi plagiari che inconsapevolmente contribuirono a rendere
feconda l’opera di Leonardo fu il geniale e bizzarro Gerolamo Cardano.
Nella sua maggiore opera filosofica intitolata « De subtilitate », stam-
pata nel 1547, che è una specie di enciclopedia della scienza del suo
tempo e che ebbe larga diffusione, si trovano parecchie considera-
zioni sulla prospettiva e sui colori, sul moto delle acque, sull’ori-
gine delle montagne e dei fossili, che senza dubbio sono dovute
a Leonardo.

«Un altro dei plagiari di Leonardo, fu G. B. Villalpando. Fu questi
un gesuita spagnolo, vissuto nella seconda metà del ’500, che è
noto soprattutto per un monumentale commento in tre volumi
della visione di Ezechiele, stampato dal 1596 al 1604. In un certo
punto di questa opera il Villalpando discute la seguente curiosa
questione.

«Alcuni Autori (non dice quali), per spiegare come nella antica
Palestina avesse potuto vivere un popolo tanto numeroso, avevano
sostenuto che quel paese è così montagnoso, che la superficie del
suolo è quattro volte maggiore della sua proiezione orizzontale
(questo richiederebbe, sia detto incidentalmente, una pendenza
media del suolo di ben 75 gradi!). Ora, il Villalpando vuol dimo-
strare che, anche se così fosse, la Palestina non potrebbe contenere
un numero di uomini, di piante e di edifici maggiore di quello che
conterrebbe un paese piano racchiuso dagli stessi confini. E per
dimostrare la sua tesi, dopo aver citato Aristotele, Cicerone, Platone
e Pappo, eccoti che l’esegeta improvvisamente diventa matematico
(' ecce tibi, repente cogor ad res Mathematicas ') e inserisce nel
suo libro ben 21 teoremi di statica, con diversi corollari: essi non
sono altro che il teorema del poligono di sostentazione di Leonardo
e le varie applicazioni che questi ne aveva fatto alla statica degli
edifici e del corpo umano,

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ALIANTE LEONARDESCO. Leonardo impostò in modo pratico il problema del volo dopo aver osservato è studiato i grandi uccelli
di rapina, che utilizzano con fine istinto le correnti aeree e si equilibrano con lenti movimenti delle ali. Con questo strumento * oprante
per legge matematica ” egli intendeva sfruttare i moti di bilanciamento e di direzione. L’aliante è esposto al Museo della Teeniea di
Milano. Su un modello simile, rifatto alla fine del secolo scorso, trovò la morte in un tentativo di volo a vela il pilota Otto Lilienthal,

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«Così questi teoremi furono per la prima volta dati alle stampe,
ma essi sarebbero rimasti sepolti in una macchinosa opera di esegesi
biblica e difficilmente quindi sarebbero stati conosciuti dai fisici,
se più tardi l’infaticabile padre Marsenne, il traduttore di Galileo
che tanto contribuì allo scambio e alla divulgazione delle idee scien-
tifiche, non li avesse esumati e inseriti in un suo formulario inti-
tolato « Synopsis mathematica », pubblicato nel 1626. È per questa
via che i fondamenti della statica dei solidi entrarono a far parte
del dominio comune degli scienziati.

«Altre idee di Leonardo furono plagiate da Bernardino Baldi, serit-
tore della seconda metà del ’500, e per suo mezzo giunsero a cono-
scenza di Roberval e anche di Descartes, che le misero in circolazione
come proprie.

«Così, come osserva il Duhem, anche la disonestà degli uomini
contribuì al progresso della scienza ».

Un campo in cui invece le anticipazioni di Leonardo non furono
certamente utilizzate come meritavano, a parte la scarsa conoscenza
che se ne ebbe in seguito, è quello del volo umano. Se si esaminano
le forme date, da Lilienthal ed altri, agli alianti con cui a fine ’800
furono compiuti i primi voli senza motore, ci si rende conto che,
sia come struttura che come dimensioni, essi non differivano sostan-
zialmente dagli ultimi progetti che Leonardo abbozzò prima di
dedicarsi a quello studio sistematico sul volo degli uccelli, che costi-
tuisee uno dei suoi maggiori titoli di gloria come scienziato. Dai
modelli di macchine vinciane per il volo, ora esposti al Museo della
Scienza e della Tecnica di Milano, si vede infatti la graduale sempli-
ficazione di meccanismi ed evoluzione di forme che caratterizza la
serie dei sistemi di propulsione aerea ad ali battenti ideati da
Leonardo tra il 1483 e il 1503. Egli era giunto infine a disegnare
un sistema per la sospensione dell’uomo, in posizione verticale



idonea al controllo dell’equilibrio, fra due ali pieghevoli solo agli
estremi, le quali potevano probabilmente bastare per compiere brevi
voli librati seendendo contro vento dall’alto del «magno Cecero »
o di altra collina.

L'abbandono della speranza di utilizzare come motore i muscoli
umani o le molle di cui solo disponeva la meccanica dell’epoca,
poteva permettere cioè a Leonardo, o a chi avesse preso tempe-
stivamente in considerazione i suoi ultimi studi, di sperimentare
le possibilità del volo librato secoli prima dell’avvento del motore
a benzina; invenzione, questa, cui è dovuto il rapido passaggio
dall’aliante di Lilienthal all’aeroplano dei fratelli Wright, ma insieme
il rinvio agli anni tra le due guerre mondiali dello sviluppo di quel
«volo a vela », che invano Leonardo osservò per decenni nei grandi
uccelli ch'egli sognava di imitare.

È assurdo, comunque, lamentare la mancanza in Leonardo studioso
del volo delle capacità di concentrazione e di realizzazione concreta
da lui pur mostrate per lo meno nella pittura. Non si può escludere,
tra l’altro, che l’autocritica sia stata la causa della rinuncia alla
costruzione delle prime macchine progettate, è semplicemente la
vecchiaia o l’isolamento la causa dell’incompiutezza delle ultime.
All’epigrafe racchiusa nelle parole di Cardano, in francese:

«Léonard de Vinci...

s'est efforeé de voler, mais en vain;

il était grand peintre »
preferiamo in definitiva quella ricavabile dalla sentenza di André
Gide:

«Avec du talent on fait ce qu'on veut,

quand on a du génie on fait ce qu'on peut ».

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MODELLO di un altro apparecchio di Leonardo. La graduale semplificazione dei meccanismi e l’alleggerimento delle strutture carat-
terizzano la serie dei sistemi di propulsione aerea ad ali battenti. Questa ricostruzione del disegno di Leonardo non è Ja prima.
Le macchine di Leonardo furono tutte rifatte venticinque anni fa e figurarono già nelle esposizioni di Firenze (1929) e Chicago (1933).
Una memorabile mostra leonardesca fece Milano nel 1939. Quelle presentate sono state ricostruite dall’Istituto di Fisica di Roma.

IL TORNIO PARALLELO

DELLA S. EUSTACCHIO

Fu presentato l’anno scorso alla Fiera di Milano e alla Esposizione

delle macchine utensili di Parigi. Compendia le applicazioni di varie

tecniche specializzate: la meccanica costruttiva classica, la metallurgia,

l’idraulica, l’elettrotecnica e l’elettronica

E sensazioni ben visibili di meraviglia e
di ammirazione suscitate anche sui pro-
fani dalla vista delle grandi macchine
utensili nelle fabbriche e nelle esposizioni,
richiamano quasi alla mente, pur entro i

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di Francesco Voltolini

giusti limiti, quel sentimento spontaneo al
quale ci sottomettiamo volentieri dinanzi
alle mature opere d’arte ed incoraggiano a
supporre che anche queste macchine, nella loro
meccanica severità, rivelino una certa poesia

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che, al disopra di ogni preparazione specializ-
zata, si impone allo spirito e fa pensare.
E forse anche a chi è molto addentro nei
numerosi e complessi problemi collegati alla
progettazione di queste macchine ciò potrà

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apparire naturale non appena sì tolga la veste
del critico severo per abbandonarsi, una volta
tanto, alla riflessione serena. Infatti anche
le macchine nascono dal pensiero maturo,
anzi dal concorso di più pensieri, di più idee,
di più teorie e si può dire che la sola storia
della loro evoluzione sia, per chi vi è prepa-
rato, un corso molto istruttivo di filosofia
tecnica e scientifica.

E se pure non si vuol sconfinare da quelli
che sono i limiti della pura progettazione, è
necessario riconoscere che le finalità da essa
richieste divengono ogni giorno più raffinate
ed esigenti, tali da spingere sempre più il
progettista ad ampliare la sua cultura tec-
nica, a perfezionare i suoi metodi di lavoro
ed aguzzare la sua intuizione. A legare quasi
la sua esistenza ed il suo spirito a quelle
macchine come lo scienziato si lega alla teoria
e l'artista all’opera d’arte.

Evoluzione degli utensili.

A giustificare in parte questa premessa, giova
ricordare che i concetti ed i metodi sui quali
si basa la tecnica moderna delle macchine
utensili si sono radicalmente trasformati in
questi ultimi anni e sono-tuttora in fase di

rapida evoluzione, almeno a quanto sembra
dalle conclusioni che si possono trarre da due
esposizioni internazionali successive.

Per lo più molti di tali concetti e metodi
sono stati elaborati durante l’ultima guerra,
per scopi essenzialmente bellici, in paesi in-
dustrialmente più progrediti del nostro e sono
apparsi da noi, salvo forse qualche caso
isolato, verso il 1946-47, epoca in cui inco-
minciarono gradualmente ad imporsi all’at-
tenzione dei nostri tecnici. Sulla portata e
vastità delle tecniche nuove, veramente rivo-
luzionarie rispetto alle precedenti, basta scor-
rere rapidamente i rendiconti del « Premier
congrès international des fabrications méca-
niques » tenuto a Parigi nel settembre del 1948
e nel quale eminenti specialisti di varie nazio-
nalità hanno esposto in numerose conferenze
delle chiare sintesi dei problemi allora all’or-
dine del giorno.

E dal 1948 al 1952 ancora molta strada si
è fatta! Oggi, a quattro anni di distanza da
quella data, ci sembra che anche noi pos-
siamo guardare con una certa sicurezza e
fiducia in noi stessi a quei problemi che allora
potevano quasi turbarci; che possiamo rico-
noscere la fatalità del progresso, se vogliamo,
e nello stesso tempo trovare le ragioni o le
giustificazioni necessarie per scegliere o scar-
tare certe soluzioni; che possiamo adattare

idee, sia pure d’importazione, alla versatilità
del nostro spirito inventivo, per realizzare
sintesi costruttive tali da confrontarsi in
campo internazionale, pur presentando sem-
pre l’impronta della nostra elaborazione. Ciò
non deve e non può comunque illuderci
troppo, perchè la strada da percorrere di-
viene, per molteplici ragioni, sempre più
ardua e più impegnativa.

Le caratteristiche moderne più notevoli della
tecnica delle macchine utensili riguardano
l’interferenza sempre più estensiva di tecniche
specializzate particolari, quali la meccanica
costruttiva classica, la metallurgia, l’idraulica,
l’elettroteenica e l’elettronica. Si può per-
tanto parlare di una collaborazione sempre
più stretta di queste discipline specificamente
idonee a concorrere verso quel requisito
essenziale della nostra epoca che si chiama
automatismo.

Questo è uno dei risultati tangibili e assai
significativo dell'enorme sviluppo scientifico
e sperimentale, le cui conseguenze invadono
rapidamente tutti i campi modificando, se
pure più lentamente, mentalità e metodi.
Passare alla discussione dei problemi legati
alla tecnica delle macchine utensili è un com-
pito assai arduo e che richiederebbe il largo
respiro di un articolo ben più esteso. Il nostro
scopo particolare è la presentazione di una

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macchina caratteristica costruita dalla S. Eu-
stacchio, il tornio parallelo T.P.E. 600
comando elettronico, chejha costituito forse,
per la fabbrica bresciana, il primo tentativo
pienamente riuscito di superare la tradizione.
Questa macchina — di 600 mm A.P., con
6 m di distanza fra le punte — già presentata
lo scorso anno alla Fiera di Milano ed alla
Esposizione delle macchine utensili di Parigi,
data dal 1949-50 come ideazione ed i concetti
che hanno informato la sua costruzione sono
del tutto moderni, sia dal lato della pura
meccanica applicata che da quello riguar-
dante la motorizzazione.

Novità particolari.

È importante precisare che la specificazione
di tornio a comando elettronico non deve
travisare la natura vera della nuova costru-
zione poichè, in verità, il lato più interessante
di questa si rivela forse immediatamente
nella parte meccanica, avendo soltanto preso
dall’elettronica l’essenziale per la realizza-
zione del cambio nella testa a campo di
velocità continuo.

Infatti, già l'aspetto esteriore della macchina
rivela al tecnico competente lo sforzo com-
piuto per creare una nuova linea architet-
tonica, in carattere con la concezione del
mondo moderno, che è la geometrica pura.
Osserviamo poi un complesso di organi sta-
tici, quali il corpo della testa, il bancale ed
il blocco della contropunta, la cui funzione
è stata particolarmente analizzata in rela-
zione alle più moderne esigenze di questi
singoli organi. Esigenze create dallo sfrutta-
mento delle alte velocità, delle grandi potenze
e dalla precisione e qualità del lavoro cui la
macchina è destinata e che richiedono essen-
zialmente indeformabilità, rigidità, sia in
senso statico che dinamico.

Generalmente gli studi a ciò necessari rap-
presentano la risultante dei singoli apporti
di teoria e di pratica costruttiva, di quanto
ci può dire la moderna scienza delle costru-
zioni dal lato teorico e l’esperienza propria,
l'aggiornamento su altri studi, esperienze e
risultati, nonchè il fine intuito proprio del
progettista. Non deve stupire questo miscu-
glio di teoria e di pratica. Se quest’ultima,
infatti, deve essere rischiarata dalla prima,
quella, a sua volta, non può disdegnare la
seconda. È un ben strano campo quello della
progettazione delle macchine, dove anche il
teorico più arrabbiato, se onesto, può trovare
molte delusioni, qualora persista nell’ambi-
zioso progetto di disimpegnarsi coi propri
mezzi. Le teorie meccaniche di cui esistono
modelli quasi perfetti, come la statica dei
corpi vincolati, la dinamica vibratoria, ecc.,
si rivelano spesso all’entusiasta discepolo irte
di difficoltà analitiche quasi insormontabili
coi comuni metodi, anche se applicate a sem-
plici problemi costruttivi!

La novità del tornio in esame è anzitutto,
come abbiamo avvertito, novità meccanica,
novità che si riassume nella trasformazione
della linea della macchina e degli schemi
meccanici dei ruotismi e dei meccanismi in
genere, che costituiscono la parte funzionale.
Novità di disegno che manifestano nel costrut-
tore lo sforzo sempre proteso per superare

#2

ogni soluzione precedente, che vanno dalla
forma originalissima della testa, forma che
potremmo definire elettromeccanica, alla linea
elegante della contropunta; dal bancale pe-
sante e ben disegnato al carro robusto con
le masse ben distribuite per assicurare la
massima stabilità; dalla compattezza dei
gruppi di ruotismi i cui alberi sono tutti mon-
tati su cuscinetti a rotolamento alla razio-
nalità dei comandi. L’avere, ad esempio,
montato il mandrino cavo della macchina,
del diametro di 230 mm, su cuscinetti a rulli
speciali S.K.F., ha costituito una ardita no-
vità nel campo delle macchine di questa mole
e degli speciali studi in collaborazione con
gli uffici tecnici della S.K.F.!

Altre particolarità meccaniche notevoli: guide
del bancale basse e coperte; scarico dei trucioli
da ampie finestre poste sul fianco, che non
pregiudicano la continuità della struttura sta-
tica; supporti a molle per sostenere la barra
posta sul lato anteriore del bancale, i quali,
mentre impediscono l’incurvamento della
barra, non ostacolano il passaggio del carro;
vite madre interna a poca distanza dal piano
verticale passante per l’asse del tornio e pre-
cisamente sotto il lato interno della guida
anteriore per assicurare la trazione centrale;
mandrino cavo con grande foro (O 122 mm);
possibilità di filettare col carrino superiore,
tenendo fermo il carro, fino ad una lunghezza
di 500 mm; possibilità di adattare apparecchi
per eseguire lavori di copiatura, ecc.

Comando elettronico.

Non vogliamo dilungarci oltre nella descri-
zione dettagliata, pensando che la fotografia
riportata potrà forse rendere meglio l’idea
al tecnico. Vogliamo soltanto accennare rapi-
damente alle particolarità dovute al comando
elettronico. Veramente l’avere introdotto que-
sta nuova tecnica, che allora poteva dirsi
solo, appena allo stato sperimentale, qui in
Italia, rappresenta un ardito atto di fede.
Basti pensare che le rare applicazioni di cui
si era a conoscenza allora riguardavano mac-
chine di piccola 0 media potenza, non supe-
riore ai 10 HP, mentre il motore del T.P.E. 600
assorbe da 30 a 50 HP!

Come è noto, lo sfruttamento razionale degli
utensili con placchette di carburi esige la
scelta appropriata, quasi per approssimazioni
successive, delle velocità più adatte per i
vari materiali. A questa scelta si prestano
poco i comuni cambi a velocità discontinua
perchè, essendo queste disposte in progres-
sione geometrica, le più elevate, che sono
appunto quelle che si sfruttano coi nuovi
utensili, risultano sempre troppo distanziate
fra di loro. L’idea di fare un cambio continuo,
cioè con possibilità di far variare le velocità
per aumenti infinitesimi, se rappresentava
un problena facilissimo per piccole potenze
(per esempio, nell’integratore di J. Thomson),
incontrava non poche difficoltà passando alle
alte potenze per i numerosi interrogativi che
poneva. L’avvento del motore elettrico a
corrente continua dava invero la possibilità
teorica di risolvere il problema, variando in
modo continuo la corrente di eccitazione e
d’armatura, ma per varie ragioni il pro-
blema impostato su questo principio non fu

risolto, nel campo dell’applicazione alle mae-
chine utensili, che in epoca relativamente
recente.

Raddrizzatore ad ampolla.

«
Per riferirci alla soluzione elettronica mo-
derna, quella adottata nel T.P.E. 600, richia-
meremo soltanto che la corrente della rete
viene raddrizzata attraverso un’ampolla a
vapori di mercurio in cui gli intervalli d’ac-
censione si possono far variare arbitraria-|
mente con opportuni potenziometri, venendo
così a variare la tensione d’armatura del
motore e il flusso induttore cui corrisponde
rispettivamente la variazione di velocità a
coppia oppure a potenza costante. Oltre alla
regolazione di velocità, il principio del con-
trollo elettronico permetteva di risolvere altri
importantissimi problemi collegati diretta-
mente all’applicazione alle macchine, quali la
stabilizzazione sotto carico, la frenatura elet-
trica e la realizzazione di interessanti asser-
vimenti, problema quest’ultimo che potrebbe
definirsi lo scopo vero dell’elettronica. Ora
sappiamo anche con sicurezza, secondo pareri
autorevolissimi, che la potenza di 50 HP
rappresenta la limitazione superiore del campo
entro cui è conveniente l’impiego dell’ampolla
a vapori di mercurio.
Il motore del T.P.E. 600 con potenza di 30-50
HP e numero di giri variabile da 300 a 1500
comanda il mandrino attraverso un cambio
a tre velocità, posto nella testa e che con-
sente un rapporto totale di uno a cento circa.
La variazione di velocità, letta sugli indica-
tori elettrici posti sul quadro della testa, è
assolutamente continua.
Altra possibilità della macchina consentita
dall’elettronica è quella di asservire la velo-
cità di rotazione del mandrino a quella di
avanzamento trasversale del porta utensili,
secondo una relazione iperbolica traducente
la costanza della velocità di taglio, impor-
tante quando si devono, ad esempio, eseguire
lavori di spianatura su dischi di grande
diametro.
Il comando del cambio di velocità avviene
per mezzo di potenziometri che possono essere
azionati facilmente sia dal carro, sia dalla
testa, consentendo la manovra anche durante
il lavoro. Un apposito quadrante collocato
sul davanti della testa, porta gli apparecchi
indicatori fra i quali le tre scale dei numeri
di giri corrispondenti, con un indice che si
sposta e delle lampadine che si accendono in
corrispondenza a ciascuna scala.
Da questo rapido sguardo panoramico si può
trarre forse la conclusione confortevole che
anche la nostra tecnica non è rimasta a se-
gnare il passo di fronte al movimento mon-
diale di trasformazione e di rinnovamento.
Si può anzi vedere chiaramente uno sforzo
tanto più notevole e degno di considerazione
e di simpatia in quanto difficoltà enormi e
non solo tecniche, ma anche di ordine orga-
nizzativo e psicologico, si accumulano, ritar-
dano o ostacolano il passo.
Superata la fase iniziale più critica e chiarito
sempre più il significato dei nuovi princìpi,
altro vasto programma di lavoro è allo studio
dei nostri tecnici. Le nuove macchine dimo-
streranno che, se anche si sono apprese lezioni
da altri paesi, queste saranno state apprese
bene,

N'INSEGNA

di Consagra

Lo seultore Pietro Consagra, invitato
a creare una insegna simbolica per
la Finmeccanica da installare alla
prossima Fiera di Milano, ha presen-
tato i progetti qui raffigurati, che
sono una serie di forme astratte con-
cepite in funzione pubblicitaria e
rappresentativa della produzione mec-
canica. Il progetto definitivo è quello
grande, a destra. Ricorda l'elica, la
vela, il passo della vite, cioè le atti-
vità più tipiche della Finmeccanica
che, com'è noto, vanno dalla fabbri-
cazione di aeroplani a quella delle

navi, delle automobili, degli utensili



meccanici. Una prc siva astrazione



verso la complessità e varietà dei
prodotti della Finmeccanica e l’im-
portanza che essi hanno nella vita
moderna viene raggiunta in queste
insegne, che potremmo chiamare anche
sculture, attraverso l’esperienza e Ja
sensibilità dell’arte d’avanguardia.
Consagra è uno scultore della scuola
astrattista e come tale ha cercato un
modo di raffigurazione diverso da

quello convenzionale. Invece di un



elenco generico delle aziende della
Finmeccanica ha cercato di ottenere
una specie di trofeo che suggerisse
in un insieme continuo le finalità
delle stesse aziende. Le braccia ret-
tangolari del primo modello (quello
sotto, al centro), che indicano varie
direzioni, avevano anche lo scopo pra-
tico di avviare i visitatoci della Fiera
verso i padiglioni della Società.

Nei due disegni a cubi e prismi
sovrapposti c'è già più evidente l’in-
tenzione di condensare in forme com-
plete, cubo, e a più facce, prisma,

i vari aspetti della Finmeccani



Finalmente nel modello definitivo (in
alto a destra) Consagra raggiunge più
armoniosamente Ja sintesi deeli ele-
menti principali delle numerose azien-
de attraverso la torsione di un pezzo
di acciaio. In questa costrizione della
materia più caratteristica del mondo
moderno, l'acciaio, in una sagoma
esatta e fantastica allo stesso tempo, ha
ereato un piccolo monumento ai fini,
ai successi, al significato, che la mec-

canica ha assunto nella nostra epoca.





«



P. CorxELIUS: Kurze Zusammenjas-
sung der Elektrizitàtslehre (Fine Ein-
fihrung des rationalisierten Giorgi-
schen Mass-Systems). Springer, Wien
1952, pagg. 89.

La formulazione della teoria elettro-
magnetica comporta la spinosa que-
stione delle unità di misura. In un
convegno internazionale è stata recen-
temente decisa l'adozione del sistema
di unità elettromagnetiche razionaliz-
zate di Giorgi. La convenzione non
viene però completamente rispettata
soprattutto per una radicale avver-
sione dei fisici alla formulazione mate-
matica che ne consegue. Il breve trat-
tato di elettromagnetismo di P. Cor-
nelius — ricercatore nei laboratori
Philips in Olanda — è soprattutto,
come enuncia il sottotitolo, una intro-
duzione del sistema assoluto Giorgi.
L'Autore si è posto lo scopo di fami-
liarizzare lo studioso consueto con le
altre unità, con la teoria elettroma-
gnetica espressa nel sistema Giorgi.
un’opera utile soprattutto a chi deve
insegnare elettromagnetismo o deve
pubblicare lavori su questo argomento.
Il libro inizia con la legge di Ohm,
naturalmente senza nominare l’ohm,
relegato in fondo a una pagina come
curiosità storica, e prosegue cercando
di mettere in evidenza in tutti i modi
possibili i vantaggi della formulazione
usata. Le relazioni che intercorrono
tra le diverse grandezze elettroma-
gnetiche sono riunite in aleune chiare
tabelle poste in fine al volume. In
una appendice l'Autore si rivolge ai
fisici pregandoli di esaminare il sistema
Giorgi con comprensione e cercare così
di porre una fine alla lunga contro-
versia sulle unità di misura.

V. Roxcni: Storia della luce. Zani-
chelli, Bologna 1952, pagg. 282.

La fisica, soprattutto fino a quando i
fisici furono filosofi, ha avuto una parte
notevolissima nell'economia del pen-
siero e uno studio sull’evoluzione sto-
rica dei concetti fisici può essere utile
a quanti si interessano ai problemi
della conoscenza. Tra le parti della
fisica l’Ottica è forse quella che più
si presta a uno studio di tale genere,
sia perchè è una delle sue parti più
antiche sia perchè il problema della
visione con i suoi tre aspetti: fisico,
fisiologico e psicologico, più degli altri
necessita di un inquadramento coe-
rente con il pensiero filosofico. Il
libro del prof. Ronchi è una storia
dell’Ottica dalle sue origini fino ai
nostri giorni. Inizia col periodo greco
quando fervevano le discussioni tra
Pitagorici ed Atomisti sulla natura
della luce. Sostenevano gli uni che
un misterioso elemento usciva dagli
occhi per ricercare i corpi e gli altri
che i corpi emettevano un « simulacro »
che, arrivato all'occhio, permetteva
la visione. I risultati dei loro studi
furono raccolti da Euclide nell’Ottica
e costituiscono la prima parte del-
l’ottica geometrica. Nel Medio Evo
l’arabo Alhazen mise in evidenza come,
ad ogni punto dell’oggetto osservato,
corrisponda un punto impressionato
nell'occhio, e aprì la strada alle sco-
perte del Rinascimento. Avvenne così
la «catastrofe dell'ottica antica » pro-
vocata da Galileo e Keplero e venne
creata una nuova teoria razionale
impostata sul metodo sperimentale.
Ai lavori di Keplero seguono quelli
di Cartesio e Padre Grimaldi sulla
diffrazione. Con i due grandi rivali
Newton e Huyghens iniziò la discus-
sione tra teoria ondulatoria e corpu-
scolare. Il Ronchi, riconosciuto l’im-
portante contributo di Newton allo
studio dell’ottica, rileva però come la

T4

BIBLIOTECA

sua aprioristica e irragionevole avver-
sione per la teoria ondulatoria ne
abbia ostacolato lo sviluppo logico e
naturale per più di un secolo. Fu
necessaria l’opera grande e tenace di
Fresnel e Young, ambedue estranei
all'ambiente scientifico ufficiale, per
raggiungere nell'Ottocento il pieno
trionfo della teoria ondulatoria. A
questo punto l'Autore arresta la storia
facendo solo un breve cenno delle
teorie attuali. L'ultimo capitolo pone
la domanda: « cosa è dunque la Ince? ».
Il Ronchi non risponde. Fa una sin-
tesi del cammino percorso e conelude
che, forse, la definizione più rappre-
sentativa della luce è :« Radiazione
visibile ».

Convention on the British Contribution
to Television. Londra 28 aprile-3 mag-
gio 1952.

Nel numero di settembre l’Onde
Electrique pubblica un riassunto com-
pleto delle comunicazioni presentate
al recente congresso per la televisione
inglese. Gli argomenti coprono un
campo vastissimo nella tecnica tele-
visiva: dai ponti radio e cavi coas-
siali alla televisione a colori, dalla pro-
duzione in serie dei ricevitori alla ese-
cuzione tecnica dei programmi. È
una visione panoramica di quanto è
stato realizzato, degli studi e delle
difficoltà incontrate. L'Inghilterra ha
completamente risolto il problema
della televisione su un piano nazio-
nale sia per merito dei suoi tecnici
sia per la piena collaborazione di tutte
le industrie interessate. Nel presen-
tare al pubblico i risultati ottenuti
dall’Inghilterra il Direttore dei ser-
vizi tecnici della Radio e Televisione
francese osserva come essi siano un
chiaro esempio per ogni nazione che
si trovi di fronte alla realizzazione di
una rete nazionale in quanto indicano
quali possano essere gli sviluppi della
televisione in un paese in cui tutte
le forze interessate finanziarie, tecniche
e industriali siano riunite per compiere
un’opera efficiente e sicura.

A. EinsTEIN: Conceptions scientifiques
morales et sociales. Flammerion, Paris
1952.

Alberto Einstein non è solo un gran-
dissimo fisico ma anche una delle più
forti personalità morali. Avviene così
che i suoi lavori abbiano un interesse
sia scientifico sia etico e sociale. Il
libro uscito recentemente nella tra-
duzione francese è una raccolta di
appunti, conferenze e polemiche che
vanno dal 1931 al 1950. Gli argomenti
sono svariatissimi: considerazioni sulla
libertà e il problema negro, le teorie
della relatività e la possibilità di un
governo mondiale, bomba atomica e
filosofia della scienza, questione ebrai-
ca e problemi religiosi e militari. In
tutto sessanta memorie di notevolis-
simo interesse per ogni persona colta.
Nel libro troviamo un insegnamento
sul valore umano delle scienze: « una
gran parte del pubblico non può
seguire la ricerca scientifica nei suoi
dettagli, ma può ugualmente averne
un grande e importante beneficio: la
certezza che il pensiero umano merita
tutta la nostra confidenza e che la
legge della Natura è universale ».



M. Picone E T. VioLa: Lezioni sulla
teoria moderna dell’integrazione. Edi-
zioni Scientifiche, Finaudi, Torino
1952.

Quando nel 1894 il giovane mate-
matico olandese Stjiltjes fu condotto
da ricerche riguardanti la teoria dei
numeri a dare la definizione di un
nuovo tipo di integrale, probabil.
mente lui stesso ignorava la portata
del nuovo strumento di indagine. Si
ha quindi con Stjiltjes: un nuovo
esempio del fatto, non infrequente
nella storia della scienza, che spesso
il genio risolve, si può dire, problemi
non ancora posti; un caso questo
molto simile alla costruzione del cal.
colo differenziale assoluto di Ricci, in
cui Einstein trovò l’algoritmo più
adatto alla sua teoria della relatività,
e che era nato da esigenze di tutt'altra
natura. I tempi allora non erano ma-
turi perchè si apprezzasse l’importanza
dell’opera di Stjiltjes: la fisica non
aveva ancora ripudiato, nei suoi fon-
damenti, la variazione continua delle
grandezze e non meraviglia che ot-
time storie della matematica fino a
pochi anni fa ignorassero il suo nome.
Attualmente invece lo schema discon-
tinuo del mondo si impone ogni giorno
di più e questa nuova concezione
trova neil’integrale di Stjiltjes un
mezzo elegante e perfettamente rigo-
roso di esprimere alcuni suoi concetti
fondamentali. Il libro che i prof. Pi-
cone e Viola hanno seritto per la
Casa Editrice Einaudi colma una
lacuna della letteratura matematica
perchè, oltre ad una esposizione orga-
nica di quanto era noto fino ad oggi
sull’integrale di Stjiltjes contiene una
ulteriore elaborazione della teoria in-
tesa a renderla più utile nella risolu-
zione di concreti problemi fisici. Il
libro si impone oltre che per il per-
fetto rigore con cui è condotto, per la
facile lettura, pregio questo notevo-
lissimo quando si pensi che l’integrale
di Stjiltjes comincia ad essere usata
negli sviluppi più avanzati dell’elet-
trotecnica (trasformata di Laplace,
ecc.) in modo da far pensare che in
un futuro non troppo lontano l’inte-
grale di Stjiltjes debba far parte del
bagaglio matematico di ogni inge-
gnere. Per tutte queste ragioni si può
prevedere al libro un successo note-
volissimo anche in ambienti più vasti
di quelli strettamente legati agli svi-
luppi dell’analisi matematica.

F.W. TAYLOR: L'Organizzazione Scien-
tifica del Lavoro. Edizioni di Comunità,
Roma 1952, pagg. 424.

Per le edizioni di Comunità è apparsa
recentemente la traduzione italiana
dello Scientifie Management di F. W.
Taylor. Il Taylor fu una persona
essenzialmente pratica che si trovò
di fronte al problema del lavoro indu-
striale prima come meccanico, poi
come caporeparto e infine come in-
gegnere. La sua teoria non nacque da
esigenze di natura etica o sociale,
ma dal problema concreto di aumen-
tare la produzione in una officina della
Midvale Steel Co. Questo carattere
è stato spesso messo in rilievo: « L’Or-
ganizzazione Scientifica non ha nulla
a che vedere con la filantropia. Chinu-
que desidera guadagnare, e farà di
tutto per raggiungere il suo scopo.
Ciò non presuppone una malafede da

arte degli operai o dei datori di
avoro, ma persone in malafede pos-
sono esservene da ambo le parti».
Ne consegue la necessità di una orga-
nizzazione scientifica, vale a dire fon-
data su conoscenze ed esperienze 0g-
gettivamente raccolte, dei sistemi di
produzione e dei rapporti tra indu-
striali e mano d’opera. Il taylorismo
fu accusato di essere disumano e di
ridurre ad un automatismo il lavoro
operaio. Nel rispondere a queste
accuse Taylor insiste sulla « rivolu-
zione mentale » da compiersi tra diri-
genti e operai prima di poter appli-
care ad uno stabilimento lO. S. Gli
uni e gli altri devono convincersi che
solo con una perfetta collaborazione
ed una intesa leale è possibile eseguire
il lavoro secondo le leggi scientifiche
previamente studiate e determinate in
modo da ottenere un aumento nella
produzione e quindi negli utili comuni.
Dopo di ciò VO. S. potrà essere appli-
cata secondo i principi fondamentali:
1) raccogliere le conoscenze tradizio-
nali, registrarle, classificarle, ridurle a
leggi; 2) selezionare e addestrare scien-
tificamente gli operai; 3) mettere in-
sieme scienza e operai scientifica-
mente addestrati; 4) dividere in mi-
sura uguale il lavoro tra dirigenti che
dispongano della necessaria attitudine
mentale e operai che abbiano le qua.
lità fisiche necessarie al lavoro richie-
sto. Il volume comprende tre lavori
di Taylor: Direzione di officina (1903),
Principi di organizzazione scientifica
del lavoro (1911), La deposizione di
Taylor davanti alla Commissione spe-
ciale della Camera dei deputati (1911.
1912).



AprIiano Oriverti: Società, Stato,
Comunità. Per una economia politica
comunitaria. Edizioni di Comunità,
Milano, 1952, pagg. 239.

Dopo la trattazione teorica del suo
primo libro (Z’ordine delle Comunità,
1945) e la formulazione dei punti pro-
grammatici, il lavoro dell’Olivetti s'è
orientato verso l’accertamento e la
puntualizzazione dei problemi tecnici
dell'organismo comunitario. Di tale
attento studio è documento questo
nuovo volume, che raccoglie articoli
e saggi scritti dall’Olivetti dal ’49 al
’51 mettendo in luce quanto la sua
personalità ha contribuito ad arrie-
chire il movimento italiano di Comu.
nità di un carattere particolarmente.
attraente di concretezza (questo anche
nei confronti dell'esperienza francese
da cui deriva). .
Pur rimanendo fedele alle premesse
dell’Humanisme Intégral del Maritain
e al movimento di Esprit, la rivista
di Emmanuel Mounier, l’Olivetti non
ha temuto l’eclettismo, e nel prospet.
tare la soluzione dei diversi problemi
politici e tecnici fa ricorso alle espe-
rienze organizzative delle più diverse
istituzioni, dalla Chiesa Cattolica al.
socialismo.

Di un particolare interesse è il saggio
Prime esperienze in una fabbrica, la
storia della prima comunità creata
nella fabbrica di Ivrea. Divenuto
direttore dell'azienda in un periodo
di sviluppo rapido e fortunato, il
completo mutamento della struttura
e dei compiti impose all’Olivetti una
totale revisione dei criteri organizza.
tivi e delle gerarchie. « Prima d’essere
una istituzione teorica la comunità fu
la vita». All’estendersi all'esterno di
ogni esigenza interna l’Olivetti indicò
la necessità di rendere a sua volta la
fabbrica solidale con l’ambiente circo-
stante riportando il nucleo autonomo
nella generale economia della Comu.
nità. |







LAMENTO CERCHIO — È

DEL

una poesia del poeta e gesuita spa-

gnolo J. J. Falcon, vissuto nel sedi-

cesimo secolo presso Valencia, l'antica

Segunto, e autore di un’opera sulla

quadratura del cerchio intitolata Hane

circuli quadraturam invenit, edita a

Valencia nel 1587:

l'abitudine di sentirmi chia-
[mare «il cerchio »

e fui incurvato da tutti i lati

come l’alta orbita del sole

e il segno dell’arcobaleno tra le nubi.

Ero una nobile figura

l'unica senza un principio

l’unica senza fine.

Ma da poco sono emerso

sotto una forma indecorosa

e sporca di nuovi angoli.

Questo non fu fatto nè da Archita,

nè dal padre di Icaro, Dedalo,

nè da voi, figlio di Giapeto, Prometeo.

Perciò quale Dio ha squadrato

la mia area?

Avevo

C'è una città felice

presso gli alti cancelli di Turia
e il suo limpido lago.

Segunto non è lontana e Sucro

è poco distante.

Qui vive un certo poeta

che si consulta felice con le stelle
chiedendo per sè cose negate ai più
sapienti.





Un vecchio sempre nei pens
spesso dimentico di se stesso,
che non sa aprire i compassi

nè disegnare le linee rette

come egli spontaneamente confe
Questo poeta ha squadrato

la mia area.



DAL MARE The old man and the
sea, il vecchio e il mare, l’ultimo rac-
conto di Hemingway, sta avendo un
enorme successo. Pubblicato nel nu-
mero di agosto di Life vede ora la
luce in diecine di edizioni. Si dice
già che è la migliore opera dello serit-
tore americano, una summa, in poco
più di cento pagine, della sua poetica
e del significato attuale della vita. Il
protagonista del racconto è un vec-
chio pescatore cubano, Santiago. Da
più di ottanta giorni non gli riesce
di prendere un pesce. Santiago si
trova sull'orlo del fallimento, deve
decidersi. Si avventura in alto mare,
al largo di Cuba, nel Gulf Stream,
dove la corrente è tanto potente, e
incontra finalmente un pesce enorme,
un pescecane assai più grande della
sua barca. Parte all'attacco, per due
giorni e due notti lotta col mostro,
alla fine riesce a vincerlo e lo lega
alla barca per il viaggio di ritorno.
Sembra tutto finito, scoppia invece
il dramma. Attorno alla barca comin-
ciano ad apparire altri pescecani.
Prima il pescecane ferito, poi il pe-
scatore diventano preda dei nuovi
mostri. Santiago si difende come può,
col rampone, col coltello, col remo.
Anche il pescecane ferito si difende.
Si stabilisce quasi una intesa tra l’uomo
e l'animale. Qualcuno dei nuovi mo-
stri viene ucciso, altri feriti; ne |ac-
corrono dei nuovi, il pescecane è
divorato, il pescatore si salva, dopo
essere stato ferito, solo per la sua
forza di volontà. Torna al porto e
pochi, un ragazzo, altri pescatori, si
accorgono della sua avventura. I
















SEMAFORO

segni del dramma di quest'uomo co-
raggioso sono appena percettibili.

Come in Moby Dick di un altro
grande scrittore americano, Melville,

il mare e una balena erano il sotto-
fondo e il simbolo di un elementare
coraggio e del trionfo sulle avversità,
il senso di questo altro mare e pesce-
cane di Hemingway è nell’impeto
che anima il vecchio pescatore. « San-
tiago » scriveva Giovanni Visentin su
la Fiera Letteraria «si presenta come
uno splendido monito: nella lotta
l'esistenza trova uno scopo e la
ragione stessa della sua bellezza ».
Se non tutta la letteratura oggi è
ottimista sulla vita, almeno Heming-
way ci incoraggia dunque a vivere
con rinnovata energia.





I CAPRICCI DI SAVINIO — Fu in
uno dei suoi ultimi articoli (Corriere
della Sera, agosto ’51) che il nostro
compianto amico Alberto Savinio ci
parlò dei capricci delle sue macchine:
«Ieri mi sono alzato più presto del
solito e ho tentato di farmi la barba:
il mio rasoio dormiva ancora. Quanto
alla mia automobile, tante volte mi
ci siedo dentro, sciolgo i due anti-
furto, infilo la chiavetta, tiro la mani-
glietta dell'accensione: nulla. Dicono
i tecnici, ora scompenso della dinamo,
ora scaricamento della batteria. Torno
un'ora dopo a tirare la maniglietta:
la macchina parte come un razzo.
Umori... Questo mio pianoforte è
un’altra cosa. A principio non sapevo:
ora so. Non era capriccio, non dispetto.
Questo pianoforte è incapace di di-
spetti. E buono, docile, sottomesso.
Anche troppo. Pronto a servire. Prima
di venire da me, andava a servire
nelle balere di fortuna, che da giugno
a settembre, sorgono effimere su
questa banda di rena, tra Versilia e
Lunigiana. E si era così abituato a
quelle musiche selvagge, che, quando
lo portarono da me, le aveva ancora
tutte in corpo. Credeva nel suo animo
oscuro, tra le corde stanche e i feltri
tarlati, che una sola fosse musica:
quella. E, anche sotto le mie dita,
ripeteva quella. Finchè capì. Non
dico che è riuscito a distinguere mu-
sica da musica. Ha sentito che ha
cambiato padrone. Poveraccio! ».









LE BICICLETTE Un esempio di
poesia nuova troviamo nel libretto di
Giorgio Caproni Stanze della Funico-
lare, edizioni De Luca, Roma. Traseri-
viamo il principio dell'inno alla bici-



/



cletta, la macchina più mitica del-
l’infanzia:
La terra come dolcemente geme
ancora, fra l’erba un delicato
suono di biciclette umide preme
quasi un’arpa il mattino! Uno svariato,
tenue ronzio di raggi e gomme, è il
lieve,
lieve trasporto di piume che il cuore
un tempo disse giovinezza è il sale
che corresse la mente. E anch'io ebbi
(ardore
allora, anch'io col mio pedale
melodico, sui bianchi asfalti al bordo
d’un’erba millenaria, quale mare
sentii sulla mia pelle, quale gorgo
delicato di brividi sul viso
scolorato cercandoti!... Ma fu
storia di giorni — nessuno ora più
mi soccorre a quel tempo ormai diviso.





come Fhlebas, il marinaio fenicio.

Siamo andati, io e Cobb,

per vincere il silenzio

di queste strade deserte.

Alcuni ragazzi mi avevano seritto

credendomi un Fro piuttosto
(basso.

Avevo l'abitudine di strofinare con la
{mano

la carlinga dell’aeroplano. Mi piaceva

il modesto colore

delle cravatte di Richards.

Quanto a Cobb, come sapete

possedeva in proprio il reattore.

vendeva pellicce,

non era assicurato

presso i Lloyds di Londra.

Fra il dare e l'avere

si scelse la prima maniera

perchè più veritiera.

asso,



In contemplazione davanti all’edificio sibillino di un teorema.

TARGA Dalla targa di bronzo
all'ingresso del Cantiere di Newpori
News, nel quale è} stata costruita
United States, nastro azzurro 1952,
traduciamo le parole dettate dal fon-
datore Huntingdon:

« Noi costruiremo buone
con utile se potremo
in perdita se dovremo
ma sempre buone navi ».

navi

DERRY E COBB John Derrv e
John Cobb sono i dune inglesi vittime
della velocità, periti il primo nel cielo
di Farnborough il 6 settembre 1952,
mentre tentava di superare la ba
riera del suono con un reattore aereo
e il secondo nelle acque di Loch Ness,
il 29 settembre 1952, nel tentativo
di battere il record del miglio lan-
ciato con un reattore marino. Richards
era il meccanico di Derry, anel’egli
perito nel cielo di Farnborough.
Qui abbiamo raccolto qualche verso
di occasione:



Il vento che rideva,

la pesantezza del tempo,

il grido dei gabbiani

e il gonfiore di Loch Ness,
cari amici, ci fecero alti e belli



CORTESIA — Il Times a proposito
della conquista del nastro azzurro da
parte della United States, che l'aveva
tolto alla Queen Mary, nave inglese,
scrisse: « L'United States ha preso ora
posto in questa compagnia e vi sarà
ben accolto non solo perchè ciò gli
spetta per il magnifico viaggio inau-
gurale, ma anche perchè troppo tempo
è passato da quando una nave ameri-
cana conquistò l’ultima volta l’am-
bito titolo della traversata atlantic:



FORMICHE Abbiamo letto l’arti-
colo di Buzzati che, partendo da uno
studio sugli insetti dell’entomologo
Guido Grandi, racconta come sia im-
probabile che si realizzi, anche fra
millenni, nella nostra società il si-
stema organizzatissimo di vita delle
formiche. La difficoltà maggiore, sa-
rebbe la rinuncia quasi completa
all'amore. Ce ne sarebbero altre: la
divisione di casta, l’assoluta sogge-
zione dell'individuo alle esigenze co-
muni, la rigorosa soggezione al lavoro.
Aldous Huxley, nel suo romanzo
Nuovo mondo aveva previsto qual-
cosa di simile anche per gli uomini e
per una data non molto lontana.
Non siamo dello stesso parere, siamo
ottimisti, non crediamo che si vada
verso una nuova forma di schiavitù.



7



SEMAFORO - Continuazione
LA NAVE RAGAZZA - L'estate

scorsa, come riferisce il Notiziario
Navale Ansaldo n. 47, il viaggio inau-
gurale da Le Havre a New York del-
la turbonave francese « Flandre » (20
mila tonnellate circa di peso e una
potenza massima di 44 mila cavalli
vapore) fu disturbato da avarie tecni-
che, le quali, benchè di natura secon-
daria, obbligarono la nave ad ar ‘

si in alto mare. La «Flandre» navi
in vista dell'America quando un corto
circuito mise fuori servizio il sistema
di comando elettrico paralizzandola
per parecchie ore. L’avvenimento ve-
ramente insolito e tanto patetico
ispirò a un eronista del New Yorker,
la più intelligente rivista del mondo,
il secuente cavalleresco biglietto che
prese il posto dell’articolo di fondo:
« Ti salutiamo Flandre. Non ci cono-
no e pure abbiamo fatto subito
amicizia. In verità dal tuo ritardato
arrivo a New York cominciammo a
sentirci solidali con le tue gaffes, ciò
che rappresenta il primo lungo passo
verso l'affetto. Essere rimorchiate al
porto al primo viaggio di ragazza,
ci parve che sarebbe accaduta la
stessa cosa a noi se fossimo stati una
nave. L’argano incapace di sollevare
l'ancora, le luci lentamente smorzan-
tesi sino a spegnersi, la sirena, già
conosciuta per le sue sonore guasco-
nate, che emetteva invece pochi pie-
tosi belati, povera Flandre, cara
amica, abbiamo condiviso la tua ve
gogna, i tuoi rossori sono stati nostri,
ondata per ondata. Vedi l’imbarazz
del tuo debutto è stato anche nostro
almeno in una dozzina di circostanze
diverse, e non si trattava di sogni. È
il passo falso di chi attraversa il pal-
coscenico per andare a ricevere il
diploma dal rettore, è come quando
uno si volta davanti all’altare per
baciare la sposa e bacia soltanto
l’aria, è la mente che diventa vuota
alla terza frase del discorso che avrebbe
dovnto essere così spiritoso e sicuro.
Confòrtati pensando al fatto che la
perfezione non ha amatori, ma solo
nemici. Che cosa ha da spartire nna
comune mortale con le Regine? Tu
sei dei nostri ed è stato meglio saperlo
tanto presto. Ora che la commedia
del nostro primo incontro è finita pos-
siamo tentare insieme la sorte con
l'ancora levata, le luci abbaglianti e
la sirena che urla nel vasto mare
















METALLI DI DOMANI Utiliz-
zazioni nuove e bizzarre sono state
trovate per il bismuto, metallo fragile
e rossastro che fonde al calore al quale
di solito una cotoletta frigge. Il bi-
smuto potrà essere impiegato per con-
durre il calore dai reattori nucleari
alle caldaie ad alto livello termico che
presto si avranno in funzione nelle
più moderne centrali elettriche o nei
sottomarini. Le leghe di sodio e po-
tassio che sarebbero adatte allo stesso
scopo presentano un grande inconve-
niente, quello della loro istantanea
reattività al contatto con l’acqua.
(Da un articolo di G. Castelfranchi
sul Corriere della Sera).







CIVILTÀ INGLESE In occasione
della settimana di Farnborough, la
prima settimana del settembre 19
quella in cui durante le prove e l’esi-
bizione degli aeroplani a reazione do-
veva trovare purtroppo la morte, nel
tentativo di superare la barriera del
suono, il pilota inglese John Derry ca-
dendo fulmineamente dal cielo e ucci-
dendo una ventina di spettatori tra È
centocinquantamila persone che :
stevano al suo fantastico volo, in que Ila L
memorabile occasione, il Times volle
onorare con un numero speciale di







76



OFFICINE PISTOIESI

PISTOIA

VIA ANTONIO PACINOTTI 5

Costruzione e riparazione di materiale rotabile ferroviario
Carrozzerie per veicoli stradali e rimorchi
Carpenteria per qualunque applicazione

Macchine tessili per l'industria della lana

Attrezzatura pneumatica
Stampaggio e fucinatura

Meccanica varia



SAN GIORGIO

GENOVA

VIA CORSICA 21

Ottica e meccanica di precisione

Strumenti ed apparecchi per uso medico

Macchinario tessile

Aghi per macchine da calze e maglieria

Motori Diesel - Gruppi elettrogeni - Macchinari ausiliari di bordo
Meccanica fine - Macchinari industriali

Riscaldamento - Ventilazione - Condizionamento

Apparecchi elettrodomestici - Equipaggiamenti elettrici

Congegni e strumenti per usi speciali

SEMAFORO - Continuazione

32 leggerissime e grandissime pagine
l'aviazione inglese e riprodusse sotto
la testata, a pagina intera, la foto-
grafia di un Vickers - Supermarine
Swift, un reattore a forma triangolare,
esaltandone la grazia e la forza. Il
giornale parlava nelle altre pagi
dell'avvenire del volo, dei progre
della navigazione aerea, dei primati,
degli uomini, dei dirigenti, dell’indu-
stria aeronautica inglese. Fra un fatto
nazionale, di importanza mondiale, e
il Times gli dette il rilievo che meri-
tava. Un esempio di civiltà.












LA CITTÀ RADIOSA Il 15 otto-
bre 1952 è stata aperta a Marsiglia
la casa lunga 140, 24 e alta
56 metri, creata d rchitetto Le
Corbusier per accogliere 1600 persone
in 350 appartamenti, La casa è de-
nominata città radiosa perchè può
accogliere i servizi di un intero quar-
tiere dentro un solo edificio. Ha una
strada alla base, tra i 34 piloni che
la fanno simile a una nave in par-
tenza, al sesto piano contiene un
mercato, il cinema, il teatro, la scuola,
i negozi, è circondata dalla campagna
e dall'aria libera. Ci vollero più di
due anni per costruirla. È certamente
la casa più rivoluzionaria del secolo.
Essa sta tra il grattacielo, la macchina
per abitare e la chiesa. Il sole attra-
verso le vetrate della prima stanza
entra in ogni appartamento in pro.
fondità anzichè di faccia. Le pareti
tra una stanza e l’altra sono fatte di
materiale luminoso, con grandi porte
a vetri. La luce entra nella prima
stanza e gradatamente arriva fino
all’ultima. La casa ha ascensori, ter-
mosifoni, impianti idraulici centra-
lizzati.







LINEA ITALIANA Quasi con-
temporaneamente due grandi riviste
americane di attualità, Life ed Esquire,
in due numeri di ottobre, hanno indi-
cato ai loro dieci milioni di lettori di
tutto il mondo, il successo della linea
europea e in particolare italiana presso
i costruttori di automobili americane.
i L'automobile americana diventa
europea » intitola il suo articolo
Esquire. Accanto a modelli inglesi e
francesi si vede una Nash-Healey
disegnata da Farina, la cui mano
viene definita «fine ». Una Chrysler
K 310 carrozzata da Ghia è accostata
alla Cisitalia. Il davanti di un'Alfa
Romeo verde, pure carrozzata da
Farina, si trova in testa a quello che
gli americani chiamano il disegno clas-
sico italiano. Su Life si può vedere,
su una intera pagina, un'Alfa rossa
accostata ad altri bellissimi « bodies »,
corpi, di macchine inglesi. Su questo
successo non poca parte hanno avuto
i Saloni dell'Automobile di Torino e
quelli di Parigi, che nel dopoguerra
| hanno attirato l’attenzione di tutti i
tecnici e disegnatori americani di
automobili in cerca di ingegnose ed
eleganti soluzioni.







ACUSTICA E ARCHITETTURA —
Un maggiore interessamento da parte
degli architetti alle esigenze acustiche
di un edificio sarebbe indubbiamente
da augurarsi, non solo in quel genere
di costruzioni per cui il problema del
| rendimento acustico ha o dovrebbe
avere la precedenza su di ogni altra
considerazione, come ad esempio negli
auditori, ma anche in altri edifici in
cui, non essendo questo problema di
così evidente importanza, viene trop-
po spesso trascurato. Certo una mag-
giore padronanza della acustica tecnica



77



TERMOMECCANICA

78

LA SPEZIA

VIA DEL MOLO 1

Pompe centrifughe per qualsiasi liquido, di piccola, media
e grande portata, per basse, medie ed alte prevalenze è
Pompe a pistone elettriche e a vapore, di qualsiasi potenza
e per qualsiasi liquido e Pompe rotoeccentriche e pompe
a viti, per usi speciali e Compressori d’aria e di altri gas
a pistone e rotativi per tutte le portate e fino a 350 atm.
e Motocompressori d’aria su carro » Ventilatori centrifu-
ghi ed elicoidali e Turbine a vapore del tipo ad azione, per
potenze fino a 1000 CV e Motrici alternative a vapore ad
uno o più cilindri, per potenze fino a 300 CV e Impianti
frigoriferi a vapore e a compressione di gas e Eiettori e
Evaporatori » Distillatori

SEMAFORO - Continuaziona

permetterebbe al progettista di consi-
derare il problema acustico, fin dal.
l’inizio, senza separarlo da quello archi-
tettonico ma contemporaneamente a
questo, e da questa sintesi potrebbero
aprirsi nuove vie nel campo dell’archi-
tettura degli interni. A sostegno di
questa tesi si può ricordare la sala per
le conferenze della biblioteca di Viipuri
di Alvar e Aino Aaalto, il cui soffitto
ondulato, studiato in funzione del
miglior rendimento acustico, è l’ele-
mento architettonico che definisce mi-
rabilmente lo spazio di quella sala.
Un libro di A. C. Raes, professore della
scuola di architettura di Bruxelles,
contribuisce in modo notevole all’au-
spicata maggiore comprensione di que-
sto complesso problema. Riducendo
volutamente al minimo ogni proce-
dimento di calcolo, l’Autore si basa
soprattutto su risultati sperimentali
ampiamente documentati e sempre
validamente sorretti da una perfetta
logica teorica. Il primo capitolo del li-
bro tratta la parte generale: dalle pro-
prietà fisiche e fisiologiche dei suoni
alla loro propagazione e allo studio
delle unità di misura che si dovranno
usare. Nei capitoli seguenti il Raes
tratta successivamente dei materiali
assorbenti ed isolanti, dell’isolamento
acustico degli ambienti, ed infine della
realizzazione acustica di una sala. La
complessa materia è trattata sempre
dal punto di vista pratico e ogni pro-
blema è considerato fino nei suoi più
minuti dettagli. Particolare rilievo è
dato agli studi su modelli ridotti,
metodo di cui il Raes si fa sostenitore.
Il testo è corredato da gran numero
di esempi pratici e di chiare illustra-
zioni che ne facilitano la compren-
sione.

UN CLASSICO Quando una de.
cina di anni fa uscì l'edizione ame-
ricana della “'eoria dell’elettromagne-
tismo di J. Stratton, il libro costituì
il primo trattato rigoroso della teoria
elettromagnetica. Ora che il libro è
divenuto un classico della letteratura
scientifica rimane l’unico testo che riu-
nisce vna perfetta e conseguente elabo-
razione teorica con un esauriente studio
delle principali applicazioni ai casi con-
creti. Lo Stratton non ha seguito la
trattazione storica, utile soprattutto a
chi deve iniziare lo studio, ma ha
impostato la sua opera sulle equazioni
di Maxwell postulandone la validità
nel campo dei fenomeni macroscopici
di origine elettromagnetica. Questa
postulazione ha una giustificazione
sperimentale e una conferma nella |
continua corrispondenza tra deduzione
teorica e osservazione. L’opera pre-
suppone nel lettore nozioni generali |
sull'elettromagnetismo: le leggi speri-
mentali, le proprietà dei circuiti, no-
zioni sulle macchine elettromagne-
tiche e i fenomeni termoionici e tutta
la parte dell’elettromagnetismo che si
concluse storicamente nelle equazioni
di Maxwell.

Nei primi sette capitoli, dopo una
formulazione generale delie equazioni
che governano i campi e un esame delle
unità di misura, vengono trattati pri
ma i campi statici come casi parti.
colari del campo dinamico, poi la
propagazione di onde piane, cilin-
driche e sferiche. Nel capitolo ottavo
sono discusse le relazioni tra campo
e sorgente e la teoria generale della
radiazione. Il nono ed ultimo capitolo
illustra l'applicazione della teoria ge-
nerale alla trattazione di problemi di
interesse pratico. La parte matema-
tica, particolarmente curata, permette
di eseguire tutti gli sviluppi dei cal.
coli e i numerosi problemi aiutano a
completare lo studio teorico con l’ap-
plicazione ad esempi concreti.

SEMAFORO - Continuazione

LE ANALOGIE FRUTTIFERE —
Didimo, ha pubblicato tempo fa un
brillante articolo sull'importanza che
hanno avuto le analogie, i paragoni, i
paralleli tra una branca e l’altra
della scienza, nella storia delle sco-
perte. Il paragone, ad esempio, tra
la corrente del fiume e quella elet-
trica, e quelli più recenti e meno
semplici tra chimica organica e inor-
ica, tra matematica e elettricità.
cio, che è una sostanza inorga-
, si accoppia o si sostituisce oggi
al carbonio, che è l’elemento tipico
della chimica organica. Si ha una
specie di chimica organica del silicio,
sì ottengono lubrificanti, vernici, ma-
stici, sostanze isolanti che riassumono
le qualità di durezza delle materie
inorganiche, in questo caso del silicio,
e quelle plastiche delle materie orga-
niche, una serie quindi di materie
nuove.
Nelle calcolatrici elettroniche l’ana-
logia tra matematica e elettricità fa
parte addirittura del funzionamento
delle macchine stesse. Si tratta delle
calcolatrici dette « analog ». Supponete
che si debba studiare con esse un
problema di balistica che in matema-
tica avrebbe richiesto una equazione
differenziale. Si costruisce allora un
cireuito elettrico in cui la corrente
incontra le stesse resistenze, indut-
tanze, deviazioni che avrebbe incon-
trato nella equazione il calcolo dello
scienziato. La calcolatrice fa così una
vera e propria operazione parallela a
quelia del cervello.






LA PAPIROFLESSIA — Con delle
semplici papirolas, pezzi di carta, il
dentista Solorzano Sagredo di Buenos
Aires dimostra che il segreto ultimo
delie cose è un segreto geometrico.

Da una forma che egli ha battezzato
«deltoide creatore » e che è un tra-
pezio simmetrico rassomigliante a
quello che i ragazzi usano per fare

l’aquilone, il dentista ha ricavato per
divertimento circa diecimila animali
diversi ed ha perfezionato una nuov:
scienza, la papirofle

a, che ha il
fascino della hobby e la precisione me-
ticolosa dei segmenti aurei. Solorzano

Sagredo è capace di costruire in due

minuti, piegando e ripiegando il tra-

pezio, un dromedario, una colomba, Vv Il A O G LI o 1 8
un tacchino, un mulo, un gatto, una
farfalla, e tirando poi le pieghe sgembe
o isosceli o rettangolari del drome-
dario, colomba, tacchino, mulo, gatto,
farfalla, può ridurli in un attimo al
primitivo trapezio. Con la papiro-
flessia, afferma il dentista, si può
arrivare dov’erano giunti per altre vie
Leonardo o Viollet Le Due. Leonardo

diceva che le gambe dell’uomo aperte Trattori agricoli e stradali da 20 a 40 CV del tipo a

al massimo, formano un triangolo

equilatero. Oggi sappiamo che anche ruote ed a cingoli ° Carrelli elevatori con motori a

i cristalli, le molecole, gli atomi, le
‘ep glicine sE elite benzina o elettrici e Motori Diesel stazionari da 5,18
CRONACA DI VERO ROBERTI — e 25 CV © Motori marini da 25 V © Sonde per

Vero Roberti ci ha mandato da i Selpi 2 q î i :
Londra una cronaca del velocissimo ricerche idriche e geologiche e Accessori per impianti
volo del «Canberra» che accanto au . :

all'interpretazione ufficiale delle pa- d'aria compressa e Materiale pneumatico Ingersoli
gine 12-14 della nostra rivista rappre- Î nà

senta il commento privato degli in- Rand a Fonderia accialo

glesi registrato da un giornalista cu-
rioso.

— Cosa ne dici, caro Peter, della
lettera che il settimo Duca di Welling-
ton ha inviato al direttore del
Times? Ti è forse sfuggita?

—- No. Come può sfuggire una lettera
del Times ad un vecchio etoniano?
— Mi sembra che il settimo Duca di
Wellington abbia ragione nel non ere-
dere che il suo antenato, ritornando
un giorno, su questi prati, abbia








SPICA

LIVORNO

VIA SAN MARTINO 12 bis

Produzione di apparati di iniezione per motori
Diesel di autocarri, trattori, motori marini
Automotrici e motori industriali
Candele di accensione

costruite su licenza Lodge



SEMAFORO - Continuazione

detto che qui è stata vinta la battaglia
di Waterloo.

- Caro George, io non sono del tuo
parere. Come vecchio « oppidan » devo
dirti che non mi dispiace affatto che
a Eton si sia vinto Napoleone.

Certamente che anche a me non
dispiace, ma non si è sicuri storica-
mente che il « Duca di ferro » abbia
pronunciato quella frase. Il suo ricordo
ci viene da due dei suoi ufficiali che
su una diligenza adorna di alloro
avevano girato tutta l'Inghilterra per
recare in ogni più lontano villaggio
la notizia della grande vittoria...
Peter stava preparandosi alla risposta,
quando, all’improvviso, arrivò come
un bolide un giovane di Eton in frac
nero. Si presentò con un inchino. Era
trafelato, rosso, ma gli occhi gli bril-
lavano.
gnore egli disse al suo maestro

il « Canberra » gliel'ha fatta! Alder-
grove-Gander in quattro ore, 33 mi-
nuti e 17 secondi alla velocità di
454 miglia (732 chilometri all’ora)
perchè aveva un vento contrario di
quasi cento miglia; Gander-Aldergrove
in tre ore, 25 minuti e 29 secondi alla
velocità di 605 miglia (974 chilometri).
La media su 2072 miglia (3335 chilo-
metri) è stata di 411 miglia all’ora
(663 chilometri).

— Calmati, figliuolo, calmati! Chissà
quanti errori avrai fatto con tante
miglia? Intanto comincia col reggero
il mio aquilone. Ciò ti servirà ad
imparare ad essere più ragionevole e
a non eccitarti.

Il ragazzo prese il grosso rocchetto
ed il professore cominciò a parlare
con una calma stratosferica.

— Questo successo è nato da un lungo
studio, al quale si sono dedicati
degli ingegneri che per me sono soprat-
tutto degli artisti. Quando essi pro-
gettarono, nel rigore del calcolo alge-
brico, i motori a reazione e le forme
aerodinamiche dell’apparecchio, io,
esteta, li vidi richiamarsi al demone
lineare della pittura greca, alla magia
degli affreschi di Cnosso © alla sinuosa
dolcezza delle figure di un vaso ellenico.
«Se tu corri e ti affanni, non potrai
mai capire il valore di questo primato.
Fermati a meditare ogni qualvolta
degli uomini balzano con le loro mac-
chine attraverso il cielo, in gara con
la stessa rotazione terrestre.

« Nell’aeronautica moderna, che si
basa sull’algebra e sulla trigonometria
sferica, quando si tratta di equilibrare
la potenza di un reattore con la forma
dell’appareechio, ogni volo, ogni re-
cord, ogni conquista dello spazio non
possono essere giudicati con la bana-
lità di colui che assiste alla vittoria
della squadra di foot-ball del suo
paese.

gliuolo, solo la eronaca del doppio
volo del « Canberra » attraverso l’A-
tlantico appartiene agli uomini co-
muni. Ma se tu vorrai scoprire l’es-
senza di quel volo, dovrai avvieinarti
ad esso in umiltà, come davanti ad
un capolavoro di un’arte nuovissima,
il capolavoro della meccanica. Allora
soltanto potrai comprendere la mera-
viglia e la magia di un cuscinetto a
sfere a diecimila rotazioni al minuto,
la purezza verginale della forma aero.
dinamica del «Canberra» e la sua
prodigiosa velocità.

« Noi, vecchi, giochiamo ancora coi
nostri aquiloni e altrettanto fa il
direttore tecnico della English Elecetrie
che costruisce il « Canberra ». I nostri
aquiloni, quando ondeggiano nel cielo,
c’insegnano a meditare, a scoprire i
segreti dello spazio, così come le far-
falle attirarono gli antichi arabi verso
l'astronomia.

« Comincia, dunque, a giuocare anche
tu, ma con saggezza! ».






















Con i tipi della ILTE - Industria Libraria Tipografica Editrice — Corso Bramante, 20 - Torino (P151252)






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CIVILTÀ DELLE MACCHINE |

| GENNAIO. 1953.

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CIVILTÀ DELLE MACCHINE

RIVISTA BIMESTRALE GENNAIO 1953 ANNO I -

SOMMARIO
UN NUMERO L. 400 ABBONAMENTO PER UN ANNO L. 2100

Tutti i diritti riservati per l’Italia e per l'Estero salvo riproduzione citando la fonte

ARTICOLI





LETTERA 6 a é CALDER, SCULTORE INGEGNOSO
di Giuseppe Ungaretti T
di Leonardo Sinisgalli 39
L'INDUSTRIA MECCANICA ITALIANA VETUSTÀ DELLE MACCHINE
di Pasquale Saraceno 8 di Valerio Bochi 4I
ALLA VELOCITÀ DEL SOLE i PU TÀ ESEMPLARE . i y
ALLA VELOCITÀ da «Flight» 12 PUBBLICITA ESEMPLARE ai Auvosie Buogsti 48
LA REGGIA DI PORTICI SI MECCANIZZA TRATTORI IN MAREMMA 7 c 1a É
di Lamberti Sorrentino 49
di R. M. De Angelis 15
IL CAPO OPERATO 4 : Î
z g q di Leo Solari
DESIRE, di Renato Teani 18 L
a i l NOZZE MESTIERI VECCHI E NUOVI .. _ e dui
MEMORABILI ARoRI di C. De Grossi Mazzorin 20 di Franco Vegliani 55
MARIRAZICA 15 ANDURIMA. eco 24 | IL VESCOVO E LE STILOGRAFICHE
di Davide Cittone 57
UN POETA E UN PITTORE VISITANO L’ANSALDO LA MASSAIA AUTOMATICA
—. q di Umberto De Franciscis 60
di Giorgio Caproni 27
A CHI SPETTA IL COMAND ; :ERMANIA ANNO 195: x
A CHI SPETTA COMANDO as ra 31 GERMANIA ANNO 1953 # Galiano 6
L’ELETTRONICA E I CONTROLLI AUTOMATICI LEONARDO RESTITUITO E sw ;
di Vittorio Somenzi 66
di Carlo L. Calosi 33
NIZZOLI E LA FORMA STANDARD IL TORNIO PARALLELO DELLA S. EUSTACCHIO
di Vincenzo Lacorazza 36 di Francesco Voltolini 70
NOTE
BAROCCO MATEMATICO: pag. 45 — INCONTRO COL BRIVIDO: pag. 47
UN'INSEGNA DI CONSAGRA: pag. 73 — BIBLIOTECA: pag. 74 — SEMAFORO: pag. 75
In copertina: Il volo degli uccelli di Leonardo da Vinci.
Copertina interna: Tavole di Riccardo Manzi.
Tavole interne a colori di Vespignani, Gentilini e Nizzoli.
Direttore responsabile: LEONARDO SINISGALLI
Pitti n Rca Sn Pubblicata dal Gruppo Industriale della
Indirizzo: ROMA - Piazza del Popolo, 18 - Tel. 67.180 Società Finanziaria Meccanica # FINMECCANICA,

Autorizzazione del Tribunale di Roma in data 2-XII-1952, Reg. St, 2993

Si

CIVILTÀ DELLE MACCHINE

A bi-monthly Review

SUMMARY

JANUARY 1953

CIVILTÀ DELLE

Revue bimestrielle

MACCHINE

SOMMAI1RE

JANVIER 1953

CIVILTÀ DELLE MACCHINE

Revista bimensual

SUMARIO

ENERO 1953





Letter from G. Ungaretti 7 Old-age of machines by V. Bochi 4I
The Italian mechanical industry Fxemplary publicity by A. Boggeri 48
by P. Saraceno
Traetors in the Maremma by L. Sorrentino 49
Towards the speed of the sun from ‘ Flight ® 12
The foreman by L. Solari 52
The Royal Palace of Portici mechanises
by R. M. De Angelis 15 Trades, old and new by F. Vegliani 55
El Nihuil by R. Teani 18 | he Bishop and the fountain pens by D. Cittone 57
Memorable maiden voyages by 0. De Grossi The automatic Housewife by U. De Franciscis 60
Mazzorin 20
s, Germany year 1953 by Galiano 62
Mathematics and Industry by Sagredo 24
4 Leonardo re-discovered by V. Somenzi 66
A Poet and a Painter visit the Ansaldo Shipyards È
by G. Caproni 27 The horizontal lathe of S. Eustacehio by F. Vol-
To whom belongs the command by G. 0. Argan 3I | E, 70
Ricctrenick by O. Z. Golosi 33 | BAROQUE MATHEMATICS - ENCOUNTERING
Nizzoli and the standard form by V. Lacorazza 36 | THRILLS - THE TROPHY OF CONSAGRA
|
Calder, ingenious sculptor by L. Sinisgalli 39 | THE BOOKSHELF - TRAFFIC LIGHTS
Lettre par G. Ungaretti 7 | Vieillesse des machines par V. Bochi 4l
|
L’industrie mécanique italienne Publicité exemplaire par A. Boggeri 48
par P. Saraceno
y Tracteurs dans la Maremma par L. Sorrentino 49
Vers la vitesse du soleil d’après « Flight » 13: |
. . | Le contremaître par L. Solari 52
Le Palais Royal de Portici se mécanise
par R. M. De Angelis 15 | Métiers anciens et nouveaux par H. Vegliani 55
El Nihuil par I. Teani 18 | L’Éyèque et les stylos par D. Cittone 57
Voyages de noces mémorables par ('. De Grossi | Ta ménagère automatique par U. De Franciscis 60
Mazzorin 20
a | Allemagne année 1953 par Galiano 62
Mathématique et Industrie par Sagredo 24
x g | È restitué par V. Somenzi 66
Un Poète et un Peintre visitent les chantiers | Pmusario pesi pi
de l'Ansaldo par G. Caproni 27 | Le tour parallèle de la S. Eustaechio par F. Vol
A qui revient le commandement par G. C. Argan 31 | tolini 70
9& i " ” 1 : |
M NETLE Pan RA 33 | BAROQUE MATHÉMATIQUE RENCONTRE
Nizzoli et la forme standard par V. Lacorazza 36 | AVEC LE FRISSON - LE TROPHÉE DE
Calder, sculpteur ingénieux par L. Sinisgalli 39 | CONSAGRA BIBLIOTHÈQUE SÉMAPHORE
Carta de G. Ungaretti + | Vejez de las maquinas de V. Bochi 4l
La industria mecanica italiana | Publicidad ejemplar de A. Boggeri 48
le P. Sara | i
si RSI | ‘Tractores en la Maremma de L. Sorrentino 49
A la velocidad del sol de « Flight » | a
i ! i: i 12 El jefe obrero de L. Solari 52
El Palacio Real de Portici sé mecaniza de Viejos y nuevos oficios de Y. Vegliani 55
R. M. De Angelis 15 |
| EI Obispo y las estilograficas de D. Cittone 57
El Nihuil de R. Teani 18 , a h
EI ama de casa automatica de U. De Fran-
Bodas memorables de 0. De Grossi Mazzorin 20 ciscis 60
Matematica e Industria de Sagredo 24 Alemania aîio 1953 de Galiano 62
Un Poeta y un Pintor visitan los talleres Leonardo rescatado de V. Somenzi 66
Ansaldo de G. Caproni ; i
A aproni L | El torno paralelo de la &. Eustacchio de P. Vol-
A quien corresponde el mando de G. €. Argan 31 | tolini 70
La electronica de C. L. Calosi 33 |
| BARROCO MATEMATICO - ENQUENTRO CON
Nizzoli y la forma standard de V. Lacorazza 36 | sr eESCALOFRIO UN TROFEO DE
Calder, escultor ingenioso de L. Sinisgalli 39 | CONSAGRA BIBLIOTECA - SEMAFORO



Giuseppe Ungaretti

LETTERA
|









Caro Sinisgalli, mi chiedi quali riflessioni mi vengono suggerite dal
progresso moderno, irrefrenabile, della macchina. Tocca esso l’arte del
poeta? È implicita in esso un'ispirazione poetica? Ho detto una volta,
e già sono passati molti anni, che ritenevo la civiltà meccanica come
maggiore impresa sorta dalla memoria, e come essa fosse insieme
presa in antinomia con la memoria.

macchina richiamava la mia attenzione perchè racchiude in sè
fitmo: cioè lo sviluppo d'una misura che l'uomo ha tratto dal mistero

della natura, che luomo ha tratto da quel punto del mistero dove è
venuta a mancargli l'innocenza. La macchina, dicevo, è una materia
formata, severamente logica nell’ubbidienza d'ogni minima fibra a un
ordine complessivo: la macchina è il risultato di una catena millenaria
— sinteticamente rammentata anello per anello — di sforzi coordinati.
Non è materia caotica. Cela, la sua bellezza sensibile, un passo del-
l'intelletto. Nella macchina, dicevo dunque, s'attuano prodigi di metrica.
Tu sai, e meglio di me, come le calcolatrici elettroniche riescono a
risolvere come miente equazioni che richiederebbero, se quei conteggi
avesse da farli direttamente il matematico, anni e anni di lavoro, €
forse gli anni non basterebbero; ma il prodigio non è qui: il prodigio
metrico non è tanto nei prodotti di calcolo di quella macchina quanto
nella macchina stessa: nei suoi congegni, nelle funzioni che, dai rap-
porti che tra di essi istantaneamente s’istituiscono, derivano, possono
senza fine derivare. In quel prodigio di metrica noi possiamo ammirare
il conseguimento di una forma articolata che, per raggiungere la sua
perfetta precisione di forma, dovette richiedere ai suoi ideatori e ai
suoi costruttori un'emozione non dissimile da quella, anzi identica a
quella, cui il piacere estetico dà vita.

Ma luomo, sia egli pure rigorosissimo scienziato, rimane sempre
prevalentemente un essere di natura, e l'abbiamo difatti sorpreso mentre
si commuoveva nel fabbricare la calcolatrice elettronica: l'abbiamo
sorpreso în un moto del sentimento e della fantasia. Ora le macchine
commuovono per l’effetto del prodigio che sono costate ad essere fog-
giate; commuovono inoltre pei risultati delle loro operazioni; ma in
esse, Cè un terzo motivo di commozione. C'è in esse, voglio dire, un
rapporto che dalla metrica è rotto, c'è uno squilibrio, c'è così un effetto
di bellezza che diventa da parte della macchina mostruoso: c'è in esse
un conflitto tra metrica e natura; cd essere umani è invece il disperante
tentativo di mettere in armonia natura e metrica. Può dunque la metrica
soverchiare la natura? E non dico ciò solo per alludere a sistemi come
il fordismo, che le esigenze della lavorazione meccanica impongono,
e che riducono luomo a un automa: mi si potrebbe rispondere che,
quantunque ora sia tirannica, la macchina sostituirà sempre più la
parte automatica dell’operaio.

È il punto sul quale vorrei richiamare la tua attenzione, e interrogarti
a mia volta: come s'impedirà alla metrica, 0 potrà mai più impedirsi,
di soverchiare la natura? Non è domanda muova: se Vera posta il
Romanticismo, se Vera posta il Leopardi con la lucidità che sai, e
la macchina allora, era più che altro « raticinata ». L'uomo di fronte
alla macchina è ormai in una condizione di piena stranezza: lo è,
dico, moralmente. Non come il torero davanti al toro, non come il
vagabondo sotto il leccio che la folgore fulmina, non come il lebbroso
iîn preda alla lebbra, trattandosi in tali casi sempre di natura alle
prese con la natura.

Vi è una forza, che è della macchina, che si moltiplica dalla macchina
generatrice inesauribile di macchine sempre più poderose, che ci rende
sempre più inermi davanti alla sua cecità, alla sua metrica che si fa
cieca per luomo, che perde ogni memoria per l'uomo smemorando
essa luomo.

Tu sai dell’acceleramento portato alla storia dalla macchina, e della
precarietà che ne viene agli istituti sociali, e del linguaggio che non
sa più come fare per avere qualche durata da potersi volgere indietro
e in qualche modo verificarsi lungo una qualche prospettiva. Quale
sforzo dovrà sempre più fare l'uomo per non essere senza amore, senza
dolore, senza tolleranza, senza pietà, senza ironia, senza fantasia;
ma crudele, con il passato crollato, insensibilmente crudele come la
macchina? Quale sforzo dovrà sempre più fare per ridare valore sacro
alla morte?

Il volo, l'apparizione delle cose assenti, la parola udita nel medesimo
suono casuale di chi Vha profferita senza ostacoli di distanza di tempo
e di luogo, gli abissi marini percorsi, il sasso che racchiude tanta
forza da mandare in fumo in un baleno un continente, tutte le favolose
meraviglie da Mille e una notte, e molte altre, si sono avverate, la
macchina le avvera. Hanno cessato d'essere slanci nell’impossibile della
fantasia e del sentimento, sogni, simboli della sconfinata libertà della
poesia. Sono divenuti efietti di strumenti foggiati dall'uomo. Come
l’uomo potrà risentirsi con essi strumenti grande, traendo forza solo
dalla sua debole carne? Forza morale!

La rivista che inizia con questo numero le sue pubblicazioni, e che
tu dirigi, si propone di richiamare l'attenzione dei lettori anche sulle
facoltà strabilianti d’innovamento estetico della macchina. Vorrei anche
che essa richiamasse l’attenzione su un altro ordine di problemi: i
problemi legati all’aspirazione umana di giustizia e di libertà. Come
farà l'uomo per non essere disumanizzato dalla macchina, per domi-
narla, per renderla moralmente arma di progresso?



L'INDUSTRIA MECCANICA

ITALIANA

Lo Stato sta compiendo uno sforzo notevole per superare la crisi

ancora presente in alcuni settori della nostra industria meccanica.

Ne conosciamo la diagnosi e stiamo approntando la cura

di Pasquale Saraceno

"IMPORTANZA dell’industria meccanica nell’economia industriale
L italiana è indicata dal fatto che il prodotto netto di questa

industria, valutabile attualmente in 573 miliardi di lire correnti,
rappresenta il 23-25 % del prodotto netto della complessiva industria
manifatturiera. Solo il complesso di tutte le industrie alimentari,
che pure trovano in Italia tante favorevoli condizioni di sviluppo,
si avvicina, in termini di prodotto netto, a un simile grado di impor-
tanza. Le industrie tessili, che pure hanno una antica e solida tra-
dizione e hanno avuto recentemente grande sviluppo nel campo
delle fibre artificiali, restano notevolmente al disotto concorrendo
per il 15-17% al prodotto netto totale dell'industria manifatturiera.
Quest'ultimo si avvicina ormai in Italia al 30% del reddito nazio-
lege l’industria meccanica viene quindi a rappresentare circa il
7%, di tale reddito. Questi dati trovano conferma nelle risultanze
dell'ultimo censimento italiano effettuato nel novembre 1951: il
censimento ha infatti rilevato che su 3.464.932 addetti all’industria
manifatturiera, 857.429 — e cioè il 25% — dipendono dall’indu-
stria meccanica.
L'importanza dell’industria meccanica, già grande se considerata
in rapporto all’attuale struttura dell'economia nazionale, appare
ancor più rilevante se viene considerata nel dinamismo della eco-
comia italiana.
L'Italia è infatti un tipico paese sovrappopolato, cioè un Paese le
cui risorse naturali, sia agricole che minerarie, sono suscettibili di
incrementi relativamente modesti: questo giudizio trova conferma
nel fatto che, mentre dal 1938 al 1951 il reddito nazionale aumen-
tava del 15%, il reddito agricolo e minerario aumentava solo del 7%
Il reddito industriale manifatturiero (non comprendente, cioè le



LO STABILIMENTO siderurgico di Cornigliano (Genova) costituirà





fonti di energia) è invece aumentato del 39-40%, fornendo così il
massimo contributo diretto e indiretto all'aumento di reddito e di
occupazione verificatosi in Italia tra il 1938 e il 1951. Solo se que-
st’ultima tendenza potrà continuare, l'economia italiana conseguirà
quegli ulteriori progressi che sono necessari per il suo equilibrio
sociale; e non vi è dubbio che in questi futuri sviluppi l’industria
meccanica è destinata a giocare un ruolo ancor più grande che
in passato; e ciò per due motivi: in primo luogo perchè la dinamica
degli attuali mercati sia interni che internazionali offre, come è
a tutti noto, possibilità di collocamento alla produzione meccanica
maggiori che per ogni altra produzione; in secondo luogo perchè
l’industria meccanica italiana ha nel momento attuale notevoli
aliquote di capacità di produzione non utilizzata e può quindi
conseguire sensibili produzioni addizionali in breve tempo e senza
rilevanti investimenti aggiuntivi.

Del resto, che questo processo di sviluppo sia nel complesso già
in corso è indicato dalla circostanza che nel 1° semestre 1952 l’in-
dice della produzione meccanica italiana è stato del 30%, circa
superiore a quello del 1948, cioè del primo anno postbellico di
stabilità monetaria.

La struttura dell’industria.

Il valore lordo della produzione meccanica — in altri termini l’im-
porto fatturato dal complesso delle imprese meccaniche del Paese —
si può con molta approssimazione stimare abbia raggiunto nel
biennio 1950-51 un valore medio annuo di lire milioni 1,150-1.250.
In base a stime e a rilevazioni varie, tale produzione si è grosso
modo ripartita tra i vari settori come indicato nella tabella 1).

uno dei più validi aiuti della industria meccanica italiana.

ifu

re

Tap. 1 — Ripartizione percentuale del valore medio della produzione meccan ica
(al lordo delle sub-jorniture) nel biennio 1950-51.
Settori di produzione % del
Macchine e apparecchi elettrici (compresi gli appa- Valona
recchi per telecomunicazioni e i cavi e i con-
duttori isolati)... .. III
Autoveicoli
Costruzioni na
Motoveicoli ..........-+. a
Macchine e utensili per l'agricoltura ...........
Macchine teelli ...c..-- annie» aa
Materiale rotabile ferrotramviario .............
Macchine per industrie chimiche e alimentari.
Trattori Satid0lìi ..-..nnrrenorennza na
Macchine utensili e utensileria .....
Cuscinetti a rotolamento — i
Macchine motrici .......... a
Macchine per ufficio













Ottica e meccanica di pre 1.7
Maechine da cucire i MEER 1.4
Beni strumentali non compresi nelle suddette
categorie (b) 8.3
Altri prodotti mecc 17.1

Il ritmo di sviluppo e l’attuale situazione economica dei vari settori
sopra elencati sono molto vari; elementi indicatori al riguardo sono
forniti dalla seguente tabella nella quale sono indicate le variazioni
che si calcola siano intervenute nel volume di attività di alcuni
settori tra il 1938 e il 1951.












Tap. 2 — Variazioni percentuali del volume di attività di alcum settori
meccanici nel 1951 rispetto al 1938 (1).
Motoveicoli ..i;.i.;iir da 1.087
Macchine calcolatrici . . 1.044
Registratori di cass : 332
Macchine da scrivere : 154
Cuscinetti a rotolamento ! 112
Macchine da cucire .................... si ! 102
Motori elettrici di grande potenza ......... 81
Autoveicoli e autotelai . RE 79
Carrozzerie: e: rimorchi iui : 50
Macchine tessili 46
Macchine g a 36
Macchine: ULCONIIL :vn aaa ARS ACSE 14
Macchine: agrario: rara 6
Motori elettrici di piccola e media potenza. 10
Costruzioni e riparazioni navali 19
Motori Diesel medi e grandi 20
Costruzioni ferroviarie .............. si —- 76

(a) Valore dei lavori effettivamente eseguiti nel corso dell’anno.

(b) In questa voce sono comprese le produzioni di minore importanza e alcune altre per
cui non è stato possibile effettuare stime attendibili. principali prodotti compresi in
questa voce sono i seguenti: macchine da miniera, edili e apparecchi di sollevamento e
trasporto, macchinario per industria siderurgica, organi di trasmissione, macchine gra-
fiche e per cartiere, pompe, compressori e ventilatori, forni e apparecchi termici, aero-
mobili, carpente e
(c) Per questa voce va ripetuto quanto detto sub b). I principali prodotti in essa compresi
sono: biciclette, mobili e arredi metallici, armi, minuterie metalliche, lavorazioni metal-
liche varie, riparazioni varie, installazione impianti.

(1) Fonte: « Bollettino Mensile di Statistica ».










Appare dai dati soprariportati che i settori meccanici che hanno
più che raddoppiato la propria attività appartengono al gruppo
delle produzioni leggere.

Seguono poi tra i settori in progresso in misura superiore del 50%,
rispetto al livello del 1938 le grandi costruzioni elettromeccaniche
(favorite dalla espansione della produzione elettrica nazionale) (2)
e la produzione automobilistica.

Un moderato sviluppo segnano le produzioni di macchine (tessili,
grafiche, utensili, agrarie) mentre in regresso appaiono le costruzioni
navali, la produzione di motori Diesel grandi e piccoli, e le costru-
zioni ferroviarie.

Una considerazione da fare al riguardo è che dal 1938 ad oggi il
progresso tecnico, molto sensibile in campo meccanico nei paesi
più progrediti, ha determinato un notevolissimo incremento di
produttività e, in conseguenza, un aumento dei minimi di produ-
zione da garantirsi a uno stabilimento per il suo economico esercizio.
Essendo rimasto pressochè fisso da quell’epoca il carico di mano
d’opera presso l’industria meccanica italiana, può affermarsi che i
settori che non hanno realizzato, in questo periodo, incrementi
produttivi almeno dell’ordine del 40-60%, vengono a trovarsi, per
questo solo fatto, in stato di crisi.



Il commercio con l'estero.

Il progresso compiuto dall'industria meccanica italiana nell’ultimo
ventennio è indicato dallo sviluppo delle correnti di esportazione
(v. tabella 3).

Tan. 3 — Esportazioni dell'industria meccanica negli anni 1929, 1934, 1938, 1951





Miliardi % delle complessive Indice
di lire 1951 esportazioni (1929 100)
1929 45,7 100
1934 29 6:
1938 40,9 89,5
1951 194 — 424,6



I dati soprariportati mettono in evidenza tre elementi molto signi-
ficativi del dinamismo della industria meccanica italiana: in primo
luogo il rilevante aumento rispetto non solo all’anteguerra ma
anche al 1929, anno di punta nel commercio italiano di esportazione.
Dal 1929 al 1951, infatti, contro un lieve aumento delle esportazioni
tessili (4%), ed una diminuzione del gruppo di esportazioni agricole
» alimentari (20%), si ha un aumento delle esportazioni meccaniche
del 324%. Conclusioni analoghe si raggiungono raffrontando il 1951
col 1938, giacchè l’incremento percentuale delle esportazioni mec-
caniche (374%), è assai più alto di quello delle tessili (163%) ©
delle agricolo-alimentari (19%).

Secondo: la minore sensibilità delle esportazioni meccaniche sia alla
depressione 1929-34 che alle restrizioni al commercio estero del
1935-38, come risulta dal fatto che, mentre nel 1938 le esportazioni

(2) La produzione di energia elettrica è passata in Italia da kWh 15,5
a kWh 29,3 miliardi nel 1951.

miliardi nel 1938

I suoi impianti si estendono per 800.000 metri quadrati e producono oltre 500.000 tonnellate di acciaio e altrettante di ghisa all'anno.



























meccaniche erano scese assai limitatamente nei confronti del 1929
(10,5%), le agricole-alimentari erano scese del 35,5%, le chimiche
del 40%, le minerarie del 47%, e le tessili del 60%.

Terzo: le esportazioni meccaniche rappresentano oggi quasi il 20%
delle esportazioni complessive, essendo passate, grazie al loro ritmo
di sviluppo dell’ultimo ventennio, assai superiore a quello medio,
dal 5,5% del totale nel 1929, al 9,1% nel 1938 e al 19,1% nel 1951.
Nel 1951 le esportazioni meccaniche hanno rappresentato il 20-21 %
del totale della produzione; i principali prodotti esportati sono
indicati nella tabella 4.



TAB. 4 — Esportazioni dei principali prodotti meccanici (1).
Media annua del periodo 15 luglio 1950 - 30 giugno 1952
(milioni di lire)

=
s2

ADTWFERICOLE, (su # 4 _ #5 NL w 29.825 15.8

Macchine ed apparecchi elettrici e
materiali ad usi elettrotecnici 20.008 10.6
Macchine tessili . can 14.343 7.6
Macchine utensili. ._......... 13.995 7.4
Macchine per scrivere € per ufficio. 9.579 5.1
Cuscinetti a rotolamento ...... cis 8.001 4.2
Trattori...: ... Ls è ua 7.889 4.2
i HE de ai ; uao i 7.692 4.1
Caldaie e macchine motrici . SE 7.048 3.7
Motoveicoli ... . ....... l 6.159 3.3
Strumenti di precisione ed orologi Ha 6.057 3.2
Macchine per cucire .. . . ....... 5.191 2.8
Macchine operatrici per finidi . . 4.949 2.6
Materiale mobile ferrotramviario . . 4.368 2.3
Armi e munizioni ... . . . . . 3.106 1.6
I nà n RA . . 40.673 21.5
Totale . . . . 188.878 100 —

x

L'aspetto saliente delle nostre esportazioni meccaniche è rappre-
sentato dal fatto che esse sono costituite da una gamma estesissima
di prodotti, pur avendo posto di particolare rilievo produzioni tra-
dizionali e tipiche della nostra industria (autoveicoli, materiale
elettromeccanico). Tutte le produzioni effettuabili da questo ramo
industriale vi sono, sia pure in molto varia misura, rappresentate
e ciò è senza dubbio uno dei principali motivi della scarsa sensi-
bilità a crisi ed a variazioni della congiuntura, delle nostre espor-
tazioni meccaniche.

I principali mercati esteri di sbocco dell'industria meccanica sono
indicati nella tabella 5.





Tar. 5 — Principali destinazioni delle esportazioni meccaniche.
Media annua del periodo 1° luglio 1950 - 30 giugno 1952

(milioni di lire) %
Argentina: eo cuisine 17.552 9.3
Brasile .. . . . O # E e 14.818 7.8
Francia... A Mia n A 10.143 5.4
Btagli Uniti suina AUG ana È E 9.905 5.2
Svizzera .... ua i è 9.430 5—
Jugoslavi 1 (a pata 8.484 4.5
ì 7.957 4.2
Grecia . 5 6.929 3.7
Polonia .. 5.775 3.1
‘ Germania 5.562 2.9
Australia 5.150 2.7
Turchia . È 5.008 2.6
Egitto . . 4.957 2.6
Belgio- Lussemburgo sa 4.331 2.3
Svezia ............. 4.088 2.2
Uruguay x. «è x 3.912 2.1
Austria; .. > — É 3.753 2—
Paesì Bassì .. . . 2.763 1.5
India ... ce 2.592 1.4
Altre destinazioni .. 55.769 29.5
Totale . ... . 188.878 100 —

È facile rendersì conto, anzitutto, del grande numero di mercati
su cui viene venduta la nostra produzione meccanica: tenuto conto
infatti delle destinazioni non specificate nella tabella 5 si giunge
a un totale di circa 50 paesi. Il 70% delle esportazioni viene
comunque assorbito da una ventina di mercati principali: fra questi,
i paesi europei dell’OECE rappresentano da soli i due quinti, seguiti
da quelli dell'America Latina (30%). Minore importanza hanno il
resto dell'Europa, l'America del Nord e le aree sottosviluppate
dell'Asia e dell’Africa; verso quest’ultima sono da attendersi sen-
sibili sviluppi in futuro.

Le importazioni di prodotti meccanici, costituite prevalentemente
da macchinari ed attrezzature industriali (circa il 60%) segnano
degli aumenti cospicui in questi ultimi anni, passando da 105 mi-
liardi circa nel 1950 a 125 miliardi nel 1951 ed a 104 miliardi nel

(1) Ciascuna delle voci comprende anche le parti staccate e accessori ad esse relativi.

10





1° semestre del 1952. L'incremento nei primi sei mesi del 1952
ha riguardato prevalentemente macchinario per l'industria, ed in
particolare macchinario elettrico, apparecchi di sollevamento e tra-
sporto, macchine operatrici per fluidi, caldaie e macchine motrici.
Una parte rilevante delle nostre importazioni meccaniche in questi
ultimi anni è stata costituita da macchinari importati in conto E.R.P.
Nel 1950 e 1951 queste operazioni hanno rappresentato un valore
complessivo di circa 95 miliardi di lire.

Gli attuali problemi.

Le variazioni — di cui alla tabella 2 — intervenute dopo il 1938
nella struttura della produzione meccanica italiana sono molto
significative per la comprensione dei maggiori problemi che tale
industria deve oggi affrontare.

Si rileverà da tale tabella che le produzioni meccaniche il cui volume
è più che raddoppiato tra il 1938 e il 1951 (motoveicoli, macchine
calcolatrici, registratori di cassa, macchine da scrivere, cuscinetti
a rotolamento, macchine da cucire) presentano le caratteristiche
seguenti:

a) sono fornite da stabilimenti specializzati;

b) si tratta di produzioni nelle quali l'incidenza del costo dell’ac-
ciaio è minore.

Questa preliminare osservazione crediamo autorizzi a individuare
nei due seguenti i massimi problemi della nostra industria mec-
canica: riduzione dell’incidenza del costo dell’acciaio sul costo.
complessivo del prodotto finito, specializzazione e concentrazione
della produzione. |
L’alto costo dell’acciaio costituisce evidentemente un problema che
interessa tutta l'economia industriale italiana. La più direttamente
colpita è, naturalmente, l'industria meccanica, che assorbe all’at-
tuale ritmo di lavoro intorno a 1,5 milioni di tonnellate di acciaio
all’anno, vale a dire poco meno del 50%, dell’acciaio consumato
nel Paese. Il maggior costo dei prodotti siderurgici forniti dal
mercato interno viene attualmente valutato, con rife rimento ai
prezzi medi base del mercato interno inglese, intorno all'80%. Se
questo dato è esatto, la nostra industria meccanica, qualora fosse
posta nelle condizioni di quella inglese per quanto riguarda il costo
dell'acciaio, conseguirebbe annualmente un’economia di costo di
circa lire 100 miliardi, pari a circa 1'8,5% del valore complessivo
della produzione.

L'incidenza del costo dell’acciaio sul costo della produzione mec-
canica varia, naturalmente, in misura alquanto sensibile a seconda
del grado di lavorazione cui è sottoposto l’acciaio contenuto nel
prodotto finito. Una valutazione in materia, effettuata di recente,
ha fornito per diversi prodotti una serie di dati di incidenza oscil-
lanti tra il 5-15% (bicicletta a motore, autovettura con motore
da 2000 cme, macchina per calze, pompa a iniezione per motore
Diesel, oftalmoscopio) e il 40-60%, (gasometro, carro merci, turbina
idraulica, grosso macchinario elettrico, gru a braccio retrattile).
In ogni caso le incidenze più elevate e, quindi, l’aggravio maggiore
derivante dall’alto costo dell’acciaio, si ritrovano nei settori, come
le costruzioni ferrotramviarie, quelle navali (sul costo di una moto-
nave da carico da 10.000 t.p.l. incidenza dell’acciaio oscilla intorno
al 33-34%), la carpenteria e il grosso macchinario, che, come si è
visto, incontrano generalmente le maggiori difficoltà ad allargare
i propri mercati di sbocco in misura adeguata alla capacità pro-
duttiva disponibile.

La creazione della Comunità Europea del carbone e dell’acciaio e
l'attuazione, ormai in stato avanzato, di un programma di razio-
nalizzazione della siderurgia nazionale, dovrebbero porre le basi per
una soluzione del problema italiano dell’acciaio e quindi le pre-
messe per una notevole espansione della produzione meccanica
nazionale.

Gli esponenti dell’industria meccanica italiana non commettono
però l’errore di sopravvalutare l’importanza dell'acciaio e si rendono
conto che altre gravi questioni vanno afirontate e risolte per un
crescente sviluppo della loro industria: in primo luogo il problema
del progresso tecnico, il quale è però legato alla possibilità di ali-
mentare il volume di attività dei singoli stabilimenti fino ai limiti
che rendano conveniente la adozione di macchine e di schemi orga-
nizzativi capaci di maggior rendimento.

L’aumento del carico di lavoro degli stabilimenti esistenti è conse-
guibile attraverso due vie:

1) l'allargamento dei mercati;

2) la concentrazione della produzione, pur aumentata, in un minor
numero «di centri produttivi, maggiormente specializzati degli attuali.



Per quanto concerne l'allargamento dei mercati, una certa prospet-
tiva di sviluppo degli sbocchi all’interno dell’economia nazionale
pare possibile in relazione all’avvio di grandi programmi di sviluppo
nel Meridione d’Italia, alla stessa riforma agraria e al generale inere-
mento del grado di meccanizzazione dell'industria e dell’agricoltura.
L’allargamento dei mercati di esportazione ha sollevato in Italia
problemi di ordine diverso da quelli relativi al mercato interno.
Infatti agli esportatori meccanici derivano considerevoli difficoltà
dall'esistenza, fra l’altro, di un complesso di oneri finanziari, fiscali
e sociali maggiore di quello sopportato dai loro concorrenti. Ad
esempio, per i finanziamenti a breve termine, il tasso corrente in
Italia è di circa il 9% contro un livello del 4,5% sui principali
mercati finanziari esteri. Nel campo fiscale, il congegno dell’imposta
sugli scambi viene a caricare l’esportatore meccanico italiano
di aggravi di cui, in genere, gli esportatori concorrenti vengono sol-
levati. Altrettanto può dirsi circa gli oneri previdenziali a carico
dei datori di lavoro, che, in Italia, si stimano superiori del 50%
circa alla media dei principali paesi europei.

Inoltre l'esportazione meccanica di gran parte dei paesi nostri
concorrenti è appoggiato ad un apparato di enti di assicurazione
crediti e di sconto dei crediti stessi, quando sono a lunga scadenza,
di cui il nostro esportatore non può fruire.

Questo complesso di elementi di svantaggio che si è venuto a ereare
per la nostra industria meccanica è oggi — come è noto —
oggetto di attenta considerazione e provvedimenti sono stati
presi al riguardo o sono allo studio; e non vi è dubbio che le solu-
zioni che saranno adottate al riguardo avranno rilevanti riflessi
sui futuri sviluppi della nostra esportazione meccanica.

Per quanto riguarda il problema della concentrazione e della spe-
cializzazione non si può evidentemente trattarne che con riguardo
a specifici settori di produzione, e non è quindi questa la sede.
In linea generale si può solo ricordare che è diffusa l’opinione che
la trasformazione delle unità attrezzate per la produzione di « mec-
canica varia » in unità organizzate per la fabbricazione di un solo
prodotto avrà certo in avvenire ulteriori sviluppi.

Un simile processo implica tra l’altro assestamenti anche notevoli
nella attuale distribuzione della mano d’opera, il che rende più
laborioso il processo di concentrazione e di specializzazione, che è
una tendenza generale nell’industria meccanica di tutti i Paesi più
progrediti. Ma come detto più sopra (par. 2), una simile evoluzione
è legata a uno sviluppo dei mercati. In altri termini l’ulteriore
progresso in fatto di produttività dipenderà non tanto dalle nostre
capacità tecniche, che hanno avuto modo di affermarsi in molte
sedi nel modo più brillante, quanto dal fatto che lo sviluppo dei
mercati renda conveniente l’investimento di capitali e l’opera di
riorganizzazione che ogni ricerca di maggiori rendimenti necessa-
riamente comporta.

La partecipazione dello Stato all’industria meccaniea.

Il rapporto con cui, a cura del suo Presidente sen. Corbellini, si

sono chiusi i lavori della Commissione indagini e studi sull’industria ‘

meccanica, contiene dati interessanti sulla partecipazione dello Stato
all'industria meccanica e sulle cireostanze in cui tale partecipazione
si è costituita (1).

Rileva tale rapporto che lo sviluppo dell’industria meccanica ita-
liana è stato forse più che in ogni altro Paese influenzato dalle
due guerre mondiali; e ciò anzitutto, perchè nel 1914 la produzione
meccanica italiana era ancora modesta e ricevette quindi un impulso
relativamente molto grande dalla necessità in cui il Paese si trovò
di soddisfare con la produzione nazionale la maggiore aliquota
possibile della domanda di prodotti meccanici creata dal conflitto.
Fu così che alla fine della prima guerra mondiale il nostro Paese
venne a disporre di una attrezzatura meccanica che per una quota
notevole nè aveva dietro sè gruppi industriali largamente dotati
di capitali propri nè poteva contare su una precedente esperienza
nel campo delle produzioni di pace.

Questa parte della industria meccanica faceva capo alle grandi
banche italiane di deposito — banche che fino alla erisi del 1932
esercitavano largamente il credito mobiliare — e cadde quindi
nell’ambito dello Stato quando nel 1933 si provvide al risanamento
del sistema bancario attraverso l’escorporazione dalle grandi banche
di deposito di tutte le loro partecipazioni industriali.

(1) v. Cisim: « Rilievi e proposte sull’industria meccanica italiana » a cura del
sen. ing. prof. Guido Corbellini, Presidente della Cismm.

Per effetto di tale operazione lo Stato, attraverso l’I.R.I., venne ad
assumere la responsabilità diretta della gestione di parecchi grossi
complessi meccanici come del resto di altre sezioni dell’industria
nazionale. Una parte di tali partecipazioni industriali venne ritra-
sferita dall’I.R.I. al mercato attraverso una intensa attività di smo-
bilizzo intrapresa a partire dal 1933, nell’anno stesso della costi-
tuzione dell'Ente; è indice della portata assunta da tale attività
di smobilizzo il fatto che i ricavi complessivi degli smobilizzi effet-
tuati dall'ente a tutto il 1951 ammonta a 494 miliardi di lire con
potere d’acquisto 1951 (2).
Orbene gli smobilizzi di posizioni nel campo meccanico concorrono
a formare tale cifra per un importo di soli miliardi 5,5 cioè poco
più dell'1%; ed è anche interessante osservare che tali smobilizzi
hanno avuto per oggetto tra l’altro aziende come la Breda che
esaurita la nuova congiuntura bellica sono di nuovo ricadute nel
secondo dopoguerra nelle braccia dello Stato attraverso il F.I.M. (3).
Data la scarsa entità degli smobilizzi, il settore meccanico eon-
trollato dallo Stato corrispondeva all’inizio del secondo conflitto
all'incirca a quello che era stato formato e finanziato dalle banche;
questo complesso ricevette gli sviluppi inerenti alle nuove esigenze
belliche e si è accresciuto nell'immediato dopoguerra di una nuova
partecipazione, quella nella società S. Giorgio, pure abbandonata
al termine della congiuntura bellica dal capitale privato (4).
Nel secondo dopoguerra l’azione dello Stato è stata di nuovo sol-
lecitata e si è diretta al settore meccanico non più come nel primo
dopoguerra in maniera indiretta attraverso lo schermo delle banche,
ma in modo diretto. L'intervento si è coneretato nella costituzione
di fondi per finanziamenti a medio e lungo termine di cui l’industria
meccanica è stata esclusiva o principale beneficiaria.
Fra i detti fondi di finanziamento, di gran lunga il più importante
è il Fondo per il Finanziamento all’Industria Meccanica (F.I.M.).
Le vicende di detto fondo hanno posto praticamente sotto controllo
statale altre importanti aziende meccaniche (la Ducati, il gruppo
Breda, l’ex gruppo Caproni), dato che la perdurante crisi di queste
aziende ha reso inesigibili i crediti erogati dal F.I.M. e ha trasformato
dei finanziamenti a breve termine in un complesso di immobilizzi.
Nel complesso — secondo la citata relazione — gli stabilimenti
meccanici sotto controllo statale occupano poco più di 100.000
addetti (5). Essi si ripartiscono per settori produttivi nel modo
indicato nella seguente tabella:

% del totale in stabili-

Numero menti controllati dallo
Settore d'attività prevalente delle aziende addetti Stato sul totale degli ad-
al 31-12-51 detti in stabilimenti in-
dustriali
Costruzioni e riparazioni di navi. . 29.921 73
Costruzioni di autoveicoli e aero-
MODILL siria E 12.922 15
Produzioni di macchine e materiale
SISEEEIOO scr) 14.497 23
Costruzioni di materiale mobile
ferrotramwviario.................. 19.767 52
Altre: produzioni... sarai 27.085 7
Totale iai 104.192 17

Il controllo statale è più esteso in quei settori che subirono un arti-
ficioso sviluppo per effetto delle due guerre mondiali; cantieri navali,
produzione di materiale ferrotramviario, e in genere meccanica
pesante. Gli stabilimenti meccanici controllati dallo Stato, oltre che
essere specializzati in alcuni settori produttivi, risultano anche per
gran parte situati in alcune regioni, soprattutto in Campania, nella
Liguria, nella Venezia Giulia e Trieste, dove detti stabilimenti
occupano più del 50% del totale degli addetti all'industria mec-
canica (più del 60% in Liguria) (6).

L'importanza dell’industria meccanica controllata dallo Stato è
però sostanzialmente superiore a quella che potrebbe apparire da
semplici rapporti fra gli addetti in queste aziende e gli addetti in
tutta l'industria, o ad analoghi rapporti eseguiti sul valore del
fatturato, o sulla capacità produttiva. Ciò perchè le aziende con-
trollate dallo Stato sono per la massima parte aziende < terminali »,
costituiscono cioè lo sbocco delle produzioni di un gran numero
di altre aziende meccaniche operanti nel campo privato; ancor
maggiore è poi la capacità produttiva del settore non meccanico
che trova utilizzazione per le commesse ad esso passate dal settore
meccanico controllato dallo Stato, specie del gruppo cantieristico.



(2) Cisim: op. cit., pag. 361.
(3) Cis: op. cit., pag. 361.
(4) Cisim: op. cit., pagg. 356, 357, 359.
(5) Cisim: op. cit., pag. 343.
(6) Cisim: op. cit., pag. 365.

11

ALLA VELOCITÀ DEL SOLE

La descrizione del volo di andata e ritorno compiuto dal ‘ Canberra ??
nello stesso giorno alla media di 663 chilometri all’ora tra le coste

pr la prima volta nella storia un aeroplano
— l’English Electric « Canberra » — ha
compiuto la doppia traversata dell’Atlan-
tico nello stesso giorno, stabilendo anche il
nuovo primato sulla rotta ovest-est.
Questo magnifico successo, aggiunto al pri-
mato stabilito lo scorso anno sulla rotta est-
ovest, è dovuto alla grande capacità tecnica
della Società costruttrice ed all’abilità dei
suoi collaudatori. L’apparecchio aveva a
bordo: il Comandante R. P. Beamont, il se-
condo pilota P. Hillwood e l’ufficiale di rotta
D. A. Watson. La traversata è stata effet-
tuata tra Aldergrove (Irlanda del Nord) ed
una linea, fra due barche su un lago, a 25 km.
ad occidente dell'aeroporto di Gander (Ter-

dell’Irlanda e quelle degli Stati Uniti

in esclusiva dalla Rivista FLIGHT

ranova) su un
3335,669 km.
Riportiamo qui di seguito la relazione di un
testimonio oculare sul campo di Aldergrove.
La vigilia del volo nulla faceva pensare sul
campo di Aldergrove che due primati mon-
diali di simile importanza sarebbero stati
stabiliti il giorno successivo. Gli « Shaekleton »
e gli « Hasting » erano allineati in bell’ordine
sul campo ed unico elemento fuori del nor-
male era la sagoma snella del «Canberra »
che si profilava contro uno degli hangar.
Alle 6 del pomeriggio il Comandante Beamont
dichiarava che benchè le condizioni atmo-
sferiche fossero tutt'altro che favorevoli, con
venti contrari di oltre 100 km/h, egli aveva

percorso complessivo di

UNA SQUADRIGLIA di aeroplani Canberra”. Il « Canberra” è un doppio reattore

12

deciso di partire ugualmente la mattina dopo,
fra le 6 e le 9. Egli aggiungeva che il velivolo
era in condizioni perfette e che aveva com-
piuto un volo di prova, in Islanda e ritorno,
la mattina stessa.

Le persone autorizzate ad assistere al decollo,
si alzarono perciò alle 4,30 e raggiunsero in
piena oscurità l'aeroporto, dove il silenzio
venne rotto improvvisamente dall’urlo dei
due turboreattori Avon. La mattina era molto
fredda, un velo di umidità ricopriva i para-
brezza del « Canberra »; il bollettino meteoro-
logico dava venti contrari fino a 100 km/h.
Il velivolo era il prototipo esposto lo scorso
anno alla Mostra di Farnborough ed era
giunto in volo due giorni prima. Non si ve-

in dotazione alla aviazione militare inglese,



deva traccia di serbatoi supplementari sgan-
ciabili, ma un grosso serbatoio era stato
sistemato nello scompartimento porta-bombe.
Poco prima delle 6,30 l'equipaggio prendeva
posto a bordo, il velivolo si portava all’estre-
mità della pista, decollava, lasciandosi alle
spalle il disco rossastro del sole nascente e,
dopo un passaggio basso sulla torre di con-
trollo, cabrava decisamente, scomparendo
veloce nel cielo.

Il tempo, a terra, passava lentamente e sulle
prime si era sparsa la voce poi smentita —
che la radio di bordo fosse andata in avaria.
La prima notizia del felice esito della tra-
versata si aveva alle 11,15, quando un mes-
saggio da Prestwick comunicava che il velivolo
era stato avvistato sopra Gander qualche
minuto prima. Ancora un paio d’ore di attesa,
durante le quali le condizioni del tempo
andavano rapidamente peggiorando, e poi un
altro laconico messaggio ci informava che il
«Canberra », dopo una sosta di due ore per
il rifornimento e per la colazione dell’equi-
paggio, aveva lasciato Gander alle 13,10
tempo medio inglese.

Come per la mattinata, le ore passavano in
ansia ad Aldergrove. Stante le condizioni
atmosferiche le previsioni non erano molto
rosee sul tempo che sarebbe stato impiegato.
Finalmente, giungeva un «E.T.A.» (tempo
previsto di arrivo) che preannunciava l’arrivo
fra le 16,30 e le 16,45. Alle 16,20 con nuvo-
losità di 10/10 e pioggia fitta, gli spettatori
cominciavano ad uscire sul piazzale e lungo
la pista. Alle 16,35 si sentiva un debole suono
in distanza e meno di un minuto dopo un
aeroplano a reazione ci passava sopra la testa,
completamente nascosto fra le nuvole. Lo
sentimmo virare e ad un tratto il « Canberra »
sbucava in lontananza, a circa 100 metri di
quota, sorvolava la pista, virava di 180° e,
con carrello e flap fuori, si portava all’atter-
raggio. La traversata di ritorno era stata
effettuata alla velocità media oraria di
974,500 km. La tabella di volo era stata
meticolosamente rispettata e all’atterraggio,
sia a Gander che a Aldergrove vi era ancora
ampia riserva di carburante nei serbatoi.
Nessun guasto o inconveniente durante il
volo, tranne un piccolo difetto ad un impianto
elettrico, riparato in un quarto d’ora a Gander.
Le traversate erano state effettuate alla quota
di circa 12.000 metri e le spesse formazioni
di nuvole avevano impedito all’equipaggio
di vedere il mare durante i due voli.

I tempi e le velocità ufficiali forniti dalla
Federazione Aeronautica Inglese sono i se-
guenti:

Aldergrove-Gander = 4h, 33’ 17,05” -
732,0861 km/h;

Gander-Aldergrove = 3h, 25’ 18,13” —
974,5028 km/h;

Aldergrove-Gander- Aldergrove 10h 3°
29,28” 663,037 km/h.

Rimane quindi imbattuto il primato sulla
traversata Aldergrove-Gander stabilito lo
scorso anno dal Comandante Beamont su veli-
volo «Canberra» con 4h 18° 24,4” alla velocità
di 778,779 km/h.

Dopo la felice riuscita del volo perveniva, fra
gli altri, un telegramma di congretulazioni
del Presidente della B.O.A.C., Sir Miles
Thomas, che concludeva: «... Seguiremo la
vostra strada col Comet ».







LA VELOCITÀ massima del “Canberra” si
avvicina ai mille chilometri orari. Nella
traversata atlantica, avvenuta nel settem-
bre 1952, l’aereo era guidato dal capitano
Beamont e da altri due piloti della R.A.F.

n



13

guidato dal radar. Il pilota dev'essere particolarmente addestrato ai voli ultrasonici.





IN dal remoto 1631, la cittadina di Portici

fu divisa in due dalla colata di lava basal-

tica di un collerico risveglio vesuviano,
che soffocò case e abitanti che si trovarono
su quella direttrice di marcia inesorabile. Di
quella lava Portici è tappezzata, difesa: e di
quella lava sono le basole che adornano il
cortile della Reggia borbonica che noi visi-
teremo: una Reggia decaduta, che non può
rivaleggiare certo con quelle di Caserta,
Napoli o Capodimonte, ma che ha una sua
araldica pomposa e solida a cui i tufi dei
Campi Flegrei hanno imprestato una squa-
dratura di masse omogenee; una Reggia che
da un secolo circa, e precisamente dal 1872,
è stata adibita a sede della Scuola Superiore
di Agricoltura, anch’essa regia.
Non interesserà sapere che lo Stato cedette
alla Scuola l’intero palazzo per settecentomila
lire: interesserà piuttosto sapere che la Scuola,
sin da allora, si studiò di conciliare le esi-
genze architettoniche della Reggia, gli stu-
pendi scaloni, le sale affrescate, gli stucchi
e gli ori dei soffitti, i marmi preziosi e i
mosaici (nonchè i leoni di guardia alla scali-
nata e l’orologio a due facce) ai bisogni delle
ricerche scientifiche, alla calce, al ferro, al
carbone, e insomma al lavoro sperimentale
rivolto alla natura e destinazione del terreno
da coltivare e agli arnesi che ne consentono
l'integrale coltivazione.
Dopo qualche anno di vita grama, il Palazzo
ritornò allo Stato, e, da allora, la Scuola potè
prosperare, richiamando nel seminario-Ateneo
studenti di ogni parte di Europa, e specie
del vicino Oriente. Era l’unica Università
del genere non soltanto dell’Italia Meridio-
nale, ma forse la più famosa, se non la più
importante del Mediterraneo.
Un ingegnere di « dubbia fama » (come trovo
scritto nelle cronache del tempo) ne fu archi-
tetto principale; ma, a dispetto delle cronache
che ne criticano con manifesto livore il risul-
tato, dobbiamo dichiarare senz’altro che il
Canevari fece del suo meglio e adoperò da
maestro tufi e lava per costruire un insieme
architettonico davvero importante — sia pure
nel barocco dell’epoca — a cui le sorprendenti
terrazze (vere «passeggiate » in muratura)
fanno da ali, formando una specie di anfi-
teatro che, mentre raggiunge i confini del
Parco (allora incorporato alla Reggia), con-
sente ancora oggi di ammirare il mare da
vicino. Il mare è a due passi, proprio in
fondo al tunnel vegetale di verdi teneri che
sfumano sino al celeste o all’azzurro, o addi-
rittura all’indaco di quelle acque orientali.

La Reggia di Portici

st meccanizza

Nella residenza estiva dei Borboni, tra il golfo di

Napoli e il Vesuvio, sta sorgendo il primo grande

centro di meccanica agricola del Mezzogiorno

di R. M. De Angelis

La stessa idea di far sorgere il palazzo su una
collina, e di dividerlo in due parti (con quello
spazioso cortile a cui abbiamo accennato),
l’una verso il Vesuvio e l’altra verso il mare,
dovette essere molto apprezzata da Carlo III
di Borbone capitato in seguito a un fortunale



in quei lidi deserti: la Reggia nacque per

un capriecio di Nettuno e di Amore, dedi-
cata dal Re alla Regina, per diventare in
seguito un vero e proprio rifugio per le va-
sanze della Corte.

I Parchi all’intorno si debbono a quel medico

SALA DEL CONSIGLIO della Reggia di Portici destinata attualmente a fare da Aula
magna della Scuola superiore di Agricoltura e della Facoltà di Agraria di Napoli.

15

Gussone, botanico di Casa Borbone, che non
esitò a far saltare la roccia lavica con cariche
di polvere per trapiantarvi alberi già adulti,
in modo da creare in breve volger di tempo
un vero eden vegetale dove prima non erano
che deserto e desolazione.

Non vi dispiaccia di vedere in questa santa
violenza una specie di simbolo di quello che
diventerà il luogo e il palazzo: un Istituto
di Agraria col suo bravo campo sperimentale,
la biblioteca, le aule, un museo in formazione
di arnesi agricoli, e un programma che rasen-
terà la rivoluzione nel dominio arcaico del-
l'agricoltura. Del resto, quale meraviglia?
Polvere di lava e lapilli, scorze di coralli e
vapori di zolfo, magie termali e boati della
terra, graniti e tufi, marmi antichi e mosaici
formano e costituiscono l’amalgama di un ter-
reno di cui la poesia s'impadronì per tanti secoli
sino a farne una specie di passaggio obbligato
per i poeti di ogni epoca; ma il terreno serve
appunto all’agricoltura e se il Gussone spaccò
la lava coagulata con la polvere da sparo,
che cosa non tenta il prof. Santini — Diret-
tore attuale della Scuola da molti anni —

per bonificare, razionalizzare, trasformare,
alleando l’idraulica all’agricoltura, l'edilizia al
collaudo degli aratri?

Bisognerà premettere, per l’intelligenza di
questo nostro articolo, che due guerre sono
passate attraverso il corpo della Penisola e
che la Reggia di Portici non è stata rispar-
miata. Al contrario: quello che non fecero,
nel passato, indigeni e visitatori rapaci, osa-
rono, sicuri dell’impunità, i soldati — paesani
e forestieri, alleati e invasori — con vanda-
lismi barbarici. Ma a un tale scempio un po’
ha messo riparo la Sovraintendenza alle Belle
Arti (pietà per il gabinetto della Regina, a
festoni e a ghirlande d’oro zecchino che cade
col gesso come calcinacci da calpestare!), un
po’ l’Istituto, un po’ gli impiegati, tecnici e
inservienti nati e cresciuti nel palazzo e che
non si stancano di spazzare e ripulire: il
palazzo ha resistito ai secoli, ai francesi (ma
Gioacchino Murat se ne era innamorato e lo
fece minuziosamente restaurare) ai vandali e
ai predoni: il tufo dei Campi Flegrei, col
soffio della Sybilla e il calore del vuleano, lo
difenderà ad oltranza con la sua intricata

magìa di vapori e gas dalla furia umana e
dall’attacco degli agenti atmosferici. Nessun
timore, dunque, per la sua stabilità: i saloni
e i corridoi, le aule e i gabinetti, la bibliotece
e le officine continueranno a funzionare nel
tempo, e molti allievi vi riceveranno il pane
della Scienza agraria. Ma è proprio di quel
pane che intenderemo parlarvi.

Poichè la magìa della natura (in faccia alla
Reggia è l’isola delle Sirene, e Procida) qui
tenderebbe all’isolamento e all’oblio, per fare
del palazzo una fata morgana da scoprire
per azzardo o per caso nei giorni di luce più
trasparente, la Scuola Agraria che appar-
tiene allo Stato non può essere dimenticata
dallo Stato: altrimenti dovremmo rassegnarci
a riconoscere quale simbolo della Reggia-
Scuola l’orologio a due facce, senza indici,
svuotato da tutto il rame del mirabile con-
gegno, posto sul frontale architettonico come
un inutile ornamento o una primordiale me-
ridiana.

I Parchi non appartengono più alla Scuola,
bensì al Demanio che li apre agli abitanti
del posto la mattina della domenica, forse



GIARDINO DELLA REGGIA adibito a Campo sperimentale di agricoltura. I rettangoli di terreno indicano le aree nelle quali viene collaudati



per consacrare la festa: e non dirò che vadano
in malora, poichè gli alberi si difendono natu-
ralmente da soli; ma perchè averli tolti alla
Scuola che ha bisogno di terreno e che ha
dovuto ricavare i rettangoli del suo modesto
campo sperimentale tra le ali delle due ter-
razze, al centro di quell’anfiteatro sorvegliato
dall'occhio mansueto dei leoni di marmo?
Qui davvero la Scienza ha dovuto oltraggiare
l'estetica, e il prof. Santini se ne aceora, lui
che ha scoperto soffitti affrescati (e ormai
«accecati » da incrostazioni balorde), che ha sal-
vato gli infi di quercia e i marmi degli
stipiti, e che ha chiuso a chiave la porta del
«gabinetto della Regina» per evitare che l’oro
zecchino fosse ridotto in polvere o « portato
via per ricordo »!

Il Campo Sperimentale, per la Scuola, è ap-
punto la chiave di volta del suo destino eco-
nomico: ed è bene spenderei qualche parola,
per far comprendere anche ai profani di che
si tratta.

Le fabbriche costruiscono arnesi agricoli e li
mettono in commercio senza alcuna garanzia
che non sia quella della «firma » della fab-



efficacia pratica dei nuovi tipi di aratri, erpici,

brica stessa. Troppo poco per l'acquirente,
che quasi sempre è un agricoltore sprovveduto
di ogni nozione di meecanica. Occorre col-
laudare tali macchine, sperimentarle appunto,
e non su terreno grezzo, naturale, bensì su
terreno « preparato »: il campo sperimentale
della Scuola è qui per questo, per consigliare
fabbricanti e agricoltori, suggerire modifiche
e destinazioni. Del resto, non è scoprire un
arcano svelare che gli aratri si vendono
a peso, e che i fabbricanti di aratri,
più pesanti li fanno più ci guadagnano: ma
un buon aratro non deve superare un certo
peso: e, per essere più precisi, non solo i
trattori italiani debbono affrontare la concor-
renza di quelli americani ed essere perciò
buoni a fare un determinato lavoro con un
determinato consumo di nafta su un deter-
minato terreno. La colonizzazione agricola
dell’Eritrea ci ha lasciato un ottimo insegna-
mento in materia; ed è proprio alla Scuola
di Portici che si debbono seri risultati di col-
laudo che permisero di correggere alcuni
errori di impostazione delle macchine italiane.
‘are che lo Stato interverrà per obbligare le

ditte interessate ad inviare al Campo speri-
mentale di meccanica agricola di Portici le
macchine per il collaudo.

Questa è una semplice premessa ad assumere
precise responsabilità, per garantire il destino
economico della Scuola e la fiducia dell’agri-
coltore isolato, come quello delle aziende di
un Paese ch'è un immenso orto, un immenso
giardino, e che dovrà diventare, non soltanto
per legge di natura, un immenso granaio.

Il museo delle macchine agricole, che sta
sorgendo nel padiglione di un’ala a terrazza,
potrà essere una specie di monito perenne:

gli antichi arnesi agricoli — dall’aratro al-
l’erpice in legno — sembrano già totem di

una religione dimenticata.
L’industrializzazione in grande stile dell’agri-
coltura nel Mezzogiorno d’Italia potrà inco-
minciare benissimo dal Centro sperimentale
di Portici, che utilizzerà la Reggia come uffici
e sale di prova per la meccanica agraria ed
il Parco come pista di prova per le macchine
agricole. Il fuoco segreto dell’officina nelle
cantine del palazzo potrà così allearsi meglio
a quello del Vulcano.

trattori e altri arnesi agricoli. La Scuola di Agraria di Portici venne fondata nel 1872.

“i ai
# 2





EL NIHUIL

Alle falde delle Ande argentine una potente centrale idro-

elettrica, costruita a Genova, sfrutterà le acque del Rio Atuel

’ELETTROMECCANICA è fra le industrie che
possono dare con l’esportazione il mag-
gior vantaggio all'economia nazionale,

per il forte peso che ha nel costo dei prodotti
la mano d’opera nazionale, o — sotto altro
aspetto — per il basso peso che hanno nel
costo stesso le materie prime di importazione.
Naturalmente gli sforzi tecnici e organizzativi
in questo campo non sono certamente stati,
nè sono, lievi: sforzi per l’affinamento tecnico
della produzione, in un campo nel quale il
dinamismo delle innovazioni è incessante;
sforzi per la creazione e il progressivo poten-
ziamento dell’organizzazione commerciale, in
un settore nel quale le conoscenze e le capa-
cità commerciali vanno indissolubilmente spo-
sate alle necessarie conoscenze e capacità
tecniche; sforzi, infine, nel campo dell’assi-
stenza presso il cliente (sia per l'installazione,
che per l’esercizio) conseguita attraverso la

di Renato Teani

costituzione di un cospicuo corpo di tecnici
specializzati che, prestando continuamente la
loro attività nei più disparati paesi, rappre-
sentano i migliori messaggeri dell’operosità
italiana.

Le realizzazioni dell’Ansaldo-San Giorgio al-
l'estero sono presenti in tutti i settori della
sua produzione e, si può dire, in tutti i paesi.
Ciò si vede facilmente anche limitando l’at-
tenzione a tipici esempi.

Nel campo delle centrali idroelettriche (V'An-
saldo-San Giorgio si trova nella situazione,
unica in Italia e anche all’estero eccezionale,
di poter fornire delle installazioni complete,
che vanno dalla turbina idraulica al trasfor-
matore di distribuzione) l’esempio più rap-
presentativo è quello della centrale di El
Nihuil, in corso di costruzione per conto del
governo argentino.

Questa centrale merita speciale rilievo; essa

STATORE avvolto di uno dei quattro alternatori verticali, destinato a far parte della

Centrale elettrica di

îl Nihuil ehe sorgerà nella provineia di Mendoza in Argentina. La

Centrale è stata interamente costruita a Genova dall’ Ansaldo-San Giorgio, malgrado la
distanza e senza che ci sia mai stato aleun contatto personale con i tecnici argentini.

18



si trova nella provincia di Mendoza, alle falde
delle Ande e sfrutta le acque del Rio Atuel
alla quota di oltre mille metri, utilizzando
una caduta massima di 185 metri. L'energia
prodotta verrà impiegata ad usi civili e allo
sviluppo industriale dell’ Argentina. Le acque
del fiume, convogliate in una condotta della
lunghezza di 350 metri, affluiscono alle quattro
turbine del tipo Francis, ad asse verticale in
camera forzata a spirale, che, con una por-
tata di 13 mef/sec., sviluppano ciascuna la
potenza di 20.000 kW, a 600 giri.

Le turbine sono costruite interamente in
acciaio ad elevata resistenza ed hanno le
giranti e le fodere di scarico in acciaio inos-
sidabile; ogni turbina è direttamente accop-
piata al proprio alternatore. Gli alternatori,
del tipo autoventilato in circuito chiuso, sono
della potenza, resa a pieno carico e cosfì 0,8,
di 23.200 KVA, a 13.200 Votl, 50 periodi.



UNO DEI CINQUE trasformatori trifase
della Centrale. Il suo raffreddamento si
compie a eireolazione forzata d’olio in due
refrigeranti ad acqua addossati al cassone.

In sottostazione all’aperto sono installati
cinque trasformatori trifasi della potenza di
23.200 KVA e rapporto di trasformazione, a
pieno carico e cosfì 0,8, di 13.200-132.000 Volt.
Sono pure di fornitura dell’Ansaldo-San Gior-
gio le apparecchiature per alta e bassa ten-
sione nonchè i quadri, l’impianto di illumi-
nazione, l’impianto telefonico, una gru a ponte
da 80 tonnellate ed i gruppi elettropompa per
il drenaggio della centrale.

Ancora nel campo delle centrali idroelettriche
sono da notare i due impianti completi di
Taja e Assenitza (Bulgaria). Si è, natural-
mente, contribuito alla creazione di grossi
impianti idroelettrici con forniture parziali,
come ad esempio le due turbine ad asse ver-
ticale tipo Kaplan da 27.000 kW, 68 giri,
per la centrale svedese di Stugun. Queste
turbine — che sono, dimensionalmente, fra
le più grandi di costruzione europea, avendo
una girante del diametro esterno di oltre
sette metri — sfrutteranno un salto di nove
metri, ciascuna con una portata (superiore a
quella del Po in magra) di 340 me/sec.
Sono stati forniti in numero notevole gene-
ratori sincroni, tra i quali da notarsi quattro
alternatori ad asse verticale da 10.500 KVA,
300 giri, destinati alla centrale idroelettrica
di Sainte Tulle (Francia).

Fra i trasformatori, degni di rilievo quello in
corso di fabbricazione, pure per la Francia,
da 70.000 kVA, 225 kV, con unità di rego-
lazione sottocarico e le otto macchine da
10.000 KVA con commutatore sottocarico a
comando automatico, destinate all’Australia.
Queste macchine verranno assoggettate alle
prove ad impulso nella speciale sala prove,
attrezzata per tensioni fino a 2.200.000 Volt,
con energia disponibile fino a 18 kilojoule.
(Tra i costruttori italiani di grosso macchi-
nario elettrico 1’ Ansaldo-San Giorgio è l’unico
a disporre di una simile installazione per
prove ad impulso).

Nel campo dell’utilizzazione dell’energia sono
da segnalare l’equipaggiamento elettrico com-
pleto per laminatoio in Jugoslavia, i filobus
forniti alla Municipalità di Belgrado, le ven-
tuno sottostazioni con raddrizzatori a vapori
di mercurio in cassa metallica per gli impianti
di trazione nelle miniere polacche.

Questi, come detto, sono solo i più recenti
ei più rappresentativi dei casi, poichè l’espor-
tazione dell’Ansaldo-San Giorgio si è estesa
a tutti i paesi, Francia, Nuova Zelanda,
Argentina, Venezuela, Polonia, Medio Oriente.
Naturalmente, gli sforzi che sono stati com-
piuti e che si stanno compiendo sono note-
volmente ostacolati dalle difficoltà generali,
comuni a tutti i paesi, e da quelle peculiari
al nostro, troppo note perchè sia necessario
insistervi: alto prezzo dei prodotti siderurgici
nei confronti dei prezzi internazionali; impos-
sibilità di copertura dei rischi di cambio;
impossibilità di seguire i paesi più agguerriti
nella lotta per la conquista dei mercati esteri,
nel campo del finanziamento a lungo o medio
termine, ormai generalmente richiesto dalla
gran parte degli importatori e non più solo
da quelli sud-americani; infine, non ultima,
la mancanza di un congruo rimborso degli
oneri fiscali.

Fare previsioni anche qui non è facile, come
non lo è in nessun settore economico, dato
l'estremo dinamismo dei tempi attuali; può
certo dirsi, senza tema di esser tacciati di
severità, che le difficoltà su accennate vanno
eliminate o attenuate.

Comunque l’ Ansaldo-San Giorgio vanta i ri-
sultati degli sforzi tecnici ed organizzativi
in questo campo e ne trae conforto e sprone
per perseguire mete sempre maggiori.

Tali risultati sono indubbiamente notevoli,
poichè la cifra delle esportazioni ha raggiunto
circa il 40% della totale produzione del-
l'Azienda.









CORPO ROTORE di uno dei quattro alternatori. Oltre alle macchine prineipali sono state
fabbricate per la Centrale le valvole rotative, le linee partenti, gli impianti ausiliari,
i telefoni, l’officina manutenzione, l'impianto di distribuzione della forza motrice e
quelli per la illuminazione e il drenaggio delle acque convogliate dal fiume Atuel.

MONTAGGIO IN OFFICINA di una delle quattro turbine idrauliche. Le turbine
sono del tipo Francis con alternatore e trasformatore in collegamento rigido. Ognuna
di esse può produrre fino a 20 mila kilowatt di energia, sfruttando un salto d’acqua
di 185 metri e inghiottendo da 11.750 a 12.600 litri d’acqua al minuto secondo.



MEMORABILI NOZZE

Dalla prima traversata atlantica del 1819 al primato della “United

States” del 1952, la storia dei più rapidi viaggi oceanici

EL 1818 veniva costruito a New York il
celebre tre alberi «Savannah » che, for-
nito di propulsione a ruote, aveva fatto

concepire ai suoi armatori l'ambizioso pro-
posito di una navigazione oceanica.

Si trattava di un bastimentino di 350 ton-
nellate, lungo una trentina di metri e che
poteva navigare sia con le vele dei suoi tre
alberi, sia con le due grosse ruote a pale, che
gli permettevano di sviluppare la modesta
velocità di 6 nodi.

Il «Savannah » infatti, nel 1819, un anno dopo
il varo, condusse a termine la sua prima tra-
versata atlantica e giunse in Europa navi-
gando in parte a vela, in parte a vapore.
Quantunque quel primo tentativo si fosse
svolto solo parzialmente con l’impiego della
macchina a vapore, l'Inghilterra fu favore-
volmente impressionata dall’esperimento ame-

di C. De Grossi Mazzorin

In seguito la Società di Navigazione Great
Western fece costruire il piroscafo omonimo
per la linea dell’Atlantico Nord.

Si trattava di un grosso scafo in legno, lungo
circa 72 metri, con una stazza di 1440 ton-
nellate e che aveva un apparato motore, natu-
ralmente a ruote, della potenza di ben 400 HP.
Quando il «Great Western » salpò per l' Ameri-
ca, un altro piccolo piroscafo inglese, il «Sirius»,
partì dall’Inghilterra con la stessa destinazione.
Ne seguì una gara appassionante che entu-
siasmò il mondo intero. Alla fine il piccolo
« Sirius » giunse a New York poche ore prima
del «Great Western» ma per compiere 1a
traversata, non solo aveva bruciato tutta la
sua scorta di carbone ma nelle ultime mi-
glia aveva dovuto gettare nei rorni dei barili
di resina chi facevano parte del carico.

Il rivale «Great Western » era giunto con

con scafo in legno, del tipo «Britannia »,
riuscì a ottenere dal governo inglese la con-
cessione del servizio postale con l'America.
Fu poi con il prototipo di questi piroscafi,
ossia con lo stesso «Britannia», che la Cunard
si aggiudicò il primo Nastro Azzurro nel 1840.
La nave, di 1422 tonnellate, era lunga 76 metri
e riuscì a sviluppare una velocità di nodi 10,7.
Su di essa viaggiò Carlo Dickens che la
immortalò nel suo famoso romanzo «Martin
Chuzzlewit ».

Erano gemelle del « Britannia » altre tre navi
che furono rispettivamente battezzate « Aca-
dia », « Caledonia » e « Columbia ».

A questo punto occorre aprire una parentesi.
Gl’inglesi, come è noto, oltre ad essere dei
sagaci uomini di mare furono sempre amanti
dell’equitazione. Si correvano in Inghilterra
delle corse di cavalli note in tutto 11 mondo,





1838. Il Great Western” e il “Sirius”, primi piroscafi a vapore in'gara per arrivare dall’Inghilterra in America il più presto possibile.
Il viaggio durò per entrambi 15 giorni, alla velocità di 8 nodi e mezzo all’ora. Il # Great Western” pesava 1440 tonnellate. Il “Sirius”,
molto più piecolo, potette giungere a New York poche ore prima del rivale bruciando dei barili di resina ehe facevano parte del carico.

ricano, e con un ardimento degno di ammira-
zione si pose subito alla testa della naviga-
zione oceanica con navi a vapore.

La prima grande navigazione completamente
a vapore fu eseguita dall’« Enterprise » nel
1826. Questo piroscafo inglese di 470 tonnel-
late, lungo 37 metri e con una potenza motrice
di 120 HP, partito dall’Inghilterra, raggiunse
Caleutta in 113 giorni di navigazione, seguendo
la via del Capo di Buona Speranza e supe-
rando delle difficoltà veramente imponenti.
Quasi contemporaneamente aveva inizio un
regolare servizio attraverso l'Atlantico.

La prima nave che attraversò l'Atlantico
completamente a vapore fu il piroscafo olan-
dese « Curagao ».

20

alcune ore di ritardo ma aveva ancora &
bordo circa un centinaio di tonnellate di
‘arbone.

Comunque queste prime imprese furono, dal
punto di vista economico, veramente disa-
strose.

In conclusione rimane il dato di fatto che
nel 1838 ben due piroscafi attraversarono
l'Atlantico alla velocità di otto nodi e mezzo,
impiegando quindici giorni per l’intero viaggio.
Naturalmente la Società Great Western di
I. K. Brunel trovò ben presto degl’imitatori
e dovette lottare contro la concorrenza della
potente compagnia Cunard di R. Napier.
Anzi, in un primo tempo, la Cunard met-
tendo in linea dei buoni piroscafi a ruote

quali per esempio il celebre Derby di Epsom.
A quell’epoca non si corrispondeva un premio
in danaro al proprietario del cavallo vincente
ma si premiava il cavallo stesso adornandolo
con una coccarda. Al Derby di Epsom in par-
ticolare, il cavallo vincente veniva premiato
con una coccarda azzurra (Blue Ribbon).
Sorse così l’idea di dire che la nave più veloce
aveva vinto il Nastro Azzurro come si diceva
del cavallo vincitore del premio.

Solo molto più tardi venne l’uso di conse-
gnare alla nave vittoriosa un premio tangi- |
bile e più precisamente una coppa d’oro sim-
bolo del Nastro Azzurro.

Intanto la Cunard conquistava successiva-
mente altri tre nastri azzurri e precisamente

con il piroscafo «Acadia» nel 1841, con
l’« Hibernia » nel 1847 e con 1’« Asia » nel 1850.
In quei dieci anni le velocità erano dunque
salite da 10 a 12 nodi, però questi successi
della Cunard non scoraggiarono affatto la
rivale Great Western che costruì nuove unità
secondo i più aggiornati criteri.

La lotta tra la Great Western e la Cunard
portò notevoli frutti nel campo delle costru-
zioni navali; ognuna delle due società cercava
di superare la rivale impiegando apparati
motori sempre più potenti, navi di mole
sempre più notevole, apportando sulle pro-
prie unità tutti quei miglioramenti che erano
consentiti da una tecnica in continuo sviluppo.
Fu così che il Brunel decise coraggiosamente
di adottare gli scafi in ferro e con propul-
sione ad elica.

Gli scafi in ferro erano stati già sperimentati
per navi di modeste dimensioni quando, rom-
pendo gl’indugi, la Great Western, nel 1843,
lanciò il primo grande transatlantico in ferro
e dotato di elica: era stato infatti varato
il «Great Britain » con oltre 3000 tonnellate
di stazza e lungo circa 100 metri!

È da notare che lo scafo di questa nave
aveva più o meno la sagoma dei grandi
velieri atlantici. Con la sua elegante carena
da clipper e con un apparato motore della
potenza di ben 1000 HP, il « Great Britain »
poteva raggiungere la velocità di dieci nodi,
inoltre il suo robustissimo scafo dimostrò in
modo definitivo la superiorità delle grandi
costruzioni in ferro.

Questo felice esperimento spinse il suo autore
verso costruzioni sempre più ardimentose
tanto che dopo solo dieci anni già entrava
in linea sulla rotta delle Indie e dell’ Australia
il famoso «Great Eastern» di circa 27.000
tonnellate.

Quest'ultimo colosso non fu più superato per
circa ottanta anni ed ancora oggi non sfigu-
rerebbe, con i suoi duecento metri di lun-
ghezza, accanto alle navi più moderne ed ai
più rinomati transatlantici.

A questo punto viene spontaneo di chiedersi
che cosa si facesse in Italia in questo campo.
Nel 1823 si era formata a Napoli la prima
nostra società di navigazione a vapore, la
famosa compagnia dei Pacchetti a vapore
delle due Sicilie.

Poco dopo si era costituita la prima Società
libera del Mediterraneo e mentre Florio co-
struiva i piroscafi «Corriere Siciliano » ed
« Elettrico » con scafo in ferro capaci di rag-
giungere rispettivamente le velocità di 12 e
15 nodi, si formava la società Sicula Trans-
atlantica che nel 1854 col piroscafo «Sicilia »
di 1200 tonnellate ebbe il vanto della prima
traversata atlantica da parte di un piroscafo
italiano.

Nella prima metà del secolo decimonono si
ebbe dunque nella navigazione atlantica, un
avvenimento notevole all’incirca ogni dieci
anni: 1819 prima traversata mista (vela e
vapore); 1828 prima traversata a vapore;
1838 gara tra il « Great Western » e il « Sirius »;
1843 primo transatlantico in ferro e con elica;
1854 primo transatlantico italiano (« Sicilia »).
In seguito i progressi della tecnica navale
furono anche più imponenti ma i grandi avve-
nimenti, che d’altra parte comportarono delle
innovazioni radicali negli apparati motori,
furono più distanziati nel tempo.

Solo nel 1894 si ebbe la prima nave dotata
di turbine e precisamente l’inglese «Tur-
binia » e nel 1912 la «Selandia» che fu la
prima motonave.

Naturalmente oltre agli Stati Uniti, all’In-
ghilterra ed all'Italia già citate, più o meno
tutte le grandi nazioni dell’epoca avventu-
rarono le loro navi in Atlantico. In Germania,
in Austria, in Olanda, in Spagna, nei paesi
Scandinavi, nelle repubbliche Sud Americane













1870. Il + Baltie” inglese, decimo Nastro Azzurro. La velocità di traversata era in questo
periodo di 14 nodi all’ora e il viaggio durava circa dieci giorni. Il primato era appannaggio
di inglesi e americani, quando con l'abbandono delle macchine a vapore passò ai tedeschi.

sorsero grandi società di navigazione che
‘stirono linee per l'Atlantico.

è concorrenza quindi che agli inizi si era
svolta tra le due compagnie inglesi Cunard
e Great Western diventò una vera e propria
gara internazionale in cui erano in giuoco
oltre agl’interessi anche il prestigio delle
grandi potenze.

Ecco infatti che già nel 1850 gli Stati Uniti
strappano agl’inglesi l'ambito Nastro Azzurro





L
5

con il « Pacific » di 2856 tonnellate, il quale
attraversa l'Atlantico a 13 nodi.

Il successo americano è confermato nel 1852
dal piroscafo «Baltic» che si aggiudica il
sesto Nastro Azzurro alla velocità di nodi 13,2.
Naturalmente la Cunard si lancia alla riscossa
e decide anche lei di adottare gli scafi di ferro.
Viene così costruito il « Persia » di 3587 ton-
nellate che si mette in gara con il « Pacific »
americano.







21



1898. Il transatlantico germanico # Deutschland”, venticinquesimo Nastro Azzurro. La sua velocità era di 23 nodi e mezzo e la sua
lunghezza di 210 metri. Il # Deutschland ” fu il risultato di importanti innovazioni tecniche: motore Diesel, due eliche, seafo cel-
lulare come quello delle navi da guerra, paratie stagne trasversali le cui porte potevano essere chiuse elettricamente dal ponte.

Il piroscafo inglese quantunque entrato in
collisione con un ‘iceberg ”’ si salva miraco-
losamente e vince il settimo Nastro Azzurro
arrivando in porto con la prua danneggiata!
L’americano invece non giunse mai a desti-
nazione e scomparve in mare trascinando con
sè 240 vittime.

Dopo questa vittoria avvenuta nel 1856,
l'Inghilterra ottiene l’ottavo Nastro Azzurro
con la «Scotia » nel 1862.

Questo piroscafo è poi citato dal romanziere
Giulio Verne nel suo famoso libro ‘* Ventimila
leghe sotto i Mari” dove viene descritto in
un fantastico abbordaggio da parte del « Nau-
tilus » del capitano Nemo!

Le navi inglesi continuarono a conservare il
primato della velocità fino al 1897. In quegli
anni infatti furono vinti altri quindici Nastri
Azzurri per opera dei transatlantici « City of
Brussels », « Baltic », « City of Berlin », « Ger-
manic », « Britannic », « Arizona », « Servia »,
« Alaska », « Oregon », « America », « Etruria »,
«City of Paris», « Teutonic », « Campania »,
« Lucania ».

Le velocità salgono gradatamente da 14 nodi
a 21,7 e la stazza sale da 4000 a 13.000 ton-
nellate.

Gli apparati motori subiscono un vero rivol-
gimento: viene abbandonata la vecchia mac-
china Compound e si passa alla triplice
espansione.

Sono da ricordare, di quel periodo, il « City
of Berlin» che fu il primo piroscafo dotato
di luce elettrica, }« Arizona » che speronò un
“iceberg ” alla velocità di 14 nodi senza
colare a picco, e l’« America » che diventò poi
lo yacht reale italiano « Trinacria ».
Finalmente, nel 1897, entrarono in lizza i
grandi transatlantici tedeschi che vinsero
quattro Nastri Azzurri uno dopo l’altro.

Il Nordeutscher Lloyd aveva in linea il « Kai-
ser Wilhelm II » di 19.000 tonnellate e 23 nodi
di velocità, il « Kronprinz Wilhelm » di circa
15.000 tonnellate e 23 nodi e il « Kaiser
Wilhelm Der Grosse » di 14.000 tonnellate
e 22 nodi e mezzo.

Infine la Compagnia Hamburg-America aveva
messo in linea il suo colossale « Deutschland »
che raggiungeva i 23 nodi e mezzo, risultando
così il transatlantico più veloce del mondo.

22

Questa magnifica nave misurava 210 metri |]
di lunghezza, 20 di larghezza e pescava
12 metri. Il suo scafo aveva un fondo cellu-
lare come le contemporanee navi da guerra,
era inoltre diviso in due parti simmetriche
da una paratia longitudinale, e da molte
paratie stagne trasversali le cui porte pote-
vano esser chiuse dal ponte di comando
elettricamente.

Il « Deutschland » fu inoltre una delle prime
navi a due eliche poichè due erano le mac-
chine alternative che lo azionavano con una
potenza complessiva di 33.000 HP.

Le quattro navi tedesche vinsero rispettiva-
mente il 24°, il 25°, il 26°, ed il 27° Nastro
Azzurro.

1907. Il “ Mauretania ”, di

30 mila tonnellate.

Ma la vecchia Cunard inglese ritorna alla
riscossa e detiene nuovamente il primato per
ben ventidue anni ottenendo due Nastri
Azzurri con le due navi gemelle « Mauretania »
e « Lusitania ». Il siluramento di quest’ultima
determinò poi l’entrata in conflitto degli
Stati Uniti nella prima guerra mondiale.

La bella nave di 30.000 tonnellate era stata
colpita dal sommergibile germanico «U 20 ».
Dopo la prima guerra mondiale i tedeschi
riconquistarono il titolo con i colossali « Bre-
men » ed «Europa» di 51.000 tonnellate.
Questi colossi raggiunsero i 28 nodi di velo-
cità ma furono poi superati dal nostro « Rex »
nel 1933, che con lo stesso tonnellaggio aveva
una velocità di 29 nodi.

Con esso gli inglesi tornarono alla

riscossa e ripresero nuovamente il primato detenendolo poi per venticinque anni, prima



col “ Mauretania ’

e poi con la gemella “ Lusitania ” affondata in seguito dai tedeschi.

\



Questo meraviglioso bastimento della Società
di Navigazione Italia era lungo 268 metri e
largo 31 metri. Il suo apparato motore era
costituito da quattro turbine capaci di svi-
luppare la potenza di 123.890 HP. Le caldaie
a nafta erano 12, di cui 8 bifronti, e funzio-
navano alla pressione di 27 kg.
Indubbiamente questa nave fu una delle più
lussuose del mondo; con le sue verande, le
sue ampie passeggiate, le piscine, gli alloggi
accuratissimi essa era particolarmente pre-
diletta dai turisti stranieri. Contemporanea-
mente ad essa vi era il «Conte di Savoia»
detta anche ‘la nave che non rolla ’” poichè
a bordo era stato sistemato un potente appa-
recchio stabilizzatore.

Per ottenere un ‘' potere smorzante ’’ di 49,7,
ossia per assicurare il momento di reazione
necessario a tener ferma la nave contro
un’onda che avrebbe provocato una sbanda-
mento di 49,7, erano stati sistemati a bordo
tre girostati, ciascuno con massa rotante del
peso di 113 tonnellate, azionati da motori di
rotazione di 560 HP a potenza normale e
da motori di precessione di 100 HP. I tre
turbogeneratori dell’impianto avevano una
potenza complessiva di 2400 HP.
L’inversione di corrente al motore di preces-
sione era data automaticamente da un pic-
colo giroscopio pilota molto sensibile, del tipo
passivo, il quale si metteva in movimento di
precessione in una frazione di secondo sotto
l'impulso dell’azione sbandante prodotta dal-
l'onda e dava quindi al motore di precessione
principale la corrente nel senso necessario a
determinare la reazione giroscopica da opporre
al movimento di sbandata della nave.
Apparecchi di questo genere erano stati spe-
rimentati su navi più piccole ma non erano
mai stati applicati fino allora a dei colossi
di oltre 50.000 tonnellate.

Il « Rex », mantenne il suo record fino al 1935
quando fu superato di un solo nodo di velo-
cità dall’enorme transatlantico francese « Nor-
mandie » che stazzava più di 83.000 tonnel-
late. Da allora il tonnellaggio andò dimi-
nuendo pur essendo aumentata la velocità.
Il «Queen Mary » inglese infatti detenne il
titolo dal 1936 al 1952 stazzando 81.237 ton-
nellate ed avendo una velocità di 30,6 nodi.
Infine nel 1952, dopo un secolo, la bandiera
americana si afferma col 359 Nastro Azzurro.
Lo « United States» lungo 302 metri, con
sole 53.000 tonnellate di stazza supera la
velocità di 35 nodi, triplicando quella del suo
antenato « Baltie » di cento anni fa!

Dalle 83.000 tonnellate del « Normandie » si
è dunque scesi alle 53.000 dello « United
States» e la ragione è questa: 1°’ United
States » (che è la nave più grande mai varata
negli Stati Uniti) è costruito quasi totalmente
in leghe d’alluminio con soltanto alcune parti
in acciaio e materie plastiche. Tutto è d’al-
luminio a bordo di questo rapidissimo trans-
atlantico e d’alluminio è pure l’intera mobilia:
secondo le statistiche, due soli tipi di oggetti
sono in legno su questa nave, i ceppi dei
macellai di bordo e i pianoforti a coda. Si
narra anzi che, poco prima della partenza,
venne in mente al comandante che forse gli
stuzzicadenti erano di legno: si precipitò
quindi in una delle tante sale da pranzo e
constatò di non aver errato. Diede allora
ordine di sistemare la questione ed un’ora
dopo tutti gli stuzzicadenti di bordo erano
invece di plastica.

Uno dei motivi di questa abolizione di ogni
materiale legnoso è il desiderio dei costruttori
di fare dell’« United States » il piroscafo più
a prova di fuoco di tutto il mondo. E non vi
è aleun dubbio che vi sono riusciti poichè,
secondo quanto scrivono gli stessi inglesi,
l'e United States » è completamente incombu-
stibile.















1933. Il $ Rex” conquista il Nastro Azzurro all'Italia alla velocità di 29 nodi orari.
Era lungo 268 metri e largo 31. I suoi motori sviluppavano la potenza di 123 mila
avalli vapore. Venne chiamato “la nave che non rolla”. Fu costruito dall’ Ansaldo.



1952. Lo United States”, lungo 302 metri. con 53 mila tonnellate di stazza ha
superato la velocità di 35 nodi compiendo la traversata inaugurale in poco più di
quattro giorni. Ha due soli oggetti di legno a bordo, i ceppi del macellaio e i pianoforti.

23

MATEMATICA
E INDUSTRIA

L’Istituto Nazionale per le Applicazioni del Calcolo offre alle industrie la

di attuare finalmente un suo progetto

del 1946, istituendo un Centro Interna-
zionale di Calcolo ed assegnandogli come sede
Roma, non sono mancati cenni elogiativi
all'opera precedentemente svolta dall’ente
italiano alla cui esistenza si deve questa
scelta. Si tratta dell’Istituto Nazionale per
le Applicazioni del Calcolo (INAC) sorto da
un’iniziativa avuta dal prof. Mauro Picone,
venticinque anni or sono, quando insegnava
presso l’Università di Napoli; per descrivere
l’attività passata e futura del suo fondatore
ed attuale direttore, sono state tra l’altro
usate immagini, quale « l’italiano che calcola
l'Europa », degne della fantasia di quegli
studenti che giocavano a trarre un accre-
scitivo dal nome di Pico della Mirandola. In
effetti, a parte le possibilità di sviluppo del
nuovo Centro rispondente al programma inter-
nazionale dell’ UNESCO, l’attività finora
svolta dall’Istituto del prof. Picone è già
sufficiente a far considerare con molto inte-
resse l’importanza attuale del calcolo appli-
cato, non solo dal punto di vista tecnico e
industriale, ma anche dal punto di vista
scientifico.
I contributi dati sotto questo aspetto dai
ricercatori che hanno lavorato presso PINAC
si possono riassumere nella cospicua cifra di
cirea un migliaio di memorie a stampa,
apparse su periodici di matematica, fisica,
ingegneria e scienze applicate. Degli argo-
menti trattati negli ultimi tre anni, e che in
maggioranza non si limitano al campo delle
questioni di calcolo numer ico, grafico e mec-
canico, possono dare un’idea i titoli di alcuni
studi scelti a caso:
Sviluppi in serie degli integrali ellittici (Ra-
don), Sul calcolo delle deformazioni di uno
strato sferico elastico (Aquaro), Risultati
concernenti la risoluzione delle equazioni fun-
zionali lineari (Fichera), Sulla derivazione
parziale per serie (Picone), Flow in a not
homogeneous and anisotropic medium (Ghiz-
zetti), Sulle vibrazioni delle piastre con ner-
vature (Giangreco), Sul calcolo dell’induttanza
nei sistemi elettrici composti di conduttori
paralleli (Gross), Oscillazioni armoniche di ali
triangolari con bordo d’attacco supersonico
(De Schwarz).
La stessa varietà di argomenti si riscontra
nei precedenti lavori dell’Istituto; a parte
l'eccezionale interesse dal punto di vista mate-
matico stesso di talune ricerche, vanno ricor-
date per l'utilità in campo s ientifico quelle
svolte in risposta a problemi di fisica atomica
(posti da Enrico Fermi quando lavorava a

Da l'annuncio che UNESCO ha deciso









24

possibilità di risolvere razionalmente i problemi matematici più complessi.
Fra breve avrà in dotazione una calcolatrice elettronica di marca italiana

di Sagredo

Roma sul calcolo degli spettri degli ioni e
sulle autosoluzioni dell'equazione di Schroe-
dinger), di geofisica (determinazione della pro-
fondità degli ipocentri sismici, analisi perio-
dale della pioggia), di ottica (potere risolutivo
di una emulsione sensibile, calcolo di lenti
asferiche, ecc.), di termologia (analisi quan-
titativa dei problemi di propagazione del
calore).
Un punto va posto in rilievo, prima di pas-
sare dalle ricerche di tipo più teorico a quelle
di carattere applicativo: l'ingegnere ed anche
il fisico tendono spesso a sottovalutare il
significato della ricerca, da essi considerata
d’interesse puramente matematico, di « teo-
remi d’esistenza» delle soluzioni di certi
problemi. Talvolta succede, però, che i tecnici
propongano al calcolatore, come schematiz-
zazione formale dei loro quesiti, dei sistemi
di equazioni incompatibili, di cui cioè non
esiste la soluzione. Acquistano valore, allora,
studi come quelli compiuti dall’INAC a pro-
posito di aleune applicazioni della teoria
dell'equilibrio e del moto elastici ai corpi
quali realmente si presentano in natura; si
ha infatti in questo caso che il metodo di
integrazione elaborato allo scopo converge se
la soluzione del sistema esiste e, viceversa,
dalla convergenza del metodo stesso discende
la dimostrazione dell’esistenza della soluzione.
Come primo risultato dell'assunzione di com-
piti applicativi da parte dell’Istituto, si è
avuto un particolare contributo « di ritorno »
alla matematica pura: precisamente, ai me-
todi di calcolo degli autovalori nei problemi
di integrazione delle equazioni a derivate
parziali ed a derivate ordinarie; autovalori
che indicano, ad esempio, le velocità critiche
degli alberi motori, le velocità critiche per la
stabilità dei vari organi del materiale ferro-
viario, automobilistico, di navigazione ed
aereo, i carichi critici, le pressioni critiche di
fiaceamento degli involucri, ecc. L’INAC si è
posto in grado di affrontare con sicurezza il
caleolo di tali autov alori, inerenti a sistemi
di quante si vogliano equazioni differenziali
ordinarie lineari, in altrettante funzioni inco-
gnite, a coefficienti comunque variabili e
anche noti, soltanto, per mezzo di una loro
tabulazione, I problemi di autovalori relativi
a sist mi di equazioni lineari a derivate par-
ziali sono stati anch'essi affrontati spesso
dall’Istituto, con metodi che, a parte la que-
stione di una dimostrazione matematica della
loro convergenza, hanno dato risultati otti-
mamente approssimati.
Per quanto riguarda la scienza applicata e
l’ingegneria, vogliamo ricordare, come esempio



sempre attuale delle possibilità di aiuto alla
soluzione di problemi tecnico - industriali,
ni dei lavori compiuti tra il 1933 ed il
37, dopo l'insediamento dell’INAC presso
il Consiglio N Nazionale delle Ricerche:
Determinazione delle sollecitazioni nelle solette
oblique uniformemente caricate; Le tensioni
tangenziali nella sollecitazione di flessione e
di taglio per una trave a doppio T, Equilibrio
elastico di una corona circolare soggetta a
sforzi piani, Increspatura dei cilindri cavi
sottili compressi assialmente; Verifica a tor-
sione di un’ala a sbalzo; Calcolo numerico
dei momenti d’inerzia di ‘due velivoli; Solle-
line provocate dalle raffiche sui velivoli;
Calcolo delle traiettorie di un autopilota;
Vibrazioni dei ponti; Bilanciamento delle
reazioni verticali d’inerzia di una terna di
sti ei Calcolo delle frequenze proprie di
bielle a sezioni variabili: Diagrammi relativi
alla ein eccentrica dei pilast riin cemento
armato; Calcolo delle dimensioni di una
samera d’aria smorzatrice delle oscillazioni
dell’ac qua in una conduttura; Assorbimento
di energia elettrica relativo a diversi tratti
di una linea in esercizio e a diverse automo-
trici; Studio di un radiogoniometro per segnali
deboli; Massima utilizzazione degli impianti
industriali.
Hanno fatto ricorso all’INAC anche studiosi
di statistica, di economia e finanza; in parti-
colare, come facilmente prevedibile, hanno
trovato conveniente rivolgersi all’Istituto le
compagnie di assicurazione, per il calcolo di
varie correlazioni interessanti la loro attività,
per l’elaborazione di formule empiriche appli-
cabili per il calcolo dei premi, ecc. Pure pre-
vedibile era l’ampia utilizzazione dell’INAC
da parte dell'Ispettorato d’Artiglieria, per il
rinnovo delle tavole di tiro della prima guerra
mondiale che andava fatto tenendo conto
quanto più possibile dei vari fattori di per-
turbazione del tiro, dalla rotazione terrestre
alla variazione della gravità con la quota del
proiettile. Fu, d'altronde, proprio durante la
guerra 1915-18 che al prof. Picone, allora uffi-
ciale d’artiglieria,
di mostrare e la propria abilità e l'utilità del
*aleolo applicato in problemi prima trattati
per via empirica o con insufficienti approssi-
mazioni, dovute all'impiego di metodi mate-
matici ormai invecchiati.
La rivelazione della necessità e insieme della
possibilità di far progredire notevolmente lo







studio di fenomeni complessi, cui la mate-,

matica era stata mai applicata o applicata
in misura modesta, colpì vivamente la fan-

capitò la prima occasione

IL MATEMATICO Mauro Picone, in un'aula delPINA(C, sorto per sua iniziativa venticinque anni or sono ed attualmente da lui diretto a
Roma. Il prof. Picone è stato definito «l'italiano che calcola PEuropa”. Aiutò Enrico Fermi in alcune operazioni concernenti gli spettri
degli ioni. La prima occasione di mostrare l'utilità del calcolo applicato l’ebbe nella guerra del 1915-18, quand'era ufficiale d'artiglieria.



tasia di quegli scienziati che, durante la
seconda guerra mondiale, ebbero occasione di
collaborare con gli Stati Maggiori alleati; come
dall’esperienza militare di Mauro Picone
nacque, a detta dello stesso protagonista, la
prima idea di quello che doveva diventare
l’Istituto per la Applicazioni del Calcolo,
dall'esperienza ben più estesa degli scienziati
anglosassoni è nata, in questi anni, l’idea
dell’« Operational Research » applicata non
solo a problemi bellici, ma anche a problemi
di pace; in sostanza, si tratta di un’applic:
zione della matematica o almeno dei metodi
‘azionali della statistica a quesiti i più dispa-
rati, dalla regolazione del traffico al rendi-
mento lavorativo di gruppi umani di varia
origine sociale.

È difficile che in Italia si diffonda l'abitudine
del ricorso a questi metodi anche in casi
complessi, come quelli del comportamento di
una collettività soggetta a determinate in-

IL PROF

Calcolo (INAC). E

viene considerata un riconoscimento dell’attività svolta dall’Istituto a favore di enti e società che ne hanno chiesto la collabor:

mostra a un suo collaboratore il grafico di un
recente l'annuncio che PUNESCO ha de

fluenze, dato che si tende a ritenere tale
comportamento molto meno prevedibile di
quanto non sia.

È auspicabile tuttavia che, almeno nel caso
delle industrie e delle organizzazioni tecniche,
si tenga conto dell’esistenza di quelle possi-
bilità di soluzione nazionale di un problema,
che vengono offerte dalla presenza di un corpo
di specialisti muniti della competenza mate-
matica spesso mancante, per forza di cose,
agli ingegneri ordinariamente addetti a tali
attività

Prima della guerra, V’INAC era giunto a
versare annualmente nelle casse dello Stato,
da cui dipendeva, un utile pari ad un quarto
di miliardo d’oggi, ricavato dalle consulenze
per ditte private (per studiosi e per enti
statali, la consulenza era invece gratuita).
Questa cifra è proprio quella che occorrerebbe
ora, per l’acquisto di una sola delle macchine
elettroniche, con cui nei paesi più progrediti

si è pervenuti a superare enormemente il ren-
dimento delle calcolatrici meccaniche tuttora
usate dal nostro Istituto.
In attesa che dall’intervento dello Stato ita-
liano e delle industrie interessate (è annun-
ciata la costruzione di una calcolatrice elet-
tronica per VINAC presso la « Mierolambda »
di Napoli) venga la risposta all’interrogativo
rappresentato sulla porta di alcune stanze
vuote del palazzo del CNR, dal cartello
« Centro elettronico per il calcolo », costituisce
motivo di sodd one e di speranza il fatto
che accanto a tali stanze sia destinato a
insediarsi il Centro Internazionale promosso
dal’UNESCO; se giungeranno prima le cal-
colatrici elettroniche occorrenti per l’attività
di questo, ciò potrà pur sempre si rificare
agciamento per i nostri ricercatori,
ed uno stimolo per chi più potrebbe trarre
profitto dal potenziale di intelligenza e pro-
duttività che essi rappresentano.

raleolo eseguito nell'Istituto Nazionale per le Applicazioni del
o di trasformare l’Istituto in Centro Internazionale del Calcolo. Tale

relta
one.



UN POETA E UN PITTORE

in visita ai cantieri dell’Ansaldo

Giorgio Caproni e Renzo Vespignani scoprono

le sugg

REDO si chiami Ristorante del Rico (del-

l’Enrico) quello in cui, giorni fa, in una

Sestri Ponente quasi interamente ansaldina
e tutta rabbuiata e cariata dai malumori del
tempo, pressochè di soprassalto, e comunque col
balzo d’un direttissimo in perfetto orario, venni
a trovarmi sbalestrato da Roma insieme al
pittore Vespignani.
Le slogate architetture genovesi, sotto un nuvo-
lame cupo e spiombacciato degno del Magnasco
(le malenuvole della macaia, che gemono appie-
cicaticcio sudore da ogni oggetto su cui si posi
la mano o semplicemente lo sguardo), devo
dire che non eran per nulla bastate, così come
non era bastata l’incombente ariaccia in sala-
moia di quel giorno, peraltro perfin troppo si-
mile al dialetto della città, a dispormi l'animo
ea darmi il viatico per quel ristorante, tanto
inopinatamente (e assurdamente, per me) incas-
sato in una grotta mezza finta e mezza vera,
dove, al governo d’una specie di macchinismo
da baracconi, un bonario mago (maître o bacan
che fosse), con straordinario sussiego si degnava
di provocare, sul buio lago interno all’antro-
ristorante, fanciulleschi stupori tramite colo-
rati accendispengi di lampadine.
Diavolo. Ma non ero io partito all'improvviso
— da Roma! — con la perfetta convinzione
di spostarmi, da un assurdo reame di travertino
il cui linguaggio ufficiale è il più illustre e
popolaresco e capriccioso e alogico barocco,
verso un lucido reame tutto acciaio e matema-
tica consequenzialità, quale appunto io mi pre-
figuravo il reame ansaldino di Sestri?
Ahimè. Ahimè o, chi lo sa, fortunatamente.
Sta di fatto che proprio sulla tovaglia candida
di quel ristorante (così «inopinato », per me,
lì a Sestri) io reperii posata la chiave grazie
alla quale ebbi modo di poter entrare nella
nozione (non molto lusinghiera, invero) del-
l'enorme sbadataggine da me ancora una volta
commessa, al momento della partenza, nel met-
termi in tasca un dizionario in luogo di un
altro. Nel mettermi in tasca, dico, il frusto
dizionario dell’immagino già, quando piuttosto
mi sarebbe occorso, mell’eccezionale giornata,
proprio l'opposto.
Comunque, eccomi ormai in grado di capire
(e sia pure grazie alla suppletoria spinta d’un’al-
lungatissima — gotica addirittura — bottiglia
di Coronata) come mai avessi fatto la gran
figuraccia che avevo fatto, domandando alla mia
guida, e proprio con il naso a un palmo dal
cancello ansaldino: « E il cantiere, dov'è? ».
Evidentemente, sul mio dizionario, la canoris-
sima parola cantiere (cantiere navale!) illu-
strava soltanto una di quelle idee, 0 per meglio
dire prefigurazioni tutte di testa, le quali ap-
punto per esser talmente precise e definite da
togliere qualsiasi curiosità, non soltanto ci
impediscono di muoverci verso una diretta
conoscenza del reale, ma addirittura, se per un
caso un sopraluogo avviene grazie all’intervento
d'una volontà che non è la nostra, ci lasciano
a bocca aperta per la sorpresa.
«Il cantiere? Ma comincia di qui: di lassù,
per esser più esatti ».

estioni

testo di Giorgio Caproni

tavole di Renzo Vespignani





gr per



liriche di un paesaggio industriale

Dow! IRREHS

LE ARMATURE di una delle due cisterne della flotta Lauro.

Ed era un pezzo, invero, ch'io me ne stavo col
naso all'aria ad osservare, sul cielo di cartone
sporco, una sequela di neri cavi paralleli, a
poca distanza l’uno dall'altro come le righe d'un
quaderno di quinta, con l’impellente interroga-
tivo, in me, posato sulla frase cosa mai signi-
ficasse quella eccezionale parata di teleferiche.
Macchè teleferiche. Quello, sorretto da possenti
torrioni a scarpa muniti di un collo che rag-
giunge i sessantacinque metri di altezza (torrioni
a pareti assolutamente lisce ed ermetiche, ad
accrescere il capogiro) era semplicemente il tetto
(il tetto!) dell'incredibile edificio d’aria e di
ferrame — di minii e di ruggini — ch'è giu-

stappunto il cantiere navale Ansaldo: un im-
mane trasparentissimo parallelepipedo con al-
meno mezzo chilometro quadrato di base e la
vertiginosa altezza che ho detto, il quale, in
alcun modo, poteva esser contenuto nel mio sac-
cente e frettoloso dizionario, ancorchè da me
redatto — ma troppo a cuor leggero — in una
Livorno dove sono nato a pochi passi dall’Or-
lando, 0 in una Genova dov'io ho vissuto tal-
mente a lungo, da considerarla, ormai, la mia
genuina città.

Che scorno. Ma potevo io supporre che un can-
tiere comincia dal cielo?

Non dal cielo, ma dal Numero, fu quanto mi

27



precisai poi nell’inopinato e buio ristorante a
uno dei cui tavoli, in grigio e tutto sottovoce
come un ginecologo, sedeva tranquillo un dei
progettisti (un dei demiurghi) di quell’incom-
parabile capolavoro di matematica tradotta in
metallo e legname ch'è, in istato d’avanzata
gestazione nella darsena di allestimento, la tur-
bonave Andrea Doria.

In principio — proprio così — era dunque
il Numero. O era, per meglio e meno enfati-
camente dire, la lucida follia dei numeri spriz-
zati da cervelli in apparenza tanto quieti quanto
quello del placido signore, che ora, quietamente,
se ne stava leggendo, lì in quell’assurdo risto-
rante, il giornale; senonchè, devo pur anche
dire che una visione esatta della potenza dei
numeri diventati materia ed energia, Vebbi s0l-
tanto quando, con un invito anch'esso del tutto
impreveduto, l’indimenticabile signor Magnone
(se ingegnere o ragioniere non ricordo, ma ne
ricordo la perfetta signorilità) ci introdusse
come topi nella tomaia dell’altissimo pilastro-
stivale, donde, con un balzo dell’ultrarapido
ascensore, lungo Voscuro esofago della giraffa
ci fece rigurgitare su una delle cabine pensili
(a sessantacinque metri di altezza!) che gover-
nano la rete aerea di quelle che io, col mio



UNO SCALO di costruzione dei Cantierifeome è stato visto dal pittore all'imbrunire, finito

dizionario, avevo chiamato teleferiche. Altro
appiglio, non trovo sulla pagina, che non sia
la punta della coda, che pur so spelacchiata,
del mostricciattolo che tu addirittura chiami
demone dell’analogia. Me lo son veduto passare
accanto con la velocità d’un sorcio, e subito,
tra pollice e indice, lho acciuffato e trattenuto
quel momentino appena, sufficiente per dire,
prima di rimollarlo a rintanarsi nella sua fogna,
ch'io ora mi trovavo sul più eccelso fastigio
angolare d'una delle più meravigliose cattedrali
che mai, mia vita natural durante, mi fosse
stato dato di visitare.

La cattedrale di Roma, di Londra, di Reims,
di Parigi, di Vattelappesca? Palazzo delle Mera-
viglie, avrei piuttosto dovuto scegliere sul mio
sbagliato dizionario, dal momento esatto in cui,
come sotto invisibili mani medianiche, dalla
piazza d'armi sottostante al tetto dell’edificio
d’aria vidi sollevarsi, leggero e navigante nella
densità dell’aria come una cartolina postale in
balìa della brezza, un pannello prefabbricato
di sei metri per venti e di non meno di venti-
cinque tonnellate di peso, e andarsi a posare
— piano piano, e con millimetrica precisione —
sul ponte d’una delle varie cisterne di Lauro

in iscalo, fino a combaciare, esatto al capello,
col pannello di copertura precedentemente po-
satovi.

Sarebbe bastata una minima svista d’uno dei
vari operatori nelle cabine pensili i quali, agli
ordini d’un invisibile direttore, sincronizzavano
i movimenti delle loro leve per far alzare 0
abbassare, 0 avanzare 0 retrocedere, il lastrone
d'acciaio, perchè una compagnia ‘intera di
quelle formiche ch'io di lassù vedevo sul piaz-
zale di prefabbricazione e montaggio, e che pur
erano uomini, fossero rimaste schiacciate sotto
l’immane peso. Formiche invece fiduciose al
punto, da salire addirittura sul lastrone stesso
appena giunto a livello della nave, per gover-
narne meglio, con un disco bianco e uno rosso,
gli ultimi conclusivi movimenti del definitivo
posteggio.

« Dopodichè — ci disse il signor Magnone —
abbiamo avuto un'idea d'assieme del cantiere,
e possiamo discendere ai particolari ».
Un'idea del cantiere, eh già. Ma come ho
un'idea della rosa che è e può sembrare soltanto
(e mica è poco) una rosa, o d'una poesia che
anch'essa è e può sembrare — anch'essa nata
dal Numero — una poesia.

E con questo? Posso io con questo dire (dicendo



il lavoro.

“RE ETE Ev
pre

LA

(a



a



L'ANDREA DORIA in allestimento. La turbonave compie in questi giorni una eroeiera nel Mediterraneo.

appunto che è un cantiere) cos'è il cantiere
navale di Sestri?

Non lo posso dire; ma mi par peraltro d'esser
finalmente giunto a poter definire, una buona
volta, come quella poderosa macchina ch'è un
cantiere navale, sia in sè un’opera talmente
perfetta di architettura, e perciò di linguaggio,
da superare la necessità di qualsiasi metafora:
una macchina per tradurre in navi i numeri,
e che trova tutta la propria bellezza, appunto,
così come trova tutta la propria espressione,
nell'essere quella macchina, la quale definiti-
ramente ha sconfitto il complesso di inferiorità
delle prime macchine che — vedi le prime
automobili — facevano pietosi sforzi per sem-
brare il preesistente, voglio dire per sembrare
— stando sempre nell’ambito delle prime auto-
mobili — carrozze a cavalli. Proprio come i
poemi successivi (riuscendo per fortuna tut-
l’altro) facevano il possibile per sembrare poemi
omerici.

Ma eccoci, con questo, di nuovo a terra (per
modo di dire a terra, giacchè anche questo suolo
su cui ora camminiamo, solcato da binari fer-
roviari e da rotaie di mastodontiche gru, e con
una sua complicata circolazione interna attra-
verso condutture elettriche e acetileniche e
ossidriche, fa parte della matematica macchina
chiamata cantiere) avviati verso le cisterne
laurine che fremono (altra ineliminabile ana-

logia) sugli scali come crisalidi di giganteschi
insetti in istato di laboriosa e avanzata meta-
morfosi.

Scintille belle come stelle (un vero zodiaco gene-
rato dalle fiamme ossiacetileniche); crepitii e
mitragliamenti (dei martelli elettrici); slogolii
(delle mole); autentici pianti o lamenti (dei
trapani); sospiri e soffi ciclopici (dei saldatori):
tale è la sinfonia offerta all’occhio e all'orecchio,
e al cuore, in crescendo a mano a mano che i
nostri passi procedono verso gli scafi, è quali
se poco fa sembravano, nel grandioso edificio,
di dimensioni piuttosto modeste, assumono la
loro natural grandezza quasi all'improvviso,
facendo rimpicciolire gli uomini e aumentare
la possanza e il fascino delle macchine che li
prefabbricano. Delle macchine, peraltro, a loro
volta fabbricate da quei piccolissimi uomini.
Una frase del nostro accompagnatore, giuntami
all'orecchio di sghembo proprio mentre stavo
osservando gli straordinari visi degli operai e
una minuscola e patetica locomotiva, di nuovo
mi fa balzare a un’altezza mille volte superiore,
questa volta, ai metri sessantacinque.
«Laggiù — mi dice infatti il signor Magnoni
— stanno barenando i bracci portacliche ».

Io sono convinto che se il mio sagace accom-
pagnatore, in una semisepolta catacomba di
Tarquinia, mi avesse letto una frase un poco
meno etrusca, allo stesso modo, di sbalzo,

m'avrebbe illuminato al magnesio la mappa
d'una civiltà da me appena intuita. Ed è co-
munque un fatto che, al suono di tali chiare e
incomprensibili parole, anch'esse facenti parte
del cantiere (anzi, generate anch'esse dal can-
tiere, come le cose da quelle nominate) di colpo
io mi convinsi una volta di più come anche
le macchine siano vocaboli, linguaggio, utensili
altrettanto perfetti e perciò belli, nella loro
esatta funzionalità, quanto i carmi e le archi-
letture.

Taccate, slitte, invasatura, carena e chiglia,
murate, ponte, impressione di miniera jra le
taccate (corridoi di travature per centottanta
metri circa, sotto l’intera lunghezza della ca-
rena); mare tinto d’acciaio, quattro scafi in
iscalo su una potenzialità di otto, martinetti
idraulici per la spinta al momento in cui, per
il varo, vengono tolti i puntelli lungo il piano
di scorrimento: tali sono gli scarabocchiati ap-
punti che, di quel linguaggio, riesco ora a
decifrare a malapena sul mio taccuino, total-
mente inutili perchè così elementari ma che
peraltro, proprio per la loro ammessa elemen-
tarità e frammentarietà, riescono a farmi in-
tuire che cosa grande e veramente civile sia un
cantiere navale. Un cantiere che è veramente,
enon quasi, una nazione, 0, ancor meglio d'una
nazione, lalveo femminile in cui, gettatovi il
seme del numero, si formano, nave dopo nave,

29

generazioni di navi che sì propagano poi per è
mari del mondo.

Prase un po’ ridondante, ne convengo, senonchè,
a furia di torcere il collo alla retorica, come si
potrebbe altrimenti raggiungere, in uno seritto
pari a questo, un barlume di verità?
Frattanto, da quegli scafi in viva gestazione,
ecco che la nostra guida ebbe l’idea di portarci
nella sala dei modellisti. Ma che dico sala?
Nel primo e più importante, fra gli altri nume-
rosi che popolano il cantiere, magazzino. Il
magazzino, per tornare a bomba, dei numeri,
che proprio e soltanto come numeri vedi lì,
raccolti sotto un capannone lungo un duecento
metri, disegnati sul pavimento_che par di la-

vagna in cifre 0 in rette 0 in curve, del quale
di volta in volta, secondo la necessità, i maestri
d'ascia li raccattano per farne una prima tra-
duzione in tenero legno, su cui, poi, verrà
formato lo stampo, definitivo, per la colatura
in acciaio o in bronzo.

In un lungo nauseabondo odore di vernici fre-
sche e di colloidi, non so se sia stato propria-
mente il faticoso vagabondaggio nel ventre della
turbonave (ancora labirintico e intricato come
un apparecchio radio visto dal di sotto), 0 non
piuttosto quello compiuto attraverso è numerosi
magazzini a tre piani (dotati d’ascensori vasti
come sale da pranzo, e folti d’ogni più ino-
pinabile oggetto) a darmi il senso di capogiro

che ancora mi coglie — più che l’idea esatta —
se tento di pensare a quelli che sono i particolari
di un’Andrea Doria. Non so. Ma con perfetta
precisione so che, uscito da quella mia frut-
tuosissima visita, un gesto seppi alfine com-
pierlo degno, come direbbe ogni buon genovese,
d’un vero uomo: quello di buttare a mare, defi-
nitivamente, il dizionario che avevo portato con
me, anche se tale gesto comportava peraltro la
logica conseguenza — che ora sconto in pieno
facendo punto — di ricondurre con me in Roma
un’ignoranza (intorno a ciò che è una nave e
un cantiere) mille volte maggiore, ma forse
l’altro genere, rispetto a quella con la quale,
baldanzosamente, ero partito.



I PILONI, le carrucole, le travi delle gru, gli scafi di lamiera appena impostati e già tanto imponenti.

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A CHI SPETTA IL COMANDO

Alla formula di Siegfried Giedion Mechanisation takes command” Lewis

Mumford ha opposto l’affermazione più esatta “ Man takes command”

di G.

ECHANISATION TAKES COMMAND: è il titolo e la tesi di un recente
M volume di Siegfried Giedion.

Il meccanismo ha assunto la direzione del mondo. Il suo domi-
nio si è esteso con incredibile rapidità a tutti gli aspetti della vita
associata: ha trasformato i mezzi e i processi di produzione, le
strutture della società, i rapporti tra le classi, il modo di vita,
ma anche la concezione della natura e le forme dell’arte. Della
«meccanizzazione », Giedion ha ricercato le origini: l’interesse del
mondo per il problema del movimento, la fede nel progresso (che
è ancora movimento), l’illuministica identificazione dell'invenzione
e del miracoloso, del miracoloso e dell’utilitario; i mezzi: la stan-
dardizzazione, l’interscambiabilità, la semplificazione dei complicati
processi operativi dell’artigianato; gli aspetti: l'estensione del mec-
canismo alla sfera organica, all'immediato ambiente della vita
umana. È superfluo chiedersi se il progressivo trionfo del mecca-
nismo sia un bene o un male: se tutti i momenti dell’esistenza umana
sono determinati o condizionati dal fattore meccanico, porsi una
simile domanda significa ammettere che un’intera fase della storia
del genere umano possa essere oggetto di un giudizio morale e non
intendere che la trasformazione dei modi d’esistenza coinvolge
quella dei criteri di valore. Meglio limitarsi. con Giedion, ad analiz-
zare il fenomeno: potrà accaderci di scoprire che la stessa « mec-
canizzazione », se può assumersi come una concezione del mondo,
è una concezione del mondo fondamentalmente fenomenologica.

Di dove nasce la meccanizzazione? Da un punto di vista storico le
risposte possono essere varie: dal razionalismo illuministico per
esempio, oppure, seguendo la tesi del Weber e del Troeltsch, da
un'evoluzione dello spirito calvinistico. Ma da un punto di vista
fenomenologico è esatta la risposta di Giedion: dalla analisi siste-
matiea e, soprattutto, dalla Visualizzazione del movimento. Molte
ricerche sono state rivolte, nel secolo scorso, a tradurre in schemi gra-
fici, visuali, il movimento di un uccello in volo o di un cavallo in corsa.
Si è giunti così ad accertare che un corpo in movimento è struttural-
mente e formalmente diverso dal corpo in stasi, sul quale pure si fon-
davano tutte le nostre nozioni di quel corpo ed anche dei suoi movimen-
ti; e che quei movimenti, che pure avvengono nello spazio, non seguono
affatto le linee di quello che universalmente si considerava lo schema
geometrico e costante dello spazio. La concezione dello spazio fon-
data sulla geometria euclidea potrà essere o non confutata in sede
teoretica, ed in ogni caso la critica di quella concezione sarà il frutto
di altre ricerche; ma il fatto certo è che quello spazio geometrico
non ha alcun rapporto con l’esistenza intesa, fenomenologicamente,
come una lunga serie di movimenti. Tuttavia quella concezione





a

ì. J. MAREY: modello di bronzo di un gabbiano in volo.

C. Argan

geometrica inquadrava perfettamente, nei secoli scorsi, gli atti della
esistenza umana; dunque non si tratta di una concezione « giusta »
sueceduta ad una concezione « errata », ma semplicemente dell’esi-
stenza di una correlazione tra concezione dello spazio e modo di
vita. E il modo di vita moderno è fondato appunto sul valore del
movimento. Confrontiamo una statua del frontone di Olimpia con
una figura di Boccioni o col « Nudo che discende le scale » di Marcel
Duchamp: la statua di Olimpia idealizza l’immobilità, l'essere fuori
del tempo, mentre quelle altre opere idealizzano il movimento,
l’essere nel tempo; anche una statua classica che rappresenti un
effetto di moto (per esempio: il Discobolo) lo rappresenta come
stasi, mentre una qualsiasi pittura moderna (e si pensi pure agli
impressionisti: Renoir, Degas, Cézanne) che rappresenti una figura
ferma, la rappresenta come moto. Ora, se la statua di Olimpia è
una pura immagine di spazio, è chiaro che quello spazio è anzitutto
assenza di tempo, così come la temporalità pura, il ritmo, è assenza
totale di spazio. Spazio e tempo non sono più due eterne cate-
gorie a priori, ma due diverse attitudini di fronte all'essere.
Se ciascuna di quelle due attitudini, disgiunta dall'altra, reca ad
una condizione d’inerzia, che può essere pura contemplazione o
abbandono al flusso organico del vivere, l’interrelazione di quelle
due attitudini, il loro attuarsi come funzioni l’una dell’altra, infine
ciò che si chiama lo spazio-tempo o quarta dimensione, è la dimen-
sione del fare: poichè ogni fare è un fare in qualche cosa, un modi-
ficarne la struttura e la forma. Evidentemente la concezione della
vita come movimento inteso al «fare » implica il declino dei valori
estetici, morali e religiosi che erano connessi con l’attitudine opposta,
del contemplare; lo spazio non è più una costante geometrica ma
un insieme illimitato di distanze e di prossimità, di contiguità e
d’interferenze in rapporto al nostro agire; il tempo non è più il
tempo «storico » o una successione di periodi isocroni, ma acquista
in rapporto a quell’agire un’elasticità, un ritmo di accelerazioni e
rallentamenti; le cose non ci interessano più per ciò che esse sono
nel sistema dell’universo ma per le possibilità che offrono al nostro
agire. Allora la « meccanizzazione » non si presenta come una causa
o un effetto di quella concezione del mondo, dello spazio e del tempo;
ma come l’aspetto, il carattere fenomenico della vita moderna, cioè
di una vita ridotta alla fenomenologia del muoversi e del fare.

Poichè della realtà non abbiamo più una visione globale, siste-
matica ed unitaria, anche i nostri fini acquistano un carattere par-
ticolaristico, immanente all’atto stesso. Non più ricondotti a fini
ultimi e trascendenti, i nostri atti assumono una determinatezza,
vale a dire una finitezza e una precisione, infinitamente maggiori;













GRAFICO del 1885 sulle oscillazioni di una gamba in corsa.

31



TIZI: A

lari



G. WILSON: sedia a gambe di ferro pieghevole del 1871.



MIES VAN DER ROHE: sedia americana in metallo del 1928.

32

non per nulla all’operaio non si chiede l'eccellenza del prodotto,
perchè questa non dipende da lui che per un’infinitesima parte, ma
la precisione o perfezione del gesto nella serie illimitata di gesti
che dà luogo alla nascita dell’oggetto. Nè il senso o il valore di
quel gesto potrà mai « definirsi », perchè si rimanda sempre al gesto
successivo e, per lo più, al gesto di altri: e così di seguito, illimi-
tatamente, perchè anche un intero ciclo produttivo sarà sempre
in relazione ad altri cicli, risentirà di circostanze che nessun pro-
gettista o dirigente potrà avere previsto e calcolato.

Che l’arte sia stata coinvolta in questo nuovo assetto della società,
e si sia discostata dagli antichi motivi del contemplare per far
propri i motivi del movimento e del fare, non può che essere materia
di constatazione: e la prova più evidente è che la società moderna
ritrova quell’arte proprio negli strumenti e negli aspetti del suo
fare, negli oggetti d'uso più comune, nella stoffa e nel mobile, nella
casa e nella suppellettile, e qualche volta persino nella macchina
e nell’attrezzo. Ma è curioso che la società, e soprattutto quei suoi
strati o ceti che sono maggiormente interessati nel processo della
«meccanizzazione », rifiutino proprio quegli aspetti dell’arte che
sono più conformi all’interpretazione moderna della vita, e si dichia-
rino delusi dalla mancanza di poesia, vale a dire di contemplazione,
dell’arte moderna. Lasciamo da parte l’aspetto negativo della que-
stione, cicè quello che può facilmente spiegarsi con un ritardo del
gusto sulle capacità tecniche e pratiche, o addirittura con il com-
plesso di colpa del « materialismo » economico; in quell’atteggiamento
ostile alla contaminazione dell’arte col mondo della «meccaniz-
zazione » v'è anche un aspetto positivo, in quanto tradisce un istinto
di difesa contro l'eccesso, l'accelerazione preoccupante della « mec-
canizzazione » e la sua progressiva invasione di ogni momento ed
atto dell’esistenza. È l’arte che ripropone all'industria il problema
di un «fine »; e lo ripropone proprio perchè la sua qualità estetica
non è riducibile alla « qualità » del prodotto, benchè ad essa tenda
naturalmente ad imporsi come un grado di maggior perfezione, uno
standard non più soltanto tecnico ma ideale. L'istanza fondamentale
che l’arte pone con il suo carattere di creatività è proprio quella che i
grandi responsabili della «meccanizzazione» preferirebbero ignorare e di
cui tuttavia non possono consapevolmente disconoscere la legittimità
ela necessità: ed è l'istanza di una società che non sia lo strumento e la
vittima, ma la protagonista e l’agente della produttività, e che
nei processi meccanici sappia ritrovare l'integrità e l’unità del suo
essere. La tesi che la «meccanizzazione » sia una concezione del
mondo, e non soltanto una serie di processi più spediti e precisi
per conseguire un certo grado di benessere nella vita pratica, può
a prima vista parere disumana, tale da revocare ogni speranza,
ogni possibilità d’ideale; in realtà, essa ha in sè un profondo con-
tenuto umano, perchè implicitamente ammette che il ritmo del-
l’esistenza meccanizzata non esclude affatto la possibilità di con-
seguire, attraverso il «fare», un senso vivo e pienamente soddi-
sfacente del reale, una nozione del mondo non meno conereta ed
efficace per il fatto di essere condizionata ad uno spazio e ad un
tempo affatto diversi dallo spazio geometrico e dal tempo storico
del passato. Il fatto stesso ch», nell'ambito della « meccanizzazione »,
nessun atto possa considerarsi compiuto ed autonomo, ma soltanto
funzionalmente esatto, importa l’idea di una collaborazione continua
e circolare, cioè di una socialità superiore, in cui le necessarie diver-
sità e graduazioni delle funzioni abbiano preso il posto della statica
gerarchia delle classi. Se questo grado di socialità, che proprio il
carattere di creatività dell’arte designa come obbiettivo del « pro-
gresso », non è stato finora raggiunto, e se la moderna produttività
non ha che raramente assunto un carattere creativo, ciò si deve
al fatto che la « meccanizzazione » è rimasta un fatto prevalente
mente tecnico e non ha prodotto, sul piano sociale, le conseguenze
ch’era logico attendere dai suoi presupposti; e cioè è rimasta dire-
zione di classe invece di diventare piena e totale funzione sociale.
È perciò che Lewis Mumford ha opposto alla formula di Giedion
« Mechanisation takes command » la formula « Man takes command »,
nella quale la parola « uomo » indica l’uomo moderno libero da ogni
pregiudizio tradizionale di casta e di classe, spoglio d’ogni principio
d’autorità, interamente assorbito nella propria funzione o nel proprio
fare, ma appunto perciò pienamente cosciente della propria capa-
cità di modificare la realtà e di determinarla, in una parola di fare
opera creativa. E ciò che distingue un tale «uomo » dall’essere
umano che la mera «meccanizzazione » degrada a strumento di
produzione è infine una capacità estetica: la capacità di prendere
coscienza delle forme che il suo fare produce e che, nell’insien e
di una società omogenea e funzionale, creano la nuova realtà, il
nuovo panorama del mondo.





L'ELETTRONICA

E I CONTROLLI AUTOMATICI

L’automa di oggi ha muscoli, sensi, un sistema nervoso e, con le dovute limita-
zioni, anche una intelligenza. Il progresso tecnico del secolo scorso ridusse il
nostro sforzo fisico, quello odierno tende ad aiutare il nostro lavoro intellettuale

di Carlo L. Calosi

tempi di Dedalo a Erone di Alessandria,

labilità dell’artefice nel produrre un
simulacro operante di un organismo vivente,
ha sempre appassionato gli uomini. Questo
desiderio di produrre e di studiare automi si
è sempre espresso nei termini della tecnica
esistente a quell'epoca.
Queste parole di Norbert Wiener («Cybernetics»
pagina 51) suggeriscono una sintesi storica del
progresso tecnico; ogni epoca ha il suo automa
che man mano si va perfezionando, si avvicina
al modello vivente, spesso lo supera. Il mito di
Pigmalione e la leggenda dei tempi della ma-
gia attestano questa ambizione dell'umanità.
Nel secolo scorso, colla scoperta di sorgenti
e di mezzi di impiego di energia, l’automa era
essenzialmente un sistema, provvisto di mu-
seoli potenti, assai più potenti di quelli del-
l’uomo e di ogni altro essere vivente. Nella
seconda metà dello stesso secolo la tecnica
ha sviluppato mezzi atti ad estendere la por-
tata dei sensi dell’uomo; la misura di sempre
nuove grandezze fisiche le ha in sostanza con-
dotte nell’ambito della percezione umana;
uno strumento di misura dà, infatti, all'uomo
attraverso la vista e altri sensi, la percezione
di grandezze che non gli sarebbero altrimenti
percettibili. Aumentano quindi le informa-
zioni che l’uomo può ricevere dall'ambiente
in cui vive; dal lato energetico questi scambi
coll’ambiente sono tutti a bassissimo livello.
L'uomo ha potuto così, tra l’altro, estendere
la sua capacità di percezione in regioni ine-
splorate dello spettro ottico, ha aumentato,
potremmo dire, la sensibilità dell'occhio. La
realizzazione più importante è stata, peraltro,
quella per cui l’uomo ha potuto udire, comu-
nicare a distanza; la tecnica delle comuni-
cazioni ha certo segnato, col suo sviluppo,
uno dei progressi più salienti dell'umanità.
Tutte queste tecniche, che aumentano le per-
cezioni dell’uomo, sono caratterizzate dal fatto
che utilizzano quantità minime di energia,
pari a quelle che agiscono sui nostri sensi.
In molti casi, come nelle comunicazioni, i
sistemi elettrici sono quelli che meglio si
prestano a captare queste piccole quantità
di energia proveniente dall'ambiente, sia essa
sonora, luminosa o altra, a trasmetterle a
distanza. Si è sviluppata, per questa ragione,
una tecnica elettrica chiamata delle correnti
deboli, contrapposta a quella delle correnti
forti che riguarda la produzione e V'utilizza-
zione di energie rilevanti. Questa distinzione,
che ha avuto origine in Germania, ha san-
cito l’esistenza di due branche dell’Elettro-
tecnica, ognuna delle quali si è sviluppata FRANCO GENTILINI: ritratto del

D ogni stadio della tecnica, sin dai ’ : Grilli

NT



fisico Calosi.

33

indipendentemente dall’altra. Questa situa-
zione, che si è mantenuta sino a tempi recenti,
dette origine a due automi: l’uno munito di
muscoli, l’altro di sensi. L’uomo utilizzava il
secondo per raccogliere sempre maggior nu-
mero di informazioni sull'ambiente, le elabo-
fava nel suo organismo, quindi decideva caso
per caso l’azione; per questa usava il secondo
automa. La stessa fisionomia dell’industria
elettrotecnica rifletteva questo stato di cose;
si ebbero industrie soltanto di macchinario
elettrico, e industrie soltanto di comunica-
zioni. Questa netta separazione di attività
senza scambi alcuni sussiste ancor oggi in
molti paesi, tra i quali il nostro.

Si può oggi affermare che la tecnica moderna
ha superato questo stadio coll’avvento del-
l’epoca dei « controlli automatici ». L’automa
di oggi ha muscoli, sensi, un sistema nervoso
e, possiamo dirlo con le dovute limitazioni,
anche un’intelligenza. L'affermazione esige un
chiarimento. Consideriamo il modo con cui
l’uomo agisce; egli sa, o deve sapere, cosa
vuol ottenere: a mezzo dei suoi sensi egli
percepisce momento per momento la situa-
zione esterna al suo organismo; quella che
egli, colla sua azione, vuol modificare. Le per-
cezioni ricevute dai sensi vengono trasmesse,
a mezzo del sistema nervoso, ai centri, ela-
borate più o meno consciamente, quindi
trasmesse ai muscoli per l’azione. La situa-
zione esterna risulta modificata da questa
azione e percepita di nuovo dai sensi che, se
la modifica non ha portato alla situazione
voluta, dànno origine a un nuovo ciclo,
identico al primo. E così via finchè lo scopo
è raggiunto con un’approssimazione la cui
entità varia molto da individuo a individuo.
Il tempo necessario per ottenere il risultato
è pure funzione dell’individuo, delle sue capa-
cità, della sua esperienza.

L'informazione trasmessa dai sensi ai centri
viene elaborata più o meno ceonsciamente;
la distinzione è essenzialmente una questione
di maggiore o minore complessità. L’opera-
zione semplice di infilare una vite in un foro
filettato, non richiede particolare educazione
dell’uomo, quando non si ricerchi di ridurre
il tempo necessario al minimo: i muscoli che
agiscono in modo da spostare la vite a destra
e a sinistra, sono automaticamente controllati
dalla vista e dal tatto senza l'intervento di
ragionamento. Esistono invece casi in cui
l'elaborazione è molto più complessa e co-
sciente: l’uomo sa, per la sua educazione più
o meno raffinata, come deve controllare
l’azione per ottenere l’effetto desiderato. Il
puntamento di un cannone sulla base delle
informazioni di posizione, di velocità, rice-
vute dagli organi visivi o da organi esterni
all'uomo, come il radar, è un’operazione
che richiede l’elaborazione dei dati ricevuti.

Schema di un quesito.

L’uomo deve saper fare questi calcoli secondo
uno schema che egli ha imparato e che, come
processo logico, è sempre lo stesso. Una situa-
zione analoga si verifica nella maggior parte
dei processi industriali, nei quali l’operatore
sorveglia, a mezzo di strumenti, il risultato
dell'operazione e sa, per esperienza, per edu-
cazione, come intervenire nelle varie fasi del
processo per modificare il risultato nel senso
voluto. Continua a modificare finchè gli stru-
menti gli indicano che il risultato voluto è
raggiunto. La rapidità con cui egli ottiene il
risultato, dipenderà dalla sua «conoscenza» di
cosa deve fare; se non lo sa abbastanza bene,
egli continuerà indefinitamente a intervenire
sul sistema che finirà per « oscillare » intorno
alla posizione voluta. È

La tecnica dei controlli automatici ha creato
l’automa a cui l’uomo deve dare, una volta

34 i

per tutte, le istruzioni necessarie per com-
piere un tipo di operazione e nello stesso
tempo definire esattamente il risultato voluto.
L’automa ha sensi con cui rileva le caratte-
ristiche del risultato, nervi per trasmetterle
a un centro dove questo risultato viene con-
frontato con quello che l’uomo gli ha pre-
scritto, e dove, col metodo che l’uomo gli
ha imposto, comanda l’azione correttrice
necessaria per portare il risultato il più
vicino possibile a quello voluto.

Questa definizione dell’automa moderno mette
in evidenza il contributo essenziale, insosti-
tuibile dell’uomo. Non sembrano giustificate
le estrapolazioni di chi vuole attribuire
all’automa tutte le capacità dell’uomo e
nemmeno le ansietà e lo scetticismo di chi
vuol vedere nel progresso moderno un pazzo
tentativo di spogliare l’uomo delle sue pre-
rogative esclusive. È sempre l’uomo che
decide sul da farsi e sul modo di ottenere
un certo tipo di risultato; egli deve essere il
primo a sperimentare quello che dovrà poi
essere riprodotto e deve pertanto sapere come
farlo. La ripetizione dell'operazione, da lui
compiuta almeno una prima volta, non richie-
derà altro suo intervento che per l’inizio e
la fine dell’operazione stessa.

Coordinate di un punto.

Pochi esempi bastano a illustrare le possi-
bilità della tecnica moderna. Il problema
generale del puntamento di un cannone è
stato risolto da tempo: quando siano noti gli
elementi attuali relativi al bersaglio, sua
posizione e velocità, un uomo istruito allo
scopo sa come calcolare il punto futuro e
dirigere in conseguenza il pezzo. Un com-
plesso automatico può essere costituito da
un radar (organo visivo) che individua in
modo continuo le coordinate del bersaglio;
questi dati sono trasmessi a una centrale che,
automaticamente, esegue i calcoli per la
determinazione del punto futuro e finalmente
i dati di puntamento del cannone; questi,
trasmessi agli organi di potenza, provvedono
al puntamento del pezzo. Con un tale sistema
l’uomo non ha altro da fare che scegliere il
bersaglio e, al più, comandare il fuoco.

Altro esempio tipico è quello della produ-
zione a mezzo di una macchina utensile, per
esempio una fresatrice, di molti pezzi uguali
di forma complessa, per esempio delle camme.
L’uomo costruisce la prima camma, azio-
nando a mano i due movimenti della tavola
in modo che l’utensile tagli nel pezzo grezzo
la forma voluta. Quindi si serve di un dupli-
catore automatico, che è costituito di un
organo sensibile (stilo) in contatto col modello
precedentemente costruito. Questo organo
(equivalente all’organo del tatto) è solidale
coll’utensile: il modello è solidale colla tavola.
La pressione dello stilo contro il modello con-
trolla i due movimenti della tavola in modo
che lo stilo avanza sul contorno del modello
rimanendo sempre in contatto. L’utensile
taglia nel pezzo grezzo una forma identica
al modello e l’uomo non ha più che da prov-
vedere il comando dell’inizio dell’operazione.
In generale si pensi che qualunque processo
industriale è una successione coordinata di
operazioni atte a produrre un certo risultato.
Gli operatori sorvegliano l'andamento della
operazione e, a seconda dei risultati, inter-
vengono qua e là nel processo, seguendo norme
che sono state loro date o che hanno acqui-
state per esperienza. Può trattarsi del pro-
blema della distribuzione dei carichi su una
rete di energia elettrica, del cosidetto « dis-
patching »: a seconda della richiesta, della sua
entità e posizione, la distribuzione dai centri
di produzione deve essere fatta col criterio
del massimo rendimento di esercizio. Può

|

trattarsi di una macchina da carta; il foglio
prodotto deve avere il giusto spessore al
variare del materiale grezzo in arrivo e
l'operatore deve intervenire per assicurare
questo risultato. Può infine trattarsi di un
impianto di combustione in cui vari elementi
devono essere controllati in modo da ottenere
il massimo rendimento.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare: qua-
lunque processo industriale non è altro che
la ripetizione sorvegliata di operazioni già
sperimentate in precedenza. Se nulla cam-
biasse nelle condizioni, non ci sarebbe bisogno
di interventi; in realtà, le condizioni cambiano
e perchè il prodotto finito rimanga lo stesso,
occorre cambiare qualcosa nel processo, e a
un certo cambiamento di condizioni deve cor-
rispondere un determinato cambiamento nel
processo. Se si prendono come riferimento
le caratteristiche del prodotto finito deside-
rato, si può rendere automatico l’intervento
correttivo affidando, una volta per tutte, al
sistema di controllo l’« esperienza » di un
operatore provetto. Oggi non è più un mito
l’industria «a pulsante ». In questa non esi-
stono più strumenti di misura, ma solo con-
trolli automatici che intervengono nel pro-
cesso compiendo quelle operazioni che prima
compiva l’uomo utilizzando le informazioni
ricavate dagli strumenti.

È interessante soffermarsi a esaminare l’au-
toma dei tempi presenti, le sue possibilità.
L’automa ha delle doti di carattere: è molto
accurato e assiduo nel lavoro, di una disci-
plina assoluta nell’eseguire gli ordini, ha una
memoria ferrea. La precisione del suo lavoro
sorpassa quella di qualunque essere umano.
I suoi sensi sono in numero maggiore e
molto più sviluppati di quelli di qualunque
essere vivente; riceve molte più informazioni
dall’ambiente esterno. Egli vede e sente cose
che l’essere umano non percepisce, o per la
distanza della sorgente o per la natura (fre-
quenza) della luce e del suono. Il suo sistema
nervoso e i suoi centri di elaborazione delle
informazioni, da cui procedono le decisioni
per l’azione, sono molto più pronti di quelli
di qualunque essere vivente. Egli può deci-
dere un’azione in tempo brevissimo, oppure
prendere molte decisioni in breve tempo.
Oggi l’uomo ha creato dei mezzi che richie-
dono per il loro impiego una prontezza di
reazione superiore a quella che la natura
umana può fornire. La velocità degli aerei ha
raggiunto valori per i quali l’uomo è troppo
lento nelle sue reazioni e decisioni; l’automa
lo può già bene aiutare. L'operatore manuale
di una macchina utensile può tagliare un
pezzo di forma complessa a una velocità di
qualche centimetro al minuto; le nuove mac-
chine, i nuovi acciai da utensili consentono
di arrivare a velocità cento volte superiori;
l’uomo non è abbastanza pronto per seguire
un contorno complesso a tale velocità; un
duplicatore automatico può farlo con estrema
precisione. La contabilità di grandi organismi,
l’attività di una società di assicurazione richie-
dono la rapida classificazione di una quantità
enorme di dati, che un automa è in grado di
catalogare, distribuire, selezionare in tempo
molto breve. La previsione meteorologica,
com’è noto, è tanto più precisa quanto mag-
giore il numero dei dati che si riesce ad
analizzare in breve tempo; l’automa sta già
rendendo pratica la risoluzione di questo
problema.

Pronte risposte.

Giova infine accennare a problemi fisici di
cui si conosce l'impostazione matematica e
anche il metodo di risoluzione; la soluzione
di molti di essi incontra difficoltà di ordine
|pratico: si richiederebbe il lavoro di anni e

anni di calcolatori umani. L’automa rende
possibile nel tempo di poche ore la soluzione
di questi problemi; tipici quelli che si espri-
mono in equazioni alle derivate parziali e si
riferiscono principalmente ai campi fisici.
L’automa infine dispone della potenza che
man mano l’uomo riesce a liberare da nuove
fonti di energia.

Quali siano le conseguenze del recente perfe-
zionamento dell’automa è argomento di spe-
culazione e di discussione. Il progresso tecnico
del secolo scorso ridusse il lavoro muscolare
dell’uomo aumentandone la produzione a
parità di sforzo fisico; il progresso moderno
tende a risparmiare dell’uomo i sensi, il
sistema nervoso e anche, in parte, il suo
cervello. I sociologi possono preoccuparsi delle
conseguenze economiche e sociali di tali pro-
gressi tecnici, ricordando le crisi delle mani-
fatture tessili inglesi del secolo scorso. L’uma-
nità peraltro continuerà ad affrontare le sue
continue crisi di crescenza. Niente potrà arre-
stare i tecnici dal progredire colla fiducia
che crisi di assestamento di natura sociale ed
economica si risolveranno finalmente in mag-
gior benessere. È lecito sin da ora prevedere
che nel futuro verrà lasciato all’uomo sempre
maggior tempo da dedicare ad attività della
mente e dello spirito: quelle che rimarranno
la sua esclusiva prerogativa. Sorgeranno più
evidenti i problemi educativi, che dovrebbero
portare sempre più l’umanità a riconoscere
la «Primauté du spirituel» auspicata da
Maritain.

I mezzi principali di cui si serve la tecnica
dei controlli sono quelli di una nuova branca
dell’elettroteenica, chiamata « Elettronica ».
La sua etimologia deriva dal fatto che l’ap-
parecchio fondamentale di cui l’Elettronica si
serve è la valvola elettronica: uno spazio estre-
mamente rarefatto, in cui il moto degli elet-
troni e quindi la corrente elettrica e la potenza
ad essa associata, possono essere controllate
a mezzo di potenze minime, paragonabili a
quelle che i nostri sensi ricevono dall’am-
biente. La valvola elettronica è stata para-
gonata agli elementi semplici del sistema ner-
voso, i neuroni. Accoppiata a un organo sen-
sibile ad agenti esterni, luce, suono, o altro,
la valvola ha la proprietà di « amplificare »,
cioè liberare una potenza assai maggiore di
quella che l’ha comandata. Combinazioni più
o meno complesse di valvole consentono il
risultato di « elaborare », secondo schemi pre-
stabiliti, le informazioni ricevute dall’esterno
e finalmente di comandare l’azione di forza.
Il risultato di quest’azione è automaticamente
confrontato con quello del modello, ogni dif-
ferenza comanda un ulteriore raffinamento.
In sistemi di questo genere, delle esigue
potenze in entrata controllano potenze enormi
in uscita ed è difficile distinguere dove cessi
la tecnica delle correnti deboli e s’inizi quella
delle correnti forti. Oggi, per estensione, si
applica il nome di Elettronica anche alle
tecniche utilizzanti altri mezzi di amplifi-
cazione, quali gli amplificatori magnetici. Il
nome Elettronica si attribuisce oggi più al
tipo di applicazione che non ai mezzi impiegati.
Ottima in questo senso è la definizione data
da W. L. Everitt:

L’Elettronica è la Scienza e la Tecnologia
riguardanti quei mezzi che, supplementari dei
sensi e dell’intelligenza umana, raccolgono ed
elaborano le informazioni, le trasmettono dove
sono necessarie; là controllano macchine 0
presentano le informazioni elaborate agli esseri
umani per il loro diretto uso.

È giunto il tempo in cui l’Elettronica intesa
in questo senso viene accettata nella Scuola
e nell’industria italiana. Sia anche riconosciuta
la necessità di portare la tecnica delle cor-
renti forti e quella delle correnti deboli a una
collaborazione molto stretta; da questa l’una
e l’altra avranno da trarre grandi vantaggi.





IL SIGNOR Charles Adams, presidente della Raytheon (in mezzo) e il dottor Burton
B. Fagan, del Navy Shiphuilding degli Stati Uniti (a sinistra), in visita col prof. Carlo

L. Calosi, consulente tecnico della Microlambda per le applicazioni di elettronica,
allo stabilimento della nuova Società che sorge a Fusaro-Baia nei pressi di Napoli.

ue E
e Fondazione FINSALDO
BIBLIOTECA

— “— =
ite TOS 35

NA fotografia e un quadro a olio, una cir-
colare industriale e un manoscritto pos-
sono dare l’idea della differenza che passa

tra un oggetto standard e un altro oggetto.
Probabilmente la differenza è soltanto tec-
nica. Tra la fotografia, il manoscritto e il
quadro ci pare che corra la stessa distinzione
che polemicamente si fa tra industria, artigia-
nato ed arte. Il pittore dovrebbe comporre
un’opera unica e irriproducibile, lo serivente
metterebbe nel manoscritto il suo stile e la
sua cultura, il fotografo, premuto il bottone
dell'obiettivo, intenderebbe avere una ripro-
duzione dell’originale. Ci possono essere delle
lettere uguali, un quadro non sarà mai uguale
a un altro, una fotografia della stessa cosa
sarà sempre uguale alla cosa.
A un primo sguardo la distinzione sembra
efficiente, però il quadro può essere stampato
e diffuso in migliaia di esemplari, la lettera
scritta a macchina e copiata da un manuale,
la fotografia presa in modo da diventare un
capolavoro. I primi dagherrotipi sono preziosi,
i bollettini di guerra di Giraudoux sembrano
migliori delle lettere autografe di Pétain.
Dunque non il pennello, la penna, il ciclostile
o la macchina da scrivere fanno l’arte o l’in-
dustria, ma l’uomo ovviamente. L'architettura
che si giova di procedimenti tecnici, quali il
prefabbricato, il precompresso, il prearmato,
ed è tuttavia elencata tra le arti, ha dato
l'avvio a questa concezione. Il cinema, de-
cima musa, l’ha diffusa. S'intende che tra il
quadro e la fotografia la differenza tecnica
diventa una differenza di visione. Ci basta
aver detto, frettolosamente, che con un me-
todo meccanico, qual è quello fotografico o
edilizio o cinematografico si possa fare del-
l’arte. L'edilizia è una tecnica e l'architettura
è un’arte. Vorremmo dire che anche lo stan-
dard è una tecnica e la sua forma è un’arte.







La Bauhaus.

Fu merito della Bauhaus, la celebre scuola
tedesca di architettura e arte applicata, aver
rivoluzionato i metodi di produzione artistica.
Sono state in seguito le arti figurative a chia-
rire che l’arte consiste nel disegno o progetto
o forma o ideazione o visione, non nell’esecu-
zione. Chi ne ha voglia può leggersi i trattati
di Ruskin o i manifesti di Boccioni. L’adat-

NIZZOLI

e la forma standard

Questo pittore milanese è stato tra i primi

artisti che hanno interpretato modernamente e

in modo simbolico la funzione dello standard

di Vincenzo Lacorazza

tamento dell’artista ai processi di produzione
industriale avvenne attraverso le vie del-
l'architettura detta razionale e della pit-
tura e scultura astratta. A Weimar e poi
a Dessau il direttore della Bauhaus, Gropius,
concepiva l’edificio stesso della scuola come
una macchina per abitare, mentre Klee,
Kandinsky, Moholy-Nagy, Mondrian e altri,
cominciavano a comporre le nuove copertine
di libri, sedie di alluminio, disegni di stoffe,
come se non fosse mai stato affrontato un
lavoro simile. La novità della Bauhaus con-
sisteva nell’affrontare un problema logica-
mente, senza peso di tradizione, nel cercare
il modo migliore, se si trattava di illuminare
un tavolo di lavoro, di far arrivare la luce
al tavolo e se di una sedia, che serve essen-
zialmente a riposare il corpo, di studiare una
linea che aiutasse la funzione del riposo. La
funzione divenne la parola d’ordine di quegli
anni. In mano ad altri avrebbe forse potuto
far nascere dei lampadari quadrati, per quegli
artisti significò l’analisi obiettiva dei bisogni,
lo studio del miglior modo di appagarli, la
creazione e l’impiego di materiali nuovi per
appagarli, la produzione industriale dell’og-
getto che li appagava. L’opera prodotta acqui-
stava così la capacità di penetrare e circolare
illimitatamente nella società. Uno dei più
grandi sconfitti era il preziosismo, il decora-

FORMA di una maechina per scrivere disegnata da Marcello Nizzoli.
Un esemplare di essa si trova esposto al Museum of Modern Art di
New York. È ritenuta una prova dello stile e del gusto moderno.

36

tivismo. « L'evoluzione della cultura » aveva
scritto a principio del secolo, un precursore
di Gropius, l'architetto Loos « è sinonimo della
esclusione dell’ornamento dall'oggetto d’uso.
L’uomo del nostro tempo che insozza i muri
con simboli erotici è un delinquente e un
degenerato ». Gropius, venti anni dopo, fece
capire meno drammaticamente che la deco-
razione non aveva più alcuna ragione d’essere,
era inutile. Siamo negli anni 1920-30. Si sta-
vano perfezionando le grandi invenzioni. Si
dovevano costruire adesso i simboli puri e
semplici del loro significato. Nessuno meglio
di coloro che, in seguito alla «scoperta »
della fotografia, delle leggi geometriche della
natura, di quelle fisiche della materia, ave-
vano creduto di dover modificare col cubi-
smo, astrattismo, razionalismo, la propria
estetica, poteva esprimere più profondamente
il nuovo tempo. Si giunge a un apprezzamento
culturale della tecnica, in Germania attorno
a Gropius, in Italia attorno a Persico,

L’apprezzamento non nacque senza equivoci.
Dove esisteva una tecnica più progredita la
sopravvenuta separazione dell’industria dal-
l'artigianato fu più evidente. Essa aveva
bisogno di una base democratica e dottrinaria.
Le Corbusier era chiaro: « All’individualismo, |
prodotto di febbre, noi preferiamo il banale,
il comune, la regola all’eccezione. Il comune, |

DISEGNI della leva del carrello della mace-
china per serivere. La leva è il pezzo! di
serie più accuratamente studiato da Nizzoli.







MARCELLO NIZZOLI a Milano. Nizzoli è
nato a Boretto (Reggio Emilia) il 1895. Co-
minciò a disegnare per l’industria il 1938.

la regola, la regola comune ci appaiono come
le basi strategiche del cammino verso il pro-
gresso e verso il bello ». Kandinsky quasi
contemporaneamente gli faceva eco da un
altro pulpito: « Amo qualunque forma che è
uscita necessariamente dallo spirito, che è
stata creata dallo spirito, come detesto ogni
forma che non è tale. Credo che la filosofia
dell’arte, oltre all’essere delle cose, debba
studiare con attenzione particolare anche il
loro spirito. Solo allora sarà creata l’atmo-
sfera che permetterà all'umanità di sentire
questo spirito delle cose, di gustarlo incon-
sciamente alla stessa maniera dell'apparenza
esteriore ». In Italia si rischiò di confondere
i mobili Cantù con le sedie di Breuer, l’archi-
tettura di Piacentini con quella di Terragni
proprio per le storture demagogiche e medi-
terranee che presero le idee suddette. Il razio-
nalismo venne da noi spiritosamente definito
«l'estetica del bidet » e Ojetti asserì che a
certi mobili esposti a una mostra dell’arti-
gianato a Roma mancava «un poco d’in-
tarsio ». Amenità. Si deve alla fermezza di





mne RETRO ai REO ASLIAL ot
= U

SCHIZZI per la sagoma di una calcolatrice automatica. Nizzoli ha disegnato anche mac-
chine per cucire, dittafoni, penne sfilografiche. lampadari. Ha allestito molte esposizioni

di prodotti industriali ed ha esposto

Edoardo Persico, architetto ad honorem, se
in un clima di confusione spirituale potette
formarsi e affermarsi quel gruppo di artisti
che tennero l’Italia legata al resto d'Europa
e, per quanto riguarda le nuove forme indu-
striali, l’opera di Marcello Nizzoli, cui è dedi-
cato questo articolo.

Nizzoli e Persico.

facevano parte del gruppo di Persico archi-
tetti, pittori, poeti, scrittori e giornalisti
residenti a Milano. Milano appariva la città
più favorevole a un incontro tra artisti e
tecnici. Secondo Persico era la città che avesse
più stile moderno in Italia. In casa, per
strada, negli uffici, nelle fabbriche, al cinema-
tografo, al football, si assisteva a spettacoli
che nessun’altra epoca aveva mai conosciuto.
Bisognava interpretare liberamente e in modo
valido per tutti la nuova vita. Lo scambio
di idee tra poeti ermetici, architetti della
rivista « Casabella », della quale Persico era
direttore insieme a Pagano, e pittori della



CON LE SAGOME di Nizzoli questa carrozzeria di serie dell'Alfa Romeo 1900 ha in
comune la linea aerodinamica e la ricchezza plastica. Il disegno industriale superata la
primitiva fase di scoperta dei meccanismi tende ora a coprirne armoniosamente le parti.

numerosi quadri nelle

mostre d’arte astratta.

galleria del Milione, servì da chiarificazione
almeno agli artisti. I poeti andavano accen-
nando in quel momento alle leggi della natura
e dell’esistenza, le parole che ricorrevano di
più nei loro esegeti erano tensione, lotta,
ordine, contrasto, carica, dimensione. Gli
architetti mostravano quali proporzioni si
potevano ottenere dai volumi e dalla geome-
tria, i cubi, i coni, i rettangoli, le superfici
piane, le piante libere, le finestre continue
suggerivano i temi più comuni. Quanto ai
pittori si sa che, attraverso le leggi dello
spazio e della composizione, elementi giudicati
fino a quel momento inafferrabili, il movi-
mento, la velocità, la forza, poi le cosiddette
libere forme, i ritmi, i colori puri, entrarono
tra le figurazioni. La vocazione di molti, che
avevano fatto parte del gruppo degli astrat-
tisti, ebbe allora una svolta decisiva. Dalla
tela le figurazioni passarono alle applicazioni
concrete. Alcuni astrattisti diventarono deco-
ratori, nel senso che dettero una parete alle
loro forme, altri diventarono grafici, Nizzoli
diventò architetto e disegnatore industriale.



SEDIA DI SERIE della fabbrica Vi-
ganò, riprodotta sulla rivista inglese

” Design”, in un articolo dedicato a Nizzoli.



37

Nizzoli aveva cominciato con l’occuparsi di
scenografia, era passato attraverso il disegno
di ricami e di stoffe, il pannello decorativo
dipinto, il cartellone pubblicitario, il quadro,
quando l’incontro con Persico gli servì a
realizzare non tanto utilitariamente le sue
forme, chè già l'aveva fatto, ma ad ampliare
la loro portata sociale. e
Si ricordano alcuni stands e padiglioni memo-
rabili fatti in collaborazione dai due. La loro
tecnica di esporre fece testo. Pochi oggetti
o ingrandimenti fotografici o didascalie di
spiegazione, sistemati nell'ambiente come nei
punti vitali di un reticolo molecolare o nei
centri d’inerocio di un sistema di simmetria.
I reticoli e le simmetrie erano sostenute da
leghe leggere, di alluminio in genere, e l’in-
voluero formato da ambienti chiari e sottili.
Le storie dell’architettura moderna riportano
la sala delle Medaglie d’Oro alla Mostra del-
l'Aeronautica del ’34. In via Santa Marghe-
rita a Milano esiste ancora il negozio Parker
che è l’unico documento di architettura la-
sciato da Persico. Persico morì nel gennaio ’36,
nemmeno quarantenne. Una nota su « Casa-
bella » del maggio 1935 lascia detto che nel
‘ampo delle architetture effimere le realiz-
zazioni di Nizzoli reggono al paragone con
talune delle stesso Gropius. « Le due sale della
Montecatini » scrisse Persico a proposito dei
padiglioni della XVI Fiera di Milano allestiti
dal solo Nizzoli «sono tanto più significative
in quanto recano in un complesso architet-
tonico di gusto vecchio e non più adeguato
all'importanza di quella società un esempio
eccezionale di come dev’ re intesa la fun-
zione rappresentativa di una industria mo-
derna... Lo stallo per la ditta Erba era l’unica
opera veramente originale fra tante che imi-
tavano, con incredibile pedanteria, gli interni
delle vecchie farmacie di provincia ». Si po-
trebbe scrivere lo stesso del negozio Parker.
Contro la convenzionalità o la inutile inges-
satura delle opere ufficiali di quegli anni,
contro la « moda 900 » che per i suoi peggiori
interpreti significava soltanto muri lisci e
mobili senza cornice, Nizzoli e Persico vol-
lero impartire discretamente una lezione di
logica tuttora valida. Le idee di Persico non
andarono disperse. Nizzoli, con tutte le carte
in regola, fu chiamato nel ’38, come consu-
lente tecnico, dalla Olivetti e prese a dise-





=

MANICHINO per il progetto di una mostra
dell’abbigliamento. Nizzoli allesti con
Edoardo Persico i negozi Parker di Milano.



38

gnare quelle forme per macchine da scrivere,
telescriventi, calcolatrici, che resero in breve
noti i modelli di quella fabbrica in tutto il
mondo.

La ricerca estetica.



Nizzoli è il primo disegnatore industriale, dal
punto di vista gropiusiano, che si sia avuto
in Italia. Egli si avvicinò al problema dello
standard in condizioni ideali di preparazione:
con i mezzi espressivi e l’abilità pratica im-
prontata alla ricerca dell’essenziale. Il suo
stesso mestiere di pubblicitario l’aveva por-
tato a cogliere il grido e il primo luccichìo
di una cosa, ora gli sarebbe dovuto riuscire
utile per far coincidere il gusto della forma
standard col significato che le andava attri-
buito nella società moderna.

Si trovano analogie tra il lavoro di Nizzoli
e le espressioni della natura e dell’arte popo-
lare. Dall’uovo, dalla pietra, dalla lanterna,
dal badile, dalla gabbia, dal guscio della
lumaca, che sono forme semplici e universali,
necessarie e impersonali, egli probabilmente
prese la direttiva spirituale, la dirittura spi-
rituale, occorrente ai suoi disegni. Il maggior
elogio che gli si possa fare è quello di aver
espresso con chiarezza la struttura e lo scopo
delle sue forme e di aver dato loro quel piz-
zico di fantasia che ha servito a salvarle dalla
pura funzionalità.

Vediamo che cosa confessa egli stesso in una
rarissima lettera: « Le leggi che regolano la
bellezza (rapporto) sono sempre le stesse
eterne ed immutabili pur modulate attraverso
gli stili. L'oggetto è sempre diverso perchè
variato è il bisogno della vita dell’uomo,
Questi princìpi mi hanno avvicinato allo
studio delle forme per gli oggetti d’uso ». La
confessione ci può aiutare a sciogliere la riser-
vatezza della sua persona. Ci sono almeno
due modi di fare una forma, uno soltanto
tecnico, funzionale e l’altro funzionale più
simbolico, poetico insomma. Una calcolatrice,
una telescrivente o una macchina da serivere
ha le sue regole. Tutte le calcolatrici, mae-
chine da scrivere e teleseriventi hanno press’a
poco le stesse regole, tutte assolvono più ©
meno degnamente a una funzione di registra-
zione del calcolo, scrittura o teleserittura. Se
si dovesse dare ascolto alla regola della sola








funzione finiremmo con l’avere spesso le stesse
forme. Si tratta di innalzare l'apparenza alla
sfera della poesia, diceva Persico. Ebbene
Nizzoli ha dato quel tanto di tocco che serve
ad innalzare qualunque forma, nobilitando
gli organi più espressivi delle sue macchine
e velando quelli più indiscreti. È avvenuto
nella storia delle macchine ciò che avvenne
per l’uomo. L’uomo primitivo mostrava i peli
e i piedi e nascondeva il volto. La forma delle
macchine è passata da una fase di entusiasmo
per la scoperta, per il congegno, e quindi di
ostentazione del carter, delle catene, delle
ruote, a un successivo periodo di pudore e
di discrezione. Per Nizzoli le parti nobili sono
diventate le leve, i bottoni, le manovelle, i
tasti, il rullo e quelle vili le molle, i rocchetti,
i carrelli, le viti. Sembra che abbia considerato
le prime come il cervello e le seconde come
gl’intestini, cosicchè è venuto ad esaltare
delle virtù che si riassumono di solito nel-
l’intelligenza, mentre delle altre parti, trascu-
randole, in un certo senso, ne ha ga rantito
la tranquilla obbedienza. La macchina da
«boîte à surprise » è passata al rango di ani
male domestico. Non è forse quello che si
chiede a tutte le macchine?

Oltre il caso di Nizzoli (dei moto scooters e
forse delle carrozzerie Farina) non si cono-
scono in Italia altri recenti esempi di grande
disegno industriale. Quello che ci viene rim-
proverato è la mancanza di stile di certi nostri
oggetti moderni minori. Troppi lampadari qua-
drati, per fare un esempio, che assomigliano
alle sedie quadrate, troppe sedie che assomi-
gliano ai tavoli, e troppi tavoli che assomi-
gliano ai letti. Lo stile non è uniformità. In
America e in Inghilterra lo standard viene
considerato un problema nazionale, trattato
da associazioni di architetti-artisti che po-
trebbero avere qualche rassomiglianza con le
corporazioni medioevali. Il nostro interesse
per la forma standard è ancor: comparati-
vamente raro più che presso gli architetti
(Ponti, Gardella, De Carli, Zanuso hanno
disegnato delle buone sedie, tavoli, lampade,
poltrone) presso il pubblico. Il generico pre-
giudizio contro l’arte moderna coinvolge lo
standard peggiore col migliore. Se le forme
di Nizzoli hanno un valore e un successo
esse dovrebbero contribuire a separare le
diffidenze.





é é i
FABBRICATA in alluminio leggero, la leva prende la levigatezza di un oggetto affinatosi
col lungo uso. Essa tende a fossilizzarsi in un disegno nel quale il superfluo è come con-
sumato dal tempo. Si noti la sua rassomiglianza con certe ossa di animali e col euechiaio.





CALDER

scultore ingegnoso

di Leonardo Sinisgalli

OPO Moore, dopo Zadkine, la Biennale Ve-

neziana ha concesso coraggiosamente il
imo premio per la scultura all’inge-
gnere americano Alerander Calder. Il pubblico
che gira a zonzo per i giardini della Mostra
e sì sposta da un padiglione all’altro quasi per
scommessa, sicuro di trovare a ogni curva una
sorpresa sempre più grossa, questa volta ha
avuto addirittura la possibilità che nessun
Musco, nessuna Cappella offre ai fedelissimi.
Gli idoli di Calder non erano intoccabili, invi-
tavano anzi i visitatori a scuoterli, a cullarli.
E qualcuno poi esagerava. Al punto che la
graziosa Mrs. Valentin, ultimo ménager dello
scultore, ha pregato noi di intercedere presso
i curiosi. « Con mano leggera » ha detto press’ a
poco «come se un passero si posasse, sì muovono
più armoniosamente ». I visitatori si diverti-
vano davanti ai Mobiles di Calder e si doman-
davano come mai in una Mostra d’ Arte Inter-
nazionale il premio di un milione per la scul-
tura fosse andato ad un fabbricante di giocattoli
e di rozze carcasse bullonate. AW’uscita del
Padiglione americano dove è stato esposto per
quattro mesi, alla pioggia e al sole, il grande
Tripode, il Treppiedi rugginoso, noi pure ci
siamo commossi vedendo che in un diedro, tra
una lastra e Valtra, un ragno aveva trovato
modo di attaccare la sua trappola. Istantanea-
mente allora abbiamo visto quel manufatto
assorbito nella sfera delle cose naturali, sche-
letro di pesce o di uccello di un habitat iperu-
ranio dove la densità delle ossa è uguale al







SCULTURA mobile di metallo in lamine
e filo di ferro di Alexander Calder. In
alto: Calder nello studio di Roxbury (USA).

peso specifico del ferro. Un ragno, un piccolo
ragno rosso era venuto a battezzare, a portare
cioè la luce dello Spirito Santo, a quell’essere
amorfo, a quell'oggetto mal creato. Il ragno
metafisico di Moebius che si muove lungo il
famoso mastro crede che il mondo non abbia
spessore: il mondo è piatto per lui, è piatto
finchè non si affaccia sull’orlo dell’abisso. Il
ragnetto veneziano è stato dunque più fortunato.
Se ci sono dei meccanismi che possono materia-
lizzare le tre dimensioni dello spazio e quasi
riempirlo ad ogni istante con la loro positura,
se ci sono forme che in concreto possono rendere
meglio il significato delle categoriche definizioni
di Leibnitz, «ordine delle coesistenze, ordine
delle successioni », questi, come gli alberi e gli
astri, come la trottola e Vurna, sono i plastici
di Calder. Calder ha trovato Vequilibrio, ta
concordia dei sistemi articolati, ha risolto per
suo conto l'assetto di masse multiple che qualche
volta ha collegato soltanto con una trama di
bacchette, di stecche, che ha sostituito con fili
di nailon quando non ha potuto legarle con
forze magnetiche, quando non ha potuto inven-
tare una legge di gravitazione come Newton 0
una legge di attrazione come Keplero e Coulomb.
Sono sistemi a due a tre a quattro a cinque poli,
sono gruppi infine che molto assomigliano alle
coppie, ai quadrilateri dinamici, ai ruotismi.
Fanno parte di quella poetica della dissocia-
zione che non solo è la conquista più sensazio-
nale della nostra fisica, ma anche Vattitudine
più sincera delle nostre possibilità creative.

TRIPODE stabile di ferro composto da
Calder nel 1942. Era esposto nel padi-
glione americano della Biennale di Venezia.



Vogliamo chiamarli dei collages plastici? Vo-
gliamo dire che anche qui la forbice (cesoia 0
fiamma ossidrica) celebra i suoi fasti sotto
forma di verità costruita a pezzi, a brandelli,
di linea fatta di segmenti, di trave fatta di
profilati e di piastre e di bulloni, di meccanismi
composti di ruote, di assi, di perni, di leve?

Da anni c'erano arrivate a spizzico le idee e
le utopie di Calder. A me personalmente ogni
volta producevano uno strano effetto. Mi por-
tavano la conferma a certe mie inclinazioni e
nello stesso tempo mi lasciavano un poco deluso.
Io non ho mai pensato che la matematica e la
meccanica siano la stessa cosa della poesia.
Non è questa la via per giustificare la mate-
matica e la meccanica. Quello che io ci trovo
in comune è una tensione dell’intelligenza, è la
felicità nella fatica, nello sforzo. Io penso che
un sonetto sia un meccanismo, una costruzione
perfetta, in cui non si ammira soltanto Vabilità,
la chiusura di un pensiero compiuto, di una
sequenza d'immagini entro un numero definito.
Nel sonetto c'è molto di più di quello che è
scritto. E in una macchina c'è molto di più
di quello che è disegnato. Sono forse entrambi
dispositivi capaci di produrre energia e di tra-
sformarla, di trasfigurarla. Ma non voglio
andare troppo oltre. Io penso che Calder po-
trebbe andare lui più oltre, più lontano. Così
come potrebbe andare lontano Moore. Quando
si scoprì la Geometria Barocca si pensò di
aver dato a Moore e a tutta la scultura la
chiave per aprire certi tabernacoli. Quelle forme



ALTRA SCULTURA mobile in filo di ferro
e alluminio. Viene chiamata da Calder
#13 spine’ dal numero delle sue aste.

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39

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non le aveva inventate un poeta: anche la Natura
non l'hanno inventata i poeti, non Vha inven-
tata Ruysdael o Cézanne. Deve aver pensato
allo stesso modo Calder nei riguardi delle mac-
chine. Credo che egli si sia fermato troppo in
qua, come quelli che credevano tutta la geometria
contenuta nel cubo e nella sfera. Le macchine
formano un regno che la cultura e la sensibilità
moderna devono scoprire mella vera essenza.
Non possiamo fermarci alla bilancia, alla te-
naglia 0 alla vite di Archimede. La bilancia,
la tenaglia e la vite di Archimede sono bellis-
sime. Ma c'è molto di più. Mi sono portato
da casa mia questa estate delle vecchie serrature.
Ho fatto impazzire mia zia. Siamo scesi in
cantina a rovistare per tutta una notte. Certo,
i meccanismi arcaici sono commoventi. La
preistoria delle macchine andrebbe scritta col
furore con cui Gian Battista Vico scoprì la
preistoria del linguaggio. Ma io non mi fermo
qui. Anche se una vecchia serratura deve fare
impazzire Calder. Io dico che è importante
conoscere queste cose. Anche se queste cose non
servono a niente. Sartre ha scritto alcune righe
su Calder, e sì è commosso davanti a un filo

PIRAMIDE ROSSA (1945), uno dei più import
meccanica nel 1919. Ha esposto per la prima volta nel 1926.

di ferro che sembrava un uccello del paradiso.
Io mi commuoro, al contrario, se penso che un
uccello ha potuto far pensare a una macchina;
e per lo stesso motivo per cui di tutte le imma-
gini di Petrarca quella che prediligo è l’imma-
gine della vita vista come una nave, una nave
carica di oblio. Che una lampada possa sug-
gerire l’idea del pendolo, questa è un’altra cosa
che mi commuove. Perchè il mondo può servire
a creare delle immagini e può servire a scoprire
delle leggi. Le immagini rinnovano, ringiova-
niscono il mondo. Le leggi evitano alla natura
di tornare nel caos. Le sculture di Calder, nate
da una suggestione di calcolo, di equilibrio, di
ritmo, di danza, stanno a mezza strada tra
l'universo delle figure e quello degli ordini, tra
senso e intelletto. Sono un poco ambigue. La
pluralità dei loro elementi riesce sicuramente a
divertirei. Il giocattolo è una corruzione del
modello, del prototipo, è una caricatura della
verità. Le sculture di Calder sono anche un
poco caricaturali.

È stato notato che gli clementi di questi sistemi
planetari (specialmente i Mobiles) più che a
stelle e a pianeti rassomigliano alle losanghe,

anti mobiles di Calder. Calder è nato a Filadelfia il 1

ai menischi, ai cucchiai di Klee e di Miro.
Somigliano ai piatti delle bilancie, ma soprat-
tutto ‘alle bacchette, le bacchette nere degli ideo-
grammi di Mondrian, che nella carriera di
Calder è l’unico maestro che ha esercitato una
reale suggestione. ID mio gusto personale più
che alle instabili tribù planetarie (alle costella-
zioni) va alle scheletriche armature, agli schermi
di ferro fissi, ai catafalchi ancorati alla pietra,
ai tralicci agganciati al suolo. Tra Vutensile
di cucina e è mulini a vento, tra Varatro €
aquilone, qualcosa di arcaico richiama un'arte
fabbrile, zingaresca, pellirossa, un'arte lontana
nell'infanzia dei popoli, e i guippos, i boome-
rangs, il Teatro delle Ombre di Giava.

Nella invenzione di forme libere, in un certo
senso di forme assurde, di profili e sagome
gratuite che non si piegano alla imitazione del
mondo creato e che pure somigliano, come
abbiamo detto, alle forme utili, alle forme del
moto, Calder si rivela come il meno conven-
zionale degli scultori moderni, per lo meno
nella scelta del materiale plastico che non è
pietra, non è marmo, non è gesso, non è avorio,
non è terracotta, non è bronzo, ma è metallo
fucinato, metallo stampato, materiale di officina.



8. Si è laureato in ingegneria

Ha vissuto molto a Parigi nel Quartiere Latino. # Un filo di ferro ”

serisse venticinque anni fa + e qualche altra materia da piegare, curvare 0 scomporre è sempre il miglior stimolo del mio pensiero ”’.

40



VETUSTA

delle macchine

Con gli anni arrivano anch’esse all’età delle rughe e dei reumatismi

alle giunture. Per un poco si difendono alla meglio, poi la fatica le vince

di Valerio Bochi

ELLA macchina si combattono eon effetti contrari la vecchiezza

fisica e le cure della manutenzione, ma su di essa sovrasta

anzitutto, come supremo e non rimediabile evento, il supe-
ramento tecnico.
È dunque inopportuno, molto inopportuno, parlare di vecchiezza
delle macchine cominciando con miopi analisi di velocità di cor-
rosione e di usura o con calcoli puramente attuariali di ammor-
tamenti agli interessi composti.
Infatti, dopo aver calcolato ben bene le vite probabili, teoriche,
e dopo aver detratto diligentemente le crescenti spese di manuten-
zione, ci accorgeremo che nulla vale a tenere in vita un relitto
da museo.
La Commissione Indagini e Studi sull’Industria Meccanica (CISIM),
presieduta dal senatore Corbellini, ha rilevato le cattive condizioni
delle macchine utensili adoperate generalmente dall’industria mec-
canica italiana, tanto da rendere consigliabile una più larga politica
di rinnovo, pur senza nascondersene le inevitabili difficoltà.
Il Commissario Straordinario di una delle nostre più mastodontiche
industrie meccaniche ha identificato, fra le cause di difficoltà non
potute superare, l’insufficiente rinnovo delle macchine utensili che
costituivano un complesso decisamente inferiore e in pieno deca-
dimento tecnico. L'età media di quelle macchine era di 20-25 anni
ed esse erano considerate antiquate e di scarsa efficienza.
Le tabelle di ammortamento inglesi, riconosciute ai fini della
Income Tax (Wear and tear allowances) ammettono, per l’am-
mortamento, percentuali annue che nessun calcolo attuariale
potrebbe giustificare; per esempio il 12% % per le macchine di
precisione nell’industria avio-motoristica, il 20 % per gli autocarri,
il 7% % per macchine da mulino, e così via. Si tenga presente che
una quota annua del 74%, % sarebbe già teoricament» sufficiente per
ammortizzare in 10 anni ad interesse medio qualunque macchina.
L'esperienza ci dice poi che tali macchine durano fisicamente
assai più di dieci anni e possono continuare a funzionare in mano
ad un povero che non ha danaro per rinnovarle.
Passando tutti i giorni per una piazza di Roma, vedo entrare nel
posteggio un glorioso roadster « Itala » che vide il primo dopoguerra;
tutti vedono circolare le vecchie «1500 », ma esse non servono più
alla categoria cui a suo tempo furono destinate. Non vi salirebbero
con lo stesso entusiasmo le orgogliose ragazze che amavano entrarvi
venti anni fa.
Un buon meccanico riuscirebbe certamente a mettere in azione un
vecchio motore Deutz-Viertakt, ma il suo corrispondente di oggi
pesa cinquanta volte meno ed ha potenza doppia.
Poichè oggi non si costruiscono macchine con materiale che vada
rapidamente in sfacelo e poichè le parti consumabili per corrosione
o abrasione si possono difendere come vedremo o almeno si pos-
sono sostituire con pezzi di ricambio, quel che condanna a morte



le macchine è tutt'altro che il consumo fisico. Così — lo ricordino
gli amici funzionari delle Imposte —- l’elevatezza delle percentuali

di ammortamento è giustificata soprattutto dalla umana impossi-
bilità di prevedere quantitativamente nel tempo il progresso indu-
striale.

Invece parecchi industriali, specialmente in Italia, preferiseono non
occuparsi di questo aspetto, seguendo il napoletano adagio « friggi
e mangia » e facendo a meno di un rinnovamento che agli occhi
dell’improvvido non è mai urgente, ma preparando così a sè stessi

e ai loro eredi i più gravi imbarazzi quando si troveranno ridotti
a governare impianti ridotti ad anticaglie.

Sarebbe troppo difficile affrontare con rigore una sistematica del
superamento tecnico: occorrerebbe ordinare in uno schema tutti
gli elementi del progresso in ogni tecnologia di lavoro.

«La machine è vapeur qui met en mourement les meules du moulin
est donnée pour avoir la force de 20 chevaux. Elle a trois cylindres:
deux de 0,297 m de diamètre intérieur, Vautre de 0,59 m de diametre...
la course des pistons est de m 1,417 et ils donnent le méme nombre
de coups par minute: savoir de 23 dà 25: c'est-à-dire autant de descentes
et autant de montées. Elle consomme 3,437 Kq de houille par heure
et par cheval » (EVANS, « Guide du meunier», Parigi, 1850).

Nel 1913 in un piccolo pastificio dell’Italia centrale c’era ancora
una macchina del genere. Naturalmente pesava, con la caldaia,
parecchie decine di quintali. Per avviarla il capo chiamava ogni
mattina quattro o cinque dei suoi più robusti uomini e li metteva
a tirare «il cintone » ossia la cinghia di trasmissione. Oggi motori
a scoppio della stessa potenza azionano le grosse motociclette e
si avviano con un colpo di pedale.

Un primo aspetto del progresso delle macchine — spesso il più
importante — è dunque l’aumento della velocità di lavoro e la

riduzione del peso.

Per i veicoli, dove la velocità è proprio l’effetto che si cerca, sia
pure pagandolo, questo superamento è decisivo; inutile perdere
tempo a fare confronti fra antichi e nuovi treni, fra antiche e
nuove automobili.

Per i motori fissi e per niolte altre macchine l'aumento della velo-
cità permette di diminuire il peso. Vediamo perchè.

L'effetto utile di una macchina è legato, in definitiva, alla potenza
spesa e questa dipende, per una macchina rotante, dal prodotto
del momento torcente per la velocità, o numero dei giri.

Dunque si può generare o spendere la stessa potenza ed avere
così, grosso modo, lo stesso efl'etto utile con macchine lente o veloci,
ma la prima deve sopportare momenti o sforzi più elevati e quindi
essere più robusta e pesante.

Lo stesso vale per macchine a moto alternativo dove la potenza
dipende analogamente dallo sforzo moltiplicato per la velocità
lineare.

Esempi di progresso nel senso della velocità: motore di automobile,
motore Diesel fisso, utensile elettrico ad alta frequenza.

Queste macchine costano oggi meno, a parità di potenza, delle mac-
chine antiche, anche se nel corso degli anni la mano d’opera impie-
gata per costruirle è divenuta sempre più costosa nell’unità di tempo.
Altro tipo di progresso è quello che lascia robusta la macchina e
non si cura troppo di diminuire gli sforzi mentre accresce la velocità
che è legata all’effetto utile, ossia alla produzione. È il progresso
tipico della macchina vtensile per taglio di metalli, in evi Ja velocità
di taglio si vuol far crescere pur continuando ad asportare i tru-
cioli grossi compatibilmente con la qualità della superficie lavorata.
Casi simili sono quelli del laminatoio veloce, della trafila veloce, ece.
Altri superamenti nel senso della velocità di lavoro, combinati però
con la precisione e la regolabilità, si osservano nelle macchine da
fucinatura.

Il grande maglio di Terni, che fece parlare di sè alla fine dell’altro
secolo come monumento di progresso e di potenza industriale, è

41

ennio

a

RAMIFICAZIONI di cavi lungo la schiena di un trasformatore
da 50.000 EVA costruito dall’Ansaldo-San Giorgio per la Cen-
trale di Bussolengo. I cavi ricevono un bagno di olio isolante.

stato smantellato mentre era in piena integrità fisica ed ha ali-
mentato a lungo — con i suoi rottami — i forni delle Acciaierie,
sostituito da presse più leggere ed egualmente potenti.

Di fronte al superamento tecnico, v'è il superamento economico,
per lo più combinato col primo.

Due macchine, identiche in dimensioni e prestazioni, si possono
costruire con materiali o sistemi diversi. Così in certe carcasse 0
parti di macchine i pezzi saldati hanno sostituito i pezzi fusi, mentre
altro materiale fuso, in getti di alta precisione e di piccole dimen-
sioni, ha sostituito altrove pezzi che un tempo esigevano lunghe
e costose lavorazioni di macchine con asportazione di trucioli.
Anche lo stampaggio rapido di piccoli pezzi e la coniatura hanno
fatto progressi che, nel lavoro in grandi serie, hanno permesso una
riduzione di prezzo.

La imbutitura, lo stampaggio di lamiere e l’estrusione permettono di
sostituire il costoso lavoro della macchina utensile o fasi manuali di
lavoro, purchè il numero di pezzi sia sufficiente per pagare gli stampi.
Finalmente l’organizzazione del lavoro in grandi serie, dovuta
all'ampliamento dei mercati col miglioramento del tenore di vita,
permette, oltre a tutti gli altri benefici, la ripartizione delle spese
generali su un maggior numero di pezzi e quindi ne riduce il costo.
Dopo tutto questo, non sorprenderà la constatazione, possibile spe-
cialmente in paesi ad alta economia, che certe macchine non si
riparano perchè il salario del riparatore costerebbe troppo di fronte
al valore di una macchina vecchia e riparata.



Negli Stati Uniti si dice che le automobili con gravi guasti non si
riparano, così come da noi non si ripara il macinino da caffè. È
questione, purtroppo, di misura.

L'applicazione dei nuovi materiali di gomma e plastici permette
soluzioni impensate.

Chi avrebbe immaginato che la pera di gomma, dal rango di meschino
arnese domestico, sarebbe passata a quello di organo operatore di
una potente macchina utensile?

Nella pressa Wheelon, per stampaggio di parti in lamiera, una
grande pera di gomma speciale ha sostituito il cilindro e il pistone
della pressa idraulica, permettendo la soppressione del monumentale
«cappello ». Caso frequente di superamento è la concentrazione in una
macchina sola di diverse fasi di lavoro prima affidate a macchine
diverse. Uno dei tanti esempi è la macchina continua per paste
alimentari, che ha riunito in sè il lavoro dell’impastatrice, della
sramola e della vecchia pressa che funzionavano con abbondanti
intercalazioni di lavoro manuale fra una fase e Valtra.






Et la légère craquelure
Mordant le métal chaque jour
D'une marche invisible et sitre
En fera lentement le tour

Oramai possiamo parlare della vetustà intesa come puro consumo
e decadimento fisico, nei suoi aspetti principali di fatto progressivo
col tempo:

La fatica: Il buon ingegnere di tanti anni fa era portato a consi-
derare nei suoi calcoli una sezione metallica eterna e senza storia.
Rimase amaramente sorpreso allorchè con l'aumentare delle pre-
stazioni e delle velocità di certe parti di macchina potè valutare
i fenomeni di fatica: era come se il metallo, inaspettatamente acqui-
stasse un’età e una memoria e denunciasse fenomeni di vecchiaia per
i quali era destinato a perire anche se poco cimentato dagli sforzi.
Lentamente le maggiori apprensioni si quietarono, ma non del tutto,
tanto che si dovette far posto ad un nuovo capitolo di dottrina:
lo studio della fatica.

Si trovò che i veechi limiti statici di resistenza erano più o meno
in relazione semplice con i nuovi, i quali dovevano tener conto
della fatica: per esempio si constatò come fosse possibile riferirsi

alla resistenza allo strappo (carico finale di rottura diviso per l’area

della sezione contratta) che valeva circa quattro volte la resi
stenza a fatica.

Nel calcolare questi limiti, però, non si impone al metallo — in
verità — di resistere ad un infinito numero di alternazioni di sforzo,
ma soltanto a un numero molto alto, per esempio 10 0 50 milioni
di alternazioni che praticamente bastano, mentre in sede di prova
si arriva fino a 1000 milioni di alternazioni. Naturalmente la prova
si fa con macchine velocissime, per non dovere aspettare troppo.
In quest’ultimo caso il metallo si rompe e denuncia il trattamento
subìto con modificazioni profonde della struttura. Si veda la figura
riportata dal Locati («La fatica dei metalli», ed. Hoepli).

Qui la perlite lamellare si è trasformata in globulare e la struttura
denuncia la fatica che ha condotto a morte il pezzo.

Comunque, sembrò che il progettista si potesse coprire aumentando
alquanto la sezione del pezzo. Ma i calcoli più avveduti possono
essere frustrati da nna distribuzione irregolare e imprevista degli
sforzi se essi si concentrano inaspettatamente su superfici piccole
anzichè distribuirsi su quelle maggiori superfici ad essi destinate.
Così avviene per le parti intagliate o con piccoli raggi di curvatura.
Se si volesse osservare che nessuno progetta deliberatamente intagli
pericolosi sn parti meccaniche, si risponderà che influiscono anche
le minori e minime e impercettibili irregolarità, come cricche 0
fessure sopravvenute nella solidificazione o nei trattamenti termici
successivi, scorie, inclusioni provenienti dalla fusione, irregolarità
dovute alla corrosione, ossia all’età.

Di qui l’importanza della storia del metallo da cui fu ricavato il
pezzo: grado di purezza che dipende dalla storia della fusione e
dalla solidificazione, modo in cui il metallo è stato laminato o for-
giato, trattamento termico, rinvenimento.

Quello che per i metalli è morte per fatica, negli altri materiali è
sfacelo per altri motivi.

Così il legno perisce per invasione di funghi e di insetti; la gomma
si invecchia 0, come dicesi in gergo, si ossida; la muratura perisce
per disgregazione, per lo più, dei leganti, specie se non buoni.
Anche qui esistono rimedi come le iniezioni al legno con antisettici.
Talora la struttura massiccia, più o meno sottile, deve far tenuta
contro l’aria o contro un liquido: è ancora spesso il caso dei legni
e della gomma, e la vecchiaia si manifesta evidente con fughe.
Allentamento dei giunti. Quando lo sfacelo o l’indebolimento pre-
monitore riguardano organi di collegamento (giunti, incastri, ece.),
lo sforzo produce deformazioni nella figura della macchina. Allora,
anche spostamenti lievi, possono portare a un rapido decadimento
perchè sforzi che dovevano essere ripartiti e centrati e perciò ben
sopportabili, non sono più nè ripartiti nè centrati e danno luogo
a flessioni, torsioni, svergolamenti imprevisti; organi di tenuta non
tengono più, si producono giochi, il movimento genera vibrazioni
e martellamenti che rapidamente aggravano la situazione per
effetto dinamico.

Organi girevoli andati fuori centro, dànno rapide vibrazioni alter-
native. Quale sintomo mai trascurabile, sopravviene un rumore
anormale che nel caso delle macchine denuncia sempre qualche guaio.
Diamo un esempio banale: nell’automobile, una volta deformata
da un colpo — per esempio — ai longheroni, si comincia a non
potere più chiudere bene le portiere data la deformazione della
carrozzeria. Poi rapidamente la vettura va fuori servizio con gli
scuotimenti della strada avviandosi allo sfasciamento finale.

La corrosione. Volendo parlare di corrosione, cominciamo a dire
con Vernon che i metalli tecnici più comuni si trovano in condizione
metastabile, perciò la corrosione non è altro che un ritorno allo
stato stabile. Basta pensare alla infiammabilità del magnesio, del-
l'alluminio e dello stesso ferro quando sono in polvere.

Siamo circondati dunque da una atmosfera che col suo ossigeno,



col suo vapor d’acqua, con la sua anidride carbonica, insidia con-
tinuamente i metalli. Anche i metalli che noi seppelliamo, sotto
forma di cavi e di tubazioni, sono insidiati a lor volta da correnti
elettriche vaganti oltre che dalle acque sotterranee.

Il problema di difendere i metalli da questo ambiente nemico è
vastissimo e complicato. Basta pensare che buona parte della pro-
duzione mondiale di acciaio perisce per corrosione e scompare come
tale dalla faccia della terra.



I MUSCOLI e le vene del corpo umano messi a nudo in una celebre
tavola delle “ Riflessioni anatomiche” di Bartolomeo Eustachio
(Roma 1740) mostrano grovigli simili ai congegni delle macchine.

43



I PEZZI METALLICI soggetti a sforzi alternati subiscono una
* C 55

modificazione profonda della struttura. La perlite lamellare (4

La natura della corrosione è certamente elettrica, ma per preve-
derla non abbiamo che una teoria molto... teorica. I metalli non
vivono immersi in soluzioni titolate, ma subiscono l’offesa degli
agenti corrosivi nel modo più vario. Così a poco servono le tabelle
di velocità di corrosione in certe soluzioni (in grammi per giorno
e per metro quadrato) la cui utilità è ridotta, tutt’al più, al pro-
getto di parti totalmente immerse di apparecchi chimici. Basta
pensare che molti attacchi corrosivi avvengono — come suol dirsi
— per aereazione differenziale, ossia per colpa di correnti fra
parti più o meno esposte all'aria oppure più o meno bagnate da
acque contenenti più o meno essigeno in soluzione; per cause,
insomma, inafferrabili.

Alcune difese dalla corrosione sono vecchie di secoli, ma raramente
sono perfettissime. I rivestimenti e le vernici dovrebbero essere
molto durevoli, molto aderenti al metallo anche quando esso si
deforma elasticamente, impermeabili all’aria e all'acqua, resistenti
alla erosione e così via. Tutte queste qualità sono difficili da
ottenere insieme. Perciò ogni mezzo di protezione ha pregi e difetti
e. oltre a tutto, ha un costo diverso dagli altri. Possono essere
deposti elettricamente a difesa dalla corrosione: cadmio, zinco,
stagno, rame, e, soprattutto, nichel e cromo. Si hanno poi rivesti-
menti per immersione nello stagno, nello zinco e anche nel piombo.
Si placcano i metalli a sandwich con metalli più resistenti (oro,
argento, nichel, rame, acciaio inossidabile). Si spruzzano metalli
protettivi fusi e atomizzati (come zinco e anche alluminio, cadmio e
stagno). Si proteggono gli acciai od altri metalli con bagni di
fosfato di zinco o manganese e si ottiene così anche un’ottima
base di pitture o di smalti. Si bruniscono le canne dei fucili ed
altri pezzi con immersione in bagni ossidanti a caldo. Si ossida
l'alluminio e sn quell’ossido si applicano le bellissime pitture che
voi sapete. Si ossidano anche le leghe ultraleggere di magnesio.
Si applicano smalti che proteggono i metalli come vetro, ma però
del vetro hanno la fragilità e la tendenza a «cavillare». Si vernicia-
no e si pitturano i metalli da secoli con olii essiccativi e pigmenti
metallici fra cui, notissimo, il minio, che era ed è tuttora la rossa
sottoveste di quasi tutte le opere metalliche e delle tubazioni anche
se poi è ricoperto da strati di altra pittura.

Negli ultimi anni sono andati sempre più in diffusione: lacche,
vernici resinose, smalti; mentre le macchine più rustiche si pro-
teggono tuttora con spalmature di bitume e di asfalto.

Ma quasi tutti i mezzi di protezione hanno vita limitata nel tempo:
si staccano, sono erosi, si screpolano quando non seguono il metallo
nelle maggiori deformazioni; diventano porosi è assorbono perciò
umidità favorendo corrosioni latenti.

Se si tratta di legni, sotto la vernice disfatta seguono invasioni
di insetti e di muffe.

E non tutti i rivestimenti possono applicarsi una seconda volta:







4 4

sinistra) si trasforma in perlite globulare (a destra) e l’analisi
microscopica denuncia la fatica che ha condotto al logorìo.

non gli smalti che vanno applicati a caldo, non i rivestimenti elet-
trolitici, non la ossidazione anodica e la zincatura per immersione.
Usura. Le superfici metalliche si consumano per usura per effetto
di strisciamenti e rotolamenti.

Diciamo subito che si suol rendere ricambiabili le parti che più
rapidamente periscono per usura: cuscinetti, guide del moto ret-
tilineo, anelli di pistone, cilindri, pneumatici, anelli di tenuta di
olio e di polvere, pattini di freno, dischi di frizione, ingranaggi
(questi ultimi però sono costosi). Talora le parti usurabili si rive-
stono di guaine ricambiabili, come le camicie dei cilindri.
L’usura si può talvolta compensare fino a un certo grado registrando
la posizione delle parti, se ciò fu previsto nel progetto.

Il progettista riserva alla superficie usurabile la finitura più accu-
rata (rettifica, lappatura, superfinitura, sbarbatura di ingranaggi);
usa inoltre il materiale più resistente e ne prevede adatti tratta-
menti termici come la nitrurazione, la cementazione, la tempra
superficiale per induzione o alla fiamma, la placcatura con metalli
o materiali più resistenti.

Le superfici di valvole od altri organi di tenuta di fluidi non ten-
gono più quando sono consumate e la regolazione non avviene più:
è vero che talvolta si può prevedere smerigliatura e ricambio di
sedi e di dischi.

L'usura è dovuta alla irregolarità di superfici metalliche striscianti
l'una sull’altra, e può arrivare fino al «grippaggio » fatale, donde
la convenienza di sostituire gli accoppiamenti di strisciamento con
accoppiamenti rotoidali, dove sono applicabili cuscinetti antifrizione
e a sfere che durano di più, si possono cambiare e si tengono
meglio lubrificati.

Inoltre l'usura si aggrava per corpi abrasivi (polveri che si depon-
gono sulle superfici e sono trascinate e strisciate su di esse).

Ecco la necessità di carters o guaine di protezione, per esempio
negli ingranaggi, dove spesso il carter serve anche da deposito
o bagno di olio.

Ma il contatto con corpi abrasivi non può essere di certo evitato
se è proprio su quei corpi che la macchina deve operare, come
avviene per esempio nelle coclee, nei molini, ecc.

Uno degli inconvenienti dell’usura di superfici di contatto lubri-
ficate è l'eccessivo consumo di olio.

In generale il consumo delle superfici corrodibili e consumabili e
dei loro giunti di collegamento, prevale su altri fatti di vetustà,
cosicchè di molte macchine si può dire che dimostrano l’età delle
loro «superfici» specie di quelle di «usura» e dei loro « giunti ».
Infatti è proprio lì che il vecchio stimatore di macchine usate
va prima a guardare.

Perciò la macchina è un poco come la bella donna che, correndo
gli anni, acquista l’età delle sue rughe e ahimè — delle sue
giunture. E per un poco si difende pitturandosi.





BAROCCO MATEMATICO.

moderno ehe tra l'arte e la scienza non ci sono fratture. Questa configurazione è determinata da 27 linee rette tracciate sulla

superficie. Le 27 rette possono organiz si così: data una retta ad arbitrio tra le 27, ve ne sono 10 incidenti quella retta; date

invece due rette. ve ne sono 5 incidenti entrambe. Il massimo numero estrarre dalle 27 in modo che
siano a due a due sghembe (non incidenti) è 6,

Estrosa e precisa, libera e rigorosamente calcolata, eeco una forma che sembra confermare il concetto

di rette che si possono









I DISCHI VOLANTI DELL'’ALFA ROMEO A MONZA. Alle ore 11 del 25 ottobre 1952 la presentazione
delle vetture dette * dischi volanti” fu fatta all’ Autodromo di Monza durante una manifestazione che

prese il nome di # incontro col brivido ”. Poeti, pittori, filosofi, giornalisti. reporters, teenici e campioni,
prima di fare un giro di pista a bordo delle Alfa Romeo 1900 guidate dai corridori, assistettero alla esibi-
zione dei « dischi volanti”, ehe Guidotti e Sanesi fecero andare alla velocità di 250 chilometri allora.
Alla fine qualcuno chiese quando i < dischi? avrebbero potuto entrare ufficialmente nelle gare e i
dirigenti dell’Alfa risposero che entro il °53 se ne sarebbe certo parlato nelle corse di categoria sport.



46

Il brivido e il cattivo tempo
milanese del 25 ottobre non
hanno consentito al reporter
(e a noialtri) di far bella
figura presentando questa tar-
diva, ma storica, documenta-
zione. Le fotografie sono brut-
te com'era brutto il cielo di
quel giorno. Speriamo che di-
cano ancora qualcosa ai testi-
moni entusiasti. Ci perdoni il
lettore ignaro se il frisson non
troverà in lui una risposta.

INCONTRO

COL BRIVIDO

RA i poeti uno dei più spericolati fu Salvatore Quasimodo,
l’autore di «Giorno dopo giorno » e delle più belle traduzioni
moderne dei lirici greci. Quasimodo chiedeva di correre a tre-

cento all’ora anzichè a duecento. Un signore di statura media, come
ha raccontato Guzman su « Il Tempo » di Roma, ben vestito, con
baffetti neri e i capelli un po’ lunghi sulla nuca, insisteva moltis-
simo per essere pilotato su uno dei due «dischi volanti» che poco
prima erano stati presentati al ristretto pubblico degli intenditori.
«Scusi » gli chiese allora il giornalista «lei è uno sportivo? È un
” habitué ” delle corse automobilistiche? » e il poeta gli aveva
risposto no, che non aveva mai assistito a una gara e che anzi non
sapeva guidare neppure l’automobile. L'altro poeta «conquistato »
era stato Eugenio Montale. Montale è l’autore de « Gli ossi di seppia »
e delle « Occasioni », uno degli uomini più severi e scontrosi della
nostra letteratura. Egli fu visto in piedi, dal giornalista Zanasi, sulle
scalinate della tribuna dell’autodromo, accanto allo serittore Dino
Buzzati, cronometrare i tempi delle macchine, due e quindici, due
e quattordici, due e dieci, due e nove, cioè due minuti e nove secondi
per compiere un intero giro di pista, e trepidare per la loro corsa.
« Così forte » diceva « su una pista bagnata, ci vuole un bel coraggio... »
» a chi gli stava attorno e gli spiegava che per marciare con quel
ritmo, per mantenere quella media, Sanesi doveva passare davanti
a lui a circa trecento all'ora, «eh sì» aggiungeva «il rettilineo
bisogna percorrerlo sui trecento, se no gli altri ti sorpassano ».
Montale non volle però correre, era troppo piacevolmente distratto
a cronometrare e discutere per desiderare ulteriori emozioni. Dicono
altri giornalisti che le discussioni che si fecero quel giorno a

Monza non si sono mai sentite in nessun altro autodromo del mondo.
I pittori dissertarono a lungo, ad esempio, dell’effetto che faceva
il rosso clamoroso dei «dischi volanti» tra i toni autunnali del
parco e il cielo color alluminio. Cassinari trovò che tanta velocità
dava il senso della responsabilità collettiva assoluta e voleva signi-
ficare che tutti, progettisti, operai, quelli che costruiscono le strade,
sono responsabili e la loro opera deve essere comune e perfetta per
poter «sostenere una potenza che è ai limiti del naturale ». Gli
invitati in genere salivano sui coupés, le cabriolet, le berline Alfa,
eccitati e arrivavano sereni. I corridori-piloti guidavano con tanta
sicurezza che el'intellettuali scendevano dalle macchine come si
scende dai landeaux, con disinvoltura. Solo Fangio, che era arrivato
all’ultimo momento e non aveva avuto il tempo di pensare alla
prudenza, fece correre parecchi brividi sulla schiena di Arturo Tofa-
nelli. direttore del settimanale « Tempo ». Ha raccontato Tofanelli
in seguito che, mentre il campione argentino affrontava la famosa
curva di Lesmo a tutta velocità e gli confidava sommessamente
« Vede, qui sono scivolato l’anno scorso per un banale incidente... »,
egli già si sentiva bell'e spacciato. Un altro brivido, ma questo sol-
tanto scherzoso, lo provocò, come disse l’« Equipe », Farina salendo
a bordo di un'Alfa. Farina accompagnò il direttore dell'« Equipe »,
Jacques Goddet, il « patron » del tour di Francia, nel solito giro di
pista. « Guardate » esclamò Goddet rivolgendosi all’ing. Quaroni,
direttore della casa del Portello, « guardate che Farina vi vuol por-
tare via la macchina ». Un fotografo sentì e si precipitò a ripren-
dere la scena col suo lampo di magnesio; gli altri, che stavano foto-
grafando Coppi a bordo della «sprint», lo videro e si precipitarono
anche loro. Ci furono sette o otto lampi consecutivi, infine tutto
finì in una gran risata. L’altoparlante intanto chiedeva: « Per favore
un pilota per il filosofo Paci. Chi vuol portare Anselmo Bucci? ».
Nessuno sembrava accorgersi della pioggia. Bucci che soffre noto-
riamente di reumatismi era diventato agilissimo, voleva ancora
provare. Tanta era l'amicizia e la fiducia che si era stabilita tra
gli intellettuali e le macchine che sull’albo dell'Alfa furono raccolti
ben cinquantacinque autografi che dichiaravano tutti senza riserve
l'entusiasmo « per la bella giornata», per la «lollobrivido », che
per altri era stata soltanto nna noiosa giornata di pioggia.



PUBBLICITÀ

esemplare

di Antonio Boggeri

Tra i problemi d'attualità che il pub-
blico trova con ‘insistenza trattati sui
giornali, insieme @ quelli della con-
versione degli impianti, del pieno
impiego, del dirigismo, ecc., quello
della propaganda ritorna ora più fre-



quentemente e lo vedremo forse pro-
mosso agli onori dell'articolo di fondo.
Via via che l'interesse per la propa-



ganda è emerso, ha preso consistenza,
è stato affrontato con lo stesso cipiglio
dei problemi economici e politici. Gli
aspetti della pubblicità vengono investi-
gati ora col metodo scientifico piuttosto
che con l’analisi diretta dei mezzi usati.
Trattandosi tuttavia di una materia le
cui manifestazioni, in gran parte, si
identificano con la carta stampata, non
sembra possibile giudicarne i risultati
senza tener conto anche delle sue qualità
grafiche (come, per analogia, si lamenta
che, nel problema edilizio nazionale, sia-
no ignorate le ragioni dell’architettura).
In una recente conferenza sulle public
relations in atto negli Stati Uniti,
abbiamo sentito citare VEnit come
una manifestazione italiana di propa-
ganda lodata in America e non v'è
dubbio che si volesse porre l'accento
sull'opera di sottile penetrazione ten-
dente a conquistare il pubblico alle più
aperte forme di seduzione: spettacoli,

A (RTRT,
NEW DEPARTURE
BALL BEARINGS.



48

mostre, festival, ece.. organizzati nelle
nostre città più celebri.

Ma a parte ciò, in cosa consiste la
propaganda Enit se non nella rego-
lare e ricca distribuzione di opuscoli,
riviste, manifesti, affissi, negli uffici
viaggi di tutto il mondo?

E dove incontra il turista che li conjron-
ta con altri luoghi classici dell’Italia, se
non in quelle immagini stampate (se non
forse nei nostri film documentari)?
Riconosciuta l'importanza decisiva della
visualizzazione nella propaganda sem-
brerebbe evidente preoccuparsi della sua
forma, gusto, qualità. Noi vorremmo
che la raccomandazione di imitare
Enit venisse ascoltata dai dirigenti
la propaganda dei complessi industriali





d'importanza nazionale.

Quali sono difatti i campi in cui
abbiamo in questi ultimi anni conqui-
stato clamorosi successi internazionali?
Nel film, nella moda, nell’artigianato
dove l'essenzialità del gusto come fat-
tore decisivo è evidente; ma mon è
difficile scorgere nei consensi sempre più
fervidi e nelle pratiche conclusioni delle
vendite un significato preciso: che sol-
tanto le manifestazioni di alto livello
formale incutono rispetto, conquistano
la stima, persuadono all'acquisto.
Sotto questo riguardo una scatola di
sigarette è importante come un’automo-
bile, una radio come un manifesto, un
avviso su un giornale come una mac-





china per scrivere.

Non vè ormai manifestazione dell’arte
applicata che resista alle influenze di-
verse della cultura e fa veramente pena
constatare la povertà, la nessuna pre-
senza di apporti, di risonanze, di
riflessi del mondo del pensiero nella
quasi totalità degli avvisi pubblicitari
che ospitano i nostri giornali e riviste.
Sperduti nella foresta delle idee più
attuali, circondati dall’atmosfera ecci-
tante della vita in fermento, questi
strani esseri che sono gli «avvisi di
pubblicità », vegetano in un loro limbo
dove si balbetta un primitivo alfabeto.
Sarebbe arduo riandare alle origini di
tale linguaggio, fissarne i caratteri: nes-
suna scuola li insegna. Come si è
cristallizzato, vedremo un’altra volta.
Riproduciamo intanto alcuni avvisi
scelti jra le moltissime pagine di pub-
blicità di uma nota rivista americana.
Per quanto, di proposito, assai diversi fra
loro, il contrasto con quelli che abitual-
mente vediamo è così forte e toccante da









non suggerire commenti; vorremmo tutta-
via solo accentuare quanto, ai nostri oc
chi, li giustifica e li fa esemplari.

Una singolare forza d'attrazione deriva
dal magistrale impiego del bianco e
nero; l’espressione grafica discende dal
linguaggio pittorico con naturale ade-
renza alle sue forme attuali, ridestando
tempestivamente un particolare interesse
visivo, conferendo al « nome» un alto
prestigio. Da ultimo una piena, assoluta
padronanza della tipografia moderna: re-
quisito fondamentale per il superamento
di questo assunto: riassumere fondendo-
li, l'elemento decorativo con quello tecni -
co-pratico. Si deve concludere che risul-
tati come questi non sono mere improvvi-
sazioni abbandonate all’indifferenza del
pubblico.





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of the Toxos Eastman Company are hundreds upon hundreds of COOPER ALLOY Stoiniem Steel

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T6 rcensa supero 14?

Rolph Waldo Emerson on a civilized notion







M there be 0@ counie
which connot #tand
any one of those testi

tho* country is, in all these respacts, not civil,
but borborous; and no advantage of soll,
climate, or coast can resist

these svicidal mischiefs.

(Civitination, 1967



ij CONTAINER CORPORATION OF AMERICA

«Quelle colline », disse, « erano tutte coperte
d’olivi, fin dall'epoca etrusca: ho trovato
tombe di etruschi esattamente nel mezzo delle
piantagioni morte, con le pietre dei muric-
ciuoli a secco che delimitavano le ceppaie

degli alberi maggiori. Ho trovato anche, in
quegli oliveti spentisi nell’abbandono, e rinati

IN MAREMMA silvestri qua e là, enormi macine di pietra,
Î ed altri oggetti primitivi usati per pigiare le
ulive, e poi filtrare l’olio. Questo deserto era

tutto un oliveto, ininterrotto, per chilometri e

chilometri i contadini romani vedevano il

Congegni fierissimi che rimuovono da oltre un metro 0 Seo: negrnla Cela plale dea A
ISO Pan : Mediterraneo, dai monti fino al limite del
mare. I fusti con l'olio erano portati nella

di profondità lo strato di pietre, acque, radici inestir- È ! ; ! (
via Aurelia, poi a Centum Celle quando

pabili con mezzi normali, e portano al sole la terra Traiano fondò il porto che segnò la decadenza
, . È ; É di Ostia, alla foce del Tevere. Furono i secoli
mai prima d’ora sfruttata dal contadino dello splendore, i traffici aumentavano ed i

ricchi possidenti costruivano sfarzose ville in
mezzo alle piantagioni di olivi. L'olio di
di Lamberti Sorrentino Centum Celle era così pregiato che i potenti
di Roma se lo portavano in otri gonfi e
lucenti fino alle loro dimore estive nel golfo
di Napoli, a Baia, Cuma, Miseno. Nelle cro-
nache del tempo si narra di morene di Poz-
zuoli condite con olio di Centum Cella. Nel

LI macchina vincerà il tempo, disse il ziamo l’Italia », senza nemmeno fare cenno 528 la città, contesa fra Goti e Bizantini,
mio compagno d'Africa (ero stato ospite al dolore di non essere più in Africa. Il pae- resistette vittoriosamente a Totila, ma presto
suo a Tocra al principio della guerra; saggio è desolato, esteso, arcaico. Denuncia incominciò la decadenza, e nell’812 fu di-
dirigeva allora il Consorzio Agrario della l'abbandono dei secoli, ed è contro cotesto strutta dai Saraceni. La popolazione fuggì,
Cirenaica). Voleva riferirsi ai trattori che abbandono di tanti secoli ch’egli lavora con e le piante cominciarono a morire. Dopo
avevamo veduto all'opera nell’Azienda di i suoi mastodonti d’acciaio. Indica le colline alcuni decenni intorno al porto nacque una
Bonifica di Civitavecchia che dirige adesso. all'orizzonte, allungate e sottili, calve, con città nuova, con il nome attuale, e funzioni
Gli piace concludere i suoi discorsi con sen- qualche macchione qua e là, d’un colore marinare. Gli olivi abbandonati fornivano

tenze. Aveva detto anche: « Adesso coloniz- ocra pallido, e riflessi verde veronese. tutt'al più legna da ardere, le intemperie





producevano fenomeni di erosione che modi-
ficavano sostanzialmente la natura dei luoghi.
La terra dalle colline era portata a mare
e spuntavano le pietre del sottosuolo. Quel
che abbiamo davanti agli occhi, sia pianura,
sia collina, è almeno un metro al di sotto
del livello di un tempo ». Disse ancora il
mio compagno d'Africa: «Moltiplichi quel
metro per l’estensione del paesaggio, ed avrà
la cubatura dell’humus che l’incuria, 0 l’inav-
vertenza, degli uomini, ha lasciato perdere
nel mare ». « Terra morta », diss’io.

«Maremma » ch'è lo stesso. Cotesta parola
ricorre per la prima volta verso il 1200,
come contrazione di marttima, cioò marit-
tima; e significò, poi, terra bassa e paludosa
lungo il mare. Inguaribile, si pensava. Così
come l’Agro Pontino fu risanato per via delle
macchine, anche la Maremma dovrà la sua
rinascita alla vita agricola a nuove macchine.
Si è sostenuto che lo sviluppo dell’industria,
sottraendo lavoratori alle campagne, nuocesse
alla agricoltura. Invece è l’industria che for-
nisce alla agricoltura mezzi di battaglia.
Coteste macchine sono carri armati veri €
propri, congegni fierissimi, terribili, che da-
ranno guerra all'abbandono. La terra non si

L'AF/S nella zona di Civitavecchia. dove l'Ente Maremma sta tentando un radie
espressamente per i lavori di sbancamento, uno dei più
potenza di 135 cavalli e uno sforzo di trazione equivalente

esaurisce nello strato di un metro di humus
dalla erosione portato al mare. Era lo strato
più ricco, l'oro puro. Sotto quello strato vi
sono pietre d’ogni dimensione, acque saline,
radici dannose, tante malattie che i mezzi
normali del contadino, fino a pochi anni fa,
non potevano nemmeno pensare di ridurre
o curare. Il trattore Ansaldo-Fossati AF/8
da 135 cavalli compie una prima operazione
di disboscamento, sezionando la boscaglia in
tanti segmenti paralleli un metro dall’altro,
poi altrettanti segmenti perpendicolari, in
modo da sradicare e distruggere le piante,
seppellirle, involtolarle nella terra. Radici e
piante vengono, poi con altre macchine, e
infine dalla mano dell’uomo, raccolte in
fascine, e vendute come combustibile. La
terra rimane, nelle zone di macchia, libera di
ingombro, pronta ad essere trattata, conci
mata, coltivata. Una seconda operazione, la
più straordinaria dell’AF/8, è costituita dalla
rottura del cappellaccio di pietra dove la
terra sembra tutta asportata dalle erosioni.
AIl’AF/8 si applica un ripper, un anello con
tre punte a gancio, che entrano nella terra
pietrosa, e svellono le pietre. Se le pietre sono
molto pesanti, si adopera il ripper con un

solidi del mondo. Pesa 14 tonnellate, è lungo 2 metri e 38,
a) suo peso. Con l'applicazione di un “ ripper ”’, svelle le pietre più pesanti.

solo gancio, in modo che nell’azione di quel
gancio si concentri tutta la potenza dei
135 cavalli del motore, e si assiste allo spet-
tacolo di lastroni di pietra pesanti quintali
che sono portati alla superficie da oltre un
metro di profondità. Tra i lastroni, e sotto
di essi, vi è buona terra, riportata al sole.
Una terza operazione compiuta dall’AF/8 è
infine l’arieggiamento dei sottofondi argillosi
che si estendono per chilometri e chilometri,
in certe zone, a un metro circa sotto la terra,
a volte a soli venti centimetri. Il gancio
penetra in profondità, producendo nella massa
argillosa un vero e proprio spacco, 0 cunicolo,
a traverso cui passa l’aria. Cotesto arieggi
mento provoca un’azione fisica e chimi(
quale muta la consistenza dell’argilla mede-
sima, che da filacciosa diviene glomerulare.
In quell’argilla, prima totalmente sterile, arri-
vano le radici, e col tempo si forma l’humus
nutriente. Altre azioni rapide e decisive com-
pie la straordinaria macchina sui terreni
morti, o considerati tali, come l'apertura di
fossi di scolo della profondità di oltre un metro,
per il drenaggio delle acque, il frangimento
delle zolle. Dalla notte dei tempi alla nascita
della macchina la velocità massima era costi-



ale esperimento di bonifica. È un trattore studiato

‘aggiunge una



tuita dalla corsa di un cavallo, e il mecca-
nismo più audace per fecondare la terra era
l’aratro trainato dai buoi. Così come il limite
della velocità massima si sposta innanzi di
anno in anno, e supera limiti nemmeno imma-
ginati prima, lo sviluppo delle macchine agri-
cole fa prevedere che grandissima parte della
terra giudicata sterile sarà restituita alla
coltivazione. I filosofi dicono che la macchina
è la nemica dell’uomo, che i guai dell’uomo
incominciano appunto con le filande di
Manchester, le prime macchine. Qui, nella
piana di Civitavecchia, si dimostra il con-
trario: la macchina è l’amica dell’uomo.
L'Italia che ha subìto nel corso di innume-
revoli guerre l’usura del disboscamento, e
perciò ha veduto nel giro dei secoli ridotto
al minimo la sua capacità produttiva, si
avvantaggerà delle prestazioni di queste mac-
chine, e potrà sperare in un suo domani più
ricco di sussistenze ».

L’ingegner Giuseppe Rozzi — il mio amico
d'Africa — dice che lavorare la terra è come
creare opere d’arte, o partorire; si è presi
dall'azione al punto da non pensare ad altro.
È il solo lavoro regolato dal sole, perciò il
più sano. Gli chiedo che cosa costa comples-

sivamente l'immissione nel ciclo produttivo
agricolo, di una famiglia colonica.

Risponde: « Tra acquisto di terra, opera di
bonifica, costruzione della casa, ece., intorno
ai tre milioni di lire. Si assegnano 91 poderi
di otto ettari l’uno, e 68 quote di integrazione
a coloni che hanno terra propria, ma non
sufficiente ai loro bisogni. Una parte della
somma è anticipata dall'Ente Maremma,
un’altra dallo Stato; le famiglie coloniche
diventano proprietarie dei poderi in venti
anni, dopo avere integralmente restituito il
capitale anticipato. Senza le macchine che
rendono la terra sfruttabile, l’opera non si
sarebbe nemmeno progettata. Siamo al prin-
cipio. L’AF/8 e le altre macchine che ado
periamo aprono un ciclo nuovo alla bonifica.
Zone che prima erano giudicate non reddi-
tizie, o addirittura irredimibili, oggi sono
rapidamente convogliate nel ciclo della pro-
duzione. E dove prima si arrivava, poniamo,
in un anno e spendendo un milione, noi con
le nuove macchine arriviamo spendendo
mezzo milione in sei mesi. È prevedibile che,
fra breve, i progressi industriali consentiran-
no di ridurre maggiormente tempo e spesa ».

IL TCA/70, più adatto alle rimozioni leggere, sta diventando con l'altro trattore il protagonista della lotta contro l'abbandono che si
svolge ora nell'alto Lazio. Il suo peso è di circa 6 tonnellate e mezzo, la potenza di 60 cavalli, la sua velocità può essere di 9,6 chilo-
metri all'ora e la sua capacità di sforzo 6,8 tonnellate. In seguito all’azione dei trattori Pargilla prima sterile si trasforma in humus.



IL CAPO OPERAIO

A più diretto contatto con le maestranze egli è
particolarmente qualificato per esercitare non solo
un’azione di comando, ma di guida morale del personale

E alcuni'aspetti della « condizione operaia »

sono di competenza del riformatore sociale,

è però nei compiti e nell’interesse diretto
dell’organizzatore industriale curare tutte
quelle circostanze che possono sollecitare nei
lavoratori una partecipazione morale alla vita
intima dell’azienda ed alleviare in essi il logo-
ramento psicologico imposto dal progresso
della macchina e dalla tecnica.
Non si può confidare nel successo di aleun
programma di sostanziale sviluppo della pro-
duttività senza un’attiva adesione delle mae-
stranze. La mancanza di questa condizione
ridurrebbe, ed in certi casi neutralizzerebbe,
completamente l’efficacia di innovazioni tec-
niche e l’impiego di macchine più moderne.
In ogni situazione, soprattutto laddove le
condizioni ambientali siano caratterizzate da
fattori politici che rendono particolarmente
accentuata la tensione tra maestranze e dire-
zione aziendale, si deve pertanto riconoscere
allo sviluppo delle «human relations » un
grado di priorità nella ricerca dei mezzi per
realizzare una maggior efficienza produttiva.
Nell'ambito di una politica di distensione
sociale all’interno dell'azienda e di mobili-
tazione delle risorse delle maestranze il ruolo
fondamentale spetta ai quadri intermedi e, in
particolare, ai capi operai.
È indispensabile infatti che coloro che sono a
più diretto contatto con le maestranze siano
particolarmente qualificati per esercitare
un'azione non solo di comando, ma di guida
morale del personale. Essi devono essere il
più possibile ricettivi nei confronti dei con-
cetti delle « human relations », possedere natu-
rali attitudini a trattare con i dipendenti,
avere una preparazione professionale che su-
sciti il rispetto spontaneo delle maestranze e
infine — last but not least — dimostrare
capacità e volontà di insegnare.
Si tratta. come è evidente, di un complesso
di doti non comuni che richiedono accurati
processi di selezione ed addestramento. Gli
sforzi compiuti in questa direzione sono però
destinati a dare risultati largamente superiori
ad ogni eventuale costo per la formazione
di capi operai che sotto ogni aspetto risultino
idonei alle funzioni di comando. Si è potuto
infatti constatare in varie situazioni che lavo-
ratori scadenti guidati da elementi molto
capaci producono di più che buoni lavoratori
diretti da quadri mediocri. Questo criterio va
tenuto presente in special modo per l’attua-
zione di programmi organici di sviluppo della
produttività, dovendo i capi operai essere in
grado in tal caso non solo di assimilare le
più moderne concezioni tecniche, ma di po-
terle spiegare convincendo i dipendenti — che
nella maggior parte dei casi sono diffidenti
verso le innovazioni — della convenienza di
assecondare i nuovi indirizzi produttivi.
Da un'analisi qualitativa dei capi operai in
Italia si può rilevare che la maggior parte

5a

di Leo Solari

di essi ha raggiunto le attuali posizioni perchè
fornita di non comuni doti di intelligenza e
di capacità di comando, ma, difettando in
misura eccessiva di una base teorica, non ha
l'elasticità mentale occorrente per portare un
contributo positivo nel miglioramento dei
procedimenti tecnologici ed assimilare nuove
concezioni nell’organizzazione del lavoro. I
quadri formatisi unicamente alla scuola del-
l’esperienza diretta tendono a rimanere anco-
rati alle nozioni pratiche apprese molto tempo
addietro e, gelosi del loro patrimonio di no-
zioni tecniche acquisite attraverso un lun-
ghissimo, faticoso tirocinio, sono in genere
riluttanti a dare insegnamenti esaurienti agli
altri. Per essi poi si può rilevare, come per
ogni altra categoria di persone aventi nelle
nostre aziende funzioni di responsabilità e
controllo del lavoro altrui, una mancanza di
sensibilità per il problema delle «relazioni
sociali ».

Quadri operai in Italia.

È vero che una parte dei quadri di officina
proviene da seuole medie inferiori comuni 0
industriali. Anche per costoro però si lamen-
tano, sebbene in misura minore, alcune delle
stesse deficienze rilevate per la categoria dei
non diplomati. Di quest'ultimi poi i quadri
provenienti dalle scuole per periti industriali
non hanno in genere certi pregi, dovuti ad
eccezionali doti naturali e ad una dura espe-
rienza. In particolare è stata rilevata la ten-
denza dei diplomati a fare gli impiegati da
tavolino e ad assumere atteggiamenti che li
rendono invisi alle maestranze. È da tener
presente poi che, anche per quanto riguarda
i periti, ci si affida in genere alla spontanea
maturazione nell’ambito aziendale: essi in-
fatti vengono per lo più assunti ed immessi
nella vita di officina senza aleun speciale
addestramento. Corsi per periti sono stati
tenuti solo in alcune società, quali la Fiat,
la Terni, l’Ilva, la Olivetti, l'Alfa Romeo, la
Edison. Nella maggior parte delle altre aziende
non esistono o sono stati sospesi.

È stato rimproverato alla nostra industria
non solo di non curare sufficientemente la
preparazione dei capi operai, ma di confinare
eccessivamente le funzioni di questi ultimi a
compiti puramente esecutivi.

Da parte di tecnici americani che hanno avuto
occasione di studiare la nostra organizzazione
industriale ci è stato fatto osservare che le
nostre aziende, accentuando un difetto da
essi riscontrato anche in numerose altre im-
prese europee, non lasciano un margine suf-
ficiente per l’iniziativa personale. Negli Stati
Uniti si è convinti infatti della opportunità
di riconoscere al «foreman » (capo operaio)
una certa autonomia di decisione: in relazione
a ciò lo si considera regolarmente parte del
«management » e si cura al massimo la for-
mazione della sua personalità.

Una delle funzioni fondamentali del sistema,
seguìto da quasi tutte le aziende americane,
di regolari, frequenti riunioni tra « foremen »
convocate per discutere argomenti di comune
interesse con la partecipazione di esponenti
della direzione dell’azienda, è appunto quella
di sviluppare nei quadri la capacità di ini-
ziativa ed il senso di responsabilità, prepa-
randoli, così, anche per mansioni più elevate.

Selezione.

Nella selezione dei capi operai si cerca di
evitare criteri empirici, quale quello della
scelta del lavoratore migliore o più anziano,
ritenendosi che in tal modo si rischierebbe
di perdere un buon lavoratore e creare un
mediocre «foreman ». Per promuovere un
operaio a funzioni di comando ci si preoccupa
di accertare, fra l’altro anche attraverso
«tests », che egli possegga una serie di qua-
lificazioni specifiche.

Le doti fondamentali che vengono richieste
ad un « foreman » sono la capacità di comando,
l'attitudine a sapere trattare con i dipendenti,
la capacità di istruire e farsi comprendere e,
infine, l’abilità nel proprio mestiere. L’anzia-
nità costituisce solo un requisito secondario.
La selezione avviene spesso dopo corsi pre-
paratori per « foremen ». L'istruzione continua
però anche in seguito per coloro che hanno
avuto la nomina. Essi devono in certi casi
seguire persino corsi di economia (natural-
mente di carattere molto elementare). Si
cerca infatti di dar loro quelle nozioni di
carattere generale che possano permettere ad
essi di rendersi conto di certi problemi fon-
damentali dell'azienda e di spiegarli ai propri
dipendenti. Soggetti su cui si insiste in modo
particolare sono i metodi per migliorare le
relazioni con il personale, la tecnica della
prevenzione cagtro gli infortuni, i princìpi ge-
nerali dello studio dei tempi, dell'economia
dei movimenti, dei metodi di riduzione degli
sprechi, e così via.

Si svolge poi un’azione costante per svilup-
pare nei capi operai la coscienza della respon-
sabilità, ad essi affidata, di curare la forma-
zione dei loro sostituti (« training of under-
studies ») secondo criteri razionali indicati in
piccoli manuali dedicati a questo argomento.
Attraverso riunioni, conferenze e continue
raccomandazioni ci si sforza di vincere nei
capi la naturale riluttanza a valorizzare i
propri collaboratori più vicini, dimostrando
la convenienza di porre in luce i propri meriti
come educatori di nuovi quadri.

Il sistema che più frequentemente viene appli-
cato per la preparazione dei capi operai è
il « Training within industry », T.W.I. (adde-
stramento nel luogo di lavoro). Questo me-
todo di insegnamento, affermatosi negli Stati



Uniti nel corso dell'ultima guerra, è venuto
perfezionandosi ed estendendosi nel dopo
guerra con particolare riguardo al problema
delle relazioni. sociali.

Il T.W.I. ha avuto diffusione anche in alcuni
paesi europei (Belgio, Francia, Olanda, Paesi
Scandinavi, Regno Unito, Germania) e sta
per svilupparsi in Italia, ove alcune delle
nostre più importanti industrie del Nord hanno
qualche tempo fa convenuto di costituire a
tale scopo un Istituto speciale che dovreb-
be svolgere nel nostro Paese la funzione espli-
cata negli Stati Uniti dalle « T.W.I. Foun-
dation ».

Per quanto riguarda l'addestramento dei capi
operai, la caratteristica peculiare del T.W.I.
è rappresentata dal fatto che esso mira non
già ad accrescere il loro patrimonio di nozioni
tecniche, ma a mostrare loro come essi pos-
sano nel modo migliore utilizzare l’esperienza
già acquisita nel trattare i dipendenti, nel-
l'organizzare il lavoro e nell’istruire il per-
sonale.

I programmi sono prevalentemente articolati
sulle tre seguenti materie: «Job relations »
(rapporti con il personale), « Job methods »
(criterio per l’impiego più efficiente della mano
d'opera e dei materiali attraverso il miglio-
ramento dei sistemi di lavorazione), «Job
instruction » (addestramento dei nuovi operai).
I corsi vengono tenuti all’interno dell’azienda
durante le ore di lavoro, prevalentemente
sotto forma di riunioni in cui l’istruttore —
che, a sua volta, ha ricevuto una preparazione
speciale presso l’istituto centrale del T.W.I.
— cerca di attivare il più possibile la libera
discussione.

Affinchè i princìpi ed i metodi discussi nelle
riunioni vengano sistematicamente applicati
dai capi operai si cura che l'addestramento
continui durante il lavoro. Sia durante i corsi
che dopo il loro completamento l'istruttore
T.W.I. visita i capi operai per controllare se
essi si attengano ai criteri che hanno formato
oggetto dei programmi di insegnamento.
Anche in diversi paesi dell'Europa occidentale
si riscontra un rigoglioso sviluppo di iniziative
per l’istruzione e l’addestramento dei capi
operai. In Inghilterra ed in Norvegia a questa
funzione provvede principalmente lo stesso
governo. Del problema si è occupata, in altri
stati, direttamente l’industria. Quasi ovunque
esistono organismi centrali, in certi casi ope-
ranti in collaborazione con i sindacati dei
lavoratori, per lo sviluppo dei programmi di
insegnamento per quadri aziendali.

Gli argomenti più curati sono infatti i se-
guenti: criteri per guidare i dipendenti sulla
base di uno studio del loro temperamento e
delle loro attitudini, metodi per promuovere
un buon lavoro di squadra, importanza di
sviluppare la personalità dei propri uomini,
le condizioni per creare negli operai la sod-
disfazione del proprio lavoro, relazioni fra l’am-
biente familiare e quello dell’azienda, ece.
Si tenga presente che in genere la tensione
all’interno della azienda, anche laddove essa
sembra avere eminentemente un’intonazione
politica, è più la conseguenza che la causa
di una reciproca incomprensione tra direzione
dell'impresa e maestranze. Bisogna quindi
disporre di quadri che sappiano essere gli
interpreti tra due parti ciascuna delle quali
parla un linguaggio incomprensibile all’altra
ed abbiano soprattutto l’arte di rivelare ai
dipendenti le innumerevoli possibilità di com-
promesso tra la lealtà nei confronti della
azienda e la lealtà verso le organizzazioni
sindacali di cui fanno parte.

È evidente che è principalmente su elementi
giovani che si può fare affidamento per l’espli-
cazione di un’azione di questo genere. Essi
possono infatti portare quell’entusiasmo che
manca in chi è irrigidito nei criteri di con-
dotta dettati dall’abitudine.








siti E i TI
PIETRO PELLIZZONI, un capo operaio dell’Officina Meccanica (OMFA) dei Cantieri
Riuniti dell’Adriatico. Nato a Monfalcone, è all’OMFA dal 1927. Ha accompagnato i
nostri inviati nel suo laboratorio per mostrar loro i modelli in legno di parti di scialuppe.



RODOLFO QUARGNAL, operaio fabbronave, nato a Trieste e dipendente dal Cantiere
San Marco dal 1917. È un tifoso della Triestina, ma secondo lui i calciatori della sua squadra
guadagnano troppo. Tutti gli operai qui presentati dipendono dai Cantieri Riuniti dell’ Adriatico.

PIETRO GUGLIELMI, falegname modellista. Ha eostruito il modello della motonave
« Australia’ in mostra da qualche tempo nella galleria di testa della stazione di Roma.
E° nato a Muggia il 1895, è entrato nei cantieri il 1909. Gli piace molto l'escursionismo.



EUGENIO GABOR, triestino, quarantadue anni, addetto alla fonderia della fabbrica di macchine nautiche Sant’ Andrea
dal 1926, dall’età di sedici anni. Egli racconta che quando cominciò il suo apprendistato i ragazzi facevano
pratica a fianco di un operaio anziano. Adesso gli apprendisti frequentano nella fonderia una vera e propria scuola.





MARIO OPITELLO,

nato a "Trieste nel
1898 e addetto alla Fabbrica Macchine
Sant'Andrea dal 1926. Quasi tutte le eliche
dei Cantieri dell’ Adriatico sono passate per
le sue mani. Il suo è un lavoro di grande
precisione. Opitello ha un viso chiaro, occhi
trasparenti. I suoi compagni indicano in
lui un parlatore di grande efficacia. Egli
confessa che non gli piace il cinema di ades-
so: preferiva il muto, di cui ricorda volen-
tieri qualche colosso, come “ Quo vadis?”.

AMILIO BIN, dei Cantieri di Monfalcone. Le
origini della sua carriera sono sul mare.
Calderaio, cominciò come calderaio di
bordo. Viaggiava sui battelli della Cosulieh
in linea per l'America del Nord. Trovò
impiego in una ferriera di Pittsburg e
rimase lì parecchi anni. # Ci si stava bene *
dice « ma il proprio paese è sempre il
proprio paese”. Fece la prima guerra
mondiale in marina. Viaggiare, secondo lui.
è una delle cose più intelligenti da fare.



MESTIERI

vecchi e nuovi

Un capo operaio, un fabbronave, un modellista, un fonditore, un

rifinitore di eliche, un calderaio, un saldatore, una avvolgitrice di

bobine, un montatore e un tracciatore, ognuno con la sua personalità

di Franco Vegliani

ON so dire esattamente quanti siano i

dipendenti dei Cantieri Riuniti dell’ A-

driatico. Parecchie migliaia senza dubbio
che ogni giorno, a ore determinate, entrano
ed escono per i cancelli degli stabilimenti a
Venezia, a Trieste, a Monfalcone, a Gorizia,
e spendono la loro giornata in un’opera che,
per quanto possa essere limitata nel genere,
è essenziale nei risultati. Personalmente ne
ho conosciuti dieci: nove operai e un capo,
nove uomini e una donna. Ho posto a cia-
scuno presso a poco le stesse domande, ne
ho avuto naturalmente risposte diverse. Dif-
ferenti le funzioni, vari i temperamenti, altra
l’intima storia di ciascuno. Una cosa soltanto
comune, e questa appunto: che per ognuno

di essi una «intima storia » esiste. E soprat-
tutto resiste, non alla «routine » della vita
quotidiana e del quotidiano lavoro, ma (è
sottilmente diverso) nella « routine » della vita
e del lavoro. Come dire che una vera mono-
tonia, la dannata rassegnazione, il conse-
gnarsi passivo all’automatismo dei gesti e dei
pensieri abituali, non ha realtà per costoro.
Ciascuno di questi uomini, personaggi improv-
visi, in un certo senso casuali, e dunque
squisitamente indicativi, di una galleria,
affronta la propria giornata come ha affron-
tato la propria carriera umana, il singolare
destino, con una dose di calore vitale che le
ore non disperdono, se non nei termini della
materiale fatica, e gli anni non hanno spento.

GUGLIELMO ORTOLANI, nato ad Ancona il 1913 e residente a Monfalcone dal 1938.
Lavora alla saldatura delle lamiere. # Creda pure che ogni varo è una festa anche per
noi” sono le sue parole. Ortolani si è sposato a Monfalcone e quindi ormai si sente di
casa lì. E° appassionato dei due sport più popolari, il calcio e il ciclismo, fa il tifo per Coppi.

= =



Li guida invariabilmente un individuale « ca-
priccio di vita », un personalissimo mito, una
vivace fantasia di se stessi che, se anche non
si formulano in proposizioni o non si con-
cretano in immagini, sono trasparenti nei
gesti, nel modo con cui guardano e vi guar-
dano, nel variare del tono della voce. E che
si trasmettono in ciò che essi «fanno »; in
ciò che è l'occasione della loro esistenza,
anche materialmente la maggior parte della
loro esistenza (otto, dieci, qualche volta
dodici ore in una giornata), è soprattutto
l'oggetto in cui si riconoscono come creature
concrete. Voglio dire che Emilio Bin, per
fare un caso, è calderaio e lo è sempre (come
si è sempre poeti, o maestri di scuola, 0 esplo-
ratori polari) anche quando si ritrova a fare
una partita con gli amici o a leggere un libro
che gli piaccia. Ma lo è in un modo incon-
fondibilmente suo. E così Carlo Benes è
tracciatore anche quando ripete i versi del
Paradiso perduto di Milton, l’opera di poesia
che lo entusiasma di più, o segue alla radio
le fasi di una partita della «Juventus», che è la
squadra del suo cuore. Lo stesso gli altri.
Una continuità, che non saprei chiamare
altrimenti che spirituale, colma la frattura
tra il lavoro e lo svago e salda il cerchio
della loro giornata. La sirena dello stabili-
mento segna il limite tra la fatica e il riposo,
ma non è la frontiera tra due mondi in oppo-
sizione, soprattutto non è il segnale per cui
si perde o si riacquista la propria personalità.
Allora vuol dire che almeno qui, dove pure
si parla di una grande industria, il discorso
della rotellina inconsapevole e del cieco ingra-
naggio non vale. Il fondo artigiano, garanzia
di spontaneità, di iniziativa, di libertà spiri-
tuale, non disarma di fronte alle macchine
enormi e perfette, è obbediente ma non
sopraffatto in presenza delle regole rigorose
e dei calcoli esatti che governano il mondo
delle costruzioni. La macchina, se voi la
vedete lavorare con questi uomini, non esce

MARIO PADOAN, veneziano, caposquadra
al montaggio costruzioni navali di Mon-
faleone, buon bevitore. E° tradizione che
quando sullo sealo viene impostata una
nuova chiglia, punto d'origine di tutta la
nave, le squadre di montaggio festeggino
l'avvenimento con una bevuta augurale.
La nave sta per andare sul mare incontro
alla fortuna. occorre che l’accompagni la
buona sorte. Mario Padoan parla di queste
bevute con un certo imbarazzo, con pudore.



56

I i
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CARMEN COLAUTTI, anch’essa dei Cantieri di Monfalcone. Le donne che vi lavorano sono
una cinquantina cirea. La Colautti entrò in Cantiere quand’era giovanissima, sposò un
operaio elettricista e lasciò il lavoro. Poi rimase vedova e tornò a lavorare. Ha una figlia
di vent'anni che ha terminato le scuole medie, ma non ha aneora trovato un impiego.

dalle sue funzioni di strumento, non prevale
e non annichilisce. Docilmente aiuta. La con-
fidenza nasce del resto dalla lunga convi-
venza. Ci sono operai che lavorano a questi
Cantieri da almeno trent'anni. Talvolta sono
figli di altri operai che già lavoravano qui, i
loro figli in molti casi seguiranno la voca-
zione dei genitori e dei nonni. Si formano
delle dinastie che vedono nascere, prosperare
e invecchiare i loro strumenti di lavoro, li
vedono rinnovarsi e mutare, intrecciarsi alle
vicende personali. Ognuno allora ha la sua
storia da raccontare, una storia non roman-
zesca ma dimessa, normale diremo, e forse
proprio per questo tanto più preziosa in
quanto più oscura.

Abbiamo scelto un operaio fonditore, un rifi-
nitore di eliche, un calderaio, un modellista,
un fabbronave, una avvolgitrice di bobine,
un montatore, un saldatore, un tracciatore,
un capo d’arte, non perchè questi mestieri
sono più nobili degli altri, ma perchè sono
meno noti. Troverete i ritratti e i nomi di
questi uomini e della donna qui accanto.
Tutti nella loro attività impiegano mezzi, ter-
mini, capacità prima sconosciute, forme e
materie insolite, pur rimanendo inalterata in
ognuno la pianta d’uomo, quella che Gugliel-
mo Ortolani, il saldatore, definisce «la nostra
responsabilità » e che potrebbe essere anche
la loro personalità.

TZ”

CARLO BENES, il più giovane di tutti
i fotografati (1921) e il più letterato
anche. Ha letto il “ Paradiso perduto ’
di Milton e labate Parini. Traeciatore
in scala naturale dei disegni che gli
arrivano dall’ufficio tecnico, a vederlo
lavorare per terra ricorda gli scenografi
dei teatri. Dalla esattezza del disegno
dipende quella del pezzo cui il disegno
servirà di guida. La verifica si avrà
soltanto al momento del montaggio.
« E° raro che si sbagli” dice il giovane
“ però fino al momento della verifica
stiamo sempre con il cuore sospeso ”.





Il Vescovo e le stilografiche

La determinazione dei gusti del pubblico vista attraverso alcuni

classici esempi di una nuova scienza: l’analisi di mercato

LI intensificati rapporti con il mondo

occidentale, dopo un lungo periodo di

autarchia che non era solo economica,
ma anche scientifica e spirituale, hanno sco-
perto nuovi campi al nostro interesse. Fra
questi, per quanto possa sembrare spropor-
zionato il riferimento, dobbiamo anche com-
prendere il tema che intendiamo trattare in
questo articolo.
L’insieme di metodi e di conoscenze, che è
noto negli Stati Uniti come «marketing
research s e che noi preferiamo tradurre « ana-
lisi di mercato », può a prima vista apparire
come un’eccessiva specializzazione, nell’am-
bito aziendale, dell’attività commerciale, quasi
una manìa per le sistematizzazioni scientifiche
o pseudo tali, fine a se stesse, che solo paesi
ricchi e aziende floride, possono permettersi
il lusso di ritenere indispensabili.
Ma ad una più attenta valutazione, ad un
esame equanime e privo di preconcetti sul
genere della maggiore importanza che ha
l’intuito e l’abilità sul metodo e sull’azione
sistematica, ci si rende conto che anche l’ap-
plicazione continua di certe regole ha un’im-
portanza determinante per la migliore con-
dotta aziendale.

noto come generalmente nel nostro paese,

nel quadro aziendale, la soluzione di problemi
così detti di tecnica produttiva, precede
sempre quelli della vendita e della distribu-
zione, come se i primi non fossero strettamente
dipendenti dai secondi, e questi a loro volta
dai primi: tipico esempio di interdipendenza
in vista di un unico scopo, che è il massimo
rendimento economico dell’azienda.
La situazione di privilegio della «produzione»
sulla «vendita» è talmente evidente nella
nostra struttura economico-aziendale, che lo
Stanford Report per l’Industria Meccanica
non ha esitato a comprendere fra i suggeri-
menti di più urgente realizzazione il riequi-
librio, agli alti livelli aziendali, dell’ impor-
tanza da attribuire ai problemi della vendita
in rapporto a quelli della produzione.

Poliedricità del problema.

È proprio la sentita necessità di conoscere
nel campo della produzione con sufficiente

| approssimazione i gusti, le esigenze, il com-
portamento presente e futuro, è la necessità
di trovare un mezzo per mettere in contatto
produttori e centinaia di migliaia se non
milioni di consumatori che costituisce lo scopo
dell'analisi di mercato. Non è da stupirsi se
la tecnica relativa si è sviluppata in parti-
colare negli Stati Uniti dove più che in altri
paesi la distanza e la complessità dei rapporti
fra produttori e consumatori è la diretta conse-
guenza dell’ampiezza del mercato, della con-
centrazione industriale, della grande produ-
zione di serie, dei bassi costi unitari e dei
forti consumi.

di Davide Cittone

Certo, nè il nostro sarto nè il calzolaio arti-
giano dell’angolo, hanno alcuna necessità di
effettuare un’indagine di mercato per il più
razionale svolgimento della loro attività. Il
contatto diretto e periodico con i clienti
consente loro di regolare perfettamente la
loro azione sulle esigenze della clientela; se
non bastassero le specificazioni al momento
dell’ordinazione, vi saranno tutte le varianti
e precisazioni durante le sedute di prova.
Considerate invece un grosso calzaturificio od
un grande stabilimento di confezioni e non
ci sarà bisogno di esemplificare perchè ci si
renda conto della straordinaria poliedricità
che viene ad assumere il problema della
conoscenza delle preferenze del pubblico che
dovrebbe consumare i prodotti di queste
aziende: una colorazione dalla sfumatura
errata, una forma non perfettamente rispon-
dente al gusto, l’inadeguato assortimento di
misure e tagli possono provocare danni
irreparabili.

Fabbricanti e clienti.

Citiamo alcuni esempi di risultati avuti a
seguito d’indagini di mercato che pensiamo
siano di un certo interesse per il lettore, se
non altro perchè suggeriscono l’avvertimento
che non conviene fidarsi del cosiddetto senso
comune nel tentare le previsioni che ci in-
teressano. Spesso il senso comune si è rivela-
to tutt'altro che un concentrato di saggezza!
Una fabbrica francese di penne stilografiche
credeva che le sue penne fossero acquistate
in grande maggioranza da adulti. Un anno
che le vendite d’improvviso si dimezzarono,
il direttore fece eseguire un’indagine dalla
quale risultò che 180 % delle penne andavano
a finire a ragazzi di scuola.

Gran parte erano acquistate per farne regalo
in occasione di compleanni e onomastici, ma
più di tutto come dono per la Cresima. Il
fabbricante francese tenne conto di tale cir-
costanza e lanciò in commercio nuovi tipi
dalla bella apparenza in astucci eleganti, e
le vendite ripresero rapidamente. La contra-
zione che era stata constatata era dovuta al
fatto che il Vescovo di Parigi aveva ordinato
di ritardare di un anno l’età minima della
Cresima.

Il direttore delle ricerche della General
Motors escogitò un sistema per richiedere agli
interessati di valutare l’importanza di quegli
accessori per le autovetture che di solito non
si ritengono strettamente indispensabili. Per
esempio, domandò di indicare la convenienza
di un sedile mobile, nel senso del maggior
valore che avrebbe acquistato l’autovettura,
a seconda che il sedile fosse stato da un dol-
laro o da cinquanta. Circa quindici accessori
furono così soggetti a revisione e l’analisi
consentì di determinare fino a qual punto

era conveniente equipaggiare le autovetture
con accessori costosi o no. Molto prima lo
stesso direttore aveva determinato con tale
cura la variazione dei colori delle autovetture
che praticamente non si rese mai necessaria
la riverniciatura.

Un fabbricante di utensili per carpentieri e
tappezzieri si accorse di aver accumulato fra
le sue giacenze ben centoventi tipi di martelli.
Erano stati tutti raccomandati dai commis-
sionari, che avevano, a suo tempo, assunto
piccole ordinazioni per ognuno di essi e ave-
vano ritenuto di dare notevole contributo al
benessere dell’azienda suggerendo la produ-
zione di un nuovo tipo di martello. Questa
situazione aveva ridotto le possibilità tec-
niche del produttore a quelle di un semplice
artigiano, dovendo egli limitarsi a produrre
un numero molto limitato di martelli per ogni
tipo. Finalmente il produttore si decise a
mandare ai cinquanta più grossi consumatori
una serie di martelli in omaggio, con la pre-
ghiera di usarli e di riferire sul tipo che pre-
ferivano. Come risultato dell’inchiesta i cen-
toventi tipi si ridussero a sei.

Il direttore di un grande magazzino (Depart-
ment Store) era stato varie volte avvertito
da numerosi amici che certamente il suo giro
d’affari si sarebbe ridotto perchè i saloni di
vendita del pianterreno erano sempre molto
affollati. Aveva già considerato l'opportunità
di spostare, ad altri piani del palazzo, alcuni
reparti del pianterreno, ma prima di farlo
decise di fare eseguire un’inchiesta, Furono
poste numerose domande, una delle quali era
così concepita: « Avete mai cessato di fare
acquisti in un negozio a seguito di un trat-
tamento non soddisfacente? Quale era la
natura di questo trattamento? ». Quando si
ricevettero le risposte, meno del mezzo per
cento degli intervistati fece riferimento all’af-
follamento; si rilevavano molte altre critiche
per fatti esistenti in parte anche presso i
concorrenti, in parte esclusive di quel negozio.
Il direttore comunque non trovò necessario
di riordinare i propri reparti, bastarono poche
e serie conversazioni con alcuni commessi.

Come si fa un'analisi.

Numerosi sono gli schemi che gli autori di
testi sulle analisi di mercato offrono al lettore.
Senza entrare nel dettaglio delle singole voci
possiamo ritenere che in generale l’indagine
comprende tre parti ben distinte. La prima
è quella che si riferisce all'esame del prodotto,
nel senso che si chiariscono le caratteristiche
del prodotto nuovo oppure quelle dei miglio-
ramenti che s'intendono apportare a quello
già in produzione, in confronto con altre
produzioni similari nazionali ed estere. In
questa parte sarà trattata la capacità di assor-
bimento del mercato nazionale considerato co-

527

me un tutto ein rapporto conl’alta produzione
nazionale, con le esportazioni, con le impor-
tazioni. La seconda parte riprenderà l’analisi
del consumo più propriamente detto; cioè i
gusti, le preferenze per i vari tipi di prodotti,
la loro presentazione, l'ubicazione dei negozi,
la confezione, ecc. Qui si tratterà dei prezzi
e delle curve di domanda.

Stabilite così le quantità che si possono ven-
dere, il modo con cui devono essere presentate
e i prezzi a cui devono essere offerte, resterà
nella terza parte da esaminare con quale
organizzazione e attraverso quali accorgi-
menti si mette il prodotto alla portata
dell'eventuale consumatore, facendo sì che
questi senta il desiderio di acquistare il pro-
dotto. Si determinerà il sistema di distribu-
zione capillare (rappresentanti, concessionari,
viaggiatori, ecc.), le rimunerazioni degli a-
genti, gli sconti, i premi, le rese, la con-

cessione di crediti, in altre parole la migliore
politica di vendita.

Non solo, ma sulla base della determinazione
globale, fatta nella parte prima, del fabbi-
sogno nazionale e della quota-parte prevista
per l'azienda, si studieranno in rapporto alla
potenzialità economica delle varie zone, la
parte di assorbimento di ognuna di esse,
ottenendo gli elementi per fissare ai rivendi-
tori, i contingenti minimi o massimi di vendita
in determinati periodi. Servirà anche a cal-
colare lo sviluppo da dare a tutta la campagna
pubblicitaria, ma questo dovrà essere poi
diffusamente esaminata in collaborazione con
gli specialisti.

Abbiamo fin qui descritto sommariamente i
principali punti, i diversi temi, di uno schema
d’analisi di mercato, ma non abbiamo detto
da quali fonti si attingano in genere le
notizie che servono alla trattazione. Crediamo





aper etame dmn Regni dette

di poter utilmente distinguere tre fonti: a) le
notizie e rilevazioni statistiche di carattere
storico; 6) le rilevazioni eseguite ad hoc;
c)idati e le notizie ottenuti da esperimenti.
Questa classificazione può apparire non ri.
spondente ad un criterio perfettamente logico,
ma si chiarisce che con la prima intendiamo
riferirci alle relazioni di carattere generale e
continuativo esistenti nei Paesi anche di
media civiltà: censimenti demografici, indu-
striali, commercio con l’estero, produzioni,
vendite al minuto, all’ingrosso, indici di
prezzi, reddito nazionale, imposte e tasse,
telefoni, autovetture, oltre che alle statistiche
interne dell’azienda interessata: vendite per
anno o per mese, classificate per territorio,
per categorie di consumatori, ece. La seconda
classe si riferisce a quei dati raccolti con un
notevole sforzo ed in vista dell’indagine. Si
tratta essenzialmente di indagini per «cam-









UNA FAMIGLIA di piccoli borghesi romani sorpresa a pranzare in un tinello « all'antica”. All’infuori del fornello a gas e della mae-
china per cucire questa famiglia non possedeva altre macchine. La nostra analisi ha rivelato che nelle abitazioni modeste, mentre è molto
vivo il desiderio di avere « una casa da film”, lucida, invitante e discretamente automatica, si ritiene, in genere a torto, che la
serie degli apparecchi necessari per facilitare le operazioni domestiche sia molto costosa. Si deve ancora superare un tale pregiudizio,

58

pione » con tutto lo sforzo per la determina-
zione della sezione, del segmento di popola-
zione rappresentativo dell’« universo ». È usata
per la determinazione dei motivi di acquisto
o delle propensioni all’acquisto, in genere
studia anche le cause che stabiliscono il com-
portamento dei soggetti. Questa indagine può
essere fatta una volta tanto, stabilendo un
rapporto non continuativo con gli intervi-
stati, oppure può essere periodica, quando
l'indagine si ripeta nei confronti degli stessi
intervistati, entro un certo tempo.

Il terzo tipo è meno facilmente comprensibile,
perchè esperimenti nel campo sociale non
sono fattibili a rigore di logica. Qui si vuole
fare riferimento a quegli accorgimenti del
ricercatore nel creare una situazione tale che
l'osservazione di diverse variabili conduca a
conclusioni non ambigue sulla relazione esi-
stente fra di esse.

Paese la inadeguatezza delle rilevazioni sta-
tistiche è talmente forte che se si vogliono
avere dei risultati appena attendibili, ci si
dovrebbe rivolgere alle rilevazioni fatte da
appositi istituti come la Doxa, i quali però
per il temperamento della nostra gente che
difficilmente si presta alle interviste 0, quando
acconsente, spesso risponde con maggiore im-
maginazione che verità, non possono per ora
dare quei risultati che si ottengono nei Paesi
anglosassoni.

Uffici specializzati.

Possiamo distinguere tre categorie adatte a
fare una analisi di mercato:

a) uffici speciali di aziende;

b) istituti specializzati;

c) agenzie pubblicitarie.

ripete più quell’incremento nella costituzione
di questi uffici che si era riscontrato nel
periodo 1948-1950. È evidente che singole
aziende non possano consentirsi certi oneri,
tanto più che il servizio è domandato in modo
molto saltuario, mentre la necessità delle
documentazioni è continua. In altri termini
anche se l’ufficio sarà impiegato in modo
direttamente utile, mettiamo una volta al-
l’anno per un periodo da quindici giorni ad
un mese, questo non riduce il lavoro del
personale addetto, che è occupato tutto
l’anno alla raccolta e classificazione di mate-
riale che potrebbe eventualmente servire.
Però grandi complessi industriali o finanziari,
che controllano aziende delle più diverse
produzioni, possono con vantaggio per le
singole componenti creare un ufficio cen-
trale di ricerche di mercato nel seno di un
ufficio studi o di una giunta tecnica. La



NELLE case più rieehe Vuso degli elet-
trodomestici è invece più largamente dif-
fuso. La nota attrice Lea Padovani dimo-
stra che non c'è nulla di meglio del
forno elettrico per cuocere uno sformato.

Per esempio: vi sono diversi modi di ordinare
le merci negli scaffali, si possono adattare
per le stesse merci in diversi negozi « self-
service » diversi metodi ed osservare le varia-
zioni nelle vendite. Queste sono le cosiddette
«prove» o «tests» che sono fatte, quando
e come possibile, per eliminare i dubbi e le
ambiguità delle conclusioni che si possono
trarre dalle altre due categorie di dati.
L'esperimento non ha molta possibilità di
applicazione anche se fornisce i dati più
sicuri, la rilevazione ad hoc è spesso molto
costosa. Nella grande maggioranza dei casi
le indagini di mercato fanno assegnamento
sulle rilevazioni statistiche nazionali o sezio-
nali cioè di gruppi di aziende, di settori
economici, come potrebbero essere i dati che
nel nostro Paese potrebbero raccogliere le
associazioni industriali di categoria.

A meno di non avere provato, difficilmente
si può credere alle possibilità veramente
ampie che, per lo studio dei mercati, offrono
le rilevazioni statistiche nazionali. Nel nostro

sasa come dicono
Alida Valli è del
parere che si possano fare dei buoni ‘ polli

INNAMORATA della
le sue amiche, anche
alla diavola ’” oltre che al ristorante pure
in una buona cucina elettrica, senza cuoca.

Non vi è dubbio che in genere i risultati più
attendibili, più pertinenti al caso siano otte-
nuti quando l’indagine è svolta da un ufficio
dell’azienda interessata. La conoscenza del
prodotto, del mercato, dei metodi di vendita,
consente di correggere spesso il tiro delle
osservazioni e di raggiungere con maggiore
rapidità, conclusioni attendibili. Queste cono-
scenze particolari difficilmente potrebbero
essere trasmesse ad organi esterni all’azienda
non solo per la segretezza delle notizie, ma
proprio per la loro stessa natura derivante
dall’esperienza. Ottimi risultati si sono avuti
da una collaborazione degli uffici di analisi
di mercato aziendali con istituti specializzati
sul tipo Gallup o Doxa o anche con uffici
di agenzie pubblicitarie. Per questi ultimi è
bene dire subito che i risultati possono essere
inficiati da un diffuso ottimismo, senza il
quale probabilmente certe campagne pubbli-
citarie non verrebbero intraprese.

Gli uffici specializzati nel seno delle aziende
sono costosi ed anche negli Stati Uniti non si

IL FRIGORIFERO di Carla Del Poggio. Il
frigorifero può significare per un “ ménage”
economico la possibilità di fare certe prov-
viste ogni tre o quattro giorni, con un
notevole risparmio di tempo e denaro.

quantità del materiale comune in tutte le
indagini, è tale in rapporto a quello speci-
ficatamente necessario per ogni caso, che
l’ufficio diventa economico solo quando può
essere chiamato ad interessarsi di un gran
numero di prodotti.

Oltre all’ufficio speciale di un’azienda o di
un gruppo di aziende, è di estrema utilità,
soprattutto nell’assenza di ampie rilevazioni
statistiche, sapersi servire dall’organizzazione
di vendita periferica. Quante sono le aziende
che domandano ai loro rivenditori, che spesso
raggruppano numeri con quattro cifre, rela-
zioni periodiche su schemi prestabiliti, sul-
l'andamento dei rispettivi mercati, o che li
interrogano in base a questionari uniformi
su determinati problemi riguardanti la ven-
dita? Certo sono molto poche.

Ci auguriamo che la lettura di questo articolo
serva solo a suscitare la curiosità di appro-
fondire l’argomento e realizzare queste ed
altre cose, per il migliore avvenire delle
aziende italiane. °

La massaia automatica

L’uso delle macchine domestiche a Roma

come risulta da una inchiesta giornalistica

di Umberto

Lg che abbiamo svolta è necessa-
riamente limitata a poche centinaia di
persone. Abbiamo cercato però di sele-
zionare le persone da interrogare in modo da
poter presumere che ciascuna di esse rappre-
sentasse una categoria o almeno un «tipo »
di economia familiare. Le risposte non sono
state affatto concordi e spesso non hanno for-
nito una indicazione: ne hanno fornite molte,
ma purtroppo non accordabili fra loro.
Non c’è intanto, così per cominciare, una
opinione precisa sulla maggiore praticità della
cucina con la elettricità o col gas. La tota-
lità delle donne interrogate su questo argo-
mento sono favorevoli al forno elettrico, in
quanto, affermano, esso distribuisce un calore
più omogeneo sulla vivanda da cucinare.
Riguardo ai fornelli, invece, i pareri sono
discordi. Volendo fare una media si dovrebbe
concludere che la maggioranza delle donne
vorrebbe avere una cucina che fosse insieme
elettrica ed a gas: e cioè con il forno e con
due fornelli ad elettricità; ed altri due for-
nelli a gas. Uno dei due fornelli elettrici
dovrebbe essere utilizzabile come graticola,
cioè per cuocervi a diretto contatto la carne
o il pesce. Le ragioni per la preferenza verso
questo tipo di cucina sono molte: affermano
le donne pratiche delle faccende domestiche
che il gas è più utile per le cotture brevi, per
far scaldare subito il latte, l’acqua per il tè,
per cuocere due uova per una cena rapida, ece.,
e che l’elettricità è invece preferibile per cot-
ture lunghe e quindi per la cucina di impegno.
Una signora è giunta addirittura a precisare
che la cucina ideale potrebbe essere ad elettri-
cità e gas in bombole, per evitare e il canone
per due contatori e le tubature del gas.
E poichè siamo in cucina affrontiamo il più
vasto problema del bancone all'americana che
oggi comincia ad interessare molte donne di
‘asa ma che è ancora assai poco diffuso per
il suo alto costo ed anche per le trasforma-
zioni che impone ad una normale cucina. È
opinione comune tra le donne di casa che
un impianto del genere dovrebbe far parte
dell’appartamento e non entrare nella casa
con l’inquilino. Molte donne, del resto, cono-
scono il bancone soltanto per averlo visto
in film. Esso fa parte di quel complesso idea-
le che le donne di casa più evolute sognano,
ma che non tentano neppure di realizzare
perchè impone delle spese iniziali troppo forti.
Non vale far presente alla eventuale acqui-
rente che un tipo di apparecchiatura dome-
stica comporta delle future economie. Ancora
oggi la maggioranza del ceto medio è anco-
rato alla donna di servizio come testimo-
nianza della propria categoria sociale e non
riesce a persuadersi che l’economia rappre-
sentata dalla assenza della domestica, specie
in una piccola famiglia, può consentire un
complesso di spese di attrezzatura che ren-
dono trascurabile il vantaggio di avere una
‘ameriera. Una donna di casa che disponga
di una lavabiancheria, di una lavapiatti, di
un aspiratore e di una lucidatrice e, natural-
mente, che lavori in un appartamento moder-
namente attrezzato e di superfice ridotta non
ha bisogno di una cameriera se non per custo-

60

De Franciscis

dire i figli quando deve uscire di sera. Per
questa necessità è nato a Roma, e sta sor-
gendo nelle principali città d’Italia, un ser-
vizio di «aiuto familiare ».

Sulla cucina per la famiglia media il discorso
è molto lungo. Molte delle signore da noi
interpellate trovano che pochissimi apparta-
menti di nuova costruzione hanno una cucina
veramente razionale. Dobbiamo convenire che

di marmo, per il disimpegno di cucina. La
«macchina » fa parte dell'immobile e il pa-
drone di casa si rifiuta di riprenderla perchè
non sa dove custodirla. Lo spazio distribuito
più razionalmente consentirebbe certamente
alla signora Pacini di aver entrambe le mac-
chine domestiche che desidera.

Questo è un aspetto del problema. L'altro
aspetto è il costo degli apparecchi fonda-
mentali: frigorifero, lavabiancheria e lava-
piatti. Il frigorifero è — almeno nella opinione
delle donne di casa — troppo caro. Secondo
le esigenze del bilancio medio il frigorifero
non dovrebbe costare più di sessanta, ottan-
tamila lire, e possibilmente essere incorpora-
bile a volontà in un altro mobile. Si preferisce
normalmente il tipo ad assorbimento che non
fa rumore e che ha la possibilità di essere
alimentato con facilità. La famiglia media
non si preoccupa della sua” cubatura non
avendo mai eccessive scorte alimentari da
conservare. In Italia il rifornimento dei
viveri è quotidiano e non settimanale co-



CESARE ZAVATTINI elettricista. Per cam-
biare una lampadina lo scrittore ha bisogno
di una assistente, però è uno di quegli
uomini che nella loro dinamica vita hanno
bisogno di farsi la barba eol rasoio elettrico.

è vero. Le cucine che completano gli apparta-
menti per il ceto medio sono maiolicate e
dispongono di un attacco per la corrente
industriale; ma non si va più in là.

Il problema della diffusione degli apparecchi
elettrodomestici è quindi legato a quello del-
l’abitazione per il ceto medio. Su questo
punto sono state concordi le duecento donne
interpellate. La cubatura degli appartamenti
per il ceto medio è piccola, ma essa sarebbe
tollerabile se ci fosse almeno una razionale
distribuzione dei servizi. La signora Gianna
Pacini mi ha fatto vedere la sua cucina:
da tre mesi è tormentata dalla scelta tra
l’acquisto di un frigorifero e quello di una
lavabiancheria. Entrambe le macchine nella
cucina non possono trovar posto perchè buona
parte dello spazio è occupato da una monu-
mentale « macchina a gas » e da un tavolo. Il
tavolo non può essere soppresso e sostituito
con un tavolo da stiro pieghevole perchè
manca un piano di appoggio, di cristallo o

“« LIBERTA DALLA FATICA ”. Convinta
che l'emancipazione della donna comincia

tra le mura domestiche, l’on. Cingolani
pone le macchine per la casa in primo
piano nella campagna a favore della donna.

me avviene in altri paesi. Forse la costru-
zione dei frigoriferi dovrebbe ispirarsi ad un
criterio italiano e non seguire uno standard
americano. Molto gradito sarebbe un frigo-
rifero che avesse uno sportello sottostante a
quello principale con una capace camera a
temperatura meno fredda per la custodia
delle verdure fresche di cui la famiglia ita-
liana fa uso maggiore che non quella di altri
paesi.

Per le lavapiatti molte signore sono di
opinione che esse siano state concepite co-
me apparecchi di uso per i grandi complessi,
per comunità religiose, alberghi, ristoranti,
ma non per l’uso domestico. Tutte affermano
di non aver trovato in commercio il tipo
che fa per loro. Vorrebbero una macchina
piccola, per un numero ridotto di stoviglie,
che occupasse poco spazio e, naturalmente,
che richiedesse minor consumo di energia
elettrica. Se la lavapiatti è troppo alta di
prezzo, troppo voluminosa e troppo co-



stosa come gestione, la donna di casa ne
respinge l’acquisto come oggetto poco pra-
tico e continua a lavare i piatti nell’acquaio
con l’aiuto di uno spazzolino appositamente
costruito e con la protezione dei guanti di
gomma.

Tutte indistintamente le donne che abbiamo
interrogato si sono dichiarate entusiaste della
lavabiancheria. La lavatura dei piccoli e
dei grandi capi è una delle fatiche più
ingrate a cui una madre di famiglia deve
sottostare. Tutte quelle che hanno potuto ado-
perare una lavabiancheria dei tipi attualmente
in commercio l’hanno trovata perfetta. Natu-
ralmente si lamentano del prezzo e afferma-
no che un apparecchio del tipo piccolo
non dovrebbe superare le cinquantamila
lite al pubblico. Tecnicamente suggerisco-
no di facilitare lo scarico dell’apparecchio.
Rilevano infatti che pochissime cucine sono
concepite modernamente ed hanno quindi
uno scarico a terra, perciò lo scarico del-
l’acqua insaponata deve avvenire a mezzo

tanto delle donne, il condizionatore d’aria.
Durante la torrida estate che abbiamo tra-
scorso, qualche marito disperato ne ha
acquistato uno e se ne è dichiarato molto
contento. Il costo di questi apparecchi è
ancora molto alto ma tutti indistintamente
ne valutano la utilità. Molti sarebbero di-
sposti ad acquistarne uno ratealmente, soprat-
tutto per poter trascorrere in serenità le
notti d’estate. Tutti gli interpellati si augu-
rano che essi vengano costruiti su vasta scala
e che quindi il loro prezzo diminuisca.

Abbiamo accennato alla vendita rateale: è
il perno su cui ruota il problema della diffu-
sione degli elettrodomestici. Quasi tutti i
giovani sposi vorrebbero poter provvedere
con una sola rata mensile alla completa
attrezzatura elettrica della loro casa. Natu-
ralmente la rata non dovrebbe essere esigua
ma neppure troppo alta, e tale da compro-
mettere il bilancio, sempre ridotto, di una
giovane coppia. Aicuni fra gli interpellati
sono favorevoli alla vendita diretta da parte



IN ULTIMO Vlaspirapolvere di Milly Vitale. Di recente invenzione ha incontrato larga sim-
patia perehè è un oggetto veramente utile. Oggi si ritiene che oltre all’aspirapolvere in
qualunque casa non dovrebbe mancare una lavatrice e un frigorifero. Im America l’uso

x

di questi apparecchi è così generale che senza di essi una massaia non saprebbe vivere.

di un recipiente che poi verrà scaricato nel-
l’acquaio. Per ovviare a questo inconve-
niente suggeriscono che nelle lavabianche-
ria venga installata una pompa, anche a
mano, per poter rialzare il livello della bocca
di scarico e consentire quindi la vuotatura
della macchina direttamente nell’acquaio 0
nel W. C. di servizio.

Aspiratore e lucidatrice elettrica apparten-
gono ad un settore meno ambito di macchine
domestiche. I tappeti sono pochi e le tap-
pezzerie non esistono più. Naturalmente
questo non annulla l’utilità dell’aspiratore
in una completa attrezzatura domestica. Ma
le signore che abbiamo interrogato rilevano
che esso dovrebbe essere più piccolo e più
maneggevole, meno impegnativo ad essere
usato spesso. Per la lucidatrice invece nessun
rilievo; tutte vorrebbero averne una di buona
marca.

Quest'anno è entrato tra gli apparecchi che
attirano l’attenzione delle donne, e non sol-

dell’industria, con lunghe rateazioni come
solo l’industria può fare, rateazioni garantite
naturalmente dal riservato dominio. Un gio-
vane marito ci ha suggerito addirittura la
possibilità di far collegare la vendita degli
elettrodomestici a quella dei mobili, in modo
che il blocco di acquisti per la casa formi
un complesso unico, con una unica rata, e
in modo che il mobilio garantisca il paga-
mento degli apparecchi e viceversa. Afferma
il giovanotto, un ingegnere edile, che il
bilancio del ceto medio può essere ancora
spremuto, ma molto lentamente. Si deve
dare perciò alla giovane coppia la possibilità
di provvedere con un unico pagamento men-
sile alla formazione del patrimonio «casa ».
Altrimenti si finisce per rinunciare ad un
acquisto a favore di un altro più urgente.
Il discorso fatto dal giovane ingegnere è
abbastanza acuto: «Ogni giovane coppia —
afferma — dispone di un paio di anni di
**neutralizzazione ’’ subito dopo il matrimonio.

Il quel periodo hanno un guardaroba suffi-
ciente per non dover fare acquisti di vestiario
e le spese per gli eventuali figli sono ancora
limitate. L'interesse dei fabbricanti e dei ven-
ditori di apparecchi domestici dovrebbe essere
concentrata su questo biennio-triennio, duran-
te il quale la giovane coppia può consentirsi
acquisti da cinquecentomila lire a un milione ».
Naturalmente oltre il settore già esaminato
delle macchine medie e grandi c'è il vastis-
simo settore delle « macchinette » che attirano
sempre l’attenzione dell’acquirente. Il tosta-
pane è entrato ormai nell’uso corrente e si
può dire che non vi sia famiglia borghese
che non ne abbia uno. Altrettanto può dirsi
per la macchina da caffè espresso che figura
ormai su ogni mensa. Ve ne sono di ogni
tipo e di ogni grandezza, e vanno dal prezzo
minimo a prezzi piuttosto considerevoli.

Per il ferro da stiro le massaie sono orientate
decisamente per il tipo a termostato, che
stacca automaticamente la corrente quando
è troppo caldo e che porta incorporato un
regolatore di calore per la lana, la seta, il
cotone. Ve ne sono ormai di bellissimi, di
linea e di qualità, e secondo l’affermazione
delle acquirenti non c’è che la difficoltà della
scelta.

Un apparecchio che comincia ora ad entrare
nell’uso comune è il frullatore modernissimo
che polverizza i vegetali e permette la fab-
bricazione di quei frullati di frutta che fanno
ormai parte integrante della alimentazione
moderna. Molte signore vorrebbero acqui-
starne uno ma tutte affermano che il prezzo
di essi è troppo elevato. Ne richiedono un
tipo corrente a prezzo minore.

Di uso corrente sono gli asciugatoi ad aria
calda per i capelli, i bollitori, i macinini
elettrici, ecc. Comincia ad essere larga-
mente conosciuto e ambito un apparecchio
multiplo, il «Proteo», che sull’innesto di
un solo motorino, si trasforma per parecchi
usi domestici.

Il rasoio elettrico comincia solo ora ad en-
trare nell’uso comune. Lo limita ancora l’alto
costo e la abitudine di farsi la barba con il
rasoio di sicurezza. Avviene con il rasoio
elettrico quello che avvenne per il « gillette »
quando venne difl'uso.

Abbiamo lasciato per ultimo il discorso sugli
scaldabagni perchè piuttosto complesso. Molto
spesso esso non viene sostituito con uno di
altro sistema perchè il cambio importa anche
una trasformazione delle tubature in loco
piuttosto costosa. In molte case, poi, soprat-
tutto in quelle di recente costruzione, è in
funzione la centrale termica con la distri-
buzione a contatore dell’acqua calda.

In molte altre case nei mesi invernali per
riscaldare l’acqua viene utilizzato il calore
del termosifone mediante la installazione di
un bollitore apposito. Molti fra coloro che
abbiamo interrogato hanno suggerito la co-
struzione di un bollitore che possa essere
alimentato, a volontà, dal calore del termo-
sifone o da una resistenza a corrente indu-
striale, in modo che con lo stesso recipiente,
di una capacità dagli ottanta ai cento litri,
si possa avere acqua calda estate ed inverno.
Qualcuno ha provveduto da solo facendo inse-
rire nel bollitore a vapore anche un elemento
contenente una resistenza, analogo a quello
in uso per i normali scaldabagni elettrici, ed
ha ottenuto dei risultati soddisfacentissimi.
Tutto quanto abbiamo raccolto non vuole es-
sere, naturalmente, una inchiesta completa
ma soltanto lo schema per una inchiesta per
settori che dovrebbe essere fatta con mezzi
tecnici appropriati. Nei colloqui avuti con per-
sone di diverso ceto e diversa mentalità su que-
sto argomento ci siamo fatti l’opinione che i
consumi, con un po’ di accortezza e con una
precisa conoscenza dei desideri dei "clienti,
potrebbero essere largamente incrementati.

GI

GERMANIA

anno 1953

L’esportazione ha accelerato il periodo della ripresa tedesca. La

produzione della Germania dopo aver raggiunto e superato il livello

d’anteguerra è in grado di compiere un aliro lungo passo avanti

di

E uno combina insieme, acriticamente, le principali informazioni
S successivamente diffuse (ma in contesti diversi) dalle fonti più

autorevoli, la storia della ripresa tedesca gli può apparire
un rompicapo.
Troviamo infatti i seguenti dati:
1) Perdite di potenziale produttivo causate dalla guerra.
molto parlato ed il più delle volte magnificandone l’entità. Si ricor-
derà che nel 1947 uscì un volume del Deutsches Institut fiir Wirt-
schaftsforschung in cui si valutava che il patrimonio industriale
preesistente entro il territorio delle attuali zone d’oceupazione fosse
stato falcidiato di un 40%, A quell’epoca non erano neppur com-
piuti gli smontaggi.
2) Nuova formazione di capitali reali dopo la guerra. — Il Country
Study pubblicato dall’ECA nel 1949 valuta probabilmente nulli
o negativi gli investimenti netti fatti nell’insieme dell’economia
della Germania Occidentale durante i tre anni intercorsi dalla
disfatta alla riforma monetaria. Dal 1949 in poi esistono, sugli
investimenti netti, autorevoli valutazioni tedesche: purtroppo
anch'esse indicano il totale per tutta l'economia e non la quota
spettante all’industria. Queste valutazioni mostrano che il livello
d’investimenti fu altissimo relativamente alle circostanze. Tuttavia,
pur partendo da questi totali altissimi e facendo le più generose
congetture sulla loro ripartizione, si trova che l’investimento netto
nell’industria durante il biennio 1949-50 può aver rappresentato
al massimo l’equivalente di un sesto della capacità produttiva
utilizzata nel 1936. Un sesto è margine superiore di stima; l’ordine
di grandezza che appare più verosimile è un 10%.
3) Ripresa della produzione e della produttività. — Gli indici cor-
rentemente pubblicati dall’ufficio statistico federale (con base 1936)
mostrano che già nel 1950 la produzione globale dell’industria
aveva raggiunto il livello di partenza prebellico. Questo avveniva
con un impiego di mano d’opera molto più elevato (+ 22-23%)
che nell’anteguerra, cosicchè non si poteva provare quanta parte
della ripresa dipendesse dall’avvenuta riparazione delle perdite di
capitale e quanta dal maggior uso di mano d’opera. Tuttavia,
nel 1951, anche gli indici della produzione industriale per ora lavo-
rata hanno raggiunto (e successivamente superato) il livello pre-
bellico, nonostante un ulteriore lieve aumento dell’occupazione.
Dati del genere qui sopra indicato provocano facilmente false impres-
sioni. Il principale trabocchetto consiste nel riferimento alla situa-
zione « prebellica ». Si prende come base l’anno 1936 ma il pubblico
può facilmente dimenticare che il livello di produzione 1936 non
segna affatto il limite massimo raggiunto dal potenziale industriale
della Germania Occidentale prima del collasso bellico. Dal 1936
al 1942-43 il livello aumentò, secondo le varie valutazioni pubblicate
in materia, di un 40-50%. E questo non dice ancora tutto, se è
vero — come ha illustrato il Kaldor — che anche in tale periodo
di massima espansione produttiva sussistevano in Germania note-
voli margini di potenziale industriale non sfrutta‘o. Comunque sia,
si deve concludere che il potenziale tedesco prima della rovina non
è misurato dal livello di produzione 1936 ma da un livello di pro-
duzione almeno metà più alto.
Anche le « valutazioni delle perdite belliche » vanno considerate con
cautela. Gli uomini d’affari sanno che il valore capitale di un elemento
di un impianto si può calcolare da tanti punti di vista distinti, giun-



Se ne è

62

Galiano

gendo a risultati disparati. Chi valutò le perdite dell’apparato
industriale tedesco al 40%, assunse evidentemente come criterio di
calcolo la capitalizzazione del «lucro cessante » istantaneo e non
il costo di sostituzione. Solo così si può giustificare una valutazione
tanto alta: poichè le economie moderne sono macchine complesse
in cui la distruzione di singole cellule basta effettivamente a paraliz-
zare larghi settori. La « United States Strategie Bombing Survey »,





AMBURGO, depositi della Compagnia Shell: cerimonia di in

che evidentemente assunse come criterio di misura il costo delle
cellule distrutte, valutò invece le perdite complessive subìte dalla
Germania per i bombardamenti bellici al 6 e mezzo %.

Il mito.

Una suggestiva illustrazione sia del significato problematico delle
valutazioni correnti in materia di perdite-capitale, sia dei precedenti
accenni circa lo sviluppo industriale tedesco negli anni di guerr
è data dalla consistenza di « macchine utensili» in Germania Occi-
dentale. Secondo i calcoli di M. Panicaud, la consistenza passò da
976 mila unità nel 1938 a 1,3-1,6 milioni di unità nel 1945, nono-
stante le distruzioni belliche. Si avevano dunque nel 1945 circa
trenta macchine ogni mille abitanti e l’età media di queste mac-
chine era intorno ai quindici anni; cosicchè la Germania restava
ancora il paese probabilmente meglio attrezzato dopo gli Stati Uniti.
Infine, per concludere il discorso sulle valutazioni delle perdite
belliche, occorre rammentare che l’efficienza produttiva di una
società evoluta si basa in gran parte sulla secolare opera di adat-
tamento e sfruttamento dell'ambiente fisico e sulla secolare accu-
mulazione di patrimoni immateriali (organizzazione, cultura, rela-
zioni commerciali, cec.). Su queste risorse la guerra produce sgraf-
fiature appena superficiali; e il nucleo principale di esse, consolidato
nell'ambiente e nella personalità del popolo, sfugge invece alle
misurazioni di chi valuta il patrimonio nazionale.

Ma chi trascura le varie considerazioni critiche svolte fin qui e si
ferma ai tre tipi di dati ricordati in principio ne ricava l'impressione
di una magìa. È magìa partire da un potenziale prebellico cento,







azione della più voluminosa ricostruzione industriale del dopoguerra.

sottrarne distruzioni equivalenti a quaranta o più, aggiungervi
ricostruzioni equivalenti a dieci o poco più: e trovare infine come
risultato un potenziale ben superiore a quello di partenza! Di fronte
alla magìa si diviene superstiziosi; e circolano infatti varie « spie-
gazioni » superstiziose della « inspiegabile » ripresa tedesca. Vi è chi
si limita ad ascriverla, con un brivido, alla diabolica efficienza
della razza tedesca. Altri additano la taumaturgica efficacia di una
certa ortodossia in materia di politica monetaria o finanziaria; 0
di una certa «libera economia di mercato » che si suppone vigente
in Germania Occidentale.

Va notato per inciso che l’ultima «spiegazione » si rifiuta di tener
conto d’un fatto evidente: l’industria della Germania Orientale,
che pur soffrì smontaggi assai più gravi (1), è risalita a galla altret-
tanto, se non più rapidamente, malgrado una politica di piani-
ficazione socialista.



TABELLA I.

Indici della produzione industriale tedesca (base 1938 = 10):

Reich Zona occ. Zona or.
1928 81 — —
1932 17 — —
1936 86 — ——
1938 100 100 100
1942-43 (125) — a
1945-46 — (20) i
1947 — 33 —-
1948 — 52 63
1949 — 75 74
1950 — 94 94
1951 — 113 115
1952 — (115) ——

Respinto il mito della Fenice che rinasce miracolosamente dalle
ceneri, resta la storia — umanamente spiegabile — dell’elasticità
di un’economia nel riparare e rimettere in uso l'apparato produttivo
sconvolto e crivellato dalla catastrofe e nel rimodellare e sviluppare
tale apparato secondo le nuove esigenze. Vedremo come le circo-
stanze e la politica economica adottata dal governo abbiano volta
a volta frenato, appoggiato, incanalato questa elasticità.

Nel momento più tragico dopo la disfatta la produzione industriale
tedesca era ridotta a forse un 15% del massimo bellico. Durante
i primi anni il « complesso » della dipendenza politica, la disinte-
grazione degli ordinamenti economici preesistenti e l'incertezza sui
futuri — e in primo piano la mancanza di una moneta sana —
costituirono tutii inceppi alla massima utilizzazione delle risorse
fisiche disponibili per ia ripresa. Tuttavia, come si vede dalla tabella I
e dal diagramme a pagina 65, la curva di produzione salì fin dal-
l’inizio. Il ritmo fu più rapido — durante questa prima fase — nella
zona orientale dove concretando immediatamente la sua politic:
di riparazioni, di riforma socialista e di pianificazione economice,
la potenza occupante spazzò via i fattori di esitazione e confusion»
sostituendovi una più o meno gradevole certezza.

La riforma monetaria attuata nel giugno 1948 segna la svolta più
importante verso la normalizzazione delie istituzioni economich >
della Germania Occidentale. È vero che le forme di attuazione
del risanamento produssero ingiustizie sociali largamente denur-
ziate nella letteratura anglo-americana (raccomando specialmente
le analisi del prof. Heller) cui soltanto oggi si propone un rimedio
tardivo e più nominale che reale con la «legge di compensazione
degli oneri ». Ma la fine dell’incertezza monetaria, di per sè, bastò
a ripristinare gli incentivi e la produzione industriale fece un nuovo
balzo in su.

Frattanto andavano ricostituendosi gli organi della politica econo-
mica tedesca (sistema bancario centrale, governo, ecc.) e negli anni
successivi — e più rapidamente dopo la Corea — il peso della dipen-
denza dal controllo alleato fu progressivamente rimosso. Il freno
esercitato da questo controllo sulla elasticità di ripresa non ve
sottovalutato. Basti pensare alle assegnazioni obbligatorie di car-
bone tedesco per l’esportazione, esportazione pagata a un prezzo
giudicato dai tedeschi inadeguato; cosicchè essi avevano scarso
interesse a mostrare di poter disporre di un’elevata produzione.



(1) Valutati dal senatore Harmssen, del Comitato Studi Economici (Brema), a 45%, della
capacità produttiva nella zona orientale e 8% nella zona occidentale. - ciamo notare
che il caso di Berlino, il quale richiederebbe una trattazione distinta, viene deliberata-
mente lasciato fuori da questa nostra rassegna,





63

Si pensì poi ai vari piani di limitazioni alla produzione (acciaio, ece.)
e di revisione dei rapporti di proprietà e di controllo (decartelliz-
zazione, ecc.) che, per quanto destinati a risolversi tutti più o meno
nel nulla, mantennero a lungo un senso diffuso di precarietà.
Mentre da un lato si allentava questo freno, dall’altro lato l’afflusso
degli «aiuti» per quattro miliardi complessivi di dollari dal 1945 fino
al 31 agosto 1951 aumentava le riserve fisiche utilizzabili per la
ripresa. Quattro miliardi di dollari equivalgono al 14% del reddito
annuo attuale della Germania: un discreto rinforzo.

A suscitare l’uso delle riserve fisiche disponibili intervenne in modo
apprezzabile negli ultimi anni la politica d’investimenti pubblici
(particolarmente alloggi); ma il fattore che di gran lunga predominò
fu la «domanda del mercato mondiale ». Il « boom » della domanda
mondiale segnò il periodo di massima accelerazione della ripresa
tedesca. Da 468 milioni di marchi nel dicembre 1949, le esportazioni
industriali tedesche passarono a 973 milioni nel dicembre 1950 e
1251 milioni nel dicembre 1951: grosso modo, si può valutare che
una metà dell'aumento della produzione industriale avvenuto dalla
riforma monetaria in poi sia stato assorbito dalla domanda di espor-
tazioni.

A confronto del ruolo dominante della domanda mondiale, il ruolo
della tanto discussa o vantata «politica monetaria» appare del tutto
secondario. È vero che la Banca centrale si dette assai da fare per
stringere o allentare di volta in volta i freni del credito con un
ininterrotto alternarsi di provvedimenti: variazione dei tassi, delle
riserve obbligatorie, delle norme di ammissione al risconto e dira-
mazione di raccomandazioni alle banche. Ma in fin dei conti nessuno
poteva attendersi che la politica monetaria adempisse da sola a
due compiti antitetici: miglioramento della bilancia dei pagamenti
(per cui la ricetta è: contrazione monetaria) e sostegno dell’espan-
sione produttiva (per cui la ricetta è: espansione monetaria). La
Banca centrale tedesca non potè fare altro che barcamenarsi tra
le due opposte esigenze, con una certa tendenza — è vero — a
preoccuparsi più della bilancia dei pagamenti che della produzione.
Tuttavia anche quando si concentrò più decisamente su quel primo
obiettivo, la politica monetaria risultò di scarsa efficacia. A fine 1950,
a dispetto del massiccio intervento della Banca, i tedeschi conti-
nuarono ad effettuare enormi importazioni che misero in crisi la
bilancia dei pagamenti con V'UEP, ma servirono e rifornire i magaz-
zini tedeschi prima che i prezzi internazionali rincarassero. In quel
caso l’inefficacia della manovra monetaria risultò provvidenziale
per l’industria tedesca. Quando i magazzini erano già ripieni, la
Banca raccomandò al governo di deliberalizzare, ammettendo (forse
fuori tempo) che lo strumento monetario era inadeguato al compito
di raddrizzare la bilancia dei pagamenti.

Certo più decisiva che la politica monetaria, nell’influenzare le
esportazioni e l'espansione industriale, è stata la sistematica poli-
tica del governo diretta più o meno velatamente a sussidiare le
esportazioni e favorire gli investitori. La Germania non è ancora
arrivata a ripristinare un largo mercato di capitali ed in questa
situazione investimento significa in massima parte autofinanzia-
monto. Tutto un complesso di misure fiscali e d’ordine più generale
favorisce i profitti ed è giustificato in base alla considerazione che
dai profitti proviene il risparmio. La classe lavoratrice (e più ancora
la vasta classe dei derelitti senza lavoro) è relativamente sazrificatà.
Secondo le « Mitteilungen der Wirtschaftswissenschaftliche Institut
der Gewerkschaften » (maggio 1951), la percentuale dei salari sul
valore netto della produzione industriale è discesa da 50% nel 1936
a 41% nel 1949. E, secondo le valutazioni del'’anche meno sospet-
tabile Deutsches Institut fiir Wirtschaftsforschung, il monte salari
e stipendi al netto delle trattenute è successivamente disceso dal
39% del prodotto nazionale lordo nel 1949 a 35% nel 1951 e 34%
nel 1° trimestre 1952. La compressione dei salari è facilitata lasciando
sussistere la ben nota riserva di disoccupati, mentre l’orario di
lavoro degli occupati si aggira intorno alle quarantotto ore setti-
manali e tende nella media a superarle. Questa atmosfera sociale
è ritratta nel detto corrente che la Germania attuale è il « regno
dei signori » (Herrenherrschaft) sulle spalle delle « bestie da lavoro »
(Arbeitstiere).

I fatti.
Gli elementi accennati nel paragrafo precedente, mentre spiegano i
fattori che hanno determinato — e potranno determinare in futuro —

il ritmo di sviluppo dell’industria tedesca, ci guidano anche a capire
le modificazioni strutturali che a tale sviluppo si accompagnano.

64

Primo punto: quella frazione del reddito nazionale che era assorbita
nel Reich hitleriano dalla spesa statale per armamenti è stata tra-
sferita, nella Germania di Bonn, alla spesa della classe imprendi-
toriale: cioè principalmente ad investimenti. In percentuale del
reddito nazionale, gli investimenti privati sono aumentati di un
po’ più di due punti e di circa altrettanto sono diminuiti i consumi
pubblici, mentre i consumi privati sono rimasti pressapoco invariati
(sebbene la loro composizione, a quanto sembra, si sia spostata a
favore dei consumi di gran lusso). Questo contribuisce in parte a
spiegare come la produzione sia aumentata nel dopoguerra più nei
«beni di produzione » che nei « beni di consumo » (l’indice su base
1936 è intorno a 150 per i primi e 120 per i secondi).

Ma un altro fattore che ha contribuito a questo andamento consiste
nella dipendenza della industria tedesca dalla domanda di espor-
tazioni. Infatti la domanda della maggior parte dei paesi occidentali
in questo dopoguerra si è spostata verso i beni di produzione. Così
la evoluzione strutturale dell'industria tedesca, per quanto riguarda
il rapporto tra beni di produzione e di consumo, è semplicemente
in linea con le tendenze generali. Lo stesso vale anche per quanto
riguarda il peso relativo di singoli settori come la estrazione e raf-
finazione del petrolio, l’elettricità, i metalli leggeri, che cresce rapi-
damente così in Germania come nella generalità degli altri paesi.
Una peculiare trasformazione della struttura industriale tedesc:
risiede nel fatto che è un po’ inferiore rispetto al passato la produ-
zione di carbone ed assai inferiore la produzione di acciaio grezzo,
rapportata al volume della produzione industriale complessiva. Non
c’è bisogno di ripetere come è avvenuto che le produzioni di carbone
ed acciaio rimasero sacrificate. Ma come ha potuto il resto dell’in-
dustria espandersi su una ridotta base di. produzione siderurgica?
Da un lato, la struttura del resto dell’industria si è modificata:
il fenomeno più vistoso è la contrazione della meccanica pesante
(armamenti), con fabbisogni proporzionalmente elevati di acciaio,
a profitto della meccanica leggera. D'altro lato, la riduzione della
produzione tedesca di acciaio è parzialmente neutralizzata dalla
riduzione del prodotto grezzo « esportato ». E qui bisogna ricordare,
oltre all'esportazione in senso proprio, che in passato V’acciaio grezzo
prodotto dall'attuale zona occidentale andava ad alimentare anche
le industrie dell’attuale zona orientale, mentre ora tale flusso è
ridotto al minimo.

Le prospettive.

Questo ci conduce ad esaminare gli effetti generali — escludendo
il caso dell’acciaio, che ha particolari connotati politici — esercitati
sulla struttura industriale dallo smembramento territoriale. Con la
separazione dal resto del territorio, ciascuna zona ha perduto l’ac-
cesso a produzioni che erano state fin qui di complemento alle
sue proprie. Si è così posto un problema di «ridimensionamento ».
Questa parola che è spesso concepita in Italia nel senso di accor-
ciare la gamba più lunga del tavolo traballante, fu concepita invece
in Germania nel senso di allungare la gamba più corta. Il recente
censimento dell'occupazione nella Germania Occidentale ha rive-
lato il maggiore aumento di occupazione proprio in quei rami,
come l’elettromeccanica e l'ottica, che erano prima localizzati all’Est.
Tuttavia lo stesso tipo di ridimensionamento non si nota per quanto
riguarda la proporzione tra industria ed agricoltura. Nel Reich
l'agricoltura (salvo la zootecnia) era prevalentemente localizzata
all’Est; ma l’attuale politica di Bonn non tende affatto a colmare
i vuoti aumentando il grado di ruralizzazione nei propri confini.
Basta guardare alla politica dei prezzi, favorevole all'industria; ed
in particolare al sistema vigente di sussidi sulle importazioni ali-
mentari, che giuoca come un «protezionismo di segno negativo »
per l’agricoltura. Come risultato, l'occupazione agricola (che pure
è gonfiata dalla inclusione di una massa di rifugiati che sono in
realtà disoccupati latenti) è aumentata meno che in proporzione
alla popolazione totale ed all'occupazione industriale. E mentre la
percentuale di reddito nazionale originata nell’industria e nell’edi-
lizia è salita dal 45,2% nel 1936 al 50,7% attualmente, quella ori-
ginata nell’agricoltura e foreste è discesa dal 13,5% al 12,4%.
Intenzionale o no, questa azione gioca a favore della Germania
nel caso di una integrazione europea, in quanto la Germania si
sarà precostituita frattanto un più alto grado di specializzazione
nel campo più remunerativo di attività.

Come il passato non fu miratolo inspiegabile, così il futuro deve
poter essere fatto oggetto di ragionate previsioni.

Ha l’industria tedesca riserve di potenziale che permettano nel

prossimo futuro nuovi balzi in su della produzione così spettacolosi
come negli anni scorsi? A fine ottobre 1950, l’Institut fiir Wirt-
schaftsforschung di Monaco (ef. « IFO-Schnelldienst », 10 novem-
bre 1950) fece un’importante inchiesta per campione al fine di
accertare di quanto le aziende tedesche avrebbero potuto espandere
la produzione nei sei mesi successivi, avvalendosi soltanto della
mano d’opera già esistente sul posto e facendo l’ipotesi che non
sorgessero restrizioni all’approvvigionamento di materie prime, I
risultati sono a grandi tratti riassunti nella tabella II.

TABELLA Il.

Capacità risultante inutilizzata a fine ottobre 1950:

Margine di capa-
cità inutilizzata
in dette aziende

Settore industriale cui appar-
tengono le aziende esaminate

Costruzione macchine . . . ..... 24% - 65%
Industria elettrica, meccanica di preci-
sione, biciclette, vetreria . . . . . 20%; = 30%

Ferro, automobili
Gomma . E
Sapone, cuoio . . .

10% - 40%
100%
20% - 40%

Calzature h 2 i È 16% = 20%
Tessili, MODIIO use er E E 10%

È ovvio che quelle cifre non possono essere assunte acriticamente,
perchè non risultano da un piano di produzione coordinato, ma dalle
previsioni isolate (e forse incompatibili tra loro) delle singole aziende.
Tuttavia quelle cifre sembrano fornire un'ulteriore riprova dell’im-
pressione diffusa che, accanto alla riserva di mano d’opera disoc-
cupata (ammontante complessivamente a un 15% della popolazione
impiegata nell’industria), esistessero a quella data impianti suffi-
cienti per aumentare la produzione industriale complessiva di almeno
un 20% in pochi mesi. Da allora ad oggi la produzione è aumentata
di un 10%, senza intaccare affatto la riserva di disoccupati. E frat-
tanto sono intervenuti nuovi investimenti netti per un valore senza

Diagramma su seala logaritmica della produzione

200
150;

100
90
80
70
60

50
40

30
20

10

Q
1928

1932

1936 1938

precedenti: secondo le valutazioni di Gruenig sarebbero ammontati,
per l’insieme dell’economia, a 21,3 miliardi nel 1951 contro sol-
tanto 13,6 nel 1950 e 11,6 nel 1949. Cosicchè si deve pensare che
il margine di elasticità dell'industria tedesca sia ancora largo abba-
stanza per consentire (nel quadro di un’economia mondiale senza
strozzature) un eventuale balzo in su della produzione del 20%,
o più in un anno. A parte questa riserva suscettibile di improvvisa
utilizzazione, poi, si deve tener presente che un ritmo d’aumento
al tasso composto del 5% 0 poco meno su lunghi periodi non è
fuori delle possibilità in paesi come la Germania, con alta quota
d’investimenti netti (15-20% del reddito nazionale) e marcata atti-
tudine al progresso tecnico.

Ma il potenziale che esiste sarà effettivamente utilizzato? L’utilizza-
zione dipende dal verificarsi di una domanda a prezzi superiori ai
costi delle imprese. La politica del governo tedesco in materia di
spese pubbliche, di ripartizione del carico fiscale, di lavoro, ecc.
ha servito fin qui (salvo quando prevalsero gli effetti transitori
della svalutazione della sterlina) a mantenere relativamente bassi
i costi tedeschi. In questa situazione, però, quella espansione della
domanda — a cui non possono partecipare in misura decisiva, nè
le masse nè la spesa statale — può venire soltanto dalle esportazioni
e dagli investimenti privati (più la frangia dei consumi di lusso,
quantitativamente poco importanti ed in Germania largamente
rivolti alle importazioni). Ora, le esportazioni non dipendono sol-
tanto dalla volontà del paese esportatore: e la Germania ne ha
ben fatto la prova durante quest’ultimo anno, con le restrizioni
alle importazioni europee che si son subito riflesse in un rallenta-
mento dell’espansione industriale tedesca. E gli investimenti stessi
non hanno ragione di continuare all’infinito se le prospettive della
domanda per la produzione finale divengono grige.

Quindi il ritmo futuro dell’industria tedesca è esposto alle fluttua-
zioni di una domanda che ha le sue ultime radici fuori dal controllo
tedesco. Ogni qualvolta l'insufficienza di quella domanda crea dif-
ficoltà, il sistema della politica economica tedesca — per auto-
conservazione — deve fare un passo avanti sulla strada degli espe-
dienti mercantilisti, onde «forzare » le esportazioni.

industriale tedesca. L'indice del 1938 è uguale a 100.



1943 1945 1951

65

Leonardo
restituito

La scoperta di Leonardo scienziato è avvenuta
soltanto al principio di questo secolo per

merito dello studioso francese Pierre Duhem

di Vittorio Somenzi

A valutazione che in genere si dà dell'importanza storica di

un inventore o scopritore dipende dall’entità dei contributi

forniti nella stessa direzione di ricerca dai suoi predecessori e
successori, dagli effettivi legami che gli si possono attribuire con
gli uni e gli altri, ed eventualmente dal carattere di anticipazione,
riscontrabile anche solo a distanza di secoli, che certe sue idee pos-
sono avere avuto rispetto a constatazioni o realizzazioni compiute
in seguito indipendentemente da esse.
È invece abitudine diffusa, specie nelle ricorrenze celebrative, come
il decorso quinto centenario della nascita di Leonardo, inglobare
sotto quest’ultima qualifica di «precursore» tutti i vari aspetti
sotto cui si può valutare l’opera di Leonardo tecnico e scienziato.
Mentre è lecito ritenere che, alla stregua di quanto si è fatto per
Leonardo artista, a ciascuno di tali aspetti debba dedicarsi un
aggiornato esame a parte; ciò allo scopo di fare più onestamente
risaltare i numerosi casi, in cui il lavoro di Leonardo ha avuto dav-
vero un grande significato storico, rispetto allo sfondo costituito
dall’altro materiale, pure da lui lasciato, riflettente per forza di
cose i limiti ristretti entro cui potevano giuocare le scienze pure
ed applicate del secolo xv.
L'inquadramento dell’opera di Leonardo nell’insieme delle cono-
scenze scientifiche e tecniche della sua epoca, delle precedenti e
delle successive, rientrava infatti nelle finalità delle lunghe ricerche
condotte da Pierre Duhem agli inizi di questo secolo e rimaste,
con quelle posteriori di Roberto Marcolongo, le più note in Italia
per quanto riguarda, in particolare, i rapporti tra Leonardo e le
discipline fisico-matematiche. Alla luce delle ultime analisi e docu-
mentazioni di storia della scienza, si rileva però come persino il
lavoro di Duhem non sia stato sempre sufficiente a permettere una
valutazione, relativa ad un campo specifico della vastissima attività
di Leonardo, che risponda alle esigenze di completezza accennate
all’inizio.
Osservava recentemente il Dugas, autore di una «Histoire de la
Mécanique » che soddisfa in parte la necessità di un aggiornamento
in materia a oltre cinquant'anni dall'opera classica di Mach, come
Duhem non sia riuscito a sottrarsi alla tentazione, derivante dallo
straordinario fascino di Leonardo, di ridurre a semplici precursori
suoi gli autori di ricerche che, tenute presenti o non in quelle
leonardesche, risultano talvolta di valore superiore ad esse. Tipico
il caso del « Liber Jordani de ratione ponderis », di redazione incerta,
nel quale l’idea della « gravitas secundum situm » appare come una
forma anticipata del principio dei lavori virtuali utilizzato poi da
Galileo e da Stevino. Chiunque sia l’autore (che Marcolongo iden-
tifica col Giordano Nemorario del volume « De ponderibus » spesso
citato da Leonardo), nel farne un generico precursore di Leonardo,
Duhem sembra trascurare il fatto che tale autore offriva già nel
xi secolo, in base all'idea della «gravitas secundum situm », una
soluzione corretta del problema dell’equilibrio di un grave su un
piano inelinato; mentre è errata, come rileva Dugas, la soluzione
dello stesso problema proposta da Leonardo nel « Codice » (folio 52).
Circa la questione delle eccessive attribuzioni di priorità a vantaggio
di Leonardo — attribuzioni che piuttosto lo danneggiano, in quanto
inducono i critici a dubitare anche dei casi, di gran lunga più nume-
rosi, in cui la priorità è autentica — notiamo che già nel 1936 il



Giacomelli, nel suo volume su « Gli serittì di Leonardo da Vinci sul
volo », negava la possibilità di riportare a Leonardo l'enunciazione
della prima e della terza legge della dinamica. Le affermazioni
raccolte nel « Codice Atlantico »:

«Tanto fa il moto dell’aria contro la cosa ferma,
quanto fa il moto del mobile contro all’aria immobile »,

«In quanto al moto dell’acqua, tanto fia a movere
il remo contro all'acqua immobile quanto a movere
l’acqua contro il remo immobile »,

«Tanta forza si fa con la cosa incontro all’aria,
quanto l’aria contro alla cosa »

contengono infatti una enunciazione del principio di reciprocità
aerodinamica, che solo due secoli dopo Newton ricaverà come corol-
lario dalla galileiana seconda legge del moto. Ma non si comprende
come Marcolongo abbia potuto vedervi «una chiara e corretta idea
del principio dell’azione eguale e contraria alla reazione », oltre che
vedere «un concetto chiaro » del principio d’inerzia nell’altra affer-
mazione del « Codice Atlantico »:

«Ogni corpo seguiterà tanto la via del suo
corso per recta linea, quanto durerà in esso
la natura della violentia fatta dal suo motore ».

Quest'ultima frase porta il segno dell’interpretazione antropomorfica
che, sulle tracce di Nicola Cusano, Leonardo diede della teoria del-
l’«impetus » giuntagli per vario tramite dalle scuole di Buridano,
Guglielmo d’Occam, Alberto di Sassonia e Nicola Oresmo. Come
fa rilevare Giorgio Castelfranco in un suo saggio del 1950 sul concetto
di forza in Leonardo, Alberto di Sassonia si avvicina all’idea di
inerzia, e contribuisce così alla demolizione della dinamica aristo-
telica, quando nell’esempio della mola, il cui moto perdura dopo
che è stato smesso di girarla, dice che se nessuna resistenza venisse
a «corrompere » l’impeto generato nella mola, forse questo le comu-
nicherebbe un movimento perpetuo, simile al moto delle sfere celesti
impresso loro da Dio all’atto della creazione. Mentre Leonardo
— ricordando forse Cusano, che nei giocattoli come la trottola
vedeva immessa una vita quale quella data al bambino da Dio —
fa della forza una virtù spirituale, congiungentesi a tutti i corpi
che « per accidentale violentia, stanno fuori di loro naturale riposo »;
e ritorna così in certo modo al paradigma aristotelico della quiete
come unico stato « naturale » dei corpi, paradigma cui solo Galileo
e Newton aggiungeranno quello del moto rettilineo uniforme.
Nella prolusione al 38° Congresso della Società Italiana di Fisica,
tenutosi a Bergamo lo scorso settembre, il prof. Persico osservava
come Leonardo, pur non essendo riuscito a liberare il concetto di
forza da una nebulosità di definizione atta solo ad imprimere carat-
tere poetico ai celebri brani dedicatigli nel «Codice Atlantico »,
abbia tuttavia trovato nel proprio abbozzo di principio di inerzia
uno strumento sufficiente ai fini pratici delle applicazioni della mec-
canica; di quella meccanica che egli, quantunque esperto solo di
geometria e non d’algebra, considerava il « paradiso delle scienze
matematiche » in quanto di queste si poteva raccogliere ivi il « frutto »
delle applicazioni, a lui specialmente care.

Per ciò che riguarda in particolare la statica, riportiamo da detta
prolusione (in corso di stampa sulla rivista «Scientia » col titolo
«Leonardo e la fisica ») un panorama selezionato dei contributi
leonardeschi: «È dovuto a Leonardo il teorema del poligono di
sostentazione, che dà la condizione di equilibrio di un corpo solido
appoggiato su un piano orizzontale. Egli ne fece molte applicazioni
all'equilibrio degli edifici e del corpo umano.

«Leonardo studiò la teoria della resistenza alla flessione di una
trave sollecitata in vari modi (appoggiata agli estremi, incastrata,
caricata di punta, ece.), problema ripreso più tardi, indipendente-
mente, da Galileo. I ragionamenti di Leonardo hanno carattere
intuitivo, e i risultati sono solo in parte corretti: egli indica il modo
di fare delle esperienze in proposito, ma non dice di averle fatte.
« E in fatto di resistenza dei materiali vi è un’altra idea di Leonardo
che rivela in lui il precursore del metodo sperimentale. Per studiare
la resistenza dei fili metallici alla trazione egli suggerisce di appen-
dere a un filo un recipiente, e far versare in questo gradualmente
della sabbia finchè il filo si rompa, e suggerisce anche di fare in modo
che l’afflusso della sabbia cessi automaticamente all’istante della
rottura, così da poter misurare esattamente il carico che ha spezzato
il filo. Come al solito, non dice se ha fatto o no l'esperimento.

«Del pari interessante dal lato metodologico è la sua idea di stu-
diare le leggi dell’attrito e determinare il coefficiente d’attrito per
mezzo di un apparecchio, che non è molto diverso da quello usato
da Coulomb verso il 1800. Qui egli dà un risultato delle sue esperienze,
che è del giusto ordine di grandezza ».

Circa la meccanica dei fluidi ed altre parti della fisica, lo stesso
Persico aggiunge (dopo aver criticato anch’egli l'attribuzione a
Leonardo del principio di azione e reazione):

«Leonardo ebbe certo una chiara idea del principio che porta il
nome di Pascal, almeno nel caso dell’aria racchiusa in un mantice,
e del principio dei vasi comunicanti. In idrodinamica, è fonda-
mentale la sua scoperta del teorema che la velocità dell’acqua varia,
nelle diverse sezioni di un canale, inversamente all’area della sezione
stessa. Sembra poi certo che egli fu il primo a osservare i menischi
capillari sia concavi, quando il liquido bagna la parete, sia convessi,
quando non la bagna, e a vedere la relazione di questo fenomeno
con l’ascensione dell’olio in un lucignolo e della linfa in una
pianta...

«Leonardo parla con grande entusiasmo della camera oscura (già
nota agli arabi fin dal tx secolo) e per il primo la mette in rapporto
col funzionamento dell’occhio. Troviamo anche parecchie osser-
vazioni ingegnose in acustica, tra cui è notevole quella che la pol-
vere sparsa su un corpo vibrante si ammucchia in curiose figure le

quali, come è noto, servirono tre secoli dopo a Chladni per uno
studio sistematico delle vibrazioni delle piastre ».

L’enorme potere d’osservazione, la coscienza, forse affiorante per la
prima volta nella storia, dell'importanza dell’esperienza e della
necessità di trarne dati quantitativi anzichè solo qualitativi, l’acume
critico nei riguardi della magìa degli alchimisti, non impedirono a
Leonardo di risentire talvolta l'influenza ritardatrice dei preconcetti
antichi, tra l’altro di quelli d’origine estetica. Esempi, citati dallo
storico della scienza George Sarton: da un lato l’ipotesi di Galeno
circa l’esistenza di un setto poroso tra le due metà verticali del
cuore, ipotesi che Leonardo condivise fino a « vedere » e disegnare
tali pori, in modo da precludersi la possibilità (che come anatomista
di abilità almeno pari a quella di Vesalio non gli mancava certo)
di scoprire che essi non esistevano o addirittura di anticipare la
scoperta di Harvey, della circolazione del sangue; dall’altro lato la
concezione, di origine platonica e cabalistica, del microcosmo umano
come ripetente su scala ridotta la struttura del macrocosmo, in
modo da creare una «armoniosa » corrispondenza tra i movimenti
dell’acqua sul pianeta e quelli del sangue nel corpo, tra le rocce
e le ossa, tra la vegetazione e la capigliatura, tra i terremoti e i
borborigmi.

Sarton contrappone lo spirito di praticità di Diirer, pronto a utiliz-
zare al massimo le possibilità divulgative dell’incisione e della







ELICOTTERO ricostruito da un disegno del ‘ Codiee B? dove viene definito “ strumento a vite che voltato con prestezza si fa la
femmina nell’aria e monterà in alto ”. Leonardo lo concepì tra il 1486 e il 1490, nel periodo milanese dei suoi studi'sul volo,
prima che abbandonasse la speranza di utilizzare come motore i muscoli umani o le molle di cui disponeva la meccanica dell’epoca.
L'elicottero, tuttora argomento di studio degli scienziati e tecnici moderni, si trova attualmente esposto al Museo della Teenica di Milano.

67

stampa, all’aristocratico disdegno di Leonardo per queste arti,
deducendone una conferma del giudizio dell’ Aretino, secondo cui
il genio di Leonardo era di tale altezza da impedirgli di sentirsi
soddisfatto di ciò che faceva e, quindi, decidersi a porre in ordine
e pubblicare i suoi risultati.

«Tuttavia — ricorda Enrico Persico — l’opera scientifica di Leo-
nardo non fu del tutto priva di influenza sul progresso ulteriore
delle scienze, come si credette fino ai primi anni di questo secolo.
È noto che tutti i suoi disordinati ed oscuri manoscritti furono
da lui lasciati in eredità a Francesco Melzi, che li custodì in una
sua villa in Lombardia, e non furono pubblicati a stampa che ai
primi dell’800 (salvo il « Trattato della Pittura », che fu dato alle
stampe in Francia verso il 1650). Si credette perciò che la sua opera
scientifica fosse rimasta del tutto ignorata per quasi tre secoli e non
avesse quindi contribuito in aleun modo al prodigioso risveglio
delle scienze che ebbe luogo nel secolo xvit. Ma il Duhem, che ha
studiato a fondo la questione, è giunto invece ad una conclusione
diversa.

«I manoscritti di Leonardo furono custoditi dalla famiglia Melzi
con pochissima diligenza: alcuni di essi, trafugati da un istitutore,
tornarono in casa Melzi dopo un avventuroso viaggio, ma anzichè
essere ripresi in custodia furono regalati, insieme ad altri, a chi
li aveva recuperati. Così avvenne che nella prima metà del ’600
i preziosi manoscritti vinciani erano già sparsi in tutta Europa,
disputati dai bibliofili come curiosità storiche e pregiati più per il
carattere artistico dei disegni che per il loro valore scientifico.
Sembra certo però che alcuni di essi passarono per le mani di
uomini di scienza che seppero comprenderne il contenuto e che ne
fecero tesoro, con quella mancanza di scrupolo per la proprietà
intellettuale che allora era molto diffusa,











«Tra questi plagiari che inconsapevolmente contribuirono a rendere
feconda l’opera di Leonardo fu il geniale e bizzarro Gerolamo Cardano.
Nella sua maggiore opera filosofica intitolata « De subtilitate », stam-
pata nel 1547, che è una specie di enciclopedia della scienza del suo
tempo e che ebbe larga diffusione, si trovano parecchie considera-
zioni sulla prospettiva e sui colori, sul moto delle acque, sull’ori-
gine delle montagne e dei fossili, che senza dubbio sono dovute
a Leonardo.

«Un altro dei plagiari di Leonardo, fu G. B. Villalpando. Fu questi
un gesuita spagnolo, vissuto nella seconda metà del ’500, che è
noto soprattutto per un monumentale commento in tre volumi
della visione di Ezechiele, stampato dal 1596 al 1604. In un certo
punto di questa opera il Villalpando discute la seguente curiosa
questione.

«Alcuni Autori (non dice quali), per spiegare come nella antica
Palestina avesse potuto vivere un popolo tanto numeroso, avevano
sostenuto che quel paese è così montagnoso, che la superficie del
suolo è quattro volte maggiore della sua proiezione orizzontale
(questo richiederebbe, sia detto incidentalmente, una pendenza
media del suolo di ben 75 gradi!). Ora, il Villalpando vuol dimo-
strare che, anche se così fosse, la Palestina non potrebbe contenere
un numero di uomini, di piante e di edifici maggiore di quello che
conterrebbe un paese piano racchiuso dagli stessi confini. E per
dimostrare la sua tesi, dopo aver citato Aristotele, Cicerone, Platone
e Pappo, eccoti che l’esegeta improvvisamente diventa matematico
(' ecce tibi, repente cogor ad res Mathematicas ') e inserisce nel
suo libro ben 21 teoremi di statica, con diversi corollari: essi non
sono altro che il teorema del poligono di sostentazione di Leonardo
e le varie applicazioni che questi ne aveva fatto alla statica degli
edifici e del corpo umano,

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ALIANTE LEONARDESCO. Leonardo impostò in modo pratico il problema del volo dopo aver osservato è studiato i grandi uccelli
di rapina, che utilizzano con fine istinto le correnti aeree e si equilibrano con lenti movimenti delle ali. Con questo strumento * oprante
per legge matematica ” egli intendeva sfruttare i moti di bilanciamento e di direzione. L’aliante è esposto al Museo della Teeniea di
Milano. Su un modello simile, rifatto alla fine del secolo scorso, trovò la morte in un tentativo di volo a vela il pilota Otto Lilienthal,

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«Così questi teoremi furono per la prima volta dati alle stampe,
ma essi sarebbero rimasti sepolti in una macchinosa opera di esegesi
biblica e difficilmente quindi sarebbero stati conosciuti dai fisici,
se più tardi l’infaticabile padre Marsenne, il traduttore di Galileo
che tanto contribuì allo scambio e alla divulgazione delle idee scien-
tifiche, non li avesse esumati e inseriti in un suo formulario inti-
tolato « Synopsis mathematica », pubblicato nel 1626. È per questa
via che i fondamenti della statica dei solidi entrarono a far parte
del dominio comune degli scienziati.

«Altre idee di Leonardo furono plagiate da Bernardino Baldi, serit-
tore della seconda metà del ’500, e per suo mezzo giunsero a cono-
scenza di Roberval e anche di Descartes, che le misero in circolazione
come proprie.

«Così, come osserva il Duhem, anche la disonestà degli uomini
contribuì al progresso della scienza ».

Un campo in cui invece le anticipazioni di Leonardo non furono
certamente utilizzate come meritavano, a parte la scarsa conoscenza
che se ne ebbe in seguito, è quello del volo umano. Se si esaminano
le forme date, da Lilienthal ed altri, agli alianti con cui a fine ’800
furono compiuti i primi voli senza motore, ci si rende conto che,
sia come struttura che come dimensioni, essi non differivano sostan-
zialmente dagli ultimi progetti che Leonardo abbozzò prima di
dedicarsi a quello studio sistematico sul volo degli uccelli, che costi-
tuisee uno dei suoi maggiori titoli di gloria come scienziato. Dai
modelli di macchine vinciane per il volo, ora esposti al Museo della
Scienza e della Tecnica di Milano, si vede infatti la graduale sempli-
ficazione di meccanismi ed evoluzione di forme che caratterizza la
serie dei sistemi di propulsione aerea ad ali battenti ideati da
Leonardo tra il 1483 e il 1503. Egli era giunto infine a disegnare
un sistema per la sospensione dell’uomo, in posizione verticale



idonea al controllo dell’equilibrio, fra due ali pieghevoli solo agli
estremi, le quali potevano probabilmente bastare per compiere brevi
voli librati seendendo contro vento dall’alto del «magno Cecero »
o di altra collina.

L'abbandono della speranza di utilizzare come motore i muscoli
umani o le molle di cui solo disponeva la meccanica dell’epoca,
poteva permettere cioè a Leonardo, o a chi avesse preso tempe-
stivamente in considerazione i suoi ultimi studi, di sperimentare
le possibilità del volo librato secoli prima dell’avvento del motore
a benzina; invenzione, questa, cui è dovuto il rapido passaggio
dall’aliante di Lilienthal all’aeroplano dei fratelli Wright, ma insieme
il rinvio agli anni tra le due guerre mondiali dello sviluppo di quel
«volo a vela », che invano Leonardo osservò per decenni nei grandi
uccelli ch'egli sognava di imitare.

È assurdo, comunque, lamentare la mancanza in Leonardo studioso
del volo delle capacità di concentrazione e di realizzazione concreta
da lui pur mostrate per lo meno nella pittura. Non si può escludere,
tra l’altro, che l’autocritica sia stata la causa della rinuncia alla
costruzione delle prime macchine progettate, è semplicemente la
vecchiaia o l’isolamento la causa dell’incompiutezza delle ultime.
All’epigrafe racchiusa nelle parole di Cardano, in francese:

«Léonard de Vinci...

s'est efforeé de voler, mais en vain;

il était grand peintre »
preferiamo in definitiva quella ricavabile dalla sentenza di André
Gide:

«Avec du talent on fait ce qu'on veut,

quand on a du génie on fait ce qu'on peut ».

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MODELLO di un altro apparecchio di Leonardo. La graduale semplificazione dei meccanismi e l’alleggerimento delle strutture carat-
terizzano la serie dei sistemi di propulsione aerea ad ali battenti. Questa ricostruzione del disegno di Leonardo non è Ja prima.
Le macchine di Leonardo furono tutte rifatte venticinque anni fa e figurarono già nelle esposizioni di Firenze (1929) e Chicago (1933).
Una memorabile mostra leonardesca fece Milano nel 1939. Quelle presentate sono state ricostruite dall’Istituto di Fisica di Roma.

IL TORNIO PARALLELO

DELLA S. EUSTACCHIO

Fu presentato l’anno scorso alla Fiera di Milano e alla Esposizione

delle macchine utensili di Parigi. Compendia le applicazioni di varie

tecniche specializzate: la meccanica costruttiva classica, la metallurgia,

l’idraulica, l’elettrotecnica e l’elettronica

E sensazioni ben visibili di meraviglia e
di ammirazione suscitate anche sui pro-
fani dalla vista delle grandi macchine
utensili nelle fabbriche e nelle esposizioni,
richiamano quasi alla mente, pur entro i

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di Francesco Voltolini

giusti limiti, quel sentimento spontaneo al
quale ci sottomettiamo volentieri dinanzi
alle mature opere d’arte ed incoraggiano a
supporre che anche queste macchine, nella loro
meccanica severità, rivelino una certa poesia

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che, al disopra di ogni preparazione specializ-
zata, si impone allo spirito e fa pensare.
E forse anche a chi è molto addentro nei
numerosi e complessi problemi collegati alla
progettazione di queste macchine ciò potrà

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apparire naturale non appena sì tolga la veste
del critico severo per abbandonarsi, una volta
tanto, alla riflessione serena. Infatti anche
le macchine nascono dal pensiero maturo,
anzi dal concorso di più pensieri, di più idee,
di più teorie e si può dire che la sola storia
della loro evoluzione sia, per chi vi è prepa-
rato, un corso molto istruttivo di filosofia
tecnica e scientifica.

E se pure non si vuol sconfinare da quelli
che sono i limiti della pura progettazione, è
necessario riconoscere che le finalità da essa
richieste divengono ogni giorno più raffinate
ed esigenti, tali da spingere sempre più il
progettista ad ampliare la sua cultura tec-
nica, a perfezionare i suoi metodi di lavoro
ed aguzzare la sua intuizione. A legare quasi
la sua esistenza ed il suo spirito a quelle
macchine come lo scienziato si lega alla teoria
e l'artista all’opera d’arte.

Evoluzione degli utensili.

A giustificare in parte questa premessa, giova
ricordare che i concetti ed i metodi sui quali
si basa la tecnica moderna delle macchine
utensili si sono radicalmente trasformati in
questi ultimi anni e sono-tuttora in fase di

rapida evoluzione, almeno a quanto sembra
dalle conclusioni che si possono trarre da due
esposizioni internazionali successive.

Per lo più molti di tali concetti e metodi
sono stati elaborati durante l’ultima guerra,
per scopi essenzialmente bellici, in paesi in-
dustrialmente più progrediti del nostro e sono
apparsi da noi, salvo forse qualche caso
isolato, verso il 1946-47, epoca in cui inco-
minciarono gradualmente ad imporsi all’at-
tenzione dei nostri tecnici. Sulla portata e
vastità delle tecniche nuove, veramente rivo-
luzionarie rispetto alle precedenti, basta scor-
rere rapidamente i rendiconti del « Premier
congrès international des fabrications méca-
niques » tenuto a Parigi nel settembre del 1948
e nel quale eminenti specialisti di varie nazio-
nalità hanno esposto in numerose conferenze
delle chiare sintesi dei problemi allora all’or-
dine del giorno.

E dal 1948 al 1952 ancora molta strada si
è fatta! Oggi, a quattro anni di distanza da
quella data, ci sembra che anche noi pos-
siamo guardare con una certa sicurezza e
fiducia in noi stessi a quei problemi che allora
potevano quasi turbarci; che possiamo rico-
noscere la fatalità del progresso, se vogliamo,
e nello stesso tempo trovare le ragioni o le
giustificazioni necessarie per scegliere o scar-
tare certe soluzioni; che possiamo adattare

idee, sia pure d’importazione, alla versatilità
del nostro spirito inventivo, per realizzare
sintesi costruttive tali da confrontarsi in
campo internazionale, pur presentando sem-
pre l’impronta della nostra elaborazione. Ciò
non deve e non può comunque illuderci
troppo, perchè la strada da percorrere di-
viene, per molteplici ragioni, sempre più
ardua e più impegnativa.

Le caratteristiche moderne più notevoli della
tecnica delle macchine utensili riguardano
l’interferenza sempre più estensiva di tecniche
specializzate particolari, quali la meccanica
costruttiva classica, la metallurgia, l’idraulica,
l’elettroteenica e l’elettronica. Si può per-
tanto parlare di una collaborazione sempre
più stretta di queste discipline specificamente
idonee a concorrere verso quel requisito
essenziale della nostra epoca che si chiama
automatismo.

Questo è uno dei risultati tangibili e assai
significativo dell'enorme sviluppo scientifico
e sperimentale, le cui conseguenze invadono
rapidamente tutti i campi modificando, se
pure più lentamente, mentalità e metodi.
Passare alla discussione dei problemi legati
alla tecnica delle macchine utensili è un com-
pito assai arduo e che richiederebbe il largo
respiro di un articolo ben più esteso. Il nostro
scopo particolare è la presentazione di una

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macchina caratteristica costruita dalla S. Eu-
stacchio, il tornio parallelo T.P.E. 600
comando elettronico, chejha costituito forse,
per la fabbrica bresciana, il primo tentativo
pienamente riuscito di superare la tradizione.
Questa macchina — di 600 mm A.P., con
6 m di distanza fra le punte — già presentata
lo scorso anno alla Fiera di Milano ed alla
Esposizione delle macchine utensili di Parigi,
data dal 1949-50 come ideazione ed i concetti
che hanno informato la sua costruzione sono
del tutto moderni, sia dal lato della pura
meccanica applicata che da quello riguar-
dante la motorizzazione.

Novità particolari.

È importante precisare che la specificazione
di tornio a comando elettronico non deve
travisare la natura vera della nuova costru-
zione poichè, in verità, il lato più interessante
di questa si rivela forse immediatamente
nella parte meccanica, avendo soltanto preso
dall’elettronica l’essenziale per la realizza-
zione del cambio nella testa a campo di
velocità continuo.

Infatti, già l'aspetto esteriore della macchina
rivela al tecnico competente lo sforzo com-
piuto per creare una nuova linea architet-
tonica, in carattere con la concezione del
mondo moderno, che è la geometrica pura.
Osserviamo poi un complesso di organi sta-
tici, quali il corpo della testa, il bancale ed
il blocco della contropunta, la cui funzione
è stata particolarmente analizzata in rela-
zione alle più moderne esigenze di questi
singoli organi. Esigenze create dallo sfrutta-
mento delle alte velocità, delle grandi potenze
e dalla precisione e qualità del lavoro cui la
macchina è destinata e che richiedono essen-
zialmente indeformabilità, rigidità, sia in
senso statico che dinamico.

Generalmente gli studi a ciò necessari rap-
presentano la risultante dei singoli apporti
di teoria e di pratica costruttiva, di quanto
ci può dire la moderna scienza delle costru-
zioni dal lato teorico e l’esperienza propria,
l'aggiornamento su altri studi, esperienze e
risultati, nonchè il fine intuito proprio del
progettista. Non deve stupire questo miscu-
glio di teoria e di pratica. Se quest’ultima,
infatti, deve essere rischiarata dalla prima,
quella, a sua volta, non può disdegnare la
seconda. È un ben strano campo quello della
progettazione delle macchine, dove anche il
teorico più arrabbiato, se onesto, può trovare
molte delusioni, qualora persista nell’ambi-
zioso progetto di disimpegnarsi coi propri
mezzi. Le teorie meccaniche di cui esistono
modelli quasi perfetti, come la statica dei
corpi vincolati, la dinamica vibratoria, ecc.,
si rivelano spesso all’entusiasta discepolo irte
di difficoltà analitiche quasi insormontabili
coi comuni metodi, anche se applicate a sem-
plici problemi costruttivi!

La novità del tornio in esame è anzitutto,
come abbiamo avvertito, novità meccanica,
novità che si riassume nella trasformazione
della linea della macchina e degli schemi
meccanici dei ruotismi e dei meccanismi in
genere, che costituiscono la parte funzionale.
Novità di disegno che manifestano nel costrut-
tore lo sforzo sempre proteso per superare

#2

ogni soluzione precedente, che vanno dalla
forma originalissima della testa, forma che
potremmo definire elettromeccanica, alla linea
elegante della contropunta; dal bancale pe-
sante e ben disegnato al carro robusto con
le masse ben distribuite per assicurare la
massima stabilità; dalla compattezza dei
gruppi di ruotismi i cui alberi sono tutti mon-
tati su cuscinetti a rotolamento alla razio-
nalità dei comandi. L’avere, ad esempio,
montato il mandrino cavo della macchina,
del diametro di 230 mm, su cuscinetti a rulli
speciali S.K.F., ha costituito una ardita no-
vità nel campo delle macchine di questa mole
e degli speciali studi in collaborazione con
gli uffici tecnici della S.K.F.!

Altre particolarità meccaniche notevoli: guide
del bancale basse e coperte; scarico dei trucioli
da ampie finestre poste sul fianco, che non
pregiudicano la continuità della struttura sta-
tica; supporti a molle per sostenere la barra
posta sul lato anteriore del bancale, i quali,
mentre impediscono l’incurvamento della
barra, non ostacolano il passaggio del carro;
vite madre interna a poca distanza dal piano
verticale passante per l’asse del tornio e pre-
cisamente sotto il lato interno della guida
anteriore per assicurare la trazione centrale;
mandrino cavo con grande foro (O 122 mm);
possibilità di filettare col carrino superiore,
tenendo fermo il carro, fino ad una lunghezza
di 500 mm; possibilità di adattare apparecchi
per eseguire lavori di copiatura, ecc.

Comando elettronico.

Non vogliamo dilungarci oltre nella descri-
zione dettagliata, pensando che la fotografia
riportata potrà forse rendere meglio l’idea
al tecnico. Vogliamo soltanto accennare rapi-
damente alle particolarità dovute al comando
elettronico. Veramente l’avere introdotto que-
sta nuova tecnica, che allora poteva dirsi
solo, appena allo stato sperimentale, qui in
Italia, rappresenta un ardito atto di fede.
Basti pensare che le rare applicazioni di cui
si era a conoscenza allora riguardavano mac-
chine di piccola 0 media potenza, non supe-
riore ai 10 HP, mentre il motore del T.P.E. 600
assorbe da 30 a 50 HP!

Come è noto, lo sfruttamento razionale degli
utensili con placchette di carburi esige la
scelta appropriata, quasi per approssimazioni
successive, delle velocità più adatte per i
vari materiali. A questa scelta si prestano
poco i comuni cambi a velocità discontinua
perchè, essendo queste disposte in progres-
sione geometrica, le più elevate, che sono
appunto quelle che si sfruttano coi nuovi
utensili, risultano sempre troppo distanziate
fra di loro. L’idea di fare un cambio continuo,
cioè con possibilità di far variare le velocità
per aumenti infinitesimi, se rappresentava
un problena facilissimo per piccole potenze
(per esempio, nell’integratore di J. Thomson),
incontrava non poche difficoltà passando alle
alte potenze per i numerosi interrogativi che
poneva. L’avvento del motore elettrico a
corrente continua dava invero la possibilità
teorica di risolvere il problema, variando in
modo continuo la corrente di eccitazione e
d’armatura, ma per varie ragioni il pro-
blema impostato su questo principio non fu

risolto, nel campo dell’applicazione alle mae-
chine utensili, che in epoca relativamente
recente.

Raddrizzatore ad ampolla.

«
Per riferirci alla soluzione elettronica mo-
derna, quella adottata nel T.P.E. 600, richia-
meremo soltanto che la corrente della rete
viene raddrizzata attraverso un’ampolla a
vapori di mercurio in cui gli intervalli d’ac-
censione si possono far variare arbitraria-|
mente con opportuni potenziometri, venendo
così a variare la tensione d’armatura del
motore e il flusso induttore cui corrisponde
rispettivamente la variazione di velocità a
coppia oppure a potenza costante. Oltre alla
regolazione di velocità, il principio del con-
trollo elettronico permetteva di risolvere altri
importantissimi problemi collegati diretta-
mente all’applicazione alle macchine, quali la
stabilizzazione sotto carico, la frenatura elet-
trica e la realizzazione di interessanti asser-
vimenti, problema quest’ultimo che potrebbe
definirsi lo scopo vero dell’elettronica. Ora
sappiamo anche con sicurezza, secondo pareri
autorevolissimi, che la potenza di 50 HP
rappresenta la limitazione superiore del campo
entro cui è conveniente l’impiego dell’ampolla
a vapori di mercurio.
Il motore del T.P.E. 600 con potenza di 30-50
HP e numero di giri variabile da 300 a 1500
comanda il mandrino attraverso un cambio
a tre velocità, posto nella testa e che con-
sente un rapporto totale di uno a cento circa.
La variazione di velocità, letta sugli indica-
tori elettrici posti sul quadro della testa, è
assolutamente continua.
Altra possibilità della macchina consentita
dall’elettronica è quella di asservire la velo-
cità di rotazione del mandrino a quella di
avanzamento trasversale del porta utensili,
secondo una relazione iperbolica traducente
la costanza della velocità di taglio, impor-
tante quando si devono, ad esempio, eseguire
lavori di spianatura su dischi di grande
diametro.
Il comando del cambio di velocità avviene
per mezzo di potenziometri che possono essere
azionati facilmente sia dal carro, sia dalla
testa, consentendo la manovra anche durante
il lavoro. Un apposito quadrante collocato
sul davanti della testa, porta gli apparecchi
indicatori fra i quali le tre scale dei numeri
di giri corrispondenti, con un indice che si
sposta e delle lampadine che si accendono in
corrispondenza a ciascuna scala.
Da questo rapido sguardo panoramico si può
trarre forse la conclusione confortevole che
anche la nostra tecnica non è rimasta a se-
gnare il passo di fronte al movimento mon-
diale di trasformazione e di rinnovamento.
Si può anzi vedere chiaramente uno sforzo
tanto più notevole e degno di considerazione
e di simpatia in quanto difficoltà enormi e
non solo tecniche, ma anche di ordine orga-
nizzativo e psicologico, si accumulano, ritar-
dano o ostacolano il passo.
Superata la fase iniziale più critica e chiarito
sempre più il significato dei nuovi princìpi,
altro vasto programma di lavoro è allo studio
dei nostri tecnici. Le nuove macchine dimo-
streranno che, se anche si sono apprese lezioni
da altri paesi, queste saranno state apprese
bene,

N'INSEGNA

di Consagra

Lo seultore Pietro Consagra, invitato
a creare una insegna simbolica per
la Finmeccanica da installare alla
prossima Fiera di Milano, ha presen-
tato i progetti qui raffigurati, che
sono una serie di forme astratte con-
cepite in funzione pubblicitaria e
rappresentativa della produzione mec-
canica. Il progetto definitivo è quello
grande, a destra. Ricorda l'elica, la
vela, il passo della vite, cioè le atti-
vità più tipiche della Finmeccanica
che, com'è noto, vanno dalla fabbri-
cazione di aeroplani a quella delle

navi, delle automobili, degli utensili



meccanici. Una prc siva astrazione



verso la complessità e varietà dei
prodotti della Finmeccanica e l’im-
portanza che essi hanno nella vita
moderna viene raggiunta in queste
insegne, che potremmo chiamare anche
sculture, attraverso l’esperienza e Ja
sensibilità dell’arte d’avanguardia.
Consagra è uno scultore della scuola
astrattista e come tale ha cercato un
modo di raffigurazione diverso da

quello convenzionale. Invece di un



elenco generico delle aziende della
Finmeccanica ha cercato di ottenere
una specie di trofeo che suggerisse
in un insieme continuo le finalità
delle stesse aziende. Le braccia ret-
tangolari del primo modello (quello
sotto, al centro), che indicano varie
direzioni, avevano anche lo scopo pra-
tico di avviare i visitatoci della Fiera
verso i padiglioni della Società.

Nei due disegni a cubi e prismi
sovrapposti c'è già più evidente l’in-
tenzione di condensare in forme com-
plete, cubo, e a più facce, prisma,

i vari aspetti della Finmeccani



Finalmente nel modello definitivo (in
alto a destra) Consagra raggiunge più
armoniosamente Ja sintesi deeli ele-
menti principali delle numerose azien-
de attraverso la torsione di un pezzo
di acciaio. In questa costrizione della
materia più caratteristica del mondo
moderno, l'acciaio, in una sagoma
esatta e fantastica allo stesso tempo, ha
ereato un piccolo monumento ai fini,
ai successi, al significato, che la mec-

canica ha assunto nella nostra epoca.





«



P. CorxELIUS: Kurze Zusammenjas-
sung der Elektrizitàtslehre (Fine Ein-
fihrung des rationalisierten Giorgi-
schen Mass-Systems). Springer, Wien
1952, pagg. 89.

La formulazione della teoria elettro-
magnetica comporta la spinosa que-
stione delle unità di misura. In un
convegno internazionale è stata recen-
temente decisa l'adozione del sistema
di unità elettromagnetiche razionaliz-
zate di Giorgi. La convenzione non
viene però completamente rispettata
soprattutto per una radicale avver-
sione dei fisici alla formulazione mate-
matica che ne consegue. Il breve trat-
tato di elettromagnetismo di P. Cor-
nelius — ricercatore nei laboratori
Philips in Olanda — è soprattutto,
come enuncia il sottotitolo, una intro-
duzione del sistema assoluto Giorgi.
L'Autore si è posto lo scopo di fami-
liarizzare lo studioso consueto con le
altre unità, con la teoria elettroma-
gnetica espressa nel sistema Giorgi.
un’opera utile soprattutto a chi deve
insegnare elettromagnetismo o deve
pubblicare lavori su questo argomento.
Il libro inizia con la legge di Ohm,
naturalmente senza nominare l’ohm,
relegato in fondo a una pagina come
curiosità storica, e prosegue cercando
di mettere in evidenza in tutti i modi
possibili i vantaggi della formulazione
usata. Le relazioni che intercorrono
tra le diverse grandezze elettroma-
gnetiche sono riunite in aleune chiare
tabelle poste in fine al volume. In
una appendice l'Autore si rivolge ai
fisici pregandoli di esaminare il sistema
Giorgi con comprensione e cercare così
di porre una fine alla lunga contro-
versia sulle unità di misura.

V. Roxcni: Storia della luce. Zani-
chelli, Bologna 1952, pagg. 282.

La fisica, soprattutto fino a quando i
fisici furono filosofi, ha avuto una parte
notevolissima nell'economia del pen-
siero e uno studio sull’evoluzione sto-
rica dei concetti fisici può essere utile
a quanti si interessano ai problemi
della conoscenza. Tra le parti della
fisica l’Ottica è forse quella che più
si presta a uno studio di tale genere,
sia perchè è una delle sue parti più
antiche sia perchè il problema della
visione con i suoi tre aspetti: fisico,
fisiologico e psicologico, più degli altri
necessita di un inquadramento coe-
rente con il pensiero filosofico. Il
libro del prof. Ronchi è una storia
dell’Ottica dalle sue origini fino ai
nostri giorni. Inizia col periodo greco
quando fervevano le discussioni tra
Pitagorici ed Atomisti sulla natura
della luce. Sostenevano gli uni che
un misterioso elemento usciva dagli
occhi per ricercare i corpi e gli altri
che i corpi emettevano un « simulacro »
che, arrivato all'occhio, permetteva
la visione. I risultati dei loro studi
furono raccolti da Euclide nell’Ottica
e costituiscono la prima parte del-
l’ottica geometrica. Nel Medio Evo
l’arabo Alhazen mise in evidenza come,
ad ogni punto dell’oggetto osservato,
corrisponda un punto impressionato
nell'occhio, e aprì la strada alle sco-
perte del Rinascimento. Avvenne così
la «catastrofe dell'ottica antica » pro-
vocata da Galileo e Keplero e venne
creata una nuova teoria razionale
impostata sul metodo sperimentale.
Ai lavori di Keplero seguono quelli
di Cartesio e Padre Grimaldi sulla
diffrazione. Con i due grandi rivali
Newton e Huyghens iniziò la discus-
sione tra teoria ondulatoria e corpu-
scolare. Il Ronchi, riconosciuto l’im-
portante contributo di Newton allo
studio dell’ottica, rileva però come la

T4

BIBLIOTECA

sua aprioristica e irragionevole avver-
sione per la teoria ondulatoria ne
abbia ostacolato lo sviluppo logico e
naturale per più di un secolo. Fu
necessaria l’opera grande e tenace di
Fresnel e Young, ambedue estranei
all'ambiente scientifico ufficiale, per
raggiungere nell'Ottocento il pieno
trionfo della teoria ondulatoria. A
questo punto l'Autore arresta la storia
facendo solo un breve cenno delle
teorie attuali. L'ultimo capitolo pone
la domanda: « cosa è dunque la Ince? ».
Il Ronchi non risponde. Fa una sin-
tesi del cammino percorso e conelude
che, forse, la definizione più rappre-
sentativa della luce è :« Radiazione
visibile ».

Convention on the British Contribution
to Television. Londra 28 aprile-3 mag-
gio 1952.

Nel numero di settembre l’Onde
Electrique pubblica un riassunto com-
pleto delle comunicazioni presentate
al recente congresso per la televisione
inglese. Gli argomenti coprono un
campo vastissimo nella tecnica tele-
visiva: dai ponti radio e cavi coas-
siali alla televisione a colori, dalla pro-
duzione in serie dei ricevitori alla ese-
cuzione tecnica dei programmi. È
una visione panoramica di quanto è
stato realizzato, degli studi e delle
difficoltà incontrate. L'Inghilterra ha
completamente risolto il problema
della televisione su un piano nazio-
nale sia per merito dei suoi tecnici
sia per la piena collaborazione di tutte
le industrie interessate. Nel presen-
tare al pubblico i risultati ottenuti
dall’Inghilterra il Direttore dei ser-
vizi tecnici della Radio e Televisione
francese osserva come essi siano un
chiaro esempio per ogni nazione che
si trovi di fronte alla realizzazione di
una rete nazionale in quanto indicano
quali possano essere gli sviluppi della
televisione in un paese in cui tutte
le forze interessate finanziarie, tecniche
e industriali siano riunite per compiere
un’opera efficiente e sicura.

A. EinsTEIN: Conceptions scientifiques
morales et sociales. Flammerion, Paris
1952.

Alberto Einstein non è solo un gran-
dissimo fisico ma anche una delle più
forti personalità morali. Avviene così
che i suoi lavori abbiano un interesse
sia scientifico sia etico e sociale. Il
libro uscito recentemente nella tra-
duzione francese è una raccolta di
appunti, conferenze e polemiche che
vanno dal 1931 al 1950. Gli argomenti
sono svariatissimi: considerazioni sulla
libertà e il problema negro, le teorie
della relatività e la possibilità di un
governo mondiale, bomba atomica e
filosofia della scienza, questione ebrai-
ca e problemi religiosi e militari. In
tutto sessanta memorie di notevolis-
simo interesse per ogni persona colta.
Nel libro troviamo un insegnamento
sul valore umano delle scienze: « una
gran parte del pubblico non può
seguire la ricerca scientifica nei suoi
dettagli, ma può ugualmente averne
un grande e importante beneficio: la
certezza che il pensiero umano merita
tutta la nostra confidenza e che la
legge della Natura è universale ».



M. Picone E T. VioLa: Lezioni sulla
teoria moderna dell’integrazione. Edi-
zioni Scientifiche, Finaudi, Torino
1952.

Quando nel 1894 il giovane mate-
matico olandese Stjiltjes fu condotto
da ricerche riguardanti la teoria dei
numeri a dare la definizione di un
nuovo tipo di integrale, probabil.
mente lui stesso ignorava la portata
del nuovo strumento di indagine. Si
ha quindi con Stjiltjes: un nuovo
esempio del fatto, non infrequente
nella storia della scienza, che spesso
il genio risolve, si può dire, problemi
non ancora posti; un caso questo
molto simile alla costruzione del cal.
colo differenziale assoluto di Ricci, in
cui Einstein trovò l’algoritmo più
adatto alla sua teoria della relatività,
e che era nato da esigenze di tutt'altra
natura. I tempi allora non erano ma-
turi perchè si apprezzasse l’importanza
dell’opera di Stjiltjes: la fisica non
aveva ancora ripudiato, nei suoi fon-
damenti, la variazione continua delle
grandezze e non meraviglia che ot-
time storie della matematica fino a
pochi anni fa ignorassero il suo nome.
Attualmente invece lo schema discon-
tinuo del mondo si impone ogni giorno
di più e questa nuova concezione
trova neil’integrale di Stjiltjes un
mezzo elegante e perfettamente rigo-
roso di esprimere alcuni suoi concetti
fondamentali. Il libro che i prof. Pi-
cone e Viola hanno seritto per la
Casa Editrice Einaudi colma una
lacuna della letteratura matematica
perchè, oltre ad una esposizione orga-
nica di quanto era noto fino ad oggi
sull’integrale di Stjiltjes contiene una
ulteriore elaborazione della teoria in-
tesa a renderla più utile nella risolu-
zione di concreti problemi fisici. Il
libro si impone oltre che per il per-
fetto rigore con cui è condotto, per la
facile lettura, pregio questo notevo-
lissimo quando si pensi che l’integrale
di Stjiltjes comincia ad essere usata
negli sviluppi più avanzati dell’elet-
trotecnica (trasformata di Laplace,
ecc.) in modo da far pensare che in
un futuro non troppo lontano l’inte-
grale di Stjiltjes debba far parte del
bagaglio matematico di ogni inge-
gnere. Per tutte queste ragioni si può
prevedere al libro un successo note-
volissimo anche in ambienti più vasti
di quelli strettamente legati agli svi-
luppi dell’analisi matematica.

F.W. TAYLOR: L'Organizzazione Scien-
tifica del Lavoro. Edizioni di Comunità,
Roma 1952, pagg. 424.

Per le edizioni di Comunità è apparsa
recentemente la traduzione italiana
dello Scientifie Management di F. W.
Taylor. Il Taylor fu una persona
essenzialmente pratica che si trovò
di fronte al problema del lavoro indu-
striale prima come meccanico, poi
come caporeparto e infine come in-
gegnere. La sua teoria non nacque da
esigenze di natura etica o sociale,
ma dal problema concreto di aumen-
tare la produzione in una officina della
Midvale Steel Co. Questo carattere
è stato spesso messo in rilievo: « L’Or-
ganizzazione Scientifica non ha nulla
a che vedere con la filantropia. Chinu-
que desidera guadagnare, e farà di
tutto per raggiungere il suo scopo.
Ciò non presuppone una malafede da

arte degli operai o dei datori di
avoro, ma persone in malafede pos-
sono esservene da ambo le parti».
Ne consegue la necessità di una orga-
nizzazione scientifica, vale a dire fon-
data su conoscenze ed esperienze 0g-
gettivamente raccolte, dei sistemi di
produzione e dei rapporti tra indu-
striali e mano d’opera. Il taylorismo
fu accusato di essere disumano e di
ridurre ad un automatismo il lavoro
operaio. Nel rispondere a queste
accuse Taylor insiste sulla « rivolu-
zione mentale » da compiersi tra diri-
genti e operai prima di poter appli-
care ad uno stabilimento lO. S. Gli
uni e gli altri devono convincersi che
solo con una perfetta collaborazione
ed una intesa leale è possibile eseguire
il lavoro secondo le leggi scientifiche
previamente studiate e determinate in
modo da ottenere un aumento nella
produzione e quindi negli utili comuni.
Dopo di ciò VO. S. potrà essere appli-
cata secondo i principi fondamentali:
1) raccogliere le conoscenze tradizio-
nali, registrarle, classificarle, ridurle a
leggi; 2) selezionare e addestrare scien-
tificamente gli operai; 3) mettere in-
sieme scienza e operai scientifica-
mente addestrati; 4) dividere in mi-
sura uguale il lavoro tra dirigenti che
dispongano della necessaria attitudine
mentale e operai che abbiano le qua.
lità fisiche necessarie al lavoro richie-
sto. Il volume comprende tre lavori
di Taylor: Direzione di officina (1903),
Principi di organizzazione scientifica
del lavoro (1911), La deposizione di
Taylor davanti alla Commissione spe-
ciale della Camera dei deputati (1911.
1912).



AprIiano Oriverti: Società, Stato,
Comunità. Per una economia politica
comunitaria. Edizioni di Comunità,
Milano, 1952, pagg. 239.

Dopo la trattazione teorica del suo
primo libro (Z’ordine delle Comunità,
1945) e la formulazione dei punti pro-
grammatici, il lavoro dell’Olivetti s'è
orientato verso l’accertamento e la
puntualizzazione dei problemi tecnici
dell'organismo comunitario. Di tale
attento studio è documento questo
nuovo volume, che raccoglie articoli
e saggi scritti dall’Olivetti dal ’49 al
’51 mettendo in luce quanto la sua
personalità ha contribuito ad arrie-
chire il movimento italiano di Comu.
nità di un carattere particolarmente.
attraente di concretezza (questo anche
nei confronti dell'esperienza francese
da cui deriva). .
Pur rimanendo fedele alle premesse
dell’Humanisme Intégral del Maritain
e al movimento di Esprit, la rivista
di Emmanuel Mounier, l’Olivetti non
ha temuto l’eclettismo, e nel prospet.
tare la soluzione dei diversi problemi
politici e tecnici fa ricorso alle espe-
rienze organizzative delle più diverse
istituzioni, dalla Chiesa Cattolica al.
socialismo.

Di un particolare interesse è il saggio
Prime esperienze in una fabbrica, la
storia della prima comunità creata
nella fabbrica di Ivrea. Divenuto
direttore dell'azienda in un periodo
di sviluppo rapido e fortunato, il
completo mutamento della struttura
e dei compiti impose all’Olivetti una
totale revisione dei criteri organizza.
tivi e delle gerarchie. « Prima d’essere
una istituzione teorica la comunità fu
la vita». All’estendersi all'esterno di
ogni esigenza interna l’Olivetti indicò
la necessità di rendere a sua volta la
fabbrica solidale con l’ambiente circo-
stante riportando il nucleo autonomo
nella generale economia della Comu.
nità. |







LAMENTO CERCHIO — È

DEL

una poesia del poeta e gesuita spa-

gnolo J. J. Falcon, vissuto nel sedi-

cesimo secolo presso Valencia, l'antica

Segunto, e autore di un’opera sulla

quadratura del cerchio intitolata Hane

circuli quadraturam invenit, edita a

Valencia nel 1587:

l'abitudine di sentirmi chia-
[mare «il cerchio »

e fui incurvato da tutti i lati

come l’alta orbita del sole

e il segno dell’arcobaleno tra le nubi.

Ero una nobile figura

l'unica senza un principio

l’unica senza fine.

Ma da poco sono emerso

sotto una forma indecorosa

e sporca di nuovi angoli.

Questo non fu fatto nè da Archita,

nè dal padre di Icaro, Dedalo,

nè da voi, figlio di Giapeto, Prometeo.

Perciò quale Dio ha squadrato

la mia area?

Avevo

C'è una città felice

presso gli alti cancelli di Turia
e il suo limpido lago.

Segunto non è lontana e Sucro

è poco distante.

Qui vive un certo poeta

che si consulta felice con le stelle
chiedendo per sè cose negate ai più
sapienti.





Un vecchio sempre nei pens
spesso dimentico di se stesso,
che non sa aprire i compassi

nè disegnare le linee rette

come egli spontaneamente confe
Questo poeta ha squadrato

la mia area.



DAL MARE The old man and the
sea, il vecchio e il mare, l’ultimo rac-
conto di Hemingway, sta avendo un
enorme successo. Pubblicato nel nu-
mero di agosto di Life vede ora la
luce in diecine di edizioni. Si dice
già che è la migliore opera dello serit-
tore americano, una summa, in poco
più di cento pagine, della sua poetica
e del significato attuale della vita. Il
protagonista del racconto è un vec-
chio pescatore cubano, Santiago. Da
più di ottanta giorni non gli riesce
di prendere un pesce. Santiago si
trova sull'orlo del fallimento, deve
decidersi. Si avventura in alto mare,
al largo di Cuba, nel Gulf Stream,
dove la corrente è tanto potente, e
incontra finalmente un pesce enorme,
un pescecane assai più grande della
sua barca. Parte all'attacco, per due
giorni e due notti lotta col mostro,
alla fine riesce a vincerlo e lo lega
alla barca per il viaggio di ritorno.
Sembra tutto finito, scoppia invece
il dramma. Attorno alla barca comin-
ciano ad apparire altri pescecani.
Prima il pescecane ferito, poi il pe-
scatore diventano preda dei nuovi
mostri. Santiago si difende come può,
col rampone, col coltello, col remo.
Anche il pescecane ferito si difende.
Si stabilisce quasi una intesa tra l’uomo
e l'animale. Qualcuno dei nuovi mo-
stri viene ucciso, altri feriti; ne |ac-
corrono dei nuovi, il pescecane è
divorato, il pescatore si salva, dopo
essere stato ferito, solo per la sua
forza di volontà. Torna al porto e
pochi, un ragazzo, altri pescatori, si
accorgono della sua avventura. I
















SEMAFORO

segni del dramma di quest'uomo co-
raggioso sono appena percettibili.

Come in Moby Dick di un altro
grande scrittore americano, Melville,

il mare e una balena erano il sotto-
fondo e il simbolo di un elementare
coraggio e del trionfo sulle avversità,
il senso di questo altro mare e pesce-
cane di Hemingway è nell’impeto
che anima il vecchio pescatore. « San-
tiago » scriveva Giovanni Visentin su
la Fiera Letteraria «si presenta come
uno splendido monito: nella lotta
l'esistenza trova uno scopo e la
ragione stessa della sua bellezza ».
Se non tutta la letteratura oggi è
ottimista sulla vita, almeno Heming-
way ci incoraggia dunque a vivere
con rinnovata energia.





I CAPRICCI DI SAVINIO — Fu in
uno dei suoi ultimi articoli (Corriere
della Sera, agosto ’51) che il nostro
compianto amico Alberto Savinio ci
parlò dei capricci delle sue macchine:
«Ieri mi sono alzato più presto del
solito e ho tentato di farmi la barba:
il mio rasoio dormiva ancora. Quanto
alla mia automobile, tante volte mi
ci siedo dentro, sciolgo i due anti-
furto, infilo la chiavetta, tiro la mani-
glietta dell'accensione: nulla. Dicono
i tecnici, ora scompenso della dinamo,
ora scaricamento della batteria. Torno
un'ora dopo a tirare la maniglietta:
la macchina parte come un razzo.
Umori... Questo mio pianoforte è
un’altra cosa. A principio non sapevo:
ora so. Non era capriccio, non dispetto.
Questo pianoforte è incapace di di-
spetti. E buono, docile, sottomesso.
Anche troppo. Pronto a servire. Prima
di venire da me, andava a servire
nelle balere di fortuna, che da giugno
a settembre, sorgono effimere su
questa banda di rena, tra Versilia e
Lunigiana. E si era così abituato a
quelle musiche selvagge, che, quando
lo portarono da me, le aveva ancora
tutte in corpo. Credeva nel suo animo
oscuro, tra le corde stanche e i feltri
tarlati, che una sola fosse musica:
quella. E, anche sotto le mie dita,
ripeteva quella. Finchè capì. Non
dico che è riuscito a distinguere mu-
sica da musica. Ha sentito che ha
cambiato padrone. Poveraccio! ».









LE BICICLETTE Un esempio di
poesia nuova troviamo nel libretto di
Giorgio Caproni Stanze della Funico-
lare, edizioni De Luca, Roma. Traseri-
viamo il principio dell'inno alla bici-



/



cletta, la macchina più mitica del-
l’infanzia:
La terra come dolcemente geme
ancora, fra l’erba un delicato
suono di biciclette umide preme
quasi un’arpa il mattino! Uno svariato,
tenue ronzio di raggi e gomme, è il
lieve,
lieve trasporto di piume che il cuore
un tempo disse giovinezza è il sale
che corresse la mente. E anch'io ebbi
(ardore
allora, anch'io col mio pedale
melodico, sui bianchi asfalti al bordo
d’un’erba millenaria, quale mare
sentii sulla mia pelle, quale gorgo
delicato di brividi sul viso
scolorato cercandoti!... Ma fu
storia di giorni — nessuno ora più
mi soccorre a quel tempo ormai diviso.





come Fhlebas, il marinaio fenicio.

Siamo andati, io e Cobb,

per vincere il silenzio

di queste strade deserte.

Alcuni ragazzi mi avevano seritto

credendomi un Fro piuttosto
(basso.

Avevo l'abitudine di strofinare con la
{mano

la carlinga dell’aeroplano. Mi piaceva

il modesto colore

delle cravatte di Richards.

Quanto a Cobb, come sapete

possedeva in proprio il reattore.

vendeva pellicce,

non era assicurato

presso i Lloyds di Londra.

Fra il dare e l'avere

si scelse la prima maniera

perchè più veritiera.

asso,



In contemplazione davanti all’edificio sibillino di un teorema.

TARGA Dalla targa di bronzo
all'ingresso del Cantiere di Newpori
News, nel quale è} stata costruita
United States, nastro azzurro 1952,
traduciamo le parole dettate dal fon-
datore Huntingdon:

« Noi costruiremo buone
con utile se potremo
in perdita se dovremo
ma sempre buone navi ».

navi

DERRY E COBB John Derrv e
John Cobb sono i dune inglesi vittime
della velocità, periti il primo nel cielo
di Farnborough il 6 settembre 1952,
mentre tentava di superare la ba
riera del suono con un reattore aereo
e il secondo nelle acque di Loch Ness,
il 29 settembre 1952, nel tentativo
di battere il record del miglio lan-
ciato con un reattore marino. Richards
era il meccanico di Derry, anel’egli
perito nel cielo di Farnborough.
Qui abbiamo raccolto qualche verso
di occasione:



Il vento che rideva,

la pesantezza del tempo,

il grido dei gabbiani

e il gonfiore di Loch Ness,
cari amici, ci fecero alti e belli



CORTESIA — Il Times a proposito
della conquista del nastro azzurro da
parte della United States, che l'aveva
tolto alla Queen Mary, nave inglese,
scrisse: « L'United States ha preso ora
posto in questa compagnia e vi sarà
ben accolto non solo perchè ciò gli
spetta per il magnifico viaggio inau-
gurale, ma anche perchè troppo tempo
è passato da quando una nave ameri-
cana conquistò l’ultima volta l’am-
bito titolo della traversata atlantic:



FORMICHE Abbiamo letto l’arti-
colo di Buzzati che, partendo da uno
studio sugli insetti dell’entomologo
Guido Grandi, racconta come sia im-
probabile che si realizzi, anche fra
millenni, nella nostra società il si-
stema organizzatissimo di vita delle
formiche. La difficoltà maggiore, sa-
rebbe la rinuncia quasi completa
all'amore. Ce ne sarebbero altre: la
divisione di casta, l’assoluta sogge-
zione dell'individuo alle esigenze co-
muni, la rigorosa soggezione al lavoro.
Aldous Huxley, nel suo romanzo
Nuovo mondo aveva previsto qual-
cosa di simile anche per gli uomini e
per una data non molto lontana.
Non siamo dello stesso parere, siamo
ottimisti, non crediamo che si vada
verso una nuova forma di schiavitù.



7



SEMAFORO - Continuazione
LA NAVE RAGAZZA - L'estate

scorsa, come riferisce il Notiziario
Navale Ansaldo n. 47, il viaggio inau-
gurale da Le Havre a New York del-
la turbonave francese « Flandre » (20
mila tonnellate circa di peso e una
potenza massima di 44 mila cavalli
vapore) fu disturbato da avarie tecni-
che, le quali, benchè di natura secon-
daria, obbligarono la nave ad ar ‘

si in alto mare. La «Flandre» navi
in vista dell'America quando un corto
circuito mise fuori servizio il sistema
di comando elettrico paralizzandola
per parecchie ore. L’avvenimento ve-
ramente insolito e tanto patetico
ispirò a un eronista del New Yorker,
la più intelligente rivista del mondo,
il secuente cavalleresco biglietto che
prese il posto dell’articolo di fondo:
« Ti salutiamo Flandre. Non ci cono-
no e pure abbiamo fatto subito
amicizia. In verità dal tuo ritardato
arrivo a New York cominciammo a
sentirci solidali con le tue gaffes, ciò
che rappresenta il primo lungo passo
verso l'affetto. Essere rimorchiate al
porto al primo viaggio di ragazza,
ci parve che sarebbe accaduta la
stessa cosa a noi se fossimo stati una
nave. L’argano incapace di sollevare
l'ancora, le luci lentamente smorzan-
tesi sino a spegnersi, la sirena, già
conosciuta per le sue sonore guasco-
nate, che emetteva invece pochi pie-
tosi belati, povera Flandre, cara
amica, abbiamo condiviso la tua ve
gogna, i tuoi rossori sono stati nostri,
ondata per ondata. Vedi l’imbarazz
del tuo debutto è stato anche nostro
almeno in una dozzina di circostanze
diverse, e non si trattava di sogni. È
il passo falso di chi attraversa il pal-
coscenico per andare a ricevere il
diploma dal rettore, è come quando
uno si volta davanti all’altare per
baciare la sposa e bacia soltanto
l’aria, è la mente che diventa vuota
alla terza frase del discorso che avrebbe
dovnto essere così spiritoso e sicuro.
Confòrtati pensando al fatto che la
perfezione non ha amatori, ma solo
nemici. Che cosa ha da spartire nna
comune mortale con le Regine? Tu
sei dei nostri ed è stato meglio saperlo
tanto presto. Ora che la commedia
del nostro primo incontro è finita pos-
siamo tentare insieme la sorte con
l'ancora levata, le luci abbaglianti e
la sirena che urla nel vasto mare
















METALLI DI DOMANI Utiliz-
zazioni nuove e bizzarre sono state
trovate per il bismuto, metallo fragile
e rossastro che fonde al calore al quale
di solito una cotoletta frigge. Il bi-
smuto potrà essere impiegato per con-
durre il calore dai reattori nucleari
alle caldaie ad alto livello termico che
presto si avranno in funzione nelle
più moderne centrali elettriche o nei
sottomarini. Le leghe di sodio e po-
tassio che sarebbero adatte allo stesso
scopo presentano un grande inconve-
niente, quello della loro istantanea
reattività al contatto con l’acqua.
(Da un articolo di G. Castelfranchi
sul Corriere della Sera).







CIVILTÀ INGLESE In occasione
della settimana di Farnborough, la
prima settimana del settembre 19
quella in cui durante le prove e l’esi-
bizione degli aeroplani a reazione do-
veva trovare purtroppo la morte, nel
tentativo di superare la barriera del
suono, il pilota inglese John Derry ca-
dendo fulmineamente dal cielo e ucci-
dendo una ventina di spettatori tra È
centocinquantamila persone che :
stevano al suo fantastico volo, in que Ila L
memorabile occasione, il Times volle
onorare con un numero speciale di







76



OFFICINE PISTOIESI

PISTOIA

VIA ANTONIO PACINOTTI 5

Costruzione e riparazione di materiale rotabile ferroviario
Carrozzerie per veicoli stradali e rimorchi
Carpenteria per qualunque applicazione

Macchine tessili per l'industria della lana

Attrezzatura pneumatica
Stampaggio e fucinatura

Meccanica varia



SAN GIORGIO

GENOVA

VIA CORSICA 21

Ottica e meccanica di precisione

Strumenti ed apparecchi per uso medico

Macchinario tessile

Aghi per macchine da calze e maglieria

Motori Diesel - Gruppi elettrogeni - Macchinari ausiliari di bordo
Meccanica fine - Macchinari industriali

Riscaldamento - Ventilazione - Condizionamento

Apparecchi elettrodomestici - Equipaggiamenti elettrici

Congegni e strumenti per usi speciali

SEMAFORO - Continuazione

32 leggerissime e grandissime pagine
l'aviazione inglese e riprodusse sotto
la testata, a pagina intera, la foto-
grafia di un Vickers - Supermarine
Swift, un reattore a forma triangolare,
esaltandone la grazia e la forza. Il
giornale parlava nelle altre pagi
dell'avvenire del volo, dei progre
della navigazione aerea, dei primati,
degli uomini, dei dirigenti, dell’indu-
stria aeronautica inglese. Fra un fatto
nazionale, di importanza mondiale, e
il Times gli dette il rilievo che meri-
tava. Un esempio di civiltà.












LA CITTÀ RADIOSA Il 15 otto-
bre 1952 è stata aperta a Marsiglia
la casa lunga 140, 24 e alta
56 metri, creata d rchitetto Le
Corbusier per accogliere 1600 persone
in 350 appartamenti, La casa è de-
nominata città radiosa perchè può
accogliere i servizi di un intero quar-
tiere dentro un solo edificio. Ha una
strada alla base, tra i 34 piloni che
la fanno simile a una nave in par-
tenza, al sesto piano contiene un
mercato, il cinema, il teatro, la scuola,
i negozi, è circondata dalla campagna
e dall'aria libera. Ci vollero più di
due anni per costruirla. È certamente
la casa più rivoluzionaria del secolo.
Essa sta tra il grattacielo, la macchina
per abitare e la chiesa. Il sole attra-
verso le vetrate della prima stanza
entra in ogni appartamento in pro.
fondità anzichè di faccia. Le pareti
tra una stanza e l’altra sono fatte di
materiale luminoso, con grandi porte
a vetri. La luce entra nella prima
stanza e gradatamente arriva fino
all’ultima. La casa ha ascensori, ter-
mosifoni, impianti idraulici centra-
lizzati.







LINEA ITALIANA Quasi con-
temporaneamente due grandi riviste
americane di attualità, Life ed Esquire,
in due numeri di ottobre, hanno indi-
cato ai loro dieci milioni di lettori di
tutto il mondo, il successo della linea
europea e in particolare italiana presso
i costruttori di automobili americane.
i L'automobile americana diventa
europea » intitola il suo articolo
Esquire. Accanto a modelli inglesi e
francesi si vede una Nash-Healey
disegnata da Farina, la cui mano
viene definita «fine ». Una Chrysler
K 310 carrozzata da Ghia è accostata
alla Cisitalia. Il davanti di un'Alfa
Romeo verde, pure carrozzata da
Farina, si trova in testa a quello che
gli americani chiamano il disegno clas-
sico italiano. Su Life si può vedere,
su una intera pagina, un'Alfa rossa
accostata ad altri bellissimi « bodies »,
corpi, di macchine inglesi. Su questo
successo non poca parte hanno avuto
i Saloni dell'Automobile di Torino e
quelli di Parigi, che nel dopoguerra
| hanno attirato l’attenzione di tutti i
tecnici e disegnatori americani di
automobili in cerca di ingegnose ed
eleganti soluzioni.







ACUSTICA E ARCHITETTURA —
Un maggiore interessamento da parte
degli architetti alle esigenze acustiche
di un edificio sarebbe indubbiamente
da augurarsi, non solo in quel genere
di costruzioni per cui il problema del
| rendimento acustico ha o dovrebbe
avere la precedenza su di ogni altra
considerazione, come ad esempio negli
auditori, ma anche in altri edifici in
cui, non essendo questo problema di
così evidente importanza, viene trop-
po spesso trascurato. Certo una mag-
giore padronanza della acustica tecnica



77



TERMOMECCANICA

78

LA SPEZIA

VIA DEL MOLO 1

Pompe centrifughe per qualsiasi liquido, di piccola, media
e grande portata, per basse, medie ed alte prevalenze è
Pompe a pistone elettriche e a vapore, di qualsiasi potenza
e per qualsiasi liquido e Pompe rotoeccentriche e pompe
a viti, per usi speciali e Compressori d’aria e di altri gas
a pistone e rotativi per tutte le portate e fino a 350 atm.
e Motocompressori d’aria su carro » Ventilatori centrifu-
ghi ed elicoidali e Turbine a vapore del tipo ad azione, per
potenze fino a 1000 CV e Motrici alternative a vapore ad
uno o più cilindri, per potenze fino a 300 CV e Impianti
frigoriferi a vapore e a compressione di gas e Eiettori e
Evaporatori » Distillatori

SEMAFORO - Continuaziona

permetterebbe al progettista di consi-
derare il problema acustico, fin dal.
l’inizio, senza separarlo da quello archi-
tettonico ma contemporaneamente a
questo, e da questa sintesi potrebbero
aprirsi nuove vie nel campo dell’archi-
tettura degli interni. A sostegno di
questa tesi si può ricordare la sala per
le conferenze della biblioteca di Viipuri
di Alvar e Aino Aaalto, il cui soffitto
ondulato, studiato in funzione del
miglior rendimento acustico, è l’ele-
mento architettonico che definisce mi-
rabilmente lo spazio di quella sala.
Un libro di A. C. Raes, professore della
scuola di architettura di Bruxelles,
contribuisce in modo notevole all’au-
spicata maggiore comprensione di que-
sto complesso problema. Riducendo
volutamente al minimo ogni proce-
dimento di calcolo, l’Autore si basa
soprattutto su risultati sperimentali
ampiamente documentati e sempre
validamente sorretti da una perfetta
logica teorica. Il primo capitolo del li-
bro tratta la parte generale: dalle pro-
prietà fisiche e fisiologiche dei suoni
alla loro propagazione e allo studio
delle unità di misura che si dovranno
usare. Nei capitoli seguenti il Raes
tratta successivamente dei materiali
assorbenti ed isolanti, dell’isolamento
acustico degli ambienti, ed infine della
realizzazione acustica di una sala. La
complessa materia è trattata sempre
dal punto di vista pratico e ogni pro-
blema è considerato fino nei suoi più
minuti dettagli. Particolare rilievo è
dato agli studi su modelli ridotti,
metodo di cui il Raes si fa sostenitore.
Il testo è corredato da gran numero
di esempi pratici e di chiare illustra-
zioni che ne facilitano la compren-
sione.

UN CLASSICO Quando una de.
cina di anni fa uscì l'edizione ame-
ricana della “'eoria dell’elettromagne-
tismo di J. Stratton, il libro costituì
il primo trattato rigoroso della teoria
elettromagnetica. Ora che il libro è
divenuto un classico della letteratura
scientifica rimane l’unico testo che riu-
nisce vna perfetta e conseguente elabo-
razione teorica con un esauriente studio
delle principali applicazioni ai casi con-
creti. Lo Stratton non ha seguito la
trattazione storica, utile soprattutto a
chi deve iniziare lo studio, ma ha
impostato la sua opera sulle equazioni
di Maxwell postulandone la validità
nel campo dei fenomeni macroscopici
di origine elettromagnetica. Questa
postulazione ha una giustificazione
sperimentale e una conferma nella |
continua corrispondenza tra deduzione
teorica e osservazione. L’opera pre-
suppone nel lettore nozioni generali |
sull'elettromagnetismo: le leggi speri-
mentali, le proprietà dei circuiti, no-
zioni sulle macchine elettromagne-
tiche e i fenomeni termoionici e tutta
la parte dell’elettromagnetismo che si
concluse storicamente nelle equazioni
di Maxwell.

Nei primi sette capitoli, dopo una
formulazione generale delie equazioni
che governano i campi e un esame delle
unità di misura, vengono trattati pri
ma i campi statici come casi parti.
colari del campo dinamico, poi la
propagazione di onde piane, cilin-
driche e sferiche. Nel capitolo ottavo
sono discusse le relazioni tra campo
e sorgente e la teoria generale della
radiazione. Il nono ed ultimo capitolo
illustra l'applicazione della teoria ge-
nerale alla trattazione di problemi di
interesse pratico. La parte matema-
tica, particolarmente curata, permette
di eseguire tutti gli sviluppi dei cal.
coli e i numerosi problemi aiutano a
completare lo studio teorico con l’ap-
plicazione ad esempi concreti.

SEMAFORO - Continuazione

LE ANALOGIE FRUTTIFERE —
Didimo, ha pubblicato tempo fa un
brillante articolo sull'importanza che
hanno avuto le analogie, i paragoni, i
paralleli tra una branca e l’altra
della scienza, nella storia delle sco-
perte. Il paragone, ad esempio, tra
la corrente del fiume e quella elet-
trica, e quelli più recenti e meno
semplici tra chimica organica e inor-
ica, tra matematica e elettricità.
cio, che è una sostanza inorga-
, si accoppia o si sostituisce oggi
al carbonio, che è l’elemento tipico
della chimica organica. Si ha una
specie di chimica organica del silicio,
sì ottengono lubrificanti, vernici, ma-
stici, sostanze isolanti che riassumono
le qualità di durezza delle materie
inorganiche, in questo caso del silicio,
e quelle plastiche delle materie orga-
niche, una serie quindi di materie
nuove.
Nelle calcolatrici elettroniche l’ana-
logia tra matematica e elettricità fa
parte addirittura del funzionamento
delle macchine stesse. Si tratta delle
calcolatrici dette « analog ». Supponete
che si debba studiare con esse un
problema di balistica che in matema-
tica avrebbe richiesto una equazione
differenziale. Si costruisce allora un
cireuito elettrico in cui la corrente
incontra le stesse resistenze, indut-
tanze, deviazioni che avrebbe incon-
trato nella equazione il calcolo dello
scienziato. La calcolatrice fa così una
vera e propria operazione parallela a
quelia del cervello.






LA PAPIROFLESSIA — Con delle
semplici papirolas, pezzi di carta, il
dentista Solorzano Sagredo di Buenos
Aires dimostra che il segreto ultimo
delie cose è un segreto geometrico.

Da una forma che egli ha battezzato
«deltoide creatore » e che è un tra-
pezio simmetrico rassomigliante a
quello che i ragazzi usano per fare

l’aquilone, il dentista ha ricavato per
divertimento circa diecimila animali
diversi ed ha perfezionato una nuov:
scienza, la papirofle

a, che ha il
fascino della hobby e la precisione me-
ticolosa dei segmenti aurei. Solorzano

Sagredo è capace di costruire in due

minuti, piegando e ripiegando il tra-

pezio, un dromedario, una colomba, Vv Il A O G LI o 1 8
un tacchino, un mulo, un gatto, una
farfalla, e tirando poi le pieghe sgembe
o isosceli o rettangolari del drome-
dario, colomba, tacchino, mulo, gatto,
farfalla, può ridurli in un attimo al
primitivo trapezio. Con la papiro-
flessia, afferma il dentista, si può
arrivare dov’erano giunti per altre vie
Leonardo o Viollet Le Due. Leonardo

diceva che le gambe dell’uomo aperte Trattori agricoli e stradali da 20 a 40 CV del tipo a

al massimo, formano un triangolo

equilatero. Oggi sappiamo che anche ruote ed a cingoli ° Carrelli elevatori con motori a

i cristalli, le molecole, gli atomi, le
‘ep glicine sE elite benzina o elettrici e Motori Diesel stazionari da 5,18
CRONACA DI VERO ROBERTI — e 25 CV © Motori marini da 25 V © Sonde per

Vero Roberti ci ha mandato da i Selpi 2 q î i :
Londra una cronaca del velocissimo ricerche idriche e geologiche e Accessori per impianti
volo del «Canberra» che accanto au . :

all'interpretazione ufficiale delle pa- d'aria compressa e Materiale pneumatico Ingersoli
gine 12-14 della nostra rivista rappre- Î nà

senta il commento privato degli in- Rand a Fonderia accialo

glesi registrato da un giornalista cu-
rioso.

— Cosa ne dici, caro Peter, della
lettera che il settimo Duca di Welling-
ton ha inviato al direttore del
Times? Ti è forse sfuggita?

—- No. Come può sfuggire una lettera
del Times ad un vecchio etoniano?
— Mi sembra che il settimo Duca di
Wellington abbia ragione nel non ere-
dere che il suo antenato, ritornando
un giorno, su questi prati, abbia








SPICA

LIVORNO

VIA SAN MARTINO 12 bis

Produzione di apparati di iniezione per motori
Diesel di autocarri, trattori, motori marini
Automotrici e motori industriali
Candele di accensione

costruite su licenza Lodge



SEMAFORO - Continuazione

detto che qui è stata vinta la battaglia
di Waterloo.

- Caro George, io non sono del tuo
parere. Come vecchio « oppidan » devo
dirti che non mi dispiace affatto che
a Eton si sia vinto Napoleone.

Certamente che anche a me non
dispiace, ma non si è sicuri storica-
mente che il « Duca di ferro » abbia
pronunciato quella frase. Il suo ricordo
ci viene da due dei suoi ufficiali che
su una diligenza adorna di alloro
avevano girato tutta l'Inghilterra per
recare in ogni più lontano villaggio
la notizia della grande vittoria...
Peter stava preparandosi alla risposta,
quando, all’improvviso, arrivò come
un bolide un giovane di Eton in frac
nero. Si presentò con un inchino. Era
trafelato, rosso, ma gli occhi gli bril-
lavano.
gnore egli disse al suo maestro

il « Canberra » gliel'ha fatta! Alder-
grove-Gander in quattro ore, 33 mi-
nuti e 17 secondi alla velocità di
454 miglia (732 chilometri all’ora)
perchè aveva un vento contrario di
quasi cento miglia; Gander-Aldergrove
in tre ore, 25 minuti e 29 secondi alla
velocità di 605 miglia (974 chilometri).
La media su 2072 miglia (3335 chilo-
metri) è stata di 411 miglia all’ora
(663 chilometri).

— Calmati, figliuolo, calmati! Chissà
quanti errori avrai fatto con tante
miglia? Intanto comincia col reggero
il mio aquilone. Ciò ti servirà ad
imparare ad essere più ragionevole e
a non eccitarti.

Il ragazzo prese il grosso rocchetto
ed il professore cominciò a parlare
con una calma stratosferica.

— Questo successo è nato da un lungo
studio, al quale si sono dedicati
degli ingegneri che per me sono soprat-
tutto degli artisti. Quando essi pro-
gettarono, nel rigore del calcolo alge-
brico, i motori a reazione e le forme
aerodinamiche dell’apparecchio, io,
esteta, li vidi richiamarsi al demone
lineare della pittura greca, alla magia
degli affreschi di Cnosso © alla sinuosa
dolcezza delle figure di un vaso ellenico.
«Se tu corri e ti affanni, non potrai
mai capire il valore di questo primato.
Fermati a meditare ogni qualvolta
degli uomini balzano con le loro mac-
chine attraverso il cielo, in gara con
la stessa rotazione terrestre.

« Nell’aeronautica moderna, che si
basa sull’algebra e sulla trigonometria
sferica, quando si tratta di equilibrare
la potenza di un reattore con la forma
dell’appareechio, ogni volo, ogni re-
cord, ogni conquista dello spazio non
possono essere giudicati con la bana-
lità di colui che assiste alla vittoria
della squadra di foot-ball del suo
paese.

gliuolo, solo la eronaca del doppio
volo del « Canberra » attraverso l’A-
tlantico appartiene agli uomini co-
muni. Ma se tu vorrai scoprire l’es-
senza di quel volo, dovrai avvieinarti
ad esso in umiltà, come davanti ad
un capolavoro di un’arte nuovissima,
il capolavoro della meccanica. Allora
soltanto potrai comprendere la mera-
viglia e la magia di un cuscinetto a
sfere a diecimila rotazioni al minuto,
la purezza verginale della forma aero.
dinamica del «Canberra» e la sua
prodigiosa velocità.

« Noi, vecchi, giochiamo ancora coi
nostri aquiloni e altrettanto fa il
direttore tecnico della English Elecetrie
che costruisce il « Canberra ». I nostri
aquiloni, quando ondeggiano nel cielo,
c’insegnano a meditare, a scoprire i
segreti dello spazio, così come le far-
falle attirarono gli antichi arabi verso
l'astronomia.

« Comincia, dunque, a giuocare anche
tu, ma con saggezza! ».






















Con i tipi della ILTE - Industria Libraria Tipografica Editrice — Corso Bramante, 20 - Torino (P151252)






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