Testi manoscritti di Luigi Arnaldo Vassallo

Contenuto

Testi manoscritti di Luigi Arnaldo Vassallo
Tipologia
Fascicolo
Descrizione
Manoscritti e stampati di Luigi Arnaldo Vassallo dal titolo "Il veterano al congresso del XX settembre", "Dicembre 1746", "Victor Hugo", "L'omino delinquente", "Le gioie della villeggiatura" con note e osservazioni di Flavia Steno
Data testuale
1895, 1902, senza data
Estremi cronologici
1895 – 1902
Consistenza
cc. sciolte 50 e un quaderno
Stato di conservazione
Buono
Soggetto produttore
Flavia Steno (1877 - 1946)
Identificativo
FS.000034
Archivio, fondo o serie di appartenenza
Flavia StenoARCHIVIO FLAVIA STENO
Collocazione
Busta 4, f. 2/b
contenuto
DICEMBRE IT746

ero

Qui siamo raccolti a festeggiare il ricordo d’ una sfolgorante gloria del
popolo. Se anche nulla dicessi, sentirei ugualmente, in questa folta assem-
blea, esultare le anime nella inclita religione delle memorie patrie, poichè,
leggenda o storia, tradizione o critica, vivo è nei cuori, di padre in figlio,
come un poema immortale, tutto quel complesso di prodigiosi eroismi, che
prende nome da un giovanetto ignoto, che si trasforma in un personaggio
simbolico, che rimane nella storia e nella poesia, non già col suo casato
vero, ma quasi dai più scordato, di Giambattista Perasso, ma col nomignolo
che diventa quasi un grado, un titolo: il Balilla. Tanto vero che, con l’andar
del tempo, quando la gente del popolo abbia a giudicare d’un giovane ardi-
mentoso, si limita a dire: — Quello è un Balilla!

Sotto gli auspici, dunque, di questo nome simbolico, scolpito nei cuori
e nelle fantasie, glorifichiamo i ricordi di quella epica insurrezione, che fece
trasalire allora tutto il mondo civile, che oggi ancora empie di maraviglia
gli storici è spiega come, un secolo e mezzo addietro, la gente inclinasse a
credere, tanto eran prodigiosi gli effetti, all’intervento miracoloso della divina
potenza, così come ai geni e ai numi tutelari della patria greci e romani
attribuivano le più segnalate vittorie.

Glorifichiamo gli eventi e guardiamo insieme le pagine della Storia, non
già per vano argomento di superbia, ma perchè la storia dovrebb'essere la
più sicura maestra della vita. i

E nessuna storia, quanto quella delle cittadinanze italiane, fu mai più
feconda di pratici insegnamenti. Quella di Genova particolarmente ci insegna



«rano sempre le atroci discordie di casa nostra che davano pretesto allo stra-
niero di annidarsi, vampiro mai sazio, nelle nostre terre.

Dei varî nemici e dei non meno pericolosi amici che stringevano in an-
‘gustie, nel passato secolo, la Repubblica di Genova, il più feroce e cupido
«era l’austriaco che, calato da Campomorone, aveva posto il campo in vista
di Genova, sul greto della Polcevera.

Se il generale austriaco, come gli antichi condottieri dei romani, avesse
‘avuto fiducia nei segni propizi o nefasti, forse avrebbe evitato la rotta ver-
sognosa del 10 dicembre: poichè la Polcevera, a un tratto, in modo impre-
vedibile, scese al mare con vortici orrendi, travolgendo tutto il campo au-
:striaco e affogando più di mille soldati, nella furia dei gorghi invincibili.

Ma il generale austriaco era, anche lui, per così esprimerci, un perso-
naggio simbolico. Egli era lo spirito atroce della vendetta, che sorgeva torvo
‘€ implacabile a minacciare la colpevole aristocrazia dominante. Come Corio-
lano davanti a Roma, l’odio più intenso ardeva nell’animo di Botta-Adorno,
«davanti a Genova, contro l’oligarchia che, nel finir del 600, aveva condannato
nel capo il padre di lui, con la confisca dei beni e la distruzion delle case,
perchè reo vero o supposto di un attentato in Ovada.

Non v'era una madre piangente, non v'era una pia donna, capace di pla-
«care l’animo del nuovo Coriolano, e i fiacchi reggitori di Genova mandarono
‘invece, ambasciatori, un Lomellino e un Durazzo, che inutilmente tentarono le
vie del sentimento. Coriolano non si lasciò smuovere e, con meditata asprezza,
dettò le più terribili condizioni che possa imporre un nemico vittorioso e già
‘padrone della città, compresi gli ostaggi, conchiudendo col feroce dilemma :

— 0 sottomissione, o saccheggio !

Pure i due nobili ambasciatori, in verità degeneri dalla fierezza della

| nostra stirpe, ancora tentarono di piegar l’animo di Botta-Adorno, ram-
mentandogli qual sangue gli scorresse nelle vene: al che egli rispose, con
diabolica ironia:

— E non vi pare forse ch'io ami la patria, mentre potendo e dovendo
-esterminarla, mi contento di queste piccole domande?

O come mai, quel Lomellino e quel Durazzo, non hanno avuto un’impeto
di rabbia santissima, come mai non è passato nello spirito loro l’impeto ma-
«gnanimo di Pier Capponi, come mai non hanno urlato in faccia a quel mostro :

.— Vieni pure, se ardisci, a Genova, chè non troverai mai più la via per
uscirne ?...

Perchè ?... eh, perchè, in quel momento, scontavano le colpe loro e quelle
«dei loro padri... Perchè? perchè la forza invitta dell’animo dipende sola-
‘mente dalla coscienza morale: perchè coloro i quali avevano corrotto la Re-
pubblica, abusato del potere, dispregiata la libertà e oppresso i cittadini,
«non potevano più sentire quell’energia sublime che la coscienza collettiva

— Ma come mai gente tanto pratica di commercio pretende estinguere i
debiti con suppliche e palinodie. Ci vuol altro! —

E intanto mandava i soldati, mezzi briachi, per la città, a segnar le case
destinate al futuro saccheggio e a spargere le più orrende profezie di viola-
zioni, d’incendi e di macelli. Gli ufficiali austriaci entravano a cavallo nel
Portofranco, allora asilo inviolabile. Nessuna città mai, neppure ne' più fieri
periodi, presentò lo straziante spettacolo di Genova in quei giorni, mentre
l’anima del popolo bolliva alla vista di tanta rovina, e pareva alla vigilia di
prorompere.

Così, in quel vasto fermento di spaventi e di sdegni, stava per calar la
sera del 5 dicembre 1746. Scendeva torbido il crepuscolo e quel che in quel-
l’ora accadesse, voi tutti sapete.

Lo storico Accinelli, che fu contemporaneo, dopo aver narrato del mortaio
da bombe affondato in Portoria, così sobriamente racconta :

« Vollero i tedeschi sforzare alcuno del popolo a dar loro aiuto : ricusa-
‘rono iutti di por mano all’aborrito lavoro: uno de’ tedeschi alzò il bastone
e lasciò correre alcuni colpi: tanto bastò per eccitare l’incendio: un ragazzo,
dato di piglio a un sasso, rivolto ai compagni, disse: Che l'inse 2 e accor-
dando gli altri, lanciò una sassata al soldato percussore. Il lampo fu questo...

. . . . . . . . . . . . . . . - . . . . . . è è . . °

« Alle ore una di notte il minuto popolo si mosse da Portoria in piccolo
numero, gridando ad alta voce: « Animo, animo, a Palazzo a prender armi,
e viva Maria! e giù per borgo laneri, servi, molo, e posta insieme grossa
partita di gente a loro simile, garzoni di tavernai, pattumai, ciabattini pe-
scivendoli, fornai e facchini da carbone e da vino presentavansi avanti al
pubblico palazzo, chiedendo con urli e sciamazzi le armi ».

L’esattezza del fatto è comprovata da due documenti inediti, che ho trovato
nei nostri archivi: uno consiste in una lettera scritta da un genovese a un
sua amico a Roma, e si esprime così :

<« Il capo tedesco chiamò i vicini bottegai e altri uomini a dare il neces-
sario aiuto, ma questi furono costantemente restii : il che mal soffrendo esso
capo, principiò con alterigia e prepotenza a sforzare violentemente qualche.
duno di detti uomini: ricusando però ognuno di voler ubbidire, passò il detto
capo alla fiera esecuzione d’insoffribili bastonate. Non avvezzo il nostro po-
polo a soffrire simili insulti, diedesi principio da: ragazzi a gettar sassi
contro il capo tedesco e alla truppa ». Infatti, nel quadro del Comotto, ccc.,
c'è il ragazzo.

+ L'altro documento è una specie di relazione manoscritta, estesa pochi
giorni dopo il fatto, che viene così esposto :

« Il giorno 5 del corrente. mese di dicembre 1746 occorse che, strasci-
nando gli austriaci un mortaio per la strada di Portoria, abitata da numeroso
popolo minuto, sfondossi alquanto il pavimento della strada, onde furono

una specie di felice ebbrezza, verso il destino, fiancheggiato dalla morte 6
dalla gloria. Tutte le passioni umane più violenti contribuiscono a quella
febbre eroica, che centuplica 1» slancio e nasconde quasi il pericolo, non
lasciando travedere che l'affascinante visione del premio trionfale.

Ma qui, no: qui è tutto un altro ambiente. Quest’eroismo plebeo è tutto
composto di puro e sfolgorante ideale. Quei piccoli oscuri bottegai di Portoria
non hanno palazzi da difendere, non hanno dominio da conservare, non hanno
tesori da mettere in salvo. Quei fornai, quei pescivendoli, quei facchini, quei
tavernai, che sfidano l’austriaco e la burrasca, che non lanno capitani forniti
di prestigio militare, che non aspirano a nessun grado, che non covano spe-
ranza alcuna di ricompense future che neppure sanno se le forze loro ha-
stino, non dirò a scontiggere, ma neanche ad affrontare il nemico, e che pur
passano tutta una notte a chiedere armi delle quali forse ignorano il ma-
neggio, che non si lasciano cogliere dal contagio della paura che ha reso vile
quella classe eletta che dovrebbe dar l’esempio delle virtù civili: quella
massa di artigiani, di poveri diavoli, di vecchi, di fanciulli, che si sente
invasa dalle fiamme d’un sacro ardimento, e che vuol gettare la vita per
le tradizioni della terra nativa, anche se diventata matrigna; quella folla
di ignoti che improvvisamente ritrova, in mezzo alla decadenza, l’epico furore
delle sante crociate : questa folla bollente di cittadini oscuri e magnanimi
che grida ai vili: dateci le armi e le nostre vite vi salveranno! questo coro
stupendo notturno di petti spartani mi sembra il più mirabile esempio della
potenza dell’amor di patria, e par che tutti acclamino con la fede dei martiri :

x . . . » .
« Alma terra natìa: la vita che mi desti ecco ti rendo! »

Poco importa, infatti, che la scialba aurora anuebbiata trovi la città quasi
deserta. Il popolo ha fatto in quella notte il suo giuramento solenne. Poco
importa che il senato, più che mai tremante, mandi scuse al generale au-
striaco e ne abbia nuovi insulti. Poco importa che lo spavaldo straniero creda
aver che fare con pochi cenciosi e mandi soli cento granatieri a riprendere
il mortaio : poichè quando la squadra minacciosa arriva in Fossatello, il po-
polo a sassate la volge in fuga. Il giuramento della notte deve avere il suo
compimento. Il popolo non si cura più della viltà patrizia, strappa le armi
alle guardie paralizzato dalla paura, spoglia gli arsenali e le armerie, sforza
il collegio dei gesuiti in via Balbi e vi pianta il suo quartier generale : af-
fronta gli austriaci e li disperde, trasporta le artiglierie in Pictraminuta e
fa sterminio del nemico.

Ecco le donne, ecco i fanciulli festosi, ecco i vecchi portare armi e mu-
nizioni e rotolar bombe e fra le braccia delicate portar palle da cannone e
tutti gridare gioiosi, non come chi affronti la morte, ma chi vada a festivo
tripudio. Dice lo storico: « Pareva cne tutta Genova ardesse! E in tanta
moltitudine non si vede atto vile, non timido pallore, non diietto di coraggio,
ma concorde e quasi sovrumana alacrità, coraggio senza riguardi, e risoluta



mento abbia fatto risuonare le strade genovesi, quando, l’ottavo giorno di
gennaio, le braccia dei robusti portoriani, in mezzo alla popolazione esul-
tante, sollevarono il famoso mortaio sopra un carro trionfale e lo riportarono
alla batteria della Cava, tra le grida frenetiche dei nostri antichi: Viva
Genova e viva Maria!

Per quanto faccia, la fantasia non arriva a immaginar quella scena.

Soltanto, al ricordo di quella splendida esaliazione delle anime, che ancora
penetra, come un magico liquore, nella spirito nostro, io ripenso con una
certa malinconia che non sappiamo dove sia finito quello storico mortaio. Se
sì potesse trovarlo ancora, tra gli avanzi dell’ artiglieria preistorica, biso-
gnerebbe incidervi sopra le parole dettate, in un suo sonetto, dal poeta
Gallino, che visse appunto all’epoca del Balilla :

Onde ad aternam rei cara memoria
Te vorria fa stampé sorve a culatta:
Zena - libertas - popolo - Portoria.

LUIGI ARNALDO VASSALLO.
extracted text
DICEMBRE IT746

ero

Qui siamo raccolti a festeggiare il ricordo d’ una sfolgorante gloria del
popolo. Se anche nulla dicessi, sentirei ugualmente, in questa folta assem-
blea, esultare le anime nella inclita religione delle memorie patrie, poichè,
leggenda o storia, tradizione o critica, vivo è nei cuori, di padre in figlio,
come un poema immortale, tutto quel complesso di prodigiosi eroismi, che
prende nome da un giovanetto ignoto, che si trasforma in un personaggio
simbolico, che rimane nella storia e nella poesia, non già col suo casato
vero, ma quasi dai più scordato, di Giambattista Perasso, ma col nomignolo
che diventa quasi un grado, un titolo: il Balilla. Tanto vero che, con l’andar
del tempo, quando la gente del popolo abbia a giudicare d’un giovane ardi-
mentoso, si limita a dire: — Quello è un Balilla!

Sotto gli auspici, dunque, di questo nome simbolico, scolpito nei cuori
e nelle fantasie, glorifichiamo i ricordi di quella epica insurrezione, che fece
trasalire allora tutto il mondo civile, che oggi ancora empie di maraviglia
gli storici è spiega come, un secolo e mezzo addietro, la gente inclinasse a
credere, tanto eran prodigiosi gli effetti, all’intervento miracoloso della divina
potenza, così come ai geni e ai numi tutelari della patria greci e romani
attribuivano le più segnalate vittorie.

Glorifichiamo gli eventi e guardiamo insieme le pagine della Storia, non
già per vano argomento di superbia, ma perchè la storia dovrebb'essere la
più sicura maestra della vita. i

E nessuna storia, quanto quella delle cittadinanze italiane, fu mai più
feconda di pratici insegnamenti. Quella di Genova particolarmente ci insegna



«rano sempre le atroci discordie di casa nostra che davano pretesto allo stra-
niero di annidarsi, vampiro mai sazio, nelle nostre terre.

Dei varî nemici e dei non meno pericolosi amici che stringevano in an-
‘gustie, nel passato secolo, la Repubblica di Genova, il più feroce e cupido
«era l’austriaco che, calato da Campomorone, aveva posto il campo in vista
di Genova, sul greto della Polcevera.

Se il generale austriaco, come gli antichi condottieri dei romani, avesse
‘avuto fiducia nei segni propizi o nefasti, forse avrebbe evitato la rotta ver-
sognosa del 10 dicembre: poichè la Polcevera, a un tratto, in modo impre-
vedibile, scese al mare con vortici orrendi, travolgendo tutto il campo au-
:striaco e affogando più di mille soldati, nella furia dei gorghi invincibili.

Ma il generale austriaco era, anche lui, per così esprimerci, un perso-
naggio simbolico. Egli era lo spirito atroce della vendetta, che sorgeva torvo
‘€ implacabile a minacciare la colpevole aristocrazia dominante. Come Corio-
lano davanti a Roma, l’odio più intenso ardeva nell’animo di Botta-Adorno,
«davanti a Genova, contro l’oligarchia che, nel finir del 600, aveva condannato
nel capo il padre di lui, con la confisca dei beni e la distruzion delle case,
perchè reo vero o supposto di un attentato in Ovada.

Non v'era una madre piangente, non v'era una pia donna, capace di pla-
«care l’animo del nuovo Coriolano, e i fiacchi reggitori di Genova mandarono
‘invece, ambasciatori, un Lomellino e un Durazzo, che inutilmente tentarono le
vie del sentimento. Coriolano non si lasciò smuovere e, con meditata asprezza,
dettò le più terribili condizioni che possa imporre un nemico vittorioso e già
‘padrone della città, compresi gli ostaggi, conchiudendo col feroce dilemma :

— 0 sottomissione, o saccheggio !

Pure i due nobili ambasciatori, in verità degeneri dalla fierezza della

| nostra stirpe, ancora tentarono di piegar l’animo di Botta-Adorno, ram-
mentandogli qual sangue gli scorresse nelle vene: al che egli rispose, con
diabolica ironia:

— E non vi pare forse ch'io ami la patria, mentre potendo e dovendo
-esterminarla, mi contento di queste piccole domande?

O come mai, quel Lomellino e quel Durazzo, non hanno avuto un’impeto
di rabbia santissima, come mai non è passato nello spirito loro l’impeto ma-
«gnanimo di Pier Capponi, come mai non hanno urlato in faccia a quel mostro :

.— Vieni pure, se ardisci, a Genova, chè non troverai mai più la via per
uscirne ?...

Perchè ?... eh, perchè, in quel momento, scontavano le colpe loro e quelle
«dei loro padri... Perchè? perchè la forza invitta dell’animo dipende sola-
‘mente dalla coscienza morale: perchè coloro i quali avevano corrotto la Re-
pubblica, abusato del potere, dispregiata la libertà e oppresso i cittadini,
«non potevano più sentire quell’energia sublime che la coscienza collettiva

— Ma come mai gente tanto pratica di commercio pretende estinguere i
debiti con suppliche e palinodie. Ci vuol altro! —

E intanto mandava i soldati, mezzi briachi, per la città, a segnar le case
destinate al futuro saccheggio e a spargere le più orrende profezie di viola-
zioni, d’incendi e di macelli. Gli ufficiali austriaci entravano a cavallo nel
Portofranco, allora asilo inviolabile. Nessuna città mai, neppure ne' più fieri
periodi, presentò lo straziante spettacolo di Genova in quei giorni, mentre
l’anima del popolo bolliva alla vista di tanta rovina, e pareva alla vigilia di
prorompere.

Così, in quel vasto fermento di spaventi e di sdegni, stava per calar la
sera del 5 dicembre 1746. Scendeva torbido il crepuscolo e quel che in quel-
l’ora accadesse, voi tutti sapete.

Lo storico Accinelli, che fu contemporaneo, dopo aver narrato del mortaio
da bombe affondato in Portoria, così sobriamente racconta :

« Vollero i tedeschi sforzare alcuno del popolo a dar loro aiuto : ricusa-
‘rono iutti di por mano all’aborrito lavoro: uno de’ tedeschi alzò il bastone
e lasciò correre alcuni colpi: tanto bastò per eccitare l’incendio: un ragazzo,
dato di piglio a un sasso, rivolto ai compagni, disse: Che l'inse 2 e accor-
dando gli altri, lanciò una sassata al soldato percussore. Il lampo fu questo...

. . . . . . . . . . . . . . . - . . . . . . è è . . °

« Alle ore una di notte il minuto popolo si mosse da Portoria in piccolo
numero, gridando ad alta voce: « Animo, animo, a Palazzo a prender armi,
e viva Maria! e giù per borgo laneri, servi, molo, e posta insieme grossa
partita di gente a loro simile, garzoni di tavernai, pattumai, ciabattini pe-
scivendoli, fornai e facchini da carbone e da vino presentavansi avanti al
pubblico palazzo, chiedendo con urli e sciamazzi le armi ».

L’esattezza del fatto è comprovata da due documenti inediti, che ho trovato
nei nostri archivi: uno consiste in una lettera scritta da un genovese a un
sua amico a Roma, e si esprime così :

<« Il capo tedesco chiamò i vicini bottegai e altri uomini a dare il neces-
sario aiuto, ma questi furono costantemente restii : il che mal soffrendo esso
capo, principiò con alterigia e prepotenza a sforzare violentemente qualche.
duno di detti uomini: ricusando però ognuno di voler ubbidire, passò il detto
capo alla fiera esecuzione d’insoffribili bastonate. Non avvezzo il nostro po-
polo a soffrire simili insulti, diedesi principio da: ragazzi a gettar sassi
contro il capo tedesco e alla truppa ». Infatti, nel quadro del Comotto, ccc.,
c'è il ragazzo.

+ L'altro documento è una specie di relazione manoscritta, estesa pochi
giorni dopo il fatto, che viene così esposto :

« Il giorno 5 del corrente. mese di dicembre 1746 occorse che, strasci-
nando gli austriaci un mortaio per la strada di Portoria, abitata da numeroso
popolo minuto, sfondossi alquanto il pavimento della strada, onde furono

una specie di felice ebbrezza, verso il destino, fiancheggiato dalla morte 6
dalla gloria. Tutte le passioni umane più violenti contribuiscono a quella
febbre eroica, che centuplica 1» slancio e nasconde quasi il pericolo, non
lasciando travedere che l'affascinante visione del premio trionfale.

Ma qui, no: qui è tutto un altro ambiente. Quest’eroismo plebeo è tutto
composto di puro e sfolgorante ideale. Quei piccoli oscuri bottegai di Portoria
non hanno palazzi da difendere, non hanno dominio da conservare, non hanno
tesori da mettere in salvo. Quei fornai, quei pescivendoli, quei facchini, quei
tavernai, che sfidano l’austriaco e la burrasca, che non lanno capitani forniti
di prestigio militare, che non aspirano a nessun grado, che non covano spe-
ranza alcuna di ricompense future che neppure sanno se le forze loro ha-
stino, non dirò a scontiggere, ma neanche ad affrontare il nemico, e che pur
passano tutta una notte a chiedere armi delle quali forse ignorano il ma-
neggio, che non si lasciano cogliere dal contagio della paura che ha reso vile
quella classe eletta che dovrebbe dar l’esempio delle virtù civili: quella
massa di artigiani, di poveri diavoli, di vecchi, di fanciulli, che si sente
invasa dalle fiamme d’un sacro ardimento, e che vuol gettare la vita per
le tradizioni della terra nativa, anche se diventata matrigna; quella folla
di ignoti che improvvisamente ritrova, in mezzo alla decadenza, l’epico furore
delle sante crociate : questa folla bollente di cittadini oscuri e magnanimi
che grida ai vili: dateci le armi e le nostre vite vi salveranno! questo coro
stupendo notturno di petti spartani mi sembra il più mirabile esempio della
potenza dell’amor di patria, e par che tutti acclamino con la fede dei martiri :

x . . . » .
« Alma terra natìa: la vita che mi desti ecco ti rendo! »

Poco importa, infatti, che la scialba aurora anuebbiata trovi la città quasi
deserta. Il popolo ha fatto in quella notte il suo giuramento solenne. Poco
importa che il senato, più che mai tremante, mandi scuse al generale au-
striaco e ne abbia nuovi insulti. Poco importa che lo spavaldo straniero creda
aver che fare con pochi cenciosi e mandi soli cento granatieri a riprendere
il mortaio : poichè quando la squadra minacciosa arriva in Fossatello, il po-
polo a sassate la volge in fuga. Il giuramento della notte deve avere il suo
compimento. Il popolo non si cura più della viltà patrizia, strappa le armi
alle guardie paralizzato dalla paura, spoglia gli arsenali e le armerie, sforza
il collegio dei gesuiti in via Balbi e vi pianta il suo quartier generale : af-
fronta gli austriaci e li disperde, trasporta le artiglierie in Pictraminuta e
fa sterminio del nemico.

Ecco le donne, ecco i fanciulli festosi, ecco i vecchi portare armi e mu-
nizioni e rotolar bombe e fra le braccia delicate portar palle da cannone e
tutti gridare gioiosi, non come chi affronti la morte, ma chi vada a festivo
tripudio. Dice lo storico: « Pareva cne tutta Genova ardesse! E in tanta
moltitudine non si vede atto vile, non timido pallore, non diietto di coraggio,
ma concorde e quasi sovrumana alacrità, coraggio senza riguardi, e risoluta



mento abbia fatto risuonare le strade genovesi, quando, l’ottavo giorno di
gennaio, le braccia dei robusti portoriani, in mezzo alla popolazione esul-
tante, sollevarono il famoso mortaio sopra un carro trionfale e lo riportarono
alla batteria della Cava, tra le grida frenetiche dei nostri antichi: Viva
Genova e viva Maria!

Per quanto faccia, la fantasia non arriva a immaginar quella scena.

Soltanto, al ricordo di quella splendida esaliazione delle anime, che ancora
penetra, come un magico liquore, nella spirito nostro, io ripenso con una
certa malinconia che non sappiamo dove sia finito quello storico mortaio. Se
sì potesse trovarlo ancora, tra gli avanzi dell’ artiglieria preistorica, biso-
gnerebbe incidervi sopra le parole dettate, in un suo sonetto, dal poeta
Gallino, che visse appunto all’epoca del Balilla :

Onde ad aternam rei cara memoria
Te vorria fa stampé sorve a culatta:
Zena - libertas - popolo - Portoria.

LUIGI ARNALDO VASSALLO.

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