Rivista Italsider, n. 4-5, 1965
Contenuto
- Tipologia
- Periodico a stampa
- Descrizione
-
In copertina: Soto "Due piani virtuali" - 1965 - acciaio e legno.
Seconda di copertina: una delle primissime applicazioni del sistema della "scheda perforata".
Terza di copertina: particolare ingrandito della stampa di un testo del programma eseguito da un calcolatore in uso presso l'Italsider.
Quarta di copertina: una vecchia insegna in ferro.
Immagini in evidenza:
- Il ponte da Verrazzano (p. 12)
- L'acciaio consente ogni forma architettonica. Palazzo dello sport a Torino (p. 15)
- Gabinetto di analisi microbiologica (p. 24)
- Barattolo per mezzo chilogrammo di caffè, prodotto dalla Metalgraf (p. 27)
- Teatrino lungo circa un metro, con pupazzi di legno rivestiti in tessuto, e un modellino di vascello da novanta cannoni. La riunione dell'ammiraglio del re Carlo II Stuart (p. 29)
- Un modello di telaio meccanico, chiamato "jenny", del 1764 (p. 31)
- Parafuoco di caminetto, in ghisa, appartenuto a Richard Lenard, con la data del 1636 e vari simboli del lavoro siderurgico (p. 32)
- A Genova una strada in acciaio (p. 36)
Sommario:
- Mezzi di informazione sull'economia mondiale, p. 2
- Come parlano i calcolatori, p. 5
- Segni, simboli e poesia, p. 8
- Misura e teoria dell'informazione, p. 9
- Il ponte "da Verrazzano", p. 12
- Acciaio per l'architettura moderna, p. 13
- Economia delle regioni italiane: il Piemonte, p. 17
- L'acciaieria "LD" di Taranto, p. 20
- Una stazione sperimentale per i cibi conservati, p. 22
- Un nuovo tipo di banda stagnata elettrolitica: "la silver glow", p. 25
- La targa d'oro Italsider 1965, p. 26
- Il Science Museum di Londra, p. 28
- Le letture dei nostri figli, p. 33
- A Genova una strada in acciaio, p. 36
- Il premio Vanoni al professor Giuseppe Petrilli, p. 38
- Le produzioni Italsider alle fiere di Bari e di Parma, p. 39
- Il XXVIII esercizio sociale della Finsider, p. 40 - Data testuale
- 1965 luglio- ottobre
- Estremi cronologici
- 1 luglio 1965 – 31 ottobre 1965
- Consistenza
- pp. 40
- Stato di conservazione
- Buono
- Soggetto produttore
-
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
- Identificativo
- PER.000354/28
- Archivio, fondo o serie di appartenenza
-
PERIODICIVedi tutti i contenuti con questo valore
-
RIVISTA ITALSIDERVedi tutti i contenuti con questo valore
- contenuto
-
4-5 1965 RIVISTA ITALSIDER
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4-5 1066 RIVISTA ITALSIDER
in copertina: Soto “Due piani virtuali” - 1965
- centimetri 56x62 - acciaio e legno.
2° di copertina: una delle primissime applica-
zioni del sistema della “scheda perforata”.
Si tratta di un telaio meccanico del secolo
XVIII.
3° di copertina: particolare ingrandito della
stampa di un testo del programma eseguito
da un calcolatore in uso presso l’Italsider.
4° di copertina: una vecchia insegna in ferro -
museo di Treviso.
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’informazione aziendale per il
personale dell’ Italsider
gruppo Finsider
anno VI - n. 4-5 - luglio ottobre 1965
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Luciano
Rebuffo
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
segreteria di redazione: ufficio pubbliche rela-
zioni Italsider - via Corsica 4 - Genova -
telefono 5999
in questo numero fotografie di: Foto Ansa - M.
Castellano, Bari - Civilini, Piombino - Fara-
bola, Milano - Ficarelli, Bari - Hedrich-Bles-
sing, Chicago - Foto Marion-Valentine, Paris
- Fototeca Montecatini, Milano - Publifoto,
Genova, Milano, Roma, - Foto Rossi, Lecco
- Studio Salvati, Milano - Fototeca Science
Museum, London - A. Villani e figli, Bologna.
La riproduzione è subordinata alla citazione
della fonte.
Autorizzazione del tribunale di Genova n. 516
in data 28 dicembre 1960 - Spedizione in
abbonamento postale - gruppo IV
Stampa AGIS-Stringa - Genova
Clichés: Ceriale - Genova; Denz - Berna
Carta: Solex-Burgo.
Jesus Rafael Soto è nato a Ciudad Bolivar, in Venezuela, nel 1923. Dopo aver compiuto gli studi alla Scuo-
la di Belle Arti di Caracas, si è trasferito a Maracaibo nel 1947, come direttore della Scuola di Belle Arti di
quella città. Nel 1950 è venuto in Europa, e da allora vive e lavora a Parigi. Sue mostre personali si sono avute,
ripetutamente, a Caracas, a Parigi, a Bruxelles, a Essen, ad Anversa, a Stoccarda, a New York.
‘Tra le sue opere, numerose, citeremo soltanto quelle ospitate al Museo Moderno di Stoccolma, al Museo di
Belle Arti di Caracas, al Museo d’Arte Contemporanea di San Paolo, alla ‘Tate Gallery di Londra, al Museo
d’Arte Moderna di Gerusalemme, allo Stedelisk Museum di Amsterdam. Vanno aggiunti due affreschi ed
una scultura per il padiglione del Venezuela alla Fiera di Bruxelles nel 1958, ed una scultura per i giardini della
Scuola di Architettura alla città universitaria di Caracas. Ha pure lavorato per il cinema, in collaborazione con
Angel Hurtado. Numerosi sono i premi ottenuti, tra i quali il premio Bright alla Biennale di Venezia del 1964.
La sua opera attuale, come quella che pubblichiamo, fa pensare alla ‘‘op-art”’. Si tratta, come è noto, di una
espressione d’arte recente, che è venuta dopo la ‘“pop-art”?. “Op-art” significa “optical-art’’, cioè arte ottica,
e si basa appunto su effetti ottici, che danno alle linee e ai tracciati del quadro e della composizione un appa-
rente o reale movimento. Il senso di moto può essere determinato dallo spostamento del punto di vista dello
spettatore, o da un movimento reale dell’opera, attraverso una carica a orologeria o un motorino elettrico.
Ma in tal caso i critici più precisi parlano di “arte cinetica”. “Op-art”, dunque, dicevamo, e “arte cinetica”,
ma Soto stesso tiene a precisare: « ... Io non sono un artista “op”. Ho fatto Ja mia “op-art” tra il 1950 e il 1954
ma poi sono passato a delle ricerche per impegnarmi sulla strada dell’ “arte cinetica”. Intendo per ‘arte cine-
tica” un’arte che fa appello al movimento reale, sia dello spettatore sia dell’opera ».
IN QUESTO NUMERO
Mezzi di informazione sull’economia mondiale di Paolo Prada
Addirittura òvvia è l’importanza dell’informazione economica sul piano mondiale, data la complessità
degli scambi intercontinentali ai nostri giorni. In questo articolo si esaminano i vari mezzi di
informazione, dal “portolano del Mondo Economico” della Banca Commerciale Italiana, ai bollet-
tini della “Barclays Bank”, della “Bank of London and South America Limited” fino ai numeri spe-
ciali del “The Economist”.
Come parlano i calcolatori di Franco Latini
Programmare un problema per risolverlo con un calcolatore elettronico consiste fondamentalmente
in un processo di traduzione dal linguaggio usato dagli uomini al linguaggio specifico del calcola-
tore. L’articolo spiega tale processo, con riferimento particolare al linguaggio “Cobol”.
N
sa
Segni, simboli e poesia di Lucio Bozzgano $
Misura e teoria dell’informazione di Rinaldo De Benedetti 9
I recenti sviluppi delle scienze esatte permettono di misurare, con numeri e con opportune unità, il
concetto di ‘ informazione”. Che cos'è un “bit”? È la più piccola unità di informazione. L'articolo
ci introduce in questo nuovo, sconosciuto mondo.
Il ponte “da Verrazzano” 12
Una gigantesca costruzione in acciaio, un ponte ad una sola campata lunga quasi milleseicento metri
dà il benvenuto a chi arriva a New York dal mare. Tale opera è stata intitolata all’italiano Giovanni
da Verrazzano.
Acciaio per l’architettura moderna di Giuseppe De Martino 13
Alle prerogative dell’architettura moderna la tecnica ha reagito con le sue possibilità più cònsone al
grado di innovazione del settore, stimolando una spiccata emulazione verso un processo edilizio a
livello industrializzato sulla posa della modularità, dell’unificazione e della progettazione integrale.
Il materiale più valido per una simile impostazione produttiva è l’acciaio.
Economia delle regioni italiane: il Piemonte di Carlo Beltrame 17
Questo articolo è l’inizio di una serie che si propone di fare un quadro, necessariamente sintetico ma
preciso, della situazione e delle prospettive economiche delle varie regioni italiane.
L’acciaieria “LD” di Taranto 20
Una stazione sperimentale per i cibi conservati di Baldassarre Molossi 22
A Parma, da quarant’anni, una stazione sperimentale per l’industria delle conserve alimentari svolge
la sua importante funzione in un periodo in cui l’inscatolamento dei cibi prende uno sviluppo sem-
pre crescente.
Un nuovo tipo di banda stagnata elettrolitica: “la silver glow?” 25
Alla gamma dei prodotti in banda stagnata dell’ Italsider, si aggiunge ora una nuova voce: la “latta
argentata”.
La targa d’oro Italsider 1965 di Livio Castiglioni 26
La nostra società ha organizzato un concorso per gli imballaggi in banda stagnata. In questa prima
edizione, svoltasi a Padova, la targa d’oro Italsider (primo premio) è stata assegnata al secchiello tron-
co-conico prodotto dalla Montecatini.
Il Science Museum di Londra di Luciano Rebuffo 28
Visita ad uno dei più importanti musei della scienza e della tecnica, in quella che fu la patria della mo-
derna rivoluzione industriale.
Le letture dei nostri figli di Sam Carcano 33
Le difficoltà, intellettuali ed editoriali, create dal problema delle letture dei ragazzi; problema impor-
tantissimo per le sue implicazioni umane e sociali.
A Genova una strada in acciaio 36
Per risolvere il grave problema della circolazione cittadina, è sorta a Genova una grande strada soprae-
levata di oltre cinque chilometri, che corre lungo i confini del porto. Questa sopraelevata è la mag-
giore strada aerea in acciaio esistente in Europa.
Il premio Vanoni al professor Giuseppe Petrilli 38
Le produzioni Italsider alle fiere di Bari e di Parma 39
Il XXVII esercizio sociale della Finsider 40
MEZZI DI INFORMAZIONE SULL'ECONOMIA MONDIALE
di Paolo Prada
1. Verso la fine del 1964 la Banca Commerciale Italiana pubblicava
un interessantissimo volume intitolato “Il Portolano del mondo eco-
nomico”. Scopo della pubblicazione era quello “di offrire per il mag-
gior numero possibile di paesi alcuni dati fondamentali di carattere
economico, sociale e relativi al commercio con l’estero”. Il volume
che la Comit ha distribuito riguarda i paesi dell’ Europa occiden-
tale, del mondo socialista, il resto dell’ Asia, 1’ Oceania e il nord Ame-
rica. Il secondo volume comprenderà i paesi dell’ America latina e
dell’Africa, una breve descrizione dei più importanti enti economici
e finanziari internazionali, un elenco delle aree valutarie, e infine qual-
che tabella di carattere generale o riepilogativo. Più che uno strumen-
to di cultura, si tratta di uno strumento di lavoro per operatori
economici.
Due punti vorremmo sottolineare. Per ciascun paese, il volume
della Comit fornisce, tra le altre cose, indicazioni in merito al costo
del denaro e in ordine ai piani in corso o allo studio e alle previsioni
di sviluppo economico. Sulla base di queste ultime informazioni è,
ad esempio, possibile costruire il seguente prospetto relativo ai livelli
di reddito nei paesi del MEC (dollari pro capite al mese):
1961 1962 1963 1970 (1)
FRANCIA — _ 97-105 117
GERMANIA OCC. — 94-99 = 98
ITALIA — — 57-64 62
LUSSEMBURGO 104 = = 139
PAESI BASSI = Ca 75-80 89
BELGIO n 88-92 —- 131
(1) previsioni xx Century Fund (ai prezzi del 1955)
2. Contemporaneamente al “Portolano” COMIT, ‘Mondo Econo-
mico” usciva con un grosso ‘“‘numero speciale” dedicato ai “mercati
europei”. Il lavoro — leggiamo nella premessa — non tende tanto
ad essere una guida statistica alle economie europee, quanto a « pre-
sentare al lettore una serie selezionata ... dei principali dati statistici
disponibili sui ventisette mercati dell’ Europa »: paesi della Comunità
Economica Europea, paesi della Associazione Europea di Libero Scam-
bio, altri paesi legati all’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione
e lo Sviluppo Economico), paesi dell'Europa orientale. La documen-
tazione fornita è molto abbondante, anche per i paesi dell’ Europa
Barclays Bank
August 1965
Annual
Feonomie
Review of
CENTRAL
AFRICA
The
ed Bank
Limited
Nelle illustrazioni, vari esempi di pubblicazioni curate da diverse banche per fornire
un’aggiornata documentazione economica.
orientale, per i quali, solitamente, non è facile dotarsi di un certo vo-
lume di dati e di notizie. Citiamo, ad esempio, il dato della popola-
zione delle due maggiori città per ciascun paese dell’ Europa orientale:
paese città numero abitanti
URSS Mosca 6.354.000
Leningrado 3.552.000
BULGARIA Sofia 671.192
Plovdiv 171.391
CECOSLOVACCHIA Praga 1.003.000
Brno 314.000
GERMANIA ORIENTALE Berlino est 1.065.296
Lipsia 588.135
POLONIA Varsavia 1.203.400
Lodz 708.000
ROMANIA Bucarest 1.226.033
Cluj 164.933
UNGHERIA Budapest 1.875.000
Miskolc 15 5.000
ALBANIA Tirana 136.000
Scutari 43.000
3. Abbiamo citato due “casi” nostri di informazione economica sui
paesi esteri (e sono casi piuttosto rari), per introdurci a descrivere in
quale forma massiccia il tema venga trattato all’estero. Vedremo in
particolare come in Gran Bretagna le banche provvedano a fornire
agli operatori economici (o ai semplici curiosi) opuscoli e pubblica-
zioni recanti dati e informazioni sulle economie degli altri paesi.
Cominciamo dalla Barclays Bank Limited, la più grossa banca
del paese.
L’Economic Intelligence Department di questa banca pubblica
dei sintetici “country reports” (sono interessati una settantina di
paesi), che vengono aggiornati almeno una volta all’anno, più spesso
ogni sei mesi. Il “rapporto” si compone in genere di due pagine, così
articolate:
- situazione attuale
- prospettive
- popolazione
- governo
- tasso di cambio con la sterlina
diffusa descrizione della situazione economica
scambi commerciali in generale e con la Gran Bretagna in particolare
regolamento degli scambi e stato dei pagamenti.
La Barclays Bank DCO (consociata della Barclays per i paesi d’Ol-
tremare) pubblica inoltre, mensilmente, una ‘Overseas Review” di
una novantina di pagine dedicate ai paesi dove essa ha dipendenze
(sono in genere le ex colonie britanniche). Data la periodicità mensile,
l'aggiornamento delle informazioni è continuo e permette di seguire
assai analiticamente le varie situazioni. (Altrettanto fa la rivista della
Standard Bank). Sempre la Barclays Bank ogni quattro mesi pubblica
una “guide to payments risks and import regulations abroad”, dove,
molto sinteticamente si forniscono informazioni sulla regolarità o
meno dei pagamenti dei vari paesi esteri. Sappiamo così, ad esempio,
secondo il giudizio della Barclays, che, mentre non ci sono difficoltà
per il pagamento delle esportazioni verso l’Italia, c’è qualche ritardo
nei pagamenti delle esportazioni verso il Ghana.
4. L’ufficio studi della Westminster Bank ha iniziato nel 1962 la pub-
blicazione di una serie di volumetti dedicati a singoli paesi esteri (Austra-
lia, Canada, Danimarca, India, Giappone, Nuova Zelanda, Norvegia,
Pakistan, Sud Africa, Svezia, Paesi Bassi) o a grandi aree economiche
o geografiche (Europa orientale, America latina). Esaminiamo l' ul-
timo volumetto, in ordine di tempo, della serie, quello dedicato ai
Paesi Bassi. Esso si divide in due parti principali:
- le informazioni necessarie per chi esporta nei Paesi Bassi
- le informazioni necessarie per chi investe nei Paesi Bassi.
Il “back-ground” iniziale offre notizie di carattere geografico, de-
mografico e produttivo. Si passa poi a vedere le opportunità di scambi,
con le procedure commerciali, pubblicità inclusa. Dal paragrafo de-
dicato a quest’ultima, apprendiamo che nel 1963 si sono spesi in Olan-
4
da, a titolo di pubblicità attraverso i quotidiani, 23,9 milioni di ster-
line (circa 42 miliardi di lire) e conosciamo l’elenco dei maggiori quo-
tidiani e il loro standard qualitativo (“Het Vrije Volk” ha la tiratura
quotidiana più elevata: oltre 300 mila copie).
Le notizie per il potenziale investitore in Olanda sono centrate
sul sistema societario colà esistente, sul sistema fiscale, sulle risorse
di manodopera, sulle aree di sottoccupazione dove le localizzazioni
industriali sono favorite da facilitazioni fiscali e da contributi a fondo
perduto (anche nel coprire il costo degli stabilimenti).
5. La Bank of London and South America è una grossa banca inglese
(associata alla Lloyds Bank) con succursali in America latina, negli
Usa, in Spagna, in Francia e in Portogallo. Una pregevole “fortnightly
review” (quindicinale) fornisce una copiosa serie di informazioni eco-
nomiche e finanziarie sui citati paesi; bilancia dei pagamenti, prezzi
delle materie prime, entrate e spese del tesoro, risultati elettorali, com-
posizione di governi, nuove legislazioni in tema di capitali esteri (il
numero 748 del 12 giugno 1965 riportava il testo integrale del nuovo
decreto legge sugli investimenti di capitali esteri in Portogallo), notizie
su singoli investimenti esteri. Attraverso la pubblicazione in esame
riusciamo, ad esempio, a seguire con una certa completezza l’attuale
importante fenomeno degli investimenti esteri in Spagna. Nel 1963 i
più grossi investimenti esteri provennero dagli USA (37,24 per cento
del totale), dalla Germania occidentale (27,48) e dalla Francia (18,56).
I settori maggiormente interessati furono quello petrolifero (32,10 per
cento del totale), dell’energia (10,80) e degli alimentari (8,58). À ciascun
numero della “fortnightly review” della Bank of London and South
America si accompagnano supplementi statistici vari e le quotazioni
in sterline e in dollari delle valute dei paesi sudamericani.
6. Una notevole fonte di notizie e di dati sui paesi a economia socia-
lista è costituita dal settimanale (“Press Bulletin”) di una banca so-
vietica con sede a Londra, la Moscow Narodny Bank. Così come il
“Monthly Summary of Australian Conditions” della National Bank
of Australasia mensilmente ci offre un giudizio aggiornato circa la
condizione economico-finanziaria degli “stati” australiani: New South
Wales, Victoria, Queensland, South Australia, Western Australia,
Tasmania, Northern Territory. Per chi voglia disporre delle princi-
pali cifre sulle economie dei paesi europei sono consigliabili, tra le
tante pubblicazioni in materia, gli “European Trends” di The Eco-
nomist Intelligence Unit: i dati essenziali in poche pagine.
7. Per restare ancora un attimo in Gran Bretagna, ricordiamo che i
due più noti settimanali economici londinesi, “The Economist” e
“The Statist”, sogliono dedicare spesso dei “surveys”, sotto forma di
supplementi, a singoli paesi esteri. Uno degli ultimi “surveys” di
“The Statist” è stato dedicato alla Spagna (in precedenza furono in-
teressati il Portogallo, il Messico, la Germania occidentale, il sud
Africa ‘eccetera), mentre il più recente “report” di “’The Economist”
ha trattato del Canada.
8. Ci siamo trattenuti a lungo in Gran Bretagna, perché riteniamo che
questo paese rappresenti un esempio da studiare nel campo dell’infor-
mazione oggetto di queste note. Anche perché la Gran Bretagna ha
una economia non da ieri largamente aperta agli scambi esterni e per-
tanto diventa molto impellente conoscere cose e fatti altrui. Forse
solo negli USA è possibile riscontrare una analoga ampiezza di studi
e di raccolte di informazioni sui paesi esteri. Tuttavia anche altri paesi
europei si stanno muovendo. Le grosse banche pubblicano riviste con
dovizia di dati sulle economie dei paesi ai quali appartengono (anche
la Spagna si muove: citiamo la “revista financiera” del Banco di Vizcaya)
e qualcuna tratta anche ampiamente delle economie e delle finanze
degli altri paesi (i “Regards sur l’actualité” della Banque de l’Union
Parisienne pubblicano sintetici prospetti intitolati “regards sur les
chiffres dans le monde”). Si va verso sempre più strette integrazioni
economiche e verso più ampi scambi tra paesi e tra aree geografiche
fino a ieri distanti. Logico pertanto che l’informazione economica sui
paesi esteri debba incrementarsi di molto. Gli standards e i livelli
inglesi, ai quali ci siamo a lungo riferiti, ci forniscono, anche in questo
campo, utili indicazioni per un cammino che anche noi dovremo
percorrere,
COME PARLANO I CALCOLATORI
di Franco Latini
Programmare un problema per risolverlo con un calcolatore elet-
tronico consiste fondamentalmente in un processo di traduzione dal
linguaggio comunemente usato dagli uomini nel linguaggio specifico
proprio del calcolatore. Con il diffondersi dell’elaborazione elettro-
nica dei dati si è riconosciuta la grande importanza di linguaggi che
semplifichino il problema della comunicazione con il calcolatore e che
nello stesso tempo permettano la massima utilizzazione delle capa-
cità del calcolatore. L’esperienza ha indicato che il problema princi-
pale per una efficiente utilizzazione dei calcolatori elettronici risiede
nel progettare le elaborazioni in modo che i programmi possano es-
sere sviluppati con un minimo di tempo e di sforzo di programma-
zione. L’obiettivo fondamentale è quello di soddisfare le esigenze
di una conduzione aziendale in'rapido mutamento e in continua espan-
sione. Perciò la comunicazione con il calcolatore deve essere flessi-
bile e tempestiva, così da consentire di procedere di pari passo con
il dinamismo del sistema aziendale.
Per venire incontro all’esigenza di semplificare la comunicazione
con il calcolatore, in questi ultimi tempi si sono dedicati sforzi con-
siderevoli allo sviluppo di tecniche di programmazione automatica.
Il risultato più importante è rappresentato dalla realizzazione di pro-
grammi compilatori, che costituiscono un passo decisivo sulla via
della semplificazione del linguaggio con cui si devono introdurre le
informazioni nel calcolatore. Un compilatore è un programma la cui
funzione è quella di tradurre in istruzioni accettabili dal calcolatore
un programma particolare scritto, per la risoluzione di un determi-
nato problema, in un linguaggio di formulazione sufficientemente ge-
nerale. Un compilatore produce così un programma di macchina che
può essere usato più volte e che può essere facilmente variato per
venire incontro a mutate esigenze di elaborazione.
IL LINGUAGGIO CoBoL (Common BusINESS ORIENTED LANGUAGE)
Per illustrare con un esempio concreto le cose dette in precedenza,
descriviamo nelle linee generali uno dei più noti ed importanti lin-
guaggi di programmazione automatica: il coBOL.
Il cosot, la cui realizzazione è stata promossa dal dipartimento
della difesa degli Stati Uniti, è un compilatore in linguaggio inglese
ed è formulato in modo da risultare indipendente da qualunque mo-
dello particolare di calcolatore. Questo linguaggio di programmazione
automatica reca un grande contributo alla risoluzione o alla riduzione dei
Problemi connessi all’efficiente utilizzazione degli elaboratori elettronici.
Il repertorio linguistico del sistema coBoL consiste essenzialmente
in un modello ridotto del linguaggio inglese, e assicura una sostan-
ziale diminuzione delle difficoltà e del tempo di programmazione. La
possibilità di formulare i problemi utilizzando proposizioni in un inglese
semplificato risolve molte delle difficoltà di linguaggio che hanno osta-
colato una soddisfacente composizione delle esigenze della program-
mazione con quelle specifiche dei vari problemi da risolvere. Le cor-
rezioni e le modifiche nella logica del programma sono eseguite al
livello di proposizioni formulate in inglese. La documentazione, for-
nita automaticamente dal calcolatore, facilita l’analisi del programma
e ne semplifica ogni futura modifica; viene così agevolata la manu-
tenzione dei programmi.
Inoltre, in quanto opera una standardizzazione del linguaggio di
programmazione, il cosoL supera gli ostacoli esistenti nella comuni-
cazione tra sistemi di programmazione i cui linguaggi sono orientati
verso un singolo calcolatore o verso una singola famiglia di calcolatori.
Il cosoL rende così possibile l’utilizzazione dello stesso programma
su calcolatori diversi, con un minimo di mutamenti. La riprogramma-
zione può essere ridotta all’esecuzione di poche modifiche nel pro-
gramma origine scritto in COBOL; e quindi si può procedere alla ri-
compilazione sul nuovo calcolatore.
Da tutto questo risulta che il principale vantaggio del sistema
coso risiede in un miglioramento delle comunicazioni.
LA STRUTTURA DEL SISTEMA COBOL
Il sistema cosoL è orientato verso le esigenze del problema, piut-
tosto che verso le esigenze della macchina. Perciò, tale linguaggio
consiste soprattutto di termini relativi alle elaborazioni, piuttosto che
di riferimenti al sistema fisico sul quale verranno eseguiti i vari pro-
grammi. Il sistema cosoL consiste di due elementi principali: il pro-
gramma origine ed il compilatore. Il programma origine, formulato in
inglese e secondo le regole coBoL, è un insieme di informazioni
conformi alla logica di risoluzione di un particolare problema di ela-
borazione dei dati. Il compilatore è il programma intermedio che
traduce automaticamente quanto è stato scritto in linguaggio inglese
in istruzioni accettabili dal calcolatore. Il programma in codice mac-
china prodotto dalla traduzione del programma origine effettuata dal
compilatore è chiamato programzia oggetto; ed è quest’ultimo pro-
gramma che dovrà essere alimentato nel calcolatore per ottenere la
soluzione di un determinato problema.
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UNIVAC
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SELECT SCHEDE ASSIGN TO CARO-EC-READER.
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SELECT TAMRURO ASSIGN TO 10000 URUM.
000170 I-0-CONTROL.
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000220
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000260
000270
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000290
000300
000310
000320
000330
000340
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000430»
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SIZE 2 COMPUTATIONALa
STZE 5 COMPUTATIONALe
02 DESCRIZIONE SIZE 20,
02 NIUMEROIl
SIZE 5.
000500 WORKTNG=STORAGE SECTION.
000510 77 INDICE SIZE 2 COMPUTATIONAL.
000520 _PRECENUR IM
008 NF SECTION
000540
000550
000560
000570
000580
000590
000600
0006109
000520
000630
000640
0006850
000660
0006870
000680
000690
000700
000710»
000720
0001730
000740
000750
000760
000770
000780
000790
n00R00
000K10
000820
000K830
000840
000450
000860
000870
000480
0004890
000900
VEZZZZA
INIZIO.
NISPLA
Y S*INIZIO*»
OPEN INPIT SCHEDE
OPEN 0
PARAI,S
UTPUT TAMBURO».
READ SCHEDE AT ENO GO TO PARA2»
MOVE €
AMPO TO CATENA»
WRITE CATENA,
GO TO PARAI»
PARA,
CLOSE
NISPLA
INICIO2,
DISPLA
SCHEDE TAMBURO»
Y *FINE CARICAMENTO?.
Y +INIZIO21%
OPEN OUTPUT STAMPA,
OPEN INPIJT TAMBURO»
PFRFORM PARA3 THRU PARAS VARYING INDICE FROM O By 1 UNTIL INO
TCE EXCEEDS 98.
PARAA,
CLOSE STAMPA TAMHURO»
DISPLAY ‘FINE PROGRAMMA*,
STOP RUN,
PARAY:
MOVE INDICE TO CODICE.
READ T
PARAM,
AMRURO (CONICEI) AT END GO TO PARAS.
MOVE *CONICE1* TO NESI»
MOVE *
ANSLLO1* To NES2.
MOVE 'NUMERO1* TO NESI.
MOVE COUTCFI TO SI.
MOVE ANELLO1 TO S2,
MOVE NUMERO1I TO SI.
WRITE RIGA.
READ T
AMRURO AT END GO TO PARAS.
GO TO PARAUe
PARAS,
EXIT,
Il programma origine è rivolto a specificare i metodi per ottenere
la soluzione di un particolare problema di elaborazione dei dati. Vi
sono quattro elementi che devono essere forniti in un programma
origine: 1) informazioni che identificano una determinata applicazione;
2) una descrizione delle attrezzature fisiche che saranno usate in quella
applicazione; 3) una descrizione dei dati che dovranno essere elabo-
rati; 4) un insieme di procedure per indicare al compilatore come i
dati dovranno essere elaborati. Questi elementi fondamentali sono
contenuti nel programma origine in quattro divisioni separate, così
chiamate:
IDENTIFICATION DIVISION:
ENVIRONMENT DIVISION:
DATA DIVISION;
PROCEDURE DIVISION:
LA GRAMMATICA E LA SINTASSI DEL COBOL
Come per tutti i linguaggi in generale, anche per il coso risulta
definita una grazzzatica ed una sintassi e ne daremo una breve descri-
zione. Per quanto riguarda la sintassi, ci limiteremo a considerare
alcuni degli elementi principali che si riferiscono alla PROCEDURE
DIVISION.
LA GRAMMATICA DEL CoBOL
I caratteri. Per scrivere in un linguaggio qualsiasi, gli elementi
usati nelle sue espressioni devono essere noti. Per esempio, nel lin-
guaggio italiano la più piccola unità significativa è la parola. Le pa-
role italiane, però, non possono essere scritte o lette senza conoscere
le lettere con le quali sono formate queste parole e i simboli di pun-
tuazione che permettono di formare gruppi di tali parole. Per il coBoL
valgono le stesse regole generali. I caratteri riconoscibili dal sistema
cosoL includono le lettere dell’alfabeto, gli interi decimali, i caratteri
di puntuazione e alcuni simboli speciali.
Le parole. La parola coBoL può essere considerata come la più
piccola unità o espressione dotata di significato all’interno di tale
sistema. Una parola consiste in una combinazione di caratteri scelti
fra quelli accettati dal cosoL. (Vi sono, naturalmente, varie regole
per la corretta formazione delle parole). Le parole del cosot si divi-
dono in due categorie fondamentali: le parole costruite e quelle ri-
servate. Le parole costruite sono quelle introdotte e definite dal pro-
grammatore nel corso della stesura di un determinato programma;
queste parole sono orientate verso il problema da risolvere, e devono
essere completamente definite affinché il compilatore possa sviluppare
le funzioni previste dal programmatore. Le parole riservate, invece,
hanno un significato per il compilatore senza che il programmatore
ne abbia dato una definizione; cioè, sono parole ìnsite nella struttura
stessa del linguaggio coBOL e sono interpretate in un modo unìvoco,
determinato a priori.
Parole costruite. Nel sistema coBoL è possibile definire i seguenti
tipi principali di parole: DATA-NAMES; CONDITION-NAMES; PROCEDURE-
NAMES; LITERALS. Un DATA-NAME è una parola composta da almeno
un carattere alfabetico e denota un dato qualunque specificato nella
descrizione dei dati. I dati sono menzionati per essere elaborati me-
Ecco come appare sul foglio della macchina per scrivere elettrica un messaggio in
linguaggio COBOL, una delle “lingue” con le quali si “parla” alle calcolatrici elet-
troniche per ordinare loro di svolgere un certo lavoro.
Per l’esattezza questo foglio non è il messaggio vero e proprio trasmesso alla mac-
china, ma è il “documento” dal quale risulta quello che è stato ordinato alla
macchina elettronica attraverso una serie di impulsi. Le quattro righe sottolineate
sono delle specie di capitoli, sotto i quali sono indicati, come viene spiegato in questo
articolo, tutti gli elementi che mettono in grado l’elaboratore elettronico di svolgere
correttamente il suo lavoro. Ogni riga di questo foglio ha un suo preciso significato.
diante i loro DATA-NAMES. Esempi di DATA-NAMES sono i seguenti:
VALORE; VALORE-1j CENTRO-DI-COSTO. Se un DATA-NAME può assu-
mere diversi valori, è chiamato una variabile condizionale; in questo
caso è possibile assegnare un CONDITION-NAME ad ogni valore parti-
colare che la variabile condizionale può assumere nell’insieme dei
valori previsti. Un PROCEDURE-NAME è un nome che può essere asse-
gnato sia ad un paragrafo che ad una sezione della parte procedurale
del programma origine, come vedremo meglio in séguito. Infine, un
LITERAL è un’informazione il cui valore è uguale ai caratteri che lo
definiscono; può essere numerico o non numerico, e in questo se-
condo caso deve essere scritto tra virgolette. Sono esempi di LITERALS
non numerici i seguenti: “CODICE 25”; ‘ACCIAIERIA”; ‘rorALE”.
Parole riservate. Il sistema coBoL comprende i seguenti tipi prin-
cipali di parole riservate: VERBI; PAROLE CHIAVE; PAROLE OPZIONALI.
I verbi servono per denotare un’azione che deve essere eseguita dal
calcolatore. Ad ogni verbo è possibile associare un certo numero di
operandi sui quali si esplica l’azione particolare del verbo in consi-
derazione. Sono esempi di verbi coBoL: ADD (somma); SUBTRACT
(sottrai); muLtIPLY (moltiplica); DIvIDE (dividi); READ (leggi); wRITE
(scrivi); Move (trasferisci); DISPLAY (segnala); PERFORM (esegui); EXA-
MINE (esamina); 1 (se: pur non essendo un verbo, ha il significato
di un verbo: esegui un confronto). Le parole chiave sono utilizzate
nel cosoL per completare il significato di uria particolare unità infor-
mativa e risultano definite in riferimento ad una specifica funzione;
ad esempio, per completare il significato di un verbo:
READ ... AT END...
Il verbo READ serve per immettere nella memoria interna del calco-
latore nuovi dati; la parola chiave AT END (alla fine) ha lo scopo di
avviare le operazioni previste a dati esauriti. Infine, le parole opgio-
nali sono utilizzate per migliorare la leggibilità e la naturalezza del
linguaggio cosoL. La loro presenza non è essenziale; però, se inter-
vengono, devono essere usate in modo corretto. Sono parole opzio-
nali: AND (e); OR (0); THEN (allora); oF (di); 1S (è).
LA SINTASSI DEL COBOL
Come già detto in precedenza, ci limiteremo a considerare alcuni
aspetti della sintassi coBoL relativi alla PROCEDURE DIVISION; a quella
parte, cioè, del programma origine che contiene le informazioni ne-
cessarie per risolvere un dato problema. La forma espressiva di queste
informazioni, benché sintatticamente non identica all’inglese normale,
è sufficientemente simile alla costruzione del linguaggio inglese, così
da permettere una più facile comunicazione.
L’unità base della PROCEDURE DIVISION è il periodo, che consiste
di uno o più enunciati. La descrizione di una procedura è formata
riunendo uno o più periodi in un paragrafo e uno o più paragrafi
successivi in una sezione. Soltanto alle sezioni e ai paragrafi è pos-
sibile assegnare un nome; perciò, questi sono i soli elementi con i
quali può essere istituita una comunicazione.
Enunciati. Un enunciato è il più piccolo elemento di una espres-
sione di procedura. Uno o più enunciati costituiscono un periodo. Vi
sono due tipi fondamentali di enunciati: imperativi e condizionali.
Enunciati imperativi. Un enunciato imperativo è formato da un
verbo e da uno o più operandi associati al verbo. Per esempio:
MOVE A TO 8
è un enunciato imperativo, e significa: “trasferisci il dato A in B”
cioè: “assegna al dato 3 il valore di A” (“A’” e “8” sono due DATA-
NAMES qualunque). Ancora:
ADD Ce D GIVING E
5 anch’esso un enunciato imperativo, e significa: “somma il valore
el dato c al valore del dato D e assegna il risultato ad E”.
Un ultimo esempio — con il verbo Go — può essere:
GO TO PARA=3
il cui significato è: “trasferisci il controllo al paragrafo 3”. La conse-
guenza dell’esecuzione di questo enunciato imperativo è che il pro-
gramma passerà ad eseguire la parte procedurale descritta al paragrafo 3.
Enunciati condizionali. Vi sono due tipi di enunciati condizionali:
1) un enunciato preceduto da una condizione IF 0 OTHERWISE.
Per esempio:
IF A EQUALS Be MOVE A TO M
OTHERWISE MOVE A TO N
che significa: “se il valore del dato A è uguale a quello del dato 8, tra-
sferisci A in M; in caso contrario, trasferiscilo in N”.
2) un enunciato imperativo seguito dalle condizioni speciali
ON SIZE ERROR O AT END. Per esempio:
ADD Cr Di ON SIZE ERROR GO TO PARA-3
il cui significato è: “somma il valore di c a quello di p; se il risultato
è maggiore del valore massimo che può essere assunto da D, trasferisci
il controllo al paragrafo 3”.
x
Periodi. Un periodo è costituito da uno o più enunciati, l’ultimo
dei quali è concluso da un punto. Come per gli enunciati, vi sono due
tipi di periodi: imperativi e condizionali. Esempi di periodi imperativi sono
i seguenti:
MOVE A TO Be
MOVE A TO Bi ADD Cr Di GO TO PARA=3»
ADD N TO INDICE; PERFORM CALCOLO.
Esempi di periodi condizionali sono i seguenti:
IF A EQUALS Rr MOVE A TO Co
IF A IS POSITIVE GO TO PARA=-33
OTHERWISE .G0 TO PARA=-5.
IF CODICE IS GREATER THAN K
AND LESS THAN LIMITE» 60 TO ANALISI;
OTHERWISE WRITE RIGA»
Paragrafi. Un paragrafo è formato da un insieme di uno o più
periodi al quale è stato assegnato un nome. Un paragrafo si riferisce
a tutti i periodi successivi al suo nome. Quando, mediante questo
nome, si fa riferimento ad un determinato paragrafo, i periodi che
lo costituiscono sono eseguiti uno dopo l’altro fino al nome del pa-
ragrafo successivo, a meno che l’esecuzione di un periodo condizio-
nale non comporti una diversa decisione
Sezioni. Una sezione consiste di un insieme di uno o più paragrafi
al quale è stato assegnato un nome. Per le sezioni valgono cose ana-
loghe a quelle dette per i paragrafi.
SEGNI, SIMBOLI E POESIA
di Lucio Bozzano
Ogni epoca storica ha le proprie presunzioni, ed il proprio orgoglio.
La nostra epoca, ad esempio, non contenta di aver dato inizio all’èra
atomica ed a quella dei viaggi interspaziali, pretende pure di aver
operato, o di operare “in atto” una rivoluzione semantica, cioè una
“rivoluzione del linguaggio”, ridimensionando (se non superando) la
parola tradizionale.
Pretende, insomma, di aver conferito nuovo valore pregnante ai
segni, ai simboli; di avviarsi verso un linguaggio segnico, una grafia
simbolica, una comunicazione basata, più che sulle parole, sui segni e
sui simboli.
Per fare il punto obiettivamente, sarà opportuno dire che in tutto
questo c'è molto di vero, come vedremo, ma”c’è anche una certa dose
di presunzione.
Il segno, come il simbolo, è una cosa vecchia, forse vecchia come
il mondo.
L’uomo primitivo ha lasciato, nelle sue caverne, prima dei disegni
naturalistici del paleolitico o di quelli stilizzati del neolitico, dei segni
che noi non siamo ancora in grado di interpretare, ma che forse per
lui avevano già un valore di linguaggio. Forse una linea orizzontale
voleva dire « torno sùbito » e una linea verticale « per oggi non torno »,
ammesso che l’uomo preistorico avesse nozione del significato di
“sùbito” e di “oggi”.
Comunque, è certo che un linguaggio segnico dev'essere esistito
in antico, prima che l’uomo inventasse l’alfabeto e imparasse a par-
lare. Come si esprimono, infatti, un bambino che non sa ancora par-
lare o uno straniero in un paese del quale non conosce la lingua? A
segni. Del resto, il segno si trova spesso in documenti antichi, lapidi,
papiri e così via.
Circa il linguaggio simbolico, a parte il fatto che le lingue più
antiche, basate su ideogrammi, possono davvero definirsi come una
scrittura a segni, o a simboli, tutte le civiltà hanno conosciuto dei
simboli dal valore preciso, dei simboli che comunicavano appunto
un messaggio preciso, di valore pratico, o rituale, o religioso.
Pensiamo, ad esempio, a quel simbolo antichissimo che è la croce
(croce gammata, croce tammata, croce detta di sant’Andrea), che è
poi giunto sino a noi come simbolo del Cristianesimo.
Così come simboli antichissimi sono il circolo (simbolo del tutto,
della perfezione), il quadrato e altre figure geometriche.
La numerazione romana era simbolica: I, II, III erano un dito,
due dita, tre dita; V era il simbolo della mano aperta, cioè cinque; X
erano due mani aperte. Poi l’ingegnosità e le combinazioni di tali segni
hanno fatto il resto.
Che cos’è uno scettro? Un simbolo di comando, che ci riporta al
bastone di comando dell’uomo preistorico. Che cos'è una corona?
Un simbolo reale che risale alle più antiche monarchie, forse ad una
corona che una volta si faceva di foglie.
Nell’antico teatro orientale, nei 20, un telone con un pesce che
cosa rappresentava? Il mare; voleva dire che Ja scena si svolgeva sul
mare, o in riva ad esso.
Del resto, chi non ha mai tracciato o letto un simbolo? Un
cuore con una freccia, simbolo d’amore; una colomba, simbolo
della pace.
Circa il segno, la pittura ne è piena, dal leggendario segno di Apelle,
immediatamente riconoscibile, al segno di un Kline, ai segni di un
Capogrossi.
Molte firme, di quelle che noi facciamo, sono spesso dei veri segni,
e niente più.
L’almanacco Bompiani di due anni fa fu dedicato, non a caso, ai
simboli. Ve ne sono molti, in uso, in tutti i campi. Certi mendicanti,
ad esempio, usano lasciare dei segni, col gesso, vicino ad una porta,
per avvertire i propri compagni. Sono segni convenzionali, una riga,
una crocetta, delle figure, per significare: qui abita una donna sola;
qui non dànno nulla; attenzione, polizia eccetera.
Ma il discorso che si va facendo nei nostri giorni è un altro: indi-
pendentemente dai precedenti, vi è nel nostro tempo uno sviluppo
incredibile di segni e di simboli, che sono entrati nella nostra vita in
maniera così profonda che quasi non ce ne rendiamo più conto. Pen-
sate alle segnalazioni stradali, dai semafori ai cartelli di divieto, di
marcia, di precedenza: sono tutti segni, si tratta di un linguag-
gio segnico che noi abbiamo imparato a “leggere’’ correttamente
e correntemente.
Pensate ai simboli commerciali e industriali: la pubblicità e il con-
sumo ce li hanno resi così famigliari che noi li vediamo e immediata-
mente li “identifichiamo”, dalla ditta di automobili a quella di benzina,
da quella di elettrodomestici a quella di detersivi.
Camminiamo, insomma, in mezzo ai segni ed ai simboli, ed essi
stanno invadendo sempre più il campo della parola.
Potremmo aggiungere i simboli dei partiti politici, quelli delle
squadre sportive, ed osservare ad esempio che mentre un tempo un
manifesto era tutto fatto di parole, oggi si possono vedere spesso
manifesti senza parola: basta un segno, un simbolo.
Ciò sta avvenendo, sempre più, nel campo tecnologico: macchine,
aerei, navi, aerostazioni, grandi impianti industriali, parlano quasi
sempre a segni. Sono certi segni che hanno un particolare significato
per « gli addetti ai lavori », sono certi altri (come i fori di una scheda
perforata) che hanno un significato per le macchine.
Le macchine parlano e parleranno sempre più a segni? Senza dubbio.
Come i messaggi radio non sono che dei segni (anzi la combinazione
di due segni, il punto e la linea), così i messaggi radar sono altri segni,
e così sarà il Jinguaggio delle macchine del cosmo, e così dei “robot”
e così via.
Non c’è da meravigliarsi dunque se la “comunicazione”, l’infor-
mazione (che ha già un elemento di misura, il “bit”) si basa sempre
più sui segni, e la stessa via viene battuta dall’arte, che è sempre in-
terprete e rappresentante del proprio tempo.
Siamo così giunti a delle “composizioni”, dei “collages” esclusi-
vamente fatti di segni, di simboli.
Si parla addirittura di “poesia visiva”, dove la parola è aiutata dal-
l’immagine, o dai simboli. Se poi queste immagini e questi simboli
saranno “poetici”, saranno cioè in grado di fare poesia, questo ce
lo dirà il tempo, ce lo diranno i critici di domani.
Qualcuno parla già di macchine che scrivono poesie, o che le scri-
veranno.
Noi non possiamo pronunciarci in proposito. Possiamo però os-
servare che, ai nostri giorni, il linguaggio va sempre più affinandosi
ai segni, ai simboli. A detrimento della parola, che sembra già obsoleta.
MISURA E TEORIA DELL'INFORMAZIONE
di Rinaldo De Benedetti
illustrazioni di Eugenio Carmi
Il bit è la più piccola unità di informazione che sia trasmissibile.
La scelta tra due possibilità equiprobabili implica un bit di informazione.
Il concetto di “informazione” è di quelli che i recenti sviluppi
delle scienze esatte hanno permesso di misurare, con numeri e con
opportune unità. Non è il solo concetto che abbia avuto questo de-
stino: per esempio, Cicerone, l’antico scrittore latino, adopera il ter-
mine “probabilitas’’ corrispondente suppergiù alla nostra “probabili
”?; ma, al suo tempo, la probabilità non si misurava; oggi sì, almeno
per quel che riguarda gli eventi aleatori. Forse verrà tempo in cui
i potrà dare un’unità di misura anche per altri enti, la cui valutazione
Oggi è piuttosto approssimativa; per esempio la “virtù”; ma, a parte
fatto che l’impresa si presenta piuttosto difficile, nessuno ci pensa,
perché la virtù non è un bene economico (tutt’altro).
Invece l’opportunità di trovare una misura per l’informazione di-
pende proprio dal fatto ch’essa è un bene economico: noi ne acqui-
stiamo una certa provvista ogni mattina dal giornalaio; e sappiamo
he a voler trasmettere informazioni col telegrafo, il telefono o altri
mezzi, costa. L’unità scelta per misurare l’informazione ha avuto un
nome: bit, ed è la più piccola unità di informazione che sia trasmis-
sibile; essa è un quanto di informazione. Vogliamo
come dire?
“Tra le informazioni ci sono pure le immagini, i disegni. Anche qui due soli segni,
indicanti il bianco e il nero, possono servire a tracciare su un reticolo predisposto
un disegno, o riprodurre una fotografia”,
tentare una definizione del bit? Proviamo: esso equivale alla scelta
fra due possibilità uguali. Se nel giuoco del soldino lanciato in aria,
uno domanda: testa o croce? E l’altro risponde (per esempio) ‘croce’,
questa risposta contiene un bit di informazione. Oppure possiamo ten-
tare un’altra spiegazione. I bit contenuti in un messaggio fatto di
parole, corrispondono al numero delle lettere adoperate per trasmet-
tere quel messaggio, supposto che. l’alfabeto adoprato comprenda
solo due lettere. Come è possibile ciò? dirà il lettore. Ebbene è al-
l’incirca (non stiamo a insistere su qualche differenza minore) quel
che accade quando si manda un telegramma con l’alfabeto Morse. Que-
sto comprende due soli segni, il punto e il tratto: e con questi due si
può trasmettere un discorso lungo quanto si vuole. Potremmo inventa-
re un altro esempio. Supponiamo che l’alfabeto ordinario, arricchito dei
segni di interpunzione, comprenda trentadue lettere: a, b, c, d, eccetera;
poi il punto, la virgola, eccetera: e che noi abbiamo a nostra disposi-
zione una macchina per scrivere che abbia due soli segni: lo zero e
l’uno (o e 1). Potremmo, con questo alfabeto tanto ridotto, mandare
un messaggio? Certamente, purché ci mettessimo d’accordo: con lo
IO
zero indichiamo la prima metà delle lettere considerate, e con l’uno la
seconda metà. Volendo trasmettere la lettera c (per esempio) corrispon-
dente alla terza lettera dell’alfabeto, io comincio con indicare ch’essa sta
nella prima metà dei trentadue segni e scrivo o. Restano sedici lettere,
e la c appartiene ancora alla prima metà di esse; altro zero. Restano otto
lettere: ancora la prima metà: terzo zero; restano quattro lettere. Questa
volta la c appartiene alla seconda metà: scrivo uno. In questa seconda
metà la c occupa il primo posto: scrivo ancora zero. La lettera c viene
indicata così con la sigla ocoro. Allo stesso modo si procede per qual-
siasi altra lettera. Con l’aiuto di due soli segni diversi possiamo scri-
vere perciò qualsiasi testo. Ebbene, tanti i segni scritti, tante cifre,
tanti bit.
Ma le comunicazioni non sono soltanto di parole scritte: esse pos-
sono essere mandate anche per telefono. Ebbene, che cos’è il fatto
fisico della voce trasmessa per telefono (tanto più ricco della parola
scritta perché il tono della voce qualche cosa dice?). È una corrente
elettrica modulata dalla voce stessa. I valori della corrente negli istanti
successivi possono essere indicati con una successione di mumeri: e
va da sé che anche i numeri sono informazioni. Anzi, c'è per i numeri
un sistema di numerazione binaria bell’e pronto, che appunto ha co-
me cifre soltanto lo zero e l’uno, come indicato di sopra. Nelle mac-
chine calcolatrici si adopera volentieri il sistema binario di numera-
zione, perché le due cifre possono corrispondere esattamente ai due
stati di un circuito elettrico: aperto o chiuso; oppure ai due stati op-
posti di magnetizzazione di nuclei metallici. Non vogliamo né po-
tremmo inoltrarci molto in questa matematica dell’informazione: ci
basti far comprendere che l’informazione è, in certi limiti, numera-
bile. La restrizione “in certi limiti” sta a significare questo: che per
noi, in generale, una informazione ha un valore intrinseco di conte-
nuto. Ai fini della teoria dell’informazione, la cosa cambia: difatti
a
«ridondanza. Questo termine indica una certa ricchezza di segni rispetto a quel
che è strettamente necessario per trasmettere un messaggio”.
l’amministrazione dei telefoni ci fa pagare la stessa tariffa per una
conversazione di alta politica, o d’affari, o d’amore, o concernente
magari la pettinatura che va di moda in questa. stagione.
Tra le informazioni ci sono pure le immagini, i disegni. Anche
qui, due soli segni, indicanti il bianco e il nero, possono servire a
tracciare su un reticolo predisposto un disegno, o riprodurre una
fotografia; ed è quel che all’incirca avviene (dobbiamo sempre ag-
giungere, perché siamo costretti in un discorso brevissimo, “all’in-
circa’).
Si indica, al solito, come inventore della teoria dell’informazione
il matematico americano Claude E. Shannon, che ne scrisse una pri-
ma memoria nel 1948; ma parecchi altri autori poi contribuirono ad
arricchire la materia. Noi potremmo suggerire a chi volesse appro-
fondire la conoscenza dell’argomento il volume di John R. Pierce,
La teoria dell’informazione (in italiano nelle edizioni Mondadori, 1963);
oppure, di Valerio Tonini, Cibernetica e informazione (edizioni Astrola-
bio, 1964).
Questa disciplina è beninteso assai più complessa e più “matema-
tica” di quanto ci siamo permessi noi di descriverla; ed è associata
ad altri interessanti concetti: per esempio quello di “ridondanza”.
Questo termine indica una certa ricchezza di segni rispetto a quel
che è strettamente necessario per trasmettere un messaggio. Le lingue
stesse hanno, più o meno, ridondanza. Tutti noi, leggendo, saltiamo
lettere e gruppi di lettere, che eccedono le strette necessità della no-
stra comprensione: la lingua italiana, per esempio, ha noiosissimi av-
verbi che finiscono in este, molti termini politici che finiscono in
ismo. Sono — questi gruppi di lettere — elementi di ridondanza. La
lingua inglese, altro esempio, è assai meno ridondante della nostra.
La ridondanza si paga (per dire le stesse cose ci vuole più tempo);
ma è utile (essa aiuta la comprensibilità). Qualche volta la introducia-
a
Lo stesso messaggio, trasmesso con un solo vale a dire senza alcuna
ridondanza.
segno,
mo apposta. Quando dettiamo un nome straniero, ‘Pierce’? per esem-
pio: diciamo ‘P come Palermo, I come Imola, eccetera.”, al fine di faci-
litarne la comprensione. Lo studio della ridondanza e della sua utilità
nel trasmettere i messaggi senza errore, nonostante i “disturbi” o i
“rumori di fondo”; l’esame comparativo delle ridondanze delle varie
lingue, sono capitoli interessanti della teoria dell’informazione.
Altre volte si associa il concetto di informazione con quello di
“entropia”: e ci sono infatti formule che stabiliscono un legame, una
parentela, tra i due concetti. Ma qui non ci sentiamo di infliggere al
lettore una lezione sul concetto di entropia (che è uno dei più difficili
della termodinamica); stiamo scrivendo un articolo. divulgativo; ed
avendo cercato i sentieri più facili per arrivare al concetto di infor-
mazione, non vogliamo costringere il lettore e noi stessi ad espugnare
il munitissimo maniero che ha nome “entropia”.
La teoria dell’informazione ha trovato applicazioni soprattutto
nelle telecomunicazioni; essendo scienza sorella o gemella della ci-
bernetica, essa ha prestato utili servizi all’automazione; è presente,
in maniera costante, in quelle nuovissime macchine che sono partite
alla conquista del mondo moderno: cervelli o calcolatori o elaboratori
elettronici che si vogliano chiamare. I quali, tra l’altro, nelle loro
capaci memorie, sanno immagazzinare informazioni (di mumeri, di
dati, di indirizzi e di quant’altro vi si voglia mettere); e inoltre sanno
“elaborare” questi dati, a fini utili (per esempio adoprare i dati nume-
rici per eseguire calcoli e fornire risultati). Non passa giorno, si può
dire, che non si annunzi qualche nuova applicazione degli elaboratori
elettronici. Essi servono soprattutto come strumenti di calcolo; ma
altresì sono adattati alla guida dei veicoli spaziali; aiutano i medici a
fare le diagnosi; i linguisti all’analisi di antichi codici e testi; i pedago-
gisti per preparare metodi di insegnamento che non richiedano la
presenza fisica degli insegnanti; le compagnie di navigazione aerea a
“con
A 00000
l’aiuto di due soli segni diversi possiamo scrivere qualsiasi testo”
B —
C =
00001
00010 e così via.
II
prenotare i posti; i poliziotti a riconoscere le impronte digitali dei
malviventi. Qualcheduno si è domandato: « Perché non potrebbero essi
comporre musica, o poesia o dipingere quadri? ». Così hanno tentato
di insegnare alle macchine l’armonia e il contrappunto, si sono affi-
dati alla “mancanza di pregiudizi estetici” dei congegni elettronici
per ricavare da essi prodotti originali, quali la stanca fantasia degli
uomini ha difficoltà a sfornare. E qualche cosa n’è venuto fuori. Il
guaio si è che alle macchine bisogna “insegnare” queste arti; e l’in-
segnamento non può venire che da noi, uomini. Perciò noi, volenti
o no, introduciamo in esse certi canoni estetici, certi modelli stilistici.
Se poi omettiamo di introdurne, ne viene sempre fuori qualcosa; ma
sono “rumori” e non “suoni”; successioni di parole contenute nella
memoria del calcolatore, non poesia. Il fatto che simili ‘prodotti’
abbiano potuto ottenere qualche accettazione o lode sono indicativi
non tanto della bravura artistica dei calcolatori elettronici quanto
della povertà in cui è caduta l’estimazione delle arti da parte di coloro
che dovrebbero apprezzarle. Pensate a qualche vero artista, a un Mozart,
al Petrarca; e vi sorprenderete a dire ai calcolatori elettronici, come
Virgilio a Dante: « Fa, fa che le ginocchia cali ». Ma i calcolatori elet-
tronici non hanno ginocchia.
Dove i calcolatori hanno fatto miglior prova è in arti figurative
minori. Certi ricercatori nel campo della percezione hanno ottenuto
da calcolatori elettronici disposizioni casuali (0 quasi casuali) di punti
che hanno dato luogo a sorta -di disegni per tappezzerie tutt’altro che
spregevoli. Qui però noi incontriamo dei limiti all’ applicazione
della teoria dell’informazione e della scienza sorella, la cibernetica.
Quando un calcolatore elettronico potrà innamorarsi (magari di una
calcolatrice); o indignarsi contro un tiranno; o esser assalito da una
crisi di misticismo; o sentire la sazietà dei sensi e il disgusto del mondo,
allora sarà lecito richiedere da esso, da lui, anche l’opera d’arte.
nf
(e intor
«“,,, sanno i g i (di i, di dati, di indirizzi e di quan»
t’altro vi si voglia mettere); e inoltre sanno “elaborare” questi dati, a fini utili...”
IL PONTE "DA VERRAZZANO”
Il benvenuto a New York, per chi arriverà dal mare, forse non sarà
più dato dalla tradizionale statua della Libertà (opera di Eiffel) ma dal
nuovo ponte sospeso, il ponte ‘“da Verrazzano” al cui cospetto la statua
sembra avere le proporzioni di una bambola. Intitolato al grande navigatore
italiano, questo ponte segna un vero primato tra le opere d'ingegneria di tutti
t tempi. Esso è ad una sola campata, lunga quasi milleseicento metri, sor-
retto da due torri alte duecentodieci metri, del peso di ventisettemila ton-
nellate ciascuna, e sostenuto da trentanovemila tonnellate di cavi di ac-
ciaio. I quattro cavi di acciaio, del diametro di novanta centimetri, costano
da soli più dell'intero ponte “Golden Gate” di san Francisco. Il costo
complessivo del ponte Verrazzano è stato di oltre duecentotre mi-
liardi.
Alla realizzazione dell’opera hanno concorso tre grandi aziende si-
derurgiche : la United States Steel, per i cavi e le carreggiate, la Bethlehem
Steel per una torre e la Harris Structural Steel per l’altra.
Il progettista è un noto architetto “del ferro” di ottantacinque anni.
l’ingegner Othmar H. Ammann, che progettò tra l’altro un altro ponte di
New York, il “George Washington”, e il famoso ‘Golden Gate” di
san Francisco.
A proposito del ponte “da Verrazzano”, egli ha commentato : « Nel
progettare un ponte l’estetica è importante quanto î particolari tecnici.
È un delitto costruire un ponte antiestetico ».
Quest'opera, una delle più belle creazioni umane, ha il triplo dell'acciaio
che sorregge l’Empire State Building e le sue torri sono ben più alte delli
piramidi ; resterà per sempre, oltreché un’opera essenziale di creatività
umana, un vero monumento di acciaio.
Nella nostra foto vediamo, sulla plancia della turbonave Michelan
gelo, nave ammiraglia della flotta italiana mentre passa sotto il ponte,
l'ingegnere progettista americano Milton Brumer, collaboratore dell’ar
chitetto Ammann.
13
ACCIAIO PER L'ARCHITETTURA MODERNA
di Giuseppe De Martino
È stato più volte rilevato, su questa rivista, come l’acciaio sia il
materiale da costruzione che meglio si adatta alle diverse sollecita-
zioni: resiste sia a sforzi di compressione che di trazione, consentendo
la realizzazione di ogni varietà strutturale che è possibile prevedere
in sede di progetto.
L’acciaio si adegua anche agli schemi statici più impegnativi che si
rendono necessari per aderire alle esigenze distributive, volumetriche
ed estetiche delle varie tipologie edilizie. E l’architetto trova nell’ac-
ciaio la massima aderenza alla sua espressione creativa.
L’ARCHITETTURA QUALE MOMENTO STORICO
L’architettura trasmette l’evoluzione dei tempi, ne raffigura gli
aspetti più significativi sia dal lato emotivo e rappresentativo sia
dal lato sociale, politico ed economico. È un momento storico che
sviluppa una intensa realtà in parallelo all’avvicendarsi delle genera-
zioni. È una testimonianza delle risorse culturali dell’epoca.
La flessibilità compositiva che l’acciaio permette, la sua agevole
lavorabilità, l’alto grado di produttività che apporta, rendono tale
materiale idoneo a qualsiasi movimentazione architettonica. Ma l’ac-
ciaio trova la più completa matrice nell’architettura moderna, la quale
a sua volta trova nell’acciaio una integrale rispondenza ai criteri
informatori che la caratterizzano.
Linearità, snellezza, razionalità, equilibrio e sobrietà dei volumi,
coordinata ambientazione, funzionalità, comfort, massima luminosità,
minor ingombro degli elementi strutturali, economicità: questi tra
gli aspetti propri dell’architettura moderna, in contrapposto all’appe-
santimento decorativo, alla rigidezza delle masse, alle restrizioni di-
stributive, alle finzioni ornamentali, alle limitazioni di ordine statico
di una architettura vincolata prevalentemente all’utilizzazione di ma-
teriali tradizionali.
Il ricorso alle strutture portanti d’acciaio libera la fantasia del
progettista, ne entusiasma gli effetti compositivi, gli conferisce una
maggiore responsabilità nei criteri di scelta. La sua figura professio-
nale diventa parte dominante sia come valore urbanistico ed archi-
tettonico, sia come utenza dell’edificio.
Il progettista riesce a completare il suo intervento nel modo più
coerente con l’attuale evoluzione delle idee e dei gusti. La semplice
€ proiettata stilistica degli edifici imprime nel tempo l’attuale perso-
nalità dell’uomo: è una “facies” che riflette il progresso cui si è giunti
€ cui si tende. ”
_ A questa apparente freddezza esteriore — forte di significato e
| di avvenirismo — si unisce un appropriato dimensionamento e dislo-
cazione dei vani secondo l’uso cui sono destinati, oltre alla predispo-
sizione di servizi adeguati alle richieste di igienicità e di comodità
accessibili alla più vasta scala di ceti. È una “utilitas” che la frenesia
della vita quotidiana richiede quale distensione compensatrice di un
accresciuto stato di avanguardia e di orgasmo.
LE CORBUSIER, UNA SVOLTA DECISIVA
L’architettura moderna deriva da una fedele connessione tra spi-
rito e materia, impronta il sentimento umano con la rappresentazione
stilistica, concreta la nozione di razionalità. Tra i fautori di queste
concezioni, primeggia l’architetto svizzero-francese Charles Edouard
Jeanneret, meglio noto come Le Corbusier. La sua recentissima scom-
parsa ha colpito il mondo dei progettisti per l’influenza che ha eser-
citato come innovatore dei canoni basilari di una architettura identi-
ficata con la funzione.
Le argomentazioni delle opere di Le Corbusier risultano tracciate
a seguito di una profonda riflessione sull’equilibrio delle proporzioni,
sulla dinamica delle linee, sull’ardore dell'ambiente. A giusta ragione
la sua posizione in architettura è stata paragonata a quella di Picasso
nella pittura.
Coscienza, immaginazione, geometria sono i principi cui si è ispi-
rato Le Corbusier per le divagazioni architettoniche. La sua operosità
testimonia un linguaggio proteso alla continua ricerca di una combi-
nazione tra tecnica e poesia.
In omaggio all’illustre architetto, la Cornigliano (oggi Italsider) or-
ganizzò nel 1959 la mostra ‘forme e tecniche nell’architettura contem-
poranea” presso la galleria nazionale d’arte moderna in Roma. Vennero
illustrati progetti e costruzioni di Le Corbusier, unitamente a lavori
di altri nomi dell’architettura moderna, come Wachsmann con i suoi
elementi — standardizzati ed adatti ad una produzione su base indu-
striale — da utilizzarsi secondo una intelligente ed armoniosa combi-
nazione di spazio e di forma.
Fu una efficace occasione per un avvicinamento del pubblico al-
l’architettura moderna ed alla sua tematica. Qualche anno dopo l’Ital-
sider promosse presso l’In-Arch di Roma una mostra sugli ‘“edi-
fici a strutture d’acciaio”’ con l’intento di contribuire alla conoscenza
delle possibilità di impiego offerte dall’acciaio nel settore.
I NUOVI ACCIAI
Alle prerogative dell’architettura moderna la tecnica ha reagito
con le sue possibilità più consone all’attuale grado di innovazione del
settore, stimolando una spiccata emulazione verso un processo edi-
L’acciaio viene favorevolmente impiegato, anche in unione ad altri materiali, per le
svariate tipologie edilizie. Sede della Rai a Roma: otto piani per 110.000 metri cubi
di cubatura. Struttura della C.M.F. - Costruzioni Metalliche Finsider.
lizio a livello industrializzato sulla base della modularità, della unifi-
cazione e della progettazione integrale.
L’acciaio si inserisce quale materiale da costruzione più valido per
una simile impostazione produttiva; si adatta convenientemente alla
realizzazione di elementi strutturali di tipo corrente e all’inventiva di
soluzioni nuove e più coerenti alle esigenze contemporanee. In uno
stesso materiale vengono accentrate le condizioni ottimali di resisten-
za, di dimensionamento e di economicità.
L’industria siderurgica, nella sua evoluzione tecnologica intesa
alla fabbricazione di acciai sempre più rispondenti ai fabbisogni pre-
senti e futuri delle varie attività trasformatrici, ha ampliato la gamma
qualitativa sino ai recenti acciai ad elevato snervamento. Sono acciai
che ne aumentano il rapporto resistenza-peso in modo da ridurre no-
tevolmente gli ingombri delle strutture — e quindi il peso delle sin-
gole aste — a parità di portata rispetto agli acciai normali.
Ma le proprietà degli acciai ad elevato snervamento determinano
una innovazione nell’intero àmbito della tecnica costruttiva: ai pro-
gettisti è messo a disposizione un materiale specificatamente versatile
alla realizzazione delle opere più impegnative e più ardite. Vengono
eliminate quelle difficoltà e restrizioni che si potevano incontrare nella
ideazione delle più estrose soluzioni.
Le prestazioni degli acciai ad elevato snervamento portano ad un
. A
La prefabbricazione in acciaio la ibilità positiva ed una
estrema varietà di schemi. Direzione del centro siderurgico Italsider di Taranto. Edi-
ficio prefabbricato realizzato dalla Soprefin - Società Prefabbricati Finsider.
maggior impiego dei materiali siderurgici in vantaggiosa sostituzione
a quelli competitivi, stabilizzano il mercato delle applicazioni acqui-
site, liberano la fantasia creativa. Alle elevate caratteristiche mecca-
niche si combinano i pregi di duttilità, tenacità e saldabilità per ren-
dere questi acciai accessibili ad ogni genere di lavorazione.
Risolvono nel modo più adeguato i problemi compositivi e strut-
turali che si pongono nella elaborazione di un progetto; le possibilità
di utilizzazione si identificano con i requisiti voluti dalla nuova confi-
gurazione edilizia. Sono acciai per la moderna architettura.
Da citare il gruppo degli acciai Ex-Ten e T-1; per quest’ultimo
viene assicurato un carico di snervamento minimo di 70 kg/mmq
(carico di rottura pari a 80--95 kg/mmqg), elevando in misura ecce-
zionale il tasso di lavoro dell’acciaio se si considera che il carico di
snervamento minimo dell’acciaio normale tipo Fe 42 è di 24 kg/mmq.
L’acciaio Cor-Ten fornisce una elevata resistenza alla corro-
sione (CORrosion resistance) assieme ad una elevata resistenza alla
trazione (TENsile strenght). La particolare colorazione che ne assume
la superficie, dovuta al sottile strato uniforme e compatto di ossido
che si forma alla esposizione atmosferica, ha acquisito una propria
e gradevole tonalità. Tale effetto cromatico ha interessato i proget-
tisti all'impiego del Cor-Ten “nudo” e cioè in vista e non rivestito
da alcuna pitturazione o finitura.
1j
L’acciaio consente ogni forma architettonica.
Palazzo dello sport a Torino. Struttura delle Officine di Savigliano.
Il risultato è di estremo interesse sia sotto l’aspetto estetico per
il naturale ed attraente aspetto superficiale sia tecnico-economico
per il maggior tasso di lavoro dell’acciaio e per la mancata inci-
denza degli oneri di manutenzione.
Negli Usa il Cor-Ten “nudo” è stato già impiegato — anche
in unione ad altri materiali — nel settore dell’edilizia residenziale.
Appartengono ormai alla casistica esemplificativa le recenti costru-
zioni del Centro Amministrativo John Deere & Company vicino a
Moline nell’ Illinois e del grattacielo Civic Center a Chicago.
In Italia il Cor-Ten sta suscitando positive risonanze: sono in
fase di progettazione edifici la cui struttura portante ed anche la pan-
nellatura di parete esterna è prevista in questo nuovo acciaio.
LA QUARTA DIMENSIONE
La categoria degli acciai sopra accennati viene prodotta in Italia
dall’ Italsider. L’inserimento a sagomario della gamma degli acciai
ad elevato snervamento, si inserisce nel concreto programma in corso
per il potenziamento degli impianti e per il miglioramento dello stan-
dard qualitativo.
È una evoluzione a cui non si deve mancare per mantenersi in
allineamento e per protendersi in avanguardia con lo sviluppo della
La pensilina in acciaio e vetro apporta leggerezza ed eleganza all’edificio.
Direzione della Sidercomit a Milano. Struttura della Dalmine.
tecnologia contemporanea. E questo impulso innovatore trova nel
settore dell’edilizia uno stimolo allo studio ed alla ricerca per una
continua affinazione dei procedimenti e delle tendenze.
Si inserisce in questa fase di studio e di ricerca, il concetto della
“quarta dimensione”. Il progettista provvede al proporzionamento
della costruzione basandosi sulle tre dimensioni geometriche; facen-
dovi subentrare il tipo dell’acciaio, viene a disporre di una quarta
variabile. Secondo le diverse sollecitazioni che possono verificarsi in
uno stesso elemento strutturale, è possibile mantenere costante l’in-
tera sezione adottando materiale a resistenza maggiore in corrispon-
denza dei tratti a sollecitazioni più gravose.
Ad esempio, per un pilastro di una struttura portante, oltre a va-
riare la serie delle travi HE (nel caso che si faccia ricorso a questa
trave, in quanto per ogni profilo le travi HE vengono fornite nella
serie leggera, normale e rinforzata), si potrà variare il tipo di acciaio
secondo l’andamento delle sollecitazioni. L’intero pilastro presenterà
quindi una unica sezione per l’intera altezza dell’edificio.
Dalla compattezza formale del pilastro scaturiscono motivi di ap-
prezzabile valore architettonico ed economico: con l’uniformità spaziale
della struttura e con il proporzionamento di un profilo esiguo anche
per carichi di notevole entità, diminuiscono gli oneri della messa in
opera, si riducono i pesi ed aumenta lo spazio utile, si evitano riseghe
16
L’acciaio è il materiale più idoneo a risolvere impegnativi problemi di ordine statico,
distributivo-funzionale ed estetico che si presentano in sede di progettazione.
Edificio Gateway Number Four a Pittsburgh.
e aggiunte di rinforzo, si contengono le incidenze della saldatura e
della manutenzione.
Il concetto della “quarta dimensione” trova la più completa at-
tuazione con il recente ampliamento dei tipi di acciaio da costruzione;
l’intera gamma degli acciai ad elevato snervamento esalta le possi-
bilità di impiego offerte dai materiali siderurgici nell’edilizia e confe-
risce all’architettura moderna una estrema libertà inventiva.
Appartiene oramai alla documentazione classica l’edificio IBM a
tredici piani ultimato qualche anno addietro a Pittsburgh: con il ri-
corso agli acciai ad elevato snervamento, è stata abbandonata la tra-
dizionale ossatura in pilastri e travi per adottare pareti portanti me-
diante una struttura reticolare a losanga ed ottenuta con angolari di
acciaio di tipo diverso in funzione delle sollecitazioni ammesse. Questa
maglia di profilati poggia su otto sostegni lungo il perimetro esterno,
due per ogni lato del fabbricato, ed ha apportato un risparmio di
circa 250 tonnellate di acciaio rispetto ad un analogo edificio previsto
con struttura tradizionale.
IL MANTENIMENTO DEI CENTRI STORICI
Con l’acciaio si rendono superabili anche vincoli dovuti al mante-
nimento di opere artistiche e monumentali nella ricostruzione di antichi
edifici. L’adozione di una struttura portante d’acciaio consente l’intero
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L’acciaio conferisce linearità e slancio, caratteristiche prime dell’architettura moderna.
La Harris Trust and Savings Bank a Chicago.
rifacimento del fabbricato, pur conservandone una stessa parte, come
le pareti esterne, ritenuta di particolare interesse e da non alterare.
L’abbinamento non deve suscitare perplessità e ripensamenti, ma
deve essere considerato il mezzo più concreto per ammodernare quegli
edifici di una certa importanza culturale che — col tempo — potreb-
bero essere danneggiati sino a perdere di contenuto o persino scom-
parire.
Per la sede della Banca d’Italia a Perugia ad esempio, la struttura
di acciaio ha permesso di abbattere il vecchio edificio mantenendo in-
tatta la facciata; mentre si procedeva alla demolizione dell’interno del-
lo stabile si è provveduto al montaggio della struttura portante (in
travi HE) del nuovo fabbricato ed alla medesima struttura è stata
ancorata la muratura esterna da non abbattere.
Ugualmente per un edificio in Corso Vittorio Emanuele a Mila-
no, ricostruito con struttura portante d’acciaio, è stata tenuta integra
una zona del prospetto principale di notevole interesse a stile “liberty”
del preesistente fabbricato.
L’adattabilità della struttura d’acciaio ad ogni prerogativa archi-
tettonica, anche nell’accostamento dei moderni criteri funzionali alle
antiche e pregevoli espressioni ambientali dei nostri centri storici,
contribuirà certamente a fornire quel mezzo valido e necessario al
progettista per la sua opera compositiva.
ECONOMIA DELLE REGIONI
di Carlo Beltrame
17
ITALIANE: IL PIEMONTE
SUPERFICIE DEL PIEMONTE
compresa nella linea isocrona esterna alla
. della dell’ ora dla n totale
poli (1) mezz?’ ora e mezzo lea ore e mezzo
col. 1 col. 2 col. 3 col, 4 col.5=col.3-+col.4
km?
TORINO 140,0 1.046,0 3.568,0 21.831,2 25.399,2
ALESSANDRIA 43,2 727,2 1.288,0 24.111,2 25.399,2
NOVARA 44,0 720,0 1.284,0 24.115,2 25.399,2
ASTI 352 768,0 1.404,0 23.995,2 25.399,2
VERCELLI 28,8 484,0 1.580,0 23.819,2 25.399,2
BIELLA 48,8 458,0 856,0 24.543,2 25.399;2
CUNEO 76,4 966,0 1.246,8 24.152,4 25.399,2
CASALE MONFERRATO 29,2 386,0 981,2 24.418,0 25.399,2
PINEROLO : 34,0 527,0 1.148,0 24.251,2 25.399,2
NOVI LIGURE 13,6 384,8 935,2 24.464,0 25.399,2
IVREA 75,2 415,2 764,0 24.635,2 25.399,2
ALBA 20,4 112,0 449,2 24.950,0 25.399,2
MONDOVÌ 12,8 340,0 1.172,0 24.227,2 25.399,2
BRA 19,2 258,0 856,0 24.453,2 25.399,2
SAVIGLIANO 26,0 600,8 1.135,2 24.264,0 25.399,2
SALUZZO 35,2 598,8 1.020,0 24.379,2 25.399,2
BORGOMANERO 68,0 544,0 1.146,0 24.253,2 25.399,2
(1) In ordine decrescente rispetto al potenziale di lavoro del comune comprendente l’abitato centro del polo.
Una tabella riprodotta dal quaderno numero 7 della “Unione regionale delle province piemontesi” riguardante il piano
di sviluppo del Piemonte.
1. Bruno Pagani — in una sua brillante relazione ad un recente con-
vegno su ‘“L’economia piemontese nel Mercato Comune” — ha pun-
tualizzato in tre momenti l’evoluzione dell’area piemontese nel corso
degli ultimi due secoli:
a) primo momento: distacco politico dall’ Oltralpe (con il distacco
della Savoia dalla dinastia sabauda), con il ‘muro delle Alpi”
che isola il Piemonte dalla sua ambientazione tradizionale.
secondo momento: integrazione dell’economia dell’area piemontese
nell’economia della più vasta economia padana, e nell’economia
globale dell’Italia unificata.
terzo momento: accanto ad una maggiore e più intensa integra-
zione in una “regione padana” (dal Piemonte al Veneto, ma con
Savona e Genova che “stanno alla pianura padana, come Anversa
e Rotterdam stanno alla vallata del Reno”), il Piemonte torna ad
assumere una posizione di “carrefour” fra Italia e Francia.
b)
2. Il terzo momento indicato da Pagani è un momento ancora larga-
mente in corso, se non una tendenza. Il Piemonte può ancora sostan-
zialmente essere considerato, in parte, area “geograficamente” peri-
ferica rispetto al sistema economico nazionale. Quanto all’apertura
verso la Francia solo un paio di anni fa il geografo francese Pierre
Gabert, nel suo libro “Turin ville industrielle’, parlava di ‘Torino come
di un “carrefour” internazionale molto secondatio (dopo essere stata
temporaneamente, con l’apertura del tunnel ferroviario del Frejus
nel 1871, il solo crocevia ferroviario internazionale). La febbre dei
trafori che anima i piemontesi (e che, dopo le realizzazioni dei tunnel
della Valle d’Aosta, punta a quelli del Frejus, del Ciriegia e del colle
della Croce) è, al tempo stesso, una presa di coscienza realistica di
questa situazione e una scelta, uno sforzo per superarla con l’ “aper-
tura” delle Alpi e l’integrazione nella parte centrale del MEC.
3. L’IRES di Torino — che sta lavorando alla redazione del piano
regionale di sviluppo per il Piemonte — guarda realisticamente alla
“prospettiva di un Piemonte costituente, con altre regioni dell’Italia
e della Francia, un secondo grande polo europeo” (l’altro grande polo è
costituito dall'incontro della Francia più industrializzata del nord-est
con il Belgio meridionale e con la Germania occidentale). Il secondo
grande polo europeo può essere rappresentato da un grande quadri-
latero con i vertici costituiti da Milano, Genova, Marsiglia e Lione.
Tra le indicazioni del Quinto Piano Nazionale Francese (1966-1970)
in materia di sviluppo economico regionale e di ‘“aménagement du
territoire” c’è quella di attrezzare nella parte est del paese un asse
economico dal Mediterraneo al Mare del nord, sul quale concentrare
uno sforzo di infrastrutture, di urbanizzazione, di industrializzazione.
Si tratta, in pratica, di unire il polo industriale di Marsiglia al polo
di Lione e al grande polo del nord-est francese (si pensi alla conur-
bazione Lille - Roubaix - Tourcoing), servendosi anche delle vie d’ac-
qua e attuando così un collegamento importante tra porto di Mar-
siglia e porti del Mare del nord (specialmente Anversa e Rotterdam).
Con l’apertura di nuovi collegamenti transalpini e con la ricerca di
18
Una cartina del Piemonte, tratta dal “Piano di svi-
luppo ”’ edito dall’ Unione Regionale delle Province Pie-
montesi. Essa mostra le regioni serbatoio effettivo (in
bianco) e le regioni bacino di manodopera (in grigio).
Le frecce rosse indicano le vie di comunicazione at-
traverso le quali il Piemonte dovrebbe diventare un
grande polo economico europeo.
*
tn.
tnx
utili integrazioni tra sistema portuale ligure e porto di Marsiglia si
tende a realizzare il grande polo di cui sopra. Il “disegno” toglie real-
mente il Piemonte dalla condizione di area geograficamente periferica
“aprendolo” alla Francia (e al MEC) proprio mentre ne fa un càrdi-
ne primario della “regione padana”.
4. Le grandi vie di comunicazione sono lo strumento più importante
per la realizzazione di questo “disegno”, ma anche per una nuova or-
ganizzazione del territorio della regione. Coloro che lavorano al piano
regionale piemontese hanno essenzialmente presenti due obiettivi:
a) ‘ridurre la pressione polarizzante su Torino” da parte dell’indu-
stria, “perché Torino oltre che grande centro industriale diventi
un grande centro commerciale e finanziario”.
b) “aumentare l'attrazione dei poli minori ora minacciati da una
perdita di attività”.
Gli obiettivi sono interdipendenti, perché, riducendo la “pressio-
ne polarizzante” su Torino, si valorizzano e si rivitalizzano gli altri
poli industriali della regione. Torino è considerata la città più indu-
striale delle grandi città italiane. Tra i grossi centri industriali è inoltre
quello a più spinta specializzazione, poiché una imponente parte del
suo apparato produttivo ruota intorno all’industria automobilistica
(Gabert parla di ‘un éventail industriel très ouvert, mais déséquilibré
au profit de l’industrie automobile’).
La riduzione della ‘pressione polarizzante’”’ dovrebbe pertanto ac-
compagnarsi a modifiche di struttura che allentino la dipendenza di
gran parte dell’economia cittadina da un solo grande settore industriale.
s. Quali sono i poli minori della regione da rivitalizzare? Abbiamo
innanzitutto una serie di poli di importanza regionale che si collocano a
corona intorno a Torino, a una distanza media di 50-60 chilometri. Que-
sti poli possono essere così individuati: polo dell’area Saluzzo-Saviglia-
no-Fossano, polo Bra-Alba, polo di Asti, polo di Casale Monferrato,
un polo Vercelli-Santhià, polo di Biella, polo di Ivrea. Avremmo poi
due poli di importanza nazionale, in quanto sono centri di grossi
comprensori di confine (regionale) con prospettive di sviluppo in
larga parte legate a variabili esterne alla regione. Così il discorso del
comprensorio novarese si lega in gran parte alle prospettive e alle
direzioni di sviluppo della grande area metropolitana milanese, mentre
il discorso del comprensorio alessandrino è strettamente connesso al
decentramento industriale genovese e alla nuova strutturazione che
si vorrà dare al sistema dei porti liguri (quanto meno di Genova e
di Savona). I comprensori novarese e alessandrino sono aree regionali
chiaramente periferiche rispetto alle prospettive di sviluppo che ori-
ginano da Torino e che pertanto, più di ogni altra cosa, costringono a
caratteristiche di interregionalità tutta la tematica del piano regionale
piemontese.
6. Abbiamo visto che nella regione piemontese esistono delle aree
nettamente periferiche rispetto al baricentro economico della regione
stessa. Altra importante caratteristica della regione è l’esistenza di un
dualismo di sviluppo (quanto meno storico) tra le tre province set-
tentrionali di Torino, Vercelli e Novara e le tre province meridionali
di Cuneo, Asti e Alessandria. Le prime hanno raggiunto livelli di
industrializzazione e di reddito che le “staccano” in maniera sensibile
dalle seconde, dove l’agricoltura conserva ancora un certo peso (per
Cuneo e Asti possiamo dire ‘una certa predominanza”).
Assai eloquente è il seguente prospetto:
occupati occupati occupati reddito annuo
nell'industria nell’industria nell’agricoltura pro capite
su cento su cento su cento (1963) stime
occupati (1961) residenti (1961) occupati (1961) Tagliacarne
TORINO 6I 24 10 646.946
VERCELLI 57 24 2i 536.238
NOVARA 58 2I 15 508.933
CUNEO 28 14 48 383.109
ASTI 27 II SI 373.565
ALESSANDRIA 38 10 34 430.455
| Tende a sfuggire al dualismo così come l’abbiamo schematizzato
(in altra occasione abbiamo sostenuto che anche il Piemonte ha un
19
sud sottosviluppato e depresso) la provincia di Alessandria, avvici-
nandosi al nòvero delle ‘province ricche”, ma pure restandone an-
cora lontana.
7. Il dualismo si spezza, la pressione polarizzante su Torino si riduce
attraverso il potenziamento dei poli minori della regione al quale già
abbiamo accennato. A questo potenziamento dànno vita essenzial-
mente i decentramenti industriali dai grossi centri industriali che sof-
frono di congestione: da Torino per i poli “regionali”, specialmente
da Genova per il polo “nazionale” di Alessandria, specialmente da
Milano per il polo “nazionale” di Novara. L’intensità dei decentra-
menti è direttamente correlata al grado di congestione dei grossi
centri citati. La direzione dei decentramenti viene poi guidata dal
sistema delle vie di comunicazione, che dà così il contributo più po-
tente alla nuova organizzazione del territorio.
8. Il sistema delle vie di grande comunicazione che interessa il Pie-
monte può essere rappresentato da due “aste” orizzontali e da una
serie di “aste” verticali (le aste che individueremo sono già state in
parte tradotte in autostrade). Le prime sono date dalla Torino-Milano-
Venezia e dalla ‘Torino-Alessandria-Piacenza-Cremona-Mantova-Pa-
dova. Esse si congiungono a Torino e diventano l’unica direttrice
verso ovest, la quale, attraverso il Frejus, punta su Lione e il cuore
della Francia.
Quanto alle “aste” verticali ne abbiamo tre:
a) trafori Valle d’Aosta-Torino-Fossano-Savona (oppure Fossano-
Cuneo-Nizza);
b) Sempione-Novara-Vercelli-Alessandria-Voltri (questa arteria, tra
l’altro, unirà direttamente i poli “nazionali” di Novara e di Ales-
sandria);
c) Chiasso-Milano-Serravalle-Genova.
Le ultime due “aste” verticali sorreggono il decentramento-decon-
gestionamento di Genova verso la pianura padana, mentre l’espan-
sione milanese verso ovest può utilmente appoggiarsi sulla prima
“asta” orizzontale che abbiamo citato. Lungo quali direttrici tende
invece a decentrarsi Torino?
Torino si decentra (o si decentrerà in un futuro di medio e di lun-
go andare) lungo le seguenti direttrici:
a) la direttrice lungo l’autostrada Torino-Milano (la quale, nel trat-
to Torino-Chivasso, ha già realizzato un ‘continuum’ lineare: a
Chivasso la direttrice potrebbe sdoppiarsi, generando una serie
di sviluppi lungo la linea del Po con i nuclei di Crescentino e di
Trino e con il polo di Casale Monferrato);
b) la direttrice sud verso Savona (che interesserà i poli regionali del
cuneese);
c) la direttrice lungo la futura autostrada Torino-Alessandria-Pia-
cenza (che interesserà il polo regionale di Asti e il polo nazionale
di Alessandria).
Come abbiamo accennato prima, è il sistema delle vie di comu-
nicazione che guida i decentramenti industriali, la formazione di nuovi
poli o il potenziamento di poli preesistenti all’interno della regione e,
in definitiva, la nuova organizzazione del territorio regionale.
g. Il quadro di indicazioni che abbiamo velocemente tracciato — e
che è incompleto (quanto meno nei limiti in cui, ad esempio, non si
è trattato della riorganizzazione dell’agricoltura) — ha necessità per
tradursi in realtà, di una serie di strumenti. Ne vogliamo indicare
uno solo, che riteniamo di preminente interesse: /’istifuto finanziario
per lo sviluppo regionale. In esso, come ha proposto l’IRES e come pro-
pongono i gruppi bancari presenti a Torino, la funzione di assistenza
finanziaria deve accompagnarsi alla funzione di assistenza tecnica.
Sulla scena internazionale, i modelli dai quali ricavare utili indica-
zioni non mancano: le merchant banks inglesi, le banques d’affaires
francesi, la Mediobanca italiana, ancora le sociétés de developpe-
ment régional e le sociétés d’economie mixte pour la mise en valeur
des régions che abbiamo in Francia ... Il Piemonte sarà una delle pri-
me regioni italiane ad avere un piano di sviluppo. L’istituto finanziario
potrà essere uno dei più importanti e necessari supporti per passare
dal pianificare al realizzare il piano.
L'ACCIAIERIA "LD”
DI TARANTO
(dal Bollettino Tecnico Finsider numero 219
edito dalla COSIDER)
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convertitore 13
carro siluro 14 - piano di servizio 25 - sistema automatico per l’aerazione
scivolo additivi 24 - piano delle tramogge
- carro trasferitore siviera ghisa 15 - lance ossigeno 26- condotta fumi
siviera ghisa 16 - carrello lance 27 - piano dei sili
cabina pesatura ghisa liquida 17 - cappa mobile 28 - carro trasferitore paiole scoria
- carro carica rottame 18 - caldaia di ricupero 29 - paiole scoria
- gru di carica da 400 tonnellate 19 - saturatore fumi . 30 - carro trasferitore siviera acciaio
- piano di carica 20 - sottostazione elettrica 31 - siviera acciaio
Yi 9 - nastro arrivi minerali 21 - cabina per controllo convertitore 32 - gru di colata da 400 tonnellate
i ve 10 - nastro distribuzione minerali 22 - tubi flessibili per ossigeno e per acqua 33 - carrelli porta lingottiere
11 - tramogge minerali di raffreddamento 34 - lingottiere
12 - tramogge pesatrici 23 - gruppo riduttore rotazione convertitore 35 - piattaforma di colata
© du è è N
'
. a ; ; Ecco lo spaccato dell’acciaieria all’ossigeno
° ; di Taranto. L’accurato disegno di Danilo
Barachini mostra i due grandi convertitori
da 300 tonnellate per soffiata. Quello in primo
piano è raffigurato appunto nella posizione del-
la soffiata, l’altro in quella di carica della ghisa.
Fino a non molti anni fa l’intera produ-
zione di acciaio del mondo si basava princi-
palmente su due tipi di processo, quello
Martin-Siemens e quello elettrico. Negli ul-
timi anni ha preso sviluppo e si sta oggi de-
cisamente affermando un nuovo metodo di
fabbricazione: il processo all’ossigeno, più
comunemente definito “processo LD”, che
i consente di trasformare direttamente in ac-
CV 9 Ii > ciaio la ghisa liquida (introdotta in uno spe-
HT ciale tipo di “convertitore” assieme a rotta-
N mi) con il semplice soffiaggio, a velocità ultra-
sonica, contro la superficie del bagno fuso, di
; un getto di ossigeno molto puro attraverso una
1 “lancia” raffreddata ad acqua, calata dall’alto.
bi Il processo “LD” è stato messo a punto
) È negli scorsi anni in Austria, negli stabilimenti
Il S n°) siderurgici della Vest di Linz.
4 NINNI per Perfezionato, specie negli Stati Uniti, il
] procedimento ha avuto ovunque una diffu-
0) | | o 1 sione rapidissima, date le ottime qualità degli
a O EER 5 acciai, normali e speciali, che esso consente
; | } di produrre, con vantaggi anche di costo ri-
IT ; spetto ad altri sistemi.
! | > È) Y, Si potrebbe definirlo un processo rivolu-
zionario: in realtà è molto semplice e lo si
conosceva da tempo, ma soltanto l’impiego
di ossigeno a bassissimo costo — fatto recente
— ha fatto sì che si potesse utilizzarlo. Oggi
si afferma che prima del 1970 la produzione
mondiale di acciaio LD sarà di 100 milioni
di tonnellate; ciò significa che fra pochi anni
il nuovo sistema raggiungerà forse una po-
sizione di preminenza rispetto a tutti gli altri
sistemi finora in uso.
Il processo “LD”, come tutti quelli in
cui si usano convertitori (Bessemer, Thomas
eccetera), non richiede l’impiego di combusti-
bile per la trasformazione della ghisa in acciaio.
È sufficiente, infatti, a operare la ‘conver-
sione”, il calore della ghisa fusa, opportuna-
mente elevato dall’ immissione dell’ ossigeno.
Con il processo “LD”, pur trattandosi di
un sistema a soffiaggio di ossigeno, si può
utilizzare il 70 per cento di ghisa purissima e
solo il 30 per cento di rottame raggiungendo
livelli qualitativi con una facilità sconosciuta
fino ad oggi nell’industria siderurgica.
Il processo di produzione dell’acciaio al-
l’ossigeno si presta, infine, ad essere alta-
mente automatizzato.
barachini
danile
22
UNA STAZIONE SPERIMENTALE PER I CIBI CONSERVATI
di Baldassarre Molossi
La stazione sperimentale per l’industria delle conserve alimentari
di Parma ha quaranta anni, ma non li dimostra. La sua età, peraltro, è la
conferma della felice intuizione dei promotori dell’iniziativa. In real-
tà, infatti, è soltanto in questi ultimi vent'anni che, sulla scia delle
scatolette di Corned beef barattate dai soldati americani che risalivano
la penisola e poi rivendute al mercato nero, si è diffusa anche in Italia
l'abitudine al cibo cosiddetto “in scatola”, cioè agli alimenti conservati.
Ma già molti anni prima, a Parma si era compresa l’importanza
enorme che nella società moderna — che esige lo sfruttamento sem-
pre più razionale dei prodotti della terra e la distribuzione selettiva
di essi — riveste lo studio approfondito del modo di conservare i
cibi. Ecco perché già nel 1925 la stazione sperimentale di Parma po-
teva iniziare il suo funzionamento, a tre anni di distanza dal decreto
istitutivo.
E perché, qualcuno potrà domandarsi, la stazione sperimentale
delle conserve è nata proprio a Parma? Il perché è semplice: la pro-
vincia di Parma era già allora all’avanguardia della produzione del
pomodoro e gli industriali parmensi, con singolare e lodevole preveg-
genza, vollero che a fianco della giovane e rigogliosa industria con-
serviera sorgesse anche un istituto scientifico specializzato per lo stu-
dio di tutti i problemi che interessano la conservazione degli alimenti.
La città di Parma, ricca di tante nobili tradizioni, manifestò con questa
iniziativa anche la sua sensibilità per i problemi della ricerca scienti-
fica, riconoscendoli basilari per lo sviluppo di una attività industriale
che aveva allora caratteri molto modesti e quasi artigianali.
Era una delle due facce di Parma che così si rivelava. Città célta
e civile, elegante e raffinata, orgogliosa del suo passato di piccola
capitale, dei suoi monumenti d’arte, delle sue glorie musicali e così
via, Parma è una città che, accanto all’amore per la cultura e per le
cose belle, coltiva con altrettanta passione l’amore per i prodotti del-
la sua terra: e proprio dagli animali meno nobili, come i suini, e dagli
alimenti più semplici, come il latte, ha saputo ricavare, con un’opera
paziente e tenace di alto artigianato che si tramanda da secoli, alcuni
dei risultati più sublimi della sua feconda gastronomia: come il grana,
il formaggio parmigiano famoso nel mondo, già celebre ai tempi del
Boccaccio che ne cantò le lodi; e i prelibati prosciutti e quel capola-
voro che è il culatello, la cui fragranza strappò una pagina di elogio
anche a D'Annunzio. Insomma, la Parma di Antelami e del Correg-
gio, di Verdi e di Toscanini è anche la Parma del lambrusco e della
salsa in scatola.
Fu Carlo Rognoni, morto nel 1904, nato a Vigatto da famiglia
tradizionalmente legata alla terra, agricoltore egli stesso e maestro
di tecnica e di civiltà agraria, il primo nel parmense a coltivare il po-
modoro nel suo podere, ottenendone cospicui risultati e invogliando
i vicini a fare altrettanto, tanto che se oggi Parma va giustamente
famosa in Italia e nel mondo per l’industria delle conserve, il merito
risale appunto al Rognoni che ne fu il provvido promotore, poi se-
guito da tanti altri, i cui nomi araldici formano un insigne albero
genealogico.
La stazione sperimentale di Parma non è unica in Italia. Ve ne
sono altre sette che si occupano di diversi settori industriali: quattro
a Milano (combustibili, grassi, carta e cellulosa, seta), una a Reggio
Calabria (essenze), una a Murano (vetro), ed una a Napoli (pelle e ma-
teriale conciante). La stazione sperimentale di Parma è però l’unica
che si occupa della conservazione degli alimenti. Essa svolge i suoi
còmpiti su un piano nazionale ed alle spese di funzionamento contri-
buiscono tutte le industrie italiane del settore, il commercio di impor-
tazione e, buon ultimo, lo stato.
Quali sono i còmpiti affidati alla stazione sperimentale di Parma?
Come è noto, la produzione di alimenti conservati raggiunge in Italia
il valore di diverse centinaia di miliardi all’anno, ed i problemi tecnici
sono di estrema difficoltà. Basta questa considerazione per valutare
l'ampiezza dei còmpiti affidati all’ istituto che deve guidare i pro-
duttori verso un continuo perfezionamento dei metodi di lavorazione.
23
Uno dei dodici reparti in cui è articolata la stazione sperimentale di Parma. La biblioteca.
La stazione svolge inoltre particolari e delicati incarichi ad essa affi-
dati da enti e istituti di vario genere. Infine, esperti della stazione sono
inseriti in numerose commissioni nazionali e internazionali e portano
nei lavori delle stesse la loro specifica competenza. L’ istituto, presie-
duto e diretto dal professor Rolando Cultrera, dispone di personale
e attrezzature adeguate. Lo staff conta attualmente ventidue tecnici
laureati e dieci periti (oltre a ventidue dipendenti amministrativi e
subalterni). È una piccola, selezionata équipe molto affiatata e di pri-
missimo ordine.
L’articolazione dei reparti è la seguente: 1) chimica fisica; 2) con-
serve vegetali; 3) conserve di carne e di latte; 4) conserve ittiche;
5) succhi di frutta; 6) microbiologia; 7) imballaggi e contenitori per
conserve; 8) agronomia; 9) analisi per conto terzi; 10) impianti in-
dustriali; 11) biblioteca e stampa; 12) sezione staccata a Salerno.
Presso la stazione sperimentale di Parma, inoltre, il consiglio na-
zionale delle ricerche ha istituito un centro per la sterilizzazione in-
dustriale degli alimenti con il concorso finanziario dell’unione par-
mense degli industriali, della camera di commercio di Parma e di
altri enti locali. Il centro ha già intrapreso una serie di interessanti
ricerche. In più, presso la stessa stazione nel 1965 è sorto, per inizia-
tiva dei produttori locali, un centro sperimentale per il prosciutto
tipico di Parma.
In tutti i laboratori ed officine dell’istituto si svolge una intensa
attività di ricerca applicata, strettamente aderente alle esigenze del-
l’industria. L’opera di consulenza svolta dalla stazione interessa pic-
cole e grandi industrie. Negli ultimi tre anni sono state effettuate più
di quattromila consulenze, ed il sempre crescente numero di industrie
che si rivolgono alla stazione per lo studio di determinati problemi è un
chiaro indice dell’utilità di questo servizio di assistenza. Sempre più
numerose sono anche le richieste di analisi e di controlli che i diversi
industriali rivolgono alla stazione sperimentale. Dotato di moderni
apparecchi e di tecniche perfezionate, l’istituto è in grado di risolvere
Analisi e controlli tecnologici dei contenitori,
celermente i problemi analitici sottoposti che spesso per la loro natura
esorbitano dai limiti delle normali tecniche per assumere quello più
impegnativo di vera ricerca. Analisi chimiche, fisiche e batteriologiche
degli alimenti; analisi chimica, fisica e controlli tecnologici dei con-
tenitori. La stazione di Parma è l’unico istituto specializzato esistente
in Italia che unisce alla competenza specifica un alto grado di espe-
rienza dei suoi tecnici.
A questo proposito è da dire che il problema della qualificazione
dei tecnici è sentito da tutte le industrie. In particolare, nel settore
della tecnologia degli alimenti non esiste attualmente in Italia una
scuola di specializzazione per la formazione di tecnici con specifica
conoscenza professionale. La mancanza di scuole in questo settore è
giudicata dal professor Cultrera una gravissima lacuna: «Questa carenza,
egli dice, rallenta certamente il progresso della nostra industria e la
pone in condizione di inferiorità potenziale nei confronti di altre in-
dustrie di altri paesi ».
Fra i vari reparti in cui è articolata la stazione sperimentale, potrà
forse avere sorpreso il reparto di agronomia. E invece proprio al re-
parto agronomico sono affidati còmpiti assai particolari ed impor-
tanti. La necessità per le industrie di disporre di materie prime idonee
ha indotto infatti la stazione sperimentale ad affrontare anche deter-
minati problemi agronomici. Il reparto di agronomia, pertanto, oltre
ad un’opera generale di assistenza e di consulenza, si è particolarmente
dedicato al problema della selezione del seme di pomodoro e di pi-
selli, sia pure con gravi sacrifici finanziari e tra numerosi intralci bu-
rocratici. Il laboratorio agronomico ha svolto studi sul pomodoro
emiliano, effettuando contemporaneamente una selezione di massima
al seme di pomodoro con lo scopo di diffondere ad uso industriale
le varietà più adatte alla produzione di derivati di qualità. A tale pro-
posito il professor Cultrera è del parere che si imponga in questo settore
un urgente e deciso intervento in difesa delle coltivazioni di pomodoro
con un piano organico di lavoro che sfrutti l’esperienza e le attrez-
Gabinetto di analisi microbiologica.
zature di tutti gli enti od istituti interessati e con adeguati mezzi fi-
nanziari.
A questo punto veniamo a toccare un tasto delicato. È vero che
il governo ha ripetutamente annunziato provvedimenti a favore della
ricerca scientifico-tecnologica, ma è anche noto che la ricerca indu-
striale nel nostro paese non raggiunge ancora il livello che sarebbe
auspicabile. È necessario che si muova, per non restare definitivamente
distanziata dalle nazioni più consapevoli, le quali svolgono un metodico
programma di espansione della ricerca, hanno già acquistato o si accin-
gono a conquistare posizioni di rilievo che poi si riflettono sul loro
prestigio, sulla loro potenza e sulla loro ricchezza. Su questo argo-
mento il professor Cultrera è molto schietto: «I popoli — ci ha detto —
che non sapranno predisporre gli strumenti necessari per essere part-
tecipi e protagonisti del mondo creativo, dovranno ricadere a un ruolo
di minore dignità e rinunziare quindi alla loro libertà ».
Ma torniamo alla stazione sperimentale per l'industria conserviera.
L’incremento della produzione agricola, la migliore utilizzazione dei
prodotti per mezzo della trasformazione industriale, la diminuzione
dei costi, la conservazione degli alimenti sono tutti fattori che concor-
rono ad una più equa ripartizione della ricchezza. In questi ultimi anni
l'industria in generale, e quella agricola in ispecie, ha trovato un ritmo
di sviluppo, di progresso e di rinnovamento tecnico che trasforma
con impressionante rapidità la stessa struttura sociale, incidendo pro-
fondamente sulla psicologia del singolo, sui costumi dei nuclei fami-
liari e sulla vita associativa delle collettività. È nota la diffidenza man-
tenuta fino a qualche anno fa dagli italiani, abituati per secoli ad una
alimentazione povera, per i “prodotti in scatola” o “congelati”. Il
boom degli alimenti in scatola (di tutti gli alimenti, non soltanto della
conserva di pomodoro, delle marmellate o delle sardine sott'olio) è
soltanto di questi ultimi anni e procede di pari passo con i nuovi orari
di lavoro, con l’estensione dei super-markets e dei self-service e con un
diverso impiego del “tempo libero”.
A questo proposito abbiamo chiesto al professor Cultrera: «sulla
base della sua pluriennale esperienza alla guida della stazione speri-
mentale di Parma, può dirci se i consumatori possono avere fiducia
negli alimenti conservati? ». Ed egli ci ha così risposto: « Indubbia-
mente: i prodotti di conservazione, razionalmente applicati, stabiliz-
Il laboratorio della cromofotografia.
zano gli alimenti mantenendone inalterate le proprietà nutritive. Le
conserve sono alimenti sani, stabili, di agevole trasporto, che offrono
al consumatore una grande varietà di scelta in tutti i luoghi e in qual-
siasi tempo. I consumatori possono quindi impiegare con fiducia le
conserve nei molteplici casi in cui riescono utili o insostituibili ».
È vero che per qualcuno il cosiddetto progresso tecnico è quello
che ha portato allo sviluppo dell’industria conserviera e viene accettato
come un male inevitabile. Ma il professor Cultrera ha la risposta pron-
ta anche per questa obiezione e ci dice: « Non deve sorprendere se
tutto quello che accade, di buono e di cattivo, venga frequentemente
addebitato allo strapotere assunto dalla scienza ed alle conseguenti
applicazioni tecnologiche. Ancora, da qualche parte, si ama contrap-
porre scienza ed umanesimo. La scienza e la tecnologia vengono raf-
figurate, in tale contrapposizione, come lo strumento freddo, mec-
canico ed inesorabile di una umanità ‘disumanizzata”, la quale si
appresterebbe a perdere anche la capacità di soffrire e di accettare il
dolore quale necessario elemento di ascesa.
«È questa una vecchia posizione polemica — prosegue il professor
Cultrera — che non ha alcuna consistenza. È assurdo contrapporre
la scienza all’umanesimo, attribuendo all’una od all’altro valore de-
finitivo ed assoluto nei riguardi del bene e del male che può derivarne
alla mutevole società umana». E il professor Cultrera conclude dicendoci:
« Anche se il pericolo di una società tecnicizzata, collettivizzata e stan-
dardizzata sovrasta su di noi, proponendo dubbi e problemi nuovi,
l'evoluzione tecnologica non può essere arrestata. La vita delle future
generazioni dipende da questo tipo di progresso: soltanto esso potrà
loro garantire, tra l’altro, la soddisfazione della fame. E le conserve,
per ritornare nel nostro modesto campicello, giuocheranno un ruolo
insostituibile ».
Il professor Rolando Cultrera, docente universitario di chiara fama e
uomo di varia umanità, presiede e dirige la stazione sperimentale di
Parma da dodici anni con grande competenza ed autentica passione. Egli
ha impresso all’ istituto nuovo slancio, trasformandolo, si può dire,
dalle radici, quando la sua sorte pareva compromessa. In più vi ha ag-
giunto una “carica” tale da farne uno strumento non soltanto prezioso
sotto il profilo tecnico, ma addirittura appassionante in una dimen-
sione umana.
UN NUOVO TIPO DI BANDA
LA “SILVER GLOW
È noto come la produzione di banda stagnata elettrolitica sia sen-
sibilmente aumentata rispetto al passato: basti pensare che nel 1956
non se ne produceva, che nel 1957 essa rappresentava l’ 1,5 per cento
del totale della produzione di latta e che nel 1964 ha toccato il 59 per
cento.
La banda stagnata ‘“temper universale’, recentemente installata
nel centro siderurgico ‘Oscar Sinigaglia” di Cornigliano dell’ Italsider,
rappresenta una delle tappe evolutive della produzione siderurgica e
nello stesso tempo può ritenersi un punto di partenza per ulteriori
traguardi tecnici ed economici.
Non distanti sono infatti le possibilità di disporre di nuovi tipi di
materiali per imballaggio che permetteranno altre economie: per esem-
pio, la banda stagnata a doppia riduzione e la banda stagnata ultrasot-
tile che già si stanno affacciando sui mercati d’oltreoceano.
La banda stagnata T.U. può essere prodotta anche con il parti-
colare aspetto superficiale “silver”, ottenuto conferendo all’acciaio
base, tramite cilindri opportunamente sabbiati, una particolare
ruvidità.
La combinazione tra ruvidità dell’acciaio e brillantezza dello stagno
crea il caratteristico aspetto “silver” (“silver glow” significa appun-
to “lucentezza argentea”).
Questo apre nuove prospettive alla tecnica litografica, data la pos-
sibilità di ottenere particolari effetti estetici.
Infatti, con vernici trasparenti di vario colore, è possibile creare
nuove soluzioni che soddisfano la costante ricerca di dare al conteni-
tore la massima attrazione estetica, fattore molto importante su cui si
basa lo sviluppo delle vendite.
€
I vantaggi derivanti dall’applicazione della banda stagnata “silver”,
rispetto alla banda stagnata lucida, possorio essere così riassunti:
- costo inferiore,
- eliminazione di particolari vernici di fondo nelle operazioni di
litografia, x
- aspetto estetico molto interessante.
Nella foto, dall’alto in basso, tre tipi di banda stagnata: la “opaca”,
la “silver glow”, la “lucida”.
25
STAGNATA ELETTROLITICA:
26
LA TARGA D'ORO ITALSIDER 1965
di Livio Castiglioni
Sul “Rialto”, il rapido Venezia-Milano in una caldissima sera del-
lo scorso luglio, la birra versata dalla bottiglietta in vetro di grosso
spessore non risultava all’assaggio sufficientemente refrigerata. Alla
nostra osservazione lo stewart ritirava bottiglia e bicchieri e ritornava
con una scatola cilindrica di latta dai lucidi colori da copertina plasti-
cata, quindi, con due rapidi colpi di punteruolo assestati su uno dei
fondelli ci serviva dosi di Amstel che appannavano immediatamente
i cristalli: promesse di refrigerio.
Il nostro pensiero ritornò alle caratteristiche e ai vantaggi della
banda stagnata sui quali avevamo dissertato qualche ora prima con i
più competenti produttori, costruttori, utilizzatori dei sottili fogli
d’acciaio.
Tornavamo da Padova dove avevamo partecipato alla giurìa del
concorso Targa d’oro Italsider 1965 e stavamo rileggendo in treno il
comunicato redatto dalla segreteria a conclusione dei lavori:
«Nel quadro dell’iniziativa atta a pubblicizzare caratteristiche e
possibilità di impiego dei nostri prodotti, l’Italsider si è proposta di
istituire, per la banda stagnata elettrolitica, un concorso denominato
Targa d’oro Italsider 1965.
Il concorso bandito agli inizi di questo anno si è rivolto alle azien-
de produttrici e utilizzatrici di imballaggi in banda stagnata.
Erano previsti due premi, costituiti da una targa d’oro al primo
classificato e da una targa d’argento al secondo classificato. La segre-
teria del concorso è stata assegnata all’Istituto Italiano dell’Imballag-
gio che ha indirizzato duemilaottocento inviti.
La giurìa riunitasi presso la camera di commercio di Padova il
21 luglio, presa visione dei prodotti concorrenti e delle relative note
tecniche ha deliberato di attribuire il primo premio targa d’oro al
secchiello tronco-conico in banda stagnata della Montecatini (progetto
S.A.L.C.I.M.), € il secondo premio targa d’argento per il barattolo in
banda stagnata per mezzo chilo di caffè alla Metalgraf ».
Siamo convinti che per la Targa d’oro Italsider per gli imballaggi
in banda stagnata esistono tutti i presupposti per un sicuro consistente
futuro.
(a fianco): la targa d’oro Italsider.
nella pagina accanto, (a sinistra): barattolo per mezzo
chilogrammo di caffè, prodotto dalla Metalgraf, al quale
è stato assegnato il secondo premio (targa d’argento).
(a destra): alcuni secchielli tronco-conici della Monte-
catini, per i quali è stato assegnato il primo premio
consistente nella targa d’oro.
’
Ma ritornando alla birra sul “Rialto”:
di statistiche in quanto tempo si possono rinnovare a ritmo di con-
sumo estivo le scorte di bevande conservate a temperature tra i cinque
e i dieci gradi in un piccolo frigorifero da vagone, aereo, autobus
eccetera, adottando contenitori realizzati in vetro o altro materiale con-
tro quelli realizzati in sottile banda stagnata?
Una esperienza personale effettuata il giorno dopo nel frigorifero
domestico ci diede questi risultati: trentacinque centilitri di bevanda
analcolica in scatola metallica scese da ventisei a cinque gradi in dieci
minuti, contro venti centilitri di bevanda analcolica in bottiglietta di
vetro da ventisei a cinque gradi in un’ora. Temperatura del freezer
meno quattro gradi.
Abbiamo notato nella attuale produzione di imballaggi, anche al
di fuori dei prodotti presentati al concorso, che il design vero e pro-
prio non ha dato finora quegli ottimi, specifici risultati che l’impiego
della banda stagnata consentirebbe.
Per quanto riguarda la qualità formale sono da segnalare il secchiel-
lo della Montecatini e la scatola a nervature della Metalgraf per il
caffè Lavazza, anche se qui la grafica non aderisce come avrebbe age-
volmente potuto alla sagomatura del barattolo.
E appunto per quanto riguarda il design grafico si può affermare
che la banda stagnata elettrolitica con la sua lucida perfetta superficie
consente le migliori litografie oggi realizzabili, indeteriorabili, che
superano qualsiasi tipo di etichetta, lasciando libertà al designer per
lo sviluppo della grafica packaging più integrata con la forma. È so-
prattutto da segnalare al grafico l’impiego della finitura silver glow
per l’uso di vernici trasparenti e, a nostro avviso, anche ammonirlo
al facile abuso, possibile sul piano estetico, di questa ottima finitura.
Abbiamo constatato anche attraverso visite alle recenti mostre
si sono chiesti gli operatori
27
della Ipack-Ima a Milano e delle Conserve e Imballaggi a Parma i
vantaggi e le notevoli caratteristiche della banda stagnata come ma-
teriale base per il packaging nell’industria:
- versatilità del materiale in quanto idoneo alla realizzazione dei più
svariati tipi di contenitori con adattamento a qualsiasi configurazione
funzionale e dimensionale.
- robustezza agli urti, alle pressioni per impilamenti, facile assor-
bimento di ammaccature senza danno alla funzione di imballo.
- economicità di confezione proprio perché il contenitore essendo
“a perdere” non crea difficoltà contro i tipi “a rendere” per il ritorno
dei vuoti evitandone una costosa amministrazione.
- richiede imballaggi di spedizione più semplici e più leggeri con-
tribuendo a far risparmiare sui trasporti e sui costi di immagazzina-
mento.
- la scatola in banda stagnata consente un risparmio di spazio fino
al sessanta per cento rispetto ad altri imballaggi.
- nella moderna conduzione della dispensa familiare la scatola in
banda stagnata, per le sue caratteristiche intrinseche, consente la di-
sponibilità di alimenti già pronti al consumo ed anche una maggiore
scelta di prodotti di diversa natura con la possibilità di una alimenta-
zione più completa, più varia e più adeguata alla attività di ognuno.
Dieci giorni or sono un amico francese ha voluto gentilmente ri-
fornire con un canestro di generi alimentari la nostra caravan in gita
sulle rive della Loira. Tra lo scatolame vario in cartone e metallo,
tra i sacchetti di plastica e di tela grezza, splendevano otto rossi reci-
pienti cilindrici di latta da un quarto di litro di Beaujolais.
Anche qui la banda stagnata consente il rapido condizionamento
del vino alla regolamentare “temperatura ambiente per il consumo”
prescritta dal sommelier.
€
28
IL SCIENCE MUSEUM DI LONDRA
di Luciano Rebuffo
L’ Inghilterra è il paese della rivoluzione industriale, e questo
ognuno lo sa. Fu già nel XVIII secolo che in quel paese ebbe inizio
la nuova èra delle macchine, resa possibile dalla ricchezza del paese,
già potente nel mondo grazie alla sua marina; dagli studi dei suoi
inventori e, soprattutto, dalla ricchezza di foreste, poi di carbone e
di minerale di ferro.
La rivoluzione industriale, insomma, ebbe inizio partendo dal ferro.
Forse dipende da questo, oltreché dalla mentalità pragmatista e con-
servatrice del paese, il fatto che il ferro domini ancora oggi il pano-
rama inglese.
Basta arrivare a Dover per rendersene conto: la stazione ferrovia-
ria, che è la vera porta inglese sul continente, e che noi latini, ad esem-
pio, avremmo abbellito con l’architettura più moderna e con gli ar-
redamenti più vari, con marmi, cuoi, legno eccetera, è ancora quella
costruita agli inizi del secolo. Le travate di ferro sono ancora tutte
in evidenza, coi loro bulloni, come una costruzione da meccano. Tut-
to è ferro, anche le panchine; e lo stesso si riscontra all’arrivo a Londra,
alla Victoria Station, vero e immutato monumento al ferro. Così
come sono i ponti principali sul ‘Tamigi, così come sono i docks
portuali.
Ferro, ferro e ancora ferro, ovunque. Per non parlare della ““Under-
ground”, la magnifica metropolitana, dove nessuno si è sognato di
mascherare, con stucchi o marmi o altre decorazioni, il fatto che si
tratta in sostanza di una serie di grandi tubi di ferro dove corrono
treni di ferro, raggiungibili con scale mobili o ascensori di ferro.
E così è dappertutto, nel paesaggio inglese, dove le alte ciminiere
oscurano col fumo il sole già pallido, e ci calano in pieno nella civiltà
del ferro, come a Sheffield, come a Manchester.
Perciò questa civiltà meccanica è nella vita stessa della capitale,
dalle insegne metalliche dipinte che stanno alla porta dei negozi, fino
alla intera facciata vittoriana in ghisa del famoso negozio Asprey’s
nella celebrata Bond Street, fino agli atri coperti dei grandi teatri
di Mayfair.
E se volete fare un bel giro di Londra, sedetevi al piano superiore
di uno dei famosi autobus rossi, e godetevi lo spettacolo; passerete
al livello di molte finestre di banche, di negozi, di abitazioni, e ve-
drete anche, che spesso, all’interno ci sono ancora colonne di ghisa
in evidenza, e balconi di ghisa.
Questo per dire che in una città come questa la visita al Science
Museum (museo della scienza) che si trova a South Kensington (sta-
zione della “Underground” tutta in ferro, scritta in ferro traforato)
non segna una interruzione nella giornata, un brusco passaggio dal
panorama esterno a quello interno, ma una continuazione nel tempo,
cronologicamente a rovescio, di una stessa realtà.
Il grande capannone centrale, con le travature metalliche della
volta, con le balaustre delle gallerie, con le grandi macchine al centro,
non sembra forse la Victoria Station, che è soltanto un po’ più in-
vecchiata?
Il Science Museum è uno dei più importanti del mondo, nel suo
genere. Per fare un riferimento al Deustches Museum di Monaco,
del quale vi parlai nel numero scorso, dirò che questo è altrettanto
grande. Forse l’ordinamento è meno preciso, più caotico. Circa il
materiale, qui forse si trova una minore continuità, una minore pro-
gressione didattica; in compenso i pezzi esposti sono, presi in sé, di
maggiore importanza.
Arrivo al museo alle 9.55: è chiuso. Si apre alle 10, con cronome-
trica puntualità. Entro, mi qualifico, e sùbito mi dicono con chi devo
parlare: Mr. Frank Greenaway, addetto alle pubbliche relazioni del
museo, per il settore metallurgico. Veramente occorrerebbe fissare
un appuntamento, ma trattandosi di un giornalista straniero vengo
ricevuto sùbito.
Mr. Greenaway, con grande affabilità, ascolta le mie richieste,
sfoglia alcuni numeri della nostra rivista che ho portato con me, e
poi si complimenta sinceramente. Trova la rivista molto bella e im-
pegnata, e quindi sente il dovere di documentarmi bene sulla vita e
sull’ attività del museo.
«Il Science Museum — mi dice — è un vero grande organismo,
con una sua elaborata organizzazione. Il personale, ad esempio, rag-
giunge il numero ragguardevole di trecentottanta persone, dal diret-
tore generale ai manovali (ottantanove), dal personale dirigente specia-
lizzato per ricerche del materiale, studio, collocazione (sessantasette),
fino al personale impiegatizio degli uffici disegni, archivio, e studio
fotografico (settanta), dai guardiani (sessantasette) fino agli addetti
alla biblioteca (cinquantatré). E altri. A proposito della biblioteca, essa
è una delle più fornite in campo tecnico e scientifico, e svolge una
preziosa attività ».
Egli vuole accompagnarmi a visitarla: è molto bella, razionale, e
contiene centinaia di scaffali. Inoltre essa possiede le edizioni che il
museo stesso cura continuamente, edizioni di manuali, libri, studi
sulle ricerche più recenti, monografie, riproduzioni di stampe ed altro.
Un’attività febbrile, e importante.
« Pensi che la biblioteca — continua Mr. Greenaway — serve
non solo tutti gli studenti per le loro esigenze scolastiche; non solo
tutti gli studiosi per le loro ricerche, ma anche il grande pubblico
in generale. I lettori annuali in questi ultimi tempi, ad esempio, pos-
sono calcolarsi in circa quindicimila. Poi vi sono i prestiti di libri, che
si aggirano sui ventimila all'anno. La biblioteca dispone di oltre
trecentosettantamila volumi. Le fotocopie distribuite per il mondo
sono circa centoquarantamila all’anno ».
Questo della biblioteca mi sembra, in effetti, un aspetto importan-
tissimo dell’attività del museo, che va unito alle mostre speciali (ne
vengono allestite spesso, sui problemi del giorno, come l’anno geofi-
sico internazionale, i problemi dei razzi per ricerche astronomiche,
PI
RE <A
UL
l’alluminio nell’ingegneria elettrica, i moderni sistemi di controllo
dei traffici, e così via), alle conferenze e alla proiezione di film di ca-
rattere scientifico e tecnico, quattro volte alla settimana per gli adulti
e tutti i giorni per i ragazzi.
A proposito dei ragazzi, e degli sforzi che il museo svolge per
aiutarli ad avvicinare, a capire, ad amare il mondo della scienza e del-
la tecnica, Mr. Greenaway vuole accompagnarmi di persona nello
speciale “salone dei ragazzi” che sta nel sottosuolo.
È bellissimo. Tutto viene spiegato a mezzo di disegni attraenti e
chiari, di diorami, di fotografie. Ma, quel che più conta, vi sono qui
numerosissimi apparecchi dimostrativi dei fenomeni fisici e meccanici
che i giovani visitatori possono azionare mediante pulsanti, interrut-
tori, manovelle. Questo, come è ovvio, interessa moltissimo i ragazzi,
li invoglia ad informarsi, costituisce indubbiamente un ottimo sistema
didattico.
A questo punto il mio cortese accompagnatore mi fa notare, con
Spirito pratico inglese, che il tutto comporta spese non indifferenti,
che sono coperte da stanziamenti del parlamento, amministrati dal
ministero dell’educazione e della scienza. La spesa per il 1965-’66 è
stimata, ad esempio, intorno alle 463.000 sterline (812 milioni di lire).
L’industria inglese non contribuisce con finanziamenti, ma il suo aiuto
al museo è di notevole importanza: essa provvede spesso all’allesti-
mento delle mostre speciali, collabora a particolari iniziative, ed inoltre
dona spesso del materiale (può trattarsi di un impianto intero, di una
Macchina, di un forno, di una vettura della metropolitana, di una lo-
comotiva, di oggetti fra i più svariati).
20
panta
Un pezzo originale e assai curioso. Si tratta di un teatrino lungo circa un metro, con
pupazzi di legno rivestiti in tessuto, e un modellino di vascello da novanta canno-
ni. È la riunione dell’ammiragliato del re Carlo II Stuart.
Il museo, attualmente, è strutturato su quattro piani. Le sezioni
principali sono: la galleria dei ragazzi; il gruppo speciale, che com-
prende ad esempio il laboratorio originale di James Watt; la sezione
scientifica, che consta di ventisei settori; la sezione tecnica che consta
di quarantun settori. Si pensi che ogni settore occupa almeno una
sala, o mezza sala.
Mr. Greenaway vuole accompagnarmi nel mio giro, io mi scher-
misco e mi scuso per il tempo che gli faccio perdere, ma lui risponde
«It's my job ». E dunque andiamo.
Intanto il mio accompagnatore mi dà alcune spiegazioni sull’ori-
gine e sulla storia del museo. Essa si può far risalire alla grande fiera
tenuta in Hyde Park per iniziativa del principe Alberto, nell’anno 1851.
Dalla fiera prese vita un ufficio per la scienza e l’arte, con l’intento di
«incrementare i mezzi di educazione industriale ed estendere l’influenza
della scienza e delle arti sull’industria di produzione ». Molti oggetti
provenienti dalla fiera furono così conservati e quindi ospitati alla
Marlborough House nel 1852, per formare con altri oggetti un “museo
dell’arte ornamentale”. Poi, nel 1856, tutti gli oggetti furono traspor-
tati a South Kensington, in una costruzione di lamiera ondulata (sic)
e riguardavano i cibi, i prodotti animali, i materiali da costruzione e
gli apparati didattici. In un primo tempo, sempre con crescenti acqui-
sizioni, oggetti d’arte e di scienza restarono assieme, poi il settore
artistico fu staccato e restò soltanto la parte scientifica e tecnica. Final-
mente, il 20 giugno 1857, un sabato sera, la regina Vittoria e il prin-
cipe Alberto inaugurarono il nuovo museo che fu aperto al pubblico
il 24. Ma le costruzioni attuali, in mattoni, dovevano venire solo in
30
Salone dei ragazzi. Un giovane visitatore mette in funzione un elettromagnete,
La folla assiste, nella grande sala delle macchine, ad una dimostrazione della prima
macchina a vapore di Watt.
un secondo tempo: si cominciò a costruire nel 1908, e fino al ’14. Poi
venne la guerra, con conseguente interruzione dei lavori. Poi si riprese,
e solo nel 1928 fu riaperto un altro blocco. Intanto i lavori continua-
rono, e furono interrotti nuovamente dalla seconda guerra mondiale
per essere ripresi e terminati negli ultimi edifici nel 1949 e nel 1961.
In occasione del centenario il museo ha edito uno speciale volume
illustrato.
Naturalmente il materiale andava sempre crescendo, non soltanto
per acquisti o per lasciti, ma anche per le generose offerte di materiale
da parte di industrie, specialmente quelle del gas, quelle elettriche, me-
tallurgiche, e chimiche.
Fare ora un elenco del materiale esposto equivarrebbe a redigere
un lungo, noioso ed inutile catalogo. Sarà meglio invece mettere in
evidenza i pezzi di maggior valore, così come me li ha mostrati e sot-
tolineati Mr. Greenaway.
Nel reparto di misurazione del tempo, con orologi solari sumeri,
egizi, greci; con clessidre e altri strumenti, molti del rinascimento ita-
liano, vi è un pezzo eccezionale: il meccanismo dell’orologio da torre
della cattedrale di Wells, e risaliamo all’anno 1360. Si tratta del pezzo
più antico tra il materiale inglese, ed indubbiamente di uno dei più
antichi orologi esistenti. L'orologio di Wells, come allora si usava,
non solo batteva le ore ma muoveva un meccanismo a girotondo, con
quattro cavalieri.
In quello dei pesi e misure, sono esposte stupende sbarre di
ferro, misure lineari del tempo di Enrico VIII, della regina Elisabetta,
e così via fino all’ 800. Circa i pesi, magnifica la serie dei tempi della
regina Elisabetta, che stanno all’origine della divisione tra libbra
avoirdupois e libbra troy. Bellissime sono le misure di capacità, in
bronzo, del 1601: il bushel, il gallone, il quarto, la pinta.
Nel campo navale, con decine di “admiralty model” da fare invi-
dia ad un intero museo navale, è conservato il celeberrimo, ed unico
al mondo, modello. originale del vascello “Prince” del 1670, costruito
dal figlio del grande costruttore Phineass Pett.
Cosa curiosa e interessantissima, è poi un vero “teatrino” originale,
dove viene mostrata, con pupazzi di legno rivestiti in tessuto, e con
mobili e modellini di legno, una riunione dell’ammiragliato di Carlo II
Stuart. ‘Progettisti, tecnici e altri mostrano al re un modellino tecnico
per la costruzione di un vascello di primo rango. Chi poi volesse ap-
profondire la conoscenza della marina britannica, non avrebbe che da
recarsi al “Maritime Museum” di Greenwich, alla periferia di Londra.
Nella sala dell’astronomia, a parte alcuni globi del nostro Coro-
nelli, vi è un pezzo eccezionale: il telescopio riflettente di William
Herschel che nel 1781 scoprì con esso un nuovo pianeta, Urano.
Tra gli strumenti geografici, il grande strumento circolare di
Jesse Ramsden, del 1784, costruito in tre anni, e che servì a rista-
bilire con precisione la posizione del meridiano di Greenwich.
Si passa poi all’illustrazione della forza motrice. I modellini mostra-
no ovviamente come nel tempo l’uomo si sia servito di forze naturali:
forza muscolare umana; gli animali; il vento; i corsi d’acqua eccetera.
Furono però proprio le miniere inglesi, con i loro problemi di dre-
naggio dell’acqua sul fondo, a richiedere una maggior forza motrice:
così Thomas Newcomen, un mercante di ferro di Dartmouth, costruì
la prima macchina a vapore atmosferico per pompare l’acqua. A_mi-
gliorare la macchina di Newcomen provvide poi Watt assieme a Boul-
ton, ottenendo una macchina di sicuro rendimento. Qui si trovano i
primi esemplari.
Per quanto riguarda l’illuminazione, noi pensiamo sùbito ai vari si-
stemi: candele, lucerne ad olio, a petrolio, a gas. Ma il pezzo più ecce-
zionale di questa raccolta è invece costituito dalla lampada di Davy,
che conteneva una candela, ma studiata apposta per essere usata in
miniera, in modo da non portare il fuoco in contatto coi gas, il che
era causa di continui incidenti e scoppi.
Nel salone della chimica, gli apparecchi sono infiniti: di partico-
lare interesse una cassetta appartenuta a Faraday, con tutte le varie
boccette e boccettine, sulle quali si leggono, ottenute con acido, le
iniziali M. F.
Passando alle calcolatrici, vi sono centinaia di esemplari, fino
ai recenti calcolatori elettronici. Ma come pare ingenua e lontana la
progenitrice di tutte le macchine per calcolare, vale a dire la macchina
Resti di una pompa a vapore di James Watt.
ce dei primi torni a pedale per lavoro ornamentale, quasi tutto in legno, dell’inizio Una elaborata macchina a vapore, completamente in ferro, con un supporto a forma
el 1700. di colonna dorica, del 1860.
32
di Babbage, costruita nel 1833, e che l’autore chiamò “macchina per
differenze!”?.
Nel settore delle macchine agricole, andiamo dai modellini dei
sistemi egizi, romani, greci eccetera, fino ai moderni trattori e alle
mietitrebbia. Ma il pezzo più importante è costituito dalla macchina
falciatrice del reverendo Patrick Bell, entrata in uso nel 1828, e sostan-
zialmente sostituita solo nel 1861, per le esigenze create dalla guerra
di secessione, dalla macchina dell’americano McCormick.
Circa i trasporti, che dire se si pensa che questa è la patria delle
ferrovie? Qui vi è la vera locomotiva di Stephenson, la famosa
“Rocket”, e altre locomotive fino alle più recenti. Vi sono poi
carrozze, diligenze, i tram a cavalli, a due piani, i primi autobus, ed
infine una vettura della “metropolitana”, ultimo dono appena arrivato.
Così per le automobili, andiamo dalle prime auto continentali
(come è noto, in questo campo l’Inghilterra ebbe un lieve ritardo),
le De Dion-Bouton, le Daimler-Benz, fino alla prima Rolls-Royce a due
posti. È del 1905, ed è il primo esemplare di quella che doveva diventare
famosa come la macchina più lussuosa e costosa del mondo. Non man-
cano le macchine italiane. Nutritissimi sono i settori della motocicletta
e della bicicletta, come del resto quello dell’aviazione, con il “Vimy”,
primo apparecchio di Alcock e Brown che tentarono la traversata
dell’Atlantico nel 1919. Poi vi sono triplani, quadriplani, idrovolanti,
fino agli aerei inglesi e tedeschi dell’ultima guerra, e agli aerei a reazione.
Molti altri sono i settori degni di segnalazione, come quello del-
l’elettricità, del telefono, del telegrafo, della radio, della televisione,
delle turbine, dei motori a turbina, e così via.
Interessanti i primi esemplari di telai meccanici, particolarmente
importanti in Inghilterra dato il ruolo dell’industria tessile; così pure
quelli dei primi torni, a pedale, dapprima in legno, poi in ferro.
Ho tenuto per ultimo, appunto, il settore del ferro e dell’acciaio,
che occupa una intera galleria al secondo piano: “Iron and Steel”.
Il mio accompagnatore, considerato il carattere della nostra in-
dustria, ha voluto illustrarmi con particolare cura questo settore,
la cui sistemazione, piuttosto recente, tende a dare, in forma cro-
Parafuoco di caminetto, in ghisa, appartenuto a Richard
Lenard, con la data del 1636 e vari simboli del lavoro side-
rurgico.
nologica, didascalica e facile per tutti, una dimostrazione della
storia del ferro dalle origini ai giorni nostri. Per esso esiste anche
un apposito manualetto. Il settore, con disegni, diorami, pezzi ori-
ginali, fotografie eccetera tende a dimostrare le varie fasi della
tecnica siderurgica, da quella dell’età del ferro che gira attorno al
1000 a.C., con ottenimento di ferro impuro, malleabile e non forgia-
bile, e che è messa a confronto con la tecnica attuale di certe tribù
primitive, fino ai forni etruschi e romani, e ancora ai sistemi di pro-
duzione del carbone di legna con grandi forni conici, come si fece
fino al XVIII secolo. Dagli altiforni a carbone di legna, si passa al-
l'introduzione del carbone di coke, applicato per la prima volta da
Abraham Darby nel 1709 a Coalbrookdale. Una impressionante visione
notturna di tale lavorazione è data da un quadro, qui conservato, di
Loutherbourg.
Quindi si passa ai problemi della fonderia, dagli esempi cinesi a
quelli illuministi, fino al ferro a puddellare, ai forni Bessemer, ai for-
ni Martin-Siemens, e così fino al recentissimo processo LD. Si arriva
quindi alla laminazione, da esempi della fine del ’700 fino ai modernis-
simi laminatoi automatizzati. Ma queste sono cose che i nostri lettori
conoscono benissimo.
Vi sono poi molti modellini di primi ponti in ferro costruiti in
Inghilterra, ivi compreso il primo in senso assoluto, cioè il ponte
di Severn, costruito dalla Coalbrookdale Company nel 1777-’80.
Chi poi volesse vedere una gran parte della produzione artistica
inglese in ferro, dalle cancellate alle finestre, dagli alari alle balcona-
te, dalle insegne alle serrature, alle chiavi, alle armi eccetera, non
avrebbe che da recarsi, proprio qui di fronte, al Victoria and Albert
Museum.
Così è finita la mia visita al Science Museum. Mr. Greenaway mi
ha chiesto se ero soddisfatto, e alla mia risposta affermativa mi è parso
di cogliere nei suoi occhi un lampo di britannico orgoglio.
Ma poi ha sùbito aggiunto che egli conosce e ammira moltissimo
il nostro museo leonardesco della scienza e della tecnica di Milano,
e questa volta l’orgoglio è stato tutto mio.
LE LETTURE DEI NOSTRI FIGLI
di Sam Carcano
Quando i nostri figliuoli erano bambini, sapevamo che cosa dargli
da leggere. Librerie e cartolerie hanno tutta una disponibilità di ma-
teriale scritto e illustrato che va dall’albo al volumetto, dal fascicolo
alla piccola o grande enciclopedia. In edicola, poi, il repertorio di albi
e di giornaletti per ragazzi occupa interi piani, e neppure si sa come
mamme e figliuoli riescono a conoscerli tutti. Si può osservare che
altro conto è la quantità, altro conto è la qualità; non si può negare
che anche il più ingenuo racconto possa essere talvolta portatore,
magari all’insaputa di quelli che lo hanno scritto, illustrato, pubbli-
cato, di un’impronta ideologica non proprio gradita. Un’impronta,
per intenderci, che potrà poi restare impressa nella mente del pic-
colo lettore.
Nel complesso, però, si può stare abbastanza tranquilli, sia
perché l’editore si attiene a certe cautele, non fosse altro per ra-
gioni di prudenza commerciale, e poi perché esistono precisi limiti
nella capacità d’apprendere del fanciullo. Quand’anche gli capitas-
sero in mano cose un po’ “scottanti”, difficilmente riuscirebbe a com-
prenderne il significato.
Per l’adolescente è molto diverso. Quelli che saranno poi gli in-
teressi e i pensieri del giovanotto o della signorina, incominciano già
a profilarsi all’età della prima sigaretta o del primo paio di calze tra-
sparenti. Come tematica, insomma, sono già adulti, mentre diventa
estremamente importante sia una certa gradualità nel proporre loro
gli argomenti della vita adulta, sia un metodo attento, graduale, per-
Spicace, nella maniera di trattarli. Si tratta, in sostanza, di una sele-
zione che non dev'essere però a scapito dell’interesse per la lettura,
€ che in nessun caso deve diventare una specie di censura. Agli
adolescenti si può dire tutto, o quasi tutto, ma va detto in un
certo modo.
È î facile capire che fin quando si trattava di fornire testi illu-
Strati a un pubblico di bambini o di ragazzini, il mercato poteva aiu-
tare molto il còmpito dei babbi e delle mamme. Alcuni elementari
tequisiti della pubblicazione si potevano insomma considerare già
Sufficienti: un testo piacevole, scritto in buona lingua con uso di pa-
role facili e di impiego corrente; un po’ di fantasia, un bravo illustra-
tore. Quanto alla veste, il rotocalco può far miracoli. Se poi si tien
conto che i giornali, e in genere tutte le pubblicazioni destinate ai
bambini, li pagano sempre i genitori (che quando si tratta dei loro
figliuoli, non badano alle dieci lire più o meno), è chiaro che il mer-
cato consente già di spuntare un prezzo remunerativo.
Quando si tratta invece di fornire un “corpo” di letture per ado-
lescenti, le condizioni si prospettano molto diverse. Anzitutto diventa
sempre più difficile far leggere le stesse cose ai maschi e alle femmi-
ne, giacché le ragazzine propenderanno per letture nelle quali già
incomincino a profilarsi i temi del sentimento — una cauta prospet-
tiva, insomma, di sex-appeal, e una certa casistica sulla futura scelta
del compagno — mentre i giovinetti si sentiranno piuttosto attratti
verso il mondo dell’avventura o della tecnica meravigliosa. Sono
dunque due mercati diversi, quello per lui e per quello per lei. Questo
significa, dal punto di vista dell’editore, che si dimezza la tiratura,
e tutti sappiamo che un più limitato numero di copie vendute signi-
fica un costo-copia notevolmente più alto. Poiché il prezzo di ven-
dita comporta una certa rigidità — oltre una certa spesa non si può
andare — diminuisce per l’editore la convenienza a impegnarsi in
questo campo.
C'è poi, in comune con il mercato delle pubblicazioni per ragazzi,
una notevole mobilità del pubblico cui libri e riviste sono destinate.
Il nostro maggiore problema, ci raccontava qualche tempo fa l’edi-
tore del Corriere dei Piccoli, è che il giornalino cambia comple-
tamente ogni quattro o cinque anni tutto il proprio pubblico. Ogni
anno, insomma, entra una nuova generazione di nuovi lettori, e ne
esce un’altra. Papà e mamma possono affezionarsi al Corriere della Sera,
al Messaggero o al Secolo XIX e continuare a leggere per decine e de-
cine d’anni, in tutto il corso della loro vita. I bambini, invece, cam-
biano letture non appena diventano ragazzini. Un tempo così raccor-
ciato comporta, da un punto di vista industriale, almeno due impor-
tanti conseguenze: bisogna essere sempre impegnati nello “sviluppo”
del pubblico, e non si può far conto sulla stabilità delle abitudini.
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Un ragazzo ed una ragazza dei nostri giorni, impegnati nella lettura di fumetti.
Questo tipo di pubblicazioni deve tener conto della differenza nei gusti, a seconda
del sesso, e deve quindi nascere espressamente per “lui” o per “lei”.
Immaginate, al confronto, quanto può essere stabile il legame fra un
uomo maturo e il giornale che egli legge, poniamo, da vent'anni,
rispetto al legame tra un ragazzino che ogni anno cresce e si trasforma,
con il suo giornaletto. Eppure, gli ingredienti del giornale e del gior-
naletto, sono gli stessi: spese generali, costo dei testi, costo delle il-
lustrazioni, carta, composizione tipografica, stampa, spese per la dif-
fusione, percentuale al rivenditore. È vero che i testi e le illustrazioni
della pubblicazione per ragazzi sono meno costosi di quelli che oc-
corrono per il giornale e per la rivista degli adulti (non ci sarà bi-
sogno, per esempio, di tanti cronisti, di agenzie di stampa, di tele-
scriventi, di corrispondenti all’estero), ma va ricordato che l’inci-
denza dei testi nel bilancio di una azienda editoriale è piuttosto li-
mitato. Ci spiegava qualche tempo fa un editore di periodici illu-
strati che l’acquisto di un servizio giornalistico (testi e foto) che venga
a costare un milione, comporta problemi molto meno gravi che la
scelta di un tipo di carta che pesi qualche grammo di più. Quei grammi,
nei costi complessivi, diventano molti milioni.
Ma torniamo all’argomento delle letture per adolescenti. Ad ap-
pesantire i costi è anche il fatto che i lettori partecipano già ai grandi
temi dell’attualità e della vita moderna, con tutti gli “scarti” che que-
sta partecipazione comporta. Per intenderci, il vestito lungo della
“Fata dai Capelli Turchini” può essere sempre dello stesso modello,
e la bambina di terza elementare non starà certamente a chiedersi se
esso sia al corrente con l’ultima moda di Parigi. Provate invece a fare
la stessa cosa in una lettura destinata alle giovinette, e le vedrete ar-
ricciare il naso. Vi diranno per esempio, con una certa aria di com-
patimento, che l’abito da sera lungo e largo non si usa più da un pezzo.
Il ragazzino, tanto per fare un altro esempio, non esigerà che Cap-
puccetto Rosso vada a trovare la nonna nel bosco con la vespa; il
ca SR
Siccome i ragazzi acquistano i giornalini con i propri soldi, è evidente che la scelta
resta affidata esclusivamente al loro gusto. Purtroppo non è detto che tale scelta
sia sempre la migliore, nel senso critico e formativo.
giovinetto, invece, esigerà che i suoi eroi siano sempre up-to-date.
Ora va tenuto presente che l’aggiornamento costa, perché non con-
sente l’impiego di certi stampi per un periodo abbastanza lungo. Ag-
giungiamo che l’adolescente, a differenza del ragazzino o della ragaz-
zina, difficilmente lascia scegliere le proprie letture dai genitori. Babbo
e mamma potrebbero intervenire, nella maggior parte dei casi, sol-
tanto se pagassero all’inizio dell’anno un abbonamento; ma tutti sap-
piamo come sia modesto in Italia il numero d’abbonati di qualsiasi
tipo di pubblicazione, anche a causa del disservizio postale.
Tenuto conto che l’abbonamento non è nel costume italiano, e
che gli acquisti si fanno soprattutto in edicola, ne deriva che il gio-
vane cliente acquista egli stesso le pubblicazioni che gli interessano e le
paga con il suo “argent de poche”. Si passa dunque, a parte l’ecce-
zione delle classi più agiate, a un tipo di mercato che ha caratteristi-
che diametralmente opposte rispetto al mercato per i bambini. Quan-
do pagano i genitori, si può anche contare su una differenza in più,
cioè a una specie di “plusvalore” legato con l’affetto e con la tene-
rezza; quando invece pagano i ragazzi, bisogna tener conto del valore
notevolmente elevato che ha per loro l’ultima lira di cui dispongono.
Il prezzo di vendita di una pubblicazione per adolescenti è poco elastico.
C'è infine un’altra rèmora. Non si può proprio dire che gli adulti
del nostro tempo, almeno in Italia, abbiano uno ‘standard’ comune
d’opinioni su quelli che sono i grandi temi della vita. Basta pensare
alle questioni del sesso. E se non sono allo stesso livello i genitori,
immaginate come si ingigantiscano le disparità di vedute quando si
tratta di somministrare quegli stessi temi ai figliuoli. I babbi èsitano,
le mamme tremano. Se una pubblicazione vuol essere un po’ corag-
giosa, scontenta le famiglie che sono invece in posizione di retro-
guardia; se accontenta le famiglie più caute, finisce col sembrare ri-
LIL,
Fan
Ad una qualunque edicola cittadina si possono vedere, numerosissime, le pubblicazioni destinate ai ragazzi.
dicola ai figliuoli delle famiglie più aperte. Se poi ci si tiene su una
linea di mezzo, si corre il rischio di scontentare gli uni e gli altri.
È vero, c'è una estrema penuria oggi in Italia di letture, soprat-
tutto periodiche per giovinetti e ragazzine, ma questa situazione di-
pende soprattutto dal fatto che in una economia di mercato le pub-
blicazioni si fanno per venderle e per guadagnarci. E abbiamo visto
come risulti troppo poco tesa, nelle condizioni che abbiamo descrit-
te, la molla della convenienza.
Resta infine da fare, molto realisticamente, un’altra considerazione.
\nche nel mercato per adulti oggi in Italia è ancora assai scarsa, o
quasi del tutto inesistente, la presenza di “giornali costruiti”. Inten-
diamo dire di giornali e riviste che non si limitino ad essere delle an-
tologie più o meno curate di articoli diversi, ma vengano invece com-
pilati in base a un modello organico di informazione e di scrittura.
Il giornale ‘costruito’ richiede un personale altamente specializzato,
una lavorazione redazionale lunga e costosa, una informazione spesso
di prima mano; un paziente lavoro di riscrittura (rewrifing). Se a questo
tipo di giornale, la cui lavorazione corrisponde poi a quella dei più
diffusi giornali e periodici americani, inglesi o francesi, si stenta an-
cora ad arrivare nel campo degli adulti, tanto è più difficile che ci si
Possa presto arrivare nelle pubblicazioni per adolescenti. Il mercato
per adolescenti, infatti, è molto più tribolato e ristretto.
Si verifica tuttavia questa singolare contraddizione. Mentre i let-
tori adulti possono ancora andare avanti. con il giornale o la rivista
di vecchia maniera, ai quali sono d’altra parte abituati, per gli adole-
scenti la cosa è del tutto impossibile. Proprio perché è indispensabile
quel “filtro” di temi e di linguaggio di cui parlavamo, la pubblica-
zione per adolescenti non può essere che molto elaborata, estrema-
mente costruita. Altrimenti non sta. in piedi. Con quest’aggravante:
che tutte le pubblicazioni, siano esse destinate a bambini, ad adole-
scenti oppure ad adulti, devono essere fatte da a4w/ti. Ora, se c’è già
tanta difficoltà nel riscontrare certe medie e certi standard nel mondo
degli adulti, immaginate quante ulteriori complicazioni si manifesta-
no quando gli autori adulti non lavorano per gente della propria età,
ma per un delicatissimo pubblico com’è quello dei teenagers. Non
basta che l’autore sappia scrivere, che l’illustratore sappia illustrare:
è necessaria, nel loro lavoro, tutta una nozione e una carica di “psi-
cologia dell’età evolutiva”. Bisogna insomma sapere come sono fatti
di dentro, come pensano e che cosa pensano gli adolescenti di ogni
nuova leva. Soprattutto non bisogna commettere l’errore di con-
siderare gli adolescenti come se fossero degli adulti un po? deficienti,
o almeno un po’ sempliciotti. L’adolescente, come del resto il bam-
bino, è già una “persona completa”. Soltanto che si tratta di un certo
tipo particolare di universo.
Tutte queste cose, i genitori di giovinetti e di signorinelle non
possono saperle. Lamentano che il: mercato non offra letture adatte
ai loro figliuoli, e non vanno più in là. Forse immaginano che si tratti
di una mancanza di fantasia o di buona volontà da parte di chi do-
vrebbe, almeno potenzialmente, fornire quelle letture. La spiegazione
è invece come abbiamo visto, molto più complessa. E se vogliamo
sperare in una soluzione del problema, anche se non immediata, la
via d’uscita può essere soltanto questa: un’ Italia dove ci sia mag-
gior benessere, con un più alto numero di lettori e con la possibilità
di pagare prezzi più alti, potrà anche offrire all'imprenditore la con-
venienza economica di produrre letture per i teenagers. Insomma,
saranno più fortunati, quando saranno arrivati all’età evolutiva, i
piccoli che in questi anni si appassionano a Pinocchio o a Cappuc-
cetto Rosso.
A GENOVA UNA STRADA IN ACCIAIO
A sottolineare l’importanza della nuova sopraelevata di Genova,
la maggiore strada aerea in acciaio esistente in Europa, bastano al-
cune cifre: quasi 5 chilometri di lunghezza; due carreggiate di 7 metri
ciascuna più una zona spartitraffico e due banchine laterali, oltre 71mila
metri quadrati di superficie, 15mila tonnellate di acciaio, 53mila metri
cubi di calcestruzzo, 210 pilastri di sostegno, quasi 30 chilometri di
guardrails e parapetti.
Questa strada, realizzata da un’azienda Iri, la C.M.F. (Costruzioni
Metalliche Finsider) con acciaio fornito dall’Italsider, è stata inaugu-
tata il 6 settembre dal ministro delle partecipazioni statali senatore
Giorgio Bo, alla presenza di numerose autorità e personalità del mondo
politico, economico, industriale.
Chi conosce Genova e i suoi problemi urbanistici, sa quanto sia
essenziale il còmpito che la sopraelevata è chiamata a svolgere nel
tessuto estremamente povero della viabilità cittadina. Nel punto in
cui si innesta la nuova strada, nella zona di Sampierdarena, confluiscono
due grandi correnti di traffico: l’Aurelia di ponente e l’autostrada Ser-
tavalle-Genova, di recente raddoppiata per opera di un’altra azienda
Tri, la Autostrade.
quanto dire che in questo punto si dànno appuntamento tutti
gli automezzi provenienti da Ventimiglia, da Torino, da Milano. Un
fiume di macchine che qui necessariamente si inalvea in un’unica strada
che conduce al centro della città, cioè ad uno degli attraversamenti
più completi e difficili che si possano immaginare.
Nel suo indirizzo di saluto il sindaco di Genova, ingegner Augusto
Pedullà, ha osservato tra l’altro: «è una strada che non risolve tutti
i problemi della viabilità cittadina, ma ha un grande merito: quello
di dare, già in questa prima fase, un reale, concreto contributo al suo
miglioramento e all’intera viabilità della regione e, si può dire, della
nazione ».
Nel suo intervento il ministro Bo, dopo aver sottolineato l’impor-
tanza dell’opera, ha osservato tra l’altro: «la progettazione e la co-
struzione dell’opera si deve ad una società del gruppo Iri-Finsider e toc-
ca al ministro delle partecipazioni statali il dovere di mettere l’accento
sul contributo che le imprese pubbliche hanno offerto ancora una
volta al progresso e all’avvenire di Genova e della Liguria ».
Appena aperta al traffico normale, la strada è stata presa letteral-
mente d’assalto dagli automobilisti genovesi, per i quali il nuovo per-
corso ha rappresentato tra l’altro la scoperta di una inedita, sorpren-
dente prospettiva cittadina.
38
IL PREMIO
VANONI AL PROFESSOR GIUSEPPE PETRILLI
A Milano, presso la sede della Camera di Commercio, al termine del
XV convegno di studi indetto dall'Istituto per le Pubbliche Relazioni,
l’onorevole professor Roberto Tremelloni ha conferito al cavaliere del la-
voro professor Giuseppe Petrilli, presidente dell’ Iri, il premio “Ezio
Vanoni” 1964.
Il premio è stato conferito al professor Petrilli, per decisione unanime
della giurìa, per le attività di Pubbliche Relazioni iniziate e condotte dal-
l’Iri sotto la sua presidenza. Sotto la guida e l'ispirazione del professor
Petrilli, dice infatti la motivazione, l’Irî ha realizzato sul piano nazionale
esemplari iniziative di pubbliche relazioni, volte a documentare al paese
il contributo determinante delle imprese pubbliche nel sistema economico
nazionale, e in particolare per la soluzione dei secolari problemi del Mez-
zogiorno. Tali iniziative hanno contribuito ad ampliare sempre più il dia-
logo necessario fra pubblica opinione e pubblici amministratori per armoniz-
zare gli interessi congiunti dello sviluppo economico e sociale. Degne di
particolare rilievo sono state anche le iniziative di pubbliche relazioni che
l’Iri ha svolto all’estero, illustrando per mezzo delle proprie attività isti-
tuzionali l'impegno del paese a un costante adeguamento alle nuove esi-
genze economiche e produttive. Sotto la presidenza del professor Petrilli
l’Iri ha registrato tutta una serie di imponenti realizzazioni : il notevole
potenziamento della produzione siderurgica con l’entrata in funzione, tra
l’altro, del quarto centro siderurgico a ciclo integrale di Taranto ; l’assun-
zione da parte del gruppo di circa la metà dell’intero piano autostradale e îl
compimento dell’autostrada del sole ; il riordinamento del settore meccanico
del gruppo e l’entrata în funzione dello stabilimento Alfa Romeo di Arese.
Nel quadro della politica di reinvestimento dei fondi ex-elettrici, si sta
realizzando un grande piano di potenziamento del settore telefonico.
Nel settore dei trasporti, particolare impulso è stato dato all’ Alitalia,
che è divenuta una delle prime compagnie aeree mondiali. La flotta Fin-
mare è stata ammodernata con l’entrata in servizio di nuove grandi unità,
tra cui le turbonavi “Michelangelo” e “Raffaello”.
Come è noto, il premio “Ezio Vanoni”, giunto alla sua nona edizione,
è stato costituito nel 1955 per onorare la memoria dell’insigne giurista ed
economista, che fu anche uno dei primi assertori delle pubbliche relazioni
in Italia, e viene annualmente conferito a una personalità resasi partico-
larmente benemerita nel campo delle pubbliche relazioni. Dopo la consegna
del premio, e il discorso dell'onorevole professor Roberto Tremelloni, il pro-
fessor Petrilli ha preso la parola, iniziando così il proprio discorso : « mi
corre il gradito dovere di ringraziare il consiglio direttivo dell'Istituto per
le Pubbliche Relazioni dell’alto e pubblico riconoscimento dato alla atti-
vità svolta in questo campo dal nostro istituto e dal nostro gruppo. Le
lusinghiere parole dell’onorevole ministro Tremelloni, che ci onoriamo di
annoverare tra gli amici e i sostenitori della nostra formula e della nostra
attività, ci sono giunte tanto più gradite per il prestigio dell’istituto che
egli così autorevolmente presiede e la cui opera ha costituito nel nostro paese
una nobile legione intorno al còmpito delle “pubbliche relazioni” in una
società democratica e al contributo che esse possono dare ad una crescente
partecipazione della opinione pubblica ai grandi problemi della società
nazionale e alla vita delle nostre libere istituzioni. Basterebbero a questo
riguardo il livello e la serietà del convegno testé concluso, e la stessa rap-
presentatività del pubblico che qui si raccoglie, a misurare la portata del-
l’omaggio rivolto nella mia modesta persona ad un tipo di iniziativa pub-
blica moderna, efficiente e competitiva, che accetta senza riserve la dina-
mica di un mercato sempre più vasto e in esso si pone quale strumento es-
senziale di un orientamento dello sviluppo economico conforme alle scelte
sovrane della società civile. Questo omaggio si rivolge oggi in particolare
alla vivace politica di pubbliche relazioni che il nostro istituto ha perseguito
negli anni più recenti ed è giusto che a mia volta io dia atto dei loro meriti
ai miei collaboratori che tale politica hanno impostato e svolto con alacrità
e intelligenza ; primo tra tutti il capo del servizio competente, ingegner
Franco Schepis, direttore centrale dell’Iri, che mi compiaccio di vedere
accanto a me în questa circostanza ).
Dopo aver evidenziato tutta l’attività del gruppo, ed î suoi obiettivi
fondamentali, l'onorevole Petrilli ha così terminato : « Riteniamo quindi
che sia nostro preciso dovere proseguire nell'opera, già così bene avviata,
di informare l'opinione pubblica, con tutti i moderni mezzi di informazione
sapientemente utilizzati dai nostri esperti, sulle realizzazioni, sui problemi
e sulle difficoltà del gruppo Iri, sicuri di contribuire così a migliorare la
conoscenza dei fatti economici e a dare un apporto notevole al consolida-
mento delle istituzioni democratiche del nostro paese ».
39
LE PRODUZIONI ITALSIDER ALLE FIERE DI BARI
E DI PARMA
Un particolare del padiglione Italsider alla XXIX Fiera del Levante di Bari, allestito Il prof. Golzio, direttore generale dell’Iri (a sinistra), accompagnato dal direttore cen-
dal grafico Mimmo Castellano. Il padiglione, tra l’altro, intendeva sottolineare la funzione trale ing. Schepis (a destra), in visita al padiglione Italsider a Bari, esamina la scheda
del centro siderurgico di Taranto rispetto ai mercati del Meridione e del Mediterraneo. del calcolatore elettronico in base alla quale è stato prodotto a Taranto il rotolo esposto,
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pre diversi aspetti del padiglione Italsider alla XX Mostra delle Conserve e degli pianti di produzione illustrava tutta la gamma delle possibili applicazioni della
E allaggi di Parma. Il padiglione, allestito dallo studio degli architetti associati banda stagnata Italsider nell’industria conserviera. Qui sopra, un’enorme panoramica
tegotti, Meneghetti, Stoppino, oltre ad offrire una vasta panoramica degli im- di Taranto su pannelli di latta.
40
IL XXVIII ESERCIZIO SOCIALE DELLA FINSIDER
Il 19 luglio ha avuto luogo in Roma, sotto la presidenza del cavalie-
re del lavoro professor Ernesto Manuelli, presso la sede del Banco di
Roma, l’assemblea ordinaria della Finsider per l'approvazione del ven-
tottesimo esercizio sociale 1964/65.
La relazione del consiglio sottolinea le difficoltà che, nel 1964, hanno
impegnato tutta la siderurgia italiana.
La rallentata attività produttiva dei principali comparti industriali e
la bassa attività del settore edile hanno, infatti, determinato una scarsa
sostenutezza della domanda di acciaio. Il consumo è sceso da 13,6 milioni
di tonnellate nel 1963 a II,5 milioni di tonnellate, ed i prezzi hanno ne-
gativamente risentito di questo andamento.
Per contro si sono registrati aumenti di costo, soprattutto relativi al
fattore lavoro — che ha ormai raggiunto e superato livelli europei, per
cui ulteriori aumenti non potranno essere giustificati che da adeguati în-
crementi di produttività —, ai finanziamenti, nonché a talune materie
prime.
Ciò nonostante il gruppo Finsider, grazie soprattutto alla migliorata
efficienza aziendale ed alla specializzazione produttiva, è riuscito a con-
seguire apprezzabili risultati.
Nel 1964 îl Gruppo ha prodotto 3.167 mila tonnellate di ghisa, 5.020
mila tonnellate di acciaio e 3.980 mila tonnellate di laminati a caldo, con
decrementi sul 1963 rispettivamente del 7, 7,9 e 7,3 per cento. Queste fles-
sioni vanno attribuite in massima parte ai lavori di rinnovamento di ta-
luni impianti ed alla concomitante fermata di altri, connessa con l’esecu-
zione del piano di sviluppo.
Nel 1964 si è avuto un livello record di investimenti, pari a 372,5
miliardi di lire, che hanno consentito di completare la parte più notevole
del piano di espansione in atto, di cui l’entrata in funzione del centro si-
derurgico di Taranto rappresenta la principale espressione.
Nonostante la minore produzione di acciaio, grazie alla rilaminazione,
presso gli stabilimenti del Gruppo, di semiprodotti importati, nonché al
prelievo da scorte, le spedizioni hanno segnato un incremento del 5 per
cento sul 1963. Da sottolineare in particolare l'impulso che hanno avuto
le esportazioni, salite per il Gruppo a circa 830.000 tonnellate.
Per il ricordato andamento dei prezzi, l'espansione delle vendite non
si è riflessa che in misura modesta sul fatturato, che ha raggiunto per il
settore siderurgico 485 miliardi di lire (4+- 1,9 per cento sul 1963) di cui
92 miliardi rappresentano il fatturato dell’esportazione (4+- 27 per cento).
Il fatturato complessivo del gruppo Finsider è salito a 518 miliardi
(+ 1,8 per cento).
L'esercizio si è chiuso con un utile netto di 13.598 milioni di lire, con-
sentendo una remunerazione del capitale sociale nella misura del 9 per
cento, dopo aver effettuato un accantonamento al fondo di riserva per 900
milioni di lire.
Il bilancio Finsider presenta un incremento nella parte patrimoniale
di 20,4 miliardi di lire ; in particolare va sottolineato all’attivo un aumento
delle partecipazioni per 3,3 miliardi e dei crediti per 17,1 miliardi, ed al
passivo, un aumento dei debiti verso banche ed istituti finanziari, oltre
che del fondo di riserva.
Per quanto riguarda il bilancio consolidato del Gruppo, va rilevato
che il complesso delle attività ha registrato nel corso del 1964 un aumento
di 502 miliardi di lire, pervenendo così ad una consistenza di 1.820 mi-
liardi, di cui 1.086 miliardi, pari al 60 per cento, sono rappresentati dalle
immobilizzazioni tecniche. Gli ammortamenti stanziati nell'esercizio am-
montano a 33,9 miliardi.
Il bilancio consolidato mette altresì in evidenza un solido equilibrio
finanziario della situazione del Gruppo, nonostante î massicci investimenti
degli ultimi anni.
Sulla relazione si è aperto un ampio dibattito con l’intervento di nu-
merosi azionisti ; a tutti ha esaurientemente risposto il presidente, profes-
sor Manuelli.
L'assemblea ha quindi approvato il ventottesimo bilancio sociale.
In tale occasione è stato ufficialmente presentato il simbolo del gruppo
Finsider che contraddistinguerà d’ora iunanzi la produzione di tutte le
società consociate della finanziaria siderurgica Iri.
FINSIDER - BILANCIO AL 30 APRILE 1965
ATTIVO
partecipazioni
titoli di stato
titoli a reddito fisso
cassa
banche
debitori
azionisti in conto capitale e sovrapprezzo
ratei attivi
beni immobili
totale dell’attivo
PASSIVO
capitale sociale
fondo di riserva ordinaria
fondo per conguaglio dividendi
sovrapprezzo emissione azioni
fondo da incremento monetario parteci»
pazioni
obbligazioni 5,50 per cento 1963-1983
istituti finanziari
creditori
banche, anticipazioni
ratei passivi
residuo utile esercizio precedente
utile esercizio corrente
totale del passivo
al 30-4-1964
milioni di lire
225.722
8
1
1
6
129.350
608
11
17
355.724
141.372
4.300
1.800
9.425
1.034
49.997
90.690
27.868
15.295
120
109
13.714
355.724
BILANCIO CONSOLIDATO DEL GRUPPO FINSIDER
ATTIVO
immobilizzazioni tecniche (1)
fondo ammortamenti
immobilizzazioni finanziarie (2)
rimanenze, crediti e partite varie (3)
disponibilità in cassa e presso banche
totale dell’attivo
PASSIVO
capitale e riserve
accantonamenti
debiti finanziari a lungo termine
debiti finanziari a breve termine
debiti verso fornitori per impianti
altri debiti
totale del passivo
(I) compresi anticipi a fornitori per impianti
31-12-1964
miliardi
1.398,1
311,8
1.086,3
24,0
689,3
20,3
1.819,9
459,9
56,7
636,8
366,0
1.519,4
135,5
165,0
1.819,9
(2) titoli di stato e partecipazioni non consolidate
(3) le partite di debito verso Enel (58,1 miliardi) sono state conguagliate con
quelle di credito.
al 30-4-1965
229.101
376.116
3 ll
DO
bui $$ mi
100
100
000180
000190
p00200
000210
000220
000230
n00240
000250
n00260
000270
000280
000290
np00300
000310
D00320
000330
000340
000350
000360
000370
000380
d)00 390
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4-5 1066 RIVISTA ITALSIDER
in copertina: Soto “Due piani virtuali” - 1965
- centimetri 56x62 - acciaio e legno.
2° di copertina: una delle primissime applica-
zioni del sistema della “scheda perforata”.
Si tratta di un telaio meccanico del secolo
XVIII.
3° di copertina: particolare ingrandito della
stampa di un testo del programma eseguito
da un calcolatore in uso presso l’Italsider.
4° di copertina: una vecchia insegna in ferro -
museo di Treviso.
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’informazione aziendale per il
personale dell’ Italsider
gruppo Finsider
anno VI - n. 4-5 - luglio ottobre 1965
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Luciano
Rebuffo
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
segreteria di redazione: ufficio pubbliche rela-
zioni Italsider - via Corsica 4 - Genova -
telefono 5999
in questo numero fotografie di: Foto Ansa - M.
Castellano, Bari - Civilini, Piombino - Fara-
bola, Milano - Ficarelli, Bari - Hedrich-Bles-
sing, Chicago - Foto Marion-Valentine, Paris
- Fototeca Montecatini, Milano - Publifoto,
Genova, Milano, Roma, - Foto Rossi, Lecco
- Studio Salvati, Milano - Fototeca Science
Museum, London - A. Villani e figli, Bologna.
La riproduzione è subordinata alla citazione
della fonte.
Autorizzazione del tribunale di Genova n. 516
in data 28 dicembre 1960 - Spedizione in
abbonamento postale - gruppo IV
Stampa AGIS-Stringa - Genova
Clichés: Ceriale - Genova; Denz - Berna
Carta: Solex-Burgo.
Jesus Rafael Soto è nato a Ciudad Bolivar, in Venezuela, nel 1923. Dopo aver compiuto gli studi alla Scuo-
la di Belle Arti di Caracas, si è trasferito a Maracaibo nel 1947, come direttore della Scuola di Belle Arti di
quella città. Nel 1950 è venuto in Europa, e da allora vive e lavora a Parigi. Sue mostre personali si sono avute,
ripetutamente, a Caracas, a Parigi, a Bruxelles, a Essen, ad Anversa, a Stoccarda, a New York.
‘Tra le sue opere, numerose, citeremo soltanto quelle ospitate al Museo Moderno di Stoccolma, al Museo di
Belle Arti di Caracas, al Museo d’Arte Contemporanea di San Paolo, alla ‘Tate Gallery di Londra, al Museo
d’Arte Moderna di Gerusalemme, allo Stedelisk Museum di Amsterdam. Vanno aggiunti due affreschi ed
una scultura per il padiglione del Venezuela alla Fiera di Bruxelles nel 1958, ed una scultura per i giardini della
Scuola di Architettura alla città universitaria di Caracas. Ha pure lavorato per il cinema, in collaborazione con
Angel Hurtado. Numerosi sono i premi ottenuti, tra i quali il premio Bright alla Biennale di Venezia del 1964.
La sua opera attuale, come quella che pubblichiamo, fa pensare alla ‘‘op-art”’. Si tratta, come è noto, di una
espressione d’arte recente, che è venuta dopo la ‘“pop-art”?. “Op-art” significa “optical-art’’, cioè arte ottica,
e si basa appunto su effetti ottici, che danno alle linee e ai tracciati del quadro e della composizione un appa-
rente o reale movimento. Il senso di moto può essere determinato dallo spostamento del punto di vista dello
spettatore, o da un movimento reale dell’opera, attraverso una carica a orologeria o un motorino elettrico.
Ma in tal caso i critici più precisi parlano di “arte cinetica”. “Op-art”, dunque, dicevamo, e “arte cinetica”,
ma Soto stesso tiene a precisare: « ... Io non sono un artista “op”. Ho fatto Ja mia “op-art” tra il 1950 e il 1954
ma poi sono passato a delle ricerche per impegnarmi sulla strada dell’ “arte cinetica”. Intendo per ‘arte cine-
tica” un’arte che fa appello al movimento reale, sia dello spettatore sia dell’opera ».
IN QUESTO NUMERO
Mezzi di informazione sull’economia mondiale di Paolo Prada
Addirittura òvvia è l’importanza dell’informazione economica sul piano mondiale, data la complessità
degli scambi intercontinentali ai nostri giorni. In questo articolo si esaminano i vari mezzi di
informazione, dal “portolano del Mondo Economico” della Banca Commerciale Italiana, ai bollet-
tini della “Barclays Bank”, della “Bank of London and South America Limited” fino ai numeri spe-
ciali del “The Economist”.
Come parlano i calcolatori di Franco Latini
Programmare un problema per risolverlo con un calcolatore elettronico consiste fondamentalmente
in un processo di traduzione dal linguaggio usato dagli uomini al linguaggio specifico del calcola-
tore. L’articolo spiega tale processo, con riferimento particolare al linguaggio “Cobol”.
N
sa
Segni, simboli e poesia di Lucio Bozzgano $
Misura e teoria dell’informazione di Rinaldo De Benedetti 9
I recenti sviluppi delle scienze esatte permettono di misurare, con numeri e con opportune unità, il
concetto di ‘ informazione”. Che cos'è un “bit”? È la più piccola unità di informazione. L'articolo
ci introduce in questo nuovo, sconosciuto mondo.
Il ponte “da Verrazzano” 12
Una gigantesca costruzione in acciaio, un ponte ad una sola campata lunga quasi milleseicento metri
dà il benvenuto a chi arriva a New York dal mare. Tale opera è stata intitolata all’italiano Giovanni
da Verrazzano.
Acciaio per l’architettura moderna di Giuseppe De Martino 13
Alle prerogative dell’architettura moderna la tecnica ha reagito con le sue possibilità più cònsone al
grado di innovazione del settore, stimolando una spiccata emulazione verso un processo edilizio a
livello industrializzato sulla posa della modularità, dell’unificazione e della progettazione integrale.
Il materiale più valido per una simile impostazione produttiva è l’acciaio.
Economia delle regioni italiane: il Piemonte di Carlo Beltrame 17
Questo articolo è l’inizio di una serie che si propone di fare un quadro, necessariamente sintetico ma
preciso, della situazione e delle prospettive economiche delle varie regioni italiane.
L’acciaieria “LD” di Taranto 20
Una stazione sperimentale per i cibi conservati di Baldassarre Molossi 22
A Parma, da quarant’anni, una stazione sperimentale per l’industria delle conserve alimentari svolge
la sua importante funzione in un periodo in cui l’inscatolamento dei cibi prende uno sviluppo sem-
pre crescente.
Un nuovo tipo di banda stagnata elettrolitica: “la silver glow?” 25
Alla gamma dei prodotti in banda stagnata dell’ Italsider, si aggiunge ora una nuova voce: la “latta
argentata”.
La targa d’oro Italsider 1965 di Livio Castiglioni 26
La nostra società ha organizzato un concorso per gli imballaggi in banda stagnata. In questa prima
edizione, svoltasi a Padova, la targa d’oro Italsider (primo premio) è stata assegnata al secchiello tron-
co-conico prodotto dalla Montecatini.
Il Science Museum di Londra di Luciano Rebuffo 28
Visita ad uno dei più importanti musei della scienza e della tecnica, in quella che fu la patria della mo-
derna rivoluzione industriale.
Le letture dei nostri figli di Sam Carcano 33
Le difficoltà, intellettuali ed editoriali, create dal problema delle letture dei ragazzi; problema impor-
tantissimo per le sue implicazioni umane e sociali.
A Genova una strada in acciaio 36
Per risolvere il grave problema della circolazione cittadina, è sorta a Genova una grande strada soprae-
levata di oltre cinque chilometri, che corre lungo i confini del porto. Questa sopraelevata è la mag-
giore strada aerea in acciaio esistente in Europa.
Il premio Vanoni al professor Giuseppe Petrilli 38
Le produzioni Italsider alle fiere di Bari e di Parma 39
Il XXVII esercizio sociale della Finsider 40
MEZZI DI INFORMAZIONE SULL'ECONOMIA MONDIALE
di Paolo Prada
1. Verso la fine del 1964 la Banca Commerciale Italiana pubblicava
un interessantissimo volume intitolato “Il Portolano del mondo eco-
nomico”. Scopo della pubblicazione era quello “di offrire per il mag-
gior numero possibile di paesi alcuni dati fondamentali di carattere
economico, sociale e relativi al commercio con l’estero”. Il volume
che la Comit ha distribuito riguarda i paesi dell’ Europa occiden-
tale, del mondo socialista, il resto dell’ Asia, 1’ Oceania e il nord Ame-
rica. Il secondo volume comprenderà i paesi dell’ America latina e
dell’Africa, una breve descrizione dei più importanti enti economici
e finanziari internazionali, un elenco delle aree valutarie, e infine qual-
che tabella di carattere generale o riepilogativo. Più che uno strumen-
to di cultura, si tratta di uno strumento di lavoro per operatori
economici.
Due punti vorremmo sottolineare. Per ciascun paese, il volume
della Comit fornisce, tra le altre cose, indicazioni in merito al costo
del denaro e in ordine ai piani in corso o allo studio e alle previsioni
di sviluppo economico. Sulla base di queste ultime informazioni è,
ad esempio, possibile costruire il seguente prospetto relativo ai livelli
di reddito nei paesi del MEC (dollari pro capite al mese):
1961 1962 1963 1970 (1)
FRANCIA — _ 97-105 117
GERMANIA OCC. — 94-99 = 98
ITALIA — — 57-64 62
LUSSEMBURGO 104 = = 139
PAESI BASSI = Ca 75-80 89
BELGIO n 88-92 —- 131
(1) previsioni xx Century Fund (ai prezzi del 1955)
2. Contemporaneamente al “Portolano” COMIT, ‘Mondo Econo-
mico” usciva con un grosso ‘“‘numero speciale” dedicato ai “mercati
europei”. Il lavoro — leggiamo nella premessa — non tende tanto
ad essere una guida statistica alle economie europee, quanto a « pre-
sentare al lettore una serie selezionata ... dei principali dati statistici
disponibili sui ventisette mercati dell’ Europa »: paesi della Comunità
Economica Europea, paesi della Associazione Europea di Libero Scam-
bio, altri paesi legati all’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione
e lo Sviluppo Economico), paesi dell'Europa orientale. La documen-
tazione fornita è molto abbondante, anche per i paesi dell’ Europa
Barclays Bank
August 1965
Annual
Feonomie
Review of
CENTRAL
AFRICA
The
ed Bank
Limited
Nelle illustrazioni, vari esempi di pubblicazioni curate da diverse banche per fornire
un’aggiornata documentazione economica.
orientale, per i quali, solitamente, non è facile dotarsi di un certo vo-
lume di dati e di notizie. Citiamo, ad esempio, il dato della popola-
zione delle due maggiori città per ciascun paese dell’ Europa orientale:
paese città numero abitanti
URSS Mosca 6.354.000
Leningrado 3.552.000
BULGARIA Sofia 671.192
Plovdiv 171.391
CECOSLOVACCHIA Praga 1.003.000
Brno 314.000
GERMANIA ORIENTALE Berlino est 1.065.296
Lipsia 588.135
POLONIA Varsavia 1.203.400
Lodz 708.000
ROMANIA Bucarest 1.226.033
Cluj 164.933
UNGHERIA Budapest 1.875.000
Miskolc 15 5.000
ALBANIA Tirana 136.000
Scutari 43.000
3. Abbiamo citato due “casi” nostri di informazione economica sui
paesi esteri (e sono casi piuttosto rari), per introdurci a descrivere in
quale forma massiccia il tema venga trattato all’estero. Vedremo in
particolare come in Gran Bretagna le banche provvedano a fornire
agli operatori economici (o ai semplici curiosi) opuscoli e pubblica-
zioni recanti dati e informazioni sulle economie degli altri paesi.
Cominciamo dalla Barclays Bank Limited, la più grossa banca
del paese.
L’Economic Intelligence Department di questa banca pubblica
dei sintetici “country reports” (sono interessati una settantina di
paesi), che vengono aggiornati almeno una volta all’anno, più spesso
ogni sei mesi. Il “rapporto” si compone in genere di due pagine, così
articolate:
- situazione attuale
- prospettive
- popolazione
- governo
- tasso di cambio con la sterlina
diffusa descrizione della situazione economica
scambi commerciali in generale e con la Gran Bretagna in particolare
regolamento degli scambi e stato dei pagamenti.
La Barclays Bank DCO (consociata della Barclays per i paesi d’Ol-
tremare) pubblica inoltre, mensilmente, una ‘Overseas Review” di
una novantina di pagine dedicate ai paesi dove essa ha dipendenze
(sono in genere le ex colonie britanniche). Data la periodicità mensile,
l'aggiornamento delle informazioni è continuo e permette di seguire
assai analiticamente le varie situazioni. (Altrettanto fa la rivista della
Standard Bank). Sempre la Barclays Bank ogni quattro mesi pubblica
una “guide to payments risks and import regulations abroad”, dove,
molto sinteticamente si forniscono informazioni sulla regolarità o
meno dei pagamenti dei vari paesi esteri. Sappiamo così, ad esempio,
secondo il giudizio della Barclays, che, mentre non ci sono difficoltà
per il pagamento delle esportazioni verso l’Italia, c’è qualche ritardo
nei pagamenti delle esportazioni verso il Ghana.
4. L’ufficio studi della Westminster Bank ha iniziato nel 1962 la pub-
blicazione di una serie di volumetti dedicati a singoli paesi esteri (Austra-
lia, Canada, Danimarca, India, Giappone, Nuova Zelanda, Norvegia,
Pakistan, Sud Africa, Svezia, Paesi Bassi) o a grandi aree economiche
o geografiche (Europa orientale, America latina). Esaminiamo l' ul-
timo volumetto, in ordine di tempo, della serie, quello dedicato ai
Paesi Bassi. Esso si divide in due parti principali:
- le informazioni necessarie per chi esporta nei Paesi Bassi
- le informazioni necessarie per chi investe nei Paesi Bassi.
Il “back-ground” iniziale offre notizie di carattere geografico, de-
mografico e produttivo. Si passa poi a vedere le opportunità di scambi,
con le procedure commerciali, pubblicità inclusa. Dal paragrafo de-
dicato a quest’ultima, apprendiamo che nel 1963 si sono spesi in Olan-
4
da, a titolo di pubblicità attraverso i quotidiani, 23,9 milioni di ster-
line (circa 42 miliardi di lire) e conosciamo l’elenco dei maggiori quo-
tidiani e il loro standard qualitativo (“Het Vrije Volk” ha la tiratura
quotidiana più elevata: oltre 300 mila copie).
Le notizie per il potenziale investitore in Olanda sono centrate
sul sistema societario colà esistente, sul sistema fiscale, sulle risorse
di manodopera, sulle aree di sottoccupazione dove le localizzazioni
industriali sono favorite da facilitazioni fiscali e da contributi a fondo
perduto (anche nel coprire il costo degli stabilimenti).
5. La Bank of London and South America è una grossa banca inglese
(associata alla Lloyds Bank) con succursali in America latina, negli
Usa, in Spagna, in Francia e in Portogallo. Una pregevole “fortnightly
review” (quindicinale) fornisce una copiosa serie di informazioni eco-
nomiche e finanziarie sui citati paesi; bilancia dei pagamenti, prezzi
delle materie prime, entrate e spese del tesoro, risultati elettorali, com-
posizione di governi, nuove legislazioni in tema di capitali esteri (il
numero 748 del 12 giugno 1965 riportava il testo integrale del nuovo
decreto legge sugli investimenti di capitali esteri in Portogallo), notizie
su singoli investimenti esteri. Attraverso la pubblicazione in esame
riusciamo, ad esempio, a seguire con una certa completezza l’attuale
importante fenomeno degli investimenti esteri in Spagna. Nel 1963 i
più grossi investimenti esteri provennero dagli USA (37,24 per cento
del totale), dalla Germania occidentale (27,48) e dalla Francia (18,56).
I settori maggiormente interessati furono quello petrolifero (32,10 per
cento del totale), dell’energia (10,80) e degli alimentari (8,58). À ciascun
numero della “fortnightly review” della Bank of London and South
America si accompagnano supplementi statistici vari e le quotazioni
in sterline e in dollari delle valute dei paesi sudamericani.
6. Una notevole fonte di notizie e di dati sui paesi a economia socia-
lista è costituita dal settimanale (“Press Bulletin”) di una banca so-
vietica con sede a Londra, la Moscow Narodny Bank. Così come il
“Monthly Summary of Australian Conditions” della National Bank
of Australasia mensilmente ci offre un giudizio aggiornato circa la
condizione economico-finanziaria degli “stati” australiani: New South
Wales, Victoria, Queensland, South Australia, Western Australia,
Tasmania, Northern Territory. Per chi voglia disporre delle princi-
pali cifre sulle economie dei paesi europei sono consigliabili, tra le
tante pubblicazioni in materia, gli “European Trends” di The Eco-
nomist Intelligence Unit: i dati essenziali in poche pagine.
7. Per restare ancora un attimo in Gran Bretagna, ricordiamo che i
due più noti settimanali economici londinesi, “The Economist” e
“The Statist”, sogliono dedicare spesso dei “surveys”, sotto forma di
supplementi, a singoli paesi esteri. Uno degli ultimi “surveys” di
“The Statist” è stato dedicato alla Spagna (in precedenza furono in-
teressati il Portogallo, il Messico, la Germania occidentale, il sud
Africa ‘eccetera), mentre il più recente “report” di “’The Economist”
ha trattato del Canada.
8. Ci siamo trattenuti a lungo in Gran Bretagna, perché riteniamo che
questo paese rappresenti un esempio da studiare nel campo dell’infor-
mazione oggetto di queste note. Anche perché la Gran Bretagna ha
una economia non da ieri largamente aperta agli scambi esterni e per-
tanto diventa molto impellente conoscere cose e fatti altrui. Forse
solo negli USA è possibile riscontrare una analoga ampiezza di studi
e di raccolte di informazioni sui paesi esteri. Tuttavia anche altri paesi
europei si stanno muovendo. Le grosse banche pubblicano riviste con
dovizia di dati sulle economie dei paesi ai quali appartengono (anche
la Spagna si muove: citiamo la “revista financiera” del Banco di Vizcaya)
e qualcuna tratta anche ampiamente delle economie e delle finanze
degli altri paesi (i “Regards sur l’actualité” della Banque de l’Union
Parisienne pubblicano sintetici prospetti intitolati “regards sur les
chiffres dans le monde”). Si va verso sempre più strette integrazioni
economiche e verso più ampi scambi tra paesi e tra aree geografiche
fino a ieri distanti. Logico pertanto che l’informazione economica sui
paesi esteri debba incrementarsi di molto. Gli standards e i livelli
inglesi, ai quali ci siamo a lungo riferiti, ci forniscono, anche in questo
campo, utili indicazioni per un cammino che anche noi dovremo
percorrere,
COME PARLANO I CALCOLATORI
di Franco Latini
Programmare un problema per risolverlo con un calcolatore elet-
tronico consiste fondamentalmente in un processo di traduzione dal
linguaggio comunemente usato dagli uomini nel linguaggio specifico
proprio del calcolatore. Con il diffondersi dell’elaborazione elettro-
nica dei dati si è riconosciuta la grande importanza di linguaggi che
semplifichino il problema della comunicazione con il calcolatore e che
nello stesso tempo permettano la massima utilizzazione delle capa-
cità del calcolatore. L’esperienza ha indicato che il problema princi-
pale per una efficiente utilizzazione dei calcolatori elettronici risiede
nel progettare le elaborazioni in modo che i programmi possano es-
sere sviluppati con un minimo di tempo e di sforzo di programma-
zione. L’obiettivo fondamentale è quello di soddisfare le esigenze
di una conduzione aziendale in'rapido mutamento e in continua espan-
sione. Perciò la comunicazione con il calcolatore deve essere flessi-
bile e tempestiva, così da consentire di procedere di pari passo con
il dinamismo del sistema aziendale.
Per venire incontro all’esigenza di semplificare la comunicazione
con il calcolatore, in questi ultimi tempi si sono dedicati sforzi con-
siderevoli allo sviluppo di tecniche di programmazione automatica.
Il risultato più importante è rappresentato dalla realizzazione di pro-
grammi compilatori, che costituiscono un passo decisivo sulla via
della semplificazione del linguaggio con cui si devono introdurre le
informazioni nel calcolatore. Un compilatore è un programma la cui
funzione è quella di tradurre in istruzioni accettabili dal calcolatore
un programma particolare scritto, per la risoluzione di un determi-
nato problema, in un linguaggio di formulazione sufficientemente ge-
nerale. Un compilatore produce così un programma di macchina che
può essere usato più volte e che può essere facilmente variato per
venire incontro a mutate esigenze di elaborazione.
IL LINGUAGGIO CoBoL (Common BusINESS ORIENTED LANGUAGE)
Per illustrare con un esempio concreto le cose dette in precedenza,
descriviamo nelle linee generali uno dei più noti ed importanti lin-
guaggi di programmazione automatica: il coBOL.
Il cosot, la cui realizzazione è stata promossa dal dipartimento
della difesa degli Stati Uniti, è un compilatore in linguaggio inglese
ed è formulato in modo da risultare indipendente da qualunque mo-
dello particolare di calcolatore. Questo linguaggio di programmazione
automatica reca un grande contributo alla risoluzione o alla riduzione dei
Problemi connessi all’efficiente utilizzazione degli elaboratori elettronici.
Il repertorio linguistico del sistema coBoL consiste essenzialmente
in un modello ridotto del linguaggio inglese, e assicura una sostan-
ziale diminuzione delle difficoltà e del tempo di programmazione. La
possibilità di formulare i problemi utilizzando proposizioni in un inglese
semplificato risolve molte delle difficoltà di linguaggio che hanno osta-
colato una soddisfacente composizione delle esigenze della program-
mazione con quelle specifiche dei vari problemi da risolvere. Le cor-
rezioni e le modifiche nella logica del programma sono eseguite al
livello di proposizioni formulate in inglese. La documentazione, for-
nita automaticamente dal calcolatore, facilita l’analisi del programma
e ne semplifica ogni futura modifica; viene così agevolata la manu-
tenzione dei programmi.
Inoltre, in quanto opera una standardizzazione del linguaggio di
programmazione, il cosoL supera gli ostacoli esistenti nella comuni-
cazione tra sistemi di programmazione i cui linguaggi sono orientati
verso un singolo calcolatore o verso una singola famiglia di calcolatori.
Il cosoL rende così possibile l’utilizzazione dello stesso programma
su calcolatori diversi, con un minimo di mutamenti. La riprogramma-
zione può essere ridotta all’esecuzione di poche modifiche nel pro-
gramma origine scritto in COBOL; e quindi si può procedere alla ri-
compilazione sul nuovo calcolatore.
Da tutto questo risulta che il principale vantaggio del sistema
coso risiede in un miglioramento delle comunicazioni.
LA STRUTTURA DEL SISTEMA COBOL
Il sistema cosoL è orientato verso le esigenze del problema, piut-
tosto che verso le esigenze della macchina. Perciò, tale linguaggio
consiste soprattutto di termini relativi alle elaborazioni, piuttosto che
di riferimenti al sistema fisico sul quale verranno eseguiti i vari pro-
grammi. Il sistema cosoL consiste di due elementi principali: il pro-
gramma origine ed il compilatore. Il programma origine, formulato in
inglese e secondo le regole coBoL, è un insieme di informazioni
conformi alla logica di risoluzione di un particolare problema di ela-
borazione dei dati. Il compilatore è il programma intermedio che
traduce automaticamente quanto è stato scritto in linguaggio inglese
in istruzioni accettabili dal calcolatore. Il programma in codice mac-
china prodotto dalla traduzione del programma origine effettuata dal
compilatore è chiamato programzia oggetto; ed è quest’ultimo pro-
gramma che dovrà essere alimentato nel calcolatore per ottenere la
soluzione di un determinato problema.
000010 N
000030
000nuo
000050
009060,
TEST7 EDITEO SOURCE PROGRAM
N SION
020 PROGRAM=IN
TEST7.
AUTHOR»
LATINI»
VIS
CONFIGURATION Ne
000N80 SOURCE =COMPUTER.
000090
UNIVAC
=490.
000100 OBJECT=COMPUTER.
000110
UNIVAC
=420 1 PRINTER CARD=-B0-READER DRUM.
000120 INPUT-OUTPUT SECTION,
000130 FILE-CONTROL.
SELECT SCHEDE ASSIGN TO CARO-EC-READER.
SFLECT STAMPA ASSIGN TO PRINTER»
SELECT TAMRURO ASSIGN TO 10000 URUM.
000170 I-0-CONTROL.
000140
000150
000160
000180
000190
APPLY.
APPLY
STANDBY ON SCHEDE? STAMPA»,
NUMERICO CMAINING ON TAMBURO»
000200 DATA DIVISTOMA
000210 FILE SEC
000220
000230
000240
000250
000260
000270
0n0280
000290
000300
000310
000320
000330
000340
000350
000360
000370
000380
000390
000400
000410
000420
000430»
000440
000450
000460
000470
000480
000490
FD
01 SCHEDA.
92 CAMPO»
03 FILLER
03 CONICE
03 ANELLO
03 FILLER
03 NUMERO
02 FILLER
FD STAMPA
01 RIGA.
02 FILLER
02 DES1 SI
SCHEDE LAGEL RECORD IS OMITTEN DATA RECORD IS SCHEDA»
SIZE IS 3+
S17E 2 COMPUTATIONALe
SIZE 5 COMFUTATIONAL,
SI7E 20.
SIZE S.
SIZE 45.
LAREL RECORD IS OMITTEN DATA RECORD IS RIGA,
SIZE 20.
ZE 10.
02 S1 SIZE 3 COMPUTATIONALe
02 FILLER
02 DFS2 SI
SIZE IS 10.
ZE 10.
02 S$2 SIZE 5.
02 FILLER
02 DESI SI
02 Ss SIZE
SITE IS 25.
ZE 10.
Ba
FO TAMRURO LABEL RECORD IS OMITTED DATA RECORD IS CATENA SEQUENCE
DONC
01 CATENA.
02 FILLER
02 CoNICEL
02 ANELLOI1
ODICFI» &
SIZE 3.
SIZE 2 COMPUTATIONALa
STZE 5 COMPUTATIONALe
02 DESCRIZIONE SIZE 20,
02 NIUMEROIl
SIZE 5.
000500 WORKTNG=STORAGE SECTION.
000510 77 INDICE SIZE 2 COMPUTATIONAL.
000520 _PRECENUR IM
008 NF SECTION
000540
000550
000560
000570
000580
000590
000600
0006109
000520
000630
000640
0006850
000660
0006870
000680
000690
000700
000710»
000720
0001730
000740
000750
000760
000770
000780
000790
n00R00
000K10
000820
000K830
000840
000450
000860
000870
000480
0004890
000900
VEZZZZA
INIZIO.
NISPLA
Y S*INIZIO*»
OPEN INPIT SCHEDE
OPEN 0
PARAI,S
UTPUT TAMBURO».
READ SCHEDE AT ENO GO TO PARA2»
MOVE €
AMPO TO CATENA»
WRITE CATENA,
GO TO PARAI»
PARA,
CLOSE
NISPLA
INICIO2,
DISPLA
SCHEDE TAMBURO»
Y *FINE CARICAMENTO?.
Y +INIZIO21%
OPEN OUTPUT STAMPA,
OPEN INPIJT TAMBURO»
PFRFORM PARA3 THRU PARAS VARYING INDICE FROM O By 1 UNTIL INO
TCE EXCEEDS 98.
PARAA,
CLOSE STAMPA TAMHURO»
DISPLAY ‘FINE PROGRAMMA*,
STOP RUN,
PARAY:
MOVE INDICE TO CODICE.
READ T
PARAM,
AMRURO (CONICEI) AT END GO TO PARAS.
MOVE *CONICE1* TO NESI»
MOVE *
ANSLLO1* To NES2.
MOVE 'NUMERO1* TO NESI.
MOVE COUTCFI TO SI.
MOVE ANELLO1 TO S2,
MOVE NUMERO1I TO SI.
WRITE RIGA.
READ T
AMRURO AT END GO TO PARAS.
GO TO PARAUe
PARAS,
EXIT,
Il programma origine è rivolto a specificare i metodi per ottenere
la soluzione di un particolare problema di elaborazione dei dati. Vi
sono quattro elementi che devono essere forniti in un programma
origine: 1) informazioni che identificano una determinata applicazione;
2) una descrizione delle attrezzature fisiche che saranno usate in quella
applicazione; 3) una descrizione dei dati che dovranno essere elabo-
rati; 4) un insieme di procedure per indicare al compilatore come i
dati dovranno essere elaborati. Questi elementi fondamentali sono
contenuti nel programma origine in quattro divisioni separate, così
chiamate:
IDENTIFICATION DIVISION:
ENVIRONMENT DIVISION:
DATA DIVISION;
PROCEDURE DIVISION:
LA GRAMMATICA E LA SINTASSI DEL COBOL
Come per tutti i linguaggi in generale, anche per il coso risulta
definita una grazzzatica ed una sintassi e ne daremo una breve descri-
zione. Per quanto riguarda la sintassi, ci limiteremo a considerare
alcuni degli elementi principali che si riferiscono alla PROCEDURE
DIVISION.
LA GRAMMATICA DEL CoBOL
I caratteri. Per scrivere in un linguaggio qualsiasi, gli elementi
usati nelle sue espressioni devono essere noti. Per esempio, nel lin-
guaggio italiano la più piccola unità significativa è la parola. Le pa-
role italiane, però, non possono essere scritte o lette senza conoscere
le lettere con le quali sono formate queste parole e i simboli di pun-
tuazione che permettono di formare gruppi di tali parole. Per il coBoL
valgono le stesse regole generali. I caratteri riconoscibili dal sistema
cosoL includono le lettere dell’alfabeto, gli interi decimali, i caratteri
di puntuazione e alcuni simboli speciali.
Le parole. La parola coBoL può essere considerata come la più
piccola unità o espressione dotata di significato all’interno di tale
sistema. Una parola consiste in una combinazione di caratteri scelti
fra quelli accettati dal cosoL. (Vi sono, naturalmente, varie regole
per la corretta formazione delle parole). Le parole del cosot si divi-
dono in due categorie fondamentali: le parole costruite e quelle ri-
servate. Le parole costruite sono quelle introdotte e definite dal pro-
grammatore nel corso della stesura di un determinato programma;
queste parole sono orientate verso il problema da risolvere, e devono
essere completamente definite affinché il compilatore possa sviluppare
le funzioni previste dal programmatore. Le parole riservate, invece,
hanno un significato per il compilatore senza che il programmatore
ne abbia dato una definizione; cioè, sono parole ìnsite nella struttura
stessa del linguaggio coBOL e sono interpretate in un modo unìvoco,
determinato a priori.
Parole costruite. Nel sistema coBoL è possibile definire i seguenti
tipi principali di parole: DATA-NAMES; CONDITION-NAMES; PROCEDURE-
NAMES; LITERALS. Un DATA-NAME è una parola composta da almeno
un carattere alfabetico e denota un dato qualunque specificato nella
descrizione dei dati. I dati sono menzionati per essere elaborati me-
Ecco come appare sul foglio della macchina per scrivere elettrica un messaggio in
linguaggio COBOL, una delle “lingue” con le quali si “parla” alle calcolatrici elet-
troniche per ordinare loro di svolgere un certo lavoro.
Per l’esattezza questo foglio non è il messaggio vero e proprio trasmesso alla mac-
china, ma è il “documento” dal quale risulta quello che è stato ordinato alla
macchina elettronica attraverso una serie di impulsi. Le quattro righe sottolineate
sono delle specie di capitoli, sotto i quali sono indicati, come viene spiegato in questo
articolo, tutti gli elementi che mettono in grado l’elaboratore elettronico di svolgere
correttamente il suo lavoro. Ogni riga di questo foglio ha un suo preciso significato.
diante i loro DATA-NAMES. Esempi di DATA-NAMES sono i seguenti:
VALORE; VALORE-1j CENTRO-DI-COSTO. Se un DATA-NAME può assu-
mere diversi valori, è chiamato una variabile condizionale; in questo
caso è possibile assegnare un CONDITION-NAME ad ogni valore parti-
colare che la variabile condizionale può assumere nell’insieme dei
valori previsti. Un PROCEDURE-NAME è un nome che può essere asse-
gnato sia ad un paragrafo che ad una sezione della parte procedurale
del programma origine, come vedremo meglio in séguito. Infine, un
LITERAL è un’informazione il cui valore è uguale ai caratteri che lo
definiscono; può essere numerico o non numerico, e in questo se-
condo caso deve essere scritto tra virgolette. Sono esempi di LITERALS
non numerici i seguenti: “CODICE 25”; ‘ACCIAIERIA”; ‘rorALE”.
Parole riservate. Il sistema coBoL comprende i seguenti tipi prin-
cipali di parole riservate: VERBI; PAROLE CHIAVE; PAROLE OPZIONALI.
I verbi servono per denotare un’azione che deve essere eseguita dal
calcolatore. Ad ogni verbo è possibile associare un certo numero di
operandi sui quali si esplica l’azione particolare del verbo in consi-
derazione. Sono esempi di verbi coBoL: ADD (somma); SUBTRACT
(sottrai); muLtIPLY (moltiplica); DIvIDE (dividi); READ (leggi); wRITE
(scrivi); Move (trasferisci); DISPLAY (segnala); PERFORM (esegui); EXA-
MINE (esamina); 1 (se: pur non essendo un verbo, ha il significato
di un verbo: esegui un confronto). Le parole chiave sono utilizzate
nel cosoL per completare il significato di uria particolare unità infor-
mativa e risultano definite in riferimento ad una specifica funzione;
ad esempio, per completare il significato di un verbo:
READ ... AT END...
Il verbo READ serve per immettere nella memoria interna del calco-
latore nuovi dati; la parola chiave AT END (alla fine) ha lo scopo di
avviare le operazioni previste a dati esauriti. Infine, le parole opgio-
nali sono utilizzate per migliorare la leggibilità e la naturalezza del
linguaggio cosoL. La loro presenza non è essenziale; però, se inter-
vengono, devono essere usate in modo corretto. Sono parole opzio-
nali: AND (e); OR (0); THEN (allora); oF (di); 1S (è).
LA SINTASSI DEL COBOL
Come già detto in precedenza, ci limiteremo a considerare alcuni
aspetti della sintassi coBoL relativi alla PROCEDURE DIVISION; a quella
parte, cioè, del programma origine che contiene le informazioni ne-
cessarie per risolvere un dato problema. La forma espressiva di queste
informazioni, benché sintatticamente non identica all’inglese normale,
è sufficientemente simile alla costruzione del linguaggio inglese, così
da permettere una più facile comunicazione.
L’unità base della PROCEDURE DIVISION è il periodo, che consiste
di uno o più enunciati. La descrizione di una procedura è formata
riunendo uno o più periodi in un paragrafo e uno o più paragrafi
successivi in una sezione. Soltanto alle sezioni e ai paragrafi è pos-
sibile assegnare un nome; perciò, questi sono i soli elementi con i
quali può essere istituita una comunicazione.
Enunciati. Un enunciato è il più piccolo elemento di una espres-
sione di procedura. Uno o più enunciati costituiscono un periodo. Vi
sono due tipi fondamentali di enunciati: imperativi e condizionali.
Enunciati imperativi. Un enunciato imperativo è formato da un
verbo e da uno o più operandi associati al verbo. Per esempio:
MOVE A TO 8
è un enunciato imperativo, e significa: “trasferisci il dato A in B”
cioè: “assegna al dato 3 il valore di A” (“A’” e “8” sono due DATA-
NAMES qualunque). Ancora:
ADD Ce D GIVING E
5 anch’esso un enunciato imperativo, e significa: “somma il valore
el dato c al valore del dato D e assegna il risultato ad E”.
Un ultimo esempio — con il verbo Go — può essere:
GO TO PARA=3
il cui significato è: “trasferisci il controllo al paragrafo 3”. La conse-
guenza dell’esecuzione di questo enunciato imperativo è che il pro-
gramma passerà ad eseguire la parte procedurale descritta al paragrafo 3.
Enunciati condizionali. Vi sono due tipi di enunciati condizionali:
1) un enunciato preceduto da una condizione IF 0 OTHERWISE.
Per esempio:
IF A EQUALS Be MOVE A TO M
OTHERWISE MOVE A TO N
che significa: “se il valore del dato A è uguale a quello del dato 8, tra-
sferisci A in M; in caso contrario, trasferiscilo in N”.
2) un enunciato imperativo seguito dalle condizioni speciali
ON SIZE ERROR O AT END. Per esempio:
ADD Cr Di ON SIZE ERROR GO TO PARA-3
il cui significato è: “somma il valore di c a quello di p; se il risultato
è maggiore del valore massimo che può essere assunto da D, trasferisci
il controllo al paragrafo 3”.
x
Periodi. Un periodo è costituito da uno o più enunciati, l’ultimo
dei quali è concluso da un punto. Come per gli enunciati, vi sono due
tipi di periodi: imperativi e condizionali. Esempi di periodi imperativi sono
i seguenti:
MOVE A TO Be
MOVE A TO Bi ADD Cr Di GO TO PARA=3»
ADD N TO INDICE; PERFORM CALCOLO.
Esempi di periodi condizionali sono i seguenti:
IF A EQUALS Rr MOVE A TO Co
IF A IS POSITIVE GO TO PARA=-33
OTHERWISE .G0 TO PARA=-5.
IF CODICE IS GREATER THAN K
AND LESS THAN LIMITE» 60 TO ANALISI;
OTHERWISE WRITE RIGA»
Paragrafi. Un paragrafo è formato da un insieme di uno o più
periodi al quale è stato assegnato un nome. Un paragrafo si riferisce
a tutti i periodi successivi al suo nome. Quando, mediante questo
nome, si fa riferimento ad un determinato paragrafo, i periodi che
lo costituiscono sono eseguiti uno dopo l’altro fino al nome del pa-
ragrafo successivo, a meno che l’esecuzione di un periodo condizio-
nale non comporti una diversa decisione
Sezioni. Una sezione consiste di un insieme di uno o più paragrafi
al quale è stato assegnato un nome. Per le sezioni valgono cose ana-
loghe a quelle dette per i paragrafi.
SEGNI, SIMBOLI E POESIA
di Lucio Bozzano
Ogni epoca storica ha le proprie presunzioni, ed il proprio orgoglio.
La nostra epoca, ad esempio, non contenta di aver dato inizio all’èra
atomica ed a quella dei viaggi interspaziali, pretende pure di aver
operato, o di operare “in atto” una rivoluzione semantica, cioè una
“rivoluzione del linguaggio”, ridimensionando (se non superando) la
parola tradizionale.
Pretende, insomma, di aver conferito nuovo valore pregnante ai
segni, ai simboli; di avviarsi verso un linguaggio segnico, una grafia
simbolica, una comunicazione basata, più che sulle parole, sui segni e
sui simboli.
Per fare il punto obiettivamente, sarà opportuno dire che in tutto
questo c'è molto di vero, come vedremo, ma”c’è anche una certa dose
di presunzione.
Il segno, come il simbolo, è una cosa vecchia, forse vecchia come
il mondo.
L’uomo primitivo ha lasciato, nelle sue caverne, prima dei disegni
naturalistici del paleolitico o di quelli stilizzati del neolitico, dei segni
che noi non siamo ancora in grado di interpretare, ma che forse per
lui avevano già un valore di linguaggio. Forse una linea orizzontale
voleva dire « torno sùbito » e una linea verticale « per oggi non torno »,
ammesso che l’uomo preistorico avesse nozione del significato di
“sùbito” e di “oggi”.
Comunque, è certo che un linguaggio segnico dev'essere esistito
in antico, prima che l’uomo inventasse l’alfabeto e imparasse a par-
lare. Come si esprimono, infatti, un bambino che non sa ancora par-
lare o uno straniero in un paese del quale non conosce la lingua? A
segni. Del resto, il segno si trova spesso in documenti antichi, lapidi,
papiri e così via.
Circa il linguaggio simbolico, a parte il fatto che le lingue più
antiche, basate su ideogrammi, possono davvero definirsi come una
scrittura a segni, o a simboli, tutte le civiltà hanno conosciuto dei
simboli dal valore preciso, dei simboli che comunicavano appunto
un messaggio preciso, di valore pratico, o rituale, o religioso.
Pensiamo, ad esempio, a quel simbolo antichissimo che è la croce
(croce gammata, croce tammata, croce detta di sant’Andrea), che è
poi giunto sino a noi come simbolo del Cristianesimo.
Così come simboli antichissimi sono il circolo (simbolo del tutto,
della perfezione), il quadrato e altre figure geometriche.
La numerazione romana era simbolica: I, II, III erano un dito,
due dita, tre dita; V era il simbolo della mano aperta, cioè cinque; X
erano due mani aperte. Poi l’ingegnosità e le combinazioni di tali segni
hanno fatto il resto.
Che cos’è uno scettro? Un simbolo di comando, che ci riporta al
bastone di comando dell’uomo preistorico. Che cos'è una corona?
Un simbolo reale che risale alle più antiche monarchie, forse ad una
corona che una volta si faceva di foglie.
Nell’antico teatro orientale, nei 20, un telone con un pesce che
cosa rappresentava? Il mare; voleva dire che Ja scena si svolgeva sul
mare, o in riva ad esso.
Del resto, chi non ha mai tracciato o letto un simbolo? Un
cuore con una freccia, simbolo d’amore; una colomba, simbolo
della pace.
Circa il segno, la pittura ne è piena, dal leggendario segno di Apelle,
immediatamente riconoscibile, al segno di un Kline, ai segni di un
Capogrossi.
Molte firme, di quelle che noi facciamo, sono spesso dei veri segni,
e niente più.
L’almanacco Bompiani di due anni fa fu dedicato, non a caso, ai
simboli. Ve ne sono molti, in uso, in tutti i campi. Certi mendicanti,
ad esempio, usano lasciare dei segni, col gesso, vicino ad una porta,
per avvertire i propri compagni. Sono segni convenzionali, una riga,
una crocetta, delle figure, per significare: qui abita una donna sola;
qui non dànno nulla; attenzione, polizia eccetera.
Ma il discorso che si va facendo nei nostri giorni è un altro: indi-
pendentemente dai precedenti, vi è nel nostro tempo uno sviluppo
incredibile di segni e di simboli, che sono entrati nella nostra vita in
maniera così profonda che quasi non ce ne rendiamo più conto. Pen-
sate alle segnalazioni stradali, dai semafori ai cartelli di divieto, di
marcia, di precedenza: sono tutti segni, si tratta di un linguag-
gio segnico che noi abbiamo imparato a “leggere’’ correttamente
e correntemente.
Pensate ai simboli commerciali e industriali: la pubblicità e il con-
sumo ce li hanno resi così famigliari che noi li vediamo e immediata-
mente li “identifichiamo”, dalla ditta di automobili a quella di benzina,
da quella di elettrodomestici a quella di detersivi.
Camminiamo, insomma, in mezzo ai segni ed ai simboli, ed essi
stanno invadendo sempre più il campo della parola.
Potremmo aggiungere i simboli dei partiti politici, quelli delle
squadre sportive, ed osservare ad esempio che mentre un tempo un
manifesto era tutto fatto di parole, oggi si possono vedere spesso
manifesti senza parola: basta un segno, un simbolo.
Ciò sta avvenendo, sempre più, nel campo tecnologico: macchine,
aerei, navi, aerostazioni, grandi impianti industriali, parlano quasi
sempre a segni. Sono certi segni che hanno un particolare significato
per « gli addetti ai lavori », sono certi altri (come i fori di una scheda
perforata) che hanno un significato per le macchine.
Le macchine parlano e parleranno sempre più a segni? Senza dubbio.
Come i messaggi radio non sono che dei segni (anzi la combinazione
di due segni, il punto e la linea), così i messaggi radar sono altri segni,
e così sarà il Jinguaggio delle macchine del cosmo, e così dei “robot”
e così via.
Non c’è da meravigliarsi dunque se la “comunicazione”, l’infor-
mazione (che ha già un elemento di misura, il “bit”) si basa sempre
più sui segni, e la stessa via viene battuta dall’arte, che è sempre in-
terprete e rappresentante del proprio tempo.
Siamo così giunti a delle “composizioni”, dei “collages” esclusi-
vamente fatti di segni, di simboli.
Si parla addirittura di “poesia visiva”, dove la parola è aiutata dal-
l’immagine, o dai simboli. Se poi queste immagini e questi simboli
saranno “poetici”, saranno cioè in grado di fare poesia, questo ce
lo dirà il tempo, ce lo diranno i critici di domani.
Qualcuno parla già di macchine che scrivono poesie, o che le scri-
veranno.
Noi non possiamo pronunciarci in proposito. Possiamo però os-
servare che, ai nostri giorni, il linguaggio va sempre più affinandosi
ai segni, ai simboli. A detrimento della parola, che sembra già obsoleta.
MISURA E TEORIA DELL'INFORMAZIONE
di Rinaldo De Benedetti
illustrazioni di Eugenio Carmi
Il bit è la più piccola unità di informazione che sia trasmissibile.
La scelta tra due possibilità equiprobabili implica un bit di informazione.
Il concetto di “informazione” è di quelli che i recenti sviluppi
delle scienze esatte hanno permesso di misurare, con numeri e con
opportune unità. Non è il solo concetto che abbia avuto questo de-
stino: per esempio, Cicerone, l’antico scrittore latino, adopera il ter-
mine “probabilitas’’ corrispondente suppergiù alla nostra “probabili
”?; ma, al suo tempo, la probabilità non si misurava; oggi sì, almeno
per quel che riguarda gli eventi aleatori. Forse verrà tempo in cui
i potrà dare un’unità di misura anche per altri enti, la cui valutazione
Oggi è piuttosto approssimativa; per esempio la “virtù”; ma, a parte
fatto che l’impresa si presenta piuttosto difficile, nessuno ci pensa,
perché la virtù non è un bene economico (tutt’altro).
Invece l’opportunità di trovare una misura per l’informazione di-
pende proprio dal fatto ch’essa è un bene economico: noi ne acqui-
stiamo una certa provvista ogni mattina dal giornalaio; e sappiamo
he a voler trasmettere informazioni col telegrafo, il telefono o altri
mezzi, costa. L’unità scelta per misurare l’informazione ha avuto un
nome: bit, ed è la più piccola unità di informazione che sia trasmis-
sibile; essa è un quanto di informazione. Vogliamo
come dire?
“Tra le informazioni ci sono pure le immagini, i disegni. Anche qui due soli segni,
indicanti il bianco e il nero, possono servire a tracciare su un reticolo predisposto
un disegno, o riprodurre una fotografia”,
tentare una definizione del bit? Proviamo: esso equivale alla scelta
fra due possibilità uguali. Se nel giuoco del soldino lanciato in aria,
uno domanda: testa o croce? E l’altro risponde (per esempio) ‘croce’,
questa risposta contiene un bit di informazione. Oppure possiamo ten-
tare un’altra spiegazione. I bit contenuti in un messaggio fatto di
parole, corrispondono al numero delle lettere adoperate per trasmet-
tere quel messaggio, supposto che. l’alfabeto adoprato comprenda
solo due lettere. Come è possibile ciò? dirà il lettore. Ebbene è al-
l’incirca (non stiamo a insistere su qualche differenza minore) quel
che accade quando si manda un telegramma con l’alfabeto Morse. Que-
sto comprende due soli segni, il punto e il tratto: e con questi due si
può trasmettere un discorso lungo quanto si vuole. Potremmo inventa-
re un altro esempio. Supponiamo che l’alfabeto ordinario, arricchito dei
segni di interpunzione, comprenda trentadue lettere: a, b, c, d, eccetera;
poi il punto, la virgola, eccetera: e che noi abbiamo a nostra disposi-
zione una macchina per scrivere che abbia due soli segni: lo zero e
l’uno (o e 1). Potremmo, con questo alfabeto tanto ridotto, mandare
un messaggio? Certamente, purché ci mettessimo d’accordo: con lo
IO
zero indichiamo la prima metà delle lettere considerate, e con l’uno la
seconda metà. Volendo trasmettere la lettera c (per esempio) corrispon-
dente alla terza lettera dell’alfabeto, io comincio con indicare ch’essa sta
nella prima metà dei trentadue segni e scrivo o. Restano sedici lettere,
e la c appartiene ancora alla prima metà di esse; altro zero. Restano otto
lettere: ancora la prima metà: terzo zero; restano quattro lettere. Questa
volta la c appartiene alla seconda metà: scrivo uno. In questa seconda
metà la c occupa il primo posto: scrivo ancora zero. La lettera c viene
indicata così con la sigla ocoro. Allo stesso modo si procede per qual-
siasi altra lettera. Con l’aiuto di due soli segni diversi possiamo scri-
vere perciò qualsiasi testo. Ebbene, tanti i segni scritti, tante cifre,
tanti bit.
Ma le comunicazioni non sono soltanto di parole scritte: esse pos-
sono essere mandate anche per telefono. Ebbene, che cos’è il fatto
fisico della voce trasmessa per telefono (tanto più ricco della parola
scritta perché il tono della voce qualche cosa dice?). È una corrente
elettrica modulata dalla voce stessa. I valori della corrente negli istanti
successivi possono essere indicati con una successione di mumeri: e
va da sé che anche i numeri sono informazioni. Anzi, c'è per i numeri
un sistema di numerazione binaria bell’e pronto, che appunto ha co-
me cifre soltanto lo zero e l’uno, come indicato di sopra. Nelle mac-
chine calcolatrici si adopera volentieri il sistema binario di numera-
zione, perché le due cifre possono corrispondere esattamente ai due
stati di un circuito elettrico: aperto o chiuso; oppure ai due stati op-
posti di magnetizzazione di nuclei metallici. Non vogliamo né po-
tremmo inoltrarci molto in questa matematica dell’informazione: ci
basti far comprendere che l’informazione è, in certi limiti, numera-
bile. La restrizione “in certi limiti” sta a significare questo: che per
noi, in generale, una informazione ha un valore intrinseco di conte-
nuto. Ai fini della teoria dell’informazione, la cosa cambia: difatti
a
«ridondanza. Questo termine indica una certa ricchezza di segni rispetto a quel
che è strettamente necessario per trasmettere un messaggio”.
l’amministrazione dei telefoni ci fa pagare la stessa tariffa per una
conversazione di alta politica, o d’affari, o d’amore, o concernente
magari la pettinatura che va di moda in questa. stagione.
Tra le informazioni ci sono pure le immagini, i disegni. Anche
qui, due soli segni, indicanti il bianco e il nero, possono servire a
tracciare su un reticolo predisposto un disegno, o riprodurre una
fotografia; ed è quel che all’incirca avviene (dobbiamo sempre ag-
giungere, perché siamo costretti in un discorso brevissimo, “all’in-
circa’).
Si indica, al solito, come inventore della teoria dell’informazione
il matematico americano Claude E. Shannon, che ne scrisse una pri-
ma memoria nel 1948; ma parecchi altri autori poi contribuirono ad
arricchire la materia. Noi potremmo suggerire a chi volesse appro-
fondire la conoscenza dell’argomento il volume di John R. Pierce,
La teoria dell’informazione (in italiano nelle edizioni Mondadori, 1963);
oppure, di Valerio Tonini, Cibernetica e informazione (edizioni Astrola-
bio, 1964).
Questa disciplina è beninteso assai più complessa e più “matema-
tica” di quanto ci siamo permessi noi di descriverla; ed è associata
ad altri interessanti concetti: per esempio quello di “ridondanza”.
Questo termine indica una certa ricchezza di segni rispetto a quel
che è strettamente necessario per trasmettere un messaggio. Le lingue
stesse hanno, più o meno, ridondanza. Tutti noi, leggendo, saltiamo
lettere e gruppi di lettere, che eccedono le strette necessità della no-
stra comprensione: la lingua italiana, per esempio, ha noiosissimi av-
verbi che finiscono in este, molti termini politici che finiscono in
ismo. Sono — questi gruppi di lettere — elementi di ridondanza. La
lingua inglese, altro esempio, è assai meno ridondante della nostra.
La ridondanza si paga (per dire le stesse cose ci vuole più tempo);
ma è utile (essa aiuta la comprensibilità). Qualche volta la introducia-
a
Lo stesso messaggio, trasmesso con un solo vale a dire senza alcuna
ridondanza.
segno,
mo apposta. Quando dettiamo un nome straniero, ‘Pierce’? per esem-
pio: diciamo ‘P come Palermo, I come Imola, eccetera.”, al fine di faci-
litarne la comprensione. Lo studio della ridondanza e della sua utilità
nel trasmettere i messaggi senza errore, nonostante i “disturbi” o i
“rumori di fondo”; l’esame comparativo delle ridondanze delle varie
lingue, sono capitoli interessanti della teoria dell’informazione.
Altre volte si associa il concetto di informazione con quello di
“entropia”: e ci sono infatti formule che stabiliscono un legame, una
parentela, tra i due concetti. Ma qui non ci sentiamo di infliggere al
lettore una lezione sul concetto di entropia (che è uno dei più difficili
della termodinamica); stiamo scrivendo un articolo. divulgativo; ed
avendo cercato i sentieri più facili per arrivare al concetto di infor-
mazione, non vogliamo costringere il lettore e noi stessi ad espugnare
il munitissimo maniero che ha nome “entropia”.
La teoria dell’informazione ha trovato applicazioni soprattutto
nelle telecomunicazioni; essendo scienza sorella o gemella della ci-
bernetica, essa ha prestato utili servizi all’automazione; è presente,
in maniera costante, in quelle nuovissime macchine che sono partite
alla conquista del mondo moderno: cervelli o calcolatori o elaboratori
elettronici che si vogliano chiamare. I quali, tra l’altro, nelle loro
capaci memorie, sanno immagazzinare informazioni (di mumeri, di
dati, di indirizzi e di quant’altro vi si voglia mettere); e inoltre sanno
“elaborare” questi dati, a fini utili (per esempio adoprare i dati nume-
rici per eseguire calcoli e fornire risultati). Non passa giorno, si può
dire, che non si annunzi qualche nuova applicazione degli elaboratori
elettronici. Essi servono soprattutto come strumenti di calcolo; ma
altresì sono adattati alla guida dei veicoli spaziali; aiutano i medici a
fare le diagnosi; i linguisti all’analisi di antichi codici e testi; i pedago-
gisti per preparare metodi di insegnamento che non richiedano la
presenza fisica degli insegnanti; le compagnie di navigazione aerea a
“con
A 00000
l’aiuto di due soli segni diversi possiamo scrivere qualsiasi testo”
B —
C =
00001
00010 e così via.
II
prenotare i posti; i poliziotti a riconoscere le impronte digitali dei
malviventi. Qualcheduno si è domandato: « Perché non potrebbero essi
comporre musica, o poesia o dipingere quadri? ». Così hanno tentato
di insegnare alle macchine l’armonia e il contrappunto, si sono affi-
dati alla “mancanza di pregiudizi estetici” dei congegni elettronici
per ricavare da essi prodotti originali, quali la stanca fantasia degli
uomini ha difficoltà a sfornare. E qualche cosa n’è venuto fuori. Il
guaio si è che alle macchine bisogna “insegnare” queste arti; e l’in-
segnamento non può venire che da noi, uomini. Perciò noi, volenti
o no, introduciamo in esse certi canoni estetici, certi modelli stilistici.
Se poi omettiamo di introdurne, ne viene sempre fuori qualcosa; ma
sono “rumori” e non “suoni”; successioni di parole contenute nella
memoria del calcolatore, non poesia. Il fatto che simili ‘prodotti’
abbiano potuto ottenere qualche accettazione o lode sono indicativi
non tanto della bravura artistica dei calcolatori elettronici quanto
della povertà in cui è caduta l’estimazione delle arti da parte di coloro
che dovrebbero apprezzarle. Pensate a qualche vero artista, a un Mozart,
al Petrarca; e vi sorprenderete a dire ai calcolatori elettronici, come
Virgilio a Dante: « Fa, fa che le ginocchia cali ». Ma i calcolatori elet-
tronici non hanno ginocchia.
Dove i calcolatori hanno fatto miglior prova è in arti figurative
minori. Certi ricercatori nel campo della percezione hanno ottenuto
da calcolatori elettronici disposizioni casuali (0 quasi casuali) di punti
che hanno dato luogo a sorta -di disegni per tappezzerie tutt’altro che
spregevoli. Qui però noi incontriamo dei limiti all’ applicazione
della teoria dell’informazione e della scienza sorella, la cibernetica.
Quando un calcolatore elettronico potrà innamorarsi (magari di una
calcolatrice); o indignarsi contro un tiranno; o esser assalito da una
crisi di misticismo; o sentire la sazietà dei sensi e il disgusto del mondo,
allora sarà lecito richiedere da esso, da lui, anche l’opera d’arte.
nf
(e intor
«“,,, sanno i g i (di i, di dati, di indirizzi e di quan»
t’altro vi si voglia mettere); e inoltre sanno “elaborare” questi dati, a fini utili...”
IL PONTE "DA VERRAZZANO”
Il benvenuto a New York, per chi arriverà dal mare, forse non sarà
più dato dalla tradizionale statua della Libertà (opera di Eiffel) ma dal
nuovo ponte sospeso, il ponte ‘“da Verrazzano” al cui cospetto la statua
sembra avere le proporzioni di una bambola. Intitolato al grande navigatore
italiano, questo ponte segna un vero primato tra le opere d'ingegneria di tutti
t tempi. Esso è ad una sola campata, lunga quasi milleseicento metri, sor-
retto da due torri alte duecentodieci metri, del peso di ventisettemila ton-
nellate ciascuna, e sostenuto da trentanovemila tonnellate di cavi di ac-
ciaio. I quattro cavi di acciaio, del diametro di novanta centimetri, costano
da soli più dell'intero ponte “Golden Gate” di san Francisco. Il costo
complessivo del ponte Verrazzano è stato di oltre duecentotre mi-
liardi.
Alla realizzazione dell’opera hanno concorso tre grandi aziende si-
derurgiche : la United States Steel, per i cavi e le carreggiate, la Bethlehem
Steel per una torre e la Harris Structural Steel per l’altra.
Il progettista è un noto architetto “del ferro” di ottantacinque anni.
l’ingegner Othmar H. Ammann, che progettò tra l’altro un altro ponte di
New York, il “George Washington”, e il famoso ‘Golden Gate” di
san Francisco.
A proposito del ponte “da Verrazzano”, egli ha commentato : « Nel
progettare un ponte l’estetica è importante quanto î particolari tecnici.
È un delitto costruire un ponte antiestetico ».
Quest'opera, una delle più belle creazioni umane, ha il triplo dell'acciaio
che sorregge l’Empire State Building e le sue torri sono ben più alte delli
piramidi ; resterà per sempre, oltreché un’opera essenziale di creatività
umana, un vero monumento di acciaio.
Nella nostra foto vediamo, sulla plancia della turbonave Michelan
gelo, nave ammiraglia della flotta italiana mentre passa sotto il ponte,
l'ingegnere progettista americano Milton Brumer, collaboratore dell’ar
chitetto Ammann.
13
ACCIAIO PER L'ARCHITETTURA MODERNA
di Giuseppe De Martino
È stato più volte rilevato, su questa rivista, come l’acciaio sia il
materiale da costruzione che meglio si adatta alle diverse sollecita-
zioni: resiste sia a sforzi di compressione che di trazione, consentendo
la realizzazione di ogni varietà strutturale che è possibile prevedere
in sede di progetto.
L’acciaio si adegua anche agli schemi statici più impegnativi che si
rendono necessari per aderire alle esigenze distributive, volumetriche
ed estetiche delle varie tipologie edilizie. E l’architetto trova nell’ac-
ciaio la massima aderenza alla sua espressione creativa.
L’ARCHITETTURA QUALE MOMENTO STORICO
L’architettura trasmette l’evoluzione dei tempi, ne raffigura gli
aspetti più significativi sia dal lato emotivo e rappresentativo sia
dal lato sociale, politico ed economico. È un momento storico che
sviluppa una intensa realtà in parallelo all’avvicendarsi delle genera-
zioni. È una testimonianza delle risorse culturali dell’epoca.
La flessibilità compositiva che l’acciaio permette, la sua agevole
lavorabilità, l’alto grado di produttività che apporta, rendono tale
materiale idoneo a qualsiasi movimentazione architettonica. Ma l’ac-
ciaio trova la più completa matrice nell’architettura moderna, la quale
a sua volta trova nell’acciaio una integrale rispondenza ai criteri
informatori che la caratterizzano.
Linearità, snellezza, razionalità, equilibrio e sobrietà dei volumi,
coordinata ambientazione, funzionalità, comfort, massima luminosità,
minor ingombro degli elementi strutturali, economicità: questi tra
gli aspetti propri dell’architettura moderna, in contrapposto all’appe-
santimento decorativo, alla rigidezza delle masse, alle restrizioni di-
stributive, alle finzioni ornamentali, alle limitazioni di ordine statico
di una architettura vincolata prevalentemente all’utilizzazione di ma-
teriali tradizionali.
Il ricorso alle strutture portanti d’acciaio libera la fantasia del
progettista, ne entusiasma gli effetti compositivi, gli conferisce una
maggiore responsabilità nei criteri di scelta. La sua figura professio-
nale diventa parte dominante sia come valore urbanistico ed archi-
tettonico, sia come utenza dell’edificio.
Il progettista riesce a completare il suo intervento nel modo più
coerente con l’attuale evoluzione delle idee e dei gusti. La semplice
€ proiettata stilistica degli edifici imprime nel tempo l’attuale perso-
nalità dell’uomo: è una “facies” che riflette il progresso cui si è giunti
€ cui si tende. ”
_ A questa apparente freddezza esteriore — forte di significato e
| di avvenirismo — si unisce un appropriato dimensionamento e dislo-
cazione dei vani secondo l’uso cui sono destinati, oltre alla predispo-
sizione di servizi adeguati alle richieste di igienicità e di comodità
accessibili alla più vasta scala di ceti. È una “utilitas” che la frenesia
della vita quotidiana richiede quale distensione compensatrice di un
accresciuto stato di avanguardia e di orgasmo.
LE CORBUSIER, UNA SVOLTA DECISIVA
L’architettura moderna deriva da una fedele connessione tra spi-
rito e materia, impronta il sentimento umano con la rappresentazione
stilistica, concreta la nozione di razionalità. Tra i fautori di queste
concezioni, primeggia l’architetto svizzero-francese Charles Edouard
Jeanneret, meglio noto come Le Corbusier. La sua recentissima scom-
parsa ha colpito il mondo dei progettisti per l’influenza che ha eser-
citato come innovatore dei canoni basilari di una architettura identi-
ficata con la funzione.
Le argomentazioni delle opere di Le Corbusier risultano tracciate
a seguito di una profonda riflessione sull’equilibrio delle proporzioni,
sulla dinamica delle linee, sull’ardore dell'ambiente. A giusta ragione
la sua posizione in architettura è stata paragonata a quella di Picasso
nella pittura.
Coscienza, immaginazione, geometria sono i principi cui si è ispi-
rato Le Corbusier per le divagazioni architettoniche. La sua operosità
testimonia un linguaggio proteso alla continua ricerca di una combi-
nazione tra tecnica e poesia.
In omaggio all’illustre architetto, la Cornigliano (oggi Italsider) or-
ganizzò nel 1959 la mostra ‘forme e tecniche nell’architettura contem-
poranea” presso la galleria nazionale d’arte moderna in Roma. Vennero
illustrati progetti e costruzioni di Le Corbusier, unitamente a lavori
di altri nomi dell’architettura moderna, come Wachsmann con i suoi
elementi — standardizzati ed adatti ad una produzione su base indu-
striale — da utilizzarsi secondo una intelligente ed armoniosa combi-
nazione di spazio e di forma.
Fu una efficace occasione per un avvicinamento del pubblico al-
l’architettura moderna ed alla sua tematica. Qualche anno dopo l’Ital-
sider promosse presso l’In-Arch di Roma una mostra sugli ‘“edi-
fici a strutture d’acciaio”’ con l’intento di contribuire alla conoscenza
delle possibilità di impiego offerte dall’acciaio nel settore.
I NUOVI ACCIAI
Alle prerogative dell’architettura moderna la tecnica ha reagito
con le sue possibilità più consone all’attuale grado di innovazione del
settore, stimolando una spiccata emulazione verso un processo edi-
L’acciaio viene favorevolmente impiegato, anche in unione ad altri materiali, per le
svariate tipologie edilizie. Sede della Rai a Roma: otto piani per 110.000 metri cubi
di cubatura. Struttura della C.M.F. - Costruzioni Metalliche Finsider.
lizio a livello industrializzato sulla base della modularità, della unifi-
cazione e della progettazione integrale.
L’acciaio si inserisce quale materiale da costruzione più valido per
una simile impostazione produttiva; si adatta convenientemente alla
realizzazione di elementi strutturali di tipo corrente e all’inventiva di
soluzioni nuove e più coerenti alle esigenze contemporanee. In uno
stesso materiale vengono accentrate le condizioni ottimali di resisten-
za, di dimensionamento e di economicità.
L’industria siderurgica, nella sua evoluzione tecnologica intesa
alla fabbricazione di acciai sempre più rispondenti ai fabbisogni pre-
senti e futuri delle varie attività trasformatrici, ha ampliato la gamma
qualitativa sino ai recenti acciai ad elevato snervamento. Sono acciai
che ne aumentano il rapporto resistenza-peso in modo da ridurre no-
tevolmente gli ingombri delle strutture — e quindi il peso delle sin-
gole aste — a parità di portata rispetto agli acciai normali.
Ma le proprietà degli acciai ad elevato snervamento determinano
una innovazione nell’intero àmbito della tecnica costruttiva: ai pro-
gettisti è messo a disposizione un materiale specificatamente versatile
alla realizzazione delle opere più impegnative e più ardite. Vengono
eliminate quelle difficoltà e restrizioni che si potevano incontrare nella
ideazione delle più estrose soluzioni.
Le prestazioni degli acciai ad elevato snervamento portano ad un
. A
La prefabbricazione in acciaio la ibilità positiva ed una
estrema varietà di schemi. Direzione del centro siderurgico Italsider di Taranto. Edi-
ficio prefabbricato realizzato dalla Soprefin - Società Prefabbricati Finsider.
maggior impiego dei materiali siderurgici in vantaggiosa sostituzione
a quelli competitivi, stabilizzano il mercato delle applicazioni acqui-
site, liberano la fantasia creativa. Alle elevate caratteristiche mecca-
niche si combinano i pregi di duttilità, tenacità e saldabilità per ren-
dere questi acciai accessibili ad ogni genere di lavorazione.
Risolvono nel modo più adeguato i problemi compositivi e strut-
turali che si pongono nella elaborazione di un progetto; le possibilità
di utilizzazione si identificano con i requisiti voluti dalla nuova confi-
gurazione edilizia. Sono acciai per la moderna architettura.
Da citare il gruppo degli acciai Ex-Ten e T-1; per quest’ultimo
viene assicurato un carico di snervamento minimo di 70 kg/mmq
(carico di rottura pari a 80--95 kg/mmqg), elevando in misura ecce-
zionale il tasso di lavoro dell’acciaio se si considera che il carico di
snervamento minimo dell’acciaio normale tipo Fe 42 è di 24 kg/mmq.
L’acciaio Cor-Ten fornisce una elevata resistenza alla corro-
sione (CORrosion resistance) assieme ad una elevata resistenza alla
trazione (TENsile strenght). La particolare colorazione che ne assume
la superficie, dovuta al sottile strato uniforme e compatto di ossido
che si forma alla esposizione atmosferica, ha acquisito una propria
e gradevole tonalità. Tale effetto cromatico ha interessato i proget-
tisti all'impiego del Cor-Ten “nudo” e cioè in vista e non rivestito
da alcuna pitturazione o finitura.
1j
L’acciaio consente ogni forma architettonica.
Palazzo dello sport a Torino. Struttura delle Officine di Savigliano.
Il risultato è di estremo interesse sia sotto l’aspetto estetico per
il naturale ed attraente aspetto superficiale sia tecnico-economico
per il maggior tasso di lavoro dell’acciaio e per la mancata inci-
denza degli oneri di manutenzione.
Negli Usa il Cor-Ten “nudo” è stato già impiegato — anche
in unione ad altri materiali — nel settore dell’edilizia residenziale.
Appartengono ormai alla casistica esemplificativa le recenti costru-
zioni del Centro Amministrativo John Deere & Company vicino a
Moline nell’ Illinois e del grattacielo Civic Center a Chicago.
In Italia il Cor-Ten sta suscitando positive risonanze: sono in
fase di progettazione edifici la cui struttura portante ed anche la pan-
nellatura di parete esterna è prevista in questo nuovo acciaio.
LA QUARTA DIMENSIONE
La categoria degli acciai sopra accennati viene prodotta in Italia
dall’ Italsider. L’inserimento a sagomario della gamma degli acciai
ad elevato snervamento, si inserisce nel concreto programma in corso
per il potenziamento degli impianti e per il miglioramento dello stan-
dard qualitativo.
È una evoluzione a cui non si deve mancare per mantenersi in
allineamento e per protendersi in avanguardia con lo sviluppo della
La pensilina in acciaio e vetro apporta leggerezza ed eleganza all’edificio.
Direzione della Sidercomit a Milano. Struttura della Dalmine.
tecnologia contemporanea. E questo impulso innovatore trova nel
settore dell’edilizia uno stimolo allo studio ed alla ricerca per una
continua affinazione dei procedimenti e delle tendenze.
Si inserisce in questa fase di studio e di ricerca, il concetto della
“quarta dimensione”. Il progettista provvede al proporzionamento
della costruzione basandosi sulle tre dimensioni geometriche; facen-
dovi subentrare il tipo dell’acciaio, viene a disporre di una quarta
variabile. Secondo le diverse sollecitazioni che possono verificarsi in
uno stesso elemento strutturale, è possibile mantenere costante l’in-
tera sezione adottando materiale a resistenza maggiore in corrispon-
denza dei tratti a sollecitazioni più gravose.
Ad esempio, per un pilastro di una struttura portante, oltre a va-
riare la serie delle travi HE (nel caso che si faccia ricorso a questa
trave, in quanto per ogni profilo le travi HE vengono fornite nella
serie leggera, normale e rinforzata), si potrà variare il tipo di acciaio
secondo l’andamento delle sollecitazioni. L’intero pilastro presenterà
quindi una unica sezione per l’intera altezza dell’edificio.
Dalla compattezza formale del pilastro scaturiscono motivi di ap-
prezzabile valore architettonico ed economico: con l’uniformità spaziale
della struttura e con il proporzionamento di un profilo esiguo anche
per carichi di notevole entità, diminuiscono gli oneri della messa in
opera, si riducono i pesi ed aumenta lo spazio utile, si evitano riseghe
16
L’acciaio è il materiale più idoneo a risolvere impegnativi problemi di ordine statico,
distributivo-funzionale ed estetico che si presentano in sede di progettazione.
Edificio Gateway Number Four a Pittsburgh.
e aggiunte di rinforzo, si contengono le incidenze della saldatura e
della manutenzione.
Il concetto della “quarta dimensione” trova la più completa at-
tuazione con il recente ampliamento dei tipi di acciaio da costruzione;
l’intera gamma degli acciai ad elevato snervamento esalta le possi-
bilità di impiego offerte dai materiali siderurgici nell’edilizia e confe-
risce all’architettura moderna una estrema libertà inventiva.
Appartiene oramai alla documentazione classica l’edificio IBM a
tredici piani ultimato qualche anno addietro a Pittsburgh: con il ri-
corso agli acciai ad elevato snervamento, è stata abbandonata la tra-
dizionale ossatura in pilastri e travi per adottare pareti portanti me-
diante una struttura reticolare a losanga ed ottenuta con angolari di
acciaio di tipo diverso in funzione delle sollecitazioni ammesse. Questa
maglia di profilati poggia su otto sostegni lungo il perimetro esterno,
due per ogni lato del fabbricato, ed ha apportato un risparmio di
circa 250 tonnellate di acciaio rispetto ad un analogo edificio previsto
con struttura tradizionale.
IL MANTENIMENTO DEI CENTRI STORICI
Con l’acciaio si rendono superabili anche vincoli dovuti al mante-
nimento di opere artistiche e monumentali nella ricostruzione di antichi
edifici. L’adozione di una struttura portante d’acciaio consente l’intero
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L’acciaio conferisce linearità e slancio, caratteristiche prime dell’architettura moderna.
La Harris Trust and Savings Bank a Chicago.
rifacimento del fabbricato, pur conservandone una stessa parte, come
le pareti esterne, ritenuta di particolare interesse e da non alterare.
L’abbinamento non deve suscitare perplessità e ripensamenti, ma
deve essere considerato il mezzo più concreto per ammodernare quegli
edifici di una certa importanza culturale che — col tempo — potreb-
bero essere danneggiati sino a perdere di contenuto o persino scom-
parire.
Per la sede della Banca d’Italia a Perugia ad esempio, la struttura
di acciaio ha permesso di abbattere il vecchio edificio mantenendo in-
tatta la facciata; mentre si procedeva alla demolizione dell’interno del-
lo stabile si è provveduto al montaggio della struttura portante (in
travi HE) del nuovo fabbricato ed alla medesima struttura è stata
ancorata la muratura esterna da non abbattere.
Ugualmente per un edificio in Corso Vittorio Emanuele a Mila-
no, ricostruito con struttura portante d’acciaio, è stata tenuta integra
una zona del prospetto principale di notevole interesse a stile “liberty”
del preesistente fabbricato.
L’adattabilità della struttura d’acciaio ad ogni prerogativa archi-
tettonica, anche nell’accostamento dei moderni criteri funzionali alle
antiche e pregevoli espressioni ambientali dei nostri centri storici,
contribuirà certamente a fornire quel mezzo valido e necessario al
progettista per la sua opera compositiva.
ECONOMIA DELLE REGIONI
di Carlo Beltrame
17
ITALIANE: IL PIEMONTE
SUPERFICIE DEL PIEMONTE
compresa nella linea isocrona esterna alla
. della dell’ ora dla n totale
poli (1) mezz?’ ora e mezzo lea ore e mezzo
col. 1 col. 2 col. 3 col, 4 col.5=col.3-+col.4
km?
TORINO 140,0 1.046,0 3.568,0 21.831,2 25.399,2
ALESSANDRIA 43,2 727,2 1.288,0 24.111,2 25.399,2
NOVARA 44,0 720,0 1.284,0 24.115,2 25.399,2
ASTI 352 768,0 1.404,0 23.995,2 25.399,2
VERCELLI 28,8 484,0 1.580,0 23.819,2 25.399,2
BIELLA 48,8 458,0 856,0 24.543,2 25.399;2
CUNEO 76,4 966,0 1.246,8 24.152,4 25.399,2
CASALE MONFERRATO 29,2 386,0 981,2 24.418,0 25.399,2
PINEROLO : 34,0 527,0 1.148,0 24.251,2 25.399,2
NOVI LIGURE 13,6 384,8 935,2 24.464,0 25.399,2
IVREA 75,2 415,2 764,0 24.635,2 25.399,2
ALBA 20,4 112,0 449,2 24.950,0 25.399,2
MONDOVÌ 12,8 340,0 1.172,0 24.227,2 25.399,2
BRA 19,2 258,0 856,0 24.453,2 25.399,2
SAVIGLIANO 26,0 600,8 1.135,2 24.264,0 25.399,2
SALUZZO 35,2 598,8 1.020,0 24.379,2 25.399,2
BORGOMANERO 68,0 544,0 1.146,0 24.253,2 25.399,2
(1) In ordine decrescente rispetto al potenziale di lavoro del comune comprendente l’abitato centro del polo.
Una tabella riprodotta dal quaderno numero 7 della “Unione regionale delle province piemontesi” riguardante il piano
di sviluppo del Piemonte.
1. Bruno Pagani — in una sua brillante relazione ad un recente con-
vegno su ‘“L’economia piemontese nel Mercato Comune” — ha pun-
tualizzato in tre momenti l’evoluzione dell’area piemontese nel corso
degli ultimi due secoli:
a) primo momento: distacco politico dall’ Oltralpe (con il distacco
della Savoia dalla dinastia sabauda), con il ‘muro delle Alpi”
che isola il Piemonte dalla sua ambientazione tradizionale.
secondo momento: integrazione dell’economia dell’area piemontese
nell’economia della più vasta economia padana, e nell’economia
globale dell’Italia unificata.
terzo momento: accanto ad una maggiore e più intensa integra-
zione in una “regione padana” (dal Piemonte al Veneto, ma con
Savona e Genova che “stanno alla pianura padana, come Anversa
e Rotterdam stanno alla vallata del Reno”), il Piemonte torna ad
assumere una posizione di “carrefour” fra Italia e Francia.
b)
2. Il terzo momento indicato da Pagani è un momento ancora larga-
mente in corso, se non una tendenza. Il Piemonte può ancora sostan-
zialmente essere considerato, in parte, area “geograficamente” peri-
ferica rispetto al sistema economico nazionale. Quanto all’apertura
verso la Francia solo un paio di anni fa il geografo francese Pierre
Gabert, nel suo libro “Turin ville industrielle’, parlava di ‘Torino come
di un “carrefour” internazionale molto secondatio (dopo essere stata
temporaneamente, con l’apertura del tunnel ferroviario del Frejus
nel 1871, il solo crocevia ferroviario internazionale). La febbre dei
trafori che anima i piemontesi (e che, dopo le realizzazioni dei tunnel
della Valle d’Aosta, punta a quelli del Frejus, del Ciriegia e del colle
della Croce) è, al tempo stesso, una presa di coscienza realistica di
questa situazione e una scelta, uno sforzo per superarla con l’ “aper-
tura” delle Alpi e l’integrazione nella parte centrale del MEC.
3. L’IRES di Torino — che sta lavorando alla redazione del piano
regionale di sviluppo per il Piemonte — guarda realisticamente alla
“prospettiva di un Piemonte costituente, con altre regioni dell’Italia
e della Francia, un secondo grande polo europeo” (l’altro grande polo è
costituito dall'incontro della Francia più industrializzata del nord-est
con il Belgio meridionale e con la Germania occidentale). Il secondo
grande polo europeo può essere rappresentato da un grande quadri-
latero con i vertici costituiti da Milano, Genova, Marsiglia e Lione.
Tra le indicazioni del Quinto Piano Nazionale Francese (1966-1970)
in materia di sviluppo economico regionale e di ‘“aménagement du
territoire” c’è quella di attrezzare nella parte est del paese un asse
economico dal Mediterraneo al Mare del nord, sul quale concentrare
uno sforzo di infrastrutture, di urbanizzazione, di industrializzazione.
Si tratta, in pratica, di unire il polo industriale di Marsiglia al polo
di Lione e al grande polo del nord-est francese (si pensi alla conur-
bazione Lille - Roubaix - Tourcoing), servendosi anche delle vie d’ac-
qua e attuando così un collegamento importante tra porto di Mar-
siglia e porti del Mare del nord (specialmente Anversa e Rotterdam).
Con l’apertura di nuovi collegamenti transalpini e con la ricerca di
18
Una cartina del Piemonte, tratta dal “Piano di svi-
luppo ”’ edito dall’ Unione Regionale delle Province Pie-
montesi. Essa mostra le regioni serbatoio effettivo (in
bianco) e le regioni bacino di manodopera (in grigio).
Le frecce rosse indicano le vie di comunicazione at-
traverso le quali il Piemonte dovrebbe diventare un
grande polo economico europeo.
*
tn.
tnx
utili integrazioni tra sistema portuale ligure e porto di Marsiglia si
tende a realizzare il grande polo di cui sopra. Il “disegno” toglie real-
mente il Piemonte dalla condizione di area geograficamente periferica
“aprendolo” alla Francia (e al MEC) proprio mentre ne fa un càrdi-
ne primario della “regione padana”.
4. Le grandi vie di comunicazione sono lo strumento più importante
per la realizzazione di questo “disegno”, ma anche per una nuova or-
ganizzazione del territorio della regione. Coloro che lavorano al piano
regionale piemontese hanno essenzialmente presenti due obiettivi:
a) ‘ridurre la pressione polarizzante su Torino” da parte dell’indu-
stria, “perché Torino oltre che grande centro industriale diventi
un grande centro commerciale e finanziario”.
b) “aumentare l'attrazione dei poli minori ora minacciati da una
perdita di attività”.
Gli obiettivi sono interdipendenti, perché, riducendo la “pressio-
ne polarizzante” su Torino, si valorizzano e si rivitalizzano gli altri
poli industriali della regione. Torino è considerata la città più indu-
striale delle grandi città italiane. Tra i grossi centri industriali è inoltre
quello a più spinta specializzazione, poiché una imponente parte del
suo apparato produttivo ruota intorno all’industria automobilistica
(Gabert parla di ‘un éventail industriel très ouvert, mais déséquilibré
au profit de l’industrie automobile’).
La riduzione della ‘pressione polarizzante’”’ dovrebbe pertanto ac-
compagnarsi a modifiche di struttura che allentino la dipendenza di
gran parte dell’economia cittadina da un solo grande settore industriale.
s. Quali sono i poli minori della regione da rivitalizzare? Abbiamo
innanzitutto una serie di poli di importanza regionale che si collocano a
corona intorno a Torino, a una distanza media di 50-60 chilometri. Que-
sti poli possono essere così individuati: polo dell’area Saluzzo-Saviglia-
no-Fossano, polo Bra-Alba, polo di Asti, polo di Casale Monferrato,
un polo Vercelli-Santhià, polo di Biella, polo di Ivrea. Avremmo poi
due poli di importanza nazionale, in quanto sono centri di grossi
comprensori di confine (regionale) con prospettive di sviluppo in
larga parte legate a variabili esterne alla regione. Così il discorso del
comprensorio novarese si lega in gran parte alle prospettive e alle
direzioni di sviluppo della grande area metropolitana milanese, mentre
il discorso del comprensorio alessandrino è strettamente connesso al
decentramento industriale genovese e alla nuova strutturazione che
si vorrà dare al sistema dei porti liguri (quanto meno di Genova e
di Savona). I comprensori novarese e alessandrino sono aree regionali
chiaramente periferiche rispetto alle prospettive di sviluppo che ori-
ginano da Torino e che pertanto, più di ogni altra cosa, costringono a
caratteristiche di interregionalità tutta la tematica del piano regionale
piemontese.
6. Abbiamo visto che nella regione piemontese esistono delle aree
nettamente periferiche rispetto al baricentro economico della regione
stessa. Altra importante caratteristica della regione è l’esistenza di un
dualismo di sviluppo (quanto meno storico) tra le tre province set-
tentrionali di Torino, Vercelli e Novara e le tre province meridionali
di Cuneo, Asti e Alessandria. Le prime hanno raggiunto livelli di
industrializzazione e di reddito che le “staccano” in maniera sensibile
dalle seconde, dove l’agricoltura conserva ancora un certo peso (per
Cuneo e Asti possiamo dire ‘una certa predominanza”).
Assai eloquente è il seguente prospetto:
occupati occupati occupati reddito annuo
nell'industria nell’industria nell’agricoltura pro capite
su cento su cento su cento (1963) stime
occupati (1961) residenti (1961) occupati (1961) Tagliacarne
TORINO 6I 24 10 646.946
VERCELLI 57 24 2i 536.238
NOVARA 58 2I 15 508.933
CUNEO 28 14 48 383.109
ASTI 27 II SI 373.565
ALESSANDRIA 38 10 34 430.455
| Tende a sfuggire al dualismo così come l’abbiamo schematizzato
(in altra occasione abbiamo sostenuto che anche il Piemonte ha un
19
sud sottosviluppato e depresso) la provincia di Alessandria, avvici-
nandosi al nòvero delle ‘province ricche”, ma pure restandone an-
cora lontana.
7. Il dualismo si spezza, la pressione polarizzante su Torino si riduce
attraverso il potenziamento dei poli minori della regione al quale già
abbiamo accennato. A questo potenziamento dànno vita essenzial-
mente i decentramenti industriali dai grossi centri industriali che sof-
frono di congestione: da Torino per i poli “regionali”, specialmente
da Genova per il polo “nazionale” di Alessandria, specialmente da
Milano per il polo “nazionale” di Novara. L’intensità dei decentra-
menti è direttamente correlata al grado di congestione dei grossi
centri citati. La direzione dei decentramenti viene poi guidata dal
sistema delle vie di comunicazione, che dà così il contributo più po-
tente alla nuova organizzazione del territorio.
8. Il sistema delle vie di grande comunicazione che interessa il Pie-
monte può essere rappresentato da due “aste” orizzontali e da una
serie di “aste” verticali (le aste che individueremo sono già state in
parte tradotte in autostrade). Le prime sono date dalla Torino-Milano-
Venezia e dalla ‘Torino-Alessandria-Piacenza-Cremona-Mantova-Pa-
dova. Esse si congiungono a Torino e diventano l’unica direttrice
verso ovest, la quale, attraverso il Frejus, punta su Lione e il cuore
della Francia.
Quanto alle “aste” verticali ne abbiamo tre:
a) trafori Valle d’Aosta-Torino-Fossano-Savona (oppure Fossano-
Cuneo-Nizza);
b) Sempione-Novara-Vercelli-Alessandria-Voltri (questa arteria, tra
l’altro, unirà direttamente i poli “nazionali” di Novara e di Ales-
sandria);
c) Chiasso-Milano-Serravalle-Genova.
Le ultime due “aste” verticali sorreggono il decentramento-decon-
gestionamento di Genova verso la pianura padana, mentre l’espan-
sione milanese verso ovest può utilmente appoggiarsi sulla prima
“asta” orizzontale che abbiamo citato. Lungo quali direttrici tende
invece a decentrarsi Torino?
Torino si decentra (o si decentrerà in un futuro di medio e di lun-
go andare) lungo le seguenti direttrici:
a) la direttrice lungo l’autostrada Torino-Milano (la quale, nel trat-
to Torino-Chivasso, ha già realizzato un ‘continuum’ lineare: a
Chivasso la direttrice potrebbe sdoppiarsi, generando una serie
di sviluppi lungo la linea del Po con i nuclei di Crescentino e di
Trino e con il polo di Casale Monferrato);
b) la direttrice sud verso Savona (che interesserà i poli regionali del
cuneese);
c) la direttrice lungo la futura autostrada Torino-Alessandria-Pia-
cenza (che interesserà il polo regionale di Asti e il polo nazionale
di Alessandria).
Come abbiamo accennato prima, è il sistema delle vie di comu-
nicazione che guida i decentramenti industriali, la formazione di nuovi
poli o il potenziamento di poli preesistenti all’interno della regione e,
in definitiva, la nuova organizzazione del territorio regionale.
g. Il quadro di indicazioni che abbiamo velocemente tracciato — e
che è incompleto (quanto meno nei limiti in cui, ad esempio, non si
è trattato della riorganizzazione dell’agricoltura) — ha necessità per
tradursi in realtà, di una serie di strumenti. Ne vogliamo indicare
uno solo, che riteniamo di preminente interesse: /’istifuto finanziario
per lo sviluppo regionale. In esso, come ha proposto l’IRES e come pro-
pongono i gruppi bancari presenti a Torino, la funzione di assistenza
finanziaria deve accompagnarsi alla funzione di assistenza tecnica.
Sulla scena internazionale, i modelli dai quali ricavare utili indica-
zioni non mancano: le merchant banks inglesi, le banques d’affaires
francesi, la Mediobanca italiana, ancora le sociétés de developpe-
ment régional e le sociétés d’economie mixte pour la mise en valeur
des régions che abbiamo in Francia ... Il Piemonte sarà una delle pri-
me regioni italiane ad avere un piano di sviluppo. L’istituto finanziario
potrà essere uno dei più importanti e necessari supporti per passare
dal pianificare al realizzare il piano.
L'ACCIAIERIA "LD”
DI TARANTO
(dal Bollettino Tecnico Finsider numero 219
edito dalla COSIDER)
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convertitore 13
carro siluro 14 - piano di servizio 25 - sistema automatico per l’aerazione
scivolo additivi 24 - piano delle tramogge
- carro trasferitore siviera ghisa 15 - lance ossigeno 26- condotta fumi
siviera ghisa 16 - carrello lance 27 - piano dei sili
cabina pesatura ghisa liquida 17 - cappa mobile 28 - carro trasferitore paiole scoria
- carro carica rottame 18 - caldaia di ricupero 29 - paiole scoria
- gru di carica da 400 tonnellate 19 - saturatore fumi . 30 - carro trasferitore siviera acciaio
- piano di carica 20 - sottostazione elettrica 31 - siviera acciaio
Yi 9 - nastro arrivi minerali 21 - cabina per controllo convertitore 32 - gru di colata da 400 tonnellate
i ve 10 - nastro distribuzione minerali 22 - tubi flessibili per ossigeno e per acqua 33 - carrelli porta lingottiere
11 - tramogge minerali di raffreddamento 34 - lingottiere
12 - tramogge pesatrici 23 - gruppo riduttore rotazione convertitore 35 - piattaforma di colata
© du è è N
'
. a ; ; Ecco lo spaccato dell’acciaieria all’ossigeno
° ; di Taranto. L’accurato disegno di Danilo
Barachini mostra i due grandi convertitori
da 300 tonnellate per soffiata. Quello in primo
piano è raffigurato appunto nella posizione del-
la soffiata, l’altro in quella di carica della ghisa.
Fino a non molti anni fa l’intera produ-
zione di acciaio del mondo si basava princi-
palmente su due tipi di processo, quello
Martin-Siemens e quello elettrico. Negli ul-
timi anni ha preso sviluppo e si sta oggi de-
cisamente affermando un nuovo metodo di
fabbricazione: il processo all’ossigeno, più
comunemente definito “processo LD”, che
i consente di trasformare direttamente in ac-
CV 9 Ii > ciaio la ghisa liquida (introdotta in uno spe-
HT ciale tipo di “convertitore” assieme a rotta-
N mi) con il semplice soffiaggio, a velocità ultra-
sonica, contro la superficie del bagno fuso, di
; un getto di ossigeno molto puro attraverso una
1 “lancia” raffreddata ad acqua, calata dall’alto.
bi Il processo “LD” è stato messo a punto
) È negli scorsi anni in Austria, negli stabilimenti
Il S n°) siderurgici della Vest di Linz.
4 NINNI per Perfezionato, specie negli Stati Uniti, il
] procedimento ha avuto ovunque una diffu-
0) | | o 1 sione rapidissima, date le ottime qualità degli
a O EER 5 acciai, normali e speciali, che esso consente
; | } di produrre, con vantaggi anche di costo ri-
IT ; spetto ad altri sistemi.
! | > È) Y, Si potrebbe definirlo un processo rivolu-
zionario: in realtà è molto semplice e lo si
conosceva da tempo, ma soltanto l’impiego
di ossigeno a bassissimo costo — fatto recente
— ha fatto sì che si potesse utilizzarlo. Oggi
si afferma che prima del 1970 la produzione
mondiale di acciaio LD sarà di 100 milioni
di tonnellate; ciò significa che fra pochi anni
il nuovo sistema raggiungerà forse una po-
sizione di preminenza rispetto a tutti gli altri
sistemi finora in uso.
Il processo “LD”, come tutti quelli in
cui si usano convertitori (Bessemer, Thomas
eccetera), non richiede l’impiego di combusti-
bile per la trasformazione della ghisa in acciaio.
È sufficiente, infatti, a operare la ‘conver-
sione”, il calore della ghisa fusa, opportuna-
mente elevato dall’ immissione dell’ ossigeno.
Con il processo “LD”, pur trattandosi di
un sistema a soffiaggio di ossigeno, si può
utilizzare il 70 per cento di ghisa purissima e
solo il 30 per cento di rottame raggiungendo
livelli qualitativi con una facilità sconosciuta
fino ad oggi nell’industria siderurgica.
Il processo di produzione dell’acciaio al-
l’ossigeno si presta, infine, ad essere alta-
mente automatizzato.
barachini
danile
22
UNA STAZIONE SPERIMENTALE PER I CIBI CONSERVATI
di Baldassarre Molossi
La stazione sperimentale per l’industria delle conserve alimentari
di Parma ha quaranta anni, ma non li dimostra. La sua età, peraltro, è la
conferma della felice intuizione dei promotori dell’iniziativa. In real-
tà, infatti, è soltanto in questi ultimi vent'anni che, sulla scia delle
scatolette di Corned beef barattate dai soldati americani che risalivano
la penisola e poi rivendute al mercato nero, si è diffusa anche in Italia
l'abitudine al cibo cosiddetto “in scatola”, cioè agli alimenti conservati.
Ma già molti anni prima, a Parma si era compresa l’importanza
enorme che nella società moderna — che esige lo sfruttamento sem-
pre più razionale dei prodotti della terra e la distribuzione selettiva
di essi — riveste lo studio approfondito del modo di conservare i
cibi. Ecco perché già nel 1925 la stazione sperimentale di Parma po-
teva iniziare il suo funzionamento, a tre anni di distanza dal decreto
istitutivo.
E perché, qualcuno potrà domandarsi, la stazione sperimentale
delle conserve è nata proprio a Parma? Il perché è semplice: la pro-
vincia di Parma era già allora all’avanguardia della produzione del
pomodoro e gli industriali parmensi, con singolare e lodevole preveg-
genza, vollero che a fianco della giovane e rigogliosa industria con-
serviera sorgesse anche un istituto scientifico specializzato per lo stu-
dio di tutti i problemi che interessano la conservazione degli alimenti.
La città di Parma, ricca di tante nobili tradizioni, manifestò con questa
iniziativa anche la sua sensibilità per i problemi della ricerca scienti-
fica, riconoscendoli basilari per lo sviluppo di una attività industriale
che aveva allora caratteri molto modesti e quasi artigianali.
Era una delle due facce di Parma che così si rivelava. Città célta
e civile, elegante e raffinata, orgogliosa del suo passato di piccola
capitale, dei suoi monumenti d’arte, delle sue glorie musicali e così
via, Parma è una città che, accanto all’amore per la cultura e per le
cose belle, coltiva con altrettanta passione l’amore per i prodotti del-
la sua terra: e proprio dagli animali meno nobili, come i suini, e dagli
alimenti più semplici, come il latte, ha saputo ricavare, con un’opera
paziente e tenace di alto artigianato che si tramanda da secoli, alcuni
dei risultati più sublimi della sua feconda gastronomia: come il grana,
il formaggio parmigiano famoso nel mondo, già celebre ai tempi del
Boccaccio che ne cantò le lodi; e i prelibati prosciutti e quel capola-
voro che è il culatello, la cui fragranza strappò una pagina di elogio
anche a D'Annunzio. Insomma, la Parma di Antelami e del Correg-
gio, di Verdi e di Toscanini è anche la Parma del lambrusco e della
salsa in scatola.
Fu Carlo Rognoni, morto nel 1904, nato a Vigatto da famiglia
tradizionalmente legata alla terra, agricoltore egli stesso e maestro
di tecnica e di civiltà agraria, il primo nel parmense a coltivare il po-
modoro nel suo podere, ottenendone cospicui risultati e invogliando
i vicini a fare altrettanto, tanto che se oggi Parma va giustamente
famosa in Italia e nel mondo per l’industria delle conserve, il merito
risale appunto al Rognoni che ne fu il provvido promotore, poi se-
guito da tanti altri, i cui nomi araldici formano un insigne albero
genealogico.
La stazione sperimentale di Parma non è unica in Italia. Ve ne
sono altre sette che si occupano di diversi settori industriali: quattro
a Milano (combustibili, grassi, carta e cellulosa, seta), una a Reggio
Calabria (essenze), una a Murano (vetro), ed una a Napoli (pelle e ma-
teriale conciante). La stazione sperimentale di Parma è però l’unica
che si occupa della conservazione degli alimenti. Essa svolge i suoi
còmpiti su un piano nazionale ed alle spese di funzionamento contri-
buiscono tutte le industrie italiane del settore, il commercio di impor-
tazione e, buon ultimo, lo stato.
Quali sono i còmpiti affidati alla stazione sperimentale di Parma?
Come è noto, la produzione di alimenti conservati raggiunge in Italia
il valore di diverse centinaia di miliardi all’anno, ed i problemi tecnici
sono di estrema difficoltà. Basta questa considerazione per valutare
l'ampiezza dei còmpiti affidati all’ istituto che deve guidare i pro-
duttori verso un continuo perfezionamento dei metodi di lavorazione.
23
Uno dei dodici reparti in cui è articolata la stazione sperimentale di Parma. La biblioteca.
La stazione svolge inoltre particolari e delicati incarichi ad essa affi-
dati da enti e istituti di vario genere. Infine, esperti della stazione sono
inseriti in numerose commissioni nazionali e internazionali e portano
nei lavori delle stesse la loro specifica competenza. L’ istituto, presie-
duto e diretto dal professor Rolando Cultrera, dispone di personale
e attrezzature adeguate. Lo staff conta attualmente ventidue tecnici
laureati e dieci periti (oltre a ventidue dipendenti amministrativi e
subalterni). È una piccola, selezionata équipe molto affiatata e di pri-
missimo ordine.
L’articolazione dei reparti è la seguente: 1) chimica fisica; 2) con-
serve vegetali; 3) conserve di carne e di latte; 4) conserve ittiche;
5) succhi di frutta; 6) microbiologia; 7) imballaggi e contenitori per
conserve; 8) agronomia; 9) analisi per conto terzi; 10) impianti in-
dustriali; 11) biblioteca e stampa; 12) sezione staccata a Salerno.
Presso la stazione sperimentale di Parma, inoltre, il consiglio na-
zionale delle ricerche ha istituito un centro per la sterilizzazione in-
dustriale degli alimenti con il concorso finanziario dell’unione par-
mense degli industriali, della camera di commercio di Parma e di
altri enti locali. Il centro ha già intrapreso una serie di interessanti
ricerche. In più, presso la stessa stazione nel 1965 è sorto, per inizia-
tiva dei produttori locali, un centro sperimentale per il prosciutto
tipico di Parma.
In tutti i laboratori ed officine dell’istituto si svolge una intensa
attività di ricerca applicata, strettamente aderente alle esigenze del-
l’industria. L’opera di consulenza svolta dalla stazione interessa pic-
cole e grandi industrie. Negli ultimi tre anni sono state effettuate più
di quattromila consulenze, ed il sempre crescente numero di industrie
che si rivolgono alla stazione per lo studio di determinati problemi è un
chiaro indice dell’utilità di questo servizio di assistenza. Sempre più
numerose sono anche le richieste di analisi e di controlli che i diversi
industriali rivolgono alla stazione sperimentale. Dotato di moderni
apparecchi e di tecniche perfezionate, l’istituto è in grado di risolvere
Analisi e controlli tecnologici dei contenitori,
celermente i problemi analitici sottoposti che spesso per la loro natura
esorbitano dai limiti delle normali tecniche per assumere quello più
impegnativo di vera ricerca. Analisi chimiche, fisiche e batteriologiche
degli alimenti; analisi chimica, fisica e controlli tecnologici dei con-
tenitori. La stazione di Parma è l’unico istituto specializzato esistente
in Italia che unisce alla competenza specifica un alto grado di espe-
rienza dei suoi tecnici.
A questo proposito è da dire che il problema della qualificazione
dei tecnici è sentito da tutte le industrie. In particolare, nel settore
della tecnologia degli alimenti non esiste attualmente in Italia una
scuola di specializzazione per la formazione di tecnici con specifica
conoscenza professionale. La mancanza di scuole in questo settore è
giudicata dal professor Cultrera una gravissima lacuna: «Questa carenza,
egli dice, rallenta certamente il progresso della nostra industria e la
pone in condizione di inferiorità potenziale nei confronti di altre in-
dustrie di altri paesi ».
Fra i vari reparti in cui è articolata la stazione sperimentale, potrà
forse avere sorpreso il reparto di agronomia. E invece proprio al re-
parto agronomico sono affidati còmpiti assai particolari ed impor-
tanti. La necessità per le industrie di disporre di materie prime idonee
ha indotto infatti la stazione sperimentale ad affrontare anche deter-
minati problemi agronomici. Il reparto di agronomia, pertanto, oltre
ad un’opera generale di assistenza e di consulenza, si è particolarmente
dedicato al problema della selezione del seme di pomodoro e di pi-
selli, sia pure con gravi sacrifici finanziari e tra numerosi intralci bu-
rocratici. Il laboratorio agronomico ha svolto studi sul pomodoro
emiliano, effettuando contemporaneamente una selezione di massima
al seme di pomodoro con lo scopo di diffondere ad uso industriale
le varietà più adatte alla produzione di derivati di qualità. A tale pro-
posito il professor Cultrera è del parere che si imponga in questo settore
un urgente e deciso intervento in difesa delle coltivazioni di pomodoro
con un piano organico di lavoro che sfrutti l’esperienza e le attrez-
Gabinetto di analisi microbiologica.
zature di tutti gli enti od istituti interessati e con adeguati mezzi fi-
nanziari.
A questo punto veniamo a toccare un tasto delicato. È vero che
il governo ha ripetutamente annunziato provvedimenti a favore della
ricerca scientifico-tecnologica, ma è anche noto che la ricerca indu-
striale nel nostro paese non raggiunge ancora il livello che sarebbe
auspicabile. È necessario che si muova, per non restare definitivamente
distanziata dalle nazioni più consapevoli, le quali svolgono un metodico
programma di espansione della ricerca, hanno già acquistato o si accin-
gono a conquistare posizioni di rilievo che poi si riflettono sul loro
prestigio, sulla loro potenza e sulla loro ricchezza. Su questo argo-
mento il professor Cultrera è molto schietto: «I popoli — ci ha detto —
che non sapranno predisporre gli strumenti necessari per essere part-
tecipi e protagonisti del mondo creativo, dovranno ricadere a un ruolo
di minore dignità e rinunziare quindi alla loro libertà ».
Ma torniamo alla stazione sperimentale per l'industria conserviera.
L’incremento della produzione agricola, la migliore utilizzazione dei
prodotti per mezzo della trasformazione industriale, la diminuzione
dei costi, la conservazione degli alimenti sono tutti fattori che concor-
rono ad una più equa ripartizione della ricchezza. In questi ultimi anni
l'industria in generale, e quella agricola in ispecie, ha trovato un ritmo
di sviluppo, di progresso e di rinnovamento tecnico che trasforma
con impressionante rapidità la stessa struttura sociale, incidendo pro-
fondamente sulla psicologia del singolo, sui costumi dei nuclei fami-
liari e sulla vita associativa delle collettività. È nota la diffidenza man-
tenuta fino a qualche anno fa dagli italiani, abituati per secoli ad una
alimentazione povera, per i “prodotti in scatola” o “congelati”. Il
boom degli alimenti in scatola (di tutti gli alimenti, non soltanto della
conserva di pomodoro, delle marmellate o delle sardine sott'olio) è
soltanto di questi ultimi anni e procede di pari passo con i nuovi orari
di lavoro, con l’estensione dei super-markets e dei self-service e con un
diverso impiego del “tempo libero”.
A questo proposito abbiamo chiesto al professor Cultrera: «sulla
base della sua pluriennale esperienza alla guida della stazione speri-
mentale di Parma, può dirci se i consumatori possono avere fiducia
negli alimenti conservati? ». Ed egli ci ha così risposto: « Indubbia-
mente: i prodotti di conservazione, razionalmente applicati, stabiliz-
Il laboratorio della cromofotografia.
zano gli alimenti mantenendone inalterate le proprietà nutritive. Le
conserve sono alimenti sani, stabili, di agevole trasporto, che offrono
al consumatore una grande varietà di scelta in tutti i luoghi e in qual-
siasi tempo. I consumatori possono quindi impiegare con fiducia le
conserve nei molteplici casi in cui riescono utili o insostituibili ».
È vero che per qualcuno il cosiddetto progresso tecnico è quello
che ha portato allo sviluppo dell’industria conserviera e viene accettato
come un male inevitabile. Ma il professor Cultrera ha la risposta pron-
ta anche per questa obiezione e ci dice: « Non deve sorprendere se
tutto quello che accade, di buono e di cattivo, venga frequentemente
addebitato allo strapotere assunto dalla scienza ed alle conseguenti
applicazioni tecnologiche. Ancora, da qualche parte, si ama contrap-
porre scienza ed umanesimo. La scienza e la tecnologia vengono raf-
figurate, in tale contrapposizione, come lo strumento freddo, mec-
canico ed inesorabile di una umanità ‘disumanizzata”, la quale si
appresterebbe a perdere anche la capacità di soffrire e di accettare il
dolore quale necessario elemento di ascesa.
«È questa una vecchia posizione polemica — prosegue il professor
Cultrera — che non ha alcuna consistenza. È assurdo contrapporre
la scienza all’umanesimo, attribuendo all’una od all’altro valore de-
finitivo ed assoluto nei riguardi del bene e del male che può derivarne
alla mutevole società umana». E il professor Cultrera conclude dicendoci:
« Anche se il pericolo di una società tecnicizzata, collettivizzata e stan-
dardizzata sovrasta su di noi, proponendo dubbi e problemi nuovi,
l'evoluzione tecnologica non può essere arrestata. La vita delle future
generazioni dipende da questo tipo di progresso: soltanto esso potrà
loro garantire, tra l’altro, la soddisfazione della fame. E le conserve,
per ritornare nel nostro modesto campicello, giuocheranno un ruolo
insostituibile ».
Il professor Rolando Cultrera, docente universitario di chiara fama e
uomo di varia umanità, presiede e dirige la stazione sperimentale di
Parma da dodici anni con grande competenza ed autentica passione. Egli
ha impresso all’ istituto nuovo slancio, trasformandolo, si può dire,
dalle radici, quando la sua sorte pareva compromessa. In più vi ha ag-
giunto una “carica” tale da farne uno strumento non soltanto prezioso
sotto il profilo tecnico, ma addirittura appassionante in una dimen-
sione umana.
UN NUOVO TIPO DI BANDA
LA “SILVER GLOW
È noto come la produzione di banda stagnata elettrolitica sia sen-
sibilmente aumentata rispetto al passato: basti pensare che nel 1956
non se ne produceva, che nel 1957 essa rappresentava l’ 1,5 per cento
del totale della produzione di latta e che nel 1964 ha toccato il 59 per
cento.
La banda stagnata ‘“temper universale’, recentemente installata
nel centro siderurgico ‘Oscar Sinigaglia” di Cornigliano dell’ Italsider,
rappresenta una delle tappe evolutive della produzione siderurgica e
nello stesso tempo può ritenersi un punto di partenza per ulteriori
traguardi tecnici ed economici.
Non distanti sono infatti le possibilità di disporre di nuovi tipi di
materiali per imballaggio che permetteranno altre economie: per esem-
pio, la banda stagnata a doppia riduzione e la banda stagnata ultrasot-
tile che già si stanno affacciando sui mercati d’oltreoceano.
La banda stagnata T.U. può essere prodotta anche con il parti-
colare aspetto superficiale “silver”, ottenuto conferendo all’acciaio
base, tramite cilindri opportunamente sabbiati, una particolare
ruvidità.
La combinazione tra ruvidità dell’acciaio e brillantezza dello stagno
crea il caratteristico aspetto “silver” (“silver glow” significa appun-
to “lucentezza argentea”).
Questo apre nuove prospettive alla tecnica litografica, data la pos-
sibilità di ottenere particolari effetti estetici.
Infatti, con vernici trasparenti di vario colore, è possibile creare
nuove soluzioni che soddisfano la costante ricerca di dare al conteni-
tore la massima attrazione estetica, fattore molto importante su cui si
basa lo sviluppo delle vendite.
€
I vantaggi derivanti dall’applicazione della banda stagnata “silver”,
rispetto alla banda stagnata lucida, possorio essere così riassunti:
- costo inferiore,
- eliminazione di particolari vernici di fondo nelle operazioni di
litografia, x
- aspetto estetico molto interessante.
Nella foto, dall’alto in basso, tre tipi di banda stagnata: la “opaca”,
la “silver glow”, la “lucida”.
25
STAGNATA ELETTROLITICA:
26
LA TARGA D'ORO ITALSIDER 1965
di Livio Castiglioni
Sul “Rialto”, il rapido Venezia-Milano in una caldissima sera del-
lo scorso luglio, la birra versata dalla bottiglietta in vetro di grosso
spessore non risultava all’assaggio sufficientemente refrigerata. Alla
nostra osservazione lo stewart ritirava bottiglia e bicchieri e ritornava
con una scatola cilindrica di latta dai lucidi colori da copertina plasti-
cata, quindi, con due rapidi colpi di punteruolo assestati su uno dei
fondelli ci serviva dosi di Amstel che appannavano immediatamente
i cristalli: promesse di refrigerio.
Il nostro pensiero ritornò alle caratteristiche e ai vantaggi della
banda stagnata sui quali avevamo dissertato qualche ora prima con i
più competenti produttori, costruttori, utilizzatori dei sottili fogli
d’acciaio.
Tornavamo da Padova dove avevamo partecipato alla giurìa del
concorso Targa d’oro Italsider 1965 e stavamo rileggendo in treno il
comunicato redatto dalla segreteria a conclusione dei lavori:
«Nel quadro dell’iniziativa atta a pubblicizzare caratteristiche e
possibilità di impiego dei nostri prodotti, l’Italsider si è proposta di
istituire, per la banda stagnata elettrolitica, un concorso denominato
Targa d’oro Italsider 1965.
Il concorso bandito agli inizi di questo anno si è rivolto alle azien-
de produttrici e utilizzatrici di imballaggi in banda stagnata.
Erano previsti due premi, costituiti da una targa d’oro al primo
classificato e da una targa d’argento al secondo classificato. La segre-
teria del concorso è stata assegnata all’Istituto Italiano dell’Imballag-
gio che ha indirizzato duemilaottocento inviti.
La giurìa riunitasi presso la camera di commercio di Padova il
21 luglio, presa visione dei prodotti concorrenti e delle relative note
tecniche ha deliberato di attribuire il primo premio targa d’oro al
secchiello tronco-conico in banda stagnata della Montecatini (progetto
S.A.L.C.I.M.), € il secondo premio targa d’argento per il barattolo in
banda stagnata per mezzo chilo di caffè alla Metalgraf ».
Siamo convinti che per la Targa d’oro Italsider per gli imballaggi
in banda stagnata esistono tutti i presupposti per un sicuro consistente
futuro.
(a fianco): la targa d’oro Italsider.
nella pagina accanto, (a sinistra): barattolo per mezzo
chilogrammo di caffè, prodotto dalla Metalgraf, al quale
è stato assegnato il secondo premio (targa d’argento).
(a destra): alcuni secchielli tronco-conici della Monte-
catini, per i quali è stato assegnato il primo premio
consistente nella targa d’oro.
’
Ma ritornando alla birra sul “Rialto”:
di statistiche in quanto tempo si possono rinnovare a ritmo di con-
sumo estivo le scorte di bevande conservate a temperature tra i cinque
e i dieci gradi in un piccolo frigorifero da vagone, aereo, autobus
eccetera, adottando contenitori realizzati in vetro o altro materiale con-
tro quelli realizzati in sottile banda stagnata?
Una esperienza personale effettuata il giorno dopo nel frigorifero
domestico ci diede questi risultati: trentacinque centilitri di bevanda
analcolica in scatola metallica scese da ventisei a cinque gradi in dieci
minuti, contro venti centilitri di bevanda analcolica in bottiglietta di
vetro da ventisei a cinque gradi in un’ora. Temperatura del freezer
meno quattro gradi.
Abbiamo notato nella attuale produzione di imballaggi, anche al
di fuori dei prodotti presentati al concorso, che il design vero e pro-
prio non ha dato finora quegli ottimi, specifici risultati che l’impiego
della banda stagnata consentirebbe.
Per quanto riguarda la qualità formale sono da segnalare il secchiel-
lo della Montecatini e la scatola a nervature della Metalgraf per il
caffè Lavazza, anche se qui la grafica non aderisce come avrebbe age-
volmente potuto alla sagomatura del barattolo.
E appunto per quanto riguarda il design grafico si può affermare
che la banda stagnata elettrolitica con la sua lucida perfetta superficie
consente le migliori litografie oggi realizzabili, indeteriorabili, che
superano qualsiasi tipo di etichetta, lasciando libertà al designer per
lo sviluppo della grafica packaging più integrata con la forma. È so-
prattutto da segnalare al grafico l’impiego della finitura silver glow
per l’uso di vernici trasparenti e, a nostro avviso, anche ammonirlo
al facile abuso, possibile sul piano estetico, di questa ottima finitura.
Abbiamo constatato anche attraverso visite alle recenti mostre
si sono chiesti gli operatori
27
della Ipack-Ima a Milano e delle Conserve e Imballaggi a Parma i
vantaggi e le notevoli caratteristiche della banda stagnata come ma-
teriale base per il packaging nell’industria:
- versatilità del materiale in quanto idoneo alla realizzazione dei più
svariati tipi di contenitori con adattamento a qualsiasi configurazione
funzionale e dimensionale.
- robustezza agli urti, alle pressioni per impilamenti, facile assor-
bimento di ammaccature senza danno alla funzione di imballo.
- economicità di confezione proprio perché il contenitore essendo
“a perdere” non crea difficoltà contro i tipi “a rendere” per il ritorno
dei vuoti evitandone una costosa amministrazione.
- richiede imballaggi di spedizione più semplici e più leggeri con-
tribuendo a far risparmiare sui trasporti e sui costi di immagazzina-
mento.
- la scatola in banda stagnata consente un risparmio di spazio fino
al sessanta per cento rispetto ad altri imballaggi.
- nella moderna conduzione della dispensa familiare la scatola in
banda stagnata, per le sue caratteristiche intrinseche, consente la di-
sponibilità di alimenti già pronti al consumo ed anche una maggiore
scelta di prodotti di diversa natura con la possibilità di una alimenta-
zione più completa, più varia e più adeguata alla attività di ognuno.
Dieci giorni or sono un amico francese ha voluto gentilmente ri-
fornire con un canestro di generi alimentari la nostra caravan in gita
sulle rive della Loira. Tra lo scatolame vario in cartone e metallo,
tra i sacchetti di plastica e di tela grezza, splendevano otto rossi reci-
pienti cilindrici di latta da un quarto di litro di Beaujolais.
Anche qui la banda stagnata consente il rapido condizionamento
del vino alla regolamentare “temperatura ambiente per il consumo”
prescritta dal sommelier.
€
28
IL SCIENCE MUSEUM DI LONDRA
di Luciano Rebuffo
L’ Inghilterra è il paese della rivoluzione industriale, e questo
ognuno lo sa. Fu già nel XVIII secolo che in quel paese ebbe inizio
la nuova èra delle macchine, resa possibile dalla ricchezza del paese,
già potente nel mondo grazie alla sua marina; dagli studi dei suoi
inventori e, soprattutto, dalla ricchezza di foreste, poi di carbone e
di minerale di ferro.
La rivoluzione industriale, insomma, ebbe inizio partendo dal ferro.
Forse dipende da questo, oltreché dalla mentalità pragmatista e con-
servatrice del paese, il fatto che il ferro domini ancora oggi il pano-
rama inglese.
Basta arrivare a Dover per rendersene conto: la stazione ferrovia-
ria, che è la vera porta inglese sul continente, e che noi latini, ad esem-
pio, avremmo abbellito con l’architettura più moderna e con gli ar-
redamenti più vari, con marmi, cuoi, legno eccetera, è ancora quella
costruita agli inizi del secolo. Le travate di ferro sono ancora tutte
in evidenza, coi loro bulloni, come una costruzione da meccano. Tut-
to è ferro, anche le panchine; e lo stesso si riscontra all’arrivo a Londra,
alla Victoria Station, vero e immutato monumento al ferro. Così
come sono i ponti principali sul ‘Tamigi, così come sono i docks
portuali.
Ferro, ferro e ancora ferro, ovunque. Per non parlare della ““Under-
ground”, la magnifica metropolitana, dove nessuno si è sognato di
mascherare, con stucchi o marmi o altre decorazioni, il fatto che si
tratta in sostanza di una serie di grandi tubi di ferro dove corrono
treni di ferro, raggiungibili con scale mobili o ascensori di ferro.
E così è dappertutto, nel paesaggio inglese, dove le alte ciminiere
oscurano col fumo il sole già pallido, e ci calano in pieno nella civiltà
del ferro, come a Sheffield, come a Manchester.
Perciò questa civiltà meccanica è nella vita stessa della capitale,
dalle insegne metalliche dipinte che stanno alla porta dei negozi, fino
alla intera facciata vittoriana in ghisa del famoso negozio Asprey’s
nella celebrata Bond Street, fino agli atri coperti dei grandi teatri
di Mayfair.
E se volete fare un bel giro di Londra, sedetevi al piano superiore
di uno dei famosi autobus rossi, e godetevi lo spettacolo; passerete
al livello di molte finestre di banche, di negozi, di abitazioni, e ve-
drete anche, che spesso, all’interno ci sono ancora colonne di ghisa
in evidenza, e balconi di ghisa.
Questo per dire che in una città come questa la visita al Science
Museum (museo della scienza) che si trova a South Kensington (sta-
zione della “Underground” tutta in ferro, scritta in ferro traforato)
non segna una interruzione nella giornata, un brusco passaggio dal
panorama esterno a quello interno, ma una continuazione nel tempo,
cronologicamente a rovescio, di una stessa realtà.
Il grande capannone centrale, con le travature metalliche della
volta, con le balaustre delle gallerie, con le grandi macchine al centro,
non sembra forse la Victoria Station, che è soltanto un po’ più in-
vecchiata?
Il Science Museum è uno dei più importanti del mondo, nel suo
genere. Per fare un riferimento al Deustches Museum di Monaco,
del quale vi parlai nel numero scorso, dirò che questo è altrettanto
grande. Forse l’ordinamento è meno preciso, più caotico. Circa il
materiale, qui forse si trova una minore continuità, una minore pro-
gressione didattica; in compenso i pezzi esposti sono, presi in sé, di
maggiore importanza.
Arrivo al museo alle 9.55: è chiuso. Si apre alle 10, con cronome-
trica puntualità. Entro, mi qualifico, e sùbito mi dicono con chi devo
parlare: Mr. Frank Greenaway, addetto alle pubbliche relazioni del
museo, per il settore metallurgico. Veramente occorrerebbe fissare
un appuntamento, ma trattandosi di un giornalista straniero vengo
ricevuto sùbito.
Mr. Greenaway, con grande affabilità, ascolta le mie richieste,
sfoglia alcuni numeri della nostra rivista che ho portato con me, e
poi si complimenta sinceramente. Trova la rivista molto bella e im-
pegnata, e quindi sente il dovere di documentarmi bene sulla vita e
sull’ attività del museo.
«Il Science Museum — mi dice — è un vero grande organismo,
con una sua elaborata organizzazione. Il personale, ad esempio, rag-
giunge il numero ragguardevole di trecentottanta persone, dal diret-
tore generale ai manovali (ottantanove), dal personale dirigente specia-
lizzato per ricerche del materiale, studio, collocazione (sessantasette),
fino al personale impiegatizio degli uffici disegni, archivio, e studio
fotografico (settanta), dai guardiani (sessantasette) fino agli addetti
alla biblioteca (cinquantatré). E altri. A proposito della biblioteca, essa
è una delle più fornite in campo tecnico e scientifico, e svolge una
preziosa attività ».
Egli vuole accompagnarmi a visitarla: è molto bella, razionale, e
contiene centinaia di scaffali. Inoltre essa possiede le edizioni che il
museo stesso cura continuamente, edizioni di manuali, libri, studi
sulle ricerche più recenti, monografie, riproduzioni di stampe ed altro.
Un’attività febbrile, e importante.
« Pensi che la biblioteca — continua Mr. Greenaway — serve
non solo tutti gli studenti per le loro esigenze scolastiche; non solo
tutti gli studiosi per le loro ricerche, ma anche il grande pubblico
in generale. I lettori annuali in questi ultimi tempi, ad esempio, pos-
sono calcolarsi in circa quindicimila. Poi vi sono i prestiti di libri, che
si aggirano sui ventimila all'anno. La biblioteca dispone di oltre
trecentosettantamila volumi. Le fotocopie distribuite per il mondo
sono circa centoquarantamila all’anno ».
Questo della biblioteca mi sembra, in effetti, un aspetto importan-
tissimo dell’attività del museo, che va unito alle mostre speciali (ne
vengono allestite spesso, sui problemi del giorno, come l’anno geofi-
sico internazionale, i problemi dei razzi per ricerche astronomiche,
PI
RE <A
UL
l’alluminio nell’ingegneria elettrica, i moderni sistemi di controllo
dei traffici, e così via), alle conferenze e alla proiezione di film di ca-
rattere scientifico e tecnico, quattro volte alla settimana per gli adulti
e tutti i giorni per i ragazzi.
A proposito dei ragazzi, e degli sforzi che il museo svolge per
aiutarli ad avvicinare, a capire, ad amare il mondo della scienza e del-
la tecnica, Mr. Greenaway vuole accompagnarmi di persona nello
speciale “salone dei ragazzi” che sta nel sottosuolo.
È bellissimo. Tutto viene spiegato a mezzo di disegni attraenti e
chiari, di diorami, di fotografie. Ma, quel che più conta, vi sono qui
numerosissimi apparecchi dimostrativi dei fenomeni fisici e meccanici
che i giovani visitatori possono azionare mediante pulsanti, interrut-
tori, manovelle. Questo, come è ovvio, interessa moltissimo i ragazzi,
li invoglia ad informarsi, costituisce indubbiamente un ottimo sistema
didattico.
A questo punto il mio cortese accompagnatore mi fa notare, con
Spirito pratico inglese, che il tutto comporta spese non indifferenti,
che sono coperte da stanziamenti del parlamento, amministrati dal
ministero dell’educazione e della scienza. La spesa per il 1965-’66 è
stimata, ad esempio, intorno alle 463.000 sterline (812 milioni di lire).
L’industria inglese non contribuisce con finanziamenti, ma il suo aiuto
al museo è di notevole importanza: essa provvede spesso all’allesti-
mento delle mostre speciali, collabora a particolari iniziative, ed inoltre
dona spesso del materiale (può trattarsi di un impianto intero, di una
Macchina, di un forno, di una vettura della metropolitana, di una lo-
comotiva, di oggetti fra i più svariati).
20
panta
Un pezzo originale e assai curioso. Si tratta di un teatrino lungo circa un metro, con
pupazzi di legno rivestiti in tessuto, e un modellino di vascello da novanta canno-
ni. È la riunione dell’ammiragliato del re Carlo II Stuart.
Il museo, attualmente, è strutturato su quattro piani. Le sezioni
principali sono: la galleria dei ragazzi; il gruppo speciale, che com-
prende ad esempio il laboratorio originale di James Watt; la sezione
scientifica, che consta di ventisei settori; la sezione tecnica che consta
di quarantun settori. Si pensi che ogni settore occupa almeno una
sala, o mezza sala.
Mr. Greenaway vuole accompagnarmi nel mio giro, io mi scher-
misco e mi scuso per il tempo che gli faccio perdere, ma lui risponde
«It's my job ». E dunque andiamo.
Intanto il mio accompagnatore mi dà alcune spiegazioni sull’ori-
gine e sulla storia del museo. Essa si può far risalire alla grande fiera
tenuta in Hyde Park per iniziativa del principe Alberto, nell’anno 1851.
Dalla fiera prese vita un ufficio per la scienza e l’arte, con l’intento di
«incrementare i mezzi di educazione industriale ed estendere l’influenza
della scienza e delle arti sull’industria di produzione ». Molti oggetti
provenienti dalla fiera furono così conservati e quindi ospitati alla
Marlborough House nel 1852, per formare con altri oggetti un “museo
dell’arte ornamentale”. Poi, nel 1856, tutti gli oggetti furono traspor-
tati a South Kensington, in una costruzione di lamiera ondulata (sic)
e riguardavano i cibi, i prodotti animali, i materiali da costruzione e
gli apparati didattici. In un primo tempo, sempre con crescenti acqui-
sizioni, oggetti d’arte e di scienza restarono assieme, poi il settore
artistico fu staccato e restò soltanto la parte scientifica e tecnica. Final-
mente, il 20 giugno 1857, un sabato sera, la regina Vittoria e il prin-
cipe Alberto inaugurarono il nuovo museo che fu aperto al pubblico
il 24. Ma le costruzioni attuali, in mattoni, dovevano venire solo in
30
Salone dei ragazzi. Un giovane visitatore mette in funzione un elettromagnete,
La folla assiste, nella grande sala delle macchine, ad una dimostrazione della prima
macchina a vapore di Watt.
un secondo tempo: si cominciò a costruire nel 1908, e fino al ’14. Poi
venne la guerra, con conseguente interruzione dei lavori. Poi si riprese,
e solo nel 1928 fu riaperto un altro blocco. Intanto i lavori continua-
rono, e furono interrotti nuovamente dalla seconda guerra mondiale
per essere ripresi e terminati negli ultimi edifici nel 1949 e nel 1961.
In occasione del centenario il museo ha edito uno speciale volume
illustrato.
Naturalmente il materiale andava sempre crescendo, non soltanto
per acquisti o per lasciti, ma anche per le generose offerte di materiale
da parte di industrie, specialmente quelle del gas, quelle elettriche, me-
tallurgiche, e chimiche.
Fare ora un elenco del materiale esposto equivarrebbe a redigere
un lungo, noioso ed inutile catalogo. Sarà meglio invece mettere in
evidenza i pezzi di maggior valore, così come me li ha mostrati e sot-
tolineati Mr. Greenaway.
Nel reparto di misurazione del tempo, con orologi solari sumeri,
egizi, greci; con clessidre e altri strumenti, molti del rinascimento ita-
liano, vi è un pezzo eccezionale: il meccanismo dell’orologio da torre
della cattedrale di Wells, e risaliamo all’anno 1360. Si tratta del pezzo
più antico tra il materiale inglese, ed indubbiamente di uno dei più
antichi orologi esistenti. L'orologio di Wells, come allora si usava,
non solo batteva le ore ma muoveva un meccanismo a girotondo, con
quattro cavalieri.
In quello dei pesi e misure, sono esposte stupende sbarre di
ferro, misure lineari del tempo di Enrico VIII, della regina Elisabetta,
e così via fino all’ 800. Circa i pesi, magnifica la serie dei tempi della
regina Elisabetta, che stanno all’origine della divisione tra libbra
avoirdupois e libbra troy. Bellissime sono le misure di capacità, in
bronzo, del 1601: il bushel, il gallone, il quarto, la pinta.
Nel campo navale, con decine di “admiralty model” da fare invi-
dia ad un intero museo navale, è conservato il celeberrimo, ed unico
al mondo, modello. originale del vascello “Prince” del 1670, costruito
dal figlio del grande costruttore Phineass Pett.
Cosa curiosa e interessantissima, è poi un vero “teatrino” originale,
dove viene mostrata, con pupazzi di legno rivestiti in tessuto, e con
mobili e modellini di legno, una riunione dell’ammiragliato di Carlo II
Stuart. ‘Progettisti, tecnici e altri mostrano al re un modellino tecnico
per la costruzione di un vascello di primo rango. Chi poi volesse ap-
profondire la conoscenza della marina britannica, non avrebbe che da
recarsi al “Maritime Museum” di Greenwich, alla periferia di Londra.
Nella sala dell’astronomia, a parte alcuni globi del nostro Coro-
nelli, vi è un pezzo eccezionale: il telescopio riflettente di William
Herschel che nel 1781 scoprì con esso un nuovo pianeta, Urano.
Tra gli strumenti geografici, il grande strumento circolare di
Jesse Ramsden, del 1784, costruito in tre anni, e che servì a rista-
bilire con precisione la posizione del meridiano di Greenwich.
Si passa poi all’illustrazione della forza motrice. I modellini mostra-
no ovviamente come nel tempo l’uomo si sia servito di forze naturali:
forza muscolare umana; gli animali; il vento; i corsi d’acqua eccetera.
Furono però proprio le miniere inglesi, con i loro problemi di dre-
naggio dell’acqua sul fondo, a richiedere una maggior forza motrice:
così Thomas Newcomen, un mercante di ferro di Dartmouth, costruì
la prima macchina a vapore atmosferico per pompare l’acqua. A_mi-
gliorare la macchina di Newcomen provvide poi Watt assieme a Boul-
ton, ottenendo una macchina di sicuro rendimento. Qui si trovano i
primi esemplari.
Per quanto riguarda l’illuminazione, noi pensiamo sùbito ai vari si-
stemi: candele, lucerne ad olio, a petrolio, a gas. Ma il pezzo più ecce-
zionale di questa raccolta è invece costituito dalla lampada di Davy,
che conteneva una candela, ma studiata apposta per essere usata in
miniera, in modo da non portare il fuoco in contatto coi gas, il che
era causa di continui incidenti e scoppi.
Nel salone della chimica, gli apparecchi sono infiniti: di partico-
lare interesse una cassetta appartenuta a Faraday, con tutte le varie
boccette e boccettine, sulle quali si leggono, ottenute con acido, le
iniziali M. F.
Passando alle calcolatrici, vi sono centinaia di esemplari, fino
ai recenti calcolatori elettronici. Ma come pare ingenua e lontana la
progenitrice di tutte le macchine per calcolare, vale a dire la macchina
Resti di una pompa a vapore di James Watt.
ce dei primi torni a pedale per lavoro ornamentale, quasi tutto in legno, dell’inizio Una elaborata macchina a vapore, completamente in ferro, con un supporto a forma
el 1700. di colonna dorica, del 1860.
32
di Babbage, costruita nel 1833, e che l’autore chiamò “macchina per
differenze!”?.
Nel settore delle macchine agricole, andiamo dai modellini dei
sistemi egizi, romani, greci eccetera, fino ai moderni trattori e alle
mietitrebbia. Ma il pezzo più importante è costituito dalla macchina
falciatrice del reverendo Patrick Bell, entrata in uso nel 1828, e sostan-
zialmente sostituita solo nel 1861, per le esigenze create dalla guerra
di secessione, dalla macchina dell’americano McCormick.
Circa i trasporti, che dire se si pensa che questa è la patria delle
ferrovie? Qui vi è la vera locomotiva di Stephenson, la famosa
“Rocket”, e altre locomotive fino alle più recenti. Vi sono poi
carrozze, diligenze, i tram a cavalli, a due piani, i primi autobus, ed
infine una vettura della “metropolitana”, ultimo dono appena arrivato.
Così per le automobili, andiamo dalle prime auto continentali
(come è noto, in questo campo l’Inghilterra ebbe un lieve ritardo),
le De Dion-Bouton, le Daimler-Benz, fino alla prima Rolls-Royce a due
posti. È del 1905, ed è il primo esemplare di quella che doveva diventare
famosa come la macchina più lussuosa e costosa del mondo. Non man-
cano le macchine italiane. Nutritissimi sono i settori della motocicletta
e della bicicletta, come del resto quello dell’aviazione, con il “Vimy”,
primo apparecchio di Alcock e Brown che tentarono la traversata
dell’Atlantico nel 1919. Poi vi sono triplani, quadriplani, idrovolanti,
fino agli aerei inglesi e tedeschi dell’ultima guerra, e agli aerei a reazione.
Molti altri sono i settori degni di segnalazione, come quello del-
l’elettricità, del telefono, del telegrafo, della radio, della televisione,
delle turbine, dei motori a turbina, e così via.
Interessanti i primi esemplari di telai meccanici, particolarmente
importanti in Inghilterra dato il ruolo dell’industria tessile; così pure
quelli dei primi torni, a pedale, dapprima in legno, poi in ferro.
Ho tenuto per ultimo, appunto, il settore del ferro e dell’acciaio,
che occupa una intera galleria al secondo piano: “Iron and Steel”.
Il mio accompagnatore, considerato il carattere della nostra in-
dustria, ha voluto illustrarmi con particolare cura questo settore,
la cui sistemazione, piuttosto recente, tende a dare, in forma cro-
Parafuoco di caminetto, in ghisa, appartenuto a Richard
Lenard, con la data del 1636 e vari simboli del lavoro side-
rurgico.
nologica, didascalica e facile per tutti, una dimostrazione della
storia del ferro dalle origini ai giorni nostri. Per esso esiste anche
un apposito manualetto. Il settore, con disegni, diorami, pezzi ori-
ginali, fotografie eccetera tende a dimostrare le varie fasi della
tecnica siderurgica, da quella dell’età del ferro che gira attorno al
1000 a.C., con ottenimento di ferro impuro, malleabile e non forgia-
bile, e che è messa a confronto con la tecnica attuale di certe tribù
primitive, fino ai forni etruschi e romani, e ancora ai sistemi di pro-
duzione del carbone di legna con grandi forni conici, come si fece
fino al XVIII secolo. Dagli altiforni a carbone di legna, si passa al-
l'introduzione del carbone di coke, applicato per la prima volta da
Abraham Darby nel 1709 a Coalbrookdale. Una impressionante visione
notturna di tale lavorazione è data da un quadro, qui conservato, di
Loutherbourg.
Quindi si passa ai problemi della fonderia, dagli esempi cinesi a
quelli illuministi, fino al ferro a puddellare, ai forni Bessemer, ai for-
ni Martin-Siemens, e così fino al recentissimo processo LD. Si arriva
quindi alla laminazione, da esempi della fine del ’700 fino ai modernis-
simi laminatoi automatizzati. Ma queste sono cose che i nostri lettori
conoscono benissimo.
Vi sono poi molti modellini di primi ponti in ferro costruiti in
Inghilterra, ivi compreso il primo in senso assoluto, cioè il ponte
di Severn, costruito dalla Coalbrookdale Company nel 1777-’80.
Chi poi volesse vedere una gran parte della produzione artistica
inglese in ferro, dalle cancellate alle finestre, dagli alari alle balcona-
te, dalle insegne alle serrature, alle chiavi, alle armi eccetera, non
avrebbe che da recarsi, proprio qui di fronte, al Victoria and Albert
Museum.
Così è finita la mia visita al Science Museum. Mr. Greenaway mi
ha chiesto se ero soddisfatto, e alla mia risposta affermativa mi è parso
di cogliere nei suoi occhi un lampo di britannico orgoglio.
Ma poi ha sùbito aggiunto che egli conosce e ammira moltissimo
il nostro museo leonardesco della scienza e della tecnica di Milano,
e questa volta l’orgoglio è stato tutto mio.
LE LETTURE DEI NOSTRI FIGLI
di Sam Carcano
Quando i nostri figliuoli erano bambini, sapevamo che cosa dargli
da leggere. Librerie e cartolerie hanno tutta una disponibilità di ma-
teriale scritto e illustrato che va dall’albo al volumetto, dal fascicolo
alla piccola o grande enciclopedia. In edicola, poi, il repertorio di albi
e di giornaletti per ragazzi occupa interi piani, e neppure si sa come
mamme e figliuoli riescono a conoscerli tutti. Si può osservare che
altro conto è la quantità, altro conto è la qualità; non si può negare
che anche il più ingenuo racconto possa essere talvolta portatore,
magari all’insaputa di quelli che lo hanno scritto, illustrato, pubbli-
cato, di un’impronta ideologica non proprio gradita. Un’impronta,
per intenderci, che potrà poi restare impressa nella mente del pic-
colo lettore.
Nel complesso, però, si può stare abbastanza tranquilli, sia
perché l’editore si attiene a certe cautele, non fosse altro per ra-
gioni di prudenza commerciale, e poi perché esistono precisi limiti
nella capacità d’apprendere del fanciullo. Quand’anche gli capitas-
sero in mano cose un po’ “scottanti”, difficilmente riuscirebbe a com-
prenderne il significato.
Per l’adolescente è molto diverso. Quelli che saranno poi gli in-
teressi e i pensieri del giovanotto o della signorina, incominciano già
a profilarsi all’età della prima sigaretta o del primo paio di calze tra-
sparenti. Come tematica, insomma, sono già adulti, mentre diventa
estremamente importante sia una certa gradualità nel proporre loro
gli argomenti della vita adulta, sia un metodo attento, graduale, per-
Spicace, nella maniera di trattarli. Si tratta, in sostanza, di una sele-
zione che non dev'essere però a scapito dell’interesse per la lettura,
€ che in nessun caso deve diventare una specie di censura. Agli
adolescenti si può dire tutto, o quasi tutto, ma va detto in un
certo modo.
È î facile capire che fin quando si trattava di fornire testi illu-
Strati a un pubblico di bambini o di ragazzini, il mercato poteva aiu-
tare molto il còmpito dei babbi e delle mamme. Alcuni elementari
tequisiti della pubblicazione si potevano insomma considerare già
Sufficienti: un testo piacevole, scritto in buona lingua con uso di pa-
role facili e di impiego corrente; un po’ di fantasia, un bravo illustra-
tore. Quanto alla veste, il rotocalco può far miracoli. Se poi si tien
conto che i giornali, e in genere tutte le pubblicazioni destinate ai
bambini, li pagano sempre i genitori (che quando si tratta dei loro
figliuoli, non badano alle dieci lire più o meno), è chiaro che il mer-
cato consente già di spuntare un prezzo remunerativo.
Quando si tratta invece di fornire un “corpo” di letture per ado-
lescenti, le condizioni si prospettano molto diverse. Anzitutto diventa
sempre più difficile far leggere le stesse cose ai maschi e alle femmi-
ne, giacché le ragazzine propenderanno per letture nelle quali già
incomincino a profilarsi i temi del sentimento — una cauta prospet-
tiva, insomma, di sex-appeal, e una certa casistica sulla futura scelta
del compagno — mentre i giovinetti si sentiranno piuttosto attratti
verso il mondo dell’avventura o della tecnica meravigliosa. Sono
dunque due mercati diversi, quello per lui e per quello per lei. Questo
significa, dal punto di vista dell’editore, che si dimezza la tiratura,
e tutti sappiamo che un più limitato numero di copie vendute signi-
fica un costo-copia notevolmente più alto. Poiché il prezzo di ven-
dita comporta una certa rigidità — oltre una certa spesa non si può
andare — diminuisce per l’editore la convenienza a impegnarsi in
questo campo.
C'è poi, in comune con il mercato delle pubblicazioni per ragazzi,
una notevole mobilità del pubblico cui libri e riviste sono destinate.
Il nostro maggiore problema, ci raccontava qualche tempo fa l’edi-
tore del Corriere dei Piccoli, è che il giornalino cambia comple-
tamente ogni quattro o cinque anni tutto il proprio pubblico. Ogni
anno, insomma, entra una nuova generazione di nuovi lettori, e ne
esce un’altra. Papà e mamma possono affezionarsi al Corriere della Sera,
al Messaggero o al Secolo XIX e continuare a leggere per decine e de-
cine d’anni, in tutto il corso della loro vita. I bambini, invece, cam-
biano letture non appena diventano ragazzini. Un tempo così raccor-
ciato comporta, da un punto di vista industriale, almeno due impor-
tanti conseguenze: bisogna essere sempre impegnati nello “sviluppo”
del pubblico, e non si può far conto sulla stabilità delle abitudini.
34
Un ragazzo ed una ragazza dei nostri giorni, impegnati nella lettura di fumetti.
Questo tipo di pubblicazioni deve tener conto della differenza nei gusti, a seconda
del sesso, e deve quindi nascere espressamente per “lui” o per “lei”.
Immaginate, al confronto, quanto può essere stabile il legame fra un
uomo maturo e il giornale che egli legge, poniamo, da vent'anni,
rispetto al legame tra un ragazzino che ogni anno cresce e si trasforma,
con il suo giornaletto. Eppure, gli ingredienti del giornale e del gior-
naletto, sono gli stessi: spese generali, costo dei testi, costo delle il-
lustrazioni, carta, composizione tipografica, stampa, spese per la dif-
fusione, percentuale al rivenditore. È vero che i testi e le illustrazioni
della pubblicazione per ragazzi sono meno costosi di quelli che oc-
corrono per il giornale e per la rivista degli adulti (non ci sarà bi-
sogno, per esempio, di tanti cronisti, di agenzie di stampa, di tele-
scriventi, di corrispondenti all’estero), ma va ricordato che l’inci-
denza dei testi nel bilancio di una azienda editoriale è piuttosto li-
mitato. Ci spiegava qualche tempo fa un editore di periodici illu-
strati che l’acquisto di un servizio giornalistico (testi e foto) che venga
a costare un milione, comporta problemi molto meno gravi che la
scelta di un tipo di carta che pesi qualche grammo di più. Quei grammi,
nei costi complessivi, diventano molti milioni.
Ma torniamo all’argomento delle letture per adolescenti. Ad ap-
pesantire i costi è anche il fatto che i lettori partecipano già ai grandi
temi dell’attualità e della vita moderna, con tutti gli “scarti” che que-
sta partecipazione comporta. Per intenderci, il vestito lungo della
“Fata dai Capelli Turchini” può essere sempre dello stesso modello,
e la bambina di terza elementare non starà certamente a chiedersi se
esso sia al corrente con l’ultima moda di Parigi. Provate invece a fare
la stessa cosa in una lettura destinata alle giovinette, e le vedrete ar-
ricciare il naso. Vi diranno per esempio, con una certa aria di com-
patimento, che l’abito da sera lungo e largo non si usa più da un pezzo.
Il ragazzino, tanto per fare un altro esempio, non esigerà che Cap-
puccetto Rosso vada a trovare la nonna nel bosco con la vespa; il
ca SR
Siccome i ragazzi acquistano i giornalini con i propri soldi, è evidente che la scelta
resta affidata esclusivamente al loro gusto. Purtroppo non è detto che tale scelta
sia sempre la migliore, nel senso critico e formativo.
giovinetto, invece, esigerà che i suoi eroi siano sempre up-to-date.
Ora va tenuto presente che l’aggiornamento costa, perché non con-
sente l’impiego di certi stampi per un periodo abbastanza lungo. Ag-
giungiamo che l’adolescente, a differenza del ragazzino o della ragaz-
zina, difficilmente lascia scegliere le proprie letture dai genitori. Babbo
e mamma potrebbero intervenire, nella maggior parte dei casi, sol-
tanto se pagassero all’inizio dell’anno un abbonamento; ma tutti sap-
piamo come sia modesto in Italia il numero d’abbonati di qualsiasi
tipo di pubblicazione, anche a causa del disservizio postale.
Tenuto conto che l’abbonamento non è nel costume italiano, e
che gli acquisti si fanno soprattutto in edicola, ne deriva che il gio-
vane cliente acquista egli stesso le pubblicazioni che gli interessano e le
paga con il suo “argent de poche”. Si passa dunque, a parte l’ecce-
zione delle classi più agiate, a un tipo di mercato che ha caratteristi-
che diametralmente opposte rispetto al mercato per i bambini. Quan-
do pagano i genitori, si può anche contare su una differenza in più,
cioè a una specie di “plusvalore” legato con l’affetto e con la tene-
rezza; quando invece pagano i ragazzi, bisogna tener conto del valore
notevolmente elevato che ha per loro l’ultima lira di cui dispongono.
Il prezzo di vendita di una pubblicazione per adolescenti è poco elastico.
C'è infine un’altra rèmora. Non si può proprio dire che gli adulti
del nostro tempo, almeno in Italia, abbiano uno ‘standard’ comune
d’opinioni su quelli che sono i grandi temi della vita. Basta pensare
alle questioni del sesso. E se non sono allo stesso livello i genitori,
immaginate come si ingigantiscano le disparità di vedute quando si
tratta di somministrare quegli stessi temi ai figliuoli. I babbi èsitano,
le mamme tremano. Se una pubblicazione vuol essere un po’ corag-
giosa, scontenta le famiglie che sono invece in posizione di retro-
guardia; se accontenta le famiglie più caute, finisce col sembrare ri-
LIL,
Fan
Ad una qualunque edicola cittadina si possono vedere, numerosissime, le pubblicazioni destinate ai ragazzi.
dicola ai figliuoli delle famiglie più aperte. Se poi ci si tiene su una
linea di mezzo, si corre il rischio di scontentare gli uni e gli altri.
È vero, c'è una estrema penuria oggi in Italia di letture, soprat-
tutto periodiche per giovinetti e ragazzine, ma questa situazione di-
pende soprattutto dal fatto che in una economia di mercato le pub-
blicazioni si fanno per venderle e per guadagnarci. E abbiamo visto
come risulti troppo poco tesa, nelle condizioni che abbiamo descrit-
te, la molla della convenienza.
Resta infine da fare, molto realisticamente, un’altra considerazione.
\nche nel mercato per adulti oggi in Italia è ancora assai scarsa, o
quasi del tutto inesistente, la presenza di “giornali costruiti”. Inten-
diamo dire di giornali e riviste che non si limitino ad essere delle an-
tologie più o meno curate di articoli diversi, ma vengano invece com-
pilati in base a un modello organico di informazione e di scrittura.
Il giornale ‘costruito’ richiede un personale altamente specializzato,
una lavorazione redazionale lunga e costosa, una informazione spesso
di prima mano; un paziente lavoro di riscrittura (rewrifing). Se a questo
tipo di giornale, la cui lavorazione corrisponde poi a quella dei più
diffusi giornali e periodici americani, inglesi o francesi, si stenta an-
cora ad arrivare nel campo degli adulti, tanto è più difficile che ci si
Possa presto arrivare nelle pubblicazioni per adolescenti. Il mercato
per adolescenti, infatti, è molto più tribolato e ristretto.
Si verifica tuttavia questa singolare contraddizione. Mentre i let-
tori adulti possono ancora andare avanti. con il giornale o la rivista
di vecchia maniera, ai quali sono d’altra parte abituati, per gli adole-
scenti la cosa è del tutto impossibile. Proprio perché è indispensabile
quel “filtro” di temi e di linguaggio di cui parlavamo, la pubblica-
zione per adolescenti non può essere che molto elaborata, estrema-
mente costruita. Altrimenti non sta. in piedi. Con quest’aggravante:
che tutte le pubblicazioni, siano esse destinate a bambini, ad adole-
scenti oppure ad adulti, devono essere fatte da a4w/ti. Ora, se c’è già
tanta difficoltà nel riscontrare certe medie e certi standard nel mondo
degli adulti, immaginate quante ulteriori complicazioni si manifesta-
no quando gli autori adulti non lavorano per gente della propria età,
ma per un delicatissimo pubblico com’è quello dei teenagers. Non
basta che l’autore sappia scrivere, che l’illustratore sappia illustrare:
è necessaria, nel loro lavoro, tutta una nozione e una carica di “psi-
cologia dell’età evolutiva”. Bisogna insomma sapere come sono fatti
di dentro, come pensano e che cosa pensano gli adolescenti di ogni
nuova leva. Soprattutto non bisogna commettere l’errore di con-
siderare gli adolescenti come se fossero degli adulti un po? deficienti,
o almeno un po’ sempliciotti. L’adolescente, come del resto il bam-
bino, è già una “persona completa”. Soltanto che si tratta di un certo
tipo particolare di universo.
Tutte queste cose, i genitori di giovinetti e di signorinelle non
possono saperle. Lamentano che il: mercato non offra letture adatte
ai loro figliuoli, e non vanno più in là. Forse immaginano che si tratti
di una mancanza di fantasia o di buona volontà da parte di chi do-
vrebbe, almeno potenzialmente, fornire quelle letture. La spiegazione
è invece come abbiamo visto, molto più complessa. E se vogliamo
sperare in una soluzione del problema, anche se non immediata, la
via d’uscita può essere soltanto questa: un’ Italia dove ci sia mag-
gior benessere, con un più alto numero di lettori e con la possibilità
di pagare prezzi più alti, potrà anche offrire all'imprenditore la con-
venienza economica di produrre letture per i teenagers. Insomma,
saranno più fortunati, quando saranno arrivati all’età evolutiva, i
piccoli che in questi anni si appassionano a Pinocchio o a Cappuc-
cetto Rosso.
A GENOVA UNA STRADA IN ACCIAIO
A sottolineare l’importanza della nuova sopraelevata di Genova,
la maggiore strada aerea in acciaio esistente in Europa, bastano al-
cune cifre: quasi 5 chilometri di lunghezza; due carreggiate di 7 metri
ciascuna più una zona spartitraffico e due banchine laterali, oltre 71mila
metri quadrati di superficie, 15mila tonnellate di acciaio, 53mila metri
cubi di calcestruzzo, 210 pilastri di sostegno, quasi 30 chilometri di
guardrails e parapetti.
Questa strada, realizzata da un’azienda Iri, la C.M.F. (Costruzioni
Metalliche Finsider) con acciaio fornito dall’Italsider, è stata inaugu-
tata il 6 settembre dal ministro delle partecipazioni statali senatore
Giorgio Bo, alla presenza di numerose autorità e personalità del mondo
politico, economico, industriale.
Chi conosce Genova e i suoi problemi urbanistici, sa quanto sia
essenziale il còmpito che la sopraelevata è chiamata a svolgere nel
tessuto estremamente povero della viabilità cittadina. Nel punto in
cui si innesta la nuova strada, nella zona di Sampierdarena, confluiscono
due grandi correnti di traffico: l’Aurelia di ponente e l’autostrada Ser-
tavalle-Genova, di recente raddoppiata per opera di un’altra azienda
Tri, la Autostrade.
quanto dire che in questo punto si dànno appuntamento tutti
gli automezzi provenienti da Ventimiglia, da Torino, da Milano. Un
fiume di macchine che qui necessariamente si inalvea in un’unica strada
che conduce al centro della città, cioè ad uno degli attraversamenti
più completi e difficili che si possano immaginare.
Nel suo indirizzo di saluto il sindaco di Genova, ingegner Augusto
Pedullà, ha osservato tra l’altro: «è una strada che non risolve tutti
i problemi della viabilità cittadina, ma ha un grande merito: quello
di dare, già in questa prima fase, un reale, concreto contributo al suo
miglioramento e all’intera viabilità della regione e, si può dire, della
nazione ».
Nel suo intervento il ministro Bo, dopo aver sottolineato l’impor-
tanza dell’opera, ha osservato tra l’altro: «la progettazione e la co-
struzione dell’opera si deve ad una società del gruppo Iri-Finsider e toc-
ca al ministro delle partecipazioni statali il dovere di mettere l’accento
sul contributo che le imprese pubbliche hanno offerto ancora una
volta al progresso e all’avvenire di Genova e della Liguria ».
Appena aperta al traffico normale, la strada è stata presa letteral-
mente d’assalto dagli automobilisti genovesi, per i quali il nuovo per-
corso ha rappresentato tra l’altro la scoperta di una inedita, sorpren-
dente prospettiva cittadina.
38
IL PREMIO
VANONI AL PROFESSOR GIUSEPPE PETRILLI
A Milano, presso la sede della Camera di Commercio, al termine del
XV convegno di studi indetto dall'Istituto per le Pubbliche Relazioni,
l’onorevole professor Roberto Tremelloni ha conferito al cavaliere del la-
voro professor Giuseppe Petrilli, presidente dell’ Iri, il premio “Ezio
Vanoni” 1964.
Il premio è stato conferito al professor Petrilli, per decisione unanime
della giurìa, per le attività di Pubbliche Relazioni iniziate e condotte dal-
l’Iri sotto la sua presidenza. Sotto la guida e l'ispirazione del professor
Petrilli, dice infatti la motivazione, l’Irî ha realizzato sul piano nazionale
esemplari iniziative di pubbliche relazioni, volte a documentare al paese
il contributo determinante delle imprese pubbliche nel sistema economico
nazionale, e in particolare per la soluzione dei secolari problemi del Mez-
zogiorno. Tali iniziative hanno contribuito ad ampliare sempre più il dia-
logo necessario fra pubblica opinione e pubblici amministratori per armoniz-
zare gli interessi congiunti dello sviluppo economico e sociale. Degne di
particolare rilievo sono state anche le iniziative di pubbliche relazioni che
l’Iri ha svolto all’estero, illustrando per mezzo delle proprie attività isti-
tuzionali l'impegno del paese a un costante adeguamento alle nuove esi-
genze economiche e produttive. Sotto la presidenza del professor Petrilli
l’Iri ha registrato tutta una serie di imponenti realizzazioni : il notevole
potenziamento della produzione siderurgica con l’entrata in funzione, tra
l’altro, del quarto centro siderurgico a ciclo integrale di Taranto ; l’assun-
zione da parte del gruppo di circa la metà dell’intero piano autostradale e îl
compimento dell’autostrada del sole ; il riordinamento del settore meccanico
del gruppo e l’entrata în funzione dello stabilimento Alfa Romeo di Arese.
Nel quadro della politica di reinvestimento dei fondi ex-elettrici, si sta
realizzando un grande piano di potenziamento del settore telefonico.
Nel settore dei trasporti, particolare impulso è stato dato all’ Alitalia,
che è divenuta una delle prime compagnie aeree mondiali. La flotta Fin-
mare è stata ammodernata con l’entrata in servizio di nuove grandi unità,
tra cui le turbonavi “Michelangelo” e “Raffaello”.
Come è noto, il premio “Ezio Vanoni”, giunto alla sua nona edizione,
è stato costituito nel 1955 per onorare la memoria dell’insigne giurista ed
economista, che fu anche uno dei primi assertori delle pubbliche relazioni
in Italia, e viene annualmente conferito a una personalità resasi partico-
larmente benemerita nel campo delle pubbliche relazioni. Dopo la consegna
del premio, e il discorso dell'onorevole professor Roberto Tremelloni, il pro-
fessor Petrilli ha preso la parola, iniziando così il proprio discorso : « mi
corre il gradito dovere di ringraziare il consiglio direttivo dell'Istituto per
le Pubbliche Relazioni dell’alto e pubblico riconoscimento dato alla atti-
vità svolta in questo campo dal nostro istituto e dal nostro gruppo. Le
lusinghiere parole dell’onorevole ministro Tremelloni, che ci onoriamo di
annoverare tra gli amici e i sostenitori della nostra formula e della nostra
attività, ci sono giunte tanto più gradite per il prestigio dell’istituto che
egli così autorevolmente presiede e la cui opera ha costituito nel nostro paese
una nobile legione intorno al còmpito delle “pubbliche relazioni” in una
società democratica e al contributo che esse possono dare ad una crescente
partecipazione della opinione pubblica ai grandi problemi della società
nazionale e alla vita delle nostre libere istituzioni. Basterebbero a questo
riguardo il livello e la serietà del convegno testé concluso, e la stessa rap-
presentatività del pubblico che qui si raccoglie, a misurare la portata del-
l’omaggio rivolto nella mia modesta persona ad un tipo di iniziativa pub-
blica moderna, efficiente e competitiva, che accetta senza riserve la dina-
mica di un mercato sempre più vasto e in esso si pone quale strumento es-
senziale di un orientamento dello sviluppo economico conforme alle scelte
sovrane della società civile. Questo omaggio si rivolge oggi in particolare
alla vivace politica di pubbliche relazioni che il nostro istituto ha perseguito
negli anni più recenti ed è giusto che a mia volta io dia atto dei loro meriti
ai miei collaboratori che tale politica hanno impostato e svolto con alacrità
e intelligenza ; primo tra tutti il capo del servizio competente, ingegner
Franco Schepis, direttore centrale dell’Iri, che mi compiaccio di vedere
accanto a me în questa circostanza ).
Dopo aver evidenziato tutta l’attività del gruppo, ed î suoi obiettivi
fondamentali, l'onorevole Petrilli ha così terminato : « Riteniamo quindi
che sia nostro preciso dovere proseguire nell'opera, già così bene avviata,
di informare l'opinione pubblica, con tutti i moderni mezzi di informazione
sapientemente utilizzati dai nostri esperti, sulle realizzazioni, sui problemi
e sulle difficoltà del gruppo Iri, sicuri di contribuire così a migliorare la
conoscenza dei fatti economici e a dare un apporto notevole al consolida-
mento delle istituzioni democratiche del nostro paese ».
39
LE PRODUZIONI ITALSIDER ALLE FIERE DI BARI
E DI PARMA
Un particolare del padiglione Italsider alla XXIX Fiera del Levante di Bari, allestito Il prof. Golzio, direttore generale dell’Iri (a sinistra), accompagnato dal direttore cen-
dal grafico Mimmo Castellano. Il padiglione, tra l’altro, intendeva sottolineare la funzione trale ing. Schepis (a destra), in visita al padiglione Italsider a Bari, esamina la scheda
del centro siderurgico di Taranto rispetto ai mercati del Meridione e del Mediterraneo. del calcolatore elettronico in base alla quale è stato prodotto a Taranto il rotolo esposto,
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pre diversi aspetti del padiglione Italsider alla XX Mostra delle Conserve e degli pianti di produzione illustrava tutta la gamma delle possibili applicazioni della
E allaggi di Parma. Il padiglione, allestito dallo studio degli architetti associati banda stagnata Italsider nell’industria conserviera. Qui sopra, un’enorme panoramica
tegotti, Meneghetti, Stoppino, oltre ad offrire una vasta panoramica degli im- di Taranto su pannelli di latta.
40
IL XXVIII ESERCIZIO SOCIALE DELLA FINSIDER
Il 19 luglio ha avuto luogo in Roma, sotto la presidenza del cavalie-
re del lavoro professor Ernesto Manuelli, presso la sede del Banco di
Roma, l’assemblea ordinaria della Finsider per l'approvazione del ven-
tottesimo esercizio sociale 1964/65.
La relazione del consiglio sottolinea le difficoltà che, nel 1964, hanno
impegnato tutta la siderurgia italiana.
La rallentata attività produttiva dei principali comparti industriali e
la bassa attività del settore edile hanno, infatti, determinato una scarsa
sostenutezza della domanda di acciaio. Il consumo è sceso da 13,6 milioni
di tonnellate nel 1963 a II,5 milioni di tonnellate, ed i prezzi hanno ne-
gativamente risentito di questo andamento.
Per contro si sono registrati aumenti di costo, soprattutto relativi al
fattore lavoro — che ha ormai raggiunto e superato livelli europei, per
cui ulteriori aumenti non potranno essere giustificati che da adeguati în-
crementi di produttività —, ai finanziamenti, nonché a talune materie
prime.
Ciò nonostante il gruppo Finsider, grazie soprattutto alla migliorata
efficienza aziendale ed alla specializzazione produttiva, è riuscito a con-
seguire apprezzabili risultati.
Nel 1964 îl Gruppo ha prodotto 3.167 mila tonnellate di ghisa, 5.020
mila tonnellate di acciaio e 3.980 mila tonnellate di laminati a caldo, con
decrementi sul 1963 rispettivamente del 7, 7,9 e 7,3 per cento. Queste fles-
sioni vanno attribuite in massima parte ai lavori di rinnovamento di ta-
luni impianti ed alla concomitante fermata di altri, connessa con l’esecu-
zione del piano di sviluppo.
Nel 1964 si è avuto un livello record di investimenti, pari a 372,5
miliardi di lire, che hanno consentito di completare la parte più notevole
del piano di espansione in atto, di cui l’entrata in funzione del centro si-
derurgico di Taranto rappresenta la principale espressione.
Nonostante la minore produzione di acciaio, grazie alla rilaminazione,
presso gli stabilimenti del Gruppo, di semiprodotti importati, nonché al
prelievo da scorte, le spedizioni hanno segnato un incremento del 5 per
cento sul 1963. Da sottolineare in particolare l'impulso che hanno avuto
le esportazioni, salite per il Gruppo a circa 830.000 tonnellate.
Per il ricordato andamento dei prezzi, l'espansione delle vendite non
si è riflessa che in misura modesta sul fatturato, che ha raggiunto per il
settore siderurgico 485 miliardi di lire (4+- 1,9 per cento sul 1963) di cui
92 miliardi rappresentano il fatturato dell’esportazione (4+- 27 per cento).
Il fatturato complessivo del gruppo Finsider è salito a 518 miliardi
(+ 1,8 per cento).
L'esercizio si è chiuso con un utile netto di 13.598 milioni di lire, con-
sentendo una remunerazione del capitale sociale nella misura del 9 per
cento, dopo aver effettuato un accantonamento al fondo di riserva per 900
milioni di lire.
Il bilancio Finsider presenta un incremento nella parte patrimoniale
di 20,4 miliardi di lire ; in particolare va sottolineato all’attivo un aumento
delle partecipazioni per 3,3 miliardi e dei crediti per 17,1 miliardi, ed al
passivo, un aumento dei debiti verso banche ed istituti finanziari, oltre
che del fondo di riserva.
Per quanto riguarda il bilancio consolidato del Gruppo, va rilevato
che il complesso delle attività ha registrato nel corso del 1964 un aumento
di 502 miliardi di lire, pervenendo così ad una consistenza di 1.820 mi-
liardi, di cui 1.086 miliardi, pari al 60 per cento, sono rappresentati dalle
immobilizzazioni tecniche. Gli ammortamenti stanziati nell'esercizio am-
montano a 33,9 miliardi.
Il bilancio consolidato mette altresì in evidenza un solido equilibrio
finanziario della situazione del Gruppo, nonostante î massicci investimenti
degli ultimi anni.
Sulla relazione si è aperto un ampio dibattito con l’intervento di nu-
merosi azionisti ; a tutti ha esaurientemente risposto il presidente, profes-
sor Manuelli.
L'assemblea ha quindi approvato il ventottesimo bilancio sociale.
In tale occasione è stato ufficialmente presentato il simbolo del gruppo
Finsider che contraddistinguerà d’ora iunanzi la produzione di tutte le
società consociate della finanziaria siderurgica Iri.
FINSIDER - BILANCIO AL 30 APRILE 1965
ATTIVO
partecipazioni
titoli di stato
titoli a reddito fisso
cassa
banche
debitori
azionisti in conto capitale e sovrapprezzo
ratei attivi
beni immobili
totale dell’attivo
PASSIVO
capitale sociale
fondo di riserva ordinaria
fondo per conguaglio dividendi
sovrapprezzo emissione azioni
fondo da incremento monetario parteci»
pazioni
obbligazioni 5,50 per cento 1963-1983
istituti finanziari
creditori
banche, anticipazioni
ratei passivi
residuo utile esercizio precedente
utile esercizio corrente
totale del passivo
al 30-4-1964
milioni di lire
225.722
8
1
1
6
129.350
608
11
17
355.724
141.372
4.300
1.800
9.425
1.034
49.997
90.690
27.868
15.295
120
109
13.714
355.724
BILANCIO CONSOLIDATO DEL GRUPPO FINSIDER
ATTIVO
immobilizzazioni tecniche (1)
fondo ammortamenti
immobilizzazioni finanziarie (2)
rimanenze, crediti e partite varie (3)
disponibilità in cassa e presso banche
totale dell’attivo
PASSIVO
capitale e riserve
accantonamenti
debiti finanziari a lungo termine
debiti finanziari a breve termine
debiti verso fornitori per impianti
altri debiti
totale del passivo
(I) compresi anticipi a fornitori per impianti
31-12-1964
miliardi
1.398,1
311,8
1.086,3
24,0
689,3
20,3
1.819,9
459,9
56,7
636,8
366,0
1.519,4
135,5
165,0
1.819,9
(2) titoli di stato e partecipazioni non consolidate
(3) le partite di debito verso Enel (58,1 miliardi) sono state conguagliate con
quelle di credito.
al 30-4-1965
229.101
376.116
3 ll
DO
bui $$ mi
100
100
000180
000190
p00200
000210
000220
000230
n00240
000250
n00260
000270
000280
000290
np00300
000310
D00320
000330
000340
000350
000360
000370
000380
d)00 390
APFLY STANUIY UN SCHEUELt STAM
APPLY NUMERIC CMAINING ON TAM
DATA DIVISTONe
FILE SECTION.
FE
O1
92
03
03
03
03
03
02
FD
Ol
02
02
02
02
02
02
02
92
02
FD
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