Rivista Italsider, n. 3, 1965

Contenuto

Rivista Italsider, n. 3, 1965
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
In copertina: tre sculture in ferro di Carlo Lorenzetti.
Seconda di copertina: il capo dello stato Giuseppe Saragat all'inaugurazione del centro siderurgico Italsider di Taranto.
Terza di copertina: un antico atto notarile, con il bollo della repubblica di Genova.
Quarta di copertina: una curiosa banderuola in ferro, posta su una casa colonica a quattro chilometri da Cecina.

Immagini in evidenza:
- Il nuovo altoforno con caricamento a nastro (p. 4)
- La rubrica dei cambi, in uso presso una ferrovia del Sassello (secolo XVIII) (p. 13)
- Pulitura e sbavatura delle lingottiere (p. 15)
- La Michelangelo (p. 16)
- La cappella di una miniera tedesca (secolo XVIII) (p. 17)
- La "Beuth", una delle prime grosse locomotive tedesche (1844) (p. 21)
- Un altro momento del "viaggio attraverso l'acciaio": il settore dei minerali (p. 28)

Sommario:
- Il Capo dello Stato a Taranto, p. 2
- La prima colata del nuovo altoforno di Trieste, p. 4
- Il bilancio dell'Italsider 1964, p. 7
- Le vecchie ferriere del Sassello, p. 11
- Come nasce a Trieste una lingottiera, p. 14
- La Michelangelo, p. 16
- Il Deutsches Museum di Monaco, p. 17
- Capi, organizzazione, fattore umano, p. 22
- L'edilizia prefabbricata in acciaio, p. 24
- Un'inchiesta sull'Europa di fronte ai paesi in via di sviluppo - 3, p. 26
- Un viaggio nel mondo dell'acciaio, p. 28
- Nuovi libri economici in Italia, p. 30
- Lo stallo delle "vecie" a Verona, p. 32
- Il cinema della libertà, p. 33
- Un riconoscimento per il lavoro ligure, p. 36
Data testuale
1965 maggio- giugno
Estremi cronologici
1 maggio 1965 – 30 giugno 1965
Consistenza
pp. 36
Stato di conservazione
Buono
Soggetto produttore
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
Identificativo
PER.000354/27
contenuto
RIVISTA ITALSIDER







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3 1006 RIVISTA ITALSIDER

la copertina: tre sculture in ferro di Carlo
Lorenzetti. ‘ Scultura in ferro smaltato
rosso-nero ” - 1963; ‘ Scultura in ferro
smaltato giallo-nero ’” - 1964; Concavo-
convesso nero-rosso ”” - 1963.

2° di copertina: il Capo dello Stato Giuseppe
Saragat all’inaugurazione del centro siderur-
gico Italsider di Taranto.

3° di copertina: un antico atto notarile, con
il bollo della repubblica di Genova. L’atto
parla, tra l’altro, del trasporto con animali
del minerale di ferro e quindi del ferro la-
vorato per e dalle ferriere del Sassello, di
cui si parla in un articolo di questo nume-
ro della rivista. (Anno 1741).

4° di copertina: una curiosa banderuola in
ferro, posta su una casa colonica a quattro
chilometri da Cecina.

RIVISTA ITALSIDER

bimestrale d’informazione aziendale per il
personale dell’ Italsider - anno VI - n. 3 -
maggio-giugno 1965

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Luciano
Rebuffo

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
segreteria di redazione: ufficio pubbliche re-
lazioni Italsider - via Corsica 4 - Genova -
telefono 5999

in questo numero fotografie di :

M. Agosto, Genova - K. Blum, Berna -
Casali, Milano - Civirani, Roma - Deutsches,
Museum, Miinchen - Giornalfoto, Trieste -
Italfoto, Genova - Fototeca Italsider - U.
Mulas, Milano - Publifoto, Genova Milano
Napoli Roma - S. Pucci, Roma - G. P.
Salvati, Roma.

La riproduzione è subordinata alla citazione
della fonte.

Autorizzazione del tribunale di Genova
N. s16 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

Stampa: AGIS-Stringa - Genova
Clichés: Ceriale - Genova; Denz - Berna
Carta Solex-Burgo

Carlo Lorenzetti vive e lavora a Roma, dove è nato nel 1934. Fu il più giovane tra i cinquan-
ta artisti invitati da ogni parte del mondo alla mostra ‘Sculture nella città”, tenuta a Spoleto
nel 1962. Per quell’occasione, Lorenzetti eseguì nello stabilimento Italsider di Savona la sua ope-
ra in ferro di maggiori dimensioni. È considerato uno dei più dotati scultori italiani della sua ge-

nerazione.

Nelle sue opere più recenti egli usa lamiere di acciaio sagomate e piegate in forme quasi geome-
triche e industriali, e dipinte con vivaci e lucidi colori a smalto. Di lui scrive Cesare Vivaldi, nella
presentazione all’ultima personale romana : « Lorenzetti riesce a trasfondere, nelle sue forme in-
combenti, lucide, quasi meccanicistiche e persino minacciose, una sorta di aerea lievità. Gli spun-
zoni, le creste, le pinne taglienti si trasformano in ali ; i gialli, i rossi, i neri, i bianchi squillano
come bandiere ; e tu già vedi la batteria di missili-sculture, ch'egli tiene allineata nel suo studio

come una rimessa, fendere lo spazio stellato ».
IN QUESTO NUMERO

Il Capo dello Stato a Taranto

La presenza del Presidente della Repubblica ha voluto sottolineare il significato della cerimonia, nel
senso della consegna al paese del grande centro siderurgico di Taranto, al quale abbiamo dedicato lo
scorso numero della nostra rivista. Il discorso di Giuseppe Saragat.

La prima colata del nuovo altoforno di Trieste

La coincidenza di due significative cerimonie: la consegna del premio agli anziani dell’ Italsider
e l’entrata in servizio di un nuovo impianto in uno stabilimento completamente rinnovato. Il discorso
del presidente della Finsider, professor Ernesto Manuelli.

Il bilancio dell’ Italsider 1964
La situazione economica della società al 31 dicembre 1964 presentata all’assemblea degli azionisti del
29 aprile scorso.

Le vecchie ferriere del Sassello di Lucio Bogzano
Un interessantissimo quanto inedito archivio di alcune antiche ferriere del Sassello, in provincia di
Savona, conservato nelle carte di famiglia di un impiegato dello stabilimento Siac di Campi.

Come nasce a Trieste una lingottiera di Fulvio Tomizza
Il moderno processo di produzione delle lingottiere presso lo stabilimento di Trieste, visto da uno
scrittore e da un pittore della città giuliana.

La Michelangelo
La nave ammiraglia della flotta italiana, assieme alla gemella Raffaello, sono prova dell’alta capacità
dei tecnici e delle maestranze dei cantieri e della moderna e razionale industria siderurgica italiana.

Il Deutsches Museum di Monaco di Luciano Rebuffo
A Monaco di Baviera si trova uno dei più importanti musei del mondo per la storia della scienza e
della tecnica. Dai minerali, dalle miniere, attraverso interi cicli di lavorazione, si arriva fino ai pro-
dotti finiti come automobili, treni, aerei, navi.

Capi, organizzazione, fattore umano
Una conferenza del dottor Enrico Redaelli al FAST di Milano sulle nuove tecniche di formazione
dei capi adottate all’ Italsider.

L'edilizia prefabbricata in acciaio di Giuseppe De Martino
La prefabbricazione in acciaio rappresenta il sistema costruttivo più idoneo per industrializzare 1’ edi-
lizia dei nostri giorni.

Un’inchiesta sull’ Europa di fronte ai paesi in via di sviluppo - 3
a cura di Francesco Cesare Rossi

Le risposte di due altre personalità francesi concludono, con questa terza puntata, la nostra inchiesta
sull’ Europa di fronte ai paesi in via di sviluppo.

Un viaggio nel mondo dell’acciaio
Lo stand dell’ Italsider alla 43? fiera internazionale di Milano consentiva un ideale e simbolico viag-
gio nel mondo dell’ acciaio.

Nuovi libri economici in Italia di Sam Carcano
In un attento articolo il nostro collaboratore affronta il problema delle nuove edizioni economiche
uscite in Italia, che hanno condotto il libro alla portata di tutti, facendolo passare dalle librerie fino
alle rivendite delle stazioni ferroviarie e alle edicole di giornali.

Lo stallo delle “vecie” a Verona
Una curiosa insegna in lamiera dipinta, in una antica casa di Verona.

di Giuseppe Silvestri

Il cinema della libertà di Claudio Bertieri
Una rassegna, necessariamente sintetica, della produzione cinematografica mondiale che ha affrontato
il tema della Resistenza. Molti dei film citati sono stati visionati a cura dei circoli aziendali Italsider.

Un riconoscimento per il lavoro ligure
Una manifestazione alla camera di commercio di Genova in omaggio al neo- cavaliere del lavoro
ingegner Mario Marchesi.

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IL CAPO DELLO STATO A TARANTO

La visita che il Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, ha
compiuto il 10 aprile scorso al centro siderurgico di Taranto ormai
in piena attività produttiva, ha assunto il significato di una presenta-
zione ufficiale al paese di questo grande, modernissimo complesso
industriale. Esso è il risultato di un poderoso sforzo comune, grazie
al quale è stato possibile giungere ad un fondamentale punto di svolta
nell’industrializzazione del Mezzogiorno, come ha detto il professor
Petrilli, presidente dell’ IRI, nel suo discorso di saluto.

‘A Taranto è stata vinta un’altra battaglia per quella rinascita del
nostro Sud che è insieme cardine di azione economica e obiettivo
morale: una battaglia e una vittoria, ha sottolineato il ministro Bo,
di cui oggi è legittimamente possibile rivendicare al sistema delle
partecipazioni statali una gran parte del merito.

Per ricevere e festeggiare il Capo dello Stato in questo suo contatto
con il mondo del lavoro e della produzione nel Sud, era convenuta
nello stabilimento, che nell’occasione è stato benedetto da S. E. mon-
signor Motolese, arcivescovo di Taranto, una folla di invitati e di lavo-
ratori con i familiari. La Ceca era rappresentata dal presidente dell’alta
autorità, onorevole Del Bo. Erano presenti, oltre ai ministri Bo, Pastore
e.Reale, al sottosegretario Guadalupi e al professor Petrilli, il profes-
sor Golzio direttore generale dell’Iri, il presidente della Finsider pro-
fessor Manuelli, il presidente dell’ Italsider ingegner Marchesi con l’am-
ministratore delegato dottor Redaelli, il condirettore generale della Fin-

La soffiata dell’ ossigeno nel convertitore LD.



sider dottor Capanna, il presidente della Cosider ingegner Calonaci,'di-
rettori e vicedirettori generali dell’Italsider, i direttori dei vari stabilimen-
ti, rappresentanti delle commissioni interne e dei lavoratori anziani. Erano
pure presenti numerosi azionisti, clienti, fornitori, alti esponenti dei
maggiori complessi siderurgici d’Europa e d’America e del mondo
finanziario, economico, industriale italiano, e un folto gruppo di gior-
nalisti.

Gli italiani hanno potuto seguire in ogni fase, attraverso un sug-
gestivo servizio televisivo diretto e gli ampi resoconti della stampa,
la visita del presidente al centro siderurgico di Taranto. Pubblichiamo
qui il discorso che Giuseppe Saragat ha pronunciato durante questo
suo significativo incontro con la nuova realtà del nostro Mezzo-
giorno.

Sono sinceramente grato a tutti per le accoglienze tributatemi : grato
agli oratori che abbiamo or ora ascoltati, per le cortesi parole di benve-
nuto rivoltemi ; e grato a tutti voi, quanti siete qui presenti, per la vostra
così viva, affettuosa cordialità.

Anche questo mio viaggio, a non molta distanza di tempo dal primo,
ha per mèta il Mezzogiorno. Dopo la visita fugace in Sicilia — che fu
il viaggio, come là dissi, della simpatia e della speranza — eccomi oggi
difatti in mezzo a voi, cittadini di Taranto, in quest'altra estrema zona
dei nostri confini meridionali, in quest'altro quadrante della grande fron-
tiera che è il nostro Mezzogiorno.



È forse necessario dire che anche questa scelta non è stata casuale?
È forse il caso di aggiungere che anche rispetto a voi io sono portatore, a
nome dell’intera nazione, di un identico messaggio, di una eguale testi-
monianza di simpatia e di speranza?

Ma vi è un’altra coincidenza ancora, che rende questo mio viaggio
tanto simile al primo : ed è che io sono qui, anche oggi, per solennizzare
l’entrata in funzione di un grande stabilimento industriale, questa volta
rappresentato dal complesso degli impianti del quarto centro siderurgico
dell’ Italsider.

E anche in questa occasione voglio recare agli italiani del Mezzogiorno
l'assicurazione che lo stato ha preso effettivamente e seriamente coscienza
della realtà meridionale e si adopera per mutarla. Voglio anche additare
e per così dire addurre le prove di ciò che si è fatto e di ciò che concreta-
mente può essere e deve essere fatto, affinché ci si convinca che non siamo
più nella fase delle promesse, ma che siamo entrati nel ciclo delle esecuzioni
e delle opere, anche se, senza dubbio, questo ciclo non sarà breve né scevro
di difficoltà.

Queste prove, appunto, sono gli impianti che inauguriamo ; sono le
macchine, le installazioni, le opere che, trapassate dagli schemi e dalle
formule dei programmi nella realtà delle cose, sono diventate entità mate-
riali, concrete, visibili.

Tutto ciò può ben dirsi, in particolare, riguardo agli impianti che ab-
biamo appena ora visitati. Si tratta di un complesso davvero imponente,
moderno, senz'altro degno di un paese avanzato e civile, senz’ altro me-
ritevole della fierezza con cui ne parlano i realizzatori. Fierezza legittima :
esso è costato studi, passione, travagli, denaro, fatiche. Ha impegnato
uomini illustri e di grande valore ; e qui desidero menzionarne, per tutti,
uno, un uomo che è adesso purtroppo scomparso : il compianto Salvino
Sernesi, al cui nome, per la parte che egli ebbe in questa impresa come
direttore generale dell’IRI, lo stabilimento è stato oggi intitolato e alla cui
memoria perciò è giusto che noi eleviamo in questo momento il nostro reveren-
te pensiero. Ha impegnato i responsabili degli enti pubblici di cui il complesso
è emanazione. Ha impegnato i dirigenti, i coadiutori, i tecnici. Ha impe-
gnato il lavoro paziente, quotidiano, anonimo, meritorio e prezioso, di mi-
gliaia di operai, trentacinque dei quali, anzi, nel corso dei lavori, hanno
immolato in quest'opera la loro vita e che perciò accomuniamo, nella reve-
renza della memoria, alla memoria di Sernesi.

Ma ecco che noi coroniamo, oggi, il risultato di tutta questa somma di
sforzi, di sacrifici, di intelligenza e di lavoro umano. E lo salutiamo come
un segno e come un pegno di progresso e di avvenire, in una zona che pro-
prio di questo — di progresso e di avvenire — ha più che mai bisogno.

Si discute ormai da oltre un secolo della questione meridionale che si
presentava già ai nostri padri come l’impegno massimo della raggiunta
unità nazionale. Per gli uomini della nostra generazione la questione me-
ridionale si presenta, ancor più che come un impegno, come una sfida ;
sfida che abbiamo raccolto e della quale l’ Italia sorta dalla Resistenza
deve trionfare.

Nell’arduo cammino per la risoluzione della questione meridionale, il
complesso industriale che abbiamo inaugurato non è certo un traguardo,
né si propone di esserlo, ché anzi esso si pone come stimolo e centro di pro-
pulsione. Ma è certamente una tappa, e una tappa importante.

Tutto ciò che si è speso per realizzarlo — denaro, lavoro, tenacia,
sacrifici — darà i suoi frutti : susciterà altro lavoro, produrrà ricchezza,
benessere. Si tratta infatti di un’opera — come abbiamo sentito — conce-
pita non già secondo criteri “assistenziali”, bensì produttivistici : destinata
cioè, non ad un lavoro che giustifichi la corresponsione di una mercede a
un certo numero di persone, ma, in sé, intrinsecamente improduttivo ;
bensì a un lavoro proficuo, oggettivamente ed economicamente redditizio.

E precisamente di questo che il Mezzogiorno ha bisogno ; è per questo
sentiero che bisogna incamminarsi.

Giusto è dunque tributare plauso e lode a coloro che quest'opera hanno
voluta e realizzata, ringraziarli per quello che hanno fatto: Essi infatti
non solo hanno dato prova di coraggio e di fede, ma — quello che più conta

nella prospettiva del tempo — hanno veduto giusto, hanno imboccato la
strada giusta.

L’augurio che formuliamo è che il futuro assecondi quest’urto e questo
assalto contro un secolare destino ; che gli anni venturi conducano, per voi,
per noi, per l’ Italia, quell’èra nuova, che è davvero oggetto d’infinita
Speranza.







in alto: il Presidente della Repubblica assiste in acciaieria alla “soffiata” di uno dei due
convertitori: con lui sono, tra gli altri, il ministro Bo, il professor Petrilli, il professor
Golzio, l'ingegner Marchesi e l’ingegner De Franceschini.

al centro: l’ingegner Marchesi illustra le finalità del centro siderurgico di Taranto.
qui sopra: l’ingegner De Franceschini, direttore del centro siderurgico di Taranto, con-
segna al presidente Saragat a ricordo della visita una targa in acciaio e oro con i simboli
della struttura atomica del ferro.





hi

LA PRIMA COLATA DEL NUOVO ALTOFORNO DI TRIESTE

Il nuovo altoforno con caricamento a nastro,







La prima colata del nuovo altoforno alla presenza delle autorità.

Dopo Taranto, Trieste. La vecchia ‘“ferriera di Servola” si è radi-
calmente rinnovata, è divenuta un moderno centro produttivo, inse-
rito utilmente e armoniosamente nel tessuto della nuova siderurgia
Iri-Finsider. Nel quadro del piano di rinnovamento dell’industria del-
l’acciaio a partecipazione statale, Trieste ha così trovato il suo posto.
Lo stabilimento ha subìto, dall’inizio del 1962 ad oggi, un radicale

La sala di controllo del nuovo altoforno.



Il saluto del professor Manuelli agli anziani” riuniti a Trieste.

rinnovamento strutturale basato su due fondamentali concetti: pro-
duzione non più marginale, ma razionalmente e durevolmente inserita
nel grande quadro produttivo Finsider; dimensioni giustamente pro-
porzionate all’area economica triestina.

Eliminati i vecchi impianti, ormai superati sul piano tecnico, lo
stabilimento è stato specializzato nella produzione di ghisa con par-



6

ticolare riguardo alla fabbricazione di lingottiere, destinate principal-
mente a rifornire le acciaierie degli altri stabilimenti del Gruppo.

Lo stabilimento ha vissuto la grande e attesa giornata ufficiale
del suo rinnovamento il 25 maggio scorso, con la prima colata del
nuovo altoforno avvenuta alla presenza del presidente della Finsider
professor Manuelli, in occasione della annuale consegna dei premi
agli anziani dell’ Italsider. Una duplice cerimonia nella quale si è vo-
luto esaltare l’attaccamento al lavoro e insieme sottolineare la conti-
nuità di una gloriosa tradizione siderurgica che si rinnova.

Dopo aver assistito all’apertura del foro di colata e allo spillamento
della ghisa, gli intervenuti hanno raggiunto la sala modelli della nuova
fonderia, dove ha avuto luogo la premiazione degli anziani. Accanto
al presidente della Finsider erano l’arcivescovo di Trieste monsignor
Santin, che ha benedetto gli impianti, il vice presidente della giunta
regionale professor Dulci, il sindaco di Trieste dottor Franzil, il vice
presidente dell’associazione nazionale lavoratori anziani professor Fa-
letti, l'amministratore delegato dell’ Italsider dottor Redaelli, e il di-
rettore dello stabilimento ingegner Chitter.

«La siderurgia sta attraversando un periodo spiccatamente rivo-
luzionario », ha detto il dottor Redaelli nel corso della cerimonia.
« Tutto è cambiato in quest’ultimo ventennio. E molte cose, che sono
appena cambiate, stanno nuovamente cambiando. Tutto è in rapidis-
simo movimento: impianti, tecniche, organizzazione aziendale. Lo
stabilimento di Trieste, che ha una lunga e gloriosa tradizione e una
travagliatissima storia, rispecchia oggi questa rapida evoluzione tecno-
logica. Esso è stato specializzato nella produzione di ghisa, perché
così vuole la moderna organizzazione di Gruppo che non consente
più — sotto pena di antieconomicità — produzioni generiche e di-
sperse ».

Ciò ha comportato l’installazione di una fonderia che utilizza di-
rettamente la ghisa degli altiforni. Essa è una delle più moderne ed
efficienti d'Europa, dotata com’è di un razionalissimo impianto di
colata diretta che le consente di produrre fino a 150.000 tonnellate
all’anno di lingottiere. Il secondo altoforno dello stabilimento, con
crogiuolo del diametro di cinque metri, ha una capacità produttiva
di 600 tonnellate di ghisa da fonderia al giorno, a regime normale
di esercizio, ed è dotato delle apparecchiature più moderne: nastri
trasportatori a comando automatico per l’immissione delle cariche e
un sistema centralizzato elettronico a nastro magnetico per la program-
mazione delle cariche stesse.

Il rinnovo dello stabilimento, che interessa circa il go per cento
degli impianti, ha comportato anche l’allargamento dell’area dello
stabilimento con un riempimento a mare, la costruzione di una nuova
banchina che consentirà l’attracco di navi di grande tonnellaggio, di
nuovi impianti di agglomerazione e di preparazione del minerale, di
una nuova centrale termoelettrica e di numerosi servizi ausiliari oltre
che il potenziamento della cokeria, che potrà produrre 210.000 ton-
nellate di coke all’anno.

Il professor Manuelli ha rivolto agli anziani un discorso che ripor-
tiamo integralmente.

Mi sia consentito, nella qualità di presidente della Finsider, di rin-
graziare, anzitutto, le autorità qui convenute in questo giorno di parti-
colare importanza per noi. Per la siderurgia italiana questo è un momento
di inaugurazioni ; inaugurazioni dei maggiori stabilimenti come di quelli
meno grandi.

Lo stabilimento di Trieste però non va misurato sul metro delle ton-
nellate di produzione o della superficie occupata dagli impianti. Trieste
è un caso particolare : dovrei aggiungere anche che è stato un caso difficile.
Ricordo (e i lavoratori ed î tecnici lo ricorderanno con me), la vecchia
acciaieria. Veramente quando io la visitai non potei fare a meno di an-
dare con il pensiero agli antri di Vulcano come vengono raffigurati nelle
stampe del Doré. Permettetemi di ricordare ancòra il treno lamiere di
Trieste, che veramente era una vecchia macchina piena di acciacchi che
reggeva e lavorava ma, indubbiamente, era così lontana dalla tecnica
moderna e dalle concezioni attuali della nostra siderurgia che, francamente,
noi ci dicemmo : a Trieste non si possono ammodernare gli impianti esi-
stenti, bisogna rinnovare tutto.

Oggi Trieste è un anello di quella lunga e complessa catena di attività
nostre che vanno dalle miniere oltremare, dall’ Africa, dall’ India, alle
nostre navi, ai nostri porti, alla nostra produzione di ghisa, di acciaio e
di prodotti finiti che sono una linfa vitale per altre categorie di lavoratori.

È noto che ad un lavoratore dell’industria siderurgica ne corrispondono
dieci dell'industria meccanica, cinque o sei dell'edilizia (in periodi di edi-
lizia normale), e quindi una media molto alta di occupazione indiretta.

L'acciaio non è dunque un prodotto fine a se stesso ma una materia
prima per altre trasformazioni. Questo acciaio, che ha origine în così
lontane fonti di materie prime, viene venduto oggi largamente in Italia
ed in cinquanta paesi esteri.

Una vendita così diffusa sta ‘a dimostrare che la nostra siderurgia ha
raggiunto quella efficienza e quella economicità che debbono essere alla
base di ogni attività produttiva. Ma efficienza ed economicità testimoniano
anche della validità di un programma di espansione per cui il nostro Gruppo
sta oggi portando la sua produzione dai cinque milioni degli anni scorsi
ai dieci milioni e mezzo del 1967-68. A questa produzione darà, con oltre
nove milioni di tonnellate, un contributo fondamentale !’ Italsider, la più
grande industria siderurgica italiana e la seconda in Europa, ma penso,
seconda per poco ancòra, perché quando essa raggiungerà la mèta dei nove
milioni di tonnellate, tornerà ad essere la prima industria europea del-
l'acciaio.

Ora, noi siamo — è evidente — tutti orgogliosi e voi lavoratori dovete
ugualmente esserlo, di questo contributo che abbiamo dato alla economia
del paese. Un contributo che negli ultimi due anni è stato particolarmente
importante. Nel 1963, l’Italia aveva importato quattro milioni e ottocen-
tomila tonnellate di acciaio, il che vuol dire che il nostro paese, con l’im-
portazione di materie prime ed al netto dell’esportazione, segnava un
deficit nella bilancia dei pagamenti di circa 400 miliardi di lire.

Ora, noi, pur nella situazione non felice di produttività degli ultimi
due anni scorsi, abbiamo creato con la nostra produzione un freno asso-
luto alle importazioni. Abbiamo sviluppato le nostre esportazioni ed in
questo anno possiamo orgogliosamente dire che l’Italia si avvia ad equi-
librare la sua bilancia con l’estero.

Ho ricordato queste cifre e queste considerazioni perché, vi dicevo, è
orgoglio di tutti poterle vantare e poter dire di esserne stati gli artefici.

Oggi, abbiamo la ventura di avere qui tra noi la parte più eletta di
questi artefici: novanta anziani con oltre trentacinque anni di servizio,
appartenenti a tutti gli stabilimenti dell’ Italsider e centoquaranta con
anzianità da venti a trenta anni degli stabilimenti di Trieste e di Marghera.

Consentite anche a me, che proprio în questi giorni ho raggiunto i qua-
rantadue anni di anzianità di lavoro nel Gruppo che poi è diventato IRI
(e da trenta anni quindi sono nell’ IRI) di sentirmi ‘‘anziano” col cuore
(in effetti anch'io sono iscritto alla vostra associazione) e di comprendere
il vostro stato d’animo, la vostra gioia ed il vostro desiderio di essere qui,
di vedervi, di stringervi le mani, di ricordare le vecchie cose del passato
e di considerare quanti cambiamenti si sono compiuti nel nostro paese e
nella nostra industria.

Oggi siamo “anziani”. Non diciamo che siamo vecchi. È molto facile
ai giovani sorridere di fronte alla nostra ed alla vostra esperienza e con-
siderare come l'istruzione professionale che hanno avuto sia superiore a
quella di chi, cinquant'anni or sono, cominciava in condizioni del tutto
precarie a perfezionarsi nelle tecniche siderurgiche. È facile per i giovani,
abituati ormai ai treni automatici e alle cariche effettuate con il calco-
latore, sorridere dell'esperienza dei siderurgici anziani. Ma l’esperienza
non è fatta solo di tecnica, che si acquisisce, ma anche di saldezza morale,
di forza d’animo, di tutti i sacrifici che la nostra generazione ha dovuto
sopportare.

Ma sono sacrifici che hanno avuto, ed hanno oggi, la loro più bella
soddisfazione. Come dicevo all’inizio, il sentirsi artefici, lungo un arco
di trenta o quarant'anni, di questa trasformazione profonda della nostra
vita produttiva e sociale, è motivo di vivissimo orgoglio. Ma nulla si con-
quista senza difficoltà e sacrificio. I giovani di oggi diverranno gli anziani
di domani. Comprenderanno allora che cosa significhi l’esperienza e la
saldezza del cuore.

Ai giovani, e ai meno giovani, esprimo l'augurio fervido di ritrovarsi
uniti, per molti anni, nel nostro mondo siderurgico e nella vita sociale del
paese, sempre più concordi e affratellati.



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IL BILANCIO DELL'ITALSIDER 1964

Nell’assemblea ordinaria, svoltasi il 29 aprile a Genova, gli azionisti
dell’ Italsider hanno approvato all'unanimità il bilancio e il conto profitti
e perdite dell'azienda chiusi al 31 dicembre 1964.

L'esercizio ha registrato un utile netto di 17.975.894.762 lire che ha
consentito la distribuzione di un dividendo pari al 6,50% del capitale
sociale al 31 dicembre 1964, ammontante a 262 miliardi di lire.

Riportiamo, come è ormai nostra tradizione, la prima parte del testo
della relazione del consiglio di amministrazione e una sintesi dello stato
patrimoniale e del conto profitti e perdite.

Signori Azionisti,

nel 1964 la produzione mondiale d’acciaio ha raggiunto i 434 mi-
lioni di tonnellate, con un aumento del 13% rispetto all'anno prece-
dente, il maggiore che si sia verificato nell’ultimo quinquennio.

L’espansione della produzione siderurgica è stata particolarmente
sensibile negli Stati Uniti d’ America, in Giappone, nella Germania
occidentale e in Gran Bretagna.

Le produzioni di acciaio dei principali paesi sono state le seguenti:
Stati Uniti: 117,5 milioni di tonnellate, contro 101,2 milioni del 1963
(aumento 16%);

Unione Sovietica: 84,5 milioni di tonnellate, contro 80,2 (aumento 5%);
Giappone: 39,8 milioni di tonnellate, contro 31,5 (aumento 26%);
Germania occidentale: 37,3 milioni di tonnellate, contro 31,6 (aumento
18%);

Gran Bretagna: 26,7 milioni di tonnellate, contro 22,9 (aumento 16%).

Nell’àmbito della Ceca, dove nell’ultimo triennio il livello pro-
duttivo era rimasto costante, il gettito d’acciaio è stato complessiva-
mente di 82,8 milioni di tonnellate, con un aumento del 13%.

La graduatoria dei paesi maggiori produttori d’acciaio è sempre
capeggiata dagli Stati Uniti con il 27% del totale e dall’ Urss con
il 19,5%. Al terzo posto, con il 9,2%, si è inserito nel 1964 il Giap-
pone, che ha superato la Germania occidentale (8,6%). Seguono Gran
Bretagna, Francia, Italia e Belgio. La mancanza di dati ufficiali non
consente di precisare esattamente la posizione della Cina popolare, la
quale è tuttavia da considerarsi tra i primi dieci maggiori paesi pro-
duttori di acciaio.

. apporto percentuale della Ceca alla produzione mondiale d’ac-
ciato è stato del 19,1%, superiore a quello dello scorso anno.

__ Taumento consistente avutosi nel 1964 nella produzione d’acciaio
€ stato determinato da una ragguardevole ripresa dello sviluppo in-
dustriale su scala mondiale.

Le capacità produttive esistenti nel mondo sono state sfruttate in

Misura più adeguata, pur rimanendo un certo squilibrio fra capacità
€ produzione.

LA SIDERURGIA IN ITALIA

L’economia italiana è stata caratterizzata nel 1964 da un’evoluzione
congiunturale sfavorevole, in gran parte determinata dalla permanente
scarsità di investimenti e dalla contrazione della produzione industriale.

Gli effetti della situazione si sono riflessi in modo particolare sul-
l’attività dei principali settori di utilizzazione dei prodotti siderurgici,
il cui mercato ne ha subìto un notevole disagio.

Secondo stime che riteniamo attendibili, il settore dell’edilizia re-
sidenziale ha ridotto la propria attività nel totale del 1964 di circa il
20%, rispetto al 1963, la produzione di carpenteria metallica del 20%,
l'industria meccanica del 12% e quella degli autoveicoli di quasi il
10%; sensibili, inoltre, sono risultate le diminuzioni registrate dai vari
settori delle seconde lavorazioni siderurgiche.

In conseguenza di tale andamento, il consumo nazionale di acciaio,
che dall’immediato dopoguerra era sempre stato in aumento, ha ac-
cusato nel 1964 una netta diminuzione di circa il 15%, passando da
13,6 milioni di tonnellate nel 1963 a 11,5 milioni di tonnellate nel-
l’anno trascorso. Questa situazione si è peraltro fondamentalmente ri-
percossa sull’andamento del commercio estero, con una contrazione
del 30% sulle importazioni, ridottesi da 4,8 milioni di tonnellate nel
1963 a 3,4 milioni di tonnellate nel 1964.

È interessante rilevare che circa la metà delle importazioni del 1964
è stata costituita da semiprodotti, per cui è stato possibile mantenere
sullo stesso livello dell’anno precedente la produzione di laminati,
nonostante che la produzione di acciaio sia invece diminuita da 10,2
a 9,8 milioni di tonnellate, in dipendenza delle interruzioni di attività
causate dai lavori di ampliamento di alcuni impianti del gruppo Finsider
e dalle agitazioni sindacali a carattere nazionale.

La sensibile contrazione del consumo, non avendo trovato corri-
spondenza in una analoga flessione della produzione, ha profondamente
alterato l’equilibrio di mercato provocando notevoli conseguenze sia
sul piano quantitativo, per quanto riguarda i volumi di importazione,
sia sul piano commerciale, per quanto riguarda i prezzi di vendita, il
cui livello, sia pure con sfumature diverse da prodotto a prodotto, è
andato progressivamente diminuendo, fino a stabilizzarsi, verso la
fine dell’anno, sui bassi valori raggiunti.

Per far fronte allo squilibrio determinatosi, è stata intrapresa dall’in-
dustria siderurgica nazionale una vigorosa azione di esportazione.

In cifre, le esportazioni italiane di acciaio sono passate da 1,1 mi-
lioni di tonnellate nel 1963 a 1,9 milioni di tonnellate nel 1964, con
un incremento del 72%.

In conclusione, si è ottenuto, da una parte il collocamento com-
pleto della produzione nazionale, anche con una lieve riduzione delle
giacenze, dall’altra l’assorbimento della flessione del consumo preva-
lentemente a spese delle importazioni e con incremento delle esporta-
zioni. Infatti, a fronte di una contrazione di 2,1 milioni di tonnellate
nel consumo si è avuta una diminuzione di 1,4 milioni nelle vendite
delle acciaierie estere sul nostro mercato ed un aumento di 0,8 mi-
lioni di tonnellate nelle esportazioni.

In complesso, quindi, il 1964 è stato per la siderurgia italiana un
anno particolarmente difficile, tanto più difficile per la coincidenza



MONDO - PRODUZIONE DI ACCIAIO
in milioni di tonnellate













1953 1957 1961 1964
USA HE 104 ME 05: MI »s murs
URSSO Bos: Bse: «6g mo
CECA B_s; M 600 Mons Mms
Giappone Dr |I_6so R 2 R ss
Gran Bretagna |_rs Di e sa B_ 27
altri paesi BO 305 [IE M ss ms;
mondo ERRE PISTE ETRE

ITALIA - CONSUMO APPARENTE DI ACCIAIO NEL 1964
in migliaia di tonnellate











acciaio prodotto EE cas E i
rilaminazione rottami I * 137
importazione n RT] ur: RESI SELE
| prelievo da giacenze 4 + n asa sai
2 esportazione -—_xo8tt
E] consumo de TREES] CIITTARI RO

ITALIA - PRODUZIONE E CONSUMO APPARENTE DI ACCIAIO
in migliaia di tonnellate

















CONSUMO DI ACCIAIO PER ABITANTE NELLA CECA E IN ITALIA
in chilogrammi









Italia media CECA
1953 ma: RESI _
1057 me»: TR SEZA NI
1959 [racc] TEZZE
1961 pr TEEN Re]
1962 REA ANE | EI SESNE!
1963 TERRA |
1964 PRI DES]





PRODUZIONI SIDERURGICHE NAZIONALI E ITALSIDER

in migliaia di tonnellate











1962 1963 1964
Ù Italia MMI 3556 I i
ghisa
Italsider MANN 3.172 [ES ME 5
da CA,
acciai
Italsider INN 4.00 MR « 3.885
IA Italla Ines TRI
laminati a caldo NI ICI =
Italsider MINI 3.079 mi HE 00
itaia MI 1306 1.664 1.858
laminati a freddo — T.__—_— —___— — — —___—
Italsider 517 I 781 Boo ie
Italia 258 319 T 390
latta e lamiere zincate
Italsider 159 201 I 237









con il periodo di massimo impegno di rinnovamento e di espansione
della struttura produttiva, che ha richiesto un poderoso sforzo non
solo tecnico ma anche finanziario.

Il dato assolutamente positivo che chiude l’anno trascorso riguarda
la compiuta realizzazione di imponenti nuovi impianti, premessa in-
dispensabile per mantenere ed accentuare una sana posizione di com-
petitività.

L’ ITALSIDER

La vostra società ha contribuito per la quasi totalità a questa spinta
rinnovatrice, con un’azione resa particolarmente difficile dalla situa-
zione congiunturale.

Possiamo affermare che sotto ogni aspetto il 1964 ha rappresentato
per l’ Italsider una svolta decisiva, soprattutto per il potenziamento
della sua struttura produttiva, attuato in una misura che non trova
riscontro nella storia della siderurgia italiana.

Tutti gli stabilimenti sono stati interessati a questa azione.

NuovI IMPIANTI - Il fatto saliente del 1964, la cui importanza tra-
scende i limiti aziendali, è l’entrata in marcia del centro siderurgico di
Taranto, caratterizzata da una sequenza di avviamenti eccezionalmente
serrata: in giugno è entrato in marcia il treno lamiere; in luglio una
batteria di forni a coke; in ottobre il primo altoforno; in novembre
l’acciaieria LD, il treno slabbing e il treno per larghi nastri a caldo;
nel gennaio di quest'anno un’altra batteria di forni a coke e il se-
condo altoforno.

Nella sua attuale struttura, con due altiforni da 32 piedi, un’acciaie-
ria LD con convertitori da 300 tonnellate, uno slabbing universale,
un treno nastri da 68 pollici ed un treno lamiere da 140 pollici, di ec-
cezionali capacità, lo stabilimento può raggiungere una produzione
di più di 2,5 milioni di tonnellate annue. La sua impostazione è però
tale da permettere futuri potenziamenti fino a triplicare all’incirca la
capacità produttiva.

Nel centro di Taranto, costruito secondo le tecniche più aggior-
nate, particolare attenzione è stata data all’automazione dei processi
produttivi, spinta al massimo in tutti i settori.

Dopo Taranto, lo stabilimento che ha visto le massime realizza-
zioni di impianti è quello di Bagnoli, nel quale, nel mese di agosto,
è stata messa in funzione la nuova acciaieria LD che pone le premesse
per raggiungere una produzione annua di oltre 2.500.000 tonnellate.
La realizzazione di questa acciaieria ha segnato anche un importante
passo avanti nella tecnologia e nel miglioramento della qualità. Quasi
contemporaneamente, infatti, è stata fermata l’acciaieria Thomas.

Alla fine dell’anno erano anche fortemente avanzati gli altri grandi
lavori, fondamentali per il potenziamento di Bagnoli: gli impianti
di ricezione, immagazzinamento e preparazione delle materie prime,
nonché la costruzione dell’altoforno n. 5 (la cui entrata in servizio è
prevista per i primi di maggio), i nuovi forni a pozzo e il potenzia-
mento della centrale termica.

Nell’anno sono stati anche completati la prima fase dell’impianto
per la produzione dell’ossigeno ed il potenziamento del treno per
tondo e vergella.

Quando tutti i lavori saranno compiuti, Bagnoli raggiungerà il
livello dei maggiori centri siderurgici a ciclo integrale esistenti.

Nel centro “Oscar Sinigaglia” di Cornigliano sono entrati in attività
la nuova banchina, i parchi per le materie prime con tutte le attrez-
zature, un nuovo impianto di agglomerazione, un nuovo cowper per
gli altiforni, la seconda linea di zincatura, una nuova linea di ricottura
continua; è stato realizzato il potenziamento dell’acciaieria, del treno
a freddo e dell’impianto di stagnatura elettrolitica ed è stata effettuata
la grande manutenzione di due altiforni, anticipata per uno di essi a
causa delle irregolarità di esercizio dovute agli scioperi.

Nella sezione di Jovi Ligure è stato portato a termine il potenzia-
mento dei servizi. È stato fermato il vecchio treno lamiere.

I lavori attuati a Cornigliano e a Bagnoli assumono particolare
rilievo per le difficili condizioni in cui si sono svolti. Si trattava in-
fatti di realizzare nuovi impianti e di potenziarne o sostituirne altri,
in stabilimenti in piena attività, cercando di ridurre al minimo gli
intralci all’esercizio.







A Piombino è entrato in marcia il nuovo impianto per tubi saldati
commerciali ed è a buon punto l’installazione di un nuovo treno per
profilati medio-piccoli.

Nello stabilimento di 7rieste, la cui fisionomia produttiva viene
radicalmente mutata, è entrata in esercizio la nuova fonderia per lin-
gottiere. Sono in fase di costruzione: il nuovo altoforno, la terza bat-
teria di forni a coke, i nuovi parchi delle materie prime, la banchina
d’attracco che consentirà l’accosto di navi fino a 35.000 tonnellate, la
centrale termica e i relativi servizi ausiliari.

A Lovere sono stati potenziati gli impianti di produzione e di trat-
tamento delle ruote, cerchioni e assili.

Nello stabilimento Siac di Campi è entrato in esercizio il nuovo
impianto Drever per il trattamento continuo delle lamiere.

Anche negli stabilimenti di Savona, di San Giovanni Valdarno e di
Marghera sono stati eseguiti lavori vari di miglioramento e di poten-
ziamento. ;

Con la realizzazione di impianti che abbiamo condotto a termine
o che stiamo ultimando riteniamo di aver corrisposto alla fiducia che
ci avete sempre accordato e che ci ha permesso di assicurare alla vo-
stra azienda una struttura tecnica in grado di competere con quella
delle maggiori società siderurgiche estere.

ProDuUZIONI - Nello scorso esercizio la vostra azienda ha prodotto:
- ghisa: 3.139.000 tonnellate (90% della produzione nazionale);
- acciaio: 3.885.000 tonnellate (40% della produzione nazionale);
- laminati: 3.346.000 tonnellate (41% della produzione nazionale).
Nel settore delle seconde lavorazioni la produzione ha superato
le 400.000 tonnellate, di cui 180.000 tonnellate costituite da tubi saldati.
Nei confronti del 1963 sono state in diminuzione la ghisa (7%)
e l’acciaio (6%); mentre si è avuta una maggior produzione (4%) dei
laminati per il sensibile aumento nei settori dei laminati a freddo e
dei prodotti rivestiti, dovuto all’entrata in funzione o al potenziamento
di impianti.
Durante il 1964 nel settore produttivo si sono impostate determi-
nanti politiche d’esercizio al fine di ridurre i costi e di migliorare la
competitività sotto il duplice profilo dei prezzi e della qualità.

VENDITE - La sensibile flessione accusata nel 1964 dal consumo nazio-
nale ha causato, come è stato illustrato in precedenza, una situazione
altamente concorrenziale sul mercato interno. Per fronteggiare tale
situazione la politica commerciale seguìta dall’ Italsider ha mirato es-
senzialmente al conseguimento di due obiettivi:

- partecipare maggiormente al soddisfacimento della domanda in-

terna, sostituendo principalmente le importazioni;

- incrementare sensibilmente le esportazioni.

Questi obiettivi, a fine anno, sono stati interamente raggiunti.
L’intera produzione aziendale è stata collocata e si è registrato anche
un sia pur lieve alleggerimento delle scorte.

Le nostre spedizioni di laminati sul mercato interno sono risultate
pari, nel 1964, a 2.700.000 tonnellate contro 2.440.000 tonnellate nel-
l’anno precedente. A fronte della flessione del 15% registrata dal
consumo, pertanto, le vendite di laminati dell’ Italsider sono aumen-
tate di oltre il 10%.

L’aliquota del consumo nazionale soddisfatta dalla vostra azienda
è quindi passata dal 28% circa del 1963 al 35% circa del 1964.

Le spedizioni di laminati sui mercati esteri sono aumentate, nel-
lo stesso tempo, da 196.000 tonnellate nel 1963 a 420.000 tonnellate
nel 1964, con un incremento del 115%. Rispetto alle esportazioni
nazionali, però, le vendite all’estero dell’ Italsider sono scese dal 42%
al 39%; particolare questo che conferma indirettamente l’attuazione
della politica di vendita aziendale indirizzata prevalentemente verso
una maggior penetrazione sul mercato interno.

Nel complesso, le spedizioni di laminati dell’ Italsider su tutti i
mercati sono aumentate, nonostante la pesante situazione generale
precedentemente illustrata, del 18% fra il 1963 ed il 1964. Aggiungen-
do ai laminati anche i prodotti di seconda lavorazione, le spedizioni
aziendali di prodotti finiti sono aumentate del 13%, passando da
3.030.000 tonnellate nel 1963 a 3.435.000 tonnellate nel 1964.

Il conseguimento di tale risultato, largamente favorevole sul piano

ITALSIDER - BILANCIO AL 31 DICEMBRE 1964

STATO PATRIMONIALE





ATTIVO al 31-12-1964 al 31-12-1963

immobilizzazioni tecniche 1.020.033.911.205 716.312.548.140

spese fusione Ilva-Cornigliano 1.529.397.965 2.279.397.965

spese fusione Italsider-società

ex elettriche 27.769.782

scorte, commesse in corso e

prodotti 156.204.162.159 130.204.871.850

partecipazioni 2.785.965.413 538.390.645

credito verso Enel per inden-

nizzo società ex elettriche in-

corporate 78.121.640.070

credito verso Enel per partite in

contestazione extra indennizzo 3.860.809.736

crediti finanziari e valori nu-

merari 16.952.033.349 16.078.398.992

crediti commerciali 149.590.435.289 129.535.115.294

crediti vari 23.497.050.805 15.632.302.134

ratei e risconti 12.663.630.513 5.213.027.128
totale 1.465.266.806.286 —1.015.794.052.148

conti d’ordine 497.630.326.865 316.905.393.518

PASSIVO

capitale e riserve 323.464.128.828 230.558.048.543

riserve società ex elettriche in

contestazione con Enel 3.860.809.736

fondi ed accantonamenti 204.650.112.853 196.139.904.098

debiti finanziari a lungo e me-

dio termine 524.733.274.237 347,244.139.980

debiti finanziari fluttuanti 185.039.448.295 102.925.758.341

debiti commerciali 149.632.548.982 86.225.013.615

debiti vari 50.350.932.902 32.079.431.825

ratei e risconti 5.532.406.566 4.786.282.489

residuo utili esercizi precedenti 27.249.125 39.550.542

utile netto 17.975.894.762 15.795.922.715
totale 1.465.266.806.286 1.015.794.052.148

conti d’ordine 497.630.326.865 316.905.393.518

CONTO PROFITTI E PERDITE DEL BILANCIO 1964

utili industriali 54.064,435.228
proventi straordinari 3.328.760.169
interessi su indennizzo Enel 4.365.474.912
rendite diverse 337.549.953
62.096.220.262
oneri generali :
spese generali amministrative 6.349.095.029
imposte e tasse 4.603.175,561
interessi, sconti ed accessori 11.418.054.910
quota ammortamenti e deperi-
menti 21.750.000.000 44,120.325.500
utile netto 17.975.894.762



IO

quantitativo, ha necessariamente comportato delle riduzioni nei prez-
zi, i quali, sensibili alle naturali leggi di mercato, hanno accusato in
pieno, nel 1964, gli effetti dello squilibrio tra offerta e domanda. L’in-
cremento quantitativo delle vendite ha comunque consentito nell’an-
no scorso un ulteriore aumento del fatturato rispetto al 1963.

Il 1964, oltre ad essere stato un anno che ha visto impegnate al
massimo tutte le forze di vendita dell’azienda per superare le difficoltà
di mercato, è stato anche un anno in cui sono state gettate le basi per
l’attuazione dei programmi futuri dell’ Italsider relativi alla produzione
ed alla vendita di prodotti di qualità. In questo senso è stato dato
l’avvio ad una vasta azione di preparazione del personale di vendita
in merito ai nuovi prodotti che l’ Italsider si appresta a collocare sul
mercato e sono stati inoltre iniziati numerosi studi per definire e svi-
luppare le dimensioni attuali e future del fabbisogno nazionale di
prodotti siderurgici di qualità.

APPROVVIGIONAMENTI E TRASPORTI - Nel 1964, nei parchi delle mate-
rie prime della vostra società sono entrati oltre 3 milioni di tonnellate
di carbone, circa 6 milioni di tonnellate di minerali e oltre 500.000
tonnellate di rottame di ferro.

I prezzi ‘“fob” del carbone da coke hanno subìto un aumento,
mentre i prezzi dei minerali di ferro hanno mostrato una tendenza
alla diminuzione. Carbone e minerali di ferro hanno beneficiato della
stabilità dei costi di trasporto, garantita in particolare dall’impiego
della flotta scciale gestita dalla Sidermar, integrata da noleggi a breve
e a lungo termine e dalla possibilità di effettuare a quasi tutti i pontili
le operazioni in regime di autonomia funzionale. A questo proposito
vi ricordiamo che nel corso del 1964 detta autonomia, essenziale per
l’andamento del ciclo produttivo e la concorrenzialità dei prodotti,
è stata confermata per Marghera, trasferita alla nuova banchina di
Cornigliano dal vecchio molo Nino Ronco, restituito al consorzio
del porto di Genova, ed è diventata operante per le attrezzature di
sbarco e imbarco a Taranto.

A Bagnoli sono continuate le operazioni già in autonomia funzio-
nale, cosicché soltanto gli stabilimenti di Piombino e di Trieste non
beneficiano di tale autonomia.

Principali fonti di approvvigionamento sono state, per il carbone,
gli Stati Uniti d’ America e, per il minerale di ferro, il nord Africa,
il Brasile, il Venezuela, la Mauritania e la Liberia.

Ha invece avuto termine il tradizionale rifornimento di minerale
fosforoso dalla Svezia, per la cessata produzione di acciaio ‘Thomas
a Bagnoli.

Gli acquisti di rottame di ferro, il cui costo è aumentato nel corso
del 1964, sono stati effettuati per il 66% sui mercati esteri.

STRUTTURA AZIENDALE - Anche nel 1964 è proseguita quell’opera di
messa a punto dell’organizzazione aziendale che costituisce una costante
nella dinamica della vostra azienda, sia nel campo dell’esercizio sia
in quello commerciale e amministrativo.

In ordine agli obiettivi di decentramento e di specializzazione che
la vostra azienda persegue, gli stabilimenti di Torre Annunziata e
di Cogoleto, secondo i programmi e gli studi a voi noti, sono stati
dati rispettivamente in apporto alla società Derzver e in locazione alla
società Tubi Ghisa.

Per conseguire una migliore efficienza nella vendita di tubi di
acciaio sono stati costituiti i servigi riuniti di vendita per i tubi di acciaio
Dalmine-Italsider.

Altro settore di attività della vostra azienda, nel quale è prose-
guito anche nell’anno trascorso un intenso lavoro organizzativo, è
quello tendente a mettere a punto un moderno sistema informativo
aziendale e di utilizzazione dei nuovi criteri di elaborazione dei dati
resi possibili dall'impiego sistematico dei calcolatori elettronici di
processo ed altri. È questo un campo di attività in pieno sviluppo
al quale sono interessati tutti i settori aziendali.

Un cenno a parte merita infine un aspetto dell’attività organizza-
tiva che non riguarda soltanto 1’ Italsider ma tutte le aziende che fan-
no capo alla Finsider. Ci riferiamo alla programmazione integrata
fra le varie società del Gruppo che va gradatamente attuandosi in
ogni settore, nella ricerca di una migliore funzionalità.

PERSONALE - Alla fine del 1964 il personale della vostra azienda era di
37.102 unità, contro 36.582 dell’anno precedente (escluso il personale di
Torre Annunziata e Cogoleto). È interessante notare che, nonostante
l’entrata in funzione del centro siderurgico di Taranto, che nel corso del
1964 ha determinato l’assunzione di 1.800 persone, il numero comples-
sivo dei lavoratori è aumentato di sole 520 unità, per effetto di una
intensa azione svolta per la migliore e razionale utilizzazione del per-
sonale. A questo scopo è stata sviluppata e potenziata l’attività di
addestramento e di riqualificazione attraverso corsi svolti, a tutti i
livelli, sia all’interno dell’azienda sia ricorrendo a enti esterni.

Alla base di tale azione non vi è soltanto la necessità di comple-
tare gli organici per Taranto, ma anche e soprattutto quella di allar-
gare e approfondire sempre più la preparazione del personale in cor-
rispondenza con la rapida evoluzione tecnologica.

Sono in particolare da segnalare, a questo proposito, i corsi effet-
tuati presso i vari centri IFAP dell’ IRI e lo speciale ciclo di addestra-
mento sistematico di tutti i capi dell’ Italsider con l’impiego di mezzi
audiovisivi. Nel corso dell’anno l’applicazione del sistema retributivo,
fondato sull’analisi e sulla valutazione del lavoro, ed il correlativo
sistema di incentivo, sono stati estesi agli stabilimenti delle seconde
lavorazioni.

Mentre l’estensione dei nuovi criteri retributivi ha potuto attuarsi
senza contrasti, grazie anche ai particolari strumenti di conciliazione
aziendale, la contrattazione sul piano nazionale del premio di produ-
zione ha dato adito ad una serie di agitazioni che hanno investito tutto
il settore metallurgico, e quindi anche la vostra azienda, con una per-
dita di oltre un milione di ore lavorative e gravi perturbazioni del-
l’attività produttiva.

In ogni circostanza, comunque, anche nei periodi più delicati, i
rapporti con il personale sono stati improntati allo spirito ormai tra-
dizionale della vostra azienda.

Anche nei confronti delle organizzazioni dei lavoratori, l’azione
svolta con sincero spirito di collaborazione ha consentito alla vostra
società di contribuire validamente a ristabilire sul piano nazionale un
clima di normalità nei rapporti sindacali.

Nel settore delle provvidenze aziendali, dove l’ Italsider ha conti-
nuato e intensificato la sua azione, segnaliamo, tra l’altro, la cessione
a riscatto di trecento alloggi, in parte costruiti con contributi Ceca,
e l’invio alle colonie marine e montane della società di 3.600 bambini,
figli di dipendenti.

Le attività culturali e ricreative dei circoli e del gruppo sportivo
hanno abbracciato una vasta serie di iniziative anche al di fuori del-
l’àmbito aziendale. Tra le più significative, la collana Italsider di libri
economici diretti a stimolare l’interesse per la lettura tra i lavoratori.

Signori Azionisti,

nel 1964 la vostra azienda ha portato a termine grandiose realiz-
zazioni di impianti destinati ad adeguare le possibilità della siderurgia
italiana alle prospettive di sviluppo industriale del paese, prospettive
che trovano conferma nei piani della programmazione nazionale.

Questi impianti sono stati costruiti tenendo presenti tutti i presup-
posti economici e in modo da ottenere la più elevata efficienza opera-
tiva. Questa è la garanzia più sicura per le fortune della vostra
azienda.

Il 1964 è stato, lo ripetiamo, l’anno di eccezionale impegno per
l’ Italsider. La fase culminante della realizzazione degli impianti e la
particolare situazione finanziaria, di mercato e sindacale hanno collau-
dato la vitalità dell’azienda: ne fanno fede i problemi risolti e le diffi-
coltà superate.

In questo momento, in cui l’ Italsider si è inserita ormai con solide
basi nella concorrenza internazionale, nutriamo fiducia che la conclu-
sione di una così delicata fase di sviluppo aziendale coincida con la
fine della recessione nel nostro paese.

Prima di chiudere questa nostra esposizione, desideriamo dare
atto che l’appoggio dell’ IRI e della Finsider è stato determinante
per conseguire gli obiettivi prefissati, pur nella difficile situazione.

All’ Istituto, alla Capogruppo e a quanti all’interno e all’esterno
dell’azienda collaborano con noi per la sua affermazione, esprimiamo
il nostro più vivo ringraziamento.







LE VECCHIE FERRIERE

di Lucio Bozzano












II

DEL SASSELLO





















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Libro dei conti di una ferriera del Sassello (secolo XVIII).

Le vie della provvidenza sono infinite, e così anche quelle della
storia. A tutti nota è la difficoltà di reperire documenti originali che
riguardano la “storia pacifica” del passato (i documenti che riguardano
le guerre, purtroppo, sono sempre fin troppo doviziosi), e vi sono set-
tori nei quali i documenti scarseggiano in modo particolare. Prendia-
mo ad esempio il settore che riguarda l’antico arsenale delle galee del-
la repubblica di Genova, oppure quello che riguarda il rifornimento
del ferro da parte della repubblica stessa, per non parlare della condu-
zione e della contabilità delle ferriere in epoca non eccessivamente
remota.

Ebbene, proprio per quanto concerne le poco note ferriere della
repubblica genovese, siamo riusciti a mettere le mani su un materiale
prezioso e numeroso, e soprattutto inedito, che meriterebbe bene uno
studio particolare e non un semplice articolo di rivista. Speriamo anzi
che questa nostra segnalazione valga ad invogliare qualche studioso,
o qualche laureando in vena di lavorare seriamente, ad approfondire
l’argomento giovandosi della larga messe di materiale disponibile.

Tale materiale si trova nelle mani di un impiegato dello stabilimento
Siac di Campi, il signor Lorenzo Garbarini, che lo ha trovato nella
soffitta di una sua casa di Sassello. Evidentemente i suoi maggiori
erano proprietari di ferriere e il materiale in questione riguarda ap-
punto tutta la gestione, la contabilità, gli atti ufficiali, le annotazioni
eccetera (quello che si chiamerebbe in sostanza l’archivio) di tali fer-
riere, poste in località Sassello. Si tratta di materiale che spazia attra-
verso più di due secoli e che il signor Garbarini, da vero appassionato,
sta rimettendo in ordine.

Ci risulta anzi che il signor Garbarini, profondamente interessato
alle cose del proprio paese di origine, sta tuttora conducendo scavi
e lavori di interesse archeologico in quel del Sassello, assieme ad altri
volenterosi studiosi. Ma questo esula dal nostro argomento.

Vale solo a spiegarci come mai il signor Garbarini abbia conser-
Vato con devota attenzione tutto il materiale, e lo abbia rimesso in
ordine dividendolo per tipi di documenti, mettendolo in ordine di
data eccetera. Anzi si è spinto più in là: ha battuto a macchina certi
manoscritti di difficile interpretazione e sta cercando di dare una spie-
pr anche ai termini più astrusi o che il tempo ha fatto cadere in

isuso.

Non bisogna meravigliarsi del fatto che i documenti riguardano








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ferriere del Sassello perché tale tipo di fabbriche vi era in passato as-
sai sviluppato ed ebbe anzi, per circa un secolo, una notevole impor-
tanza, come hanno già dimostrato gli studiosi del luogo. A tale
proposito vorremmo citare una impegnatissima opera del professor
Mario Garino “Storia di Sassello” - casa editrice Liguria, Genova.

«L’effetto del passaggio dalla signoria dei D’Oria a quella della
Repubblica si era manifestato, nel volgere di pochi anni, sotto forma
di un’attività che si potrebbe definire quasi sbalorditiva e che portò
ricchezza e benessere a tutto il paese.

« Causa principale di questo risveglio fu l’impianto di nuove ferriere.

« Mentre i tre consignori, dopo essersi preoccupati di arrivare a
possedere ognuno una ferriera, avevano gelosamente conservato il
monopolio di questa industria negando a chiunque il permesso di
impiantarne altre, appena i sassellesi si sentirono liberi da questa proi-
bizione, provvidero a soddisfare, nei limiti delle loro possibilità, alle
richieste del mercato del ferro. È molto probabile che l'impianto delle
prime ferriere sia stato fatto con la progettazione e sotto la guida di
un membro di quella famiglia Pizzorno che ha fama di aver introdotto
questa industria nella vallata dello Stura, e precisamente a Rossiglione,
verso la metà del ’300 e si può ritenere per certo che, appena cessato
il monopolio dei D'Oria, siano stati altri membri della famiglia Piz-
zorno a creare i nuovi impianti, prima all’Olba e poi al Sassello. Evi-
dentemente al territorio del comune non mancavano le qualità neces-
sarie al fiorire dell’industria delle ferriere perché, oltre a una manodo-
pera preparata e affinata per quasi due secoli sotto la signoria dei D’Oria,
disponeva anche di una cospicua estensione di foreste e in più di un
corso d’acqua a pendio tanto notevole da creare, con una certa faci-
lità, dei “salti?” dell'ordine di dieci metri. Questa circostanza, oltre
a permettere un efficiente sviluppo di forza motrice per azionare maglio
e maglietto, favoriva l’uso di un dispositivo che forniva “l’aria sof-
fiat” da spingere nel basso fuoco non solo in quantità maggiore ma
anche a pressione superiore di quanto poteva fornire qualunque altra
apparecchiatura in uso in quel tempo per quello stesso scopo. Forse
è questa la ragione di un così rapido sviluppo delle ferriere nel terri-
torio del Sassello in confronto con quello di altri territori della Re-
pubblica.

«In soli quaranta anni il comune di Sassello raggiunse la produ-
zione del più forte gruppo siderurgico, che era quello della valle dello

12

Stura, con Masone, Campoligure e Rossiglione, e in altri quindici anni
arrivò a superarlo, sia pure di poco. Da una relazione presentata nel
1655 dal podestà di Sassello Pier Maria Gropallo ai ‘protettori di
San Giorgio”, si possono ricavare il nome e l’ubicazione delle sei fer-
riere che funzionavano in quell’anno a Sassello e delle cinque che esi-
stevano all’Olba.

«La relazione cita anche i nomi dei proprietari delle singole fer-
riere, ma su questo punto è rilevabile qualche errore.

« Nel periodo 1670-°72 che è quello che si può considerare di mas-
sima produzione del ferro col metodo del “basso fuoco”, in tutto il
territorio della Repubblica esistevano trenta ferriere che lavoravano
circa 29.100 quintali di minerale per produrre circa 11.600 quintali
di ferro. Nello stesso periodo le ferriere del gruppo Sassello potevano,
da sole, lavorare 13.065 quintali di vena e produrre circa 5.050 quin-
tali di ferro (il gruppo Rossiglione rispettivamente quintali 12.510 e
quintali 4.995 circa).

«Il periodo di prosperità non fu di lunga durata per le ferriere del
Sassello e, dopo un esordio particolarmente fortunato, prima che il
secolo fosse finito era già cominciato un declino, che andava via via
aggravandosi per cause nuove che venivano ad aggiungersi a quelle
che di mano in mano si andavano accumulando. Le ferriere del Sas-
sello erano uscite quasi indenni quando, nel giugno 1625, le soldate-
sche di Carlo Emanuele I di Savoia incendiarono il paese, e due sole
di esse subirono lievi danni in séguito alla terribile alluvione del 1654.
Una enorme quantità di acqua cadde nell’ottobre di quell’anno nella
zona dell’Ermetta, del Beigua e del Dente e ne rimasero fortemente
danneggiate tutte le ferriere allineate lungo la valle dello Stura (Ma-
sone, Campoligure, Rossiglione) mentre a Sassello subirono solo danni
leggeri le due ferriere (quella del Chiappino e quella dell’Erro) che si
trovavano sul percorso delle acque che scendevano dalle falde del-
l’ Ermetta.

«Dopo un°’attività intensa e ininterrotta di quasi un ventennio
cominciarono i tempi grami. Nel settembre del 1672 le truppe savoiat-
de, dopo un minuzioso saccheggio, appiccarono il fuoco a quasi tutte
le case del paese e alle ferriere del Chiappino e dell’Erro. Quest'ultima
rimase inoperosa per molti anni.

«Nel 1702 furono danneggiate da alluvioni alcune ferriere del-
l’Olba, nel 1722-23 lavorarono pochissimo tutte le ferriere della Li-
guria a causa di una eccezionale siccità prolungatasi per oltre dieci mesi.

« A questi fatti, gravi, ma generalmente rimediabili col tempo, ve-
nivano intanto ad aggiungersene altri, meno vistosi ma assai più in-
sidiosi e irrimediabili, perché con essi cominciava ad affacciarsi lo
spettro di una concorrenza che diventava sempre più incalzante. Il
dottor Pedemonte ha trovato, fra le note di un appaltatore della “ga-
bella della vena” la denuncia del numero delle ferriere che andava
rapidamente crescendo nel retroterra finalese a cominciare dalla fine
del 1600. La ragione della prosperità di questa industria che stava
sviluppandosi sulle rive delle due Bormide, era dovuta al vantaggio
di cui i gestori potevano godere acquistando il minerale che veniva
sbarcato a Finale, perché era esente dalla gabella imposta dalla Repub-
blica. (Il finalese era allora spagnuolo - n.d.r.).

« Questa era la minaccia immediata, conosciuta e entro certi limiti
contenibile e affrontabile; ma un’altra minaccia ben più grave andava
intanto maturando nella vicinanza delle miniere di carbon fossile del-
l Inghilterra.

« Grande spauracchio dell’industria del basso fuoco era l’enorme
consumo di legna che a poco a poco distruggeva le foreste. Abbatti-
menti insensati delle piante lasciavano frequentemente il terreno in-
difeso dall’azione dilagante delle piogge che, asportando il mantello
terroso, lasciava scoperta la sterile roccia sottostante e l’appezzamento
rimaneva definitivamente perduto per un’altra raccolta di legname.
Per questa ragione gli statuti “sassellesi’”’ avevano sempre preso in
considerazione la difesa delle ‘‘costiere’’ ma tali precauzioni non ba-
stavano certamente a colmare i vuoti che anno per anno si venivano
a creare nei boschi. Il problema dell’approvvigionamento del legno
era un problema generale del tempo, particolarmente sentito in quei
paesi che avevano bisogno di maggiori quantità di ferro tanto che,
dopo secoli di dubbi e di incertezze, essi si orientarono sempre più
verso l’utilizzazione del carbon fossile come combustibile.

« Chi vinse la gara fu l’Inghilterra ».

Come ben si comprende, l’Inghilterra era in grado di fornire ferro
sempre migliore a prezzi sempre più bassi cosicché i nostri ferrieri
del Sassello dovettero tenersi sempre in agitazione per difendere i
loro interessi, e lo fecero con ripetute suppliche (delle quali il nostro
signor Garbarini ha numerosi esempi) indirizzate al governo. Ma,
come sempre, nessun provvedimento legislativo poteva ovviare ad
una situazione determinata da ragioni economiche operative: era fa-
tale che la conduzione estera stroncasse queste piccole ferriere, at-
trezzate in modo inadeguato ai tempi; era fatale che tutto finisse, come
stava finendo, e che il sassellese ritornasse alle sue caratteristiche agri-
cole dove la voce economicamente più importante tornava ad essere
quella delle castagne.

Vale la pena di osservare che, per ironia della storia, la fine ufficiale
di tali ferriere arrivò con la creazione del regno di Sardegna e con
l’intervento del conte di Cavour (come accadde anche per l’arsenale
marittimo di Genova). Anzi fu sottolineata da una di quelle battute
così care al conte, che la pronunciò nella seduta della camera subalpina
del 21 maggio 1858: « Il mandamento di Sassello ha veramente sofferto
della riforma doganale. Vi erano alcune ferriere in cui si lavorava il
ferro come si lavorava al tempo dei titani; dovevano cadere e sono
cadute sulla testa del ministero ».

Uno studio di un certo interesse, riguardante in genere le ferriere
nel territorio della repubblica, è stato anche condotto dal dottor Ales-
sandro Pedemonte che ne preparò una tesi di laurea all’università di
Genova, intitolata “Ferro e ferriere in Liguria nei secoli XVII e XVIII”.

Interessante è notare che il dottor Pedemonte ha lavorato senza
peraltro conoscere questa larga messe di documenti che è in mano
al signor Garbarini. Egli però trovò all’archivio di stato una vera
collezione di rapporti e di esposti, presentati dagli appaltatori della
gabella sul minerale di ferro (vena) proveniente dall’isola d’Elba, ten-
denti a giustificare presso i protettori delle Compere di San Giorgio
il minor consumo di questa materia prima dovuto ai danni subiti dal-
le ferriere per causa di forza maggiore (siccità, alluvioni, incursioni, de-
vastazioni guerresche eccetera).

Questo dimostra che tali ferriere erano anche nei tempi migliori
in stato di endemica difficoltà, pur riuscendo a fornire nel complesso
una ragguardevole produzione che veniva tutta o quasi inviata a Genova.

Il dottor Pedemonte, nella sua tesi, ha anche aggiornato i dati fa-
cendo un computo del rapporto fra il cantaro (unità di misura del
tempo) e le nostre misure attuali. Un cantaro equivarrebbe a 47,65 chi-
logrammi; un quintale, quindi, a 2,09 cantara. Dai dati raccolti risul-
terebbe così che la: produzione di un chilogrammo di ferro richiedeva
il consumo di 5,5 chilogrammi di “buon carbone”. Supponendo che
i ferrieri di Sassello sapessero contenere il consumo del carbone nei
limiti di una media di 5,25 chilogrammi per un chilogrammo di ferro
e tenendo conto che per ottenere un chilogrammo di buon carbone
col metodo delle carbonare non occorrevano meno di 5 chilogrammi
di “buona legna” (rovere, cerro, faggio), si può calcolare che i sos1
chilogrammi di ferro prodotti in un anno richiedessero un consumo
di almeno 135 mila quintali di legna. Come si vede, un consumo spa-
ventoso di piante che lasciò calve le montagne con tutte le conseguenze
del caso. (Questo, in fondo, avveniva in misura anche maggiore in
Inghilterra finché non fu scoperto il carbone di coke).

Le undici ferriere esistenti al Sassello nel 1655 erano così distribuite:
tre erano state di proprietà dei Doria e precisamente quella del Giovo,
quella del Prato e quella di Chiappino. In quell’anno la prima apparte-
neva alla repubblica di Genova che l’aveva comprata da Stefano Doria,
e le altre due appartenevano a Filippo Fieschi, marito dell’unica figlia di
Gio Batta Doria fu Nicolò. La ferriera del Pian dei Badani era di pro-
prietà dei fratelli Giovanni e Nicolò Pizzorno, quella dell’Erro era
degli Spinelli e quella dello Stagno era di Bernardino Badano. A queste
ferriere venne ad aggiungersi, in séguito, quella della Tripalda fatta
costruire da Giuseppe Pallavicino. In Olba, delle cinque ferriere esi-
stenti, tre erano dei membri della famiglia Pizzorno e due erano di
Giovanni Vassallo. A queste se ne aggiunse una sesta nel 1667 fondata
da Giovanni Antonio Raggio.

Il prezioso materiale di proprietà Garbarini consentirebbe, con uno
studio profondo, di scendere addirittura nei dettagli della produzione





di alcune di queste ferriere, perché consta di centinaia di documenti,
di numerosi appunti interni, e soprattutto dei libri contabili, grossi
volumi ovviamente scritti a mano ma con una precisione che nulla
ha da invidiare alle nostre moderne macchine calcolatrici o rendiconti
a schede perforate.

Vi sono anzi delle partite doppie le cui pagine, aperte davanti a
noi, hanno la precisione e la nitidezza di una composizione a macchina.

Di particolare interesse è poi un libriccino a rubrica, che sa-
rebbe un libretto dei cambi internazionali, dal quale appare la lar-
ghezza degli affari che queste ferriere dovevano avere in certi periodi.
Ogni piazza è distinta nelle sue monete di cambio, e nei relativi cambi.
Si dice ad esempio di Genova: «la moneta in Genova più comune
nei cambi è la lira fuoribanco, ed è altresì quella usata nei pagamenti,
e vale soldi 20 e denari 12. La piastra di lire 5,15 è immaginaria e vale
soldi 115 fb. Lo scuto (sic) oro marche è pure immaginario ed ha
l’aggio di 22-2/5 sopra lo scuto (sic) argento di lire 7,12 banco... ».

D'altra parte si apprende che Genova cambiava con le seguenti
piazze: Napoli, Roma, Livorno, Venezia, Milano, Augusta, Vienna,
Trieste, Amburgo, Firenze, Costantinopoli, Palermo e Messina, Lon-
dra, Barcellona, Gibilterra, Francia, Amsterdam, Lisbona, Torino,
Spagna, Bologna. Per ciascuna piazza è naturalmente elencato l’im-
porto in lire, soldi, denari.

Il libriccino dei cambi non è più grosso di un comune libretto
da messa. Ma a quali documenti dare la precedenza nella citazione,
in mezzo a una montagna di carte di eguale valore? Vi sono per esem-
pio numerosissimi atti notarili, uno dei quali riguarda l’impegno di
pagare ed estinguere un debito nel « portare dal ponte luogo con due
sue bestie alla Ferrera posta nella giurisdizione del Sassello, o a quella
chiamata la Tripalda, o a quella nominata la Ferrera Nuova, tanta vena,
e da dette ferrere al ponte luogo nel magazzeno del detto signor Ba-
dano tanto ferro in ragione di soldi 10 per ogni cantaro in pace, som-
mariamente, e senza lite ».

È chiaro dunque che i trasporti del minerale di ferro (vena) che
proveniva tutto dall’isola d’Elba ed era sbarcato ad Albisola avveni-
vano a dorso di mulo e così i trasporti del ferro lavorato, che era quasi
sempre destinato a Genova.

Riportiamo, a titolo di curiosità, un
della ferrera della Tripalda” del 1791.

“inventario dei ferramenti

I79I C 25 Giug.
INVENTARIO DEI FERRAMENTI DELLA FERRERA DELLA
TRIPALDA

1) Maglio in peso C.a 3,76 a L. 2,10 il R.bo L.
2) Altro maglio în peso C.a 5,25 a L. II,I0O

il R.bo »
3) Azzarino del Maglio C.a 6,20 a L. 8,10

il R.bo »
4) Boga C.a 5,29 a L. 7,10 il R.bo »
5) Due Magli e tre Forsi da battere n. 1 ga-

vaino C.a 1,89 a L. 5,10 il R.bo »
6) n. 2 forni da scaldare, uno da ancore, una

Maglietta con due anelli in peso C. 1,90

a L. 5,10 il R.bo »
7) Una vinetta di ferro n. 3 anzini, due col

manico di legno: raspone e raspino, tavola

di ferro, due verzelle, due latarole, palletto,

serva, due anzinetti, rebebba, chuchiaro,

cinque ferri per serrare la canna e Lucello,

un chiodo ed un pal di ferro per sollevare

la pietra C.a 3,39 a L. 4 il R.bo » 81,74
8) Due badili buoni e due laceri » 4
9) Un valletto lacero » 2,I0
10) Chunei, Brilla, Brillotto e Chiaponi C.a 0,70
a L. 3,50 il R.bo »
Quattro fili di ferro della Ferrera e Ma-
glietto per tirar l’acqua calcolato in lavoro
R.bi 12 a L. 5 il R.bo » 60
Una Chiappa di ferro agro che serve per
copertura della Banchetta del Fucinale in
C.a 0,9I a L. 9,15 il C.ro »

56,8 56.8

362,5 362:5

316.4
238.0I

316,4
238,0I

62,74 62:74

62,14 62:I4.I

81:74
2:10

13,13 13.13

II)
I2)

8:16.8 8:16.8



13

13) Due Zappe L. 3
I4) Cinque coppi che sono di più agli alberi,
cioè tre all’albero del Maglio e due all’al-
bero del Maglietto, con una chiave che
sostiene la cappa della Ferrera, calcolato
il tutto a Lavoro R.bi 10 1/2 a L. 4 il R.bo » 42
Cant.a uno e rotoli sei ferro crescimento
della consegna come appare dalla seguente

15)

carta estimato a L. 16 il cantaro » I6:194
16) Per crescimento D. (?) 5 rame estimato a
B.22 la libra » 5.10

(L. 1337:04-4) L. 1335:16.6
(Le cifre si riferiscono a lire, soldi, denari).

Possiamo aggiungere, sempre ad uso degli studiosi che ci auguria-
mo interessati al problema, che due disegni originali delle ferriere in
questione, eseguiti al Sassello da un maggiordomo di casa Pallavicini
ultimo proprietario, si possono vedere presso lo stesso professor
Mario Garino.

Non sappiamo quale fosse in Genova l’uso del ferro sassellese, ma
è certo che, essendo esso particolarmente pregiato, era adibito agli
usi più nobili e più pesanti tra i quali molti di carattere navale: àncore,
catene di àncore, testate della grua di capone eccetera, e cioè larga-
mente impiegato nell’arsenale genovese.

Grazie dunque alla cortesia di un impiegato della nostra società
abbiamo potuto rendere nota qui l’esistenza di un prezioso e, ripetia-
mo, inedito materiale che riguarda la lavorazione del ferro in una
particolare zona della repubblica di Genova e in un’epoca che risale
indietro di almeno due secoli.
















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La rubrìca dei cambi, in uso presso una ferriera del Sassello (secolo XVIII).

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COME NASCE A TRIESTE UNA LINGOTTIERA

di Fulvio Tomizza

disegni di Marino Sormani

L’altoforno eruttava zaffate di scoria incandescente. Il loppaio
ci intimò di allontanarci, ché altrimenti ci saremmo potuti scottare
le “manine”. Con cura e precauzione, armato di una lunga asta, li-
berò l’uscita otturata dalla /oppa (0 scoria) che si espandeva accumu-
landosi su se stessa come una pasta di pane troppo lievitata. Un inin-
terrotto rivolo di fuoco saettò lungo il canale incavato fra due sponde
di terriccio nero, seguì il tracciato slittando a destra: precipitava
ora, come una cascata, in uno spruzzo di acqua marina sottostante,
ingrigendosi e solidificandosi all’istante tra esalazioni di gas forti
di zolfo. « Viene usato nei cementifici » ci spiega il caporeparto.
Da un parapetto guardiamo la montagnola di loppa ormai sgreto-
lata che ci ricorda la polvere di pietra accumulantesi ai bordi delle
strade carraie.

Ma gli occhi degli altri sono volti a quell’imprevedibile dominatore
dello stabilimento — oggetto di cure e di reverenziale timore a un
tempo — che è l’altissimo, massiccio altoforno. « Tra poco ci sarà
la colata » ci ammaestra ancora il caporeparto. « Dalla combustione
del coke e del minerale che si versa dall’alto si generano appunto la
scoria e la ghisa. La scoria, più leggera, galleggia; come ha visto, l’ab-
biamo appena tolta. È ora la volta della ghisa che uscirà da quel foro
praticato più in basso ». Operai ricostruiscono i canali devastati dalla
precedente colata; con il rovescio delle pale lisciano le due sponde di
terriccio che scendono intersecandosi fino a una graticola attraverso
la quale scorgiamo, nel sottostante scantinato, un lungo calderone
— con termine azzeccato lo chiamano si/zro — pronto ad accogliere
la ghisa. Al foro da cui essa uscirà viene appostato il martello pneu-
matico che con rumore sordo, come intaccando una parete di roccia,
incomincia a trivellare lo strato di malta refrattaria con la quale un
pressoché identico ma contrario congegno — la macchina tappatrice
— aveva tenacemente chiuso ogni spiraglio. Il rumore sempre più
acuto d’improvviso si attenua: della parete che ci divide dalla ghisa
pronta a prorompere non è rimasto che un esile strato.

Tre operai, chiamati fonditori, afferrano un tubo lungo e sottile,
lo infilano in un’interminabile gomma attraverso la quale fluirà l’os-
sigeno. Muovono ora, con passo uniforme e sicuro, verso l’antro
dell’altoforno come all’assalto dell’ultimo baluardo di una fortezza.
Fuoruscendo dal cannello che reggono in mano, l'ossigeno si abbatte
sulla parete surriscaldata alimentando un’alta fiamma che servirà
a sciogliere l’ultimo ostacolo. Ma il tubo decresce nelle loro mani ed

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La macchina lanciaterra per la formatura delle lingottiere.



al primo si sostituisce un secondo e poi un terzo, che a vista d’occhio
vengono spappolati dal calore dell’altoforno, e dal fuoco che essi
stessi producono, come grissini. I fonditori sembrano volersi arren-
dere, ma solo per un attimo. Giace lì a terra una lunga e grossa mazza
che tosto afferrano, e, con passo più deciso, cadenzato, fiduciosi uni-
camente nel loro coraggio e nelle loro forze unite, si buttano a capo
chino sull’occhio del ciclope. Una fiammata più alta, un debole bron-
tolio; vapori si levano densi avvolgendo le grosse tubature che alimen-
tano d’aria calda l’altoforno. Dall’occhio devastato la massa bollente,
temibile, ha come un’esitazione: si riversa quindi regolare, sicura,
lungo il canale. A differenza della scoria, il rivolo di ghisa è più puro
e impenetrabile alla vista come un sole liquefatto. Lo sentiamo colare
deciso nella sottostante apertura del siluro in uno stillicidio martellan-
te e pieno.

Con il caporeparto Mitri attraversiamo lo spiazzo che ci separa
dalla fonderia, scansando un camion carico di materiali e la macchina
di un capotecnico che ha terminato il proprio turno. La vasta fucina
(dove si mescolano luci e rumori, fumi e ombre che definiremmo
sotterranei), è per quasi un terzo occupata dal macchinario destinato
alla lavorazione della cosiddetta terra di fonderia: una polvere nera com-
posta di sabbia silicea, argilla e bentonite. In un angolo giacciono
le forzze in legno per le lingottiere che, a seconda dell’ordinazione e
quindi della forma che si vorrà dare al lingotto d’acciaio, sono qua-
drate, piatte o a bottiglia. Il carroponte scivola sulle nostre teste
protette dal prescritto casco, lanciando agghiaccianti fischi di sirena
quando la benna di una gru muove oscillando in nostra direzio-
ne. Una manovra del gruista dall’alto del suo gabbiotto, e la gran-
de tenaglia si apre, afferra la s/affa, l'involucro entro il quale viene
infilata la forma.

Tra la parete interna della staffa e il modello in legno si crea un vuoto
che un’apposita e complicatissima macchina — ci ricorda vagamente
il congegno di una trebbia — riempie di terra di fonderia con un
fortissimo getto di aria compressa. Nello stesso tempo, a pochi passi
di distanza, altri operai stanno allestendo le 4wize: blocchi neri che
sembrano inanimate sculture del più freddo Novecento. Intorno ad
un’armatura viene ancòra stipata della terra di fonderia versata entro
la cassa d’anima; la costruzione che ne esce, successivamente spruz-
zata, lisciata e verniciata con cura (gli operai addetti a questa mansione
hanno la meticolosità e quel pizzico di stravaganza proprie degli im-

















Si
seno



Il carro-siluro colmo di ghisa entra in fonderia.

bianchini) costituisce grosso modo il cuneo, il pieno della lingottiera;
è la forma provvisoria del lingotto di acciaio cui tenderanno altri
operai di un altro stabilimento dell’ Italsider. Per il caporeparto il
procedimento è fin troppo facile; sorride stupito ai nostri occhi vaga-
mente smarriti, alle nostre domande che tradiscono un inizio di con-
fusione: « L'anima, come vede, è più piccola » ci spiega. « La ghisa
verrà versata nel vuoto lasciato tra essa e la terra costipata della staf-
fa». Non ha ancòra finito di ammaestrarci che un gancio si abbassa,
afferra l’anima e la infila nella staffa. Due operai le fissano assieme con
cunei e grosse viti. Il tutto viene risollevato e deposto su un carrello
che si avvia verso la stufa. Da questa — riscaldata ad aria calda —
staffa ed anima saldamente unite vengono lasciate raffreddare prima
di poter accogliere la ghisa liquida.

Un fischio più familiare ci fa intanto voltare, non di scatto, verso
l’ingresso della fonderia: una locomotiva verde e rossa, di un mo-
dello un po’ antiquato, arranca sbuffando in nostra direzione, trai-
nando il siluro dall’ampio ventre empito di ghisa. Come esso raggiun-
ge il posto stabilito e l’allegra locomotiva si allontana in retromarcia,
ci arrampichiamo sul ponte dove si piazzano i colatori, dalla tuta
i guanti e i gambali alluminizzati, e con in mano la visiera di vetro
colorato per proteggere il viso. Il carropontista è puntuale nell’avvi-
cinare al siluro la siviera: il recipiente cioè che riceverà la ghisa e la
verserà tra l’anima e la staffa ormai asciutte. È la volta del primo co-
latore che, premendo un pulsante, fa lentamente abbassare la bocca
del siluro. Questo enorme ombelico, slabbrato per le incrostazioni
della precedente ghisa versata, ci richiama suggestive visioni lontane,
proposteci dalla mitologia greca e dalle sacre scritture. Non è esso
l’antro per cui si precipita irrimediabilmente nell’infuocata Etna?
E l’interno incandescente, in cui si attorcigliano lingue di fuoco, non
è la fornace nella quale i tre fanciulli ebrei in Babilonia, non toccati
dalle fiamme, levavano inni al Signore?

Ma il semplice meccanismo che fa via via abbassare la bocca sulla
pronta siviera ci ridimensiona ben presto le immagini facendoci ora
pensare a un gigantesco, rudimentale sistema di travaso di un liquido
prezioso e incontrollabile. Il getto non dà suono: è un rumore sordo,
sfuggente, leggermente metallico. Nella siviera la massa vischiosa
cresce, è ormai all’orlo. Altra manovra del colatore e l’enorme siluro
in un lieve moto rotatorio risolleva la bocca, sbavando un po” di ghisa
che si solidifica all’istante. La ghisa è stata versata dentro la siviera



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Pulitura e sbavatura delle lingottiere.

con abbondanza; gli altri colatori, armati di lunghe palette, ne lisciano
la superficie. E, come a un miracolo, si leva tutt'intorno un festoso
sfavillio, un prolungato scoppio di bengala, che da solo basterebbe
ad animare una notte di vigilia. Le scintille muoiono ai nostri piedi,
colorando il pavimento dell’argento che brilla sulle tute dei colatori,
i quali via via ne fanno sprigionare un nuovo mazzo. Lentamente ora,
in un prolungato avvertimento di sirena, la siviera viene spinta verso
il blocco, composto dalla staffa e dall'anima raffreddate a dovere. Ci
vuole tutta la maestria del primo colatore per far combaciare perfet-
tamente i due fori, perché in questo definitivo travaso il getto trovi
il suo corso esatto. La massa vischiosa ora si espande e cresce non più
liberamente, ma secondo una direttrice imposta, assumendo una forma
che è stata calcolata al millimetro. Sulla superficie, ad operazione con-
clusa, gli operai cospargono la polvere che giorno per giorno si ad-
densa a terra; e il blocco, con la staffa e l’anima, viene lasciato raffred-
dare perché la ghisa nel mezzo si solidifichi e diventi finalmente lin-
gottiera. Ma è rovente ancòra quando il carropontista lo risolleva e lo
depone sul distaffatore. Scatta un congegno e quella piattaforma a gra-
ticola che è il distaffatore incomincia a sussultare e sobbalzare con
pauroso strepito. Non udiamo più la voce del buon Mitri in questo
fracasso d’inferno, in questo tam tam ostinato e assordante, per pa-
recchi minuti sempre fermo al diapason. Immaginiamo un’intera tribù
saltellante a piedi scalzi sulla brace sacra, trascinata con foga disperata
a suscitare il grande evento. E, come a una faticosa nascita, liberandosi
dalle scorie e dalle incrostazioni di fuoco, la lingottiera esce perfetta,
fiammeggiante, dal suo involucro.

« È finita» dico non appena il tambureggiamento è cessato e i
ganci della gru afferrano il blocco di fuoco per le apposite “orecchie”.

«Non è finita » replica il Mitri con la sua precisione un po’ can-
zonatoria. « Ora bisogna lasciarla raffreddare. Questo è un lavoro
anche di pazienza e adesso viene il più: pulirla, ripulirla, anche con la
fresatrice, prima di metterla in fila con le altre, pronta per la spedi-
zione. C'è un’intera squadra di operai addetti a questo ultimo lavoro,
i picchettini ».

Una catasta di lingottiere allineate ci sbarra l’uscita da quel lato.
Ripercorriamo tutta la fonderia e all’ingresso il caporeparto mi indica
due lingottiere adagiate ai lati: « Sono le prime che abbiamo prodotto »
mi dice. « Gli operai le chiamano Adamo ed Eva ». Nello stringermi
la mano, un sorriso gli illumina la faccia onesta.

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LA

MICHELANGELO



Questa è la prua della turbonave Michelangelo: fa pensare alla bel-
lezza di un’anfora greca.

La Michelangelo, come è noto, sta già effettuando il suo secondo
viaggio per New York, dimostrando di essere, oltretutto, una macchina
possente e precisissima. Essa sarà la nave ammiraglia della nostra flotta
e, insieme alla gemella Raffaello, costituirà la coppia più moderna e
possente di transatlantici in servizio per New York.

La Michelangelo è stata costruita nei cantieri Ansaldo di Sestri, che
sono del gruppo Fincantieri, per la società Italia, che è del gruppo Finmare.
Essa stazza 43 mila tonnellate ed è lunga 275 metri (cioè quindici metri
in più della Rex, già nostra nave ammiraglia e vincitrice del “nastro az-
zurro”). Può trasportare 1.800 passeggeri e 720 membri dell’equipaggio.
È dotata di quattro stabilizzatori antirullio, di radiotelefono intercontinen-
tale, di aria condizionata in ogni ambiente, di telefotografia, di trasmetti-
tori di musica e notizie in gran parte delle cabine, di un impianto TV
indipendente, di un cinema-teatro con cinquecento posti, di sale di lettura,
di ginnastica, di fisioterapia, di sei piscine, di autorimesse con accesso dalla
banchina. Le quattro centrali elettriche di bordo possono produrre energia
sufficiente ad una città di duecentomila abitanti ; l’impianto di distillazione
può erogare un milione di litri di acqua al giorno. Le sue macchine possenti
possono infonderle la velocità di almeno ventinove nodi orari e le prove
lo hanno confermato. Ma per rendersi conto della bellezza, della raziona-
lità, della grandezza degli ambienti interni, occorrerebbe veramente fare
una visita a bordo perché gli aggettivi potrebbero soltanto sembrare retorica.

Si pensi alla preminente importanza del materiale metallico in questa
che potremmo chiamare una città galleggiante : migliaia di lamiere per lo
scafo, altrettante per le compartimentazioni, altre per le sovrastrutture e
i ponti, altre ancora per î grandiosi apparati-motori. Tutto o quasi è in
acciaio : molte delle lamiere sono state fornite dallo stabilimento Siac-Ital-
sider, così come varie parti speciali e lavorate. Per la Raffaello, invece,
costruita a Trieste dai Cantieri Riuniti dell’ Adriatico della Fincantieri,
parti speciali sono state fornite dallo stabilimento Italsider di Lovere.

Possiamo ben dire dunque che questi due magnifici transatlantici —
che indubbiamente riconfermano sul mare le più brillanti tradizioni della
marina mercantile italiana — sono opera oltre che della capacità tecnica
dei dirigenti e delle maestranze dei cantieri, della moderna e razionale
industria siderurgica italiana.

Si tratta come si vede di uno sforzo congiunto di varie imprese IRI
che ha reso possibili queste due imponenti realizzazioni. Qvviamente si è
ricorsi ad architetti e ditte specializzate per quanto riguarda l’archi-
tettura interna e gli arredamenti. A bordo, per dare una visuale sia pure
sintetica della situazione attuale dell’arte italiana, vi sono opere di Capo-
grossi, di Luzzati, di Turcato, di Corpora, di Ridolfi eccetera.





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IL DEUTSCHES MUSEUM DI MONACO

di Luciano Rebuffo

La cappella di una miniera tedesca (secolo XVIII).



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Ricostruzione di una miniera di carbone: gli operai al lavoro sono manichini di legno.

Se si vuole avere un panorama completo dello sviluppo della scien-
za e della tecnica dalle origini ai giorni nostri; se si vuole passare in
rivista tutto il ciclo, sudato e tenacemente compiuto, delle conquiste
umane nel campo del lavoro; se si vuol rendersi conto di quel che costi,
in termini di lavoro, di studio, di attrezzature, la nostra civiltà con-
temporanea, bisogna fare una accurata visita al Deutsches Museum
di Monaco di Baviera.

Esso è sicuramente tra i più grandi e più importanti musei scien-
tifici del mondo, tanto che presenta un panorama completo di tutti
i settori della produzione umana, e richiede, anche per una visita non
approfondita, almeno due giorni di tempo.

Sorge, nella sua attuale sede che fu costruita nel 1925, su un'isola
formata dal fiume Isar. Ma la sua origine risale al 1903, con la prima
raccolta di materiale curata dall’ingegner Oskar von Miller.

Ora facciamo idealmente assieme una visita del museo; ma non
sono io che vi prendo per mano e vi faccio fare questo giro, secondo
un itinerario logico, in ordine successivo di lavorazione o in ordine
cronologico; è la sistemazione stessa del museo, che segue una lo-
gica precisa, e porta il visitatore dal profondo delle miniere, su su
fino alla lavorazione dei minerali, del carbone, alle successive fasi di
ricerca scientifica, chimica, fisica, fino ai primi impianti di lavorazio-
ne, seguendone le varie fasi fino al prodotto finito, cioè un’auto
(per la precisione, un intero salone dell’automobile), un treno (un in-
tero salone delle ferrovie), una nave (un intero salone navale), un
aereo (un intero salone aeronautico), e così via fino ai razzi, e
quindi al planetario; e poi all’uscita.

Dapprima si scende in miniera, e il termine non è solo metaforico,
nel senso che essa è collocata nei fondi del palazzo, cioè nel sottosuolo.
Qui si ha la sensazione di vivere in una vera miniera, prendiamo ad
esempio quella di carbone, con i vari cunicoli, dove gli uomini (na-
turalmente fantocci di legno) sono al lavoro, sdraiati, seminudi, col
piccone in mano, e la lanterna vicino. L’impressione di verismo è
eccezionale, perché la miniera è ricostruita “dal vero”, con le pareti
e le volte sostenute da pali di legno (come un tempo), o da strutture
metalliche negli esempi più recenti.

Vi è una deliziosa cappelletta di una miniera del ’700: poche pan-

Un antico forno per la ghisa, originale (inizio del secolo XIX).

che, un altare con un organo dipinto, un affresco di santa Barnaba,
qualche sedia. Alla parete vi sono quattro tavolette votive, che inqua-
drano scampati pericoli per incidenti minerari. Su un tavolo, varie
lanterne. Sulla parete d’ingresso, una crocifissione in ghisa, del 1716.

Nelle miniere, ecco i vari sistemi di lavoro, di drenaggio e di ven-
tilazione, di sollevamento del materiale, di calata e salita degli uomini.
Si vede ancòra il drenaggio col sistema a noria, comandato da ruota
idraulica alla superficie, o da ruota mossa dai cavalli, come risulta
dalle famose illustrazioni dell’Agricola, nel suo “De re metallica”.
Poi si passa a sistemi via via più moderni, con le pompe a secchielli,
poi le prime pompe a vapore, quindi le pompe elettriche, gli ascensori
elettrici e così via.

In una delle vecchie miniere si vede anche la stalla, dove stavano
i cavalli addetti al traino dei vagoncini di materiale, poveri cavalli che
da quando scendevano in miniera davano l’addio per sempre alla luce
del sole. Gli attrezzi sono centinaia, dalle primitive pale e dai picconi,
fino alle recenti perforatrici e scavatrici multiple. Vi sono poi centi-
naia di lampade, di ogni genere, da quelle che si portavano a mano a
quelle da portare sull’elmo. Si va dalla antichissima lampada ad olio
delle miniere di sale di Hallstatt, del 1000 a.C., fino alle varie lam-
pade a petrolio, a candela, ed infine alle torce elettriche.

Così, dopo questo giro che fa profondamente riflettere sui sacrifici
e sui pericoli della vita in miniera, si risale a rivedere le stelle, o meglio
all’ampio, luminoso salone dei minerali. Qui sono esposti in bell’or-
dine tutti i minerali, classificati per luogo e data, che formano da soli
un vero museo di storia naturale. Vi sono pezzi preistorici, resti fos-
silizzati di animali, e quarzi, pietre di ogni genere, con cartine che
illustrano chiaramente le zone di provenienza, la profondità degli
strati eccetera. Vi è persino un pezzo di lava del Vesuvio, trovato a
Boscotrecase. Sopra, un quadro illustra l’eruzione del 1906.

I blocchi di carbone delle diverse qualità sono centinaia, e così i
materiali ferrosi, come ematite, limonite, pirite, grafite. Quindi
si ha una dimostrazione, a mezzo di modellini e con carte e stampe
illustrative, dei vari lavori subìti dai minerali, cominciando dagli
studi dei primi ‘ricercatori’ moderni, col loro ritratto ricavato da
antiche stampe: l’Agricola, il Paracelso, Alberto Magno.





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Ruota idraulica per il funzionamento di una ferriera (1880).

Il trattamento dei minerali, con i vari problemi di separazione dalle
scorie, di vaglio eccetera, viene illustrato in una apposita sala, che
mostra i diversi processi attraverso i tempi, fino ai recentissimi sistemi
automatizzati. L'interesse ed il valore didattico di questi modellini,
come avviene anche in altre sale, è che il visitatore può avviarne il
funzionamento a mezzo di un apposito bottone.

Nell’enorme sala della metallurgia si mostrano i diversi sistemi di
lavorazione dei minerali: oro, argento, rame, stagno, piombo, zinco,
alluminio, anche qui a mezzo di grafici, disegni, modellini, e qual-
che macchina originale. Ma a noi interessa di più il lavoro del ferro,
il trattamento cioè del minerale dapprima con carbone di legna, e
poi col fossile, per ottenere la ghisa. Vi sono i modellini dei primi
‘“ bassi forni” o forni etruschi, ma si parte addirittura da quelli di
“Siegerland” di 2500 anni fa. Tali forni avevano una capacità produt-
tiva di venticinque chilogrammi al giorno. Sono gli stessi forni usati
ancòra adesso da certe comunità primitive dell’interno dell’Africa, che
qui si vedono in modellini o in fotografia. Un altoforno di Siegerland
del 1800, a carbone di legna, produceva duemilacinquecento chilo-
grammi di ghisa al giorno, e qui viè un grande modello di tale impianto.

Poi si passa all’uso del coke, che fu iniziato in Germania negli
stabilimenti siderurgici reali di Gleiwitz nel 1796. E si arriva agli
altoforni attuali, illustrati da minuziosi modellini. La stessa meticolo-
sità e precisione viene seguìta per mostrare i sistemi di produzione
dell’acciaio, cioè di affinamento della ghisa, da quelli del sedicesimo
secolo fino ai sistemi di Huntsman del 1740, poi al puddellaggio, al
ferro a pacchetto, e così via, fino ai forni Bessemer e Thomas, ai Martin-
Siemens e ai forni elettrici. Vi è un forno Bessemer del 1874.

Tutto un grandioso impianto a ciclo integrale viene mostrato at-
traverso un grande modello, che va dalla discarica delle materie prime
all’uscita del prodotto finito.

Ci sono poi modelli di laminatoi di varie epoche e tipi, fino agli
ultimissimi, per laminare barre, travi, lamierino, vergella, e si passa
quindi alle vere presse “imbutitrici” che producono pezzi per auto
o altri usi.

Naturalmente i vari procedimenti e le lente conquiste della tecnica
nella lavorazione del ferro sono illustrate anche da vere macchine dei



Modellino di acciaieria Bessemer (1864).

tempi andati, sistemate in maniera da ricostruire vere officine del pas-
sato, da quelle mosse da forza animale a quelle a ruota idraulica, che
muoveva il maglio, il maglietto, la forgia. Vi sono naturalmente, in
tali botteghe, decine di utensili del passato: incudini, martelli, tenaglie,
mantici, forge, oltre all’immancabile immagine sacra.

Anche i processi di fusione, vuoi della ghisa, vuoi dell’acciaio (oltre
ad altri materiali, come il bronzo) sono ottimamente illustrati, a par-
tire dalle forme di terra, dai modelli di legno, da grandi modelli che
mostrano il sistema di fusione delle grandi statue equestri, fino alla
mano gigantesca (in bronzo) della enorme statua di “Baviera” che si
trova in una piazza cittadina.

Si osservano così i vari sistemi di fusione a cera persa, a cassaforma,
fino a quelli in conchiglia. E non manca la sala prove, con le sue mac-
chine per il collaudo a trazione, a percussione, fino ai recentissimi si-
stemi a raggi X e al sistema ultrasonico.

Tra i prodotti finiti, di vari tempi, vi sono bellissime porte
in ferro, serrature, chiavi, oltre ai magnifici “‘parafuoco” da caminet-
to, in ghisa, ottocenteschi, con figure storiche, simboliche, geo-
metriche.

Segue poi una sala dedicata allo sviluppo della saldatura attraverso
i tempi, fino alle recenti macchine automatiche per più saldature si-
multanee.

Una grande officina meccanica, con tutte le macchine mosse da
cinghie di trasmissione, contiene torni, frese, alesatrici, trapani,
come si potevano vedere ancòra all’inizio di questo secolo. Le
macchine utensili qui raccolte, infatti, vanno da un tornio del 1767,
vero ‘precursore’, a un tornio inglese del 1810, a varie altre macchi-
ne, tutte precedenti al 1923.

L’officina seguente, invece, mostra le macchine-utensili modetne,
e fa pensare più ad una nostra officina meccanica, o ad uno stand
della fiera di Milano, che ad un museo. Vi sono macchine ultimo
modello, col loro colore verde pisello, torni multimandrini, catene
automatizzate.

Naturalmente si noterà che in questa “catena” successiva di lavo-
razioni manca qualcosa, cioè le branche di studio e di esperimento che
hanno reso possibile tutto il progresso: la chimica e la fisica. Ma non

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Bellissima farmacia del secolo XVIII ricostruita con materiale originale.

dubitate, basta passare nell’altra ala del primo piano per avere il più
ampio panorama dello sviluppo di tali discipline.

Ben dieci sale sono dedicate allo sviluppo della chimica, con tutte
le scoperte fondamentali ed i relativi apparecchi. Anche qui molti
apparati possono, a scopo didattico, essere messi in funzione dal vi-
sitatore. Si parte dagli esperimenti degli antichi, anzi la si prende da
molto lontano. Si mostrano i materiali usati dai pittori preistorici del-
le grotte di Altamira e da quelli romani di Pompei, e poi si passa at-
traverso i laboratori, con materiale originale, degli alchimisti medie-
vali, al laboratorio di Lavoisier, di Liebig, fino ai recentissimi conta-
tori Geiger.

Così è per la sala, semicircolare, della fisica, dove sono dimostrati
didatticamente quindici dei più importanti princìpi di meccanica, vi-
brazione, calore, elettricità e ottica. Poi si giunge alla dimostrazione
della struttura atomica della materia.

Quindi si ha una sezione dedicata alla meccanica dei solidi, dei
liquidi e dei gas.

Poi arriva l’elettricità, con materiali originali dei primi esperimenti, e
poi la radio, il telegrafo, la televisione. Dai tubi a raggi catodici di Rént-
gen, dalla prima dinamo di Siemens, dal primo telefono di Reis, si giunge
al cinematografo, alla radio col nostro Marconi, alla TV a colori.

Ma vedo di essere andato troppo avanti nel tempo. Torniamo in-
dietro, alle nostre industrie meccaniche.

Per il funzionamento delle varie macchine le officine (fossero esse
per la lavorazione del ferro o di metalli, o fossero mulini, fabbriche
tessili), dovevano disporre di forza motrice. Questa forza motri-
ce mutò lentamente attraverso i tempi, e qui se ne hanno dimostra-
zioni, con modellini per i tempi più antichi, con macchine auten-
tiche per quelli più recenti. Ecco la ruota mossa da schiavi, poi una
larga ruota verticale (per un mulino) dentro la quale camminava un
cane, o meglio il cane zampettava, ma chi si muoveva era la ruota,
che forniva così forza motrice. Poi si hanno le grandi ruote mosse
dai buoi, o dai cavalli.

Per uscire dalla forza muscolare, si arriva ai primi mulini a vento,
dove le pale sfruttavano la forza dell’aria. Ma non si creda che le “pale”?
ad aria servissero solo mulini: c'erano anche altre fabbriche che le



Un elaborato carro da pompieri del 1781.

usavano. Un vero mulino a vento è stato qui ricostruito, nel giardino.

Dopo la forza del vento, quella dell’acqua: ecco la nascita della
ruota idraulica, che mosse a suo tempo magli, laminatoi, mulini, mac-
chine tessili. Qui vi sono vari autentici originali di tali ruote idrauli-
che, in legno dapprima, in ferro poi.

Dopo viene la forza-vapore, con James Watt (1813), Alban (1840)
e Sulzer (1865). Qui si trovano vari tipi di motrici a vapore, con cal-
daia orizzontale o verticale.

Poi vi sono le turbine ad acqua, che vanno dal primo modello di
Fourneyron del 1834 fino alle Kaplan, alle Pelton.

Ed infine arriviamo ai motori a scoppio, dai primissimi tentativi di
Lenoir (1861) fino a quello a pistone di Otto e Langen (1867) e così
via, attraverso varie tappe, fino al motore di Daimler, che divenne poi il
motore applicato alle prime “auto” (sembravano tricicli) Daimler-Benz.

E così, attraverso tutti i perfezionamenti, si arriva ai motori odier-
ni, supercompressi, ai motori a reazione, ai razzi.

La stessa precisione meticolosa, con modellini funzionanti o mac-
chine originali, si ritrova nella sezione delle macchine elettriche, che
vanno dai primi esperimenti fino ai tipi recentissimi. Qui ci sono ap-
parecchi originali di Edison, di Ferranti e di Faraday.

Ed ora veniamo ai diversi saloni dedicati alle ‘macchine finite”, che
costituiscono secondo me piccoli musei a sé all’interno del grande museo.

Prendiamo per esempio i trasporti terrestri, su strada. Si parte
dalla berlina reale di Ludovico II di Baviera, nel suo ricchissimo or-
namento rococò; oppure da un carro da pompieri, lavorato nelle sue
parti in legno, del 1700, si passa a decine di carrozze, cab, spider,
una gialla diligenza dell’ 800, e si arriva alle auto.

Un vero museo dell’automobile, con centinaia di esemplari, dalla
prima macchina Daimler-Benz fino alle nostre Bugatti, alle Alfa Romeo,
alle Mercedes e così fino ai nostri giorni. Inutile dire che le auto più
antiche, dai ‘tricicli’ alle De Dion-Bouton, ai tipi “Phaeton” e alle
Ford dei films di Chaplin si sprecano.

Vi sono poi due sezioni dedicate alle biciclette e alle motociclette,
anch’esse numerose e di tutte le età.

E per i trasporti su binario si ha un vero museo ferroviario: si
parte dai modellini dei primi treni del mondo (la locomotiva di Ste-



Lokoimotive, .

ch de



La « Beuth ’, una delle prime grosse locomotive tedesche (1844). Nasce l’automobilismo: vettura # Daimler” del 1889.

phenson, la “Adler”, la “Sassonia” prima locomotiva costruita in
Germania) per arrivare alle vere, grandi locomotive, come la Beuth
del 1844, e altre. Qui vi è pure la vera prima locomotiva elettrica di
Werner von Siemens (1879), ed altri esemplari. Così per i tram elettrici.

Vi è poi la sezione dei ponti e delle strade, che mostra i vari sistemi

di costruzione dai tempi antichi ad oggi, dall’acciottolato romano al
“macadam”, e dai ponti su barche ai ponti in legno, in muratura, in
cemento armato e in acciaio.

Un altro museo a sé è quello navale: contiene modellini originali
di vascelli del ’600 e ’700, modelli di brigantini ottocenteschi, vari
oggetti di bordo, e quindi modelli delle prime navi in ferro, con gran-
di alberature, come i ‘‘clippers”’ (c'è un modello del famoso Preussen,
a cinque alberi) ed infine delle navi a ruota e poi a elica. Bellissimo
il modello del famoso transatlantico “Europa”. Vi è poi, vera ma
aperta da un fianco per mostrare l’interno, una goletta, la ‘“Ewer”
del 1880. Vi sono persino due polene.

Nello stesso salone della navigazione vi sono gli aerei: dai primi
palloni frenati alla mongolfiera, dai dirigibili (in modellini, si capisce)
fino agli aerei, questi veri. Ve ne sono due o tre di quelli in legno e
tela, biplani, e vi è un aereo della prima guerra mondiale, oltre ad
uno dei nostri tempi.

Poi vi sono le sale degli strumenti di misurazione del tempo, dalla
clessidra alle meridiane ai grandi e complicati congegni in ferro degli
orologi da torre o da campanile, fino ai piccoli orologi tascabili.

Deliziosa una farmacia del ’700, fedelmente ricostruita col mate-
riale originale.

Documentatissima la sala degli strumenti musicali, e così quella
degli strumenti ottici, e dell’astronomia, con cannocchiali, ottanti,
sestanti, astrolabi, mappamondi, sfere armillari eccetera.

Ora non resta che salire le scale fino al planetario: nella tromba
delle scale si eleva, altissimo, il modello di un razzo americano.

Dopo essere stati a contatto delle stelle, occorre ridiscendere e
prendere nuovamente contatto con la terra, con la strada, con la ci-
viltà di oggi. Una civiltà che, comunque si voglia giudicare, è il ri-
sultato di lunghi secoli di lavoro, di ardimento, di studio e di ricerche
umane. Come questo museo ottimamente dimostra.





L’elaborato congegno in ferro per un orologio da campanile.

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CAPI, ORGANIZZAZIONE, FATTORE UMANO

Pubblichiamo il testo di un intervento svolto a Milano dal dottor
Enrico Redaelli, amministratore delegato dell’Italsider, presso la
sede della FAST (Federazione delle Associazioni Scientifiche e
Tecniche), per illustrare l’iniziativa di addestramento dei quadri del-
l’azienda a tutti i livelli con l'ausilio del film didattico “La profes-
sione di capo”. Il dottor Redaelli è stato presentato agli intervenuti,
tra cui erano numerosissimi esponenti del mondo economico, indu-
striale e tecnico milanese, dal presidente della Fast, professor Luigi
Morandi, che ha sottolineato l’interesse dell’iniziativa e della riunione.
“Il tema «la professione di capo» — egli ha detto tra l’altro — ci libera
dall’interrogativo di quale delle due culture caratterizzi meglio la nostra
età; ce ne libera perché l’oggetto della riunione di oggi è l’uomo, che
è l'artefice di entrambe le culture, che pure sembra vogliano contendersi
il primato in una gara che non ha senso”.

Ha quindi preso la parola il dottor Redaelli “Desidero ringraziare
vivamente il presidente della FAST per aver ospitato questa nostra riunione
e per aver avuto parole molto lusinghiere nei confronti della società che
rappresento ; voglio anche ringraziare tutti coloro che, in così gran nu-
mero, hanno risposto al nostro invito.

Per meglio inquadrare quello che è stato ed è, per noi, un programma
di addestramento dei nostri collaboratori, credo opportuno fornire qualche
dato sulla mia azienda. Comincerò con un fatto di cronaca. La settimana
scorsa è entrato în funzione il secondo altoforno di Taranto ; abbiamo così
messo in marcia l’ultimo reparto che restava da avviare nel nuovo stabi-
limento. Taranto, quest'anno, produrrà un milione e seicentomila tonnellate
di acciaio. Dopo la necessaria fase di rodaggio, il livello produttivo potrà
essere portato a due milioni e settecentomila tonnellate e, con il completamen-
to di qualche impianto, a tre milioni di tonnellate d’acciaio, che verranno
trasformate in nastri di lamierino a caldo e in lamiere, lavorate queste
ultime in tubi grossi saldati.

Il compimento di Taranto segna veramente una tappa importante : la
conclusione della parte più impegnativa del programma di impianti side-
rurgici voluto dall’ IRI e dalla Finsider”?.

Dopo aver ricordato i vari punti del piano di espansione, che
dovrà portare l’Italsider a produrre verso il 1968 nove milioni di
tonnellate di acciaio, e la Finsider, nel suo complesso, oltre dieci
milioni di tonnellate, il dottor Redaelli ha cosi proseguito:

Ho voluto richiamare brevemente queste cifre, benché esse siano ormai
di dominio pubblico, per inquadrare in tutta la sua ampiezza il problema
della selezione e dell’addestramento dei nuovi capi, e quello — direi ancòra
più arduo — che consiste nel modificare la mentalità di coloro che già
svolgono la funzione di capo.

Bisogna rilevare, în proposito, che il nostro programma di impianti
si sta realizzando in un periodo caratterizzato da una rapida evoluzione
tecnologica, da progressi tecnici, impiantistici e di esercizio veramente
notevoli e da conseguenti evoluzioni e progressi in campo organizzativo.

Si può dire addirittura che il nostro programma è stato studiato e at-
tuato all’inizio di una nuova èra della siderurgia, l’èra degli acciai “al-
l'ossigeno” ; in un periodo durante il quale la meccanizzazione, l’automa-
zione, la ““computerizzazione”, sempre più intensamente applicate, permetto-
no di progettare altiforni, forni Martin, convertitori ad ossigeno, laminatoi,
mezzi marittimi di trasporto, impianti di sbarco e di imbarco sempre più
potenti e sempre più efficienti.

Da questo insieme di aspetti caratteristici della nostra azienda, e della
siderurgia în genere, mi pare emerga con immediatezza la mole, l’entità,
il numero dei problemi che si sono dovuti studiare e risolvere in questi an-
ni; problemi che sono andati dalla scelta e dalla acquisizione di nuove
fonti di approvvigionamento di minerali e di fossili (perché con una pro-
duzione dell’ordine di dieci milioni di tonnellate d’acciaio non si può pensare
ad un programma a lungo termine di acquisizione di materie prime), alla
progettazione e realizzazione degli impianti, e alla meditata scelta di
nuovi canali di distribuzione sia all’interno che all’estero.

Il problema, però, che più ci ha preoccupato, perché si trattava di un
programma da svolgere a lunghissimo termine, è stato proprio quello della
selezione e dell’addestramento di tutti i nostri collaboratori.

È una difficoltà che abbiamo avvertito particolarmente per quanto ri-
guarda i capi ad ogni livello ; e qui vorrei confermare quanto, molto esat-
tamente, ha detto il presidente pochi momenti fa: non c'è dubbio che la
selezione e l’addestramento dei capi è un problema di programmazione a
lungo termine, complicato, per di più, dal fatto che non si tratta di maneg-
giare delle macchine o di applicare fredde formule tecniche, meccaniche,
elettriche, ma si ha a che fare con esseri umani, dalle mentalità e dai carat-
teri più disparati.

Direi, del resto, che questo non è un problema specifico dell’Italsider ;
noi lo abbiamo forse sentito più di tanti altri perché ci si è presentato con-
temporaneamente ad un gravoso programma da svolgere nel campo degli
impianti. Ma si può dire senz'altro che si tratta di un problema comune
a tutte le industrie medio-grandi, dato il grande sviluppo della attività
industriale, la sempre maggiore complessità tecnica degli impianti, l’entità
dei capitali impiegati.

Ecco, siamo arrivati così al problema del capo e della definizione di
capo, come noi lo intendiamo. Intendiamo per capo tutte le persone, a tutti
i livelli aziendali, dal caposquadra all’amministratore delegato, che sono
capaci di ottenere dei risultati dal lavoro svolto da altri uomini. Nella
nostra dimensione aziendale, e in-una siffatta fase di dinamica industriale,
il problema assume evidentemente un’importanza fondamentale. Una volta,
esso appariva senz’altro molto più semplice; c’era, infatti, un padrone,
pochi dirigenti, e una filosofia di conduzione aziendale basata più che
altro su una gerarchia rigida ; sotto questo profilo era, in un certo senso,
più facile fare il capo. Vorrei dire però che è difficile, forse impossibile,
fare un confronto, perché si tratta di due situazioni assolutamente diverse.

Nelle aziende moderne, data la complessità degli impianti, dato il
numero dei collaboratori, spesso assommanti a migliaia, date le interfe-
renze sempre più complicate che esistono tra i vari reparti e tra i vari
settori dello stabilimento, si è venuta creando l’assoluta necessità di delegare
autorità e poteri ai capi. Vorrei dire — e tengo a sottolinearlo — che si
è reso necessario delegare autorità e poteri a livelli sempre più bassi, a li-
velli il più possibile vicini al punto di azione. Non dico che questo sia un
concetto molto peregrino, lo si ritrova în molti libri che trattano di orga-
nizzazione ; dico soltanto che è una delle regole dalle quali non si può
assolutamente derogare, anche a rischio di incorrere in qualche errore.
Bisogna adottarla decisamente, se non si vuole che lo spettro che incombe
continuamente sulla grande azienda — quello della burocratizzazione —
non abbia a farsi realtà.

Da notare che ricercare e selezionare i capi, non significa trovare persone
estremamente intelligenti, non significa trovare dei geni. Al contrario, si-
gnifica trovare uomini normali capaci, non soltanto con l’autorità, ma con
l’autorevolezza, di ottenere risultati dai propri dipendenti.

Il genio, naturalmente, non si adatterebbe sempre ad un lavoro di squa-
dra, entro schemi organizzativi dettati dall’alto. L’uomo normale sì ;
l’uomo normale, con intelligenza normale, se ben addestrato, è indubbia-
mente il più indicato a svolgere le mansioni che l’organizzazione gli affida,
quelle cioè di organizzare, programmare, guidare e controllare.

Vorrei fare, a questo punto, una piccola parentesi per dire che nella
vita aziendale (quando si tratti di grandi aziende, con migliaia di colla-
boratori - ch'è quanto dire migliaia di cervelli), è necessario che esistano un
certo inquadramento, certi schemi, certe procedure, certe filosofie di base
imposte dall’alto. Personalmente ritengo che un capo debba avere assolu-
tamente una qualità : quella di interpretare queste direttive e schemi orga-
nizzativi, ottenendone la adozione da parte dei propri collaboratori, senza
però costringere questi ultimi entro schemi troppo rigidi, senza frenare
l’apporto della loro intelligenza, della loro iniziativa, della loro volontà :
è un punto d’equilibrio veramente molto difficile da trovare ; ritengo che
il capo debba avere questa abilità.



In fondo, penso che il capo debba avere notevoli doti di umanità ; è
soprattutto questo che può aiutarlo a seguire e interpretare gli schemi che
gli vengono dall’alto, e a farli correttamente eseguire dai propri dipendenti.

Non vorrei tediarvi con le cifre, che sono sempre noiose, ma ne citerò
una che è abbastanza significativa sul fabbisogno dei capi. Mi ricordo che
nel °39-°40, quando ho cominciato ad occuparmi, in posizione di respon-
sabilità, di siderurgia, l'incidenza degli impiegati sugli operai era dell’or-
dine dell’otto-dieci per cento : ebbene, oggi è del diciassette-diciotto per cento.

Non c'è dubbio che su questo fortissimo incremento di incidenza degli
impiegati sugli operai abbiano giocato ragioni diversissime, sindacali, bu-
rocratiche, imposte dall'esterno dell’azienda; ma è altrettanto vero che
questa tendenza è stata principalmente determinata dall’enorme evoluzione
tecnica che si è verificata în questi anni e che ci ha obbligati ad appoggiarci
sempre più sulle forze della mente e sempre meno sulle forze dei muscoli
dei nostri dipendenti.

Un problema così grosso, come la selezione e l'addestramento dei capi
da parte della nostra società, ha naturalmente implicato una necessità
di studio, di ricerca, di approfondimento. Abbiamo però, come sempre in
questi casi, cercato di sentire chi ne sapeva più di noi.

Noi abbiamo ormai da quindici anni un rapporto di assistenza tecnica
con l’American Rolling Mill Company (ARMCO) di Middletown, Ohio.
Durante una delle visite periodiche fatte a questa società, due anni e mezzo
o tre anni fa, abbiamo constatato che essa doveva fronteggiare un problema
in certo qual modo analogo al nostro ; con l'aggravante che prevedeva di
perdere per limiti di età dal venticinque al trenta per cento dei propri
capi nei successivi tre anni. Abbiamo esaminato e discusso con questi nostri
amici le tecniche e i provvedimenti ch’essi pensavano di adottare per poter
sostituire un numero così rilevante di capi.

Ci ha particolarmente colpito un programma di addestramento per
capi basato sulla proiezione di un film. L’ IRI e la Finsider si sono interes-
sati a questa realizzazione : sono stati presi accordi con l’ARMCO, che
ha concesso la propria assistenza tecnica per la realizzazione di un analogo
film italiano. Non abbiamo voluto trasferire tale quale il film americano in
Italia ; abbiamo preferito modificarlo, adattandolo alla nostra mentalità,
alla nostra situazione e alla nostra terminologia. A film ultimato abbiamo
ricevuto i complimenti dei nostri assistenti americani: a quanto pare,
l'edizione italiana risultava addirittura migliore di quella americana.

Su questo film si accentra il nostro programma di addestramento dei
capi; esso potrebbe interessare indirettamente sessantaduemila persone,
cioè i dipendenti del gruppo Finsider, tra cui trentasettemila dell’Italsider ;
più direttamente, per quanto riguarda î capi, potrebbe interessare circa set-
temila persone.

Abbiamo iniziato da otto mesi questo programma di addestramento
all’Italsider. Esso mira appunto a formare persone capaci di ottenere ri-
sultati dal gruppo di cui sono responsabili. Indubbiamente è questa una
figura nuova, con caratteristiche molto diverse da quelle proprie del capo-
padrone-proprietario, 0 di quei poco numerosi dirigenti, cui prima accen-
navo, di aziende di venti o trent'anni fa.

Abbiamo cercato, con questo programma di addestramento, di dare
ad ogni nostro capo talune fondamentali nozioni di base, perché ognuno
acquisisse una vera mentalità di capo. Non abbiamo voluto evidentemente
impartire lezioni di tipo catechistico, bensì ottenere mentalità nuove, ra-
dicate a concetti moderni di conduzione aziendale.

Fra tali concetti vorrei accennare alla programmazione : a quella pro-
grammazione che permette di assegnare precisi compiti ai nostri collabora-
tori a tutti i livelli ; alla filosofia degli standard tecnici, 0 dei costi standard,
altro strumento che consente di delegare ai più bassi livelli possibili talune
attività ; ai controlli per eccezione, grazie ai quali ai livelli più alti arri-
vano soltanto fatti e fenomeni aziendali che si discostano da quelli previsti ;
alla delega di autorità che, come ho già detto, è assolutamente indispensa-
bile in un'azienda di grandi dimensioni ; ai concetti di staff e line.

Si tratta, com'è evidente, di problemi, di nozioni e di princìpi di or-
ganizzazione aziendale e di conduzione di uomini che, direi, possono essere
appresi come le nozioni che caratterizzano l'apprendimento di una pro-
essione ; ecco perché în certi punti del film, anzi nello stesso titolo, parliamo
di professione” di capo. Ma in base alle esperienze che stiamo facendo
nei nostri stabilimenti, ove il programma è già în pieno svolgimento, abbia-
mo constatato con soddisfazione che esso offre possibilità di sviluppo e di
“pprofondimento veramente notevoli.



23

Alcuni princìpi che, nell'economia generale del corso, apparivano di
dettaglio, si sono presto rilevati, attraverso la discussione tra i capi inter-
venuti, argomenti di grande interesse ed importanza. Per esempio, î con-
cetti della professionalità del capo e delle caratteristiche della figura si
prestano ad approfondimenti e sviluppi in campo sociologico di cui potete
sùubito intuire l’interesse. Il capo, come persona che ottiene risultati attra-
verso altre persone, è una figura comune a qualunque formazione sociale,
anche al di fuori dell'azienda ; di qui l’importanza dell’argomento.

Accennerò ora a qualcuna delle caratteristiche tecniche del nostro pro-
gramma. Noi promuoviamo, ormai da otto mesi, riunioni di gruppi di
quindici persone per volta. Si riuniscono per cinque mezze giornate, in
ognuna delle quali il capo e gli altri partecipanti alla riunione prendono
visione del film.

Questa metodologia, che abbiamo un po’ perfezionato rispetto a quella
americana, può sembrare forse un po’ macchinosa, ma riteniamo sia indi-
spensabile. Abbiamo speso dei soldi, abbiamo impiegato del tempo; io
stesso ho impiegato il mio tempo perché al primo seminario ho partecipato
con i direttori generali e con i direttori di stabilimento dell'azienda ; in
sostanza, ci siamo seriamente impegnati perché questo programma riuscisse
nel modo migliore.

I films sono cinque : il primo parla della figura del capo, e gli altri quattro
delle sue tipiche funzioni : programmare, organizzare, guidare e controllare.

La caratteristica più evidente di questo programma di addestramento
consiste nel fatto che esso è realizzato a mezzo di film, il che è molto im-
portante se si considera il numero imponente del personale, sparso in tutta
Italia. Si è reso così possibile portare gli stessi concetti, presentati e svilup-
pati nello stesso modo, a uomini lontani e diversi. Senza contare che il
corso filmato può essere ripetuto quante volte si voglia. È poi da sottoli-
neare il metodo attivo delle discussioni, cosa anche questa veramente in-
teressante. E mi preme mettere in risalto il fatto che il capo di ogni gruppo
di quindici “allievi” è, normalmente, il capo gerarchico effettivo delle
quindici persone che assistono al film. Il che permette di dare una maggiore
autorevolezza al film e di far sì che îl capo si senta sempre più impegnato.
La discussione consente poi di capire se tutti î concetti espressi nel film sono
stati assimilati e compresi.

Qualche volta l’andamento del film può apparire troppo meccanico.
Ma ciò è stato fatto volutamente, in quanto non si vuol predicare teorie
studiate a tavolino, bensì analizzare, scoprire, mettere in evidenza quei
modi di agire che un buon capo deve, in pratica, seguire. « Se ci riflettete
un po” — dice per esempio il film dopo aver illustrato i cinque “punti”
da cui bisogna partire per prendere delle buone decisioni — vedrete che
nel decidere avrete seguìto questo processo razionale ». Si tratta, insomma,
di mettere in evidenza certi concetti, certi schemi mentali, in modo che
ognuno possa perfezionare se stesso.

Certamente non ci illudiamo di risolvere tutte le questioni organizzative
e tutti i problemi e le differenze di mentalità con un film. Riteniamo però
che esso costituisca un contributo notevole, specialmente per quanto con-
cerne la sensibilizzazione di tutti i nostri collaboratori alla funzione di
capo, e valga a sollecitare energie e idee nuove tra i nostri collaboratori.
Infine (e questo è un risultato che forse giustificherebbe già di per sé l’ese-
cuzione di un simile programma) pensiamo che esso provochi una migliore
conoscenza e, direi, una migliore comprensione reciproca.

Quando in questi corsi, ai quali spesso partecipa un esponente della
direzione generale (anche ai corsi dei livelli più bassi), vediamo un nostro
caporeparto che discute con i suoi collaboratori su taluni problemi trattati
nel film e di certi casi verificatisi nel suo reparto, e notiamo come gli in-
tervenuti si sforzino di risolvere problemi e casi secondo determinate tec-
niche di conduzione di uomini, veramente siamo portati a credere di essere
sulla strada giusta.

In conclusione, noi ci auguriamo vivamente che questo programma di
addestramento di capi risponda alla esigenza di assicurare al fattore umano
il suo giusto posto, in un ambiente industriale nel quale il progresso tecno-
logico impone continui adeguamenti.

Sono adeguamenti necessari — è evidente — ma che esigono una con-
tinua attenzione : se essi non fossero in ogni momento controllati rischie-
rebbero di annullare, o per lo meno di sminuire, i valori della personalità
di ciascun individuo, ai quali soprattutto noi dobbiamo tenere nella vita
aziendale, come in ogni altro rapporto che abbia alla propria base il dia-
logo tra uomini.

24

L'EDILIZIA PREFABBRICATA IN ACCIAIO

di Giuseppe De Martino

L’edilizia è stata caratterizzata fino ad oggi da una conduzione
prevalentemente di tipo artigianale. Il processo di industrializzazione
è stato ritardato da una serie di remore quali:

- mancanza di ripetibilità (ogni cantiere si riferisce alla realizzazione
di un determinato edificio normalmente diverso dagli altri);
varietà e complessità delle operazioni e degli interventi che si
richiedono;

configurazione frazionata ed eterogeneità delle imprese di costruzione;
irrazionale utilizzo della manodopera;

consuetudine all'impiego di materiali tradizionali;

assenza di un organico tessuto legislativo, di programmazione, di
coordinamento, di unificazione, di specializzazione.

L’evoluzione in corso per una produzione edilizia industrializzata
deriva dalla necessità di ridurre i tempi di esecuzione, di diminuire i
costi, di elevare lo standard medio della qualità, di consentire una
occupazione continuativa della manodopera ed a condizioni meno
disagiate. Si auspica in generale, dopo un certo periodo di transizione,
un sensibile incremento della produttività del settore.

La prefabbricazione rappresenta il sistema costruttivo più idoneo
pet industrializzare l’edilizia: i singoli elementi dell’edificio vengono
ottenuti in officina secondo un prestabilito ciclo operativo, mentre in
cantiere si procede al loro montaggio seguendo un adeguato pro-
gramma di successione di fasi. È possibile in tal modo concretare la
organizzazione funzionale del lavoro.

L’acciaio risulta particolarmente versatile alla prefabbricazione del-
la struttura portante dell’edificio, dei solai, dei pannelli di parete, degli
infissi, e degli impianti, per le prestazioni e per i vantaggi che offre
rispetto agli altri materiali.

L’acciaio si adegua validamente alle diverse sollecitazioni, presenta
un soddisfacente rapporto resistenza-peso (di recente maggiormente
avvalorato con la produzione degli acciai ad elevato limite di snerva-
mento), può essere sottoposto a qualsiasi lavorazione in officina ed in
cantiere, consente ogni espressione architettonica.

L’acciaio è un materiale che può essere convenientemente impie-
gato anche in combinazione con altri materiali come il calcestruzzo, il
laterizio, l’alluminio, le materie plastiche, adattandosi alle molteplici
tipologie edilizie (case, scuole, ospedali, alberghi, ville, capannoni,
stalle).

Sono stati messi a punto e largamente sperimentati edifici prefab-
bricati con la struttura portante in acciaio e con le opere di comple-

tamento anche in acciaio oppure-in altri materiali. La struttura di
acciaio, per essere realizzata in officina e quindi montata in cantiere,
si identifica con il concetto della prefabbricazione e traccia le basi per
una integrale industrializzazione dell’intera produzione edilizia.

Già dal secolo scorso, con la prima casa a struttura metallica a Chi-
cago nel 1884, progettisti e costruttori si sono rivolti all’acciaio quale
materiale per l’edilizia. Questa tecnica viene attualmente ripresa in
Italia e viene resa possibile anche per un motivo di ordine economico:
mentre il costo dell’edilizia tradizionale aumenta soprattutto per il
maggior onere dovuto alla manodopera, il costo della carpenteria
metallica si mantiene praticamente costante.

Una simile situazione favorevole per la carpenteria metallica è
dovuta a diversi fattori tra cui la stabilità ed anche la riduzione del
prezzo dell’acciaio (ad esempio, per i cosiddetti laminati mercantili
dal 1953 — anno dell’entrata in vigore del Mercato Comune per l’ac-
ciaio — al 1964 si è giunti ad una riduzione di prezzo pari al venti
per cento circa), il minor intervento della manodopera, il maggior
grado di specializzazione conseguito, l'adozione di macchine ad ele-
vata velocità di lavoro, il ricorso a giunzioni imbullonate anziché to-
talmente saldate con risparmio di tempo e di manodopera, la dispo-
nibilità dei nuovi e più vantaggiosi profilati IPE ed HE unificati in
sede Ceca.

L’incidenza della struttura di acciaio, escludendo i solai per i quali
si può fare ricorso sia a soluzioni tradizionali che prefabbricate con le
lamiere grecate oppure con elementi ad intradosso piano, risulta
mediamente per edifici correnti sui sette-otto piani di otto-dodici
chilogrammi al metrocubo vuoto per pieno e per edifici sui venti
piani di sedici-venti chilogrammi al metrocubo sempre vuoto per
pieno.

Per un confronto significativo tra struttura di acciaio e struttura
tradizionale, è opportuno quantificare e monetizzare gli svariati aspetti
positivi che la prima consente. E tra questi: ingombro più limitato
con maggior spazio utile, più ridotto tempo di esecuzione con ridu-
zione degli interessi passivi ed anticipato ammortamento del capitale
investito, minor peso con conseguenti minori carichi trasmessi alle
fondazioni (vantaggio più accentuato per terreni a bassa portanza),
più adeguato comportamento alle azioni sismiche e dinamiche, faci-
lità di trasformazione, recuperabilità in caso di spostamenti e demo-
lizioni, indipendenza dalle condizioni atmosferiche. Le ‘costruzioni
metalliche possono infatti essere montate anche nei mesi più rigidi.





2)























Uffici Eni a San Donato Milanese - Struttura in acciaio della Direzione della Sidercomit a Milano - Struttura in acciaio Direzione generale dell’ Eni a Roma -Struttura
S.A.E. di Milano. della Dalmine di Milano. in acciaio delle officine Bossi di Milano.



mit.

È
Ig
i





n NM
Sede provinciale dell’ Inps a Milano - Struttura in acciaio Radiotelevisione Italiana a Torino - Struttura in acciaio Edificio per abitazione “El Faro” a Riccione -
della Badoni di Lecco. della Costruzioni Metalliche Finsider di Milano. Struttura in acciaio della Dalmine di Milano.





26

UNA INCHIESTA SULL’EUROPA DI FRONTE AI PAESI

IN VIA DI SVILUPPO

a cura di Francesco Cesare Rossi

Concludiamo con questa terza puntata la nostra inchiesta sul-
l’ Europa di fronte ai paesi in via di sviluppo.

Ecco le risposte di due altre personalità francesi: Gérard Jaquet
e Pierre Uri.

Le domande, come si ricorderà, erano le seguenti:



1. Quali sono le idee-forza che l’Europa può trasmettere ai paesi in via di sviluppo,
nello spirito delle tradizioni politiche e culturali del nostro continente?

2. Al tr delle ideologi iche tradizionali e dell’antico spirito mercan.
tilistico e colonialistico, qual è la migliore politica di investimenti nei paesi in
via di sviluppo?

3. Nei confronti della Comunità Economica Europea, qual è la più realistica politica
d’ intervento da suggerire ai paesi europei ? Esiste, a Suo avviso, una politica
comune verso i paesi in via di sviluppo e, se mai, quale potrebbe essere ?





Ho avuto occasione di constatare, parlando con leaders africani, una coscienza falsata
poiché essi si rendono conto che il fatto di tendere la mano li mette in condizioni di
inferiorità. È quindi necessario trovare una soluzione che gli permetta di essere aiutati
senza che si trovino in questa situazione antipatica.

Il partito socialista francese ha sempre attribuito grande importanza al pro-
blema dei paesi in via di sviluppo, specialmente durante la quarta repubblica quando
avevamo in questo campo responsabilità di governo. Grazie alla nostra azione,
uno sforzo è stato fatto particolarmente a favore dei paesi africani che facevano
parte di quella che si chiamava l’unione francese. Già in quel periodo una percen-
tuale del due per cento del reddito nazionale era stata regolarmente versata ai
paesi africani e questa percentuale, da allora, è rimasta pressoché immutata.

Come si presenta attualmente la questione? L’ Africa è diventata indipendente.
Mi riferisco soprattutto ai problemi che interessano i territori dell’ex-unione fran-
cese, poiché sono quelli per i quali proviamo i più forti sentimenti di solidarietà.
Questi paesi sono divenuti indipendenti, tuttavia consideriamo nostro dovere con-
tinuare ad aiutarli. Aggiungo che, a maggior ragione, l'indipendenza si potrebbe
definire una grandissima e bellissima avventura che comporta per i paesi che la
vivono un certo numero di pericoli. In particolare, i rischi di delusione sono reali
poiché in tutti i paesi che arrivano all’ indipendenza si crea naturalmente nell’opi-
nione pubblica un vario numero d’illusioni sulle possibilità di miglioramento rapido
della situazione. Se queste speranze sono deluse rischiamo di vedere nascere, nelle
nuove repubbliche dell’ Africa, disillusioni che possono avere gravissime conseguenze.
Pensiamo che dobbiamo aiutare economicamente questi paesi in modo da permettergli
di migliorare molto sensibilmente la loro situazione economica e sociale. Dobbiamo
continuare la nostra politica di aiuto permettendogli, senza eccessive difficoltà,
di superare lo stadio dell’indipendenza.

Come dobbiamo organizzare questa politica? Abbiamo su questo argomento
non poche idee : pensiamo, prima di tutto, che questo aiuto debba essere totalmente
disinteressato, cioè che non debba essere accompagnato da nessuna condizione po-
litica. Alcuni pensano che occorre aiutare i territori che rimangono fedeli alla nostra
politica. È la tesi del governo francese attuale ; è la tesi del generale De Gaulle :
egli pensa, infatti, che l’aiuto debba avere una contropartita politica. Consideriamo
questo un concetto sbagliato poiché esiste in questi paesi una grande suscettibilità
e il timore di un ritorno al colonialismo o a quello che si chiama il neo-colonialismo.
Tutto ciò che dà l'impressione che c’è aiuto con contropartite politiche è da respingere.
In particolare penso all'esperienza, tutt'altro che lusinghiera, fatta recentemente
dal governo francese nel Gabon. Abbiamo decisamente aiutato il Gabon perché
questo paese ha accettato di difendere la politica di De Gaulle. Abbiamo, a questo
proposito, altre preoccupazioni. Innanzitutto, pensiamo che, se vogliamo veramente
interessare le popolazioni in via di sviluppo ed in particolare le popolazioni afri-
cane, bisogna che esse si rendano conto che si trovano su un piano di uguaglianza.
Ho avuto occasione, molto spesso, di constatare, parlando con leaders africani,
una coscienza falsata poiché essi si rendono conto che il fatto di tendere la mano
li mette in condizioni d’inferiorità. È quindi necessario trovare una soluzione che

GÉRARD JAQUET

Gérard Jaquet è nato nel 1916. Medico, esponente della SFIO nella Resistenza,
deputato dal ’46 è stato sottosegretario alla presidenza del consiglio, ministro
per le informazioni nel 1956-1957, e per la Francia d’oltremare dal ’57 al ’58.
Presidente della sinistra europea, è anche direttore politico de “Le Populaire”.

gli permetta di essere aiutati senza che si trovino in questa situazione antipatica.

Come si può concepire? Abbiamo proposto, qualche anno fa, la creazione di
un'associazione di solidarietà, per così dire, cioè di una associazione in seno alla
quale gli stati africani e gli stati europei, quelli che ricevono e quelli che aiutano,
sarebbero considerati sullo stesso piano con gli stessi diritti e con gli stessi doveri.
Esisterebbe una cassa comune alla quale tutti verserebbero, europei e africani, la
stessa percentuale del reddito nazionale, poniamo il due per cento. Se la Francia
verserà il due per cento in questa cassa comune, sarà con un contributo ad una som-
ma importante ; così se toccherà all’Italia e alla Germania di fare altrettanto. Se
il Gabon o il Madagascar verseranno il due per cento del loro reddito nazionale,
non si tratterà di una grande somma poiché il reddito nazionale di tutti questi paesi
è molto debole ; tuttavia essi risulterebbero affermati sullo stesso piano degli altri.
Versando in egual misura si può partecipare nello stesso modo alla gestione del-
l'associazione.

Come può questa intendere la sua missione? Essa aiuta i territorii che hanno
necessità di essere aiutati, cioè non la Francia, né l’Italia né la Germania. Con
questo sistema, sarà l’Africa ad essere aiutata : essa, inoltre, non avrà più l’impres-
sione di trovarsi in una situazione umiliante.

A che livello dovrebbe avviarsi questa politica? È necessario creare una asso-
ciazione ‘“Francia- Africa?” No. Innanzitutto perché è spiacevole che legami bi-
laterali continuino ad unire l'antica colonia e l'antica potenza colonizzatrice. D’altra
parte, è evidente che bisogna fare uno sforzo considerevole poiché la Francia, da sola,
non è in grado di assumerne la responsabilità. Vorrebbe dire, allora, che tutti in-
sieme i paesi ricchi aiutano tutti insieme i paesi poveri? Credo che attualmente ciò
sia impossibile. Occorre fare in modo, se vogliamo essere realisti, di trovare il livello
nel quale questa politica può essere possibile ed utile. Questo livello è quello della
Comunità europea; è quindi al livello della Comunità che deve stabilirsi questa
politica di aiuto e di solidarietà fra l'Europa che si costruisce e l’ Africa che si emancipa.

Sarebbe tuttavia molto difficile dire che siamo contro la politica dell'aiuto bi-
laterale e che, per questo, sospendiamo il nostro sforzo se l’aiuto comunitario non è
possibile. Considero nocivo l’aiuto bilaterale ma fin tanto che rappresenta l’unica
via possibile bisogna continuarlo. È necessario fare in modo che l’aiuto bilaterale
sia progressivamente sostituito dall’aiuto multilaterale della Comunità europea,
a condizione che il ruolo della Francia non sia diminuito. All’inizio, i paesi africani
sono stati associati alla Comunità Economica Europea. Esiste una cassa di aiuto
all’ Africa nell'interno della CEE ; però quanto è stato fatto è troppo modesto perché
si possa parlare di efficacia reale. A mio avviso, è quindi necessario trasformare
questa politica. Soltanto così questa politica nuova potrà progressivamente sostituire
l’aiuto particolare dell’Italia, della Francia, della Germania, del Belgio e di altri
paesi europei verso alcuni paesi in via di sviluppo.









Se l'Europa si presentasse in questa questione unitariamente, non c'è dubbio che po-
trebbe avere una infl infini più grande per il lid: e lo svil
del Terzo Mondo.

PP

Per quanto riguarda gli aspetti propriamente politici del problema, è evidente
che dobbiamo augurarci che î paesi in via di sviluppo siano democratici ; tuttavia
non bisogna confondere ciò che è essenziale nella democrazia da ciò che rappresen-
tano le tecniche 0 i mezzi che possono essere eventualmente intercambiabili, e che,
in tutti i casi, devono sempre venire adattati alle condizioni reali nelle quali vivono
i diversi paesi. Per esempio, ciò che rischia di urtarci di più nelle vicende dei paesi
attualmente decolonizzati, è l'istituzione del partito unico : questo partito unico, è
un mezzo di dittatura come nei paesi controllati dal regime sovietico, oppure è una
specie di motore dello sviluppo come un ordine cavalleresco all’interno di questi
paesi, mentre la libera discussione rimarrebbe da organizzare all’interno o al difuori
di questo partito, e le libertà principali continuerebbero ad essere ‘assicurate? Il
problema presuppone risposte tutt'altro che semplici. Non è molto facile organiz-
zare in certi paesi, il cui sviluppo culturale è ancora insufficiente, tutte le tecniche
democratiche alle quali siamo abituati e di cui alcune, del resto, non sembrano fun-
zionare agevolmente mediante un certo tipo di organizzazione a partito unico che
potrebbe rimanere democratico in seno a quest’ultima e salvaguardare il rispetto
delle libertà di un sistema autocratico o totalitario al di fuori anche della sua orga-
nizzazione. È a questo punto, evidente, che dovremmo dar prova di immaginazione
evitando di commettere errori che î nostri paesi hanno commesso volendo sempre
calcare l'esempio delle istituzioni inglesi e americane. È necessario, ancòra una volta,
fare uno sforzo al fine di giungere a una sintesi fra la salvaguardia delle libertà
essenziali del meccanismo atto ad assicurarla e l'adattamento alle condizioni reali
dello sviluppo. Infatti non servirebbe a nulla vedere una democrazia formale in
certi paesi dove le persone non sanno neppure per che cosa gli si chiede di votare,
e dove, necessariamente, si è obbligati, per assicurare la coesione, l'ordine e lo svi-
luppo, a creare una sorta di simbiosi organica fra i capi e le popolazioni.

A proposito della seconda domanda, si tratta di valutare il passaggio dalla
politica colonialistica a quella di assistenza. Non è soltanto una trasposizione, un
rinnovo, che si fa con molta facilità. Si parla in particolare della scomparsa dello
spirito mercantilistico : se osserviamo la forma maggiore dell'assistenza finanziaria
ai paesi in via di sviluppo, distinguiamo che prende la forma dei crediti commerciali
di relativa breve durata, legaii alla fornitura di merci. Non c'è dubbio, cioè, che
vi sono alcune convenienze per i paesi in via di sviluppo, di ricevere gli aiuti che
possiamo in tal modo procurargli e, d’altra parte, di non doverli pagare sùbito.
È evidente che, nella misura in cui gli procuriamo queste condizioni di credito, essi
sono forse spinti a comperare una certa quantità di rifornimenti che non sono neces-
sariamente quelli che corrispondono alle prime necessità del loro sviluppo, e, del
resto, accumulando un debito a breve scadenza, non è detto che abbiano la possi-
bilità di ammortizzarlo, cioè di trovare abbastanza rapidamente gli utili che gli
permettano di far fronte ai propri impegni finanziari. Di conseguenza, dobbiamo
ripensare ai problemi dell'aiuto che possano garantirci che esso risulti effettivamente
efficace per quanto riguarda lo sviluppo dei paesi ai quali ci interessiamo e che non
comporta soltanto un certo onere finanziario. Inoltre, tutto ciò permette di man-
tenere una nuova attività nelle nostre industrie. È necessario quindi rispettare un
equilibrio fra l’aiuto che diamo e la capacità di assorbimento dei paesi ai quali ci
rivolgiamo. Questa capacità di assorbimento non è naturalmente una costante ;
è ben inteso che dipende dai tecnici che mettiamo a disposizione di questi paesi af-
finché i progetti possano effettivamente concretarsi e svilupparsi : essa dipende dalla
formazione che potrà essere data dai mezzi interni o dai mezzi esterni ad una parte
della popolazione. Non c’è dubbio che l’aiuto esula dall’educazione per quanto
limitato possa essere, quando si tratta in particolare delle masse da ammaestrare ;
l'essenziale deve essere frutto delle risorse interne dei singoli paesi. Questo aiuto,
al di fuori dell'educazione, può essere sia un contributo essenziale allo sviluppo,
sa un complemento abbastanza indispensabile all’assisti e ica : t
è la condizione, immediata e a lunga scad: , affinché questo aiuto ec
effettivamente impiegato nel miglior modo dai paesi che lo ricevono.

d

ico sia

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PIERRE URI

Pierre Uri è nato nel 1911. Economista, consulente di banche internazionali, è
stato consigliere economico e finanziario del commissario generale del piano
(1947-1952), membro del comitato d’esperti delle Nazioni Unite pet il pieno
impiego (1949), professore alla scuola nazionale dell’amministrazione, direttore
della CECA dal 1952 al 1959. Attualmente è direttore dell'istituto atlantico di
Parigi. È autore di numerose pubblicazioni di politica economica e finanziaria.

Vorrei insistere su un’altra idea, a proposito cioè della scomparsa delle ideologie
tradizionali e dello spirito mercantilistico e colonialistico, per chiederci se i nostri
paesi si difendono ancora sufficientemente dalla tentazione assai illusoria di pro-
curarsi seguaci sia nel campo politico che ciale do le modalità con cui
ripartiscono l’aiuto. Sappiamo, inoltre, partendo dall'esperienza degli americani,
che l’aiuto non è forse neppure il miglior modo di crearsi amici. In tutti i casi, sa-
rebbe oltremodo imprudente se i nostri paesi continuassero a praticare politiche
di aiuto completamente distinte le une dalle altre ; quando, cioè, ciascuno si rivolge
a questo o a quel paese in via di sviluppo e intrattiene strettamente con esso rela-
zioni bilaterali : non c'è dubbio che un coordi. o s'impone ; ma ciò non signi-
fica che non si può tener conto delle relazioni effettive, delle relazioni tradizionali
che si sono stabilite, delle facilità di lingua dei rapporti che esistevano già nel pas-
sato. In altri termini, non c'è una opposizione assoluta fra bili lismo e coordi-
namento ma, come dimost: le relazioni pr te qualche anno fa al “col-
loquio” di Bari, è perfettamente possibile conciliare una politica internazionale
di aiuto nella quale vi sarebbero fra i vari paesi che offrono l’aiuto alcuni criteri
di ripartizione, per quanto concerne le forme e l’importanza che questo può assu-
mere rispetto ai diversi paesi. È sufficiente che le somme spese da una parte o dal-
l’altra, rientrino in un programma coerente o, per lo meno, di una coerenza tolle-
rabile affinché si possa conciliare il beneficio di una politica coordinata con quello
di una politica nella quale le relazioni umane hanno una importanza sempre maggiore.

La terza domanda si riferisce, a me sembra, più particolarmente ad una politica
europea comparata ad una politica non comune ai vari paesi europei. Fin d’ora,
vi sono naturalmente accordi di associazione che comportano la realizzazione di
un fondo comunitario e, peraltro, un certo numero di altre operazioni sul piano

‘ciale che p essere, in un certo senso, considerate come elementi di una
politica se non di aiuto allo sviluppo, per lo meno, come una politica di sviluppo
attraverso sbocchi garantiti. Bisogna inoltre riconoscere che, fin d’ora, esistono
serie difficoltà per coordinare le politiche europee. Per esempio, sarebbe stato pos-
sibile costruire, con l’ausilio di certi concetti diffusi in Europa e in America latina,
una vera politica europea rispetto all’ America latina.

In che cosa dovrebbe consistere? Non voltando le spalle alla politica degli Stati
Uniti che si sono ormai impegnati nella via delle riforme e dell'aiuto ai paesi in
via di sviluppo, ma si sarebbe trattato — evitando una sorta di dialogo troppo
prolungato fra i paesi dell’ America del sud e il loro importante vicino che è l' Ame-
rica del nord, — di far intervenire un terzo interlocutore realizzando una sorta
di accordo generale sugli obiettivi, sui metodi, invece di dar l'impressione che gli
obiettivi e le riforme erano, in qualche modo, imposti come contropartita dell’aiuto
concesso da un unico paese la cui importanza non è proporzionale a quella dei
“partners” americani. Non è su questa via che ci siamo impegnati : vi è stato un
viaggio del generale De Gaulle, vi sarà, forse, un viaggio del cancelliere Erhard Di
l’uno ha cercato essenzialmente di ottenere un gran palcoscenico sul quale potesse
sviluppare i suoi maggiori argomenti politici, l’altro andrà a cercare i mercati e
un consolidamento di alcune relazioni commerciali. Ma non ci sono state, prima
di questi viaggi, decisioni sugli obiettivi che devono essere raggiunti in comune e
di cui questo 0 quell’altro capo di stato o di governo potrebbe farsi eroico portavoce
o, quanto meno, precursore. Debbo aggiungere, sempreché le mie informazioni siano
esatte, che se vi è stata accoglienza da parte delle masse, il che avviene sempre în
occasione della visita di qualche capo di stato, c’è soltanto un fatto di “grado”
da far misurare dagli specialisti dell’applausometro. Nonostante ciò, vi è indub-
biamente da parte del governo responsabile, una certa delusione dovuta al fatto
che ogni paese si presenta come un caso a sé senza essere veramente capace di por-
tare un contributo al giusto livello : investimenti da una parte e la formulazione
di una politica dall'altra. Se l'Europa si presentasse in questa questione unitaria-
mente, non c’è dubbio che potrebbe avere una influenza infinitamente più grande
per il consolidamento e lo sviluppo del Terzo Mondo.



28

UN VIAGGIO NEL MONDO

I “tunnel dell’ acciaio” nel padiglione Italsider alla 433 fiera di Milano.

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La “galleria” degli impieghi dell’acciaio, al secondo piano del padiglione.

DELL'ACCIAIO

Un altro momento del ‘viaggio attraverso l’acciaio”: il settore dei minerali.
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L’area riservata all’ufficio. In alto, una serie di pannelli in latta di Eugenio Carmi.





« Fantastico, una forte impressione... » (Erib Nilsson, farmacista di
Copenaghen);

« È diverso dagli altri ...
fo di Milano);

« Bellissimo, surrealistico, molto ben presentato, quasi uno spet-
tacolo di fantascienza... » (Luigi Burdese, siderurgico di Novi Ligure);

è originale... » (Savino Nagliero, tipogra-

« Ho visto la presentazione alla TV e ho voluto visitare di persona
il padiglione. Mi è piaciuto molto... » (Giuseppe Balboni, contadino
di Civiglio, Como);

« Si ha l'impressione di una cosa grande.. qualcosa che colpisce... »
(Giuliana e Mariarosa Stucchi, impiegate di Milano);

« Mi sono divertito molto... » (Domenico Restivo, otto anni, di
Milano).

Sono alcuni dei giudizi raccolti tra le migliaia di persone che han-
no visitato, alla 438 edizione della fiera di Milano, il padiglione del-
l’ Italsider, completamente rinnovato all’esterno e all’interno.

Tema dell’allestimento di quest'anno era un simbolico ‘viaggio
nel mondo dell’acciaio” che i visitatori potevano compiere in un lun-
go tunnel, trascinati da un tappeto mobile, come protagonisti del pro-
cesso di fabbricazione: dalle strutture molecolari dei minerali di ferro
al fuoco degli altiforni e dell’acciaieria, al rigoroso mondo, geometrico
e metallico, dei prodotti finiti di qualità.

Al piano superiore, immagini di impianti produttivi e campioni di
prodotti, ingigantiti da un abile giuoco di specchi, e due brevi film che
illustravano suggestivamente gli impieghi dell’acciaio nel mondo mo-
derno. Il tutto immerso in una sarabanda di rumori di fabbrica e di
città, i suoni della nostra vita quotidiana.

All'ingresso, in un’enorme fotografia panoramica, gli impianti di

22

Due aspetti esterni del padiglione Italsider alla fiera di Milano.



Taranto si stagliavano in tutta la loro grandiosità su una parete lu-
cente d’acciaio di quasi cento metri quadrati.

Il nostro padiglione non è piaciuto solo al pubblico. Ecco cosa ne
dice Silvano Carpi sul numero di maggio de “L'ufficio moderno”:
«L’Italsider ha puntato quest'anno su un padiglione che vorrei
dire “di rottura”, con lo scopo di smuovere il grosso pubblico
inqualificato, attuando cioè un’azione di PR vasta e sottilmente
penetrante ».

Rilevato come nell’allestimento, curato dallo studio degli archi-
tetti associati Gregotti, Meneghetti, Stoppino, sia stato possibile rea-
lizzare « una quarta dimensione tutta psicologica », l’articolista afferma
che «il risultato è stato soddisfacente e lo si può stigmatizzare nel
fatto che, proprio nell’anno che ha registrato una diminuzione com-
plessiva dei visitatori della Fiera, il padiglione Italsider ha invece avuto
un netto incremento di pubblico ».

Naturalmente, poiché « tutte le avanguardie provocano discussioni »,
anche sull’impostazione del nostro padiglione si sono avuti giudizi
discordi e qualche perplessità. Quasi tutti i più autorevoli tecnici pub-
blicitari sono però d’accordo sul fatto che «in un clima di saturazione
delle immagini, giova tutto quello che agisce in penetrazione sulla
psicologia del visitatore ».

Concludendo, Carpi scrive: « La formula si è comunque rivelata
assai efficace e la sua efficienza va valutata al livello del primo stadio
di agganciamento del pubblico. Siamo evidentemente al cospetto di
una classica azione di pubbliche relazioni, per la quale che un bambino
si sia divertito oggi può significare che domani saprà anche acquistare
per un impulso, magari, di oscura simpatia. Abbiamo davanti un nuovo
mezzo espressivo, che personalmente giudico molto positivo non sol-
tanto sul piano della comunicazione, ma anche su quello culturale ».





30

NUOVI LIBRI ECONOMICI IN ITALIA

di Sam Carcano

Insegnava lettere italiane in un liceo lombardo, una trentina d’anni
fa, una principessa siciliana. D’età già matura — talvolta ci ricordava
con una punta di garbata civetteria d’essere nonna — la principessa
coltivava una non troppo segreta passione per l’arte di Gabriele D’An-
nunzio. Le piaceva D’Annunzio « perché era un signore ». In quegli
anni, del resto, la democrazia faceva acqua in tante parti del mondo,
e pareva abbastanza naturale inneggiare con Oriani, e magari con
Nietzsche, ai pochi che comandano i zarti.

A D'Annunzio, che era dei pochi, la signora perdonava tutto.
Anche se molto patriottica, arrivava a tollerare che il conte Andrea
Sperelli, il protagonista del “Piacere”, accogliesse con indifferenza la
notizia dell’eccidio di Dogali e commentasse che, dopo tutto, si trat-
tava di « bruti che avevano ucciso altri bruti ». Chissà che cosa avreb-
be detto quella professoressa, se avesse visto “Il Piacere” a 350 lire,
nella più economica collana di Mondadori. Le sarebbe parsa una pro-
fanazione. Eppure, piaccia o no, D'Annunzio oggi fa democratica
compagnia — in questi ‘Oscar’ che costano meno d’un pacchetto
di sigarette — alla “Nausea” di Sartre, a “Ragazzo Negro” di Wright,
allo Hemingway di “Addio alle armi”. Sono le stesse umili 350 lire
che l’editore chiede anche per “La ragazza di Bube” del Cassola, o per
“La luna è tramontata” di John Steinbeck.

Le sigarette che costano quattrocento lire il pacchetto, l’ “omino”
le porta a casa a duecentocinquanta. Però è borsa nera. Le sigarette
a prezzo più economico, come tutti sappiamo, trasgrediscono certe
leggi. Siamo forse arrivati, con queste popolarissime collane che non
chiedono di metter mano al portafogli ma si contentano degli spiccioli
che ci sono nel borsellino, a una sorta di borsa nera della cultura e
dell’arte? Non stiamo per caso disobbedendo a qualche legge di natura,
per cui il bassissimo prezzo mette, per esempio, il D’Annunzio nelle
mani di gente modesta, e così sovverte delicati equilibri di valori?

Sono domande che sentiamo ripetere, e non manca il perché. C'è
una ragione, se questa improvvisa ventata di popolarità che sta ora
investendo il libro italiano non manca di destare anche reazioni ne-
gative. Il fatto è questo: non eravamo abituati. In Italia, a differenza
che in altri paesi, il consumo di prodotti e di servizi culturali era limi-
tato a ristrette cerchie di pubblico. Da quella limitazione derivavano

conseguenze economiche, ma anche conseguenze ideologiche. Le più evidenti
conseguenze di mercato erano queste: che in Italia, fino a pochi anni
fa, si pubblicavano tanti libri quanti ne uscivano in Inghilterra, però
il totale complessivo delle copie vendute in Inghilterra era dieci volte
più del nostro. A parte i capolavori, da noi poteva dirsi già fortunata
un’opera che fosse riuscita a piazzare una tiratura di duemila copie.
E le conseguenze ideologiche? Beh, per quelle non occorre andar lontano.
Non c’è situazione d’ingiustizia che non sappia trovare giustificazioni
morali, e non crei abitudini di comodo e timori per ogni novità.

A complicare le cose, contribuiva da noi una vistosa ignoranza dei
fatti economici, diffusa anche tra gente istruita. Facciamo un esempio:
ricordiamo la sorpresa, quasi sbigottita, con la quale venne accolta
qualche anno fa la proposta di regalare “stampi” ai ciechi. « Stampi?
— chiedevano quei pur volenterosi benefattori. — E per farne che? ».
Si dovette spiegare, per filo e per segno, che l’educazione dei ciechi
ha bisogno di almeno una decina d’ingegnosi strumenti: per imparare
a contare — eccone uno — il cieco adopera una scatoletta che contiene
una serie di dadi in rilievo. I dadi sono fatti a mano, dall’artigianato.
È fatta a mano anche la scatoletta che li contiene, e costa seicento lire.
Ne costerebbe venti se fosse fatta di plastica, mediante stampaggio. E
perché non si fa? Perché gli stampi costano milioni.

Ecco il “segreto” dei bassi costi e dei bassi prezzi: estendere lo
stampaggio. È la cosa più ovvia, per ogni industria moderna, ma sem-
bra ancora una sorprendente novità quando si tratta di prodotti cul-
turali. Immaginate ora la sorpresa di tanta gente quando le si spiega
che il mercato del libro era finora limitato non già da leggi immutabili,
e magari da un ordine morale, ma semplicemente da questa circostan-
za: c’era la macchina per “stampare” quante copie se ne volevano, ma
non c’era l’investimento necessario per aumentare la produzione, ot-
ganizzare in maniera massiccia le vendite, sostenerle con una adeguata
pubblicità. L'industria editoriale, pur essendo un’industria, continua-
va spesso a comportarsi come se fosse un artigianato.

Proprio così: oggi sta finalmente succedendo per il libro quello
che già avviene per migliaia e migliaia di altri prodotti industriali
che compriamo ogni giorno dal droghiere e dal merciaio, dal pastaio
e dal farmacista. Pensate un po’ che cosa verrebbero a costarci una














Guioscar {bri ettimenali Mondadori DO

IL PIACERE

romanzo di Gabriele d'Annunzio



edizione integrate
264° migliaio





DEL SOLDATO





vini bem ver O pvpivii è RAtnA 4 PIRATE I
LA PAGA tROLA NOTE Done de 0 RO Db F

STORIA
D'EUROPA

NEL SECOLO DECIMONONO

DOSTOEVSKIJ
DELITTO
E CASTIGO

Willlam
Fau Ikner

CON QUESTO CAPOLAVORO FAVÀ.KWER MA

Le copertine delle più recenti
edizioni economiche italiane.
Si tratta di edizioni Mondadori,
Garzanti, Sansoni, Laterza,
Feltrinelli, Mursia, Boringhie-
ri. A destra, le copertine dei
due ultimi volumi della “col-





3I

TOMASI DI
AMPEDUSA




Francesco Compagna



| LA QUESTIONE |
- MERIDIONALE —

IL'PROBLEMA DELLE DUE ITALIE



lana Italsider?”*



scatola di conserva o una cartina di spilli, un chilo di spaghetti o una
pastiglia contro il mal di testa se la loro produzione fosse ancora de-
cine di volte più limitata. Ecco il senso del grande fenomeno al quale
abbiamo la fortuna d’assistere: il libro sta diventando davvero un
prodotto industriale.

Certo, bisogna farsi l’orecchio. Al primo incontro, lascia un po’
sorpresi la scoperta di quel legame tra industria e cultura. Anche perché
industria è una parola che dà immediatamente un senso massiccio,
mentre cultura o ‘addirittura creazione artistica, fa sùbito pensare a
un dominio di pochi. Si stenta un po’ ad ammettere che il manoscritto
di un romanzo sia uno stampo...

La moltiplicazione può dare perfino un senso di profanazione. Che
rapporto può esserci tra una scatoletta di manzo alla militare e una
copia del “Gattopardo” che Feltrinelli ora vende a 300 lire? Come
possiamo considerare il “Dottor Zivago”, venduto anch’esso a 300 lire,
alla stessa stregua di un tubetto di dentifricio? Sono domande impres-
sionanti, ma impressionano perché... sono fondamentalmente sba-
gliate. Bisogna parlare di costî, non di funzioni. Una copia della Bibbia,
per intenderci, costa come un libro che contasse lo stesso numero di
pagine, e fosse tutto composto di x o di y. Se le parole Padre Mostro ci
dànno un sublime conforto, Xxxxx Xxxxxx non ci dà un bel niente.
Eppure, dal punto di vista economico, il costo è lo stesso. Per arrivare
dappertutto, per realizzare la propria missione universale, il Libro aveva
bisogno di “sfondare” il costo di quelle x. Cioè doveva poter ripartire i
costi generali e complessivi su un numero molto più elevato di “pezzi”,
in maniera che il costo del libro si avvicinasse sempre di più al costo
della carta sulla quale viene stampato. La carta, più un soldino.

“La paga del soldato” di Faulkner, per fare un esempio, aveva un
Prezzo di copertina di 2200 lire. Adesso, nell’edizione popolare di
Garzanti, si compra con 350 lire. Non avventuriamoci a dire che 2200
lire fosse un prezzo esoso. Alla stessa stregua dovremmo rimproverare
il sarto o il camiciaio perché ci fanno pagare l’abito o la camicia che
Ordiniamo su misura, a un prezzo più caro di quello che pagheremmo
Se li pigliassimo già fatti in negozio. Il fatto è che il libro con alto
Prezzo di copertina era finora il “prodotto su misura” di una ristretta
clientela di lettori.

La narrativa, com'era facile prevedere, è la nave ammiraglia di
questa flotta del libro popolarissimo che spara a zero sulle masse ob-
bligandole ad aprire il cervello. Non si deve pensare, beninteso, che il
saggio o l’opera di divulgazione trovino oggi più tiepido il grande
pubblico italiano. Anzi, è semmai vero il contrario. Opere di ‘non
narrativa”, non se ne sono mai vendute tante, e anch’esse partecipano
in forze al new /ook della nostra editoria. Incontra una nuova giovinez-
za, ora che è entrata nella collana più popolare di Laterza, anche la
“Storia d’Europa nel secolo XIX” di Benedetto Croce. Per non par-
lare del massiccio incontro con Freud, reso possibile dall'edizione Bo-
ringhieri a 900 lire della “Psicopatologia della vita quotidiana”.

Tuttavia il pubblico di queste opere, per quanto si accresca con la
vistosa diminuzione dei prezzi, non può raggiungere la stessa ampiezza
del pubblico che assorbe romanzi e racconti. Pubblico più limitato
significa però tirature meno spinte, quindi costi meno ridotti. Per in-
tenderci, una pagina di Croce costa come una pagina di Hemingway,
ma a patto che se ne stampi la stessa quantità di copie. Così accade che
il saggio si trovi svantaggiato nei confronti della narrativa non soltanto
perché è generalmente più difficile, ma anche perché lo paghiamo più
caro.

Può sembrare un’ingiustizia, ma in un quadro generale così posi-
tivo per la diffusione del libro non staremo a sottolinearla. Vorrà dire
che sui volumi di “non narrativa” potrà ancora concentrarsi in questi
anni lo sforzo di quelli che potremmo chiamare “operatori disinteres-
sati”: cioè le biblioteche che dànno libri a prestito}, le organizzazioni
che procurano sconti e consentono il pagamento rateale, le iniziative
per ordinare e collocare a prezzo molto più accessibile intere tirature.
Per la narrativa è diverso. Qui la spinta viene, ed è irresistibile, proprio
dal mercato. I libri a prezzi incredibili, addirittura ce li mettono in
mano. E così tendono rapidamente a modificarsi anche alcune nostre
vecchie abitudini: il regalar libri, per esempio; oppure il sollecitare
sconti. È in giuoco perfino l’abitudine di acquistar libri in libreria,
giacché le edizioni popolarissime si vendono anche in edicola. Per non
accennare alla decisione, ritenuta imminente, di vendere libri nei super-
markets. Una misura ragionevole, dacché gli alimenti dello spirito ac-
cettano ora'le stesse regole economiche degli alimenti del corpo.



32

LO STALLO DELLE «VECIE» A VERONA

di Ciuscppe Silvestri



Sopra l’arco di ingresso al cortile di un’antichissima casa, in una
delle più belle strade di Verona — quella che va dalla romana Porta
dei Borsari alla Piazza delle Erbe, sede del mercato — pende un’in-
segna in lamiera con le figure di due vecchie. I colori originali sono
quasi sbiaditi. Ma ai veronesi non più giovani, e di buona memo-
ria, quell’insegna ricorda un aspetto ormai scomparso della città,
quale rimase fino ai primi anni del nostro secolo; ossia fino a quan-
do l’automobile e gli altri veicoli a motore sostituirono le carrozze e
i carri, c perfino i tranvai, trainati dai cavalli.

Quella che pende sull’ingresso dell’antica casa veronese è infatti
un’insegna di stallo. Vi approdavano quanti con carrozze, calessi o
carri da trasporto, venivano dalla campagna in città, specialmente il
lunedì, giorno del mercato e degli affari. Il centro di Verona — come
del resto quello di tutte le altre città, specie se capoluogo di province
agricole — ne aveva parecchi di questi stalli, tutti ubicati in antiche case
dotate di ampie scuderie, un tempo utilizzate per i cavalli delle casate
nobili o ricche, per quelli dei famigli e, in epoche più lontane, anche
per gli uomini d’arme, che i personaggi più potenti tenevano al loro
servizio.

Lo stallo delle “Vecie” si trovava in quella casa costruita in cotto
con finestre ad arco rotondo, di materiale misto, la quale tuttora rie-
voca il XIII secolo e le sue lotte, sì che dai facili interpreti delle me-
morie antiche venne battezzata, piuttosto arbitrariamente, per Casa
Montecchi. Nessuna meraviglia, visto che essa ricorda abbastanza
l’altra più famosa di via del Cappello, che sarebbe appartenuta ai Ca-
puleti cioè alla famiglia di Giulietta.

Anche in quest’ultima casa, fino a una quarantina di anni fa, c’era
uno stallo. Che essa sia quella da cui uscì la dolce eroina shakespea-
riana, è pure frutto di leggenda; e lo stallo si chiamava del Cappello:
nome che potrebbe essere derivato dall’insegna di un albergo, che già
vi era qui nel 1336, oppure da una famiglia Cappello, che però non
avrebbe nulla da fare coi Capuleti. I turisti di tutto il mondo vanno
tuttavia a visitarla come tale, trovandola oggi ripulita e sistemata, co-
ronata di merli e dotata perfino del romantico balconcino (aggiuntole
trent'anni fa), dal quale le anime gentili sognano che Giulietta si af-
facciasse di notte a discorrere con Romeo, e a lui abbia gettato la scala
di corda per goderne l’amplesso furtivo.

Come casa dei Montecchi, altri invece indicano a Verona quella
che si trova vicino alle Arche Scaligere: casa medievale anch’essa, con
cortile chiuso da ferrigno portone e nella quale ci fu pure, fino all’ini-
zio del nostro secolo, uno stallo, denominato appunto delle Arche.
Anche qui vaste scuderie, e sovrastanti logge ad arco: le une e le altre
attualmente occupate da laboratori artigiani, da depositi, e le stanze
adibite ad abitazione di modeste famiglie. Molto in disordine, questa
casa meriterebbe di essere restaurata e valorizzata, secondo un pro-
getto sempre ventilato, ma mai realizzato.

Altri stalli esistevano nelle case medievali della via Sottoriva, vici-
no all’Adige. Un’intero lato di questa caratteristica strada è a portici,
disuguali d’altezza, sorretti ora da colonne, ora da pilastri. Due case
in mattoni conservano le originali finestre romaniche e gotiche con i
davanzali portanti lo stemma dei Montesilice. A questa famiglia ap-
partenne una Caterina, la quale intorno alla metà del XV secolo sposò
Pietro III Alighieri, discendente dal sommo poeta, la quale visse mol-
to a lungo, più di centovent’anni, e diede al marito numerosi figli.
In quell’epoca gli Alighieri abitavano nella vicina contrada della Chia-
vica; e due di essi, Dante III e Jacopo, figli appunto di Pietro III, col-
tivarono con onore la poesia e furono letterati di merito.

Per tornare là dove siamo partiti, cioè allo stallo delle “Vecie”,
va precisato che l’insegna attualmente posta sopra l’ingresso della casa
è una copia, e che quella originale, molto consunta, è conservata dal
proprietario dello stabile. Quanto all’origine del nome “Vecie”, essa
deve ricercarsi nelle figure di un rozzo rilievo che sta sopra il portone,
con la Trinità, Maria, Michele e Raffaele. Forse da tali figure asessuali
è derivata l’insegna dello stallo.



IL CINEMA DELLA LIBERTA’

33

di Claudio Bertieri



“Achtung, banditi” - di Carlo Lizzani.

Diversi convegni ed alcune rassegne cinematografiche (una delle qua-
li tenuta recentemente anche presso i vari circoli dell’Italsider), hanno so-
stanziato in Italia, in questi ultimi vent’anni, il rapporto cinema-resisten-
za. Ci si incontrò nel ’56 a Bologna (// cinezza postbellico e la Resistenza),
nel ’63 a Grugliasco (Le tendenze attuali del cinema antifascista italiano), poi
nel °64 a Genova (Z/ cinema resistenziale), ed infine pochi mesi or sono
a Cuneo (Cinema e Resistenza). Un insieme di iniziative di merito non
secondario le cui intenzioni democratiche furono chiaramente fissate
dai temi dei dibattiti e quindi confermate dagli atti dei lavori.

Se affermassimo, però, che in queste distanziate occasioni non s’è
avvertito un certo disagio di informazione non saremmo nel vero.
Più volte, infatti, è rispuntato fuori il problema di una materia (per
altro parecchio ampia) non ancéra sufficientemente inventariata e solo
per grandi linee sistematizzata. Notevole incertezza s’è avvertita, an-
che in interventi in altro senso qualificati, non appena le citazioni esu-
lavano dall’àmbito nazionale — noto certamente nei titoli più clamo-
rosi — per accostare quello straniero. Ed anche le conoscenze nazio-
nali troppo spesso si sono arrestate ai sacri testi, ignorando produzioni
di richiamo più limitato, di virtù nettamente inferiori, ma non meno
utili ed interessanti per configurare un panorama esauriente e prisma-
tico di quanto il cinema italiano ha scritto sulla Resistenza.

Dovrebbe aggiungersi inoltre che la conoscenza di opere “minori”,
di testi non alonati dalla unanime accettazione critica, non sottintende
una compiaciuta erudizione, ma serve — e non poco — a meglio com-
prendere l’atteggiamento, non soltanto morale, di una varia e com-
plessa produzione nei riguardi di fatti che hanno coinvolto tutto il
paese durante i lunghi mesi della dittatura. Talvolta, sono proprio
certi film di secondo piano che possono più utilmente inserirci in un
dialogo per intenderlo nella sua interezza e non per parziali battute,
seppure affidate alle firme più autorevoli.

Racchiudere in poco spazio i moltissimi contributi che il cinema
mondiale ha recato sull'argomento è impegno insensato. Sono centi-
naia di opere, di vario metraggio, che una ideale cineteca della Resi-
stenza potrebbe allineare per lo studioso od il ricercatore, suggeren-
dogli di continuo nuovi interrogativi e dubbi, ch'è proprio nell’istan-
te dell'inventario che tanto più avvertiamo le nostre avvilenti lacune.
È, comunque, possibile delineare, a grandi tratti, quali siano state le



“Il generale della Rovere” - di Roberto Rossellini.

linee di forza di questa produzione e quale sia stato lo spirito “‘nazio-
nale” che l’ha diversamente ispirata.

Sono, ovviamente, delimitazioni di massima; confini ideali che
stabiliamo al solo scopo di offrire al lettore un quadro che non lo
costringa ad uno sfiancante itinerario a balzelloni e che, nel medesimo
tempo, gli consenta di formulare una diagnosi abbastanza sicura. In
ogni caso, sempre si dovrà tenere conto delle illustri eccezioni, di
quelle opere valide in senso assoluto e che, perché tali, rifiutano una
classificazione contabile. // grande dittatore di Chaplin, un esempio tra
i più nobili, non accetterà mai un inserimento schematico, una loca-
lizzazione da scheda perforata.

Una fondamentale iniziale distinzione deve essere fatta: film 54/4
Resistenza e film de//la Resistenza. Intendendo i secondi come il frutto
civile e democratico di una vasta schiera di autori, di così diversa
formazione ideologica e culturale, i quali incessantemente si sono
impegnati in una precisa linea ‘resistenziale’’ tendente a porre sotto
accusa, di volta in volta, i diversi centri di potere (da quelli politici a
quelli militari, a quelli economici) in una mai esaurita caccia alle stre-
ghe che ha adunato le testimonianze più vive e brucianti “della” resi-
stenza dell’uomo vestito di grigio contro l’oligarchia di chi vorrebbe
definitivamente inserirlo nel sistema. E che il corpo più consistente di
questa democratica produzione provenga dagli studios californiani
(non di rado anche da quelli più tradizionalmente legati a rigidi schemi
industriali) è un fatto incontestabile. Vincitori e vinti di Stanley Kramer
ne è esempio illuminato, ma non sicuramente isolato.

Il cinema “sulla” Resistenza nasce all’indomani della caduta di
Hitler, ed ancor prima, ché Roma città aperta di Rossellini è anteriore
alla caduta delle dittature. Ma c’è stato un precedente che non possia-
mo trascurare in questa sede, e non solo per ragioni “‘cinematografi-
che”: la guerra di Spagna. Fu appunto durante quel periodo, di prova
generale del secondo conflitto mondiale, che uomini di cultura come
Malraux, Dos Passos, Hemingway, Chaplin, Ivens, Brecht, Fox, Seghers,
Alberti, Neruda, eressero un compatto fronte comune affidando al
cinema la responsabilità di partecipare al mondo la loro presa di co-
scienza. Ma anche il cinema hollywoodiano si destò e con alcuni film
(Marco il ribelle di William Dieterle, ad esempio) testimoniò una co-
sciente partecipazione del cittadino americano ai fatti d’Europa.

34

È all'indomani della fine della tragedia che il discorso della “spe-
ranza” di Malraux trova il suo logico proseguimento: nelle immagini
scabre, essenziali, strettamente documentarie di Operazione Apfelkern
di René Clément. Ed è ancéra Clément, un anno dopo, con Eroi sen-
Z’armi, a continuare questo dialogo. Un film all’apparenza minore,
per il tono crepuscolare con cui poneva sulla scena il piccolo mondo
borghese, ma in realtà da considerare tra i pochi esempi che, con lin-
guaggio autentico e schietto, abbiano saputo descrivere le ragioni di
una opposizione non armata ed i risultati conseguiti. Con // silenzio
del mare di Melville l’asse dell’osservazione si sposta sensibilmente:
non più la misura storica od il lievito umano della lotta clandestina,
ma la visione attraverso la lente della psicologia, del particolare rap-
porto personale tra occupanti ed occupati.

Solamente dieci anni più tardi il cinema francese torna al tema
resistenziale, ma la struttura delle opere (G/ evasi di Le Chanois, per
citare un titolo) denuncia chiaramente il mutare dei tempi. Salta fuori
il grosso intento spettacolare, così aggressivamente testimoniato dai
rocamboleschi accidenti che ritmano la trama. Chiusa la prima fiori-
tura, i film mostrano ora, senza alcun riparo, la posizione distaccata,
tutta superficiale mestiere, ‘‘avventurosa”’ in assoluto, da cui i nuovi
autori guardano al passato. La Resistenza diviene un puro e semplice
strumento di susperce ed in giorni più recenti anche un Clément ha
ceduto di schianto (// giorno e l'ora) alle ambigue conformistiche ne-
cessità della produzione in serie. Si schivano parole e pensieri che
non siano dell’intrattenimento automatico. Si è scoperto un nuovo
genere e lo si sfrutta con insolenza quasi si trattasse di allungare a
dismisura il filone del ‘“‘gangsterismo nero”. Qualche eccezione: La
sentenza di Valére, Tempesta in Normandia di Lautner, Poliorka di Ber-
nard-Aubert. E poi quella solitaria splendida e perentoria di Un con-
dannato a morte è fuggito di Bresson. Ma essa travalica e trascende il
tempo, gli ambienti, i personaggi, che vorrebbero datarla nella nostra
realtà storica.

Parecchio discosta da quella francese (dell’immediato dopoguerra),
la produzione britannica, pur in un’ esemplare civiltà spettacolare che
discende da antichissime tradizioni, ha costantemente premuto il pe-
dale dell’avventura. Il gusto della beffa, dell’intelligenza al servizio di
un solo individuo che mette in trappola un intero sistema non si è
certo inaridito nell’isola dai giorni de La prizzzla rossa. La matrice co-
mune ad un buon novero di film britannici sulla Resistenza è, infatti,
ancora quella: il piacere di una ironica, divertita, umoristica partita
di un solo gatto con un esercito di topi. L'intelligenza fredda, l’astuta
tempestività sono valuta troppo apprezzata in Gran Bretagna perché
non abbia libero corso anche nel tragico duello col nazismo. I film
hanno sempre ramificato da questa istintiva “way of life’, da quel
nobile gusto del pericolo, di cui sono testimoni i protagonisti di tante
vicende resistenziali. La prizzula Smith di L. Howard, Campo rrr di
Lee, La guerra privata di Suor Kathryn di R. Thomas, Sewola di spie di
Gilbert, per citarne alcuni, si rifanno ad un cliché, di tutto rispetto, che
traluce senza sottintesi. Isolata eccezione quella di Ordine di uccidere
di Asquith che tentava un tema così dolorosamente ricorrente nella lotta
clandestina: la scelta tra il bene collettivo ed il sacrificio individuale.

La produzione tedesca (Operazione Walchiria di Harnack, Accadde
il 20 luglio di Pabst, Canaris di Wiedenmann, Z/ generale del diavolo di
Kautner ed altri) tende anzi tutto a stabilire un “distinguo” tra il
nazismo e l’esercito, tra il partito e la nazione. Secondariamente, si
tratta di una resistenza “all’interno” delle istituzioni, ed in particolare
tra i quadri degli alti ufficiali. Ambigua, spesso sprovvista di indica-
zioni tecniche o semplicemente logiche, questa produzione ha cercato
di dimostrare come alcuni militari di carriera non abbiano resistito
sino alla fine ad una sottomissione assoluta e, sia pure entro gli schemi
di una tradizionale ed inesorabile disciplina di milizia, siano giunti al
rifiuto. Ma si tratta pur sempre di avvilite sommosse di palazzo, di
cricche, di singoli che tentano l’opposizione “alla Canaris”; qualche
caso isolato più consistente, ma mai il segno illuminante di una ri-
volta deliberatamente portata alle estreme conseguenze, con naturale
rispetto della realtà storica. Una produzione, dunque, ferma “alla crisi
di coscienza”.

Più coraggiosa, di certo, quella della Germania orientale, anche
se così di frequente tradita dalla demagogia e dalla pesante propagan-

da. Ma opere al pari di G/ assassini sono tra noi di Staudte e Pià forte
della notte di Dudow affermano un impegno ed una necessità morale
non trascurabili.

Per anni invischiata in consunte formule burocratiche, di partito,
la produzione della Europa orientale ha vissuto stagioni di logo-
rante schematismo. I miti si sono sovrapposti sino a formare un unico
magma in cui era difficile isolare attimi di intensa semplicità o di quo-
tidiana disperazione. L’eroe “positivo” ha sostenuto il peso di decine
di produzioni a senso unico. Qualcosa — di recente — è mutato e,
pur tra aperture non ancora in tutto soddisfacenti, il cinema resisten-
ziale (al pari di quello genericamente di guerra) ha trovato non nuove
formule, ma sincerità e semplicità. Lo affermano il sovietico // destino
di un uomo di Bondarciuk, i polacchi / dannati di Varsavia di Wajda,
Certificato di nascita di Rozewicz e La passeggera di Munk, i cechi Giu-
lietta, Romeo e le tenebre di Weiss o I/ principe superiore di Krojcik, l’un-
gherese Le zenebre del giorno di Fabri.

Quanto alla produzione statunitense può dirsi ch’essa non ha,
salvo rare eccezioni, travalicato i confini di una “onesta” partecipa-
zione. Abbastanza affine a quella britannica (si pensi all’humour
lubitschiano di Vogliamo vivere o wilderiano di Sta/ag 17), ha badato,
in particolare, a rammodernare una prestigiosa tradizione industriale:
quella del filone avventuroso-bellico-spionistico. I partigiani o gli
eroi della lotta clandestina assumono quasi sempre le peculiari carat-
teristiche dei giustizieri del west. L'avventura per l’avventura è una
formula buona anche per la Resistenza ed Hollywood la applica in-
tensamente, giustificata — almeno in parte — dal fatto che si è trattato,
per lo più, di ispirazioni indirette, mosse da esigenze politiche e cul-
turali, ed in minore misura da una istintiva provocazione immediata.
Una convinta intenzione democratica, una onesta fermezza, sono rin-
tracciabili in numerose opere resistenziali Usa: Fuoco @ Oriente di
Milestone, La seztizza croce di Zinnemann, La luna è tramontata di Pichel,
Anche i boia muoiono di Lang, La croce di Lorena di Garnett, Così finisce
la nostra notte di Cromwell, Z/ diario di Anna Frank di Stevens, Z/ 13 non
risponde di Hathaway. Se talvolta l’occhio del regista è stato quello
dell’osservatore distaccato, del testimone obiettivo, non può esserne
ascritta colpa agli autori. È loro mancato semmai quel tanto di pas-
sione, di “faziosità”, che si risolve e traduce in un partigiano diretto
entrare nei fatti, nel dramma di interi popoli.

Esiste nei film americani uno scarto dalla realtà che dobbiamo ac-
cettare come il debito pagato dagli autori ad una verità — in Europa
tangibilmente toccata — che ha bruciato i confini del possibile, del-
l’immaginabile. Ma fremiti genuini generosi, pagine di intensa e con-
vinta solidarietà non mancano, al pari di uomini e donne autentici
nelle loro virtù e debolezze, entusiasmi e cedimenti, passioni e torpori.

Per ultimo il capitolo italiano. La splendida fioritura iniziata dai
rosselliniani Rozza città aperta e Paisà e proseguita da // sole sorge ancora
di Vergano, si tacque con l’involversi del neorealismo. Per dieci anni
— salvo le eccezioni di Achtung, banditi di Lizzani e Gli sbandati di
Maselli — il cinema italiano ignorò la Resistenza. La riaccostò Rossel-
lini nel 1959 con // generale Della Rovere, ma quale distanza tra le fre-
menti immagini del prete, dell’ingegnere e della popolana di Rome
città aperta e quella del mezzo-eroe di Montanelli. Non erano soltanto
passati due lustri. Ai giovani spettava, dunque, ora di riandare a quel
periodo cruciale della vita italiana: al Montaldo di Tiro a/ piccione, al
Loy di Un giorno da leoni e di Le quattro giornate di Napoli, al Vancini
di La lunga notte del 43 al Pontecorvo di Kapò, e a qualche altro di più
corto respiro, il Turolla di La 410 sul fucile o il Paolinelli di La legge
di guerra.

In una varietà di temi, di interessi e di risultati il “nuovo” cinema
italiano ha cercato di ricapitolare il passato; di rivedere — se non pro-
prio in senso strettamente storicistico — gli anni dell’ira; di individuare
motivazioni e necessità morali. È solo su questa via, d’altra parte, che
il discorso resistenziale può assumere nuove dimensioni e, in un tempo,
scandagliare più a fondo alcuni dei grandi complessi problemi che
stringono la società contemporanea. Molti di questi sono proprio di
quei giorni del terrore ed è logico che gli ideali della lotta di Libera-
zione trovino giusta prosecuzione e consona dilatazione, ché immobili
celebrazioni — anche se mosse da oneste intenzioni — scarso contri-
buto recherebbero ad un dialogo che di continuo deve aggiornarsi.



35



“La passeggera” - di Andrzej Munk.

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RR STESSA

“Un condannato a morte è fuggito” - di Robert Bresson.

“Ordine di uccidere” - di Anthony Asquith.

qui a fianco: (a sinistra) “Le
quattro giornate di Napoli” - di
Nanni Loy; (a destra) “La luna
è tramontata”. di Irving Pichel.



36

UN RICONOSCIMENTO PER IL LAVORO LIGURE

L’ingegner Mario Marchesi, presidente dell’ Italsider e direttore
generale della Finsider, è stato insignito dal Presidente della Repub-
blica, in occasione della cerimonia del 2 giugno, della croce di Cavaliere
al merito del Lavoro.

La Camera di commercio di Genova ha voluto rendere un parti-
colare omaggio a questo “genovese” di adozione, nel corso di una
simpatica cerimonia tenutasi nella sala d’onore della sede camerale.

All’ ingegner Marchesi e al signor Aldo Galante, altro neo-cava-
liere del lavoro, fondatore del maggior complesso privato che operi
in Liguria nel settore metalmeccanico, hanno manifestato il proprio
compiacimento le massime autorità cittadine ed i maggiori esponenti
del mondo economico e industriale genovese.

‘Tutti hanno voluto sottolineare la validità dell’opera compiuta
a favore del progresso economico di Genova e della sua provincia
dai due insigniti.

Il presidente della Camera di commercio di Genova, dottor Massimo
Risso, ha ricordato tale laboriosa attività ed ha anche voluto sotto-
lineare il significato ed il valore autentico di questa altissima onori-
ficenza, di cui undici imprenditori genovesi sono stati sino ad oggi
insigniti.

Al compiacimento per i due festeggiati si è poi unito il presidente
della Provincia, avvocato Francesco Cattanei, che ha sottolineato in
particolare quanto costruttivo sia stato per il rilancio dell’industria
dell’acciaio nel nostro paese il contributo dell’ingegner Marchesi,
che ne è stato uno dei pionieri ed al quale va il riconoscimento per
l’opera «intelligente appassionata e moderna svolta per dare a Ge-
nova caratteristiche europee e mondiali nel campo della siderurgia ».

L’ ingegner Marchesi, nel ringraziare, ha tenuto a porre in
rilievo che il riconoscimento conferitogli è in realtà dovuto





Un momento della cerimonia nella sala d’onore della camera di commercio di Ge-
nova. Parla l’ingegner Marchesi,

«all’opera di molte persone e di una grande organizzazione genovese ».
‘Tale riconoscimento, indipendentemente dal fatto che riguardi una
grande industria o un’industria di carattere familiare o di medio li-
vello, onora uno spirito di iniziativa che a Genova non è mai mancato.
«Io vedo qui molte persone — ha detto ancora l’ingegner Marchesi
— che almeno per quanto mi riguarda hanno collaborato direttamente
o indirettamente allo sviluppo delle attività industriali genovesi. Per
tutto il loro lavoro, è toccato a me questo alto riconoscimento. Ne
sono grato a loro e alla città. Certo, tutto quello che si sta facendo
a Genova è molto importante e interessante, non solo per questa città,
ma per tutto il paese. Anche quello che si fa lontano da Genova, in
molte altre zone d’Italia,specialmente nel Sud, è partito da qui, da Ge-
nova». À questo proposito l'ingegner Marchesi ha sottolineato che
anche la grande costruzione del quarto centro siderurgico dell’ Ital-
sider è stata realizzata a Taranto « ma è nata a Genova dove c’è il
rassicurante esempio di Cornigliano ». L’ingegner Marchesi ha ricor-
dato ancora la sua « adozione a Genova », dove egli venne ventidue
anni or sono all’inizio della sua carriera, intrapresa con tutto l’entu-
siasmo proprio del suo carattere e dove ebbe la fortuna di occuparsi
di quella grandissima realizzazione che fu appunto Cornigliano. « Io
ho avuto da allora — egli ha detto — moltissimi collaboratori di valore,
di particolari capacità e di grandissima pazienza ed è questo che ha
portato ai risultati soddisfacenti ai quali oggi si è voluto dare un ri-
conoscimento premiando me ».

Al termine della cerimonia alla quale hanno presenziato anche
numerosi dirigenti dell’ Italsider, tra cui l’amministratore delegato
dottor Redaelli e i irettori generali, gli intervenuti si sono stretti
attorno ai due neu ‘nsigniti e li hanno fatti oggetto di una affet-
tuosa manifestazione di simpatia.



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RIVISTA ITALSIDER







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3 1006 RIVISTA ITALSIDER

la copertina: tre sculture in ferro di Carlo
Lorenzetti. ‘ Scultura in ferro smaltato
rosso-nero ” - 1963; ‘ Scultura in ferro
smaltato giallo-nero ’” - 1964; Concavo-
convesso nero-rosso ”” - 1963.

2° di copertina: il Capo dello Stato Giuseppe
Saragat all’inaugurazione del centro siderur-
gico Italsider di Taranto.

3° di copertina: un antico atto notarile, con
il bollo della repubblica di Genova. L’atto
parla, tra l’altro, del trasporto con animali
del minerale di ferro e quindi del ferro la-
vorato per e dalle ferriere del Sassello, di
cui si parla in un articolo di questo nume-
ro della rivista. (Anno 1741).

4° di copertina: una curiosa banderuola in
ferro, posta su una casa colonica a quattro
chilometri da Cecina.

RIVISTA ITALSIDER

bimestrale d’informazione aziendale per il
personale dell’ Italsider - anno VI - n. 3 -
maggio-giugno 1965

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Luciano
Rebuffo

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
segreteria di redazione: ufficio pubbliche re-
lazioni Italsider - via Corsica 4 - Genova -
telefono 5999

in questo numero fotografie di :

M. Agosto, Genova - K. Blum, Berna -
Casali, Milano - Civirani, Roma - Deutsches,
Museum, Miinchen - Giornalfoto, Trieste -
Italfoto, Genova - Fototeca Italsider - U.
Mulas, Milano - Publifoto, Genova Milano
Napoli Roma - S. Pucci, Roma - G. P.
Salvati, Roma.

La riproduzione è subordinata alla citazione
della fonte.

Autorizzazione del tribunale di Genova
N. s16 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

Stampa: AGIS-Stringa - Genova
Clichés: Ceriale - Genova; Denz - Berna
Carta Solex-Burgo

Carlo Lorenzetti vive e lavora a Roma, dove è nato nel 1934. Fu il più giovane tra i cinquan-
ta artisti invitati da ogni parte del mondo alla mostra ‘Sculture nella città”, tenuta a Spoleto
nel 1962. Per quell’occasione, Lorenzetti eseguì nello stabilimento Italsider di Savona la sua ope-
ra in ferro di maggiori dimensioni. È considerato uno dei più dotati scultori italiani della sua ge-

nerazione.

Nelle sue opere più recenti egli usa lamiere di acciaio sagomate e piegate in forme quasi geome-
triche e industriali, e dipinte con vivaci e lucidi colori a smalto. Di lui scrive Cesare Vivaldi, nella
presentazione all’ultima personale romana : « Lorenzetti riesce a trasfondere, nelle sue forme in-
combenti, lucide, quasi meccanicistiche e persino minacciose, una sorta di aerea lievità. Gli spun-
zoni, le creste, le pinne taglienti si trasformano in ali ; i gialli, i rossi, i neri, i bianchi squillano
come bandiere ; e tu già vedi la batteria di missili-sculture, ch'egli tiene allineata nel suo studio

come una rimessa, fendere lo spazio stellato ».
IN QUESTO NUMERO

Il Capo dello Stato a Taranto

La presenza del Presidente della Repubblica ha voluto sottolineare il significato della cerimonia, nel
senso della consegna al paese del grande centro siderurgico di Taranto, al quale abbiamo dedicato lo
scorso numero della nostra rivista. Il discorso di Giuseppe Saragat.

La prima colata del nuovo altoforno di Trieste

La coincidenza di due significative cerimonie: la consegna del premio agli anziani dell’ Italsider
e l’entrata in servizio di un nuovo impianto in uno stabilimento completamente rinnovato. Il discorso
del presidente della Finsider, professor Ernesto Manuelli.

Il bilancio dell’ Italsider 1964
La situazione economica della società al 31 dicembre 1964 presentata all’assemblea degli azionisti del
29 aprile scorso.

Le vecchie ferriere del Sassello di Lucio Bogzano
Un interessantissimo quanto inedito archivio di alcune antiche ferriere del Sassello, in provincia di
Savona, conservato nelle carte di famiglia di un impiegato dello stabilimento Siac di Campi.

Come nasce a Trieste una lingottiera di Fulvio Tomizza
Il moderno processo di produzione delle lingottiere presso lo stabilimento di Trieste, visto da uno
scrittore e da un pittore della città giuliana.

La Michelangelo
La nave ammiraglia della flotta italiana, assieme alla gemella Raffaello, sono prova dell’alta capacità
dei tecnici e delle maestranze dei cantieri e della moderna e razionale industria siderurgica italiana.

Il Deutsches Museum di Monaco di Luciano Rebuffo
A Monaco di Baviera si trova uno dei più importanti musei del mondo per la storia della scienza e
della tecnica. Dai minerali, dalle miniere, attraverso interi cicli di lavorazione, si arriva fino ai pro-
dotti finiti come automobili, treni, aerei, navi.

Capi, organizzazione, fattore umano
Una conferenza del dottor Enrico Redaelli al FAST di Milano sulle nuove tecniche di formazione
dei capi adottate all’ Italsider.

L'edilizia prefabbricata in acciaio di Giuseppe De Martino
La prefabbricazione in acciaio rappresenta il sistema costruttivo più idoneo per industrializzare 1’ edi-
lizia dei nostri giorni.

Un’inchiesta sull’ Europa di fronte ai paesi in via di sviluppo - 3
a cura di Francesco Cesare Rossi

Le risposte di due altre personalità francesi concludono, con questa terza puntata, la nostra inchiesta
sull’ Europa di fronte ai paesi in via di sviluppo.

Un viaggio nel mondo dell’acciaio
Lo stand dell’ Italsider alla 43? fiera internazionale di Milano consentiva un ideale e simbolico viag-
gio nel mondo dell’ acciaio.

Nuovi libri economici in Italia di Sam Carcano
In un attento articolo il nostro collaboratore affronta il problema delle nuove edizioni economiche
uscite in Italia, che hanno condotto il libro alla portata di tutti, facendolo passare dalle librerie fino
alle rivendite delle stazioni ferroviarie e alle edicole di giornali.

Lo stallo delle “vecie” a Verona
Una curiosa insegna in lamiera dipinta, in una antica casa di Verona.

di Giuseppe Silvestri

Il cinema della libertà di Claudio Bertieri
Una rassegna, necessariamente sintetica, della produzione cinematografica mondiale che ha affrontato
il tema della Resistenza. Molti dei film citati sono stati visionati a cura dei circoli aziendali Italsider.

Un riconoscimento per il lavoro ligure
Una manifestazione alla camera di commercio di Genova in omaggio al neo- cavaliere del lavoro
ingegner Mario Marchesi.

II

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IL CAPO DELLO STATO A TARANTO

La visita che il Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, ha
compiuto il 10 aprile scorso al centro siderurgico di Taranto ormai
in piena attività produttiva, ha assunto il significato di una presenta-
zione ufficiale al paese di questo grande, modernissimo complesso
industriale. Esso è il risultato di un poderoso sforzo comune, grazie
al quale è stato possibile giungere ad un fondamentale punto di svolta
nell’industrializzazione del Mezzogiorno, come ha detto il professor
Petrilli, presidente dell’ IRI, nel suo discorso di saluto.

‘A Taranto è stata vinta un’altra battaglia per quella rinascita del
nostro Sud che è insieme cardine di azione economica e obiettivo
morale: una battaglia e una vittoria, ha sottolineato il ministro Bo,
di cui oggi è legittimamente possibile rivendicare al sistema delle
partecipazioni statali una gran parte del merito.

Per ricevere e festeggiare il Capo dello Stato in questo suo contatto
con il mondo del lavoro e della produzione nel Sud, era convenuta
nello stabilimento, che nell’occasione è stato benedetto da S. E. mon-
signor Motolese, arcivescovo di Taranto, una folla di invitati e di lavo-
ratori con i familiari. La Ceca era rappresentata dal presidente dell’alta
autorità, onorevole Del Bo. Erano presenti, oltre ai ministri Bo, Pastore
e.Reale, al sottosegretario Guadalupi e al professor Petrilli, il profes-
sor Golzio direttore generale dell’Iri, il presidente della Finsider pro-
fessor Manuelli, il presidente dell’ Italsider ingegner Marchesi con l’am-
ministratore delegato dottor Redaelli, il condirettore generale della Fin-

La soffiata dell’ ossigeno nel convertitore LD.



sider dottor Capanna, il presidente della Cosider ingegner Calonaci,'di-
rettori e vicedirettori generali dell’Italsider, i direttori dei vari stabilimen-
ti, rappresentanti delle commissioni interne e dei lavoratori anziani. Erano
pure presenti numerosi azionisti, clienti, fornitori, alti esponenti dei
maggiori complessi siderurgici d’Europa e d’America e del mondo
finanziario, economico, industriale italiano, e un folto gruppo di gior-
nalisti.

Gli italiani hanno potuto seguire in ogni fase, attraverso un sug-
gestivo servizio televisivo diretto e gli ampi resoconti della stampa,
la visita del presidente al centro siderurgico di Taranto. Pubblichiamo
qui il discorso che Giuseppe Saragat ha pronunciato durante questo
suo significativo incontro con la nuova realtà del nostro Mezzo-
giorno.

Sono sinceramente grato a tutti per le accoglienze tributatemi : grato
agli oratori che abbiamo or ora ascoltati, per le cortesi parole di benve-
nuto rivoltemi ; e grato a tutti voi, quanti siete qui presenti, per la vostra
così viva, affettuosa cordialità.

Anche questo mio viaggio, a non molta distanza di tempo dal primo,
ha per mèta il Mezzogiorno. Dopo la visita fugace in Sicilia — che fu
il viaggio, come là dissi, della simpatia e della speranza — eccomi oggi
difatti in mezzo a voi, cittadini di Taranto, in quest'altra estrema zona
dei nostri confini meridionali, in quest'altro quadrante della grande fron-
tiera che è il nostro Mezzogiorno.



È forse necessario dire che anche questa scelta non è stata casuale?
È forse il caso di aggiungere che anche rispetto a voi io sono portatore, a
nome dell’intera nazione, di un identico messaggio, di una eguale testi-
monianza di simpatia e di speranza?

Ma vi è un’altra coincidenza ancora, che rende questo mio viaggio
tanto simile al primo : ed è che io sono qui, anche oggi, per solennizzare
l’entrata in funzione di un grande stabilimento industriale, questa volta
rappresentato dal complesso degli impianti del quarto centro siderurgico
dell’ Italsider.

E anche in questa occasione voglio recare agli italiani del Mezzogiorno
l'assicurazione che lo stato ha preso effettivamente e seriamente coscienza
della realtà meridionale e si adopera per mutarla. Voglio anche additare
e per così dire addurre le prove di ciò che si è fatto e di ciò che concreta-
mente può essere e deve essere fatto, affinché ci si convinca che non siamo
più nella fase delle promesse, ma che siamo entrati nel ciclo delle esecuzioni
e delle opere, anche se, senza dubbio, questo ciclo non sarà breve né scevro
di difficoltà.

Queste prove, appunto, sono gli impianti che inauguriamo ; sono le
macchine, le installazioni, le opere che, trapassate dagli schemi e dalle
formule dei programmi nella realtà delle cose, sono diventate entità mate-
riali, concrete, visibili.

Tutto ciò può ben dirsi, in particolare, riguardo agli impianti che ab-
biamo appena ora visitati. Si tratta di un complesso davvero imponente,
moderno, senz'altro degno di un paese avanzato e civile, senz’ altro me-
ritevole della fierezza con cui ne parlano i realizzatori. Fierezza legittima :
esso è costato studi, passione, travagli, denaro, fatiche. Ha impegnato
uomini illustri e di grande valore ; e qui desidero menzionarne, per tutti,
uno, un uomo che è adesso purtroppo scomparso : il compianto Salvino
Sernesi, al cui nome, per la parte che egli ebbe in questa impresa come
direttore generale dell’IRI, lo stabilimento è stato oggi intitolato e alla cui
memoria perciò è giusto che noi eleviamo in questo momento il nostro reveren-
te pensiero. Ha impegnato i responsabili degli enti pubblici di cui il complesso
è emanazione. Ha impegnato i dirigenti, i coadiutori, i tecnici. Ha impe-
gnato il lavoro paziente, quotidiano, anonimo, meritorio e prezioso, di mi-
gliaia di operai, trentacinque dei quali, anzi, nel corso dei lavori, hanno
immolato in quest'opera la loro vita e che perciò accomuniamo, nella reve-
renza della memoria, alla memoria di Sernesi.

Ma ecco che noi coroniamo, oggi, il risultato di tutta questa somma di
sforzi, di sacrifici, di intelligenza e di lavoro umano. E lo salutiamo come
un segno e come un pegno di progresso e di avvenire, in una zona che pro-
prio di questo — di progresso e di avvenire — ha più che mai bisogno.

Si discute ormai da oltre un secolo della questione meridionale che si
presentava già ai nostri padri come l’impegno massimo della raggiunta
unità nazionale. Per gli uomini della nostra generazione la questione me-
ridionale si presenta, ancor più che come un impegno, come una sfida ;
sfida che abbiamo raccolto e della quale l’ Italia sorta dalla Resistenza
deve trionfare.

Nell’arduo cammino per la risoluzione della questione meridionale, il
complesso industriale che abbiamo inaugurato non è certo un traguardo,
né si propone di esserlo, ché anzi esso si pone come stimolo e centro di pro-
pulsione. Ma è certamente una tappa, e una tappa importante.

Tutto ciò che si è speso per realizzarlo — denaro, lavoro, tenacia,
sacrifici — darà i suoi frutti : susciterà altro lavoro, produrrà ricchezza,
benessere. Si tratta infatti di un’opera — come abbiamo sentito — conce-
pita non già secondo criteri “assistenziali”, bensì produttivistici : destinata
cioè, non ad un lavoro che giustifichi la corresponsione di una mercede a
un certo numero di persone, ma, in sé, intrinsecamente improduttivo ;
bensì a un lavoro proficuo, oggettivamente ed economicamente redditizio.

E precisamente di questo che il Mezzogiorno ha bisogno ; è per questo
sentiero che bisogna incamminarsi.

Giusto è dunque tributare plauso e lode a coloro che quest'opera hanno
voluta e realizzata, ringraziarli per quello che hanno fatto: Essi infatti
non solo hanno dato prova di coraggio e di fede, ma — quello che più conta

nella prospettiva del tempo — hanno veduto giusto, hanno imboccato la
strada giusta.

L’augurio che formuliamo è che il futuro assecondi quest’urto e questo
assalto contro un secolare destino ; che gli anni venturi conducano, per voi,
per noi, per l’ Italia, quell’èra nuova, che è davvero oggetto d’infinita
Speranza.







in alto: il Presidente della Repubblica assiste in acciaieria alla “soffiata” di uno dei due
convertitori: con lui sono, tra gli altri, il ministro Bo, il professor Petrilli, il professor
Golzio, l'ingegner Marchesi e l’ingegner De Franceschini.

al centro: l’ingegner Marchesi illustra le finalità del centro siderurgico di Taranto.
qui sopra: l’ingegner De Franceschini, direttore del centro siderurgico di Taranto, con-
segna al presidente Saragat a ricordo della visita una targa in acciaio e oro con i simboli
della struttura atomica del ferro.





hi

LA PRIMA COLATA DEL NUOVO ALTOFORNO DI TRIESTE

Il nuovo altoforno con caricamento a nastro,







La prima colata del nuovo altoforno alla presenza delle autorità.

Dopo Taranto, Trieste. La vecchia ‘“ferriera di Servola” si è radi-
calmente rinnovata, è divenuta un moderno centro produttivo, inse-
rito utilmente e armoniosamente nel tessuto della nuova siderurgia
Iri-Finsider. Nel quadro del piano di rinnovamento dell’industria del-
l’acciaio a partecipazione statale, Trieste ha così trovato il suo posto.
Lo stabilimento ha subìto, dall’inizio del 1962 ad oggi, un radicale

La sala di controllo del nuovo altoforno.



Il saluto del professor Manuelli agli anziani” riuniti a Trieste.

rinnovamento strutturale basato su due fondamentali concetti: pro-
duzione non più marginale, ma razionalmente e durevolmente inserita
nel grande quadro produttivo Finsider; dimensioni giustamente pro-
porzionate all’area economica triestina.

Eliminati i vecchi impianti, ormai superati sul piano tecnico, lo
stabilimento è stato specializzato nella produzione di ghisa con par-



6

ticolare riguardo alla fabbricazione di lingottiere, destinate principal-
mente a rifornire le acciaierie degli altri stabilimenti del Gruppo.

Lo stabilimento ha vissuto la grande e attesa giornata ufficiale
del suo rinnovamento il 25 maggio scorso, con la prima colata del
nuovo altoforno avvenuta alla presenza del presidente della Finsider
professor Manuelli, in occasione della annuale consegna dei premi
agli anziani dell’ Italsider. Una duplice cerimonia nella quale si è vo-
luto esaltare l’attaccamento al lavoro e insieme sottolineare la conti-
nuità di una gloriosa tradizione siderurgica che si rinnova.

Dopo aver assistito all’apertura del foro di colata e allo spillamento
della ghisa, gli intervenuti hanno raggiunto la sala modelli della nuova
fonderia, dove ha avuto luogo la premiazione degli anziani. Accanto
al presidente della Finsider erano l’arcivescovo di Trieste monsignor
Santin, che ha benedetto gli impianti, il vice presidente della giunta
regionale professor Dulci, il sindaco di Trieste dottor Franzil, il vice
presidente dell’associazione nazionale lavoratori anziani professor Fa-
letti, l'amministratore delegato dell’ Italsider dottor Redaelli, e il di-
rettore dello stabilimento ingegner Chitter.

«La siderurgia sta attraversando un periodo spiccatamente rivo-
luzionario », ha detto il dottor Redaelli nel corso della cerimonia.
« Tutto è cambiato in quest’ultimo ventennio. E molte cose, che sono
appena cambiate, stanno nuovamente cambiando. Tutto è in rapidis-
simo movimento: impianti, tecniche, organizzazione aziendale. Lo
stabilimento di Trieste, che ha una lunga e gloriosa tradizione e una
travagliatissima storia, rispecchia oggi questa rapida evoluzione tecno-
logica. Esso è stato specializzato nella produzione di ghisa, perché
così vuole la moderna organizzazione di Gruppo che non consente
più — sotto pena di antieconomicità — produzioni generiche e di-
sperse ».

Ciò ha comportato l’installazione di una fonderia che utilizza di-
rettamente la ghisa degli altiforni. Essa è una delle più moderne ed
efficienti d'Europa, dotata com’è di un razionalissimo impianto di
colata diretta che le consente di produrre fino a 150.000 tonnellate
all’anno di lingottiere. Il secondo altoforno dello stabilimento, con
crogiuolo del diametro di cinque metri, ha una capacità produttiva
di 600 tonnellate di ghisa da fonderia al giorno, a regime normale
di esercizio, ed è dotato delle apparecchiature più moderne: nastri
trasportatori a comando automatico per l’immissione delle cariche e
un sistema centralizzato elettronico a nastro magnetico per la program-
mazione delle cariche stesse.

Il rinnovo dello stabilimento, che interessa circa il go per cento
degli impianti, ha comportato anche l’allargamento dell’area dello
stabilimento con un riempimento a mare, la costruzione di una nuova
banchina che consentirà l’attracco di navi di grande tonnellaggio, di
nuovi impianti di agglomerazione e di preparazione del minerale, di
una nuova centrale termoelettrica e di numerosi servizi ausiliari oltre
che il potenziamento della cokeria, che potrà produrre 210.000 ton-
nellate di coke all’anno.

Il professor Manuelli ha rivolto agli anziani un discorso che ripor-
tiamo integralmente.

Mi sia consentito, nella qualità di presidente della Finsider, di rin-
graziare, anzitutto, le autorità qui convenute in questo giorno di parti-
colare importanza per noi. Per la siderurgia italiana questo è un momento
di inaugurazioni ; inaugurazioni dei maggiori stabilimenti come di quelli
meno grandi.

Lo stabilimento di Trieste però non va misurato sul metro delle ton-
nellate di produzione o della superficie occupata dagli impianti. Trieste
è un caso particolare : dovrei aggiungere anche che è stato un caso difficile.
Ricordo (e i lavoratori ed î tecnici lo ricorderanno con me), la vecchia
acciaieria. Veramente quando io la visitai non potei fare a meno di an-
dare con il pensiero agli antri di Vulcano come vengono raffigurati nelle
stampe del Doré. Permettetemi di ricordare ancòra il treno lamiere di
Trieste, che veramente era una vecchia macchina piena di acciacchi che
reggeva e lavorava ma, indubbiamente, era così lontana dalla tecnica
moderna e dalle concezioni attuali della nostra siderurgia che, francamente,
noi ci dicemmo : a Trieste non si possono ammodernare gli impianti esi-
stenti, bisogna rinnovare tutto.

Oggi Trieste è un anello di quella lunga e complessa catena di attività
nostre che vanno dalle miniere oltremare, dall’ Africa, dall’ India, alle
nostre navi, ai nostri porti, alla nostra produzione di ghisa, di acciaio e
di prodotti finiti che sono una linfa vitale per altre categorie di lavoratori.

È noto che ad un lavoratore dell’industria siderurgica ne corrispondono
dieci dell'industria meccanica, cinque o sei dell'edilizia (in periodi di edi-
lizia normale), e quindi una media molto alta di occupazione indiretta.

L'acciaio non è dunque un prodotto fine a se stesso ma una materia
prima per altre trasformazioni. Questo acciaio, che ha origine în così
lontane fonti di materie prime, viene venduto oggi largamente in Italia
ed in cinquanta paesi esteri.

Una vendita così diffusa sta ‘a dimostrare che la nostra siderurgia ha
raggiunto quella efficienza e quella economicità che debbono essere alla
base di ogni attività produttiva. Ma efficienza ed economicità testimoniano
anche della validità di un programma di espansione per cui il nostro Gruppo
sta oggi portando la sua produzione dai cinque milioni degli anni scorsi
ai dieci milioni e mezzo del 1967-68. A questa produzione darà, con oltre
nove milioni di tonnellate, un contributo fondamentale !’ Italsider, la più
grande industria siderurgica italiana e la seconda in Europa, ma penso,
seconda per poco ancòra, perché quando essa raggiungerà la mèta dei nove
milioni di tonnellate, tornerà ad essere la prima industria europea del-
l'acciaio.

Ora, noi siamo — è evidente — tutti orgogliosi e voi lavoratori dovete
ugualmente esserlo, di questo contributo che abbiamo dato alla economia
del paese. Un contributo che negli ultimi due anni è stato particolarmente
importante. Nel 1963, l’Italia aveva importato quattro milioni e ottocen-
tomila tonnellate di acciaio, il che vuol dire che il nostro paese, con l’im-
portazione di materie prime ed al netto dell’esportazione, segnava un
deficit nella bilancia dei pagamenti di circa 400 miliardi di lire.

Ora, noi, pur nella situazione non felice di produttività degli ultimi
due anni scorsi, abbiamo creato con la nostra produzione un freno asso-
luto alle importazioni. Abbiamo sviluppato le nostre esportazioni ed in
questo anno possiamo orgogliosamente dire che l’Italia si avvia ad equi-
librare la sua bilancia con l’estero.

Ho ricordato queste cifre e queste considerazioni perché, vi dicevo, è
orgoglio di tutti poterle vantare e poter dire di esserne stati gli artefici.

Oggi, abbiamo la ventura di avere qui tra noi la parte più eletta di
questi artefici: novanta anziani con oltre trentacinque anni di servizio,
appartenenti a tutti gli stabilimenti dell’ Italsider e centoquaranta con
anzianità da venti a trenta anni degli stabilimenti di Trieste e di Marghera.

Consentite anche a me, che proprio în questi giorni ho raggiunto i qua-
rantadue anni di anzianità di lavoro nel Gruppo che poi è diventato IRI
(e da trenta anni quindi sono nell’ IRI) di sentirmi ‘‘anziano” col cuore
(in effetti anch'io sono iscritto alla vostra associazione) e di comprendere
il vostro stato d’animo, la vostra gioia ed il vostro desiderio di essere qui,
di vedervi, di stringervi le mani, di ricordare le vecchie cose del passato
e di considerare quanti cambiamenti si sono compiuti nel nostro paese e
nella nostra industria.

Oggi siamo “anziani”. Non diciamo che siamo vecchi. È molto facile
ai giovani sorridere di fronte alla nostra ed alla vostra esperienza e con-
siderare come l'istruzione professionale che hanno avuto sia superiore a
quella di chi, cinquant'anni or sono, cominciava in condizioni del tutto
precarie a perfezionarsi nelle tecniche siderurgiche. È facile per i giovani,
abituati ormai ai treni automatici e alle cariche effettuate con il calco-
latore, sorridere dell'esperienza dei siderurgici anziani. Ma l’esperienza
non è fatta solo di tecnica, che si acquisisce, ma anche di saldezza morale,
di forza d’animo, di tutti i sacrifici che la nostra generazione ha dovuto
sopportare.

Ma sono sacrifici che hanno avuto, ed hanno oggi, la loro più bella
soddisfazione. Come dicevo all’inizio, il sentirsi artefici, lungo un arco
di trenta o quarant'anni, di questa trasformazione profonda della nostra
vita produttiva e sociale, è motivo di vivissimo orgoglio. Ma nulla si con-
quista senza difficoltà e sacrificio. I giovani di oggi diverranno gli anziani
di domani. Comprenderanno allora che cosa significhi l’esperienza e la
saldezza del cuore.

Ai giovani, e ai meno giovani, esprimo l'augurio fervido di ritrovarsi
uniti, per molti anni, nel nostro mondo siderurgico e nella vita sociale del
paese, sempre più concordi e affratellati.



.















IL BILANCIO DELL'ITALSIDER 1964

Nell’assemblea ordinaria, svoltasi il 29 aprile a Genova, gli azionisti
dell’ Italsider hanno approvato all'unanimità il bilancio e il conto profitti
e perdite dell'azienda chiusi al 31 dicembre 1964.

L'esercizio ha registrato un utile netto di 17.975.894.762 lire che ha
consentito la distribuzione di un dividendo pari al 6,50% del capitale
sociale al 31 dicembre 1964, ammontante a 262 miliardi di lire.

Riportiamo, come è ormai nostra tradizione, la prima parte del testo
della relazione del consiglio di amministrazione e una sintesi dello stato
patrimoniale e del conto profitti e perdite.

Signori Azionisti,

nel 1964 la produzione mondiale d’acciaio ha raggiunto i 434 mi-
lioni di tonnellate, con un aumento del 13% rispetto all'anno prece-
dente, il maggiore che si sia verificato nell’ultimo quinquennio.

L’espansione della produzione siderurgica è stata particolarmente
sensibile negli Stati Uniti d’ America, in Giappone, nella Germania
occidentale e in Gran Bretagna.

Le produzioni di acciaio dei principali paesi sono state le seguenti:
Stati Uniti: 117,5 milioni di tonnellate, contro 101,2 milioni del 1963
(aumento 16%);

Unione Sovietica: 84,5 milioni di tonnellate, contro 80,2 (aumento 5%);
Giappone: 39,8 milioni di tonnellate, contro 31,5 (aumento 26%);
Germania occidentale: 37,3 milioni di tonnellate, contro 31,6 (aumento
18%);

Gran Bretagna: 26,7 milioni di tonnellate, contro 22,9 (aumento 16%).

Nell’àmbito della Ceca, dove nell’ultimo triennio il livello pro-
duttivo era rimasto costante, il gettito d’acciaio è stato complessiva-
mente di 82,8 milioni di tonnellate, con un aumento del 13%.

La graduatoria dei paesi maggiori produttori d’acciaio è sempre
capeggiata dagli Stati Uniti con il 27% del totale e dall’ Urss con
il 19,5%. Al terzo posto, con il 9,2%, si è inserito nel 1964 il Giap-
pone, che ha superato la Germania occidentale (8,6%). Seguono Gran
Bretagna, Francia, Italia e Belgio. La mancanza di dati ufficiali non
consente di precisare esattamente la posizione della Cina popolare, la
quale è tuttavia da considerarsi tra i primi dieci maggiori paesi pro-
duttori di acciaio.

. apporto percentuale della Ceca alla produzione mondiale d’ac-
ciato è stato del 19,1%, superiore a quello dello scorso anno.

__ Taumento consistente avutosi nel 1964 nella produzione d’acciaio
€ stato determinato da una ragguardevole ripresa dello sviluppo in-
dustriale su scala mondiale.

Le capacità produttive esistenti nel mondo sono state sfruttate in

Misura più adeguata, pur rimanendo un certo squilibrio fra capacità
€ produzione.

LA SIDERURGIA IN ITALIA

L’economia italiana è stata caratterizzata nel 1964 da un’evoluzione
congiunturale sfavorevole, in gran parte determinata dalla permanente
scarsità di investimenti e dalla contrazione della produzione industriale.

Gli effetti della situazione si sono riflessi in modo particolare sul-
l’attività dei principali settori di utilizzazione dei prodotti siderurgici,
il cui mercato ne ha subìto un notevole disagio.

Secondo stime che riteniamo attendibili, il settore dell’edilizia re-
sidenziale ha ridotto la propria attività nel totale del 1964 di circa il
20%, rispetto al 1963, la produzione di carpenteria metallica del 20%,
l'industria meccanica del 12% e quella degli autoveicoli di quasi il
10%; sensibili, inoltre, sono risultate le diminuzioni registrate dai vari
settori delle seconde lavorazioni siderurgiche.

In conseguenza di tale andamento, il consumo nazionale di acciaio,
che dall’immediato dopoguerra era sempre stato in aumento, ha ac-
cusato nel 1964 una netta diminuzione di circa il 15%, passando da
13,6 milioni di tonnellate nel 1963 a 11,5 milioni di tonnellate nel-
l’anno trascorso. Questa situazione si è peraltro fondamentalmente ri-
percossa sull’andamento del commercio estero, con una contrazione
del 30% sulle importazioni, ridottesi da 4,8 milioni di tonnellate nel
1963 a 3,4 milioni di tonnellate nel 1964.

È interessante rilevare che circa la metà delle importazioni del 1964
è stata costituita da semiprodotti, per cui è stato possibile mantenere
sullo stesso livello dell’anno precedente la produzione di laminati,
nonostante che la produzione di acciaio sia invece diminuita da 10,2
a 9,8 milioni di tonnellate, in dipendenza delle interruzioni di attività
causate dai lavori di ampliamento di alcuni impianti del gruppo Finsider
e dalle agitazioni sindacali a carattere nazionale.

La sensibile contrazione del consumo, non avendo trovato corri-
spondenza in una analoga flessione della produzione, ha profondamente
alterato l’equilibrio di mercato provocando notevoli conseguenze sia
sul piano quantitativo, per quanto riguarda i volumi di importazione,
sia sul piano commerciale, per quanto riguarda i prezzi di vendita, il
cui livello, sia pure con sfumature diverse da prodotto a prodotto, è
andato progressivamente diminuendo, fino a stabilizzarsi, verso la
fine dell’anno, sui bassi valori raggiunti.

Per far fronte allo squilibrio determinatosi, è stata intrapresa dall’in-
dustria siderurgica nazionale una vigorosa azione di esportazione.

In cifre, le esportazioni italiane di acciaio sono passate da 1,1 mi-
lioni di tonnellate nel 1963 a 1,9 milioni di tonnellate nel 1964, con
un incremento del 72%.

In conclusione, si è ottenuto, da una parte il collocamento com-
pleto della produzione nazionale, anche con una lieve riduzione delle
giacenze, dall’altra l’assorbimento della flessione del consumo preva-
lentemente a spese delle importazioni e con incremento delle esporta-
zioni. Infatti, a fronte di una contrazione di 2,1 milioni di tonnellate
nel consumo si è avuta una diminuzione di 1,4 milioni nelle vendite
delle acciaierie estere sul nostro mercato ed un aumento di 0,8 mi-
lioni di tonnellate nelle esportazioni.

In complesso, quindi, il 1964 è stato per la siderurgia italiana un
anno particolarmente difficile, tanto più difficile per la coincidenza



MONDO - PRODUZIONE DI ACCIAIO
in milioni di tonnellate













1953 1957 1961 1964
USA HE 104 ME 05: MI »s murs
URSSO Bos: Bse: «6g mo
CECA B_s; M 600 Mons Mms
Giappone Dr |I_6so R 2 R ss
Gran Bretagna |_rs Di e sa B_ 27
altri paesi BO 305 [IE M ss ms;
mondo ERRE PISTE ETRE

ITALIA - CONSUMO APPARENTE DI ACCIAIO NEL 1964
in migliaia di tonnellate











acciaio prodotto EE cas E i
rilaminazione rottami I * 137
importazione n RT] ur: RESI SELE
| prelievo da giacenze 4 + n asa sai
2 esportazione -—_xo8tt
E] consumo de TREES] CIITTARI RO

ITALIA - PRODUZIONE E CONSUMO APPARENTE DI ACCIAIO
in migliaia di tonnellate

















CONSUMO DI ACCIAIO PER ABITANTE NELLA CECA E IN ITALIA
in chilogrammi









Italia media CECA
1953 ma: RESI _
1057 me»: TR SEZA NI
1959 [racc] TEZZE
1961 pr TEEN Re]
1962 REA ANE | EI SESNE!
1963 TERRA |
1964 PRI DES]





PRODUZIONI SIDERURGICHE NAZIONALI E ITALSIDER

in migliaia di tonnellate











1962 1963 1964
Ù Italia MMI 3556 I i
ghisa
Italsider MANN 3.172 [ES ME 5
da CA,
acciai
Italsider INN 4.00 MR « 3.885
IA Italla Ines TRI
laminati a caldo NI ICI =
Italsider MINI 3.079 mi HE 00
itaia MI 1306 1.664 1.858
laminati a freddo — T.__—_— —___— — — —___—
Italsider 517 I 781 Boo ie
Italia 258 319 T 390
latta e lamiere zincate
Italsider 159 201 I 237









con il periodo di massimo impegno di rinnovamento e di espansione
della struttura produttiva, che ha richiesto un poderoso sforzo non
solo tecnico ma anche finanziario.

Il dato assolutamente positivo che chiude l’anno trascorso riguarda
la compiuta realizzazione di imponenti nuovi impianti, premessa in-
dispensabile per mantenere ed accentuare una sana posizione di com-
petitività.

L’ ITALSIDER

La vostra società ha contribuito per la quasi totalità a questa spinta
rinnovatrice, con un’azione resa particolarmente difficile dalla situa-
zione congiunturale.

Possiamo affermare che sotto ogni aspetto il 1964 ha rappresentato
per l’ Italsider una svolta decisiva, soprattutto per il potenziamento
della sua struttura produttiva, attuato in una misura che non trova
riscontro nella storia della siderurgia italiana.

Tutti gli stabilimenti sono stati interessati a questa azione.

NuovI IMPIANTI - Il fatto saliente del 1964, la cui importanza tra-
scende i limiti aziendali, è l’entrata in marcia del centro siderurgico di
Taranto, caratterizzata da una sequenza di avviamenti eccezionalmente
serrata: in giugno è entrato in marcia il treno lamiere; in luglio una
batteria di forni a coke; in ottobre il primo altoforno; in novembre
l’acciaieria LD, il treno slabbing e il treno per larghi nastri a caldo;
nel gennaio di quest'anno un’altra batteria di forni a coke e il se-
condo altoforno.

Nella sua attuale struttura, con due altiforni da 32 piedi, un’acciaie-
ria LD con convertitori da 300 tonnellate, uno slabbing universale,
un treno nastri da 68 pollici ed un treno lamiere da 140 pollici, di ec-
cezionali capacità, lo stabilimento può raggiungere una produzione
di più di 2,5 milioni di tonnellate annue. La sua impostazione è però
tale da permettere futuri potenziamenti fino a triplicare all’incirca la
capacità produttiva.

Nel centro di Taranto, costruito secondo le tecniche più aggior-
nate, particolare attenzione è stata data all’automazione dei processi
produttivi, spinta al massimo in tutti i settori.

Dopo Taranto, lo stabilimento che ha visto le massime realizza-
zioni di impianti è quello di Bagnoli, nel quale, nel mese di agosto,
è stata messa in funzione la nuova acciaieria LD che pone le premesse
per raggiungere una produzione annua di oltre 2.500.000 tonnellate.
La realizzazione di questa acciaieria ha segnato anche un importante
passo avanti nella tecnologia e nel miglioramento della qualità. Quasi
contemporaneamente, infatti, è stata fermata l’acciaieria Thomas.

Alla fine dell’anno erano anche fortemente avanzati gli altri grandi
lavori, fondamentali per il potenziamento di Bagnoli: gli impianti
di ricezione, immagazzinamento e preparazione delle materie prime,
nonché la costruzione dell’altoforno n. 5 (la cui entrata in servizio è
prevista per i primi di maggio), i nuovi forni a pozzo e il potenzia-
mento della centrale termica.

Nell’anno sono stati anche completati la prima fase dell’impianto
per la produzione dell’ossigeno ed il potenziamento del treno per
tondo e vergella.

Quando tutti i lavori saranno compiuti, Bagnoli raggiungerà il
livello dei maggiori centri siderurgici a ciclo integrale esistenti.

Nel centro “Oscar Sinigaglia” di Cornigliano sono entrati in attività
la nuova banchina, i parchi per le materie prime con tutte le attrez-
zature, un nuovo impianto di agglomerazione, un nuovo cowper per
gli altiforni, la seconda linea di zincatura, una nuova linea di ricottura
continua; è stato realizzato il potenziamento dell’acciaieria, del treno
a freddo e dell’impianto di stagnatura elettrolitica ed è stata effettuata
la grande manutenzione di due altiforni, anticipata per uno di essi a
causa delle irregolarità di esercizio dovute agli scioperi.

Nella sezione di Jovi Ligure è stato portato a termine il potenzia-
mento dei servizi. È stato fermato il vecchio treno lamiere.

I lavori attuati a Cornigliano e a Bagnoli assumono particolare
rilievo per le difficili condizioni in cui si sono svolti. Si trattava in-
fatti di realizzare nuovi impianti e di potenziarne o sostituirne altri,
in stabilimenti in piena attività, cercando di ridurre al minimo gli
intralci all’esercizio.







A Piombino è entrato in marcia il nuovo impianto per tubi saldati
commerciali ed è a buon punto l’installazione di un nuovo treno per
profilati medio-piccoli.

Nello stabilimento di 7rieste, la cui fisionomia produttiva viene
radicalmente mutata, è entrata in esercizio la nuova fonderia per lin-
gottiere. Sono in fase di costruzione: il nuovo altoforno, la terza bat-
teria di forni a coke, i nuovi parchi delle materie prime, la banchina
d’attracco che consentirà l’accosto di navi fino a 35.000 tonnellate, la
centrale termica e i relativi servizi ausiliari.

A Lovere sono stati potenziati gli impianti di produzione e di trat-
tamento delle ruote, cerchioni e assili.

Nello stabilimento Siac di Campi è entrato in esercizio il nuovo
impianto Drever per il trattamento continuo delle lamiere.

Anche negli stabilimenti di Savona, di San Giovanni Valdarno e di
Marghera sono stati eseguiti lavori vari di miglioramento e di poten-
ziamento. ;

Con la realizzazione di impianti che abbiamo condotto a termine
o che stiamo ultimando riteniamo di aver corrisposto alla fiducia che
ci avete sempre accordato e che ci ha permesso di assicurare alla vo-
stra azienda una struttura tecnica in grado di competere con quella
delle maggiori società siderurgiche estere.

ProDuUZIONI - Nello scorso esercizio la vostra azienda ha prodotto:
- ghisa: 3.139.000 tonnellate (90% della produzione nazionale);
- acciaio: 3.885.000 tonnellate (40% della produzione nazionale);
- laminati: 3.346.000 tonnellate (41% della produzione nazionale).
Nel settore delle seconde lavorazioni la produzione ha superato
le 400.000 tonnellate, di cui 180.000 tonnellate costituite da tubi saldati.
Nei confronti del 1963 sono state in diminuzione la ghisa (7%)
e l’acciaio (6%); mentre si è avuta una maggior produzione (4%) dei
laminati per il sensibile aumento nei settori dei laminati a freddo e
dei prodotti rivestiti, dovuto all’entrata in funzione o al potenziamento
di impianti.
Durante il 1964 nel settore produttivo si sono impostate determi-
nanti politiche d’esercizio al fine di ridurre i costi e di migliorare la
competitività sotto il duplice profilo dei prezzi e della qualità.

VENDITE - La sensibile flessione accusata nel 1964 dal consumo nazio-
nale ha causato, come è stato illustrato in precedenza, una situazione
altamente concorrenziale sul mercato interno. Per fronteggiare tale
situazione la politica commerciale seguìta dall’ Italsider ha mirato es-
senzialmente al conseguimento di due obiettivi:

- partecipare maggiormente al soddisfacimento della domanda in-

terna, sostituendo principalmente le importazioni;

- incrementare sensibilmente le esportazioni.

Questi obiettivi, a fine anno, sono stati interamente raggiunti.
L’intera produzione aziendale è stata collocata e si è registrato anche
un sia pur lieve alleggerimento delle scorte.

Le nostre spedizioni di laminati sul mercato interno sono risultate
pari, nel 1964, a 2.700.000 tonnellate contro 2.440.000 tonnellate nel-
l’anno precedente. A fronte della flessione del 15% registrata dal
consumo, pertanto, le vendite di laminati dell’ Italsider sono aumen-
tate di oltre il 10%.

L’aliquota del consumo nazionale soddisfatta dalla vostra azienda
è quindi passata dal 28% circa del 1963 al 35% circa del 1964.

Le spedizioni di laminati sui mercati esteri sono aumentate, nel-
lo stesso tempo, da 196.000 tonnellate nel 1963 a 420.000 tonnellate
nel 1964, con un incremento del 115%. Rispetto alle esportazioni
nazionali, però, le vendite all’estero dell’ Italsider sono scese dal 42%
al 39%; particolare questo che conferma indirettamente l’attuazione
della politica di vendita aziendale indirizzata prevalentemente verso
una maggior penetrazione sul mercato interno.

Nel complesso, le spedizioni di laminati dell’ Italsider su tutti i
mercati sono aumentate, nonostante la pesante situazione generale
precedentemente illustrata, del 18% fra il 1963 ed il 1964. Aggiungen-
do ai laminati anche i prodotti di seconda lavorazione, le spedizioni
aziendali di prodotti finiti sono aumentate del 13%, passando da
3.030.000 tonnellate nel 1963 a 3.435.000 tonnellate nel 1964.

Il conseguimento di tale risultato, largamente favorevole sul piano

ITALSIDER - BILANCIO AL 31 DICEMBRE 1964

STATO PATRIMONIALE





ATTIVO al 31-12-1964 al 31-12-1963

immobilizzazioni tecniche 1.020.033.911.205 716.312.548.140

spese fusione Ilva-Cornigliano 1.529.397.965 2.279.397.965

spese fusione Italsider-società

ex elettriche 27.769.782

scorte, commesse in corso e

prodotti 156.204.162.159 130.204.871.850

partecipazioni 2.785.965.413 538.390.645

credito verso Enel per inden-

nizzo società ex elettriche in-

corporate 78.121.640.070

credito verso Enel per partite in

contestazione extra indennizzo 3.860.809.736

crediti finanziari e valori nu-

merari 16.952.033.349 16.078.398.992

crediti commerciali 149.590.435.289 129.535.115.294

crediti vari 23.497.050.805 15.632.302.134

ratei e risconti 12.663.630.513 5.213.027.128
totale 1.465.266.806.286 —1.015.794.052.148

conti d’ordine 497.630.326.865 316.905.393.518

PASSIVO

capitale e riserve 323.464.128.828 230.558.048.543

riserve società ex elettriche in

contestazione con Enel 3.860.809.736

fondi ed accantonamenti 204.650.112.853 196.139.904.098

debiti finanziari a lungo e me-

dio termine 524.733.274.237 347,244.139.980

debiti finanziari fluttuanti 185.039.448.295 102.925.758.341

debiti commerciali 149.632.548.982 86.225.013.615

debiti vari 50.350.932.902 32.079.431.825

ratei e risconti 5.532.406.566 4.786.282.489

residuo utili esercizi precedenti 27.249.125 39.550.542

utile netto 17.975.894.762 15.795.922.715
totale 1.465.266.806.286 1.015.794.052.148

conti d’ordine 497.630.326.865 316.905.393.518

CONTO PROFITTI E PERDITE DEL BILANCIO 1964

utili industriali 54.064,435.228
proventi straordinari 3.328.760.169
interessi su indennizzo Enel 4.365.474.912
rendite diverse 337.549.953
62.096.220.262
oneri generali :
spese generali amministrative 6.349.095.029
imposte e tasse 4.603.175,561
interessi, sconti ed accessori 11.418.054.910
quota ammortamenti e deperi-
menti 21.750.000.000 44,120.325.500
utile netto 17.975.894.762



IO

quantitativo, ha necessariamente comportato delle riduzioni nei prez-
zi, i quali, sensibili alle naturali leggi di mercato, hanno accusato in
pieno, nel 1964, gli effetti dello squilibrio tra offerta e domanda. L’in-
cremento quantitativo delle vendite ha comunque consentito nell’an-
no scorso un ulteriore aumento del fatturato rispetto al 1963.

Il 1964, oltre ad essere stato un anno che ha visto impegnate al
massimo tutte le forze di vendita dell’azienda per superare le difficoltà
di mercato, è stato anche un anno in cui sono state gettate le basi per
l’attuazione dei programmi futuri dell’ Italsider relativi alla produzione
ed alla vendita di prodotti di qualità. In questo senso è stato dato
l’avvio ad una vasta azione di preparazione del personale di vendita
in merito ai nuovi prodotti che l’ Italsider si appresta a collocare sul
mercato e sono stati inoltre iniziati numerosi studi per definire e svi-
luppare le dimensioni attuali e future del fabbisogno nazionale di
prodotti siderurgici di qualità.

APPROVVIGIONAMENTI E TRASPORTI - Nel 1964, nei parchi delle mate-
rie prime della vostra società sono entrati oltre 3 milioni di tonnellate
di carbone, circa 6 milioni di tonnellate di minerali e oltre 500.000
tonnellate di rottame di ferro.

I prezzi ‘“fob” del carbone da coke hanno subìto un aumento,
mentre i prezzi dei minerali di ferro hanno mostrato una tendenza
alla diminuzione. Carbone e minerali di ferro hanno beneficiato della
stabilità dei costi di trasporto, garantita in particolare dall’impiego
della flotta scciale gestita dalla Sidermar, integrata da noleggi a breve
e a lungo termine e dalla possibilità di effettuare a quasi tutti i pontili
le operazioni in regime di autonomia funzionale. A questo proposito
vi ricordiamo che nel corso del 1964 detta autonomia, essenziale per
l’andamento del ciclo produttivo e la concorrenzialità dei prodotti,
è stata confermata per Marghera, trasferita alla nuova banchina di
Cornigliano dal vecchio molo Nino Ronco, restituito al consorzio
del porto di Genova, ed è diventata operante per le attrezzature di
sbarco e imbarco a Taranto.

A Bagnoli sono continuate le operazioni già in autonomia funzio-
nale, cosicché soltanto gli stabilimenti di Piombino e di Trieste non
beneficiano di tale autonomia.

Principali fonti di approvvigionamento sono state, per il carbone,
gli Stati Uniti d’ America e, per il minerale di ferro, il nord Africa,
il Brasile, il Venezuela, la Mauritania e la Liberia.

Ha invece avuto termine il tradizionale rifornimento di minerale
fosforoso dalla Svezia, per la cessata produzione di acciaio ‘Thomas
a Bagnoli.

Gli acquisti di rottame di ferro, il cui costo è aumentato nel corso
del 1964, sono stati effettuati per il 66% sui mercati esteri.

STRUTTURA AZIENDALE - Anche nel 1964 è proseguita quell’opera di
messa a punto dell’organizzazione aziendale che costituisce una costante
nella dinamica della vostra azienda, sia nel campo dell’esercizio sia
in quello commerciale e amministrativo.

In ordine agli obiettivi di decentramento e di specializzazione che
la vostra azienda persegue, gli stabilimenti di Torre Annunziata e
di Cogoleto, secondo i programmi e gli studi a voi noti, sono stati
dati rispettivamente in apporto alla società Derzver e in locazione alla
società Tubi Ghisa.

Per conseguire una migliore efficienza nella vendita di tubi di
acciaio sono stati costituiti i servigi riuniti di vendita per i tubi di acciaio
Dalmine-Italsider.

Altro settore di attività della vostra azienda, nel quale è prose-
guito anche nell’anno trascorso un intenso lavoro organizzativo, è
quello tendente a mettere a punto un moderno sistema informativo
aziendale e di utilizzazione dei nuovi criteri di elaborazione dei dati
resi possibili dall'impiego sistematico dei calcolatori elettronici di
processo ed altri. È questo un campo di attività in pieno sviluppo
al quale sono interessati tutti i settori aziendali.

Un cenno a parte merita infine un aspetto dell’attività organizza-
tiva che non riguarda soltanto 1’ Italsider ma tutte le aziende che fan-
no capo alla Finsider. Ci riferiamo alla programmazione integrata
fra le varie società del Gruppo che va gradatamente attuandosi in
ogni settore, nella ricerca di una migliore funzionalità.

PERSONALE - Alla fine del 1964 il personale della vostra azienda era di
37.102 unità, contro 36.582 dell’anno precedente (escluso il personale di
Torre Annunziata e Cogoleto). È interessante notare che, nonostante
l’entrata in funzione del centro siderurgico di Taranto, che nel corso del
1964 ha determinato l’assunzione di 1.800 persone, il numero comples-
sivo dei lavoratori è aumentato di sole 520 unità, per effetto di una
intensa azione svolta per la migliore e razionale utilizzazione del per-
sonale. A questo scopo è stata sviluppata e potenziata l’attività di
addestramento e di riqualificazione attraverso corsi svolti, a tutti i
livelli, sia all’interno dell’azienda sia ricorrendo a enti esterni.

Alla base di tale azione non vi è soltanto la necessità di comple-
tare gli organici per Taranto, ma anche e soprattutto quella di allar-
gare e approfondire sempre più la preparazione del personale in cor-
rispondenza con la rapida evoluzione tecnologica.

Sono in particolare da segnalare, a questo proposito, i corsi effet-
tuati presso i vari centri IFAP dell’ IRI e lo speciale ciclo di addestra-
mento sistematico di tutti i capi dell’ Italsider con l’impiego di mezzi
audiovisivi. Nel corso dell’anno l’applicazione del sistema retributivo,
fondato sull’analisi e sulla valutazione del lavoro, ed il correlativo
sistema di incentivo, sono stati estesi agli stabilimenti delle seconde
lavorazioni.

Mentre l’estensione dei nuovi criteri retributivi ha potuto attuarsi
senza contrasti, grazie anche ai particolari strumenti di conciliazione
aziendale, la contrattazione sul piano nazionale del premio di produ-
zione ha dato adito ad una serie di agitazioni che hanno investito tutto
il settore metallurgico, e quindi anche la vostra azienda, con una per-
dita di oltre un milione di ore lavorative e gravi perturbazioni del-
l’attività produttiva.

In ogni circostanza, comunque, anche nei periodi più delicati, i
rapporti con il personale sono stati improntati allo spirito ormai tra-
dizionale della vostra azienda.

Anche nei confronti delle organizzazioni dei lavoratori, l’azione
svolta con sincero spirito di collaborazione ha consentito alla vostra
società di contribuire validamente a ristabilire sul piano nazionale un
clima di normalità nei rapporti sindacali.

Nel settore delle provvidenze aziendali, dove l’ Italsider ha conti-
nuato e intensificato la sua azione, segnaliamo, tra l’altro, la cessione
a riscatto di trecento alloggi, in parte costruiti con contributi Ceca,
e l’invio alle colonie marine e montane della società di 3.600 bambini,
figli di dipendenti.

Le attività culturali e ricreative dei circoli e del gruppo sportivo
hanno abbracciato una vasta serie di iniziative anche al di fuori del-
l’àmbito aziendale. Tra le più significative, la collana Italsider di libri
economici diretti a stimolare l’interesse per la lettura tra i lavoratori.

Signori Azionisti,

nel 1964 la vostra azienda ha portato a termine grandiose realiz-
zazioni di impianti destinati ad adeguare le possibilità della siderurgia
italiana alle prospettive di sviluppo industriale del paese, prospettive
che trovano conferma nei piani della programmazione nazionale.

Questi impianti sono stati costruiti tenendo presenti tutti i presup-
posti economici e in modo da ottenere la più elevata efficienza opera-
tiva. Questa è la garanzia più sicura per le fortune della vostra
azienda.

Il 1964 è stato, lo ripetiamo, l’anno di eccezionale impegno per
l’ Italsider. La fase culminante della realizzazione degli impianti e la
particolare situazione finanziaria, di mercato e sindacale hanno collau-
dato la vitalità dell’azienda: ne fanno fede i problemi risolti e le diffi-
coltà superate.

In questo momento, in cui l’ Italsider si è inserita ormai con solide
basi nella concorrenza internazionale, nutriamo fiducia che la conclu-
sione di una così delicata fase di sviluppo aziendale coincida con la
fine della recessione nel nostro paese.

Prima di chiudere questa nostra esposizione, desideriamo dare
atto che l’appoggio dell’ IRI e della Finsider è stato determinante
per conseguire gli obiettivi prefissati, pur nella difficile situazione.

All’ Istituto, alla Capogruppo e a quanti all’interno e all’esterno
dell’azienda collaborano con noi per la sua affermazione, esprimiamo
il nostro più vivo ringraziamento.







LE VECCHIE FERRIERE

di Lucio Bozzano












II

DEL SASSELLO





















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Libro dei conti di una ferriera del Sassello (secolo XVIII).

Le vie della provvidenza sono infinite, e così anche quelle della
storia. A tutti nota è la difficoltà di reperire documenti originali che
riguardano la “storia pacifica” del passato (i documenti che riguardano
le guerre, purtroppo, sono sempre fin troppo doviziosi), e vi sono set-
tori nei quali i documenti scarseggiano in modo particolare. Prendia-
mo ad esempio il settore che riguarda l’antico arsenale delle galee del-
la repubblica di Genova, oppure quello che riguarda il rifornimento
del ferro da parte della repubblica stessa, per non parlare della condu-
zione e della contabilità delle ferriere in epoca non eccessivamente
remota.

Ebbene, proprio per quanto concerne le poco note ferriere della
repubblica genovese, siamo riusciti a mettere le mani su un materiale
prezioso e numeroso, e soprattutto inedito, che meriterebbe bene uno
studio particolare e non un semplice articolo di rivista. Speriamo anzi
che questa nostra segnalazione valga ad invogliare qualche studioso,
o qualche laureando in vena di lavorare seriamente, ad approfondire
l’argomento giovandosi della larga messe di materiale disponibile.

Tale materiale si trova nelle mani di un impiegato dello stabilimento
Siac di Campi, il signor Lorenzo Garbarini, che lo ha trovato nella
soffitta di una sua casa di Sassello. Evidentemente i suoi maggiori
erano proprietari di ferriere e il materiale in questione riguarda ap-
punto tutta la gestione, la contabilità, gli atti ufficiali, le annotazioni
eccetera (quello che si chiamerebbe in sostanza l’archivio) di tali fer-
riere, poste in località Sassello. Si tratta di materiale che spazia attra-
verso più di due secoli e che il signor Garbarini, da vero appassionato,
sta rimettendo in ordine.

Ci risulta anzi che il signor Garbarini, profondamente interessato
alle cose del proprio paese di origine, sta tuttora conducendo scavi
e lavori di interesse archeologico in quel del Sassello, assieme ad altri
volenterosi studiosi. Ma questo esula dal nostro argomento.

Vale solo a spiegarci come mai il signor Garbarini abbia conser-
Vato con devota attenzione tutto il materiale, e lo abbia rimesso in
ordine dividendolo per tipi di documenti, mettendolo in ordine di
data eccetera. Anzi si è spinto più in là: ha battuto a macchina certi
manoscritti di difficile interpretazione e sta cercando di dare una spie-
pr anche ai termini più astrusi o che il tempo ha fatto cadere in

isuso.

Non bisogna meravigliarsi del fatto che i documenti riguardano








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ferriere del Sassello perché tale tipo di fabbriche vi era in passato as-
sai sviluppato ed ebbe anzi, per circa un secolo, una notevole impor-
tanza, come hanno già dimostrato gli studiosi del luogo. A tale
proposito vorremmo citare una impegnatissima opera del professor
Mario Garino “Storia di Sassello” - casa editrice Liguria, Genova.

«L’effetto del passaggio dalla signoria dei D’Oria a quella della
Repubblica si era manifestato, nel volgere di pochi anni, sotto forma
di un’attività che si potrebbe definire quasi sbalorditiva e che portò
ricchezza e benessere a tutto il paese.

« Causa principale di questo risveglio fu l’impianto di nuove ferriere.

« Mentre i tre consignori, dopo essersi preoccupati di arrivare a
possedere ognuno una ferriera, avevano gelosamente conservato il
monopolio di questa industria negando a chiunque il permesso di
impiantarne altre, appena i sassellesi si sentirono liberi da questa proi-
bizione, provvidero a soddisfare, nei limiti delle loro possibilità, alle
richieste del mercato del ferro. È molto probabile che l'impianto delle
prime ferriere sia stato fatto con la progettazione e sotto la guida di
un membro di quella famiglia Pizzorno che ha fama di aver introdotto
questa industria nella vallata dello Stura, e precisamente a Rossiglione,
verso la metà del ’300 e si può ritenere per certo che, appena cessato
il monopolio dei D'Oria, siano stati altri membri della famiglia Piz-
zorno a creare i nuovi impianti, prima all’Olba e poi al Sassello. Evi-
dentemente al territorio del comune non mancavano le qualità neces-
sarie al fiorire dell’industria delle ferriere perché, oltre a una manodo-
pera preparata e affinata per quasi due secoli sotto la signoria dei D’Oria,
disponeva anche di una cospicua estensione di foreste e in più di un
corso d’acqua a pendio tanto notevole da creare, con una certa faci-
lità, dei “salti?” dell'ordine di dieci metri. Questa circostanza, oltre
a permettere un efficiente sviluppo di forza motrice per azionare maglio
e maglietto, favoriva l’uso di un dispositivo che forniva “l’aria sof-
fiat” da spingere nel basso fuoco non solo in quantità maggiore ma
anche a pressione superiore di quanto poteva fornire qualunque altra
apparecchiatura in uso in quel tempo per quello stesso scopo. Forse
è questa la ragione di un così rapido sviluppo delle ferriere nel terri-
torio del Sassello in confronto con quello di altri territori della Re-
pubblica.

«In soli quaranta anni il comune di Sassello raggiunse la produ-
zione del più forte gruppo siderurgico, che era quello della valle dello

12

Stura, con Masone, Campoligure e Rossiglione, e in altri quindici anni
arrivò a superarlo, sia pure di poco. Da una relazione presentata nel
1655 dal podestà di Sassello Pier Maria Gropallo ai ‘protettori di
San Giorgio”, si possono ricavare il nome e l’ubicazione delle sei fer-
riere che funzionavano in quell’anno a Sassello e delle cinque che esi-
stevano all’Olba.

«La relazione cita anche i nomi dei proprietari delle singole fer-
riere, ma su questo punto è rilevabile qualche errore.

« Nel periodo 1670-°72 che è quello che si può considerare di mas-
sima produzione del ferro col metodo del “basso fuoco”, in tutto il
territorio della Repubblica esistevano trenta ferriere che lavoravano
circa 29.100 quintali di minerale per produrre circa 11.600 quintali
di ferro. Nello stesso periodo le ferriere del gruppo Sassello potevano,
da sole, lavorare 13.065 quintali di vena e produrre circa 5.050 quin-
tali di ferro (il gruppo Rossiglione rispettivamente quintali 12.510 e
quintali 4.995 circa).

«Il periodo di prosperità non fu di lunga durata per le ferriere del
Sassello e, dopo un esordio particolarmente fortunato, prima che il
secolo fosse finito era già cominciato un declino, che andava via via
aggravandosi per cause nuove che venivano ad aggiungersi a quelle
che di mano in mano si andavano accumulando. Le ferriere del Sas-
sello erano uscite quasi indenni quando, nel giugno 1625, le soldate-
sche di Carlo Emanuele I di Savoia incendiarono il paese, e due sole
di esse subirono lievi danni in séguito alla terribile alluvione del 1654.
Una enorme quantità di acqua cadde nell’ottobre di quell’anno nella
zona dell’Ermetta, del Beigua e del Dente e ne rimasero fortemente
danneggiate tutte le ferriere allineate lungo la valle dello Stura (Ma-
sone, Campoligure, Rossiglione) mentre a Sassello subirono solo danni
leggeri le due ferriere (quella del Chiappino e quella dell’Erro) che si
trovavano sul percorso delle acque che scendevano dalle falde del-
l’ Ermetta.

«Dopo un°’attività intensa e ininterrotta di quasi un ventennio
cominciarono i tempi grami. Nel settembre del 1672 le truppe savoiat-
de, dopo un minuzioso saccheggio, appiccarono il fuoco a quasi tutte
le case del paese e alle ferriere del Chiappino e dell’Erro. Quest'ultima
rimase inoperosa per molti anni.

«Nel 1702 furono danneggiate da alluvioni alcune ferriere del-
l’Olba, nel 1722-23 lavorarono pochissimo tutte le ferriere della Li-
guria a causa di una eccezionale siccità prolungatasi per oltre dieci mesi.

« A questi fatti, gravi, ma generalmente rimediabili col tempo, ve-
nivano intanto ad aggiungersene altri, meno vistosi ma assai più in-
sidiosi e irrimediabili, perché con essi cominciava ad affacciarsi lo
spettro di una concorrenza che diventava sempre più incalzante. Il
dottor Pedemonte ha trovato, fra le note di un appaltatore della “ga-
bella della vena” la denuncia del numero delle ferriere che andava
rapidamente crescendo nel retroterra finalese a cominciare dalla fine
del 1600. La ragione della prosperità di questa industria che stava
sviluppandosi sulle rive delle due Bormide, era dovuta al vantaggio
di cui i gestori potevano godere acquistando il minerale che veniva
sbarcato a Finale, perché era esente dalla gabella imposta dalla Repub-
blica. (Il finalese era allora spagnuolo - n.d.r.).

« Questa era la minaccia immediata, conosciuta e entro certi limiti
contenibile e affrontabile; ma un’altra minaccia ben più grave andava
intanto maturando nella vicinanza delle miniere di carbon fossile del-
l Inghilterra.

« Grande spauracchio dell’industria del basso fuoco era l’enorme
consumo di legna che a poco a poco distruggeva le foreste. Abbatti-
menti insensati delle piante lasciavano frequentemente il terreno in-
difeso dall’azione dilagante delle piogge che, asportando il mantello
terroso, lasciava scoperta la sterile roccia sottostante e l’appezzamento
rimaneva definitivamente perduto per un’altra raccolta di legname.
Per questa ragione gli statuti “sassellesi’”’ avevano sempre preso in
considerazione la difesa delle ‘‘costiere’’ ma tali precauzioni non ba-
stavano certamente a colmare i vuoti che anno per anno si venivano
a creare nei boschi. Il problema dell’approvvigionamento del legno
era un problema generale del tempo, particolarmente sentito in quei
paesi che avevano bisogno di maggiori quantità di ferro tanto che,
dopo secoli di dubbi e di incertezze, essi si orientarono sempre più
verso l’utilizzazione del carbon fossile come combustibile.

« Chi vinse la gara fu l’Inghilterra ».

Come ben si comprende, l’Inghilterra era in grado di fornire ferro
sempre migliore a prezzi sempre più bassi cosicché i nostri ferrieri
del Sassello dovettero tenersi sempre in agitazione per difendere i
loro interessi, e lo fecero con ripetute suppliche (delle quali il nostro
signor Garbarini ha numerosi esempi) indirizzate al governo. Ma,
come sempre, nessun provvedimento legislativo poteva ovviare ad
una situazione determinata da ragioni economiche operative: era fa-
tale che la conduzione estera stroncasse queste piccole ferriere, at-
trezzate in modo inadeguato ai tempi; era fatale che tutto finisse, come
stava finendo, e che il sassellese ritornasse alle sue caratteristiche agri-
cole dove la voce economicamente più importante tornava ad essere
quella delle castagne.

Vale la pena di osservare che, per ironia della storia, la fine ufficiale
di tali ferriere arrivò con la creazione del regno di Sardegna e con
l’intervento del conte di Cavour (come accadde anche per l’arsenale
marittimo di Genova). Anzi fu sottolineata da una di quelle battute
così care al conte, che la pronunciò nella seduta della camera subalpina
del 21 maggio 1858: « Il mandamento di Sassello ha veramente sofferto
della riforma doganale. Vi erano alcune ferriere in cui si lavorava il
ferro come si lavorava al tempo dei titani; dovevano cadere e sono
cadute sulla testa del ministero ».

Uno studio di un certo interesse, riguardante in genere le ferriere
nel territorio della repubblica, è stato anche condotto dal dottor Ales-
sandro Pedemonte che ne preparò una tesi di laurea all’università di
Genova, intitolata “Ferro e ferriere in Liguria nei secoli XVII e XVIII”.

Interessante è notare che il dottor Pedemonte ha lavorato senza
peraltro conoscere questa larga messe di documenti che è in mano
al signor Garbarini. Egli però trovò all’archivio di stato una vera
collezione di rapporti e di esposti, presentati dagli appaltatori della
gabella sul minerale di ferro (vena) proveniente dall’isola d’Elba, ten-
denti a giustificare presso i protettori delle Compere di San Giorgio
il minor consumo di questa materia prima dovuto ai danni subiti dal-
le ferriere per causa di forza maggiore (siccità, alluvioni, incursioni, de-
vastazioni guerresche eccetera).

Questo dimostra che tali ferriere erano anche nei tempi migliori
in stato di endemica difficoltà, pur riuscendo a fornire nel complesso
una ragguardevole produzione che veniva tutta o quasi inviata a Genova.

Il dottor Pedemonte, nella sua tesi, ha anche aggiornato i dati fa-
cendo un computo del rapporto fra il cantaro (unità di misura del
tempo) e le nostre misure attuali. Un cantaro equivarrebbe a 47,65 chi-
logrammi; un quintale, quindi, a 2,09 cantara. Dai dati raccolti risul-
terebbe così che la: produzione di un chilogrammo di ferro richiedeva
il consumo di 5,5 chilogrammi di “buon carbone”. Supponendo che
i ferrieri di Sassello sapessero contenere il consumo del carbone nei
limiti di una media di 5,25 chilogrammi per un chilogrammo di ferro
e tenendo conto che per ottenere un chilogrammo di buon carbone
col metodo delle carbonare non occorrevano meno di 5 chilogrammi
di “buona legna” (rovere, cerro, faggio), si può calcolare che i sos1
chilogrammi di ferro prodotti in un anno richiedessero un consumo
di almeno 135 mila quintali di legna. Come si vede, un consumo spa-
ventoso di piante che lasciò calve le montagne con tutte le conseguenze
del caso. (Questo, in fondo, avveniva in misura anche maggiore in
Inghilterra finché non fu scoperto il carbone di coke).

Le undici ferriere esistenti al Sassello nel 1655 erano così distribuite:
tre erano state di proprietà dei Doria e precisamente quella del Giovo,
quella del Prato e quella di Chiappino. In quell’anno la prima apparte-
neva alla repubblica di Genova che l’aveva comprata da Stefano Doria,
e le altre due appartenevano a Filippo Fieschi, marito dell’unica figlia di
Gio Batta Doria fu Nicolò. La ferriera del Pian dei Badani era di pro-
prietà dei fratelli Giovanni e Nicolò Pizzorno, quella dell’Erro era
degli Spinelli e quella dello Stagno era di Bernardino Badano. A queste
ferriere venne ad aggiungersi, in séguito, quella della Tripalda fatta
costruire da Giuseppe Pallavicino. In Olba, delle cinque ferriere esi-
stenti, tre erano dei membri della famiglia Pizzorno e due erano di
Giovanni Vassallo. A queste se ne aggiunse una sesta nel 1667 fondata
da Giovanni Antonio Raggio.

Il prezioso materiale di proprietà Garbarini consentirebbe, con uno
studio profondo, di scendere addirittura nei dettagli della produzione





di alcune di queste ferriere, perché consta di centinaia di documenti,
di numerosi appunti interni, e soprattutto dei libri contabili, grossi
volumi ovviamente scritti a mano ma con una precisione che nulla
ha da invidiare alle nostre moderne macchine calcolatrici o rendiconti
a schede perforate.

Vi sono anzi delle partite doppie le cui pagine, aperte davanti a
noi, hanno la precisione e la nitidezza di una composizione a macchina.

Di particolare interesse è poi un libriccino a rubrica, che sa-
rebbe un libretto dei cambi internazionali, dal quale appare la lar-
ghezza degli affari che queste ferriere dovevano avere in certi periodi.
Ogni piazza è distinta nelle sue monete di cambio, e nei relativi cambi.
Si dice ad esempio di Genova: «la moneta in Genova più comune
nei cambi è la lira fuoribanco, ed è altresì quella usata nei pagamenti,
e vale soldi 20 e denari 12. La piastra di lire 5,15 è immaginaria e vale
soldi 115 fb. Lo scuto (sic) oro marche è pure immaginario ed ha
l’aggio di 22-2/5 sopra lo scuto (sic) argento di lire 7,12 banco... ».

D'altra parte si apprende che Genova cambiava con le seguenti
piazze: Napoli, Roma, Livorno, Venezia, Milano, Augusta, Vienna,
Trieste, Amburgo, Firenze, Costantinopoli, Palermo e Messina, Lon-
dra, Barcellona, Gibilterra, Francia, Amsterdam, Lisbona, Torino,
Spagna, Bologna. Per ciascuna piazza è naturalmente elencato l’im-
porto in lire, soldi, denari.

Il libriccino dei cambi non è più grosso di un comune libretto
da messa. Ma a quali documenti dare la precedenza nella citazione,
in mezzo a una montagna di carte di eguale valore? Vi sono per esem-
pio numerosissimi atti notarili, uno dei quali riguarda l’impegno di
pagare ed estinguere un debito nel « portare dal ponte luogo con due
sue bestie alla Ferrera posta nella giurisdizione del Sassello, o a quella
chiamata la Tripalda, o a quella nominata la Ferrera Nuova, tanta vena,
e da dette ferrere al ponte luogo nel magazzeno del detto signor Ba-
dano tanto ferro in ragione di soldi 10 per ogni cantaro in pace, som-
mariamente, e senza lite ».

È chiaro dunque che i trasporti del minerale di ferro (vena) che
proveniva tutto dall’isola d’Elba ed era sbarcato ad Albisola avveni-
vano a dorso di mulo e così i trasporti del ferro lavorato, che era quasi
sempre destinato a Genova.

Riportiamo, a titolo di curiosità, un
della ferrera della Tripalda” del 1791.

“inventario dei ferramenti

I79I C 25 Giug.
INVENTARIO DEI FERRAMENTI DELLA FERRERA DELLA
TRIPALDA

1) Maglio in peso C.a 3,76 a L. 2,10 il R.bo L.
2) Altro maglio în peso C.a 5,25 a L. II,I0O

il R.bo »
3) Azzarino del Maglio C.a 6,20 a L. 8,10

il R.bo »
4) Boga C.a 5,29 a L. 7,10 il R.bo »
5) Due Magli e tre Forsi da battere n. 1 ga-

vaino C.a 1,89 a L. 5,10 il R.bo »
6) n. 2 forni da scaldare, uno da ancore, una

Maglietta con due anelli in peso C. 1,90

a L. 5,10 il R.bo »
7) Una vinetta di ferro n. 3 anzini, due col

manico di legno: raspone e raspino, tavola

di ferro, due verzelle, due latarole, palletto,

serva, due anzinetti, rebebba, chuchiaro,

cinque ferri per serrare la canna e Lucello,

un chiodo ed un pal di ferro per sollevare

la pietra C.a 3,39 a L. 4 il R.bo » 81,74
8) Due badili buoni e due laceri » 4
9) Un valletto lacero » 2,I0
10) Chunei, Brilla, Brillotto e Chiaponi C.a 0,70
a L. 3,50 il R.bo »
Quattro fili di ferro della Ferrera e Ma-
glietto per tirar l’acqua calcolato in lavoro
R.bi 12 a L. 5 il R.bo » 60
Una Chiappa di ferro agro che serve per
copertura della Banchetta del Fucinale in
C.a 0,9I a L. 9,15 il C.ro »

56,8 56.8

362,5 362:5

316.4
238.0I

316,4
238,0I

62,74 62:74

62,14 62:I4.I

81:74
2:10

13,13 13.13

II)
I2)

8:16.8 8:16.8



13

13) Due Zappe L. 3
I4) Cinque coppi che sono di più agli alberi,
cioè tre all’albero del Maglio e due all’al-
bero del Maglietto, con una chiave che
sostiene la cappa della Ferrera, calcolato
il tutto a Lavoro R.bi 10 1/2 a L. 4 il R.bo » 42
Cant.a uno e rotoli sei ferro crescimento
della consegna come appare dalla seguente

15)

carta estimato a L. 16 il cantaro » I6:194
16) Per crescimento D. (?) 5 rame estimato a
B.22 la libra » 5.10

(L. 1337:04-4) L. 1335:16.6
(Le cifre si riferiscono a lire, soldi, denari).

Possiamo aggiungere, sempre ad uso degli studiosi che ci auguria-
mo interessati al problema, che due disegni originali delle ferriere in
questione, eseguiti al Sassello da un maggiordomo di casa Pallavicini
ultimo proprietario, si possono vedere presso lo stesso professor
Mario Garino.

Non sappiamo quale fosse in Genova l’uso del ferro sassellese, ma
è certo che, essendo esso particolarmente pregiato, era adibito agli
usi più nobili e più pesanti tra i quali molti di carattere navale: àncore,
catene di àncore, testate della grua di capone eccetera, e cioè larga-
mente impiegato nell’arsenale genovese.

Grazie dunque alla cortesia di un impiegato della nostra società
abbiamo potuto rendere nota qui l’esistenza di un prezioso e, ripetia-
mo, inedito materiale che riguarda la lavorazione del ferro in una
particolare zona della repubblica di Genova e in un’epoca che risale
indietro di almeno due secoli.
















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La rubrìca dei cambi, in uso presso una ferriera del Sassello (secolo XVIII).

14 \

COME NASCE A TRIESTE UNA LINGOTTIERA

di Fulvio Tomizza

disegni di Marino Sormani

L’altoforno eruttava zaffate di scoria incandescente. Il loppaio
ci intimò di allontanarci, ché altrimenti ci saremmo potuti scottare
le “manine”. Con cura e precauzione, armato di una lunga asta, li-
berò l’uscita otturata dalla /oppa (0 scoria) che si espandeva accumu-
landosi su se stessa come una pasta di pane troppo lievitata. Un inin-
terrotto rivolo di fuoco saettò lungo il canale incavato fra due sponde
di terriccio nero, seguì il tracciato slittando a destra: precipitava
ora, come una cascata, in uno spruzzo di acqua marina sottostante,
ingrigendosi e solidificandosi all’istante tra esalazioni di gas forti
di zolfo. « Viene usato nei cementifici » ci spiega il caporeparto.
Da un parapetto guardiamo la montagnola di loppa ormai sgreto-
lata che ci ricorda la polvere di pietra accumulantesi ai bordi delle
strade carraie.

Ma gli occhi degli altri sono volti a quell’imprevedibile dominatore
dello stabilimento — oggetto di cure e di reverenziale timore a un
tempo — che è l’altissimo, massiccio altoforno. « Tra poco ci sarà
la colata » ci ammaestra ancora il caporeparto. « Dalla combustione
del coke e del minerale che si versa dall’alto si generano appunto la
scoria e la ghisa. La scoria, più leggera, galleggia; come ha visto, l’ab-
biamo appena tolta. È ora la volta della ghisa che uscirà da quel foro
praticato più in basso ». Operai ricostruiscono i canali devastati dalla
precedente colata; con il rovescio delle pale lisciano le due sponde di
terriccio che scendono intersecandosi fino a una graticola attraverso
la quale scorgiamo, nel sottostante scantinato, un lungo calderone
— con termine azzeccato lo chiamano si/zro — pronto ad accogliere
la ghisa. Al foro da cui essa uscirà viene appostato il martello pneu-
matico che con rumore sordo, come intaccando una parete di roccia,
incomincia a trivellare lo strato di malta refrattaria con la quale un
pressoché identico ma contrario congegno — la macchina tappatrice
— aveva tenacemente chiuso ogni spiraglio. Il rumore sempre più
acuto d’improvviso si attenua: della parete che ci divide dalla ghisa
pronta a prorompere non è rimasto che un esile strato.

Tre operai, chiamati fonditori, afferrano un tubo lungo e sottile,
lo infilano in un’interminabile gomma attraverso la quale fluirà l’os-
sigeno. Muovono ora, con passo uniforme e sicuro, verso l’antro
dell’altoforno come all’assalto dell’ultimo baluardo di una fortezza.
Fuoruscendo dal cannello che reggono in mano, l'ossigeno si abbatte
sulla parete surriscaldata alimentando un’alta fiamma che servirà
a sciogliere l’ultimo ostacolo. Ma il tubo decresce nelle loro mani ed

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La macchina lanciaterra per la formatura delle lingottiere.



al primo si sostituisce un secondo e poi un terzo, che a vista d’occhio
vengono spappolati dal calore dell’altoforno, e dal fuoco che essi
stessi producono, come grissini. I fonditori sembrano volersi arren-
dere, ma solo per un attimo. Giace lì a terra una lunga e grossa mazza
che tosto afferrano, e, con passo più deciso, cadenzato, fiduciosi uni-
camente nel loro coraggio e nelle loro forze unite, si buttano a capo
chino sull’occhio del ciclope. Una fiammata più alta, un debole bron-
tolio; vapori si levano densi avvolgendo le grosse tubature che alimen-
tano d’aria calda l’altoforno. Dall’occhio devastato la massa bollente,
temibile, ha come un’esitazione: si riversa quindi regolare, sicura,
lungo il canale. A differenza della scoria, il rivolo di ghisa è più puro
e impenetrabile alla vista come un sole liquefatto. Lo sentiamo colare
deciso nella sottostante apertura del siluro in uno stillicidio martellan-
te e pieno.

Con il caporeparto Mitri attraversiamo lo spiazzo che ci separa
dalla fonderia, scansando un camion carico di materiali e la macchina
di un capotecnico che ha terminato il proprio turno. La vasta fucina
(dove si mescolano luci e rumori, fumi e ombre che definiremmo
sotterranei), è per quasi un terzo occupata dal macchinario destinato
alla lavorazione della cosiddetta terra di fonderia: una polvere nera com-
posta di sabbia silicea, argilla e bentonite. In un angolo giacciono
le forzze in legno per le lingottiere che, a seconda dell’ordinazione e
quindi della forma che si vorrà dare al lingotto d’acciaio, sono qua-
drate, piatte o a bottiglia. Il carroponte scivola sulle nostre teste
protette dal prescritto casco, lanciando agghiaccianti fischi di sirena
quando la benna di una gru muove oscillando in nostra direzio-
ne. Una manovra del gruista dall’alto del suo gabbiotto, e la gran-
de tenaglia si apre, afferra la s/affa, l'involucro entro il quale viene
infilata la forma.

Tra la parete interna della staffa e il modello in legno si crea un vuoto
che un’apposita e complicatissima macchina — ci ricorda vagamente
il congegno di una trebbia — riempie di terra di fonderia con un
fortissimo getto di aria compressa. Nello stesso tempo, a pochi passi
di distanza, altri operai stanno allestendo le 4wize: blocchi neri che
sembrano inanimate sculture del più freddo Novecento. Intorno ad
un’armatura viene ancòra stipata della terra di fonderia versata entro
la cassa d’anima; la costruzione che ne esce, successivamente spruz-
zata, lisciata e verniciata con cura (gli operai addetti a questa mansione
hanno la meticolosità e quel pizzico di stravaganza proprie degli im-

















Si
seno



Il carro-siluro colmo di ghisa entra in fonderia.

bianchini) costituisce grosso modo il cuneo, il pieno della lingottiera;
è la forma provvisoria del lingotto di acciaio cui tenderanno altri
operai di un altro stabilimento dell’ Italsider. Per il caporeparto il
procedimento è fin troppo facile; sorride stupito ai nostri occhi vaga-
mente smarriti, alle nostre domande che tradiscono un inizio di con-
fusione: « L'anima, come vede, è più piccola » ci spiega. « La ghisa
verrà versata nel vuoto lasciato tra essa e la terra costipata della staf-
fa». Non ha ancòra finito di ammaestrarci che un gancio si abbassa,
afferra l’anima e la infila nella staffa. Due operai le fissano assieme con
cunei e grosse viti. Il tutto viene risollevato e deposto su un carrello
che si avvia verso la stufa. Da questa — riscaldata ad aria calda —
staffa ed anima saldamente unite vengono lasciate raffreddare prima
di poter accogliere la ghisa liquida.

Un fischio più familiare ci fa intanto voltare, non di scatto, verso
l’ingresso della fonderia: una locomotiva verde e rossa, di un mo-
dello un po’ antiquato, arranca sbuffando in nostra direzione, trai-
nando il siluro dall’ampio ventre empito di ghisa. Come esso raggiun-
ge il posto stabilito e l’allegra locomotiva si allontana in retromarcia,
ci arrampichiamo sul ponte dove si piazzano i colatori, dalla tuta
i guanti e i gambali alluminizzati, e con in mano la visiera di vetro
colorato per proteggere il viso. Il carropontista è puntuale nell’avvi-
cinare al siluro la siviera: il recipiente cioè che riceverà la ghisa e la
verserà tra l’anima e la staffa ormai asciutte. È la volta del primo co-
latore che, premendo un pulsante, fa lentamente abbassare la bocca
del siluro. Questo enorme ombelico, slabbrato per le incrostazioni
della precedente ghisa versata, ci richiama suggestive visioni lontane,
proposteci dalla mitologia greca e dalle sacre scritture. Non è esso
l’antro per cui si precipita irrimediabilmente nell’infuocata Etna?
E l’interno incandescente, in cui si attorcigliano lingue di fuoco, non
è la fornace nella quale i tre fanciulli ebrei in Babilonia, non toccati
dalle fiamme, levavano inni al Signore?

Ma il semplice meccanismo che fa via via abbassare la bocca sulla
pronta siviera ci ridimensiona ben presto le immagini facendoci ora
pensare a un gigantesco, rudimentale sistema di travaso di un liquido
prezioso e incontrollabile. Il getto non dà suono: è un rumore sordo,
sfuggente, leggermente metallico. Nella siviera la massa vischiosa
cresce, è ormai all’orlo. Altra manovra del colatore e l’enorme siluro
in un lieve moto rotatorio risolleva la bocca, sbavando un po” di ghisa
che si solidifica all’istante. La ghisa è stata versata dentro la siviera



15



Pulitura e sbavatura delle lingottiere.

con abbondanza; gli altri colatori, armati di lunghe palette, ne lisciano
la superficie. E, come a un miracolo, si leva tutt'intorno un festoso
sfavillio, un prolungato scoppio di bengala, che da solo basterebbe
ad animare una notte di vigilia. Le scintille muoiono ai nostri piedi,
colorando il pavimento dell’argento che brilla sulle tute dei colatori,
i quali via via ne fanno sprigionare un nuovo mazzo. Lentamente ora,
in un prolungato avvertimento di sirena, la siviera viene spinta verso
il blocco, composto dalla staffa e dall'anima raffreddate a dovere. Ci
vuole tutta la maestria del primo colatore per far combaciare perfet-
tamente i due fori, perché in questo definitivo travaso il getto trovi
il suo corso esatto. La massa vischiosa ora si espande e cresce non più
liberamente, ma secondo una direttrice imposta, assumendo una forma
che è stata calcolata al millimetro. Sulla superficie, ad operazione con-
clusa, gli operai cospargono la polvere che giorno per giorno si ad-
densa a terra; e il blocco, con la staffa e l’anima, viene lasciato raffred-
dare perché la ghisa nel mezzo si solidifichi e diventi finalmente lin-
gottiera. Ma è rovente ancòra quando il carropontista lo risolleva e lo
depone sul distaffatore. Scatta un congegno e quella piattaforma a gra-
ticola che è il distaffatore incomincia a sussultare e sobbalzare con
pauroso strepito. Non udiamo più la voce del buon Mitri in questo
fracasso d’inferno, in questo tam tam ostinato e assordante, per pa-
recchi minuti sempre fermo al diapason. Immaginiamo un’intera tribù
saltellante a piedi scalzi sulla brace sacra, trascinata con foga disperata
a suscitare il grande evento. E, come a una faticosa nascita, liberandosi
dalle scorie e dalle incrostazioni di fuoco, la lingottiera esce perfetta,
fiammeggiante, dal suo involucro.

« È finita» dico non appena il tambureggiamento è cessato e i
ganci della gru afferrano il blocco di fuoco per le apposite “orecchie”.

«Non è finita » replica il Mitri con la sua precisione un po’ can-
zonatoria. « Ora bisogna lasciarla raffreddare. Questo è un lavoro
anche di pazienza e adesso viene il più: pulirla, ripulirla, anche con la
fresatrice, prima di metterla in fila con le altre, pronta per la spedi-
zione. C'è un’intera squadra di operai addetti a questo ultimo lavoro,
i picchettini ».

Una catasta di lingottiere allineate ci sbarra l’uscita da quel lato.
Ripercorriamo tutta la fonderia e all’ingresso il caporeparto mi indica
due lingottiere adagiate ai lati: « Sono le prime che abbiamo prodotto »
mi dice. « Gli operai le chiamano Adamo ed Eva ». Nello stringermi
la mano, un sorriso gli illumina la faccia onesta.

16

LA

MICHELANGELO



Questa è la prua della turbonave Michelangelo: fa pensare alla bel-
lezza di un’anfora greca.

La Michelangelo, come è noto, sta già effettuando il suo secondo
viaggio per New York, dimostrando di essere, oltretutto, una macchina
possente e precisissima. Essa sarà la nave ammiraglia della nostra flotta
e, insieme alla gemella Raffaello, costituirà la coppia più moderna e
possente di transatlantici in servizio per New York.

La Michelangelo è stata costruita nei cantieri Ansaldo di Sestri, che
sono del gruppo Fincantieri, per la società Italia, che è del gruppo Finmare.
Essa stazza 43 mila tonnellate ed è lunga 275 metri (cioè quindici metri
in più della Rex, già nostra nave ammiraglia e vincitrice del “nastro az-
zurro”). Può trasportare 1.800 passeggeri e 720 membri dell’equipaggio.
È dotata di quattro stabilizzatori antirullio, di radiotelefono intercontinen-
tale, di aria condizionata in ogni ambiente, di telefotografia, di trasmetti-
tori di musica e notizie in gran parte delle cabine, di un impianto TV
indipendente, di un cinema-teatro con cinquecento posti, di sale di lettura,
di ginnastica, di fisioterapia, di sei piscine, di autorimesse con accesso dalla
banchina. Le quattro centrali elettriche di bordo possono produrre energia
sufficiente ad una città di duecentomila abitanti ; l’impianto di distillazione
può erogare un milione di litri di acqua al giorno. Le sue macchine possenti
possono infonderle la velocità di almeno ventinove nodi orari e le prove
lo hanno confermato. Ma per rendersi conto della bellezza, della raziona-
lità, della grandezza degli ambienti interni, occorrerebbe veramente fare
una visita a bordo perché gli aggettivi potrebbero soltanto sembrare retorica.

Si pensi alla preminente importanza del materiale metallico in questa
che potremmo chiamare una città galleggiante : migliaia di lamiere per lo
scafo, altrettante per le compartimentazioni, altre per le sovrastrutture e
i ponti, altre ancora per î grandiosi apparati-motori. Tutto o quasi è in
acciaio : molte delle lamiere sono state fornite dallo stabilimento Siac-Ital-
sider, così come varie parti speciali e lavorate. Per la Raffaello, invece,
costruita a Trieste dai Cantieri Riuniti dell’ Adriatico della Fincantieri,
parti speciali sono state fornite dallo stabilimento Italsider di Lovere.

Possiamo ben dire dunque che questi due magnifici transatlantici —
che indubbiamente riconfermano sul mare le più brillanti tradizioni della
marina mercantile italiana — sono opera oltre che della capacità tecnica
dei dirigenti e delle maestranze dei cantieri, della moderna e razionale
industria siderurgica italiana.

Si tratta come si vede di uno sforzo congiunto di varie imprese IRI
che ha reso possibili queste due imponenti realizzazioni. Qvviamente si è
ricorsi ad architetti e ditte specializzate per quanto riguarda l’archi-
tettura interna e gli arredamenti. A bordo, per dare una visuale sia pure
sintetica della situazione attuale dell’arte italiana, vi sono opere di Capo-
grossi, di Luzzati, di Turcato, di Corpora, di Ridolfi eccetera.





17

IL DEUTSCHES MUSEUM DI MONACO

di Luciano Rebuffo

La cappella di una miniera tedesca (secolo XVIII).



18



Ricostruzione di una miniera di carbone: gli operai al lavoro sono manichini di legno.

Se si vuole avere un panorama completo dello sviluppo della scien-
za e della tecnica dalle origini ai giorni nostri; se si vuole passare in
rivista tutto il ciclo, sudato e tenacemente compiuto, delle conquiste
umane nel campo del lavoro; se si vuol rendersi conto di quel che costi,
in termini di lavoro, di studio, di attrezzature, la nostra civiltà con-
temporanea, bisogna fare una accurata visita al Deutsches Museum
di Monaco di Baviera.

Esso è sicuramente tra i più grandi e più importanti musei scien-
tifici del mondo, tanto che presenta un panorama completo di tutti
i settori della produzione umana, e richiede, anche per una visita non
approfondita, almeno due giorni di tempo.

Sorge, nella sua attuale sede che fu costruita nel 1925, su un'isola
formata dal fiume Isar. Ma la sua origine risale al 1903, con la prima
raccolta di materiale curata dall’ingegner Oskar von Miller.

Ora facciamo idealmente assieme una visita del museo; ma non
sono io che vi prendo per mano e vi faccio fare questo giro, secondo
un itinerario logico, in ordine successivo di lavorazione o in ordine
cronologico; è la sistemazione stessa del museo, che segue una lo-
gica precisa, e porta il visitatore dal profondo delle miniere, su su
fino alla lavorazione dei minerali, del carbone, alle successive fasi di
ricerca scientifica, chimica, fisica, fino ai primi impianti di lavorazio-
ne, seguendone le varie fasi fino al prodotto finito, cioè un’auto
(per la precisione, un intero salone dell’automobile), un treno (un in-
tero salone delle ferrovie), una nave (un intero salone navale), un
aereo (un intero salone aeronautico), e così via fino ai razzi, e
quindi al planetario; e poi all’uscita.

Dapprima si scende in miniera, e il termine non è solo metaforico,
nel senso che essa è collocata nei fondi del palazzo, cioè nel sottosuolo.
Qui si ha la sensazione di vivere in una vera miniera, prendiamo ad
esempio quella di carbone, con i vari cunicoli, dove gli uomini (na-
turalmente fantocci di legno) sono al lavoro, sdraiati, seminudi, col
piccone in mano, e la lanterna vicino. L’impressione di verismo è
eccezionale, perché la miniera è ricostruita “dal vero”, con le pareti
e le volte sostenute da pali di legno (come un tempo), o da strutture
metalliche negli esempi più recenti.

Vi è una deliziosa cappelletta di una miniera del ’700: poche pan-

Un antico forno per la ghisa, originale (inizio del secolo XIX).

che, un altare con un organo dipinto, un affresco di santa Barnaba,
qualche sedia. Alla parete vi sono quattro tavolette votive, che inqua-
drano scampati pericoli per incidenti minerari. Su un tavolo, varie
lanterne. Sulla parete d’ingresso, una crocifissione in ghisa, del 1716.

Nelle miniere, ecco i vari sistemi di lavoro, di drenaggio e di ven-
tilazione, di sollevamento del materiale, di calata e salita degli uomini.
Si vede ancòra il drenaggio col sistema a noria, comandato da ruota
idraulica alla superficie, o da ruota mossa dai cavalli, come risulta
dalle famose illustrazioni dell’Agricola, nel suo “De re metallica”.
Poi si passa a sistemi via via più moderni, con le pompe a secchielli,
poi le prime pompe a vapore, quindi le pompe elettriche, gli ascensori
elettrici e così via.

In una delle vecchie miniere si vede anche la stalla, dove stavano
i cavalli addetti al traino dei vagoncini di materiale, poveri cavalli che
da quando scendevano in miniera davano l’addio per sempre alla luce
del sole. Gli attrezzi sono centinaia, dalle primitive pale e dai picconi,
fino alle recenti perforatrici e scavatrici multiple. Vi sono poi centi-
naia di lampade, di ogni genere, da quelle che si portavano a mano a
quelle da portare sull’elmo. Si va dalla antichissima lampada ad olio
delle miniere di sale di Hallstatt, del 1000 a.C., fino alle varie lam-
pade a petrolio, a candela, ed infine alle torce elettriche.

Così, dopo questo giro che fa profondamente riflettere sui sacrifici
e sui pericoli della vita in miniera, si risale a rivedere le stelle, o meglio
all’ampio, luminoso salone dei minerali. Qui sono esposti in bell’or-
dine tutti i minerali, classificati per luogo e data, che formano da soli
un vero museo di storia naturale. Vi sono pezzi preistorici, resti fos-
silizzati di animali, e quarzi, pietre di ogni genere, con cartine che
illustrano chiaramente le zone di provenienza, la profondità degli
strati eccetera. Vi è persino un pezzo di lava del Vesuvio, trovato a
Boscotrecase. Sopra, un quadro illustra l’eruzione del 1906.

I blocchi di carbone delle diverse qualità sono centinaia, e così i
materiali ferrosi, come ematite, limonite, pirite, grafite. Quindi
si ha una dimostrazione, a mezzo di modellini e con carte e stampe
illustrative, dei vari lavori subìti dai minerali, cominciando dagli
studi dei primi ‘ricercatori’ moderni, col loro ritratto ricavato da
antiche stampe: l’Agricola, il Paracelso, Alberto Magno.





19



Ruota idraulica per il funzionamento di una ferriera (1880).

Il trattamento dei minerali, con i vari problemi di separazione dalle
scorie, di vaglio eccetera, viene illustrato in una apposita sala, che
mostra i diversi processi attraverso i tempi, fino ai recentissimi sistemi
automatizzati. L'interesse ed il valore didattico di questi modellini,
come avviene anche in altre sale, è che il visitatore può avviarne il
funzionamento a mezzo di un apposito bottone.

Nell’enorme sala della metallurgia si mostrano i diversi sistemi di
lavorazione dei minerali: oro, argento, rame, stagno, piombo, zinco,
alluminio, anche qui a mezzo di grafici, disegni, modellini, e qual-
che macchina originale. Ma a noi interessa di più il lavoro del ferro,
il trattamento cioè del minerale dapprima con carbone di legna, e
poi col fossile, per ottenere la ghisa. Vi sono i modellini dei primi
‘“ bassi forni” o forni etruschi, ma si parte addirittura da quelli di
“Siegerland” di 2500 anni fa. Tali forni avevano una capacità produt-
tiva di venticinque chilogrammi al giorno. Sono gli stessi forni usati
ancòra adesso da certe comunità primitive dell’interno dell’Africa, che
qui si vedono in modellini o in fotografia. Un altoforno di Siegerland
del 1800, a carbone di legna, produceva duemilacinquecento chilo-
grammi di ghisa al giorno, e qui viè un grande modello di tale impianto.

Poi si passa all’uso del coke, che fu iniziato in Germania negli
stabilimenti siderurgici reali di Gleiwitz nel 1796. E si arriva agli
altoforni attuali, illustrati da minuziosi modellini. La stessa meticolo-
sità e precisione viene seguìta per mostrare i sistemi di produzione
dell’acciaio, cioè di affinamento della ghisa, da quelli del sedicesimo
secolo fino ai sistemi di Huntsman del 1740, poi al puddellaggio, al
ferro a pacchetto, e così via, fino ai forni Bessemer e Thomas, ai Martin-
Siemens e ai forni elettrici. Vi è un forno Bessemer del 1874.

Tutto un grandioso impianto a ciclo integrale viene mostrato at-
traverso un grande modello, che va dalla discarica delle materie prime
all’uscita del prodotto finito.

Ci sono poi modelli di laminatoi di varie epoche e tipi, fino agli
ultimissimi, per laminare barre, travi, lamierino, vergella, e si passa
quindi alle vere presse “imbutitrici” che producono pezzi per auto
o altri usi.

Naturalmente i vari procedimenti e le lente conquiste della tecnica
nella lavorazione del ferro sono illustrate anche da vere macchine dei



Modellino di acciaieria Bessemer (1864).

tempi andati, sistemate in maniera da ricostruire vere officine del pas-
sato, da quelle mosse da forza animale a quelle a ruota idraulica, che
muoveva il maglio, il maglietto, la forgia. Vi sono naturalmente, in
tali botteghe, decine di utensili del passato: incudini, martelli, tenaglie,
mantici, forge, oltre all’immancabile immagine sacra.

Anche i processi di fusione, vuoi della ghisa, vuoi dell’acciaio (oltre
ad altri materiali, come il bronzo) sono ottimamente illustrati, a par-
tire dalle forme di terra, dai modelli di legno, da grandi modelli che
mostrano il sistema di fusione delle grandi statue equestri, fino alla
mano gigantesca (in bronzo) della enorme statua di “Baviera” che si
trova in una piazza cittadina.

Si osservano così i vari sistemi di fusione a cera persa, a cassaforma,
fino a quelli in conchiglia. E non manca la sala prove, con le sue mac-
chine per il collaudo a trazione, a percussione, fino ai recentissimi si-
stemi a raggi X e al sistema ultrasonico.

Tra i prodotti finiti, di vari tempi, vi sono bellissime porte
in ferro, serrature, chiavi, oltre ai magnifici “‘parafuoco” da caminet-
to, in ghisa, ottocenteschi, con figure storiche, simboliche, geo-
metriche.

Segue poi una sala dedicata allo sviluppo della saldatura attraverso
i tempi, fino alle recenti macchine automatiche per più saldature si-
multanee.

Una grande officina meccanica, con tutte le macchine mosse da
cinghie di trasmissione, contiene torni, frese, alesatrici, trapani,
come si potevano vedere ancòra all’inizio di questo secolo. Le
macchine utensili qui raccolte, infatti, vanno da un tornio del 1767,
vero ‘precursore’, a un tornio inglese del 1810, a varie altre macchi-
ne, tutte precedenti al 1923.

L’officina seguente, invece, mostra le macchine-utensili modetne,
e fa pensare più ad una nostra officina meccanica, o ad uno stand
della fiera di Milano, che ad un museo. Vi sono macchine ultimo
modello, col loro colore verde pisello, torni multimandrini, catene
automatizzate.

Naturalmente si noterà che in questa “catena” successiva di lavo-
razioni manca qualcosa, cioè le branche di studio e di esperimento che
hanno reso possibile tutto il progresso: la chimica e la fisica. Ma non

20



Bellissima farmacia del secolo XVIII ricostruita con materiale originale.

dubitate, basta passare nell’altra ala del primo piano per avere il più
ampio panorama dello sviluppo di tali discipline.

Ben dieci sale sono dedicate allo sviluppo della chimica, con tutte
le scoperte fondamentali ed i relativi apparecchi. Anche qui molti
apparati possono, a scopo didattico, essere messi in funzione dal vi-
sitatore. Si parte dagli esperimenti degli antichi, anzi la si prende da
molto lontano. Si mostrano i materiali usati dai pittori preistorici del-
le grotte di Altamira e da quelli romani di Pompei, e poi si passa at-
traverso i laboratori, con materiale originale, degli alchimisti medie-
vali, al laboratorio di Lavoisier, di Liebig, fino ai recentissimi conta-
tori Geiger.

Così è per la sala, semicircolare, della fisica, dove sono dimostrati
didatticamente quindici dei più importanti princìpi di meccanica, vi-
brazione, calore, elettricità e ottica. Poi si giunge alla dimostrazione
della struttura atomica della materia.

Quindi si ha una sezione dedicata alla meccanica dei solidi, dei
liquidi e dei gas.

Poi arriva l’elettricità, con materiali originali dei primi esperimenti, e
poi la radio, il telegrafo, la televisione. Dai tubi a raggi catodici di Rént-
gen, dalla prima dinamo di Siemens, dal primo telefono di Reis, si giunge
al cinematografo, alla radio col nostro Marconi, alla TV a colori.

Ma vedo di essere andato troppo avanti nel tempo. Torniamo in-
dietro, alle nostre industrie meccaniche.

Per il funzionamento delle varie macchine le officine (fossero esse
per la lavorazione del ferro o di metalli, o fossero mulini, fabbriche
tessili), dovevano disporre di forza motrice. Questa forza motri-
ce mutò lentamente attraverso i tempi, e qui se ne hanno dimostra-
zioni, con modellini per i tempi più antichi, con macchine auten-
tiche per quelli più recenti. Ecco la ruota mossa da schiavi, poi una
larga ruota verticale (per un mulino) dentro la quale camminava un
cane, o meglio il cane zampettava, ma chi si muoveva era la ruota,
che forniva così forza motrice. Poi si hanno le grandi ruote mosse
dai buoi, o dai cavalli.

Per uscire dalla forza muscolare, si arriva ai primi mulini a vento,
dove le pale sfruttavano la forza dell’aria. Ma non si creda che le “pale”?
ad aria servissero solo mulini: c'erano anche altre fabbriche che le



Un elaborato carro da pompieri del 1781.

usavano. Un vero mulino a vento è stato qui ricostruito, nel giardino.

Dopo la forza del vento, quella dell’acqua: ecco la nascita della
ruota idraulica, che mosse a suo tempo magli, laminatoi, mulini, mac-
chine tessili. Qui vi sono vari autentici originali di tali ruote idrauli-
che, in legno dapprima, in ferro poi.

Dopo viene la forza-vapore, con James Watt (1813), Alban (1840)
e Sulzer (1865). Qui si trovano vari tipi di motrici a vapore, con cal-
daia orizzontale o verticale.

Poi vi sono le turbine ad acqua, che vanno dal primo modello di
Fourneyron del 1834 fino alle Kaplan, alle Pelton.

Ed infine arriviamo ai motori a scoppio, dai primissimi tentativi di
Lenoir (1861) fino a quello a pistone di Otto e Langen (1867) e così
via, attraverso varie tappe, fino al motore di Daimler, che divenne poi il
motore applicato alle prime “auto” (sembravano tricicli) Daimler-Benz.

E così, attraverso tutti i perfezionamenti, si arriva ai motori odier-
ni, supercompressi, ai motori a reazione, ai razzi.

La stessa precisione meticolosa, con modellini funzionanti o mac-
chine originali, si ritrova nella sezione delle macchine elettriche, che
vanno dai primi esperimenti fino ai tipi recentissimi. Qui ci sono ap-
parecchi originali di Edison, di Ferranti e di Faraday.

Ed ora veniamo ai diversi saloni dedicati alle ‘macchine finite”, che
costituiscono secondo me piccoli musei a sé all’interno del grande museo.

Prendiamo per esempio i trasporti terrestri, su strada. Si parte
dalla berlina reale di Ludovico II di Baviera, nel suo ricchissimo or-
namento rococò; oppure da un carro da pompieri, lavorato nelle sue
parti in legno, del 1700, si passa a decine di carrozze, cab, spider,
una gialla diligenza dell’ 800, e si arriva alle auto.

Un vero museo dell’automobile, con centinaia di esemplari, dalla
prima macchina Daimler-Benz fino alle nostre Bugatti, alle Alfa Romeo,
alle Mercedes e così fino ai nostri giorni. Inutile dire che le auto più
antiche, dai ‘tricicli’ alle De Dion-Bouton, ai tipi “Phaeton” e alle
Ford dei films di Chaplin si sprecano.

Vi sono poi due sezioni dedicate alle biciclette e alle motociclette,
anch’esse numerose e di tutte le età.

E per i trasporti su binario si ha un vero museo ferroviario: si
parte dai modellini dei primi treni del mondo (la locomotiva di Ste-



Lokoimotive, .

ch de



La « Beuth ’, una delle prime grosse locomotive tedesche (1844). Nasce l’automobilismo: vettura # Daimler” del 1889.

phenson, la “Adler”, la “Sassonia” prima locomotiva costruita in
Germania) per arrivare alle vere, grandi locomotive, come la Beuth
del 1844, e altre. Qui vi è pure la vera prima locomotiva elettrica di
Werner von Siemens (1879), ed altri esemplari. Così per i tram elettrici.

Vi è poi la sezione dei ponti e delle strade, che mostra i vari sistemi

di costruzione dai tempi antichi ad oggi, dall’acciottolato romano al
“macadam”, e dai ponti su barche ai ponti in legno, in muratura, in
cemento armato e in acciaio.

Un altro museo a sé è quello navale: contiene modellini originali
di vascelli del ’600 e ’700, modelli di brigantini ottocenteschi, vari
oggetti di bordo, e quindi modelli delle prime navi in ferro, con gran-
di alberature, come i ‘‘clippers”’ (c'è un modello del famoso Preussen,
a cinque alberi) ed infine delle navi a ruota e poi a elica. Bellissimo
il modello del famoso transatlantico “Europa”. Vi è poi, vera ma
aperta da un fianco per mostrare l’interno, una goletta, la ‘“Ewer”
del 1880. Vi sono persino due polene.

Nello stesso salone della navigazione vi sono gli aerei: dai primi
palloni frenati alla mongolfiera, dai dirigibili (in modellini, si capisce)
fino agli aerei, questi veri. Ve ne sono due o tre di quelli in legno e
tela, biplani, e vi è un aereo della prima guerra mondiale, oltre ad
uno dei nostri tempi.

Poi vi sono le sale degli strumenti di misurazione del tempo, dalla
clessidra alle meridiane ai grandi e complicati congegni in ferro degli
orologi da torre o da campanile, fino ai piccoli orologi tascabili.

Deliziosa una farmacia del ’700, fedelmente ricostruita col mate-
riale originale.

Documentatissima la sala degli strumenti musicali, e così quella
degli strumenti ottici, e dell’astronomia, con cannocchiali, ottanti,
sestanti, astrolabi, mappamondi, sfere armillari eccetera.

Ora non resta che salire le scale fino al planetario: nella tromba
delle scale si eleva, altissimo, il modello di un razzo americano.

Dopo essere stati a contatto delle stelle, occorre ridiscendere e
prendere nuovamente contatto con la terra, con la strada, con la ci-
viltà di oggi. Una civiltà che, comunque si voglia giudicare, è il ri-
sultato di lunghi secoli di lavoro, di ardimento, di studio e di ricerche
umane. Come questo museo ottimamente dimostra.





L’elaborato congegno in ferro per un orologio da campanile.

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CAPI, ORGANIZZAZIONE, FATTORE UMANO

Pubblichiamo il testo di un intervento svolto a Milano dal dottor
Enrico Redaelli, amministratore delegato dell’Italsider, presso la
sede della FAST (Federazione delle Associazioni Scientifiche e
Tecniche), per illustrare l’iniziativa di addestramento dei quadri del-
l’azienda a tutti i livelli con l'ausilio del film didattico “La profes-
sione di capo”. Il dottor Redaelli è stato presentato agli intervenuti,
tra cui erano numerosissimi esponenti del mondo economico, indu-
striale e tecnico milanese, dal presidente della Fast, professor Luigi
Morandi, che ha sottolineato l’interesse dell’iniziativa e della riunione.
“Il tema «la professione di capo» — egli ha detto tra l’altro — ci libera
dall’interrogativo di quale delle due culture caratterizzi meglio la nostra
età; ce ne libera perché l’oggetto della riunione di oggi è l’uomo, che
è l'artefice di entrambe le culture, che pure sembra vogliano contendersi
il primato in una gara che non ha senso”.

Ha quindi preso la parola il dottor Redaelli “Desidero ringraziare
vivamente il presidente della FAST per aver ospitato questa nostra riunione
e per aver avuto parole molto lusinghiere nei confronti della società che
rappresento ; voglio anche ringraziare tutti coloro che, in così gran nu-
mero, hanno risposto al nostro invito.

Per meglio inquadrare quello che è stato ed è, per noi, un programma
di addestramento dei nostri collaboratori, credo opportuno fornire qualche
dato sulla mia azienda. Comincerò con un fatto di cronaca. La settimana
scorsa è entrato în funzione il secondo altoforno di Taranto ; abbiamo così
messo in marcia l’ultimo reparto che restava da avviare nel nuovo stabi-
limento. Taranto, quest'anno, produrrà un milione e seicentomila tonnellate
di acciaio. Dopo la necessaria fase di rodaggio, il livello produttivo potrà
essere portato a due milioni e settecentomila tonnellate e, con il completamen-
to di qualche impianto, a tre milioni di tonnellate d’acciaio, che verranno
trasformate in nastri di lamierino a caldo e in lamiere, lavorate queste
ultime in tubi grossi saldati.

Il compimento di Taranto segna veramente una tappa importante : la
conclusione della parte più impegnativa del programma di impianti side-
rurgici voluto dall’ IRI e dalla Finsider”?.

Dopo aver ricordato i vari punti del piano di espansione, che
dovrà portare l’Italsider a produrre verso il 1968 nove milioni di
tonnellate di acciaio, e la Finsider, nel suo complesso, oltre dieci
milioni di tonnellate, il dottor Redaelli ha cosi proseguito:

Ho voluto richiamare brevemente queste cifre, benché esse siano ormai
di dominio pubblico, per inquadrare in tutta la sua ampiezza il problema
della selezione e dell’addestramento dei nuovi capi, e quello — direi ancòra
più arduo — che consiste nel modificare la mentalità di coloro che già
svolgono la funzione di capo.

Bisogna rilevare, în proposito, che il nostro programma di impianti
si sta realizzando in un periodo caratterizzato da una rapida evoluzione
tecnologica, da progressi tecnici, impiantistici e di esercizio veramente
notevoli e da conseguenti evoluzioni e progressi in campo organizzativo.

Si può dire addirittura che il nostro programma è stato studiato e at-
tuato all’inizio di una nuova èra della siderurgia, l’èra degli acciai “al-
l'ossigeno” ; in un periodo durante il quale la meccanizzazione, l’automa-
zione, la ““computerizzazione”, sempre più intensamente applicate, permetto-
no di progettare altiforni, forni Martin, convertitori ad ossigeno, laminatoi,
mezzi marittimi di trasporto, impianti di sbarco e di imbarco sempre più
potenti e sempre più efficienti.

Da questo insieme di aspetti caratteristici della nostra azienda, e della
siderurgia în genere, mi pare emerga con immediatezza la mole, l’entità,
il numero dei problemi che si sono dovuti studiare e risolvere in questi an-
ni; problemi che sono andati dalla scelta e dalla acquisizione di nuove
fonti di approvvigionamento di minerali e di fossili (perché con una pro-
duzione dell’ordine di dieci milioni di tonnellate d’acciaio non si può pensare
ad un programma a lungo termine di acquisizione di materie prime), alla
progettazione e realizzazione degli impianti, e alla meditata scelta di
nuovi canali di distribuzione sia all’interno che all’estero.

Il problema, però, che più ci ha preoccupato, perché si trattava di un
programma da svolgere a lunghissimo termine, è stato proprio quello della
selezione e dell’addestramento di tutti i nostri collaboratori.

È una difficoltà che abbiamo avvertito particolarmente per quanto ri-
guarda i capi ad ogni livello ; e qui vorrei confermare quanto, molto esat-
tamente, ha detto il presidente pochi momenti fa: non c'è dubbio che la
selezione e l’addestramento dei capi è un problema di programmazione a
lungo termine, complicato, per di più, dal fatto che non si tratta di maneg-
giare delle macchine o di applicare fredde formule tecniche, meccaniche,
elettriche, ma si ha a che fare con esseri umani, dalle mentalità e dai carat-
teri più disparati.

Direi, del resto, che questo non è un problema specifico dell’Italsider ;
noi lo abbiamo forse sentito più di tanti altri perché ci si è presentato con-
temporaneamente ad un gravoso programma da svolgere nel campo degli
impianti. Ma si può dire senz'altro che si tratta di un problema comune
a tutte le industrie medio-grandi, dato il grande sviluppo della attività
industriale, la sempre maggiore complessità tecnica degli impianti, l’entità
dei capitali impiegati.

Ecco, siamo arrivati così al problema del capo e della definizione di
capo, come noi lo intendiamo. Intendiamo per capo tutte le persone, a tutti
i livelli aziendali, dal caposquadra all’amministratore delegato, che sono
capaci di ottenere dei risultati dal lavoro svolto da altri uomini. Nella
nostra dimensione aziendale, e in-una siffatta fase di dinamica industriale,
il problema assume evidentemente un’importanza fondamentale. Una volta,
esso appariva senz’altro molto più semplice; c’era, infatti, un padrone,
pochi dirigenti, e una filosofia di conduzione aziendale basata più che
altro su una gerarchia rigida ; sotto questo profilo era, in un certo senso,
più facile fare il capo. Vorrei dire però che è difficile, forse impossibile,
fare un confronto, perché si tratta di due situazioni assolutamente diverse.

Nelle aziende moderne, data la complessità degli impianti, dato il
numero dei collaboratori, spesso assommanti a migliaia, date le interfe-
renze sempre più complicate che esistono tra i vari reparti e tra i vari
settori dello stabilimento, si è venuta creando l’assoluta necessità di delegare
autorità e poteri ai capi. Vorrei dire — e tengo a sottolinearlo — che si
è reso necessario delegare autorità e poteri a livelli sempre più bassi, a li-
velli il più possibile vicini al punto di azione. Non dico che questo sia un
concetto molto peregrino, lo si ritrova în molti libri che trattano di orga-
nizzazione ; dico soltanto che è una delle regole dalle quali non si può
assolutamente derogare, anche a rischio di incorrere in qualche errore.
Bisogna adottarla decisamente, se non si vuole che lo spettro che incombe
continuamente sulla grande azienda — quello della burocratizzazione —
non abbia a farsi realtà.

Da notare che ricercare e selezionare i capi, non significa trovare persone
estremamente intelligenti, non significa trovare dei geni. Al contrario, si-
gnifica trovare uomini normali capaci, non soltanto con l’autorità, ma con
l’autorevolezza, di ottenere risultati dai propri dipendenti.

Il genio, naturalmente, non si adatterebbe sempre ad un lavoro di squa-
dra, entro schemi organizzativi dettati dall’alto. L’uomo normale sì ;
l’uomo normale, con intelligenza normale, se ben addestrato, è indubbia-
mente il più indicato a svolgere le mansioni che l’organizzazione gli affida,
quelle cioè di organizzare, programmare, guidare e controllare.

Vorrei fare, a questo punto, una piccola parentesi per dire che nella
vita aziendale (quando si tratti di grandi aziende, con migliaia di colla-
boratori - ch'è quanto dire migliaia di cervelli), è necessario che esistano un
certo inquadramento, certi schemi, certe procedure, certe filosofie di base
imposte dall’alto. Personalmente ritengo che un capo debba avere assolu-
tamente una qualità : quella di interpretare queste direttive e schemi orga-
nizzativi, ottenendone la adozione da parte dei propri collaboratori, senza
però costringere questi ultimi entro schemi troppo rigidi, senza frenare
l’apporto della loro intelligenza, della loro iniziativa, della loro volontà :
è un punto d’equilibrio veramente molto difficile da trovare ; ritengo che
il capo debba avere questa abilità.



In fondo, penso che il capo debba avere notevoli doti di umanità ; è
soprattutto questo che può aiutarlo a seguire e interpretare gli schemi che
gli vengono dall’alto, e a farli correttamente eseguire dai propri dipendenti.

Non vorrei tediarvi con le cifre, che sono sempre noiose, ma ne citerò
una che è abbastanza significativa sul fabbisogno dei capi. Mi ricordo che
nel °39-°40, quando ho cominciato ad occuparmi, in posizione di respon-
sabilità, di siderurgia, l'incidenza degli impiegati sugli operai era dell’or-
dine dell’otto-dieci per cento : ebbene, oggi è del diciassette-diciotto per cento.

Non c'è dubbio che su questo fortissimo incremento di incidenza degli
impiegati sugli operai abbiano giocato ragioni diversissime, sindacali, bu-
rocratiche, imposte dall'esterno dell’azienda; ma è altrettanto vero che
questa tendenza è stata principalmente determinata dall’enorme evoluzione
tecnica che si è verificata în questi anni e che ci ha obbligati ad appoggiarci
sempre più sulle forze della mente e sempre meno sulle forze dei muscoli
dei nostri dipendenti.

Un problema così grosso, come la selezione e l'addestramento dei capi
da parte della nostra società, ha naturalmente implicato una necessità
di studio, di ricerca, di approfondimento. Abbiamo però, come sempre in
questi casi, cercato di sentire chi ne sapeva più di noi.

Noi abbiamo ormai da quindici anni un rapporto di assistenza tecnica
con l’American Rolling Mill Company (ARMCO) di Middletown, Ohio.
Durante una delle visite periodiche fatte a questa società, due anni e mezzo
o tre anni fa, abbiamo constatato che essa doveva fronteggiare un problema
in certo qual modo analogo al nostro ; con l'aggravante che prevedeva di
perdere per limiti di età dal venticinque al trenta per cento dei propri
capi nei successivi tre anni. Abbiamo esaminato e discusso con questi nostri
amici le tecniche e i provvedimenti ch’essi pensavano di adottare per poter
sostituire un numero così rilevante di capi.

Ci ha particolarmente colpito un programma di addestramento per
capi basato sulla proiezione di un film. L’ IRI e la Finsider si sono interes-
sati a questa realizzazione : sono stati presi accordi con l’ARMCO, che
ha concesso la propria assistenza tecnica per la realizzazione di un analogo
film italiano. Non abbiamo voluto trasferire tale quale il film americano in
Italia ; abbiamo preferito modificarlo, adattandolo alla nostra mentalità,
alla nostra situazione e alla nostra terminologia. A film ultimato abbiamo
ricevuto i complimenti dei nostri assistenti americani: a quanto pare,
l'edizione italiana risultava addirittura migliore di quella americana.

Su questo film si accentra il nostro programma di addestramento dei
capi; esso potrebbe interessare indirettamente sessantaduemila persone,
cioè i dipendenti del gruppo Finsider, tra cui trentasettemila dell’Italsider ;
più direttamente, per quanto riguarda î capi, potrebbe interessare circa set-
temila persone.

Abbiamo iniziato da otto mesi questo programma di addestramento
all’Italsider. Esso mira appunto a formare persone capaci di ottenere ri-
sultati dal gruppo di cui sono responsabili. Indubbiamente è questa una
figura nuova, con caratteristiche molto diverse da quelle proprie del capo-
padrone-proprietario, 0 di quei poco numerosi dirigenti, cui prima accen-
navo, di aziende di venti o trent'anni fa.

Abbiamo cercato, con questo programma di addestramento, di dare
ad ogni nostro capo talune fondamentali nozioni di base, perché ognuno
acquisisse una vera mentalità di capo. Non abbiamo voluto evidentemente
impartire lezioni di tipo catechistico, bensì ottenere mentalità nuove, ra-
dicate a concetti moderni di conduzione aziendale.

Fra tali concetti vorrei accennare alla programmazione : a quella pro-
grammazione che permette di assegnare precisi compiti ai nostri collabora-
tori a tutti i livelli ; alla filosofia degli standard tecnici, 0 dei costi standard,
altro strumento che consente di delegare ai più bassi livelli possibili talune
attività ; ai controlli per eccezione, grazie ai quali ai livelli più alti arri-
vano soltanto fatti e fenomeni aziendali che si discostano da quelli previsti ;
alla delega di autorità che, come ho già detto, è assolutamente indispensa-
bile in un'azienda di grandi dimensioni ; ai concetti di staff e line.

Si tratta, com'è evidente, di problemi, di nozioni e di princìpi di or-
ganizzazione aziendale e di conduzione di uomini che, direi, possono essere
appresi come le nozioni che caratterizzano l'apprendimento di una pro-
essione ; ecco perché în certi punti del film, anzi nello stesso titolo, parliamo
di professione” di capo. Ma in base alle esperienze che stiamo facendo
nei nostri stabilimenti, ove il programma è già în pieno svolgimento, abbia-
mo constatato con soddisfazione che esso offre possibilità di sviluppo e di
“pprofondimento veramente notevoli.



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Alcuni princìpi che, nell'economia generale del corso, apparivano di
dettaglio, si sono presto rilevati, attraverso la discussione tra i capi inter-
venuti, argomenti di grande interesse ed importanza. Per esempio, î con-
cetti della professionalità del capo e delle caratteristiche della figura si
prestano ad approfondimenti e sviluppi in campo sociologico di cui potete
sùubito intuire l’interesse. Il capo, come persona che ottiene risultati attra-
verso altre persone, è una figura comune a qualunque formazione sociale,
anche al di fuori dell'azienda ; di qui l’importanza dell’argomento.

Accennerò ora a qualcuna delle caratteristiche tecniche del nostro pro-
gramma. Noi promuoviamo, ormai da otto mesi, riunioni di gruppi di
quindici persone per volta. Si riuniscono per cinque mezze giornate, in
ognuna delle quali il capo e gli altri partecipanti alla riunione prendono
visione del film.

Questa metodologia, che abbiamo un po’ perfezionato rispetto a quella
americana, può sembrare forse un po’ macchinosa, ma riteniamo sia indi-
spensabile. Abbiamo speso dei soldi, abbiamo impiegato del tempo; io
stesso ho impiegato il mio tempo perché al primo seminario ho partecipato
con i direttori generali e con i direttori di stabilimento dell'azienda ; in
sostanza, ci siamo seriamente impegnati perché questo programma riuscisse
nel modo migliore.

I films sono cinque : il primo parla della figura del capo, e gli altri quattro
delle sue tipiche funzioni : programmare, organizzare, guidare e controllare.

La caratteristica più evidente di questo programma di addestramento
consiste nel fatto che esso è realizzato a mezzo di film, il che è molto im-
portante se si considera il numero imponente del personale, sparso in tutta
Italia. Si è reso così possibile portare gli stessi concetti, presentati e svilup-
pati nello stesso modo, a uomini lontani e diversi. Senza contare che il
corso filmato può essere ripetuto quante volte si voglia. È poi da sottoli-
neare il metodo attivo delle discussioni, cosa anche questa veramente in-
teressante. E mi preme mettere in risalto il fatto che il capo di ogni gruppo
di quindici “allievi” è, normalmente, il capo gerarchico effettivo delle
quindici persone che assistono al film. Il che permette di dare una maggiore
autorevolezza al film e di far sì che îl capo si senta sempre più impegnato.
La discussione consente poi di capire se tutti î concetti espressi nel film sono
stati assimilati e compresi.

Qualche volta l’andamento del film può apparire troppo meccanico.
Ma ciò è stato fatto volutamente, in quanto non si vuol predicare teorie
studiate a tavolino, bensì analizzare, scoprire, mettere in evidenza quei
modi di agire che un buon capo deve, in pratica, seguire. « Se ci riflettete
un po” — dice per esempio il film dopo aver illustrato i cinque “punti”
da cui bisogna partire per prendere delle buone decisioni — vedrete che
nel decidere avrete seguìto questo processo razionale ». Si tratta, insomma,
di mettere in evidenza certi concetti, certi schemi mentali, in modo che
ognuno possa perfezionare se stesso.

Certamente non ci illudiamo di risolvere tutte le questioni organizzative
e tutti i problemi e le differenze di mentalità con un film. Riteniamo però
che esso costituisca un contributo notevole, specialmente per quanto con-
cerne la sensibilizzazione di tutti i nostri collaboratori alla funzione di
capo, e valga a sollecitare energie e idee nuove tra i nostri collaboratori.
Infine (e questo è un risultato che forse giustificherebbe già di per sé l’ese-
cuzione di un simile programma) pensiamo che esso provochi una migliore
conoscenza e, direi, una migliore comprensione reciproca.

Quando in questi corsi, ai quali spesso partecipa un esponente della
direzione generale (anche ai corsi dei livelli più bassi), vediamo un nostro
caporeparto che discute con i suoi collaboratori su taluni problemi trattati
nel film e di certi casi verificatisi nel suo reparto, e notiamo come gli in-
tervenuti si sforzino di risolvere problemi e casi secondo determinate tec-
niche di conduzione di uomini, veramente siamo portati a credere di essere
sulla strada giusta.

In conclusione, noi ci auguriamo vivamente che questo programma di
addestramento di capi risponda alla esigenza di assicurare al fattore umano
il suo giusto posto, in un ambiente industriale nel quale il progresso tecno-
logico impone continui adeguamenti.

Sono adeguamenti necessari — è evidente — ma che esigono una con-
tinua attenzione : se essi non fossero in ogni momento controllati rischie-
rebbero di annullare, o per lo meno di sminuire, i valori della personalità
di ciascun individuo, ai quali soprattutto noi dobbiamo tenere nella vita
aziendale, come in ogni altro rapporto che abbia alla propria base il dia-
logo tra uomini.

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L'EDILIZIA PREFABBRICATA IN ACCIAIO

di Giuseppe De Martino

L’edilizia è stata caratterizzata fino ad oggi da una conduzione
prevalentemente di tipo artigianale. Il processo di industrializzazione
è stato ritardato da una serie di remore quali:

- mancanza di ripetibilità (ogni cantiere si riferisce alla realizzazione
di un determinato edificio normalmente diverso dagli altri);
varietà e complessità delle operazioni e degli interventi che si
richiedono;

configurazione frazionata ed eterogeneità delle imprese di costruzione;
irrazionale utilizzo della manodopera;

consuetudine all'impiego di materiali tradizionali;

assenza di un organico tessuto legislativo, di programmazione, di
coordinamento, di unificazione, di specializzazione.

L’evoluzione in corso per una produzione edilizia industrializzata
deriva dalla necessità di ridurre i tempi di esecuzione, di diminuire i
costi, di elevare lo standard medio della qualità, di consentire una
occupazione continuativa della manodopera ed a condizioni meno
disagiate. Si auspica in generale, dopo un certo periodo di transizione,
un sensibile incremento della produttività del settore.

La prefabbricazione rappresenta il sistema costruttivo più idoneo
pet industrializzare l’edilizia: i singoli elementi dell’edificio vengono
ottenuti in officina secondo un prestabilito ciclo operativo, mentre in
cantiere si procede al loro montaggio seguendo un adeguato pro-
gramma di successione di fasi. È possibile in tal modo concretare la
organizzazione funzionale del lavoro.

L’acciaio risulta particolarmente versatile alla prefabbricazione del-
la struttura portante dell’edificio, dei solai, dei pannelli di parete, degli
infissi, e degli impianti, per le prestazioni e per i vantaggi che offre
rispetto agli altri materiali.

L’acciaio si adegua validamente alle diverse sollecitazioni, presenta
un soddisfacente rapporto resistenza-peso (di recente maggiormente
avvalorato con la produzione degli acciai ad elevato limite di snerva-
mento), può essere sottoposto a qualsiasi lavorazione in officina ed in
cantiere, consente ogni espressione architettonica.

L’acciaio è un materiale che può essere convenientemente impie-
gato anche in combinazione con altri materiali come il calcestruzzo, il
laterizio, l’alluminio, le materie plastiche, adattandosi alle molteplici
tipologie edilizie (case, scuole, ospedali, alberghi, ville, capannoni,
stalle).

Sono stati messi a punto e largamente sperimentati edifici prefab-
bricati con la struttura portante in acciaio e con le opere di comple-

tamento anche in acciaio oppure-in altri materiali. La struttura di
acciaio, per essere realizzata in officina e quindi montata in cantiere,
si identifica con il concetto della prefabbricazione e traccia le basi per
una integrale industrializzazione dell’intera produzione edilizia.

Già dal secolo scorso, con la prima casa a struttura metallica a Chi-
cago nel 1884, progettisti e costruttori si sono rivolti all’acciaio quale
materiale per l’edilizia. Questa tecnica viene attualmente ripresa in
Italia e viene resa possibile anche per un motivo di ordine economico:
mentre il costo dell’edilizia tradizionale aumenta soprattutto per il
maggior onere dovuto alla manodopera, il costo della carpenteria
metallica si mantiene praticamente costante.

Una simile situazione favorevole per la carpenteria metallica è
dovuta a diversi fattori tra cui la stabilità ed anche la riduzione del
prezzo dell’acciaio (ad esempio, per i cosiddetti laminati mercantili
dal 1953 — anno dell’entrata in vigore del Mercato Comune per l’ac-
ciaio — al 1964 si è giunti ad una riduzione di prezzo pari al venti
per cento circa), il minor intervento della manodopera, il maggior
grado di specializzazione conseguito, l'adozione di macchine ad ele-
vata velocità di lavoro, il ricorso a giunzioni imbullonate anziché to-
talmente saldate con risparmio di tempo e di manodopera, la dispo-
nibilità dei nuovi e più vantaggiosi profilati IPE ed HE unificati in
sede Ceca.

L’incidenza della struttura di acciaio, escludendo i solai per i quali
si può fare ricorso sia a soluzioni tradizionali che prefabbricate con le
lamiere grecate oppure con elementi ad intradosso piano, risulta
mediamente per edifici correnti sui sette-otto piani di otto-dodici
chilogrammi al metrocubo vuoto per pieno e per edifici sui venti
piani di sedici-venti chilogrammi al metrocubo sempre vuoto per
pieno.

Per un confronto significativo tra struttura di acciaio e struttura
tradizionale, è opportuno quantificare e monetizzare gli svariati aspetti
positivi che la prima consente. E tra questi: ingombro più limitato
con maggior spazio utile, più ridotto tempo di esecuzione con ridu-
zione degli interessi passivi ed anticipato ammortamento del capitale
investito, minor peso con conseguenti minori carichi trasmessi alle
fondazioni (vantaggio più accentuato per terreni a bassa portanza),
più adeguato comportamento alle azioni sismiche e dinamiche, faci-
lità di trasformazione, recuperabilità in caso di spostamenti e demo-
lizioni, indipendenza dalle condizioni atmosferiche. Le ‘costruzioni
metalliche possono infatti essere montate anche nei mesi più rigidi.





2)























Uffici Eni a San Donato Milanese - Struttura in acciaio della Direzione della Sidercomit a Milano - Struttura in acciaio Direzione generale dell’ Eni a Roma -Struttura
S.A.E. di Milano. della Dalmine di Milano. in acciaio delle officine Bossi di Milano.



mit.

È
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n NM
Sede provinciale dell’ Inps a Milano - Struttura in acciaio Radiotelevisione Italiana a Torino - Struttura in acciaio Edificio per abitazione “El Faro” a Riccione -
della Badoni di Lecco. della Costruzioni Metalliche Finsider di Milano. Struttura in acciaio della Dalmine di Milano.





26

UNA INCHIESTA SULL’EUROPA DI FRONTE AI PAESI

IN VIA DI SVILUPPO

a cura di Francesco Cesare Rossi

Concludiamo con questa terza puntata la nostra inchiesta sul-
l’ Europa di fronte ai paesi in via di sviluppo.

Ecco le risposte di due altre personalità francesi: Gérard Jaquet
e Pierre Uri.

Le domande, come si ricorderà, erano le seguenti:



1. Quali sono le idee-forza che l’Europa può trasmettere ai paesi in via di sviluppo,
nello spirito delle tradizioni politiche e culturali del nostro continente?

2. Al tr delle ideologi iche tradizionali e dell’antico spirito mercan.
tilistico e colonialistico, qual è la migliore politica di investimenti nei paesi in
via di sviluppo?

3. Nei confronti della Comunità Economica Europea, qual è la più realistica politica
d’ intervento da suggerire ai paesi europei ? Esiste, a Suo avviso, una politica
comune verso i paesi in via di sviluppo e, se mai, quale potrebbe essere ?





Ho avuto occasione di constatare, parlando con leaders africani, una coscienza falsata
poiché essi si rendono conto che il fatto di tendere la mano li mette in condizioni di
inferiorità. È quindi necessario trovare una soluzione che gli permetta di essere aiutati
senza che si trovino in questa situazione antipatica.

Il partito socialista francese ha sempre attribuito grande importanza al pro-
blema dei paesi in via di sviluppo, specialmente durante la quarta repubblica quando
avevamo in questo campo responsabilità di governo. Grazie alla nostra azione,
uno sforzo è stato fatto particolarmente a favore dei paesi africani che facevano
parte di quella che si chiamava l’unione francese. Già in quel periodo una percen-
tuale del due per cento del reddito nazionale era stata regolarmente versata ai
paesi africani e questa percentuale, da allora, è rimasta pressoché immutata.

Come si presenta attualmente la questione? L’ Africa è diventata indipendente.
Mi riferisco soprattutto ai problemi che interessano i territori dell’ex-unione fran-
cese, poiché sono quelli per i quali proviamo i più forti sentimenti di solidarietà.
Questi paesi sono divenuti indipendenti, tuttavia consideriamo nostro dovere con-
tinuare ad aiutarli. Aggiungo che, a maggior ragione, l'indipendenza si potrebbe
definire una grandissima e bellissima avventura che comporta per i paesi che la
vivono un certo numero di pericoli. In particolare, i rischi di delusione sono reali
poiché in tutti i paesi che arrivano all’ indipendenza si crea naturalmente nell’opi-
nione pubblica un vario numero d’illusioni sulle possibilità di miglioramento rapido
della situazione. Se queste speranze sono deluse rischiamo di vedere nascere, nelle
nuove repubbliche dell’ Africa, disillusioni che possono avere gravissime conseguenze.
Pensiamo che dobbiamo aiutare economicamente questi paesi in modo da permettergli
di migliorare molto sensibilmente la loro situazione economica e sociale. Dobbiamo
continuare la nostra politica di aiuto permettendogli, senza eccessive difficoltà,
di superare lo stadio dell’indipendenza.

Come dobbiamo organizzare questa politica? Abbiamo su questo argomento
non poche idee : pensiamo, prima di tutto, che questo aiuto debba essere totalmente
disinteressato, cioè che non debba essere accompagnato da nessuna condizione po-
litica. Alcuni pensano che occorre aiutare i territori che rimangono fedeli alla nostra
politica. È la tesi del governo francese attuale ; è la tesi del generale De Gaulle :
egli pensa, infatti, che l’aiuto debba avere una contropartita politica. Consideriamo
questo un concetto sbagliato poiché esiste in questi paesi una grande suscettibilità
e il timore di un ritorno al colonialismo o a quello che si chiama il neo-colonialismo.
Tutto ciò che dà l'impressione che c’è aiuto con contropartite politiche è da respingere.
In particolare penso all'esperienza, tutt'altro che lusinghiera, fatta recentemente
dal governo francese nel Gabon. Abbiamo decisamente aiutato il Gabon perché
questo paese ha accettato di difendere la politica di De Gaulle. Abbiamo, a questo
proposito, altre preoccupazioni. Innanzitutto, pensiamo che, se vogliamo veramente
interessare le popolazioni in via di sviluppo ed in particolare le popolazioni afri-
cane, bisogna che esse si rendano conto che si trovano su un piano di uguaglianza.
Ho avuto occasione, molto spesso, di constatare, parlando con leaders africani,
una coscienza falsata poiché essi si rendono conto che il fatto di tendere la mano
li mette in condizioni d’inferiorità. È quindi necessario trovare una soluzione che

GÉRARD JAQUET

Gérard Jaquet è nato nel 1916. Medico, esponente della SFIO nella Resistenza,
deputato dal ’46 è stato sottosegretario alla presidenza del consiglio, ministro
per le informazioni nel 1956-1957, e per la Francia d’oltremare dal ’57 al ’58.
Presidente della sinistra europea, è anche direttore politico de “Le Populaire”.

gli permetta di essere aiutati senza che si trovino in questa situazione antipatica.

Come si può concepire? Abbiamo proposto, qualche anno fa, la creazione di
un'associazione di solidarietà, per così dire, cioè di una associazione in seno alla
quale gli stati africani e gli stati europei, quelli che ricevono e quelli che aiutano,
sarebbero considerati sullo stesso piano con gli stessi diritti e con gli stessi doveri.
Esisterebbe una cassa comune alla quale tutti verserebbero, europei e africani, la
stessa percentuale del reddito nazionale, poniamo il due per cento. Se la Francia
verserà il due per cento in questa cassa comune, sarà con un contributo ad una som-
ma importante ; così se toccherà all’Italia e alla Germania di fare altrettanto. Se
il Gabon o il Madagascar verseranno il due per cento del loro reddito nazionale,
non si tratterà di una grande somma poiché il reddito nazionale di tutti questi paesi
è molto debole ; tuttavia essi risulterebbero affermati sullo stesso piano degli altri.
Versando in egual misura si può partecipare nello stesso modo alla gestione del-
l'associazione.

Come può questa intendere la sua missione? Essa aiuta i territorii che hanno
necessità di essere aiutati, cioè non la Francia, né l’Italia né la Germania. Con
questo sistema, sarà l’Africa ad essere aiutata : essa, inoltre, non avrà più l’impres-
sione di trovarsi in una situazione umiliante.

A che livello dovrebbe avviarsi questa politica? È necessario creare una asso-
ciazione ‘“Francia- Africa?” No. Innanzitutto perché è spiacevole che legami bi-
laterali continuino ad unire l'antica colonia e l'antica potenza colonizzatrice. D’altra
parte, è evidente che bisogna fare uno sforzo considerevole poiché la Francia, da sola,
non è in grado di assumerne la responsabilità. Vorrebbe dire, allora, che tutti in-
sieme i paesi ricchi aiutano tutti insieme i paesi poveri? Credo che attualmente ciò
sia impossibile. Occorre fare in modo, se vogliamo essere realisti, di trovare il livello
nel quale questa politica può essere possibile ed utile. Questo livello è quello della
Comunità europea; è quindi al livello della Comunità che deve stabilirsi questa
politica di aiuto e di solidarietà fra l'Europa che si costruisce e l’ Africa che si emancipa.

Sarebbe tuttavia molto difficile dire che siamo contro la politica dell'aiuto bi-
laterale e che, per questo, sospendiamo il nostro sforzo se l’aiuto comunitario non è
possibile. Considero nocivo l’aiuto bilaterale ma fin tanto che rappresenta l’unica
via possibile bisogna continuarlo. È necessario fare in modo che l’aiuto bilaterale
sia progressivamente sostituito dall’aiuto multilaterale della Comunità europea,
a condizione che il ruolo della Francia non sia diminuito. All’inizio, i paesi africani
sono stati associati alla Comunità Economica Europea. Esiste una cassa di aiuto
all’ Africa nell'interno della CEE ; però quanto è stato fatto è troppo modesto perché
si possa parlare di efficacia reale. A mio avviso, è quindi necessario trasformare
questa politica. Soltanto così questa politica nuova potrà progressivamente sostituire
l’aiuto particolare dell’Italia, della Francia, della Germania, del Belgio e di altri
paesi europei verso alcuni paesi in via di sviluppo.









Se l'Europa si presentasse in questa questione unitariamente, non c'è dubbio che po-
trebbe avere una infl infini più grande per il lid: e lo svil
del Terzo Mondo.

PP

Per quanto riguarda gli aspetti propriamente politici del problema, è evidente
che dobbiamo augurarci che î paesi in via di sviluppo siano democratici ; tuttavia
non bisogna confondere ciò che è essenziale nella democrazia da ciò che rappresen-
tano le tecniche 0 i mezzi che possono essere eventualmente intercambiabili, e che,
in tutti i casi, devono sempre venire adattati alle condizioni reali nelle quali vivono
i diversi paesi. Per esempio, ciò che rischia di urtarci di più nelle vicende dei paesi
attualmente decolonizzati, è l'istituzione del partito unico : questo partito unico, è
un mezzo di dittatura come nei paesi controllati dal regime sovietico, oppure è una
specie di motore dello sviluppo come un ordine cavalleresco all’interno di questi
paesi, mentre la libera discussione rimarrebbe da organizzare all’interno o al difuori
di questo partito, e le libertà principali continuerebbero ad essere ‘assicurate? Il
problema presuppone risposte tutt'altro che semplici. Non è molto facile organiz-
zare in certi paesi, il cui sviluppo culturale è ancora insufficiente, tutte le tecniche
democratiche alle quali siamo abituati e di cui alcune, del resto, non sembrano fun-
zionare agevolmente mediante un certo tipo di organizzazione a partito unico che
potrebbe rimanere democratico in seno a quest’ultima e salvaguardare il rispetto
delle libertà di un sistema autocratico o totalitario al di fuori anche della sua orga-
nizzazione. È a questo punto, evidente, che dovremmo dar prova di immaginazione
evitando di commettere errori che î nostri paesi hanno commesso volendo sempre
calcare l'esempio delle istituzioni inglesi e americane. È necessario, ancòra una volta,
fare uno sforzo al fine di giungere a una sintesi fra la salvaguardia delle libertà
essenziali del meccanismo atto ad assicurarla e l'adattamento alle condizioni reali
dello sviluppo. Infatti non servirebbe a nulla vedere una democrazia formale in
certi paesi dove le persone non sanno neppure per che cosa gli si chiede di votare,
e dove, necessariamente, si è obbligati, per assicurare la coesione, l'ordine e lo svi-
luppo, a creare una sorta di simbiosi organica fra i capi e le popolazioni.

A proposito della seconda domanda, si tratta di valutare il passaggio dalla
politica colonialistica a quella di assistenza. Non è soltanto una trasposizione, un
rinnovo, che si fa con molta facilità. Si parla in particolare della scomparsa dello
spirito mercantilistico : se osserviamo la forma maggiore dell'assistenza finanziaria
ai paesi in via di sviluppo, distinguiamo che prende la forma dei crediti commerciali
di relativa breve durata, legaii alla fornitura di merci. Non c'è dubbio, cioè, che
vi sono alcune convenienze per i paesi in via di sviluppo, di ricevere gli aiuti che
possiamo in tal modo procurargli e, d’altra parte, di non doverli pagare sùbito.
È evidente che, nella misura in cui gli procuriamo queste condizioni di credito, essi
sono forse spinti a comperare una certa quantità di rifornimenti che non sono neces-
sariamente quelli che corrispondono alle prime necessità del loro sviluppo, e, del
resto, accumulando un debito a breve scadenza, non è detto che abbiano la possi-
bilità di ammortizzarlo, cioè di trovare abbastanza rapidamente gli utili che gli
permettano di far fronte ai propri impegni finanziari. Di conseguenza, dobbiamo
ripensare ai problemi dell'aiuto che possano garantirci che esso risulti effettivamente
efficace per quanto riguarda lo sviluppo dei paesi ai quali ci interessiamo e che non
comporta soltanto un certo onere finanziario. Inoltre, tutto ciò permette di man-
tenere una nuova attività nelle nostre industrie. È necessario quindi rispettare un
equilibrio fra l’aiuto che diamo e la capacità di assorbimento dei paesi ai quali ci
rivolgiamo. Questa capacità di assorbimento non è naturalmente una costante ;
è ben inteso che dipende dai tecnici che mettiamo a disposizione di questi paesi af-
finché i progetti possano effettivamente concretarsi e svilupparsi : essa dipende dalla
formazione che potrà essere data dai mezzi interni o dai mezzi esterni ad una parte
della popolazione. Non c’è dubbio che l’aiuto esula dall’educazione per quanto
limitato possa essere, quando si tratta in particolare delle masse da ammaestrare ;
l'essenziale deve essere frutto delle risorse interne dei singoli paesi. Questo aiuto,
al di fuori dell'educazione, può essere sia un contributo essenziale allo sviluppo,
sa un complemento abbastanza indispensabile all’assisti e ica : t
è la condizione, immediata e a lunga scad: , affinché questo aiuto ec
effettivamente impiegato nel miglior modo dai paesi che lo ricevono.

d

ico sia

27

PIERRE URI

Pierre Uri è nato nel 1911. Economista, consulente di banche internazionali, è
stato consigliere economico e finanziario del commissario generale del piano
(1947-1952), membro del comitato d’esperti delle Nazioni Unite pet il pieno
impiego (1949), professore alla scuola nazionale dell’amministrazione, direttore
della CECA dal 1952 al 1959. Attualmente è direttore dell'istituto atlantico di
Parigi. È autore di numerose pubblicazioni di politica economica e finanziaria.

Vorrei insistere su un’altra idea, a proposito cioè della scomparsa delle ideologie
tradizionali e dello spirito mercantilistico e colonialistico, per chiederci se i nostri
paesi si difendono ancora sufficientemente dalla tentazione assai illusoria di pro-
curarsi seguaci sia nel campo politico che ciale do le modalità con cui
ripartiscono l’aiuto. Sappiamo, inoltre, partendo dall'esperienza degli americani,
che l’aiuto non è forse neppure il miglior modo di crearsi amici. In tutti i casi, sa-
rebbe oltremodo imprudente se i nostri paesi continuassero a praticare politiche
di aiuto completamente distinte le une dalle altre ; quando, cioè, ciascuno si rivolge
a questo o a quel paese in via di sviluppo e intrattiene strettamente con esso rela-
zioni bilaterali : non c'è dubbio che un coordi. o s'impone ; ma ciò non signi-
fica che non si può tener conto delle relazioni effettive, delle relazioni tradizionali
che si sono stabilite, delle facilità di lingua dei rapporti che esistevano già nel pas-
sato. In altri termini, non c'è una opposizione assoluta fra bili lismo e coordi-
namento ma, come dimost: le relazioni pr te qualche anno fa al “col-
loquio” di Bari, è perfettamente possibile conciliare una politica internazionale
di aiuto nella quale vi sarebbero fra i vari paesi che offrono l’aiuto alcuni criteri
di ripartizione, per quanto concerne le forme e l’importanza che questo può assu-
mere rispetto ai diversi paesi. È sufficiente che le somme spese da una parte o dal-
l’altra, rientrino in un programma coerente o, per lo meno, di una coerenza tolle-
rabile affinché si possa conciliare il beneficio di una politica coordinata con quello
di una politica nella quale le relazioni umane hanno una importanza sempre maggiore.

La terza domanda si riferisce, a me sembra, più particolarmente ad una politica
europea comparata ad una politica non comune ai vari paesi europei. Fin d’ora,
vi sono naturalmente accordi di associazione che comportano la realizzazione di
un fondo comunitario e, peraltro, un certo numero di altre operazioni sul piano

‘ciale che p essere, in un certo senso, considerate come elementi di una
politica se non di aiuto allo sviluppo, per lo meno, come una politica di sviluppo
attraverso sbocchi garantiti. Bisogna inoltre riconoscere che, fin d’ora, esistono
serie difficoltà per coordinare le politiche europee. Per esempio, sarebbe stato pos-
sibile costruire, con l’ausilio di certi concetti diffusi in Europa e in America latina,
una vera politica europea rispetto all’ America latina.

In che cosa dovrebbe consistere? Non voltando le spalle alla politica degli Stati
Uniti che si sono ormai impegnati nella via delle riforme e dell'aiuto ai paesi in
via di sviluppo, ma si sarebbe trattato — evitando una sorta di dialogo troppo
prolungato fra i paesi dell’ America del sud e il loro importante vicino che è l' Ame-
rica del nord, — di far intervenire un terzo interlocutore realizzando una sorta
di accordo generale sugli obiettivi, sui metodi, invece di dar l'impressione che gli
obiettivi e le riforme erano, in qualche modo, imposti come contropartita dell’aiuto
concesso da un unico paese la cui importanza non è proporzionale a quella dei
“partners” americani. Non è su questa via che ci siamo impegnati : vi è stato un
viaggio del generale De Gaulle, vi sarà, forse, un viaggio del cancelliere Erhard Di
l’uno ha cercato essenzialmente di ottenere un gran palcoscenico sul quale potesse
sviluppare i suoi maggiori argomenti politici, l’altro andrà a cercare i mercati e
un consolidamento di alcune relazioni commerciali. Ma non ci sono state, prima
di questi viaggi, decisioni sugli obiettivi che devono essere raggiunti in comune e
di cui questo 0 quell’altro capo di stato o di governo potrebbe farsi eroico portavoce
o, quanto meno, precursore. Debbo aggiungere, sempreché le mie informazioni siano
esatte, che se vi è stata accoglienza da parte delle masse, il che avviene sempre în
occasione della visita di qualche capo di stato, c’è soltanto un fatto di “grado”
da far misurare dagli specialisti dell’applausometro. Nonostante ciò, vi è indub-
biamente da parte del governo responsabile, una certa delusione dovuta al fatto
che ogni paese si presenta come un caso a sé senza essere veramente capace di por-
tare un contributo al giusto livello : investimenti da una parte e la formulazione
di una politica dall'altra. Se l'Europa si presentasse in questa questione unitaria-
mente, non c’è dubbio che potrebbe avere una influenza infinitamente più grande
per il consolidamento e lo sviluppo del Terzo Mondo.



28

UN VIAGGIO NEL MONDO

I “tunnel dell’ acciaio” nel padiglione Italsider alla 433 fiera di Milano.

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La “galleria” degli impieghi dell’acciaio, al secondo piano del padiglione.

DELL'ACCIAIO

Un altro momento del ‘viaggio attraverso l’acciaio”: il settore dei minerali.
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L’area riservata all’ufficio. In alto, una serie di pannelli in latta di Eugenio Carmi.





« Fantastico, una forte impressione... » (Erib Nilsson, farmacista di
Copenaghen);

« È diverso dagli altri ...
fo di Milano);

« Bellissimo, surrealistico, molto ben presentato, quasi uno spet-
tacolo di fantascienza... » (Luigi Burdese, siderurgico di Novi Ligure);

è originale... » (Savino Nagliero, tipogra-

« Ho visto la presentazione alla TV e ho voluto visitare di persona
il padiglione. Mi è piaciuto molto... » (Giuseppe Balboni, contadino
di Civiglio, Como);

« Si ha l'impressione di una cosa grande.. qualcosa che colpisce... »
(Giuliana e Mariarosa Stucchi, impiegate di Milano);

« Mi sono divertito molto... » (Domenico Restivo, otto anni, di
Milano).

Sono alcuni dei giudizi raccolti tra le migliaia di persone che han-
no visitato, alla 438 edizione della fiera di Milano, il padiglione del-
l’ Italsider, completamente rinnovato all’esterno e all’interno.

Tema dell’allestimento di quest'anno era un simbolico ‘viaggio
nel mondo dell’acciaio” che i visitatori potevano compiere in un lun-
go tunnel, trascinati da un tappeto mobile, come protagonisti del pro-
cesso di fabbricazione: dalle strutture molecolari dei minerali di ferro
al fuoco degli altiforni e dell’acciaieria, al rigoroso mondo, geometrico
e metallico, dei prodotti finiti di qualità.

Al piano superiore, immagini di impianti produttivi e campioni di
prodotti, ingigantiti da un abile giuoco di specchi, e due brevi film che
illustravano suggestivamente gli impieghi dell’acciaio nel mondo mo-
derno. Il tutto immerso in una sarabanda di rumori di fabbrica e di
città, i suoni della nostra vita quotidiana.

All'ingresso, in un’enorme fotografia panoramica, gli impianti di

22

Due aspetti esterni del padiglione Italsider alla fiera di Milano.



Taranto si stagliavano in tutta la loro grandiosità su una parete lu-
cente d’acciaio di quasi cento metri quadrati.

Il nostro padiglione non è piaciuto solo al pubblico. Ecco cosa ne
dice Silvano Carpi sul numero di maggio de “L'ufficio moderno”:
«L’Italsider ha puntato quest'anno su un padiglione che vorrei
dire “di rottura”, con lo scopo di smuovere il grosso pubblico
inqualificato, attuando cioè un’azione di PR vasta e sottilmente
penetrante ».

Rilevato come nell’allestimento, curato dallo studio degli archi-
tetti associati Gregotti, Meneghetti, Stoppino, sia stato possibile rea-
lizzare « una quarta dimensione tutta psicologica », l’articolista afferma
che «il risultato è stato soddisfacente e lo si può stigmatizzare nel
fatto che, proprio nell’anno che ha registrato una diminuzione com-
plessiva dei visitatori della Fiera, il padiglione Italsider ha invece avuto
un netto incremento di pubblico ».

Naturalmente, poiché « tutte le avanguardie provocano discussioni »,
anche sull’impostazione del nostro padiglione si sono avuti giudizi
discordi e qualche perplessità. Quasi tutti i più autorevoli tecnici pub-
blicitari sono però d’accordo sul fatto che «in un clima di saturazione
delle immagini, giova tutto quello che agisce in penetrazione sulla
psicologia del visitatore ».

Concludendo, Carpi scrive: « La formula si è comunque rivelata
assai efficace e la sua efficienza va valutata al livello del primo stadio
di agganciamento del pubblico. Siamo evidentemente al cospetto di
una classica azione di pubbliche relazioni, per la quale che un bambino
si sia divertito oggi può significare che domani saprà anche acquistare
per un impulso, magari, di oscura simpatia. Abbiamo davanti un nuovo
mezzo espressivo, che personalmente giudico molto positivo non sol-
tanto sul piano della comunicazione, ma anche su quello culturale ».





30

NUOVI LIBRI ECONOMICI IN ITALIA

di Sam Carcano

Insegnava lettere italiane in un liceo lombardo, una trentina d’anni
fa, una principessa siciliana. D’età già matura — talvolta ci ricordava
con una punta di garbata civetteria d’essere nonna — la principessa
coltivava una non troppo segreta passione per l’arte di Gabriele D’An-
nunzio. Le piaceva D’Annunzio « perché era un signore ». In quegli
anni, del resto, la democrazia faceva acqua in tante parti del mondo,
e pareva abbastanza naturale inneggiare con Oriani, e magari con
Nietzsche, ai pochi che comandano i zarti.

A D'Annunzio, che era dei pochi, la signora perdonava tutto.
Anche se molto patriottica, arrivava a tollerare che il conte Andrea
Sperelli, il protagonista del “Piacere”, accogliesse con indifferenza la
notizia dell’eccidio di Dogali e commentasse che, dopo tutto, si trat-
tava di « bruti che avevano ucciso altri bruti ». Chissà che cosa avreb-
be detto quella professoressa, se avesse visto “Il Piacere” a 350 lire,
nella più economica collana di Mondadori. Le sarebbe parsa una pro-
fanazione. Eppure, piaccia o no, D'Annunzio oggi fa democratica
compagnia — in questi ‘Oscar’ che costano meno d’un pacchetto
di sigarette — alla “Nausea” di Sartre, a “Ragazzo Negro” di Wright,
allo Hemingway di “Addio alle armi”. Sono le stesse umili 350 lire
che l’editore chiede anche per “La ragazza di Bube” del Cassola, o per
“La luna è tramontata” di John Steinbeck.

Le sigarette che costano quattrocento lire il pacchetto, l’ “omino”
le porta a casa a duecentocinquanta. Però è borsa nera. Le sigarette
a prezzo più economico, come tutti sappiamo, trasgrediscono certe
leggi. Siamo forse arrivati, con queste popolarissime collane che non
chiedono di metter mano al portafogli ma si contentano degli spiccioli
che ci sono nel borsellino, a una sorta di borsa nera della cultura e
dell’arte? Non stiamo per caso disobbedendo a qualche legge di natura,
per cui il bassissimo prezzo mette, per esempio, il D’Annunzio nelle
mani di gente modesta, e così sovverte delicati equilibri di valori?

Sono domande che sentiamo ripetere, e non manca il perché. C'è
una ragione, se questa improvvisa ventata di popolarità che sta ora
investendo il libro italiano non manca di destare anche reazioni ne-
gative. Il fatto è questo: non eravamo abituati. In Italia, a differenza
che in altri paesi, il consumo di prodotti e di servizi culturali era limi-
tato a ristrette cerchie di pubblico. Da quella limitazione derivavano

conseguenze economiche, ma anche conseguenze ideologiche. Le più evidenti
conseguenze di mercato erano queste: che in Italia, fino a pochi anni
fa, si pubblicavano tanti libri quanti ne uscivano in Inghilterra, però
il totale complessivo delle copie vendute in Inghilterra era dieci volte
più del nostro. A parte i capolavori, da noi poteva dirsi già fortunata
un’opera che fosse riuscita a piazzare una tiratura di duemila copie.
E le conseguenze ideologiche? Beh, per quelle non occorre andar lontano.
Non c’è situazione d’ingiustizia che non sappia trovare giustificazioni
morali, e non crei abitudini di comodo e timori per ogni novità.

A complicare le cose, contribuiva da noi una vistosa ignoranza dei
fatti economici, diffusa anche tra gente istruita. Facciamo un esempio:
ricordiamo la sorpresa, quasi sbigottita, con la quale venne accolta
qualche anno fa la proposta di regalare “stampi” ai ciechi. « Stampi?
— chiedevano quei pur volenterosi benefattori. — E per farne che? ».
Si dovette spiegare, per filo e per segno, che l’educazione dei ciechi
ha bisogno di almeno una decina d’ingegnosi strumenti: per imparare
a contare — eccone uno — il cieco adopera una scatoletta che contiene
una serie di dadi in rilievo. I dadi sono fatti a mano, dall’artigianato.
È fatta a mano anche la scatoletta che li contiene, e costa seicento lire.
Ne costerebbe venti se fosse fatta di plastica, mediante stampaggio. E
perché non si fa? Perché gli stampi costano milioni.

Ecco il “segreto” dei bassi costi e dei bassi prezzi: estendere lo
stampaggio. È la cosa più ovvia, per ogni industria moderna, ma sem-
bra ancora una sorprendente novità quando si tratta di prodotti cul-
turali. Immaginate ora la sorpresa di tanta gente quando le si spiega
che il mercato del libro era finora limitato non già da leggi immutabili,
e magari da un ordine morale, ma semplicemente da questa circostan-
za: c’era la macchina per “stampare” quante copie se ne volevano, ma
non c’era l’investimento necessario per aumentare la produzione, ot-
ganizzare in maniera massiccia le vendite, sostenerle con una adeguata
pubblicità. L'industria editoriale, pur essendo un’industria, continua-
va spesso a comportarsi come se fosse un artigianato.

Proprio così: oggi sta finalmente succedendo per il libro quello
che già avviene per migliaia e migliaia di altri prodotti industriali
che compriamo ogni giorno dal droghiere e dal merciaio, dal pastaio
e dal farmacista. Pensate un po’ che cosa verrebbero a costarci una














Guioscar {bri ettimenali Mondadori DO

IL PIACERE

romanzo di Gabriele d'Annunzio



edizione integrate
264° migliaio





DEL SOLDATO





vini bem ver O pvpivii è RAtnA 4 PIRATE I
LA PAGA tROLA NOTE Done de 0 RO Db F

STORIA
D'EUROPA

NEL SECOLO DECIMONONO

DOSTOEVSKIJ
DELITTO
E CASTIGO

Willlam
Fau Ikner

CON QUESTO CAPOLAVORO FAVÀ.KWER MA

Le copertine delle più recenti
edizioni economiche italiane.
Si tratta di edizioni Mondadori,
Garzanti, Sansoni, Laterza,
Feltrinelli, Mursia, Boringhie-
ri. A destra, le copertine dei
due ultimi volumi della “col-





3I

TOMASI DI
AMPEDUSA




Francesco Compagna



| LA QUESTIONE |
- MERIDIONALE —

IL'PROBLEMA DELLE DUE ITALIE



lana Italsider?”*



scatola di conserva o una cartina di spilli, un chilo di spaghetti o una
pastiglia contro il mal di testa se la loro produzione fosse ancora de-
cine di volte più limitata. Ecco il senso del grande fenomeno al quale
abbiamo la fortuna d’assistere: il libro sta diventando davvero un
prodotto industriale.

Certo, bisogna farsi l’orecchio. Al primo incontro, lascia un po’
sorpresi la scoperta di quel legame tra industria e cultura. Anche perché
industria è una parola che dà immediatamente un senso massiccio,
mentre cultura o ‘addirittura creazione artistica, fa sùbito pensare a
un dominio di pochi. Si stenta un po’ ad ammettere che il manoscritto
di un romanzo sia uno stampo...

La moltiplicazione può dare perfino un senso di profanazione. Che
rapporto può esserci tra una scatoletta di manzo alla militare e una
copia del “Gattopardo” che Feltrinelli ora vende a 300 lire? Come
possiamo considerare il “Dottor Zivago”, venduto anch’esso a 300 lire,
alla stessa stregua di un tubetto di dentifricio? Sono domande impres-
sionanti, ma impressionano perché... sono fondamentalmente sba-
gliate. Bisogna parlare di costî, non di funzioni. Una copia della Bibbia,
per intenderci, costa come un libro che contasse lo stesso numero di
pagine, e fosse tutto composto di x o di y. Se le parole Padre Mostro ci
dànno un sublime conforto, Xxxxx Xxxxxx non ci dà un bel niente.
Eppure, dal punto di vista economico, il costo è lo stesso. Per arrivare
dappertutto, per realizzare la propria missione universale, il Libro aveva
bisogno di “sfondare” il costo di quelle x. Cioè doveva poter ripartire i
costi generali e complessivi su un numero molto più elevato di “pezzi”,
in maniera che il costo del libro si avvicinasse sempre di più al costo
della carta sulla quale viene stampato. La carta, più un soldino.

“La paga del soldato” di Faulkner, per fare un esempio, aveva un
Prezzo di copertina di 2200 lire. Adesso, nell’edizione popolare di
Garzanti, si compra con 350 lire. Non avventuriamoci a dire che 2200
lire fosse un prezzo esoso. Alla stessa stregua dovremmo rimproverare
il sarto o il camiciaio perché ci fanno pagare l’abito o la camicia che
Ordiniamo su misura, a un prezzo più caro di quello che pagheremmo
Se li pigliassimo già fatti in negozio. Il fatto è che il libro con alto
Prezzo di copertina era finora il “prodotto su misura” di una ristretta
clientela di lettori.

La narrativa, com'era facile prevedere, è la nave ammiraglia di
questa flotta del libro popolarissimo che spara a zero sulle masse ob-
bligandole ad aprire il cervello. Non si deve pensare, beninteso, che il
saggio o l’opera di divulgazione trovino oggi più tiepido il grande
pubblico italiano. Anzi, è semmai vero il contrario. Opere di ‘non
narrativa”, non se ne sono mai vendute tante, e anch’esse partecipano
in forze al new /ook della nostra editoria. Incontra una nuova giovinez-
za, ora che è entrata nella collana più popolare di Laterza, anche la
“Storia d’Europa nel secolo XIX” di Benedetto Croce. Per non par-
lare del massiccio incontro con Freud, reso possibile dall'edizione Bo-
ringhieri a 900 lire della “Psicopatologia della vita quotidiana”.

Tuttavia il pubblico di queste opere, per quanto si accresca con la
vistosa diminuzione dei prezzi, non può raggiungere la stessa ampiezza
del pubblico che assorbe romanzi e racconti. Pubblico più limitato
significa però tirature meno spinte, quindi costi meno ridotti. Per in-
tenderci, una pagina di Croce costa come una pagina di Hemingway,
ma a patto che se ne stampi la stessa quantità di copie. Così accade che
il saggio si trovi svantaggiato nei confronti della narrativa non soltanto
perché è generalmente più difficile, ma anche perché lo paghiamo più
caro.

Può sembrare un’ingiustizia, ma in un quadro generale così posi-
tivo per la diffusione del libro non staremo a sottolinearla. Vorrà dire
che sui volumi di “non narrativa” potrà ancora concentrarsi in questi
anni lo sforzo di quelli che potremmo chiamare “operatori disinteres-
sati”: cioè le biblioteche che dànno libri a prestito}, le organizzazioni
che procurano sconti e consentono il pagamento rateale, le iniziative
per ordinare e collocare a prezzo molto più accessibile intere tirature.
Per la narrativa è diverso. Qui la spinta viene, ed è irresistibile, proprio
dal mercato. I libri a prezzi incredibili, addirittura ce li mettono in
mano. E così tendono rapidamente a modificarsi anche alcune nostre
vecchie abitudini: il regalar libri, per esempio; oppure il sollecitare
sconti. È in giuoco perfino l’abitudine di acquistar libri in libreria,
giacché le edizioni popolarissime si vendono anche in edicola. Per non
accennare alla decisione, ritenuta imminente, di vendere libri nei super-
markets. Una misura ragionevole, dacché gli alimenti dello spirito ac-
cettano ora'le stesse regole economiche degli alimenti del corpo.



32

LO STALLO DELLE «VECIE» A VERONA

di Ciuscppe Silvestri



Sopra l’arco di ingresso al cortile di un’antichissima casa, in una
delle più belle strade di Verona — quella che va dalla romana Porta
dei Borsari alla Piazza delle Erbe, sede del mercato — pende un’in-
segna in lamiera con le figure di due vecchie. I colori originali sono
quasi sbiaditi. Ma ai veronesi non più giovani, e di buona memo-
ria, quell’insegna ricorda un aspetto ormai scomparso della città,
quale rimase fino ai primi anni del nostro secolo; ossia fino a quan-
do l’automobile e gli altri veicoli a motore sostituirono le carrozze e
i carri, c perfino i tranvai, trainati dai cavalli.

Quella che pende sull’ingresso dell’antica casa veronese è infatti
un’insegna di stallo. Vi approdavano quanti con carrozze, calessi o
carri da trasporto, venivano dalla campagna in città, specialmente il
lunedì, giorno del mercato e degli affari. Il centro di Verona — come
del resto quello di tutte le altre città, specie se capoluogo di province
agricole — ne aveva parecchi di questi stalli, tutti ubicati in antiche case
dotate di ampie scuderie, un tempo utilizzate per i cavalli delle casate
nobili o ricche, per quelli dei famigli e, in epoche più lontane, anche
per gli uomini d’arme, che i personaggi più potenti tenevano al loro
servizio.

Lo stallo delle “Vecie” si trovava in quella casa costruita in cotto
con finestre ad arco rotondo, di materiale misto, la quale tuttora rie-
voca il XIII secolo e le sue lotte, sì che dai facili interpreti delle me-
morie antiche venne battezzata, piuttosto arbitrariamente, per Casa
Montecchi. Nessuna meraviglia, visto che essa ricorda abbastanza
l’altra più famosa di via del Cappello, che sarebbe appartenuta ai Ca-
puleti cioè alla famiglia di Giulietta.

Anche in quest’ultima casa, fino a una quarantina di anni fa, c’era
uno stallo. Che essa sia quella da cui uscì la dolce eroina shakespea-
riana, è pure frutto di leggenda; e lo stallo si chiamava del Cappello:
nome che potrebbe essere derivato dall’insegna di un albergo, che già
vi era qui nel 1336, oppure da una famiglia Cappello, che però non
avrebbe nulla da fare coi Capuleti. I turisti di tutto il mondo vanno
tuttavia a visitarla come tale, trovandola oggi ripulita e sistemata, co-
ronata di merli e dotata perfino del romantico balconcino (aggiuntole
trent'anni fa), dal quale le anime gentili sognano che Giulietta si af-
facciasse di notte a discorrere con Romeo, e a lui abbia gettato la scala
di corda per goderne l’amplesso furtivo.

Come casa dei Montecchi, altri invece indicano a Verona quella
che si trova vicino alle Arche Scaligere: casa medievale anch’essa, con
cortile chiuso da ferrigno portone e nella quale ci fu pure, fino all’ini-
zio del nostro secolo, uno stallo, denominato appunto delle Arche.
Anche qui vaste scuderie, e sovrastanti logge ad arco: le une e le altre
attualmente occupate da laboratori artigiani, da depositi, e le stanze
adibite ad abitazione di modeste famiglie. Molto in disordine, questa
casa meriterebbe di essere restaurata e valorizzata, secondo un pro-
getto sempre ventilato, ma mai realizzato.

Altri stalli esistevano nelle case medievali della via Sottoriva, vici-
no all’Adige. Un’intero lato di questa caratteristica strada è a portici,
disuguali d’altezza, sorretti ora da colonne, ora da pilastri. Due case
in mattoni conservano le originali finestre romaniche e gotiche con i
davanzali portanti lo stemma dei Montesilice. A questa famiglia ap-
partenne una Caterina, la quale intorno alla metà del XV secolo sposò
Pietro III Alighieri, discendente dal sommo poeta, la quale visse mol-
to a lungo, più di centovent’anni, e diede al marito numerosi figli.
In quell’epoca gli Alighieri abitavano nella vicina contrada della Chia-
vica; e due di essi, Dante III e Jacopo, figli appunto di Pietro III, col-
tivarono con onore la poesia e furono letterati di merito.

Per tornare là dove siamo partiti, cioè allo stallo delle “Vecie”,
va precisato che l’insegna attualmente posta sopra l’ingresso della casa
è una copia, e che quella originale, molto consunta, è conservata dal
proprietario dello stabile. Quanto all’origine del nome “Vecie”, essa
deve ricercarsi nelle figure di un rozzo rilievo che sta sopra il portone,
con la Trinità, Maria, Michele e Raffaele. Forse da tali figure asessuali
è derivata l’insegna dello stallo.



IL CINEMA DELLA LIBERTA’

33

di Claudio Bertieri



“Achtung, banditi” - di Carlo Lizzani.

Diversi convegni ed alcune rassegne cinematografiche (una delle qua-
li tenuta recentemente anche presso i vari circoli dell’Italsider), hanno so-
stanziato in Italia, in questi ultimi vent’anni, il rapporto cinema-resisten-
za. Ci si incontrò nel ’56 a Bologna (// cinezza postbellico e la Resistenza),
nel ’63 a Grugliasco (Le tendenze attuali del cinema antifascista italiano), poi
nel °64 a Genova (Z/ cinema resistenziale), ed infine pochi mesi or sono
a Cuneo (Cinema e Resistenza). Un insieme di iniziative di merito non
secondario le cui intenzioni democratiche furono chiaramente fissate
dai temi dei dibattiti e quindi confermate dagli atti dei lavori.

Se affermassimo, però, che in queste distanziate occasioni non s’è
avvertito un certo disagio di informazione non saremmo nel vero.
Più volte, infatti, è rispuntato fuori il problema di una materia (per
altro parecchio ampia) non ancéra sufficientemente inventariata e solo
per grandi linee sistematizzata. Notevole incertezza s’è avvertita, an-
che in interventi in altro senso qualificati, non appena le citazioni esu-
lavano dall’àmbito nazionale — noto certamente nei titoli più clamo-
rosi — per accostare quello straniero. Ed anche le conoscenze nazio-
nali troppo spesso si sono arrestate ai sacri testi, ignorando produzioni
di richiamo più limitato, di virtù nettamente inferiori, ma non meno
utili ed interessanti per configurare un panorama esauriente e prisma-
tico di quanto il cinema italiano ha scritto sulla Resistenza.

Dovrebbe aggiungersi inoltre che la conoscenza di opere “minori”,
di testi non alonati dalla unanime accettazione critica, non sottintende
una compiaciuta erudizione, ma serve — e non poco — a meglio com-
prendere l’atteggiamento, non soltanto morale, di una varia e com-
plessa produzione nei riguardi di fatti che hanno coinvolto tutto il
paese durante i lunghi mesi della dittatura. Talvolta, sono proprio
certi film di secondo piano che possono più utilmente inserirci in un
dialogo per intenderlo nella sua interezza e non per parziali battute,
seppure affidate alle firme più autorevoli.

Racchiudere in poco spazio i moltissimi contributi che il cinema
mondiale ha recato sull'argomento è impegno insensato. Sono centi-
naia di opere, di vario metraggio, che una ideale cineteca della Resi-
stenza potrebbe allineare per lo studioso od il ricercatore, suggeren-
dogli di continuo nuovi interrogativi e dubbi, ch'è proprio nell’istan-
te dell'inventario che tanto più avvertiamo le nostre avvilenti lacune.
È, comunque, possibile delineare, a grandi tratti, quali siano state le



“Il generale della Rovere” - di Roberto Rossellini.

linee di forza di questa produzione e quale sia stato lo spirito “‘nazio-
nale” che l’ha diversamente ispirata.

Sono, ovviamente, delimitazioni di massima; confini ideali che
stabiliamo al solo scopo di offrire al lettore un quadro che non lo
costringa ad uno sfiancante itinerario a balzelloni e che, nel medesimo
tempo, gli consenta di formulare una diagnosi abbastanza sicura. In
ogni caso, sempre si dovrà tenere conto delle illustri eccezioni, di
quelle opere valide in senso assoluto e che, perché tali, rifiutano una
classificazione contabile. // grande dittatore di Chaplin, un esempio tra
i più nobili, non accetterà mai un inserimento schematico, una loca-
lizzazione da scheda perforata.

Una fondamentale iniziale distinzione deve essere fatta: film 54/4
Resistenza e film de//la Resistenza. Intendendo i secondi come il frutto
civile e democratico di una vasta schiera di autori, di così diversa
formazione ideologica e culturale, i quali incessantemente si sono
impegnati in una precisa linea ‘resistenziale’’ tendente a porre sotto
accusa, di volta in volta, i diversi centri di potere (da quelli politici a
quelli militari, a quelli economici) in una mai esaurita caccia alle stre-
ghe che ha adunato le testimonianze più vive e brucianti “della” resi-
stenza dell’uomo vestito di grigio contro l’oligarchia di chi vorrebbe
definitivamente inserirlo nel sistema. E che il corpo più consistente di
questa democratica produzione provenga dagli studios californiani
(non di rado anche da quelli più tradizionalmente legati a rigidi schemi
industriali) è un fatto incontestabile. Vincitori e vinti di Stanley Kramer
ne è esempio illuminato, ma non sicuramente isolato.

Il cinema “sulla” Resistenza nasce all’indomani della caduta di
Hitler, ed ancor prima, ché Roma città aperta di Rossellini è anteriore
alla caduta delle dittature. Ma c’è stato un precedente che non possia-
mo trascurare in questa sede, e non solo per ragioni “‘cinematografi-
che”: la guerra di Spagna. Fu appunto durante quel periodo, di prova
generale del secondo conflitto mondiale, che uomini di cultura come
Malraux, Dos Passos, Hemingway, Chaplin, Ivens, Brecht, Fox, Seghers,
Alberti, Neruda, eressero un compatto fronte comune affidando al
cinema la responsabilità di partecipare al mondo la loro presa di co-
scienza. Ma anche il cinema hollywoodiano si destò e con alcuni film
(Marco il ribelle di William Dieterle, ad esempio) testimoniò una co-
sciente partecipazione del cittadino americano ai fatti d’Europa.

34

È all'indomani della fine della tragedia che il discorso della “spe-
ranza” di Malraux trova il suo logico proseguimento: nelle immagini
scabre, essenziali, strettamente documentarie di Operazione Apfelkern
di René Clément. Ed è ancéra Clément, un anno dopo, con Eroi sen-
Z’armi, a continuare questo dialogo. Un film all’apparenza minore,
per il tono crepuscolare con cui poneva sulla scena il piccolo mondo
borghese, ma in realtà da considerare tra i pochi esempi che, con lin-
guaggio autentico e schietto, abbiano saputo descrivere le ragioni di
una opposizione non armata ed i risultati conseguiti. Con // silenzio
del mare di Melville l’asse dell’osservazione si sposta sensibilmente:
non più la misura storica od il lievito umano della lotta clandestina,
ma la visione attraverso la lente della psicologia, del particolare rap-
porto personale tra occupanti ed occupati.

Solamente dieci anni più tardi il cinema francese torna al tema
resistenziale, ma la struttura delle opere (G/ evasi di Le Chanois, per
citare un titolo) denuncia chiaramente il mutare dei tempi. Salta fuori
il grosso intento spettacolare, così aggressivamente testimoniato dai
rocamboleschi accidenti che ritmano la trama. Chiusa la prima fiori-
tura, i film mostrano ora, senza alcun riparo, la posizione distaccata,
tutta superficiale mestiere, ‘‘avventurosa”’ in assoluto, da cui i nuovi
autori guardano al passato. La Resistenza diviene un puro e semplice
strumento di susperce ed in giorni più recenti anche un Clément ha
ceduto di schianto (// giorno e l'ora) alle ambigue conformistiche ne-
cessità della produzione in serie. Si schivano parole e pensieri che
non siano dell’intrattenimento automatico. Si è scoperto un nuovo
genere e lo si sfrutta con insolenza quasi si trattasse di allungare a
dismisura il filone del ‘“‘gangsterismo nero”. Qualche eccezione: La
sentenza di Valére, Tempesta in Normandia di Lautner, Poliorka di Ber-
nard-Aubert. E poi quella solitaria splendida e perentoria di Un con-
dannato a morte è fuggito di Bresson. Ma essa travalica e trascende il
tempo, gli ambienti, i personaggi, che vorrebbero datarla nella nostra
realtà storica.

Parecchio discosta da quella francese (dell’immediato dopoguerra),
la produzione britannica, pur in un’ esemplare civiltà spettacolare che
discende da antichissime tradizioni, ha costantemente premuto il pe-
dale dell’avventura. Il gusto della beffa, dell’intelligenza al servizio di
un solo individuo che mette in trappola un intero sistema non si è
certo inaridito nell’isola dai giorni de La prizzzla rossa. La matrice co-
mune ad un buon novero di film britannici sulla Resistenza è, infatti,
ancora quella: il piacere di una ironica, divertita, umoristica partita
di un solo gatto con un esercito di topi. L'intelligenza fredda, l’astuta
tempestività sono valuta troppo apprezzata in Gran Bretagna perché
non abbia libero corso anche nel tragico duello col nazismo. I film
hanno sempre ramificato da questa istintiva “way of life’, da quel
nobile gusto del pericolo, di cui sono testimoni i protagonisti di tante
vicende resistenziali. La prizzula Smith di L. Howard, Campo rrr di
Lee, La guerra privata di Suor Kathryn di R. Thomas, Sewola di spie di
Gilbert, per citarne alcuni, si rifanno ad un cliché, di tutto rispetto, che
traluce senza sottintesi. Isolata eccezione quella di Ordine di uccidere
di Asquith che tentava un tema così dolorosamente ricorrente nella lotta
clandestina: la scelta tra il bene collettivo ed il sacrificio individuale.

La produzione tedesca (Operazione Walchiria di Harnack, Accadde
il 20 luglio di Pabst, Canaris di Wiedenmann, Z/ generale del diavolo di
Kautner ed altri) tende anzi tutto a stabilire un “distinguo” tra il
nazismo e l’esercito, tra il partito e la nazione. Secondariamente, si
tratta di una resistenza “all’interno” delle istituzioni, ed in particolare
tra i quadri degli alti ufficiali. Ambigua, spesso sprovvista di indica-
zioni tecniche o semplicemente logiche, questa produzione ha cercato
di dimostrare come alcuni militari di carriera non abbiano resistito
sino alla fine ad una sottomissione assoluta e, sia pure entro gli schemi
di una tradizionale ed inesorabile disciplina di milizia, siano giunti al
rifiuto. Ma si tratta pur sempre di avvilite sommosse di palazzo, di
cricche, di singoli che tentano l’opposizione “alla Canaris”; qualche
caso isolato più consistente, ma mai il segno illuminante di una ri-
volta deliberatamente portata alle estreme conseguenze, con naturale
rispetto della realtà storica. Una produzione, dunque, ferma “alla crisi
di coscienza”.

Più coraggiosa, di certo, quella della Germania orientale, anche
se così di frequente tradita dalla demagogia e dalla pesante propagan-

da. Ma opere al pari di G/ assassini sono tra noi di Staudte e Pià forte
della notte di Dudow affermano un impegno ed una necessità morale
non trascurabili.

Per anni invischiata in consunte formule burocratiche, di partito,
la produzione della Europa orientale ha vissuto stagioni di logo-
rante schematismo. I miti si sono sovrapposti sino a formare un unico
magma in cui era difficile isolare attimi di intensa semplicità o di quo-
tidiana disperazione. L’eroe “positivo” ha sostenuto il peso di decine
di produzioni a senso unico. Qualcosa — di recente — è mutato e,
pur tra aperture non ancora in tutto soddisfacenti, il cinema resisten-
ziale (al pari di quello genericamente di guerra) ha trovato non nuove
formule, ma sincerità e semplicità. Lo affermano il sovietico // destino
di un uomo di Bondarciuk, i polacchi / dannati di Varsavia di Wajda,
Certificato di nascita di Rozewicz e La passeggera di Munk, i cechi Giu-
lietta, Romeo e le tenebre di Weiss o I/ principe superiore di Krojcik, l’un-
gherese Le zenebre del giorno di Fabri.

Quanto alla produzione statunitense può dirsi ch’essa non ha,
salvo rare eccezioni, travalicato i confini di una “onesta” partecipa-
zione. Abbastanza affine a quella britannica (si pensi all’humour
lubitschiano di Vogliamo vivere o wilderiano di Sta/ag 17), ha badato,
in particolare, a rammodernare una prestigiosa tradizione industriale:
quella del filone avventuroso-bellico-spionistico. I partigiani o gli
eroi della lotta clandestina assumono quasi sempre le peculiari carat-
teristiche dei giustizieri del west. L'avventura per l’avventura è una
formula buona anche per la Resistenza ed Hollywood la applica in-
tensamente, giustificata — almeno in parte — dal fatto che si è trattato,
per lo più, di ispirazioni indirette, mosse da esigenze politiche e cul-
turali, ed in minore misura da una istintiva provocazione immediata.
Una convinta intenzione democratica, una onesta fermezza, sono rin-
tracciabili in numerose opere resistenziali Usa: Fuoco @ Oriente di
Milestone, La seztizza croce di Zinnemann, La luna è tramontata di Pichel,
Anche i boia muoiono di Lang, La croce di Lorena di Garnett, Così finisce
la nostra notte di Cromwell, Z/ diario di Anna Frank di Stevens, Z/ 13 non
risponde di Hathaway. Se talvolta l’occhio del regista è stato quello
dell’osservatore distaccato, del testimone obiettivo, non può esserne
ascritta colpa agli autori. È loro mancato semmai quel tanto di pas-
sione, di “faziosità”, che si risolve e traduce in un partigiano diretto
entrare nei fatti, nel dramma di interi popoli.

Esiste nei film americani uno scarto dalla realtà che dobbiamo ac-
cettare come il debito pagato dagli autori ad una verità — in Europa
tangibilmente toccata — che ha bruciato i confini del possibile, del-
l’immaginabile. Ma fremiti genuini generosi, pagine di intensa e con-
vinta solidarietà non mancano, al pari di uomini e donne autentici
nelle loro virtù e debolezze, entusiasmi e cedimenti, passioni e torpori.

Per ultimo il capitolo italiano. La splendida fioritura iniziata dai
rosselliniani Rozza città aperta e Paisà e proseguita da // sole sorge ancora
di Vergano, si tacque con l’involversi del neorealismo. Per dieci anni
— salvo le eccezioni di Achtung, banditi di Lizzani e Gli sbandati di
Maselli — il cinema italiano ignorò la Resistenza. La riaccostò Rossel-
lini nel 1959 con // generale Della Rovere, ma quale distanza tra le fre-
menti immagini del prete, dell’ingegnere e della popolana di Rome
città aperta e quella del mezzo-eroe di Montanelli. Non erano soltanto
passati due lustri. Ai giovani spettava, dunque, ora di riandare a quel
periodo cruciale della vita italiana: al Montaldo di Tiro a/ piccione, al
Loy di Un giorno da leoni e di Le quattro giornate di Napoli, al Vancini
di La lunga notte del 43 al Pontecorvo di Kapò, e a qualche altro di più
corto respiro, il Turolla di La 410 sul fucile o il Paolinelli di La legge
di guerra.

In una varietà di temi, di interessi e di risultati il “nuovo” cinema
italiano ha cercato di ricapitolare il passato; di rivedere — se non pro-
prio in senso strettamente storicistico — gli anni dell’ira; di individuare
motivazioni e necessità morali. È solo su questa via, d’altra parte, che
il discorso resistenziale può assumere nuove dimensioni e, in un tempo,
scandagliare più a fondo alcuni dei grandi complessi problemi che
stringono la società contemporanea. Molti di questi sono proprio di
quei giorni del terrore ed è logico che gli ideali della lotta di Libera-
zione trovino giusta prosecuzione e consona dilatazione, ché immobili
celebrazioni — anche se mosse da oneste intenzioni — scarso contri-
buto recherebbero ad un dialogo che di continuo deve aggiornarsi.



35



“La passeggera” - di Andrzej Munk.

9 |

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A è
Use) gta

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RR STESSA

“Un condannato a morte è fuggito” - di Robert Bresson.

“Ordine di uccidere” - di Anthony Asquith.

qui a fianco: (a sinistra) “Le
quattro giornate di Napoli” - di
Nanni Loy; (a destra) “La luna
è tramontata”. di Irving Pichel.



36

UN RICONOSCIMENTO PER IL LAVORO LIGURE

L’ingegner Mario Marchesi, presidente dell’ Italsider e direttore
generale della Finsider, è stato insignito dal Presidente della Repub-
blica, in occasione della cerimonia del 2 giugno, della croce di Cavaliere
al merito del Lavoro.

La Camera di commercio di Genova ha voluto rendere un parti-
colare omaggio a questo “genovese” di adozione, nel corso di una
simpatica cerimonia tenutasi nella sala d’onore della sede camerale.

All’ ingegner Marchesi e al signor Aldo Galante, altro neo-cava-
liere del lavoro, fondatore del maggior complesso privato che operi
in Liguria nel settore metalmeccanico, hanno manifestato il proprio
compiacimento le massime autorità cittadine ed i maggiori esponenti
del mondo economico e industriale genovese.

‘Tutti hanno voluto sottolineare la validità dell’opera compiuta
a favore del progresso economico di Genova e della sua provincia
dai due insigniti.

Il presidente della Camera di commercio di Genova, dottor Massimo
Risso, ha ricordato tale laboriosa attività ed ha anche voluto sotto-
lineare il significato ed il valore autentico di questa altissima onori-
ficenza, di cui undici imprenditori genovesi sono stati sino ad oggi
insigniti.

Al compiacimento per i due festeggiati si è poi unito il presidente
della Provincia, avvocato Francesco Cattanei, che ha sottolineato in
particolare quanto costruttivo sia stato per il rilancio dell’industria
dell’acciaio nel nostro paese il contributo dell’ingegner Marchesi,
che ne è stato uno dei pionieri ed al quale va il riconoscimento per
l’opera «intelligente appassionata e moderna svolta per dare a Ge-
nova caratteristiche europee e mondiali nel campo della siderurgia ».

L’ ingegner Marchesi, nel ringraziare, ha tenuto a porre in
rilievo che il riconoscimento conferitogli è in realtà dovuto





Un momento della cerimonia nella sala d’onore della camera di commercio di Ge-
nova. Parla l’ingegner Marchesi,

«all’opera di molte persone e di una grande organizzazione genovese ».
‘Tale riconoscimento, indipendentemente dal fatto che riguardi una
grande industria o un’industria di carattere familiare o di medio li-
vello, onora uno spirito di iniziativa che a Genova non è mai mancato.
«Io vedo qui molte persone — ha detto ancora l’ingegner Marchesi
— che almeno per quanto mi riguarda hanno collaborato direttamente
o indirettamente allo sviluppo delle attività industriali genovesi. Per
tutto il loro lavoro, è toccato a me questo alto riconoscimento. Ne
sono grato a loro e alla città. Certo, tutto quello che si sta facendo
a Genova è molto importante e interessante, non solo per questa città,
ma per tutto il paese. Anche quello che si fa lontano da Genova, in
molte altre zone d’Italia,specialmente nel Sud, è partito da qui, da Ge-
nova». À questo proposito l'ingegner Marchesi ha sottolineato che
anche la grande costruzione del quarto centro siderurgico dell’ Ital-
sider è stata realizzata a Taranto « ma è nata a Genova dove c’è il
rassicurante esempio di Cornigliano ». L’ingegner Marchesi ha ricor-
dato ancora la sua « adozione a Genova », dove egli venne ventidue
anni or sono all’inizio della sua carriera, intrapresa con tutto l’entu-
siasmo proprio del suo carattere e dove ebbe la fortuna di occuparsi
di quella grandissima realizzazione che fu appunto Cornigliano. « Io
ho avuto da allora — egli ha detto — moltissimi collaboratori di valore,
di particolari capacità e di grandissima pazienza ed è questo che ha
portato ai risultati soddisfacenti ai quali oggi si è voluto dare un ri-
conoscimento premiando me ».

Al termine della cerimonia alla quale hanno presenziato anche
numerosi dirigenti dell’ Italsider, tra cui l’amministratore delegato
dottor Redaelli e i irettori generali, gli intervenuti si sono stretti
attorno ai due neu ‘nsigniti e li hanno fatti oggetto di una affet-
tuosa manifestazione di simpatia.



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