Rivista Italsider, n. 5, 1963

Contenuto

Rivista Italsider, n. 5, 1963
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
In copertina: Zoltan Kemeny - "Mouvement s'arrétant devant l'infini".
Seconda di copertina: "Avanti!" di Salvatore Basciu dello stabilimento Siac di Genova - Campi.
Terza di copertina: "Piero" di Guido Morelli dello stabilimento di Piombino.
Quarta di copertina: "La finestra sul piroscafo" di Dovilio Preziosi della Siac.

Immagini in evidenza:
- Il lamierino nell'industria automobilistica (p. 6)
- Il lamierino negli elettrodomestici (p. 9)
- "Pescatori", di Gadaleta dello stabilimento di Taranto (p. 12)
- Un'altra ricostruzione di macchina leonardesca: una nave a ruota, mossa da forza umana (p. 17)
- Un pannello che illustra la storia della bicicletta (p. 18)
- Struttura molecolare del polipropilene isotattico "moplen" (p. 22)
- Siete sicuri di quello che scrivete: una parola ambigua, un dato non chiarito evocano associazioni verbali o visive sbagliate, distorte, comunque non quelle che volevate evocare (p. 28)
- Saldatura a fuoco dei grandi serbatoi sferici per l'ossigeno liquido, usato per la propulsione del missile "Thor" (p. 32)

Sommario:
- Il finanziamento della previdenza sociale, p. 3
- La strada dei rotoli di lamierino, p. 5
- "La comunità del mio lavoro", p. 10
- Le nasse, p.15
- Il museo "Leonardo da Vinci" a Milano, p. 16
- Acciaio e nylon, p. 20
- Giulio Natta, uomo e scienziato, p. 22
- Il pianeta acciaio 2, p. 26
- Cosa volete dire?, p. 28
- Materiali nuovi per il mondo di domani, p. 32
- Panorama siderurgico, p. 36
Data testuale
1963 ottobre- novembre
Consistenza
pp. 36
Stato di conservazione
Buono
Soggetto produttore
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
Identificativo
PER.000354/18
Collocazione
Emeroteca
contenuto
RIVISTA ITALSIDER





























bue

la copertina: Zoltan Kemeny - ‘ Mouvement
s’arrétant devant l’infini”” - 1954, cm. 104x73,
ferro. Collezione Madeleine Kemeny.

Dal concorso fotografico “La comunità del
mio lavoro” pubblichiamo tre delle migliori
immagini:

2° di copertina: “Avanti!” di Salvatore Basciu
dello stabilimento Siac di Genova - Campi.
Primo premio.

3° di copertina: “Piero” di Guido Morelli
dello stabilimento di Piombino. Premio
speciale.

s° di copertina: “La finestra del piroscafo” di
* Dovilio Preziosi della Siac. Premio speciale.

RIVISTA ITALSIDER bimestrale d’informa-
zione aziendale per il personale dell’Italsider
Anno IV - n. 5 - ottobre - novembre

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova

n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

SOMMARIO

Il finanziamento della previdenza

sociale pag. 3
La strada dei rotoli di lamierino »
“La comunità del mio lavoro” BIO
Le nasse » 15
Il museo “Leonardo da Vinci” a Milano » 16
Acciaio e nylon » 20
Giulio Natta, uomo e scienziato è: f22
Il pianeta acciaio 2 » 26
Cosa volete dire? » 28

Materiali nuovi peril mondo di domani » 32
Panorama siderurgico » 36

Zoltan Kemeny è nato nel 1907 a Banica, un villaggio della Transilvania. Suo padre era capostazione.
Egli stesso divenne capostazione in un altro villaggio nel quale la sua famiglia si era successivamente
trasferita. Crebbe fra il rumore dei treni, fra rotaie, vecchi vagoni, locomotive, nel sottobosco metallico
della tecnica moderna.

E quando divenne pittore, la sua materia tu il metallo. MaTanche Kemeny, come molti artisti contem-
poranei che hanno battuto strade diverse da quelle tradizionali alla ricerca di una propria originalità
espressiva, ha fatto vari e disparati mestieri nel corso della sua vita. Oltre che nelle ferrovie, egli lavorò
per un certo periodo come falegname. Dal 1921 al 1923 lo troviamo però a Budapest, allievo delle
scuole di arti decorative e di belle arti. Nel 1930 si stabili a Parigi. Abbandonata provvisoriamente la
pittura, si occupò, fino al 1942, come disegnatore di oggetti in ferro, vetro inciso e moda. Si trasferì
quindi a Zurigo e dopo un ulteriore periodo di lavoro come disegnatore di moda incominciò ad
occuparsi nuovamente di pittura, usando ogni sorta di materiali, rifiuti per gli altri, materia prima
indispensabile per lui.

Nelle opere di Kemeny entrano tutti i metalli, dal rame al piombo, dal nichel allo zinco, dall’alluminio
al ferro. Essi hanno per l'artista lo stesso significato che per Klee o per Matisse aveva il colore.

Del 1945 è la sua prima esposizione a Zurigo. Da allora le mostre si susseguono, a Parigi, a New York
e in molte altre parti del mondo. I suoi quadri si affinano e i materiali assumono nuovi significati. Le
sue esperienze si dirigono verso varie direzioni fra cui l'elettronica e la cibernetica, due rami della
tecnica che offrono oggi a più di un artista motivi di ispirazione.

Tra le sue opere più recenti sono da ricordare un grande rilievo murale in lamina di ottone realizzato
per la scuola superiore di studi economici e sociali di St. Gall (Svizzera) e una scultura spaziale di 116
metri di lunghezza realizzata in metallo per il foyer del teatro municipale di Francoforte. Sta ora
lavorando ad un altro rilievo murale di 35 metri per l'esposizione nazionale svizzera che si svolgerà a
Losanna nel prossimo anno.

Nel 1957 Zoltan Kemeny ha assunto la cittadinanza svizzera. Risiede e lavora a Zurigo.

Regioni e programmazione

Fra i vari timori sorti all’apparire della programmazione sulla scena politica-economica, i
più seri sono stati quelli che nascevano dalla riconosciuta difficoltà di stabilirne gli strumenti, l’or-
ganizzazione, le metodologie, le finalità. Tutti concordi nell'affermare che la programmazione
nel nostro paese non dovesse essere tecnocratica, si era da molte parti piuttosto scettici sulla pos-
sibilità di suscitare nel paese energie, interessi, capacità tali da consentire alle forze produttive
e agli enti locali (e in particolare all’istituto regionale), di interloquire validamente con il piano
centrale per assicurarne il carattere democratico.

Il caso, o meglio la maturazione politica, ha però voluto che, mentre a lungo si discorreva della
programmazione nazionale, se ne chiarivano i concetti, si precisavano gli obiettivi, una fitta rete
di piani, sorti da iniziative diverse — regioni a statuto speciale o normale, regioni sottosviluppate
o soprasviluppate, zone intercomunali o interprovinciali — si*venisse a stendere sul paese. Sì che
oggi la pianificazione nazionale non ha più da dibattere sul sesso degli angeli ma deve da un lato
prendere in esame e contemperare le esigenze espresse da queste iniziative autonome e d’altro canto,
sulla base di questo esame, ha il compito di coordinarle e di indirizzarle a una successiva rielabo-
razione, secondo i princìpi generali determinati dalla volontà politica sul piano nazionale e l’ac-
certamento delle condizioni obiettive.

Il fiorire della pianificazione regionale e a zone (anche se ancora limitato all’indispensabile
opera di studio delle situazioni reali e delle previsioni di sviluppo, di cui lo studio ‘struttura e
prospettive economiche di una regione” compiuto dall’ IRES di Torino in collaborazione con l’Ital-
consult e la SEMA, è stato un primo testo), ha presentato l'estrema utilità di fornire al piano
nazionale un solido terreno di analisi, un punto fermo nel mare delle disquisizioni scientifiche e
ideologiche “a priori” ; e soprattutto di evitargli il pericolo dell’astrattezza, della parzialità o
della univocità del punto di partenza, dell’ipotesi di lavoro.

Prendiamo, ad esempio, la programmazione di fronte ai problemi delle aree sottosviluppate e
di quelle soprasviluppate del paese.

Non c’è dubbio che la programmazione generale debba porsi, fra gli altri fini politici, e in misura
preminente, l'impegno di accrescere il ritmo di sviluppo del Mezzogiorno per diminuire le “distanze”
fra questa zona del paese e le regioni più ricche. Ma c’è il rischio che per mancanza di fantasia
o per volontà di affrettare i tempi e arrivare comunque a risultati evidenti, la programmazione
finisca per esaurirsi in questo esclusivo settore di intervento, e non affronti le altre questioni aperte :
ad esempio quella — non meno importante e forse più difficile — del sovraffollamento e
dell’obsolescenza produttiva e sociale in certe zone nordoccidentali del paese.

La supercongestione di queste zone non può evidentemente essere risolta soltanto con la sem-
plice formula di trasferire sedi e impianti di aziende industriali dalle aree settentrionali a
quelle meridionali : formula che, come tutte le formule troppo semplici, presenta una notevole
dose di verità ma può essere giusta în certi casi e insufficiente in situazioni diverse ; e comunque,
con la sua applicazione esclusiva, non riesce certamente a dare una risposta efficace alle esi-
genze delle zone che subiscono gli effetti critici del sovraffollamento ; soprattutto non rappresenta
una valida alternativa alla rapida obsolescenza degli impianti, dei servizi, delle situazioni eco-
nomiche e sociali, delle prospettive di progresso in queste zone.





C'è piuttosto da pensare che all’impetuoso
sovrapporsi delle iniziative industriali nelle
aree nordoccidentali occorra sostituire una più
razionale, diversa sistemazione ordinata dei
medesimi territori, attraverso i piani regolatori
urbani, intercomunali, regionali (con l’aiuto
della rinnovata legge urbanistica che dovrebbe
prevedere l’attivo intervento delle regioni nella
programmazione territoriale, quindi economica e
sociale, del paese). In questo quadro si pone la
determinazione di nuove aree contigue — come
è accaduto per la zona di Alessandria, cioè per
una zona sempre del nord-ovest ma con carat-
teri sottosviluppati, di disponibilità — dove sia
possibile indirizzare le autonome forze di cre-
scita e rinnovamento operanti nel ‘triangolo
industriale”.

Ove la programmazione non affrontasse
anche questi problemi, nella situazione italiana,
non soltanto sotto il profilo della congestione e
dell'inurbamento di alcune zone del “triangolo
industriale” ma sotto l’aspetto del rapido invec-
chiamento di questo immenso, tradizionale polo
di sviluppo, di propulsione, si determinerebbe
presto uno squilibrio gravissimo, che il contem-
poraneo progredire del Mezzogiorno non saprebbe
da solo compensare.

I piani urbanistici o di sviluppo regionale che
nel “triangolo industriale” si sono approntati o
sono în corso di studio o si ha l’intenzione di
varare, hanno costituito fortunatamente una
prima incoraggiante risposta all’interrogativo :
dimostrando un sicuro, seppure lento progredire
dello spirito democratico, della capacità autonoma
a creare le cose dal basso, nella società italiana.

Del resto, nel Mezzogiorno, la programma-
zione della cassa per lo sviluppo e delle indu-
strie a partecipazione statale ha condotto a
buoni risultati quando, da una serie di scelte e
di interventi generali e indifferenziati, si è
passati alla istituzione di precisi e limitati poli
di sviluppo regionale.

Si può osservare che questa pianificazione
decentrata, nelle regioni meridionali, avviene di
frequente sotto l'impulso delle industrie di stato
o degli organismi centrali di riforma, piuttosto
che con una scelta autonoma della classe diri-
gente locale. Ma bisogna tenere ben presente che
fra le premesse e, insieme, gli obiettivi della
programmazione occupa un posto preminente
proprio l'evoluzione ‘industriale’ della classe
dirigente sia al centro che alla periferia, la
sua conversione dai temi talvolta stanchi della
politica tradizionale a quelli più concreti delle
scelte fra piani alternativi di sviluppo e di
riforma.

Anche per questa via l'intervento riformatore
dello stato nella costituzione dei poli di sviluppo
meridionali sortirà l’effetto di creare le condi-
zioni più idonee all’affermarsi, sul piano locale,
di una classe dirigenziale del Mezzogiorno
attenta ad una realtà moderna di cui farsi
autonomamente interprete. Il fenomeno si re-
gistra in modo chiaro, sia pure con il sopra
ricordato carattere autogeno, nelle zone so-
prasviluppate ove la programmazione locale
ha incominciato a mettere i denti e dove
sî è assistito appunto ai primi passi della
inevitabile trasformazione nei gruppi dirigenti

e persino nei temi della “ cultura” politica.

Naturalmente si avverte la necessità di un
raccordo fra questo fiorire dei piani regionali e
la programmazione nazionale ; di più, si sente
il pericolo che il piano nazionale non ce la faccia
a raggiungere, a coordinare e uniformare tutti
questi piani di settore, di zona, di compartimento,
di regione che nascono privi di qualsiasi elemento
unitario, presentano metodologie, cioè matrici
politiche e ideologiche diverse, e talvolta del
piano hanno soltanto il nome 0 l'aspetto formale.

Non c'è zona, nel nostro paese, che oggi non
sogni il potente impianto produttivo elettrico,
siderurgico, petrolifero, il porto più ampio, il
canale più lungo : effetto di un incompleto rin-
novamento della classe politica provinciale (e non
soltanto di quella), che nel nostro paese risente
ancora, a contatto con il mondo moderno, della
origine prevalentemente retorica e che, dello
stesso mondo, finisce per avvertire confusamente
soltanto gli aspetti visivamente più macroscopici.

Il problema però esiste: c'è l'esempio del
Mezzogiorno avanti la istituzione dei poli di
sviluppo, quando ogni paesino sul più alto e
impervio cocuzzolo sognava la redenzione dal
secolare abbandono attraverso l'impianto di
qualche industria non meglio specificata ma aiu-
tata dalla Cassa; con maggiore attualità, è il
caso dei porti italiani, i quali tutti vorrebbero
concorrere al finanziamento statale dell’apposito
piano nazionale senza un ordine di priorità,
per accrescere i propri impianti sulla base di
questioni campanilistiche o di prestigio, al di
fuori di qualsiasi calcolo delle reali prospettive
di utilità.

Alcuni teorici della programmazione hanno
visto la realizzazione del raccordo secondo uno
schema che assegna agli organi centrali il com-
pito di fissare la metodologia della programma-
zione e determinati traguardi o barriere (tassi di
sviluppo, dislocazione settoriale delle iniziative,
scelta dei consumi eccetera), mentre agli istituti
decentrati, alle regioni, sarebbe lasciata la libertà
di articolare i provvedimenti necessari al conse-
guimento dei traguardi nazionali secondo le ca-
ratteristiche delle diverse regioni.

Lo schema così esposto è indubbiamente sem-
plice e presuppone, in concreto, un rapporto più
complesso fra programmazione nazionale e auto-
nomie locali : si può prevedere che gli istituti re-
gionali, attraverso una certa uniformità metodo-
logica, indicazioni e suggerimenti discussi con
l'ufficio centrale del piano (presso il ministero
del bilancio), elaboreranno piani e analisi di
sviluppo, prospetti delle esigenze e delle possi-
vilità locali (sul tipo dell’indagine affrontata
dall’ IRES : di qui la opportunità che di questi
strumenti si provvedano gli enti regionali).

Pensiamo ad esempio a: 1) la ricerca demogra-
fica regionale, sempre più condizionante lo svilup-
po economico, con le previsioni sull’incremento
della manodopera causato dai movimenti naturali,
dal passaggio dall’agricoltura agli altri settori
produttivi, dall'immigrazione (con la necessità
di predisporre nuove abitazioni), dai trasferi-
menti “pendolari” (con l'esigenza di nuove mi-
gliori comunicazioni pubbliche) ; 2) lo studio dei
progressi o delle stasi nel settore industriale,
anche attraverso analisi degli investimenti e delle

prospettive del mercato, per prevedere le esigenze
di spazio e di manodopera e indirizzarne il
soddisfacimento secondo gli interessi comunitari ;
3) l'esame dei consumi industriali regionali, dei
bilanci familiari — per predisporre un ordinato
ed economico approvvigionamento dei beni e il
controllo dei costi; 4) l’analisi dei trasporti e
delle comunicazioni che collegano le regioni
l'una con l’altra e con l'estero — al fine di non
creare pericolose strozzature alla distribuzione e
al rifornimento dei prodotti industriali e di
quelli di consumo ; 5) le indagini sulla raccolta del
risparmio e del finanziamento degli investimenti
eccetera ; sino alla costituzione di un modello
che possa essere l’elemento regolatore, secondo
princìpi razionali, dello sviluppo regionale.

Questo materiale, pervenuto all'ufficio cen-
trale del piano e alla commissione per la pro-
grammazione — cui partecipano i rappresen-
tanti delle categorie produttive — sarà confron-
tato con quello preparato dalle altre regioni e
con le indicazioni provenienti dal parlamento e
dalla volontà politica del governo. Dopo questa
opera di contestazione, l'ufficio centrale appron-
terà una serie di piani alternativi che attraverso
il filtro della commissione e del governo rag-
giungeranno il parlamento.

La pianificazione tornerà poi alla realtà
decentrata, dove sarà curata dagli istituti regio-
nali, sotto il controllo dell'organismo centrale,
tenuto conto degli studi, delle analisi e delle
previsioni precedentemente formulate sul piano
locale.

Con questo scambio continuo, nei due sensi,
saranno risolti molti problemi: ad esempio
quello — riconosciuto da varie parti ma di dif-
ficile, diversa impostazione — della insuffi-
cienza e irrazionalità economico-sociale degli
attuali confini di numerose regioni. La program-
mazione centrale dovrà curare con molta atten-
zione questo aspetto dei rapporti interregionali e
delle iniziative di cooperazione che ne saranno
stimolate fra i diversi istituti locali. Ma soprat-
tutto sarà risolto il problema di conferire un
assetto democratico alla programmazione, capace
di mobilitare tutte le energie del paese, e non
soltanto quelle di un ristretto gruppo di tecnocrati.

La democraticità di una programmazione
non si afferma soltanto chiamando attorno al ta-
volo centrale delle decisioni i rappresentanti degli
interessi produttivi, degli imprenditori, dei sinda-
cati eccetera. Gli organismi di rappresentanza
centrale di questi interessi, nel partecipare alle
scelte del piano, compiono indubbiamente un’ope-
ra di democrazia che pone dei limiti all’autori-
tarismo burocratico. Ma tali organismi restano
sempre degli istituti centrali, che non possono
rappresentare, se non con grande approssimazione,
la varietà delle situazioni periferiche.

Se la pianificazione potrà sorgere con il con-
tributo del decentramento e se in questo decen-
tramento potranno giocare î vari autonomi in-
teressi, sarà lecito un poco sperare di avere evitato
i pericoli del burocratismo, di avere fondato la
programmazione medesima su una impalcatura
forse meno rapida ma senza dubbio più continua
ed efficace, peggiata alla pianificazione consape-
vole degli interessi, delle categorie, degli istituti
democratici.



Select Six ST i IR ie a Re MI TR SR EI

Il finanziamento
della previdenza
sociale

Il nostro collaboratore professor Mattia Persiani
affronta con questo articolo l'interessante proble-
ma del finanziamento della previdenza sociale.

1. Chi si limiti a considerare l’articolo 2115
del codice civile il quale dispone che l’impren-
ditore e il prestatore di lavoro contribuiscano
in parti eguali alle istituzioni di previdenza
e di assistenza, avrebbe l’impressione che nel
nostro ordinamento il sistema di finanziamento
della previdenza sociale sia caratterizzato da
una grande semplicità.

La realtà è invece diversa. Nei venti anni
che sono passati dall’entrata in vigore del
codice civile, che conteneva quella disposi-
zione, l’evoluzione del sistema della previ-
denza sociale e la sua estensione oltre l’ambito
del lavoro subordinato hanno fatto sì che oggi
ci:troviamo in presenza di un sistema di fi-
nanziamento caratterizzato da una varietà
di posizioni tale da far dubitare che sia ispi-
rato ad un unico criterio informatore.

Anzitutto la simmetrica distribuzione del-
l’onere contributivo tra il datore di lavoro ed
il lavoratore, che costituiva un elemento
caratteristico del sistema tradizionale delle
assicurazioni sociali, è stata eliminata da un
provvedimento dell’ immediato dopoguerra
(decreto legge legislativo del 2 aprile 1946,
n. 142) che, sebbene fosse stato dichiarato
esplicitamente provvisorio, ha poi finito per
influenzare la disciplina successiva. Tale prov-



vedimento, infatti, che poneva l’obbligo con-
tributivo a totale carico del datore di lavoro,
è stato a sua volta rapidamente superato, ma
il contributo nuovamente imposto ai lavora-
tori è stato sempre notevolmente inferiore a
quello posto a carico dei datori di lavoro. Ri-
spetto all’anteguerra è rimasta immutata solo
la disciplina dei contributi per l’assicurazione
contro gli infortuni sul lavoro e le malattie
professionali, tuttora imposti esclusivamente
al datore di lavoro.

2. Queste modificazioni nella distribuzione
dell’onere contributivo, va subito osservato,
non hanno soltanto un significato e una por-
tata formale, in quanto parallelamente all’eso-
nero parziale dei lavoratori ha assunto mano
a mano maggiore evidenza il fenomeno per
cui l’onere posto a carico del datore di lavoro
non sempre riguarda la realizzazione della
tutela previdenziale dei lavoratori da esso
dipendenti.

Basti ricordare, tra gli esempi più recenti
di questa tendenza, quanto avviene per la
tutela previdenziale predisposta a favore delle
lavoratrici madri e dei lavoratori richiamati
alle armi. In tutti e due i casi i datori di lavoro
devono versare un contributo per tutti i la-
voratori alle loro dipendenze prescindendo
dal sesso, mentre della prima forma di tutela
potranno godere solo le donne e della se-
conda solo gli uomini. Similmente, al fine

di realizzare un perfezionamento dell’assi-
stenza di malattia per i lavoratori occupati
nel settore agricolo e in considerazione della
particolare situazione economica esistente in
quel settore, la legge hà recentemente imposto
un contributo di solidarietà ai datori di la-
voro degli altri settori della produzione, cioè
a quelli dell'industria e a quelli del commercio.
Infine, sempre con riguardo al finanziamento
della tutela previdenziale dei lavoratori agri-
coli, il sistema di riscossione unificata dei
contributi previdenziali, almeno nelle pro-
vince in cui si fa riferimento al coefficiente
ettaro-cultura, mette in luce l’assoluta man-
canza di un nesso di interdipendenza tra le
prestazioni previdenziali ed i contributi. Que-
sti ultimi, infatti, non sono riferibili ai la-
voratori effettivamente occupati ma sono ri-
scossi esclusivamente per provvedere ai mezzi
necessari per l’erogazione delle prestazioni
previdenziali a chi ne ha diritto.

3. Lo stesso fenomeno trova riscontro, in
sostanza, anche con riguardo ai contributi
versati dai lavoratori e ciò come conseguenza
dell'adozione del sistema finanziario detto
della ripartizione. Tale sistema si caratterizza
per il fatto che le contribuzioni sono propor-
zionate all’onere delle prestazioni man mano
che queste vengono erogate, per cui, in defi-
nitiva, i contributi versati dai lavoratori non
sono utilizzati per finanziare le prestazioni

4

delle quali essi godranno, bensì quelle erogate
a favore di quei soggetti protetti che si tro-
vano in situazioni di bisogno.

4. Se poi ci si pone da un punto di vista
più ampio e si ha riguardo a tutte le forme di
tutela previdenziale si coglie un altro interes-
sante fenomeno: l’onere del pagamento dei
contributi previdenziali quando è imposto a
soggetti diversi da quelli protetti, non ricade
solo ed esclusivamente sui datori di lavoro.

Infatti, l’onere contributivo imposto per la
realizzazione della tutela previdenziale dei
lavoratori autonomi grava normalmente sugli
stessi soggetti protetti ma, a volte, è posto
anche a carico di altre categorie di persone.
Nel caso dei liberi professionisti, ad esempio,
parte dell'onere è sostenuto dai loro commit-
tenti che, pure, con essi si vengono a trovare
in relazioni occasionali e sporadiche. In altri
casi l’onere grava sui soci del soggetto pro-
tetto, in quanto le società cooperative e le so-
cietà di fatto sono obbligate al pagamento dei
contributi per i soci impiegati nei lavori da
essi assunti.

I contributi previdenziali sono, poi, posti
a carico degli artigiani e dei coltivatori diretti
anche per quei familiari che lavorino abitual-
mente nell’impresa artigiana o nei fondi, e per
i familiari viventi a carico e che possono be-
neficiare delle prestazioni. In questi casi tra il
soggetto obbligato al pagamento dei contri-
buti e il beneficiario delle prestazioni previ-
denziali intercorre un mero rapporto familiare
o un rapporto associativo, in senso del tutto
particolare, sottratto in linea di massima alla
disciplina del diritto del lavoro e che viene
designato dalla dottrina come rapporto di
lavoro familiare.

Infine, la legge dà la facoltà agli enti comu-
nali di assistenza di versare parzialmente o
totalmente il contributo per l’assistenza ma-
lattia dovuto dagli artigiani in particolare
stato di bisogno, ed impone direttamente alle
amministrazioni comunali l’obbligo del pa-
gamento degli stessi contributi per gli artigiani
e i rispettivi familiari a carico, che siano iscritti
nell’elenco dei poveri.

s. Accanto a queste forme di finanziamento
a carico dei soggetti più o meno direttamente
interessati alla tutela previdenziale, assume
notevole importanza il finanziamento che si
realizza mediante il concorso finanziario dello
stato agli enti di previdenza. Tale finanzia-
mento non costituisce un’innovazione carat-
teristica della più recente evoluzione rispetto
al sistema precedente, ma ha assunto attual-
mente una portata determinante. Basti pen-
sare che nello stato di previsione della spesa
del ministero del lavoro e della previdenza
sociale per l'esercizio finanziario 1962-1963
sono stati stanziati per. la sola previdenza
oltre duecentodieci miliardi senza tenere conto
del fatto che tra la fine del 1962 e l’inizio del
1963 lo stato ha già assunto nuovi oneri per
circa trentacinque miliardi.

Attualmente, quindi, si può ben ritenere
che il finanziamento dello stato ha come scopo

immediato quello di rendere effettivo il di-
ritto dei soggetti protetti alle prestazioni pre-
videnziali e non più quello di favorire, stimo-
lare e incoraggiare l’azione delle categorie e
l’opera della previdenza facoltativa né di
realizzare forme di assistenza.

Oltre al tradizionale intervento dello stato
volto ad integrare le sole prestazioni, sono
previste oggi altre forme di interventi che
consistono a volte in una partecipazione con-
tributiva complementare, rispetto a quella
dei soggetti obbligati al pagamento dei con-
tributi previdenziali, e, a volte, anche in un
finanziamento calcolato in misura forfettaria
a favore delle gestioni previdenziali. Esempio
del primo caso sono il concorso dello stato
alla costituzione delle pensioni dell’assicura-
zione obbligatoria di invalidità e vecchiaia
con una quota di lire cento annue per ogni
pensione e alla costituzione delle pensioni
per assicurazione facoltativa per invalidità e
vecchiaia con una quota complementare; il
concorso dello stato per le quote di pensione
derivanti dal riconoscimento dei periodi di
servizio militare, l’erogazione da parte dello
stato degli assegni di morte, delle quote di
pensione corrispondenti ai periodi di servizio
militare degli iscritti alla Cassa Nazionale di
Previdenza Marinara. Esempi del secondo
caso sono il contributo annuo a carico dello
stato di lire millecinquecento per ciascun
coltivatore diretto e familiare e per ciascun
artigiano e familiare assistibile; l’integrazione
dell’onere contributivo gravante sui pescatori
nella misura di lire settecento per ciascun
soggetto assistibile. Esempio, infine, dell’ul-
timo dei modi indicati con cui si attua il
concorso finanziario dello stato, sono il
contributo annuo forfettario di lire quindici
miliardi in favore del fondo di adeguamento
per i trattamenti dei minimi di pensione; il
concorso alla gestione dell’assicurazione di
invalidità e vecchiaia ai coltivatori diretti,
mezzadri e coloni che dai quattro miliardi e
mezzo previsti per l’esercizio 1957-1958 ar-
riverà a ventisei miliardi nell’esercizio 1966-67.

6. Davanti a questa molteplicità di modi
e di forme attraverso i quali avviene il finan-
ziamento della previdenza sociale, sorge. le-
gittima la domanda se tutto ciò sia il portato
di valutazioni necessariamente diverse perché
varianti in funzione delle esigenze poste dalle
singole situazioni o sia, invece, la conseguenza
di una legislazione disorganica e farraginosa.
Basta pensare però alla fondamentale uni-
tarietà del sistema previdenziale, derivante
dal fatto che attraverso di esso si realizza in
modo immediato e diretto il fine pubblico
della liberazione dal bisogno di chi vive del
proprio lavoro, per ritenere che tutta questa
varietà derivi solo da una contingente situa-
zione di disordine.

Ciò è confermato dalla constatazione che
da più parti si avverte non solo e non tanto
l’esigenza di una armonizzazione e di una
semplificazione del sistema di finanziamento,
quanto l’esigenza di ricercare la giustificazione
che, in sede di politica legislativa, presiede ai
vari modi con i quali viene finanziata la pre-

videnza sociale. Non viene chiesto, infatti,
solo di semplificare i sistemi di riscossione dei
contributi e se possibile unificarli, ma anche
di' riconsiderare i presupposti delle attuali
imposizioni onde adeguare anche i metodi
di finanziamento ai nuovi princìpi che infor-
mano il sistema.

7. La caratteristica più rimarchevole del-
l’attuale finanziamento della previdenza so-
ciale è, come si è visto, una tendenza ad im-
porre l’onere contributivo a soggetti diversi
dalle persone protette. Ciò è evidentissimo nei
casi di tutela dei lavoratori subordinati nei
quali la maggior parte degli oneri contributivi
vengono accollati al datore di lavoro e trova
riscontro anche per la tutela dei lavoratori
autonomi. Inoltre la previdenza è a volte
finanziata in modo determinante direttamente
dallo stato. In tal modo si realizza una soli-
darietà tra tutti i componenti della collettività,
che si esprime nello stato, per il perseguimen-
to di fini che sono riferibili a tutti. Ma questa
tendenza finisce per rivelarsi insoddisfacente
proprio in quanto non perviene alle ultime
necessarie applicazioni del principio che la
informa.

Nel sistema attuale, infatti, i lavotatori,
come categorie economicamente deboli, pa-
gano da sé la propria protezione sociale men-
tre sarebbe giusto che vi contribuissero, at-
traverso un sistema di tipo fiscale, anche gli
abbienti non lavoratori. Da un altro punto
di vista l’attuale sistema finisce per far gravare
l’onere contributivo soltanto su quei soggetti
che già danno alla solidarietà nazionale un
notevole contributo, come ad esempio gli
imprenditori,

Ritenere, come è stato ritenuto, che queste
considerazioni siano basate su una sconcer-
tante confusione tra i compiti spettanti rispet-
tivamente alla previdenza sociale, alla pub-
blica assistenza, alla politica economica e
alla politica fiscale è accusa che può essere
ritorta ai sostenitori del sistema contributivo,
se questi credono che la previdenza sociale
ebbe ed ha lo scopo di realizzare una redistri-
buzione dell'onere di copertura del rischio
tra i soggetti che a questo sono esposti. Le
funzioni sociali dello stato moderno non
saranno certo assolte con una previdenza
sociale che si limiti a far pagare un contri-
buto identico anche se l’esposizione al rischio
dei singoli assicurati è diversa, e a corrispon-
dere prestazioni la cui proporzionalità ai
contributi versati sia temperata per ragioni di
solidarietà ed in alcuni casi addirittura sop-
pressa. Questa è una concezione della previ-
denza sociale superata dall'idea e dai princìpi
della sicurezza sociale accolti nella nostra
Costituzione e già in parte realizzati dalla
recente legislazione. Una volta che la realiz-
zazione della tutela previdenziale costituisce
un fine dello stato, e non più un fine dei
lavoratori o di un gruppo di lavoratori, è
evidente che i mezzi necessari per la realiz-
zazione di tale fine non possono che essere
reperiti da tutti i cittadini in proporzione alle
proprie sostanze e ai propri redditi.

La strada
dei rotoli
di lamierino

Abbiamo invitato il nostro collaboratore Lucio
Bozzano a seguire la strada dei rotoli di lamie-
rino. Abbiamo così una specie di taccuino di
viaggio dove appaiono alcune industrie utiliz-
zatrici del lamierino di Cornigliano.

A Cornigliano escono dallo stabilimento i
rotoli di lamierino; caricati su autocarri o su
treno si avviano in tutte le direzioni. Seguire
il cammino dei rotoli non è impresa da poco:
vuol dire mettersi in marcia per i luoghi più
impensati d’Italia e affrontare, col lungo viag-
gio, le esperienze più diverse e più incredibili.















Prendiamo ad esempio l’itinerario più breve:
i rotoli che vanno a Torino o a Milano
per essere impiegati dalla Fiat, o dall’Alfa
Romeo, o dalla Lancia nella costruzione di
autovetture.

Il consumo dei lamierini è enorme se si
pensa che la produzione alla sola Fiat supera
spesso le tremila vetture al giorno.

Il rotolo di lamierino viene tagliato in lamie-
re che, nel caso ad esempio della “600”, sono
delle seguenti dimensioni: 2800 x 1470 x0,7 mil-
limetri. Davanti alla “linea 6”, cioè alle grandi
presse per lo stampaggio a freddo della car-
rozzeria, sono accumulate alte pile di lamiere.
Lo stampo è in questo momento quello dei
padiglioni, cioè del tetto della vettura. La la-
miera viene posta sotto la prima pressa della
potenza di 1500 tonnellate, la pressa si ab-
bassa, si rialza, la lamiera ha già preso la forma
del tetto e passa alla seconda pressa. Una
schiacciatina silenziosa, si passa alla terza
pressa e così via. Nel dettaglio diremo che la
prima pressa “forma” la lamiera con azione
di doppio punzonamento. La seconda trancia
la luce anteriore e quella posteriore, cioè le

d- E ì
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Il lamierino nell’architettura: pareti realizzate con pannelli “curtain walls” in lamierino smaltato all’esterno e la-
mierino zincato all’interno. Edificio della direzione Sidercomit a Milano.



due finestre del padiglione, la terza rifila le
due luci, la quarta effettua una rifinitura peri-
metrale, la quinta dà un assestamento defini-
tivo e la sesta fa la risvoltatura delle alette
anteriori. Dopo di che il padiglione è termi-
nato. Ma tutto questo avviene in pochi se-
condi, una lamiera dopo l’altra, un pezzo dopo
l’altro. Di solito un lotto di questo genere si
aggira sui 9-10 mila pezzi; poi si cambiano gli
stampi (si metteranno quelli per la fiancata
destra, poi per la fiancata sinistra, per le por-
tiere eccetera), e si ricomincia.

Dopo le presse i pezzi sono affidati ai tra-
sportatori aerei, grandiosi ed affascinanti pro-
tagonisti del reparto. Sopra la testa si vedono
girare come in una giostra le portiere, i padi-
glioni, le fiancate nel loro lucente colore ar-
genteo. Le diverse parti affluiscono poi nella
misura voluta al punto di saldatura dove la
vettura, cioè la carrozzeria, nasce nel suo sche-
letro in pochissimi minuti grazie al lavoro
delle saldatrici multiple. Poi la carrozzeria va
alla verniciatura e torna sempre appesa per
l’aria con i suoi colori vivaci per essere depo-
sitata alla catena di montaggio. Le catene di

Il lamierino nell'industria automobilistica. Si calcola che circa il 40% della produzione sia assorbito dal settore degli autoveicoli. Qui,
il magazzino “ viaggiante” per il trasporto dei materiali dalle officine di produzione a quelle di montaggio. Fiat-Mirafiori di Torino.

montaggio successive sono semplicemente
sbalorditive per la precisione cronometrica
delle operazioni, per la rapidità, per il sincro-
nismo. Esse hanno inizio con la posa dell’as-
sale posteriore che si collega poi con la tra-
smissione, con le ruote anteriori eccetera. Man
mano che la lamiera corre in avanti si pone il
cambio, il volante, il motore. Poi sarà messo
a punto l’impianto elettrico, l’imbottitura in-
terna, i comandi. Infine si monteranno le ruote
finché la vettura sarà completa. Allora le ruote
toccheranno terra, si metterà la benzina
operaio collaudatore salirà al volante per ef-
fettuare le prove. Dal momento dell’inizio
della catena al momento di uscita della vettura
coi propri mezzi passano in media due ore e
mezzo.

Ma il cammino dei rotoli può portare anche
alla fabbrica dei motoscooters, alla Innocenti,
alla Piaggio, dove sempre mediante l’ausilio
delle presse nascono gli scooters, i ciclomotori,
i furgoncini. Qui si nota come la grande pro-
duzione di lamierino di acciaio sia veramente
alla base di quella rivoluzione dei costumi che
è rappresentata dal motoscooter. Esso infatti
è sceso in profondità, attraverso tutte le bar-
riere geografiche e sociali ed ha strappato i
giovani e i giovanissimi all’isolamento della

provincia, ai biliardi, agli ozi dei caffè. Con
esso gli orizzonti dietro la collina hanno ces-

sato di essere misteriosi. Ma la rivoluzio:
portata dall’acciaio non si limita ai motoscoo-
ters: nella campagna tutto è stato trasformato
attraverso la meccanizzazione dell’agricoltura.
Il “divino del pian silenzio verde” non è più,
più non si sente il ronzio delle mosche o
il canto delle cicale sugli alberi. Su tutto do-
mina il rumore dei trattori. Le macchine sono
giunte sui campi, l’acciaio e la nafta sono ormai
i protagonisti ed hanno scacciato in secondo
piano i buoi pazienti, il largo gesto del conta-
dino che semina a braccio teso, il lento affon-
dare della zappa nel terreno. Un romantico
poeta potrebbe piangere calde lacrime su
questo mondo scomparso, su questa pace
agreste distrutta, ma sarebbe soltanto un ro-
mantico poeta. La realtà prosaica è ben diversa:
gli abitanti del mondo sono saliti ad oltre tre
miliardi e nelle immense metropoli moderne
milioni di uomini consumano ogni giorno ton-
nellate di pasta, di pane, di legumi. Ciò signi-
fica che la terra deve rendere molto di più
di una volta, con minor numero di braccia,
poiché milioni di ex contadini sono passati
nelle città a far funzionare le fabbriche, gli
uffici, i treni.

Come si è potuto ottenere che la terra renda
dieci, venti, cento volte di più con un decimo
o un ventesimo dell’antica manodopera? Con
lo sfruttamento scientifico, con i fertilizzanti
artificiali, ma soprattutto con la meccaniz-
zazione dell’agricoltura. Nel 1800 un quintale
di grano si otteneva con nove ore lavorative,
nel 1900 con quattro ore, nel 1945 con
ore 1,2 - oggi con meno di un’ora. Per vangare
un ettaro di terra un contadino doveva lavo-
rare seicentoventi ore; con un aratro trainato
da un trattore le ore per un ettaro di terra
si riducono a sei (!), con gli aratri polivomeri
anche meno. Ogni muovo trattore che arriva
sul campo unitamente agli altri att
canici elimina da tre a dieci animali da lavoro,
non solo a beneficio delle razze pregiate di
allevamento ma anche dei terreni stessi prima
largamente adibiti al foraggio.

Seguendo il cammino dei rotoli di lamierino
sono giunto, attraverso le fabbriche di trattori
come la Fiat, la OM, la Lamborghini e la
Landini, sui campi del Maccarese, la più grande
ela più razionale azienda agricola d’Italia che si
trova nel centro dell’Agro Romano, tra la
ferrovia Roma-Pisa e il Tirreno, su una su-
perficie di oltre 4.100 ettari dei quali 3.700 di
superficie agraria e circa 400 di superficie fo-



restale. Il lavoro dell’uomo e delle macchine
ha bonificato l’intera zona ed ora si estendono
a perdita d’occhio campi coltivati a foraggi e
a frumento e coltivazioni ortofrutticole ordi-
nate e di gran pregio, e vigne preziose e im-
pianti per la produzione vinicola e silos, e stalle
per un allevamento scelto e numeroso di vacche
lattifere ed altro bestiame. Le macchine agri-
cole sono molte nell’intera azienda; vi è pure
una vera officina attrezzata per la manuten-
zione e la riparazione dei mezzi meccanici. Ci
sono oltre sessantacinque trattori, un’ottantina
di solcatrici ed aratri, oltre a livellatrici, fran-
gizolle, seminatrici, mietilegatrici, mietitrebbia
con pressapaglia, trebbiatrici, sgranatrici e così
via, compresi 370 carri agricoli. In questa
vasta azienda i trattori sono al lavoro un po”
ovunque, e un’apposita autobotte provvede a
rifornirli di combustibile raggiungendoli sul
posto. Ad un certo momento suona la sirena
e i contadini si avviano verso casa a piedi
o in bicicletta; perché qui suona la sirena come
nelle fabbriche. Nelle stalle ci sono quasi
duemila vacche lattifere, razza pezzata nera,
che producono giornalmente circa il ro per
cento del latte che si beve a Roma. Ma che
cosa dire della produzione dei vini che supera
i 280 miliardi di fatturato annuo? E della

magnifica uva da tavola e delle magnifiche
pesche che paiono uscite da un quadro del
Caravaggio e portano nomi soavissimi come
“viola di Velletri”, “pesca trionfo”, ‘regina
dei vigneti”? ‘Tutto questo abbiamo veduto
al Maccarese, tra magnifiche distese di euca-
lipti, in una verde campagna che, sia pur
battuta dai trattori e dalle macchine, non ha
perduto la propria riposante freschezza.

Ma il filo che porta il lamierino d’acciaio
nelle campagne non è soltanto quello dei trat-
tori e delle macchine agricole; vi sono centi-
naia di impieghi del lamierino zincato: ad
esempio, intere stalle razionali, impianti di
aeratori a valvola, speciali recinti, apparecchi
poppatoi e ancora refrigeranti, scrematrici,
zangole per burrificazione. E ancora appositi
sili per foraggi e relative insilatrici e trincia-
trici nonché i vari miscelatori per mangimi, e
ancora attrezzature per allevamenti di bassa
corte, come pollai razionali, batterie di alle-
vatrici elettriche eccetera. Ho visto anche le
“madri artificiali” in lamierino zincato: un
bel giorno nascono 500-6oo pulcini vispi e
pigolanti e sono figli del lamierino zincato.
Col lamierino d’acciaio, dunque, anche per
l’agricoltura il futuro è già cominciato.

Un’altra tappa nel viaggio del lamierino è



Il lamierino nei motoscooters. Reparto montaggio delle
Slambrette” alla Innocenti di Milano.

quella che riguarda l’industria dei frigoriferi,
cioè un’industria che produce macchine per
generare il freddo, cosa che sarebbe parsa
utopistica un secolo fa. Il frigorifero è una
macchina che consta di un gruppo motore,
di una cella interna e di un mobile esterno.
Queste due ultime parti si costruiscono col
lamierino d’acciaio che noi inviamo al cliente
in dimensioni già prestabilite. Io ho visto
appunto il complesso Ignis, formato da due
stabilimenti posti a breve distanza, uno nel
comune di Comerio e uno nel comune di
Gavirate, in un’incantevole panorama sulla
strada Varese-Laveno. Qui, dove arriva il
lamierino già nelle dimensioni volute si ricorre
soltanto alla smussatura degli angoli, poi,
dallo stampaggio escono lo zoccolo, la portina
e la cella. Naturalmente si stampano anche,
in una o più parti, i fornelli e le cucine (a gas,
a gas liquido, a metano o elettriche); i vari
pezzi circolano anche qui, come le carrozzerie
delle auto, sospesi in aria alla catena del tra-
sportatore aereo. Sul materiale stampato si
effettua il decapaggio in apposite celle, quindi
la smaltatura che consiste in una prima im-
mersione, poi in una cottura in un forno con-
tinuo a 850 gradi dal quale i pezzi escono di
un nero lucido per ricevere successivamente lo



smalto bianco, a spruzzo. Dopo una seconda
cottura, i pezzi sono pronti per il montaggio.
Il “mantello” o mobile del frigorifero è pro-
dotto con lamierini lunghi fino a metri 3,40
che passano sotto una pressa piegatrice e
quindi sotto un’altra piccola e meravigliosa
pressa che dà loro in pochi secondi la forma
definitiva, ad U rovesciato. Quindi rapida
“puntatura” con una saldatrice automatica e
si comincia la toletta. Prima pulizia a mezzo
di un modernissimo impianto continuo di
sgrassaggio, quindi lavaggio a freddo, poi fosfa-
tizzazione ed essiccazione. Infine avviene l’ul-
tima fase ai nuovissimi impianti di verniciatura
elettrostatica. Vi sono anche qui le catene di
montaggio con stazioni successive: arriva il
mobile, si montano i pannelli isolanti, quindi
la cella, poi i fili elettrici, poi la cornice di
legno, quindi la portina, le varie mensole, le
scatole di plastica, la serratura eccetera. Poi la
macchina è pronta e fa pensare, nella sua veste
nuova e nei colori tenui della plastica, alle cu-
cine di oggi, alla pubblicità americana, alle



rino nell’agricoltura. Diversissimi sono i campi di applicazione del lamierino
nella vita agricola e vanno dalle livellatrici alle frangizolle, dalle trebbiatrici ai trattori.

fb:

bottigliette di Coca-Cola ghiacciata nelle afose
giornate del solleone. Dai frigoriferi ai cibi
in scatola il passo non è lungo ed ovunque
troviamo, alla base, il lamierino d’acciaio. Per
lo scatolame, in verità, si adopera la banda
stagnata che l’apposito impianto di stagnatura
elettrolitica o quello ad immersione producono
a Cornigliano e che arriva presso i clienti in
pacchetti di fogli di diverse dimensioni e di
spessori variabili tra i mm. 0,20 e i mm. 0,44.
Lo spessore più alto è quasi sempre adoperato
per le scatole di tonno che dovendo sopportare
un lungo processo di sterilizzazione in auto-
clave (possono rimanere anche un paio d’ore
ad una temperatura di 105 gradi), debbono
presentare maggiore resistenza. Le scatole di
tonno, in verità, mi hanno portato ad un
lungo viaggio fino a Trapani e quindi all’isola
di Favignana, dove si trovano le famose ton-
nare Florio. Qui i pescatori, sotto la guida
del ‘“rais”, effettuano la mattanza, che è l’uc-
cisione del tonno catturato nella tonnara; qui
apposito personale procede allo squartamento

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Ogni trattore che arriva sul campo elimina dai tre ai dieci animali da lavoro. Le prin-
cipali fabbriche di trattori in Italia sono la Fiat, la 0. M., la Lamborghini e la Landini.

dei pesci e alla suddivisione delle varie parti,
ma qui anche un apposito impianto provvede
alla produzione delle scatolette, e quindi al-
l’inscatolamento. Altro tipo di scatolame, sia
pure prodotto con lo stesso procedimento, è
quello delle conserve che ho visitato a Parma.
Qui, in quella che è la capitale delle conserve
(tanto è vero che vi si tiene la “mostra interna-
zionale delle conserve e dell’imballaggio”),
sono numerose le fabbriche di scatolame che
consentono appunto alle varie imprese agricole
di inscatolare il prodotto sul posto. Non si
creda che il processo produttivo per ottenere
una di quelle scatolette alle quali noi diamo
così poca importanza sia molto semplice e non
presenti i suoi lati spettacolari ed emozionanti,
oltre ad una dose di lavoro accurato, specializ-
zato, paziente, da svolgere con impianti moder-
nissimi e costosi. Oltre alla verniciatura ‘“doré”
dell’interno, vièil problema del cliché richiesto
dal cliente sulla scatola, cioè quel disegno a
colori e quella scritta che prima di trovare
sulla scatola avremo trovati nei manifesti

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pubblicitari. Per far ciò occorre che i fogli
di banda stagnata, come se fossero dei fogli
di rotocalco, subiscano un processo litografi-
co il quale, appunto come per i giornali, può
essere svolto su macchina piana (con sistema
antico) oppure su moderne rotative. Natural-
mente ogni tiratura applica un colore, dopo-
diché i fogli vanno nel forno dove restano per
circa venticinque minuti alla temperatura di
centoventi gradi. Ho visto entrare nei forni
su appositi carrelli centinaia di fogli che por-
tavano impresse le immagini di migliaia di
acciughe stilizzate e quando ne sono usciti
coi colori vivacissimi e i contorni nitidi mi
pareva di vedere delle vere acciughe succu-
lente, preparate per un pantagruelico pranzo.

Altro settore di impiego del lamierino è
costituito dall’architettura. Oltre trenta anni
sono passati dacché in America, con la co-
struzione del fabbricato della Chrysler a New
York, si è effettuato il primo impiego di curtain
walls e l’impiego del lamierino ha preso svi-
luppi impensati sia in America che in Europa





Il lamierino negli elettrodomestici. Vastissimo è il campo di utilizzazione del lamierino nell'industria
degli elettrodomestici. Qui, una fase di lavorazione del “mobile” dei frigoriferi alla Ignis di Comerio.

e così pure nel nostro paese. ‘Tanto che oggi
possiamo dire veramente che la costruzione
di case è alla vigilia di una grande rivoluzione
in cui il muratore ed i suoi mattoni sono de-
stinati a scomparire per lasciar posto a pan-
nelli prefabbricati, e basteranno poche viti e
bulloni per assicurare una facciata ed i muratori
diventeranno dei meccanici ed i capomastri dei
tecnici di industria. La casa di domani dunque
si costruirà come oggi si costruisce un tran-
satlantico e alla base di tutto sarà, oltre ai
pilastri portanti in acciaio, il lamierino, sia
per le pareti esterne sia per quelle interne.
Tra gli esempi italiani, oltre ad una casa di
abitazione per i dipendenti Italsider a Genova-
Pra, vi è l’edificio della Sidercomit e dell’uf-
ficio vendite Italsider a Milano. Qui non solo
le pareti esterne ed interne sono in lamierino
ma anche i mobili degli uffici, il ché può por-
tare ad un’altra ampia utilizzazione del lamie-
rino d’acciaio, cioè quella di mobili moderni
e funzionali i quali stanno sostituendo negli
uffici i vecchi mobili ingombranti e scarsa-

mente pratici Una fabbrica di moderni
mobili in acciaio che impiega centinaia di ton-
nellate di lamierino all'anno è la Olivetti
Synthesis di Massa. Qui il lamierino da otto
decimi o da dieci decimi si trasforma, attra-
verso un modernissimo ciclo di produzione,
nei mobili più diversi, dall’assemblaggio spe-
ciale per posti di lavoro alla sedia per uffici,
dai classificatori agli schedari, agli armadi, ai
tavoli per macchina per scrivere, alle poltron-
cine in tubo di acciaio con schienale e sedile
in gomma espansa.

Ma seguire tutti i rivoletti degli impieghi
minori del lamierino vorrebbe dire perdersi
nei meandri delle produzioni più disparate,
come ad esempio le serrature, le chiavi, i luc-
chetti, le casseforti e giù giù sino all’acciaio
da due soldi, quello che il venditore pubbli-
cizza sulle piazze del mercato: pelapatate,
tritacarne, piccoli giocattoli come automobi-
line, motociclettine eccetera.

Questa potrebbe essere, simbolicamente, la
storia..di un rotolo di lamierino d’acciaio.



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Un concorso fotografico

“la comunità
del mio lavoro”

Come è noto, l’ufficio per le attività cul-
turali e ricreative, in collaborazione con le
pubbliche relazioni, ha organizzato un con-
corso di fotografia e cinematografia riservato
ai soci dei circoli aziendali Italsider sul tema
“La comunità del mio lavoro”. Ci limitiamo
qui ad esaminare il concorso di fotografia
in bianco e nero. La partecipazione è stata
massiccia e di altissimo livello, come rileva
anche Paolo Monti, un fotografo di fama
mondiale al quale abbiamo sottoposto le fo-
tografie premiate o segnalate pregandolo di
scrivere per la nostra rivista un commento
critico.

Mentre i membri dei vari circoli si sono
sforzati di rimanere nel tema, il circolo di
Taranto ha fatto un ottimo lavoro di équipe
prendendo a soggetto piuttosto che la
comunità di lavoro l’ambiente residenziale.
Ciò non gli ha impedito di raggiungere
risultati di indubbio valore.

In Italia ogni anno vengono organizzati mol-
tissimi premi e concorsi fotografici dedicati a
coloro che con nomenclatura piuttosto imprecisa

vengono definiti volta a volta amatori o dilet-
tanti. Sarebbe interessante esaminare perché il
secondo termine è più diffuso in Italia che in
altri paesi e spesso con implicito significato ne-
gativo, quasi che il dilettarsi di fare della foto-
grafia sia sinonimo di scarso impegno e di in-
competenza ; ma non è questa l'occasione.

Dopo aver diretto per molti anni un circolo
fotografico, organizzato molte mostre ed essere
stato membro di molte giurie, devo dire che il
dilettante medio è migliore di quanto si creda
purché lo si voglia impegnare in qualcosa di
serio.

Tuttavia in molti circoli fotografici si pensa
ancora che solo l’amatore possa operare libera-
mente e creare piccoli capolavori, passando dalla
natura morta al ritratto, dal paesaggio alla
figura umana, con qualche incursione nel repor-
tage sportivo o di sagra paesana. Al professio-
nista obbligato agli impegni del suo lavoro sareb-
bero negate queste possibilità creative.

Questa retorica merita di essere combattuta
da chiunque abbia a cuore le sorti di un circolo
o gruppo fotografico, perché la verità è proprio
all'opposto : solo impegnandosi seriamente su
un tema, svolgendolo a fondo provando e ripro-
vando, si possono ottenere in fotografia come in
qualsiasi altra attività risultati di rilievo.

Per molti dilettanti la cosiddetta libertà di
fare quello che piace non è tanto uno stimolo al
rischio della ricerca quanto un comodo alibi per
evitare la fatica di un impegno serio e prolun-
gato, teso a un fine preciso e liberamente scelto.

Per questa ragione i nove decimi delle mostre
e concorsi fotografici a tema libero si chiudono
con risultati mediocri e scontati, che si ripetono
di anno in anno fra la noia e il dispetto dei
veri amatori di fotografia.

Da qualche anno alcune mostre fotografiche
hanno imposto un tema ai partecipanti e i risul-
tati si sono subito visti, tanto è vero che si ha
sempre ragione di stimolare gli uomini a un
lavoro difficile; esemplare a questo proposito è
la recente mostra di Bergamo che aveva per tema
la figura umana nel suo più largo significato, dal
ritratto alla folla.

Queste considerazioni mi sono dettate dall’aver
esaminato i lavori premiati al concorso foto-
grafico Italsider avente per tema “La comunità
del mio lavoro” e quelli presentati dal gruppo
di Taranto ; anche qui la difficoltà del tema ha
imposto l’impegno dei partecipanti, tanto che
quelli di Taranto hanno sentito il bisogno di
operare in gruppo per suddividersi il lavoro,
esempio unico che io conosca.

La fotografia “Piero” (pubblicata nella terza
di copertina) di Guido Morelli, che ha avuto
il premio speciale, potrebbe essere firmata dai
migliori professionisti e non solo italiani ; colpisce
soprattutto la estrema coerenza dell'immagine,
voglio dire la esatta corrispondenza del con-
tenuto con la forma nella quale esso si
esprime. Una gamma molto ristretta di grigi
per raccontare la malinconia di una situazione
umana. Anche il rapporto fra la figura e lo
sfondo è sottilmente risolto coi modi espressivi e
grafici che sono proprii della fotografia.

Il primo e il secondo premio sono fotografie
di lavoro, istantanee prese in condizioni difficili

seguendo la tecnica del reportage a luce naturale
che dà autenticità all'immagine seppure a sca-
pito di qualche esigenza tecnica. “Avanti !”’ di
Salvatore Basciu è ottimo esempio di questa ten-
denza attuale che coglie la realtà nel suo più
segreto dinamismo ; risultati analoghi persegue
Aldo Robino (secondo premio) col suo ‘Lancia
dolomite” : la figura mossa in primo piano si
presenta quasi spettrale sullo sfondo duro delle
macchine enormi.

Anche i due migliori premi acquisto seguono
questo stile e in particolare “Il fonditore n. 2”
di Dovilio Preziosi di inquadratura cinematogra-
fica dove, in colonna sonora, quasi ti attendi di
udire la voce dell'uomo perdersi nell'aria infuo-
cata contro le nere strutture del ferro.

Si potrebbe dire che il carattere comune di
tutte queste fotografie è l'aver percepito ed espres-
so visivamente il rapporto fra l’uomo e l’ambiente
del suo lavoro, ma piuttosto come individuo iso-
lato che non nella “‘comunità di lavoro” come
il tema avrebbe voluto. Non si creda che questa
voglia essere una critica o un limite di valore di
queste immagini : il fatto è che esse trovano una
valida conferma nei modi stilistici usati dai mi-
gliori fotografi del reportage attuale.

La comunità di lavoro alla quale accennavo,
ma piuttosto direi l’ambiente residenziale, è
stata studiata collettivamente dal gruppo di Ta-
ranto con iniziativa veramente esemplare per le
sollecitazioni che ne possono trarre altri gruppi
fotografici dell’Italsider. Fra le molte opere riu-
nite negli albums con brevi testi esplicativi spic-
cano anche per perizia tecnica quelle di Martino
innamorato delle forme degli ulivi, ottimamente
“viste” e quelle di Altavilla e Gadaleta che però
peccano talvolta di insufficienze tecniche. Ora
siamo tutti d’accordo che la tecnica è solo un
mezzo, tuttavia occorre subito aggiungere che
solo una buona tecnica permette alla fotografia
di essere pienamente “realista”. Il credo del
fotografo deve essere quello di darci il massimo
di realtà visibile; soprattutto la presenza delle
cose, della natura, degli uomini deve essere di
estrema e irrevocabile evidenza.

Consiglierei al gruppo di Taranto di continuare
questo lavoro collettivo pianificandolo per com-
pletarlo. Questi fotografi devono ora farci vedere,
dopo gli alberi e le pecore, le fabbriche e le cimi-
niere ; dopo la città vecchia, i nuovi quartieri ; e
dopo i pescatori, gli uomini che lavorano il ferro.

Ne uscirebbe il ritratto di una comunità legata
ancora in parte alla civiltà mediterranea del-
l’ulivo e del gregge ma che solo nella nuova civiltà
delle macchine potrà realizzare le sue speranze
umane e î suoi fini sociali.

nella pagina accanto: (in alto) «Lancia dolomite” di
Aldo Robino - sezione di Novi Ligure. Secondo premio.
La figura mossa in primo piano si presenta quasi spet-
trale sullo sfondo duro delle macchine enormi.

(in basso) “Il fonditore n. 2” di Dovilio Preziosi dello
stabilimento Siac. Premio acquisto. In questa fotografia,
di inquadratura cinematografica, quasi ci si attende di
udire in colonna sonora la voce dell’uomo perdersi nel-
l’aria infuocata contro le nere strutture del ferro,







sopra: “Incandescenze paraboliche” di
Arrigo Amaduzzi dello stabilimento di
Bagnoli. Premio acquisto.

a fianco: “Pescatori”, di Gadaleta dello
stabilimento di Taranto.





sopra: “Uscita”, di Nino Sterlacci dello
stabilimento Siac, Premio acquisto,

a fianco: “Vicolo”, di Filippo Martino
dello stabilimento di Taranto.



eg
n!

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“Ulivo” di Filippo Martino dello stabilimento di Taranto.

“Un angolo del mar piccolo” di Altavilla dello stabilimento di Taranto,

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Bosco di Statte: “a due passi dal tubificio”, di Filippo Martino.







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Nasse metafisici ordigni. Con la loro forma plastica esse appaiono oggetti fantastici oppure moderne
sculture o ancora un giuoco della natura tratta invece di una spaventosa macchina, una trappola per
catturare i pesci. Il pescatore per preparare le sue nasse si trasforma in artigiano che lavora il ferro e tes
ricama pazientemente il suo filo di ferro di un millimetro o mezzo millimetro ed ecco uscirne una nassa, metafisic
ordigno. Poi le ritroviamo, queste nasse, sulla spiaggia, nei piccoli porti abbandonati, sulle calate o lungo i

moli ed hanno acquistato il colore caldo della ruggine fare una nassa di media grandezza occorrono
cinque o sei chilogrammi di filo di ferro e due o tre giornate di paziente lavoro. Poi, quando l'ordigno sarà
compiuto, verrà calato in acqua con la sua esca e diventerà una trappola mortale. Ma a noi piace osservare
queste nasse come metafisici ordigni, già ricoperti di ruggine, quasi una scultura di Colla o una retrouvaille.



16

Il museo

eonardo
da Vinci

a Milano

Come preannunciato nel numero scorso, presen-
tiamo qui un altro museo della tecnica, visitato
dal nostro collaboratore Luciano Rebuffo. Si
tratta del museo della scienza e della tecnica di
Milano intitolato a Leonardo da Vinci. Esso
sorge negli antichi Chiostri Olivetani adiacenti
alla basilica di San Vittore e presenta in una
cornice prettamente rinascimentale un’amplis-
sima raccolta di materiale che va dai cimeli più
antichi alle macchine di oggigiorno.

«.. Ho ancora modi de bombarde-commo-
dissime & facile ad portare, et cum quelle
buttare minuti (saxi a similitudine) di tempesta;
cum el fumo di quella dando grande spavento
all’inimico, cum grave suo danno e confu-
sione. Et quando accadesse essere in mare, ho
modi de molti instrumenti actissimi da offender
& defender, et navili che faranno resistenzia
al trarre de omni grossissima bombarda &
polver & fumi ... Item, farò carri coperti,
securi & inoffensibili, e quali intrando intra
li inimica cum sue artiglierie, non è sì grande
multitudine di gente d’arme che non rompes-
sino. Item, occurrendo di bisogno, farò bom-
barde, mortari et passovolanti di bellissime et
utili forme, fora del comune uso... In tempo
di pace credo satisfare benissimo a paragone
de omni altro in architettura, in composizione
di edificii & pubblici e privati, & in conducer
acqua da uno loco ad uno altro. Item, condu-

sopra: museo della scienza di Milano: la galleria
leonardesca con disegni e ricostruzione di modelli
ideati dal Maestro. In primo piano, su una la-
stra di vetro, il celebre autoritratto di Leonardo.



sotto: ricostruzione in modellino di legno
di una macchina leonardesca: il carro mos-
so dal vento che avrebbe dovuto agire sul-
le pale che si vedono in alto a sinistra.



17

cerò in scultura di marmore, di bronzo & di
terra, similiter in pictura, ciò che si possa fare
ad paragone de omni altro, & sia chi vole ».

Così scriveva, tra l’altro, Leonardo da Vinci
a Lodovico il Moro, Signore di Milano, nella
famosa lettera che oggi potrebbe suonare una
richiesta di assunzione. Ed in tale richiesta
Leonardo assicura di poter fare (cioè proget-
tare e far eseguire) opere di ogni genere in
ogni campo, cioè nella tecnica, nell’idraulica,
nella meccanica, nella tecnica guerresca, nel-
l'architettura civile e militare, nella tecnica
navale, e ancora nelle arti, come pittura e
scultura.

Ed infatti sappiamo che Leonardo, vero
genio multiforme, figlio prediletto dell’Uma-
nesimo, tutte queste cose poteva e sapeva fare,
come dimostrano non solo i suoi numerosis-
simi studi ed i suoi disegni (massimi fra tutti
quelli raccolti nel cosiddetto “Codice Atlan-
tico”) ma le opere ancora, che eseguì un po’
ovunque. Ben noti sono i suoi capolavori pit-
torici, meno invece la statua equestre per
Francesco Sforza, purtroppo distrutta; notis-
simi i disegni architettonici, meno le opere di
architettura militare, eseguite per la Repubblica
di Venezia, per Firenze, per Cesare Borgia a
Urbino e dintorni; eppure Leonardo era infa-
ticabile: disegnò per conto dei fiorentini la
deviazione dell’Arno con un canale Firenze-
mare, e venne a Genova per provvedere al
dragaggio del porto.

In Leonardo, che fu forse in questo il più



sopra: un pannello che illustra, con sotto: un’altra ricostruzio- = ) S

modelli a grandezza naturale e con ne di macchina leonarde- degno figlio del suo tempo, le arti meccaniche
pezzi autentici, la storia della ruo- sca: una nave a ruota, e liberali si fusero intimamen*e, così come si
ta dalle origini ai giorni nostri. mossa da forza umana. fusero le qualità di filosofo e di uomo (anche

se egli si definiva “Omo sanza lettere’). Ec-
colo infatti, ad esempio, al servizio di Lodovico
il Moro, astretto da gravi problemi finanziari,
con sei bocche da sfamare, tanto che scrive
al suo alto protettore: «... E se Vostra S.a si

ARPINO IPA . credessi ch’io avessi dinari, quella s’inganne-

pi eee rg grsri DRP O RR RIRROSI ATERA A rebbe, perché ho tenute sei bocche trentasei

e VI È CI . mesi e ho auto cinquanta ducati! ».
ente e gr vede arpa sarai Tali Era dunque più che logico che a Leonardo
da Vinci fosse dedicato in Milano il magnifico
“Museo Nazionale della Scienza e della Tec-
nica”, ottimamente sistemato in questo dopo-
guerra negli antichi Chiostri Olivetani adia-
centi alla basilica di San Vittore, in una cor-
nice prettamente rinascimentale.

La costruzione dell’antico convento degli
Olivetani fu iniziata l’8 settembre 1508
(quando appunto Leonardo stava lavorando
alla sua famosa “Ultima Cena” nel convento
delle Grazie, non lontano da qui). Non cono-
sciamo il progettista del primo edificio ma
conosciamo il costruttore del primo chiostro,
Mastro Giuliano, detto il ‘Frà del Castellazzo”.
Ad esso chiostro ne fu aggiunto un secondo
novant'anni dopo. Nel 1622 l’architetto Fran-
cesco Richino costruì l'appartamento abbaziale,
e nel 1709 Castelli da Monza costruì il gran-
dioso e magnifico refettorio, che ancora oggi
si può ammirare (facendo parte del museo
ed essendo adibito a riunioni, conferenze e
concerti) con l’immensa volta a botte, la stu-
penda decorazione pittorica a fresco ed i su-
perbi stalli in legno.









Un pannello che



illustra la storia della bicicletta,



L'ingresso del museo si apre sulla piazza
San Vittore, dove prospetta la magnifica fac-
ciata della chiesa costruita da Gian Galeazzo
Alessi.

Una cornice di primissimo ordine, dunque,
per un museo di primissimo ordine, che offre
al visitatore, sia profano sia specializzato, un
quadro completo delle lunghe ed affannose
tappe che hanno caratterizzato il pensiero
scientifico ed il progresso tecnico. Tanto è
vero che nel museo esiste, per gii studiosi,
per gli specialisti, per gli appassionati, una
biblioteca ricca di diciottomila volumi riguar-
danti la storia delle scienze in genere e in parti-
colare della matematica, astronomia, fisica,
tecnica e ingegneria, oltre ad una speciale
sezione dedicata alla bibliografia mondiale su
Leonardo, oltreché su Galileo Galilei ed Ales-
sandro Volta.

Al centro del museo, e non solo in senso
concreto, sta la grande galleria leonardesca,
lunga oltre cento metri, che offre una magni-
fica visione di tutti i modellini delle macchine
leonardesche, contrapposti ai celebri disegni
del codice atlantico riprodotti sulle pareti e
fortemente ingranditi. Questa galleria, partico-
larmente suggestiva, è di un interesse estremo
e costituisce sicuramente la più ricca e docu-
mentata mostra leonardesca esistente al mondo.
Si pensi che ogni modello, oltreché dal dise-
gno, è accompagnato dalla fotografia cor-
rispondente del manoscritto; dal disegno tec-
nico ricavato da quello originale e studiato
per costruire il modello; dalla illustrazione
descrittiva del modello e dall’interpretazione
del pensiero di Leonardo; dal nome delle
persone che hanno interpretato e tradotto quel
pensiero,

All’ingresso della galleria sorge, su una
lastra di vetro, una riproduzione del celebre
autoritratto del Maestro, per cui la veduta
dell’intera sala si ha attraverso tale lastra, con
grande effetto scenografico.

1 modellini, eseguiti in legno con parti in
ferro, costituiscono una incredibile rassegna
del genio inventivo di Leonardo, ed appaiono
ai nostri occhi, in più di un caso, come vere
anticipazioni tecniche. Ecco, ad esempio, nel
campo del volo, un aliante con estremità ma-
novrabili, una macchina ad ali battenti, la vite
aerea (come non pensare all’elicottero?), la
navicella volante con ali battenti e timone (ed
ora siamo ai “vostok”), il paracadute, l’incli-
nometro, l’igroscopio. Nel campo navale:
barca con propulsione a ruote (fu il sistema
applicato nell’ 800 agli inizi della navigazione
a vapore), escorpio e nave a sperone mobile,
nave veloce speronatrice, draga marittima e
draga lagunare, conca di canale navigabile con
porte a battenti, pompa per sentine e valvola
conica, galleggiante a fondo apribile, motrice
navale a ruote, sfondacarene automatico, scafo
doppio, palombaro e così via.

Nel campo della tecnica bellica: escavatrice
di trincea, argano per sollevamento delle arti-
glierie, cannone navale a retrocarica, balista
multipla, macchine per l’assalto alle mura, arti-
glieria con elevazione regolabile a piolo (vera
anticipazione del tiro parabolico), affusto a







code divaricabili, organo a trentatre canne
(ordigno veramente infernale, che anticipa più
che la mitragliatrice le famose “Katiuscia”).

Nel campo ‘della meccanica civile le inven-
zioni sono tante che possiamo elencarne solo
una parte, lasciando ogni commento al let-
tore: torchio da stampa, macchina per fabbri-
care le viti, tenaglione a vite ed utensili per
filettare viti e madreviti, sega idraulica con
avanzamento automatico, macchina intaglia-
lime, forno a fiamma guidata, mandrino auto-
centrante, gru girevole, macchina per l’innalza-
mento delle colonne, maglio battiloro con avan-
zamento automatico, mulino a cilindri multipli,
trivella a doppio movimento. A ciò occorre
aggiungere magnifici disegni, qui ingranditi
ma non tradotti in modello, che riguardano
macchine per trafila, torni per filettare, mac-
chine per piallare, sega a lame parallele, oro-
logi meccanici, macchina per battere moneta
ed anche un carro automotore.

E che dire del grande plastico urbanistico,
vera intuizione di una città del futuro, ma di
una città ideale non deturpata dalle specula-
zioni e dall’ignoranza?

Abbandonata la fascinosa galleria leonar-
desca si passa poi nelle altre sale che ospitano
gli oggetti, gli studi o i disegni riguardanti lo
sviluppo della tecnica a noi più vicina, dalle
prime realizzazioni fino ai nostri giorni. Ecco
ad esempio la bellissima sala degli orologi,
dove vicino agli antichi attrezzi da orologiaio
ed a pezzi antichissimi come la clessidra not-
turna in vetro (che segnava l’ora mediante
l’altezza dell’olio della lampada nel serbatoio)
si ha uno svegliarino monastico italiano del
‘600; accanto allo svegliarino dei primi del
‘500, orologio portatile datato e segnato da
Jacopo Wolf, si hanno orologi a parete dei
secoli XVI e XVII, l’orologio notturno di
G. Treffler (1660), orologi da tasca di ogni ge-
nere e tipo, con decorazioni in oro e argento,
oppure dipinte, fino a quei begli orologi ad
involucro sferico che erano detti “cipolle”.

Vi è poi una sezione navale (che costituisce
il “Civico Museo Navale Didattico”) nutrita di
modelli moderni che mostrano lo sviluppo della
marineria mondiale di tutti i tempi, ma che
contiene anche buoni pezzi originali come un
modello di fregata borbonica del secolo XVIII,
i modelli della corazzata ‘Caio Duilio” e del
sommergibile “Balilla”, una sezione di siluro,
un vero mezzo d’assalto della nostra marina
(di quelli adoperati nell’ultimo conflitto e chia-
mati ‘maiali”’), e molti modelli di navi costrui-
te in questo secolo nei cantieri Ànsaldo di
Genova-Sestri.

Una saletta interessante è quella delle mac-
chine per scrivere, dove figura il famoso
“cembalo scrivano” di Ravizza (1855) ed un
numero notevole di macchine, dalla Remington
n. 2 del 1884 alla Underwood del 1898, dalla
Olivetti M1 del 1911 alla Olivetti elettrica re-
centissima.

La galleria della fisica, molto importante, si
propone di illustrare aspetti e momenti di par-
ticolare importanza nello studio di tale scienza
che rappresenta, com’è noto, il punto base
per la conoscienza dei fenomeni e delle leggi

della natura, conoscienza senza la quale non
sarebbero state possibili tutte le invenzioni
tecniche che caratterizzano il mondo moderno.
Le raccolte della galleria della fisica sono nu-
tritissime, e debbo limitarmi ad indicarne i
titoli più importanti: coclea e mulinello idrau-
lico, macchine per il moto perpetuo secondo
Bockler, cadute isocrone di un grave secondo
Galileo, il pendolo cicloidale di Huygens, i
cannocchiali di Galileo, la macchina di Atwood,
i barometri di Torricelli e di Fontana, gli
specchi ustori, i densimetri, gli odometri, il
telemetro del capitano Amici, le corde vibranti
di Melde, la macchina Carré per la produzione
di ghiaccio artificiale, il tonografo di Samuele
Cagnazzi (vero anticipatore del fonografo) e
il fonografo a cilindri di Edison, il mulinello
di Joule e strumenti ottici di vario genere. E
così vengono illustrate, con disegni e modelli,
tutte le esperienze riguardanti le macchine
elettromagnetiche, gli apparecchi voltiani,
fino alla celebre esperienza dimostrativa del
campo rotante di Galileo Ferraris.

La sala della radio e delle telecomunicazioni
è sorprendente perché si tratta di un settore
tutto moderno, e che pur ha registrato un’evo-
luzione rapidissima: si possono qui ammirare
vari pezzi importanti, e rarissimi: il trasforma-
tore per le scariche in alta frequenza, detto
di Tesla (1895) e il rivelatore a polveri metalli-
che, detto “‘coherer” o “coesore”; i primi ri-
cevitori RT a cristallo ed i primi ricevitori a
valvola, le prime stazioni RT di bordo per di-
rigibili ed aerei, i riceventi “a reazione” SITI,
l’antica ricevente ‘Audionette’’ a elementi
componibili con antenna a telaio, la radiotele-
fonia a microfono idraulico mediante la quale
nel 1909 Maiorana riuscì a stabilire comuni-
cazione tra Roma, la Sicilia e la Sardegna.

Via via si arriva ai vari apparecchi a noi più
vicini, sino ad un pezzo raro e sconosciuto:
un radar di costruzione ‘Magneti Marelli”
del 1942.

Il posto d’onore va qui alla “sala Marconi”
dove sono illustrati tutti gli esperimenti del
Maestro e dove si trovano numerosissimi i
suoi apparecchi originali, compresa l’intera
cabina radio-laboratorio dell’ “Elettra”.

La mostra dei trasporti terrestri, ricchissima
di materiale, giunge sino ad una FIAT 1400
in sezione, vale a dire sino ai giorni nostri:
eppure parte da molto lontano, cioè da un
modello della ruota di Ur (ricavato dal celebre
bassorilievo che si fa risalire al 4000 a. C.).
La storia della ruota è rappresentata da un
grande pannello dimostrativo che giunge ap-
punto, attraverso ruote egizie, greche, romane,
medievali, e delle carrozze barocche, sino alle
gomme piene ed infine ai pneumatici Pirelli
N+R.

Vi sono poi pezzi originali di grande va-
lore, come una “dreisienne” (l’antenata della
bicicletta, con due ruote e sellino, ma che si
spingeva coi piedi), un velocipide a ruota al-
tissima, tricicli, bliciclette da turismo e da
corsa, motociclette, “scooters”, ed automobili
varie.

Interessante la parte dei trasporti ferroviari,
con modellini che vanno dal famoso “Rocket”

19

di Stephenson e dalla famosa locomotiva “La
Lombarda” che servì per trainare il primo treno
sulla Milano-Monza nel 1838, fino alle loco-
motive Breda costruite ai nostri giorni.

Nel settore della metallurgia si ha una bella
serie di vetrine e diorami, dalla chiara funzione
didascalica: mostrare l'evoluzione della tecnica
di estrazione e di lavorazione dei metalli e del
ferro, dalle prime civiltà storiche in avanti.
Così si possono vedere, nelle apposite vetri-
nette, le fusioni dell’antico Egitto, i forni
a cumulo etruschi, i forni a manica con mantice
del XVI secolo come sono illustrati dal Birin-
guccio nella sua opera “De la Pirotechnia”, la
fusione del Perseo da parte del Cellini, e le
fusioni di minerali nell’ Africa centrale di oggi,
così simili a quelle etrusche.

La sezione illustra poi, con grandi plastici,
il moderno procedimento di un’acciaieria, ma
mostra anche, orgogliosamente, uno dei veri
forni elettrici per la produzione dell’acciaio
costruiti dallo Stassano, avuto in dono dalle
fonderie Vanzetti di Milano. (Mi piace no-
tare qui che nella sezione di Darfo dello sta-
bilimento di Lovere esiste ancora il primo
forno Stassano).

Magnifica è la sala delle macchine, dove tro-
neggia la macchina a vapore di Thomas Horn
(1850) il cui pilastro centrale è foggiat» a for-
ma di colonna dorica.

Interessante poi un treno laminatoio comple-
to (compreso il comando idraulico), del 1850.

Vi è poi, accuratamente ambientato con gli
attrezzi e gli accessori del tempo, un maglio
della Valsassina (Lecco) per la fucinatura a
caldo, maglio costituito da un pesante martello
mosso da una ruota idraulica.

Vi è pure, in fondo alla sala, una chioderia
elettrica del primo ’900.

Questa non è che una rapida sintesi del-
l’immenso materiale raccolto nel museo na-
zionale della scienza e della tecnica Leonar-
do da Vinci. Ma un museo della scienza e
della tecnica è, per definizione, un museo in
continuo divenire, che non sarà mai completo,
che non sarà mai finito, ed infatti si conti-
nuano ad aggiungere sale, ad erigere nuove
costruzioni, ad ospitare nuovo materiale, come
i motori a reazione, i moderni impianti radar,
i calcolatori elettronici.

Secondo me, anche se non è ancora possi-
bile per ovvie ragioni, il museo dovrebbe
avere, e l’avrà certamente fra non molto, un
satellite artificiale, un “telestar”, un missile
intercontinentale ed un’astronave. Non vi
pare?

Ma già così com’è il museo intitolato al
nome di Leonardo costituisce una esauriente
rassegna dell’evoluzione della scienza e della
tecnica attraverso i tempi, una bella dimo-
strazione di quello che il pensiero umano,
lo studio, la ricerca scientifica hanno saputo
fare.

Ed anche questo lo si può sintetizzare in un
pensiero di Leonardo, che quasi anticipando la
risposta a coloro che avrebbero poi osservato
che « val più la pratica che la grammatica »,
aveva scritto: « La scienza è il capitano e la
pratica sono i soldati ».

20

Uno dei p.u utili e fantasiosi ritrovati del-
l’industria moderna è senza dubbio il “nylon”,
diffusosi rapidamente nel mondo e utilizzato
nei più disparati settori produttivi. Tipico
“figlio” della nostra epoca, è entrato in ogni
casa nelle più svariate e impensate forme; ha
sconfitto materiali tradizionali, si è imposto
persino, per la sua grazia e per la sua delica-
tezza, in uno dei più eleganti e raffinati indu-
menti femminili: le calze. Per le quali si può
davvero dire che il “nylon” ha battuto la
seta.

Un elenco delle sue diverse utilizzazioni
occuperebbe troppo spazio. Preferiamo invece
proporre ai lettori una specie di indovinello:
«C'è affinità fra “nylon” e acciaio? ». Pochi,
ne siamo certi, sono in grado di rispondere
affermativamente. Eppure, guardate dove sia-
mo finiti. Partiti dalle calze femminili, ci
ritroviamo in uno stabilimento siderurgico.





Si dirà: « quale alleato può essere dell’ac-
ciaio questo prodotto? La pesantezza del-
l'uno come può sposarsi alla leggerezza del-
l’altro? ». Dice il proverbio che gli estremi
si toccano: e così è stato anche fra il “nylon”
e l’acciaio.

Il nostro incontro col “nylon” avviene allo
stabilimento ‘Oscar Sinigaglia” al reparto
ricottura. Dal laminatoio a freddo l’acciaio
esce, per la maggior parte, sotto forma di
lamierino che ha quasi raggiunto lo spessore
e le caratteristiche volute dal cliente ma neces-
sita ancora di una complessa lavorazione. Lavo-
rato a freddo è rincrudito: è necessario perciò
un procedimento di ricottura per eliminare le
tensioni interne che si sono create sotto i ci-
lindri del treno, ricostituire e ingrossare il
grano onde ottenere un addolcimento del me-
tallo, tanto maggiore quanto più alte sono le
caratteristiche di stampaggio richieste. Dimi-

Acciaio
e nylon

a fianco: l'operazione di inserimento del filo di nylon
nel rotolo di lamierino, in una suggestiva inquadratura.
nella pagina accanto: (sopra) un rotolo di lamierino senza
il filo di nylon.

(sotto) l’ “open coil’, cioè il rotolo a spire allargate.
Come si vede, lo spazio tra una spirale e l’altra è di molto
aumentato per cui è possibile l’impiego e la circolazione
di gas leganti, vale a dire quanto di più progredito esiste
oggi nel campo dei trattamenti termici dell’acciaio.

nuirne cioè la durezza e aumentarne la
tenacità.

Un tempo i rotoli venivano semplicemente
immessi nei forni: il ciclo di lavorazione
era piuttosto lungo e c’era l’inconveniente
che il calore fion veniva assorbito all’interno
in modo uniforme in quanto le varie spire
combaciavano strettamente l’una con l’altra.
Questi forni, in parole povere, possono es-
sere così spiegati: una camera ermetica dove
i rotoli di lamierino vengono a contatto
con un’atmosfera controllata protettiva (mi-
scela di gas inerte a base di idrogeno, ani-
dride carbonica, ossido di carbonio e azo-
to), avente lo scopo di impedire l’ossida-
zione durante l’operazione di riscalda-
mento.

Un notevolissimo passo avanti è stato fatto
con l’adozione del sistema “open coil” (a spi-
re allargate) e la possibilità di impiego di gas

leganti, vale a dire quanto di più progredito
esiste oggi nel campo dei trattamenti termici
dell’acciaio. Eccoci allo ‘‘sposalizio’’ col
“nylon” cui abbiamo accennato all’inizio. Me-
diante un particolare dispositivo, ogni spira
del nastro viene spaziata in modo costante
proprio con una cordicella di “nylon” da to-
gliersi naturalmente prima dell’operazione di
ricottura. Quali i vantaggi? Molti, e tutti assai
importanti. Anzitutto un aumento di produt-
tività dei forni, essendosi accorciato il tempo
di lavorazione; tutta la superficie del nastro a
più intimo contatto con l'atmosfera protettiva
e quindi più pulita; possibilità di ottenere ma-
teriale con caratteristiche migliori in virtù
della più omogenea distribuzione della tempe-
ratura lungo tutto il nastro.

Occorre tener presente che l’acciaio, dopo
il procedimento di ricottura è eccessivamente
molle e privo di elasticità: a stamparlo così

»

denuncerebbe le “striature” che sono sinto-
matiche di un rilassamento. Si passa allora al
“temper”, vale a dire ad un treno che gli
conferisce la rigidità richiesta senza ridurne
la duttilità.

La caratteristica più sorprendente dei forni
“open coils” non è tanto la possibilità di
ricuocere quanto quella di modificare l’analisi
dell’acciaio in ricottura.

Da tempo gli studi siderurgici tendevano
alla ricerca di un sistema in grado di ridurre
le quantità di carbonio e azoto nell’acciaio.
Ma la mèta sembrava ancora lontana. Una
volta messo a punto il sistema di ricottu-
ra a spire allargate, i tecnici della Lee
Wilson, negli Stati Uniti, si accorsero quasi
per caso che, trattato in tal modo, l’acciaio
veniva a perdere appunto carbonio (decar-
burazione).

Prove di laboratorio accertarono allora che

l'eliminazione del carbonio e dell’azoto poteva

essere ottenuta attraverso il controllo del-
l’atmosfera del forno. L’uso di gas speciali
(di qui la definizione ‘gas alloy”, cioè che
fanno lega) durante il ciclo di ricottura
consente il controllo dei componenti intersti-
ziali dell'acciaio fino al punto di poter pro-
durre acciaio effervescente non soggetto va
invecchiamento. Un esempio pratico: nel
campo dei lamierini da smaltare, a seguito di
questa importantissima scoperta (le cui vaste
ripercussioni non sono state ancora del tutto
accertate perché nel segreto dei laboratori
sono tuttora in corso esperimenti), è elimi-
nato il pericolo delle “bolle” ed è sufficiente
una sola mano di smalto mentre prima ne oc-
correvano tre.

Insomma, è stato proprio il “nylon” —
filo d'Arianna del ventesimo secolo — a dare
il là ad una interessante scoperta siderurgica.



Giulio Natta
uomo

e scienziato

Struttura molecolare del polipropilene isotattico “moplen”.
In virtà della sua configurazione spaziale ordinata il
polipropilene isotattico possiede una elevata cristallinità, di
conseguenza presenta una temperatura di fusione ecce-
zionalmente alta, notevole rigidità, durezza superficiale
ed una sorprendente leggerezza: queste proprietà fanno
del moplen una resina termoplastica di alto pregio alla
quale sono aperti numerosi e vasti campi di applicazione,



In occasione del conferimento del premio Nobel
1963 per la chimica al professor Giulio Natta,
pubblichiamo un'intervista col professore stesso.
Ci sembra opportuno dare prima una sintetica
biografia del nostro esimio studioso, dopo aver
ricordato che si tratta del primo premio Nobel
per la chimica conferito ad uno scienziato
italiano.

Giulio Natta è nato il 26 febbraio 1903 ad
Imperia. Laureatosi in ingegneria chimica nel
1924 al politecnico di Milano, nel 1927 ottenne
la libera docenza presso lo stesso politecnico.
Nel 1933 fu nominato professore ordinario e
direttore dell’istituto di chimica generale alla
università di Pavia, dove rimase fino al 1935.
Dal 1935 al 1937 è stato professore ordinario e
direttore dell’ istituto di chimica-fisica all’ uni-
versità di Roma e dal 1937 al 1938 dell’ istituto
di chimica industriale al politecnico di Torino.
Dal 1938 è professore ordinario e direttore del-
l’istituto di chimica industriale presso il poli-
tecnico di Milano.

Scienziato di fama mondiale, il prof. Natta
all’inizio della sua carriera si è dedicato allo
studio della struttura dei solidi mediante i raggi
X e la diffrazione di elettroni. Egli applicò
quindi metodi allo studio dei catalizzatori e,
dal 1934, anche allo studio della struttura di
alcuni alti polimeri organici. Attraverso i lavori
di ricerca cinetica eseguiti sulla sintesi del meta-
nolo, dell’idrogenazione selettiva di composti
organici insaturi, dell’ossisintesi, riuscì a chia-
rire il meccanismo di tali reazioni ed a miglio-
rare la selettività dei catalizzatori.

Nel 1938 Giulio Natta iniziò lo studio della
produzione di gomma sintetica in Italia ; diede
il suo contributo ai lavori di ricerca sul butadiene
ed eseguì la prima separazione fisica del butadiene
dal butadiene-r mediante un nuovo metodo di
distillazione estrattiva.

Nel 1938 intraprese lo studio della polimeriz-
zazione delle olefine e la cinetica delle reazioni
successive concorrenti ; studi che nel 1953 estese
alla polimerizzazione stereospecifica, scoprendo
così nuove classi di polimeri con struttura steri-
camente ordinata, cioè polimeri isotattici, sindio-
tattici e diisotattici, e polimeri e copolimeri ole-
finici lineari non ramificati con struttura atattica
(stericamente non ordinata). Questi studi, svi-
luppati industrialmente, hanno portato alla rea-
lizzazione di una famosa sostanza termoplastica,
il polipropilene isotattico, prodotta per la prima
volta nel mondo su scala industriale nel 1957,
nello stabilimento Montecatini di Ferrara.

Il prof. Natta è anche riuscito a determinare
mediante i raggi X l'esatta disposizione delle
catene nel reticolo dei nuovi polimeri cristallini
da lui scoperti.

Non meno importanti le ulteriori ricerche che
lo hanno condotto alla sintesi. di elastomeri
completamente nuovi, seguendo due strade di-
verse, e cioè : la polimerizzazione del butadiene
a polimeri 1,4 Cis aventi altissimo grado di
purezza sterica e la copolimerizzazione dell’etilene
con altre alfa-olefine (propilene) che dà origine
a materiali estremamente interessanti come le
gomme sintetiche sature.

Giulio Natta, la cui attività scientifica e





23

Il professor Giulio Natta, premio Nobel 1963 per la chimica.

tecnica è documentata da oltre quattrocento
pubblicazioni di cui . duecentocinquanta circa
nel campo dei polimeri stereoregolari e da un
gran numero di brevetti in molti paesi, è
stato nominato nel 1961 membro onorario a
vita della ‘*New York Academy of Sciences”,
di cui era già “fellow” dal 1958. Dal 1955
Natta è membro nazionale dell’ accademia dei
Lincei ; inoltre, egli è membro dell’ istituto lom-
bardo di scienze e lettere e della accademia
delle scienze di Torino. Nel 1960 egli è stato
nominato membro onorario della società chi-
mica austriaca e, nello stesso anno, ha rice-
vuto dal comune di Milano la medaglia d’ oro
di cittadino benemerito. Nel luglio del 1961 a

Giulio Natta è stata conferita dal presidente
della repubblica, su proposta del ministro della
pubblica istruzione, la medaglia d’ oro dei bene-
meriti della scuola della cultura e dell’arte ; gli

fu anche assegnata la prima medaglia d’oro

internazionale dell'industria della gomma sin-
tetica. Nel 1962 il prof. Natta ha ricevuto
la medaglia d’oro Stas da parte della società
chimica belga ed è stato insignito della laurea
“honoris causa” in chimica pura dall'università
di Torino.

Nel corrente anno il professor Natta ha inol-
tre ricevuto il premio della “Society of Plastics
Engineers” e la laurea “honoris causa” dall’uni-
versità di Magonza.

24



Via Mario Pagano, a Milano, è una lunga
strada dietro il Parco, piena di alberi e di
quiete, civili abitazioni. Sul finire, al numero
54, c'è una casa dall’aria umbertina. Il cancel-
letto dentro al portone è “artistico”. L’androne
s’affaccia nel chiarore di un segreto giardino.
La scala spaziosa imita le scale dei palazzi
neoclassici. L'ascensore sale molto lento, con
saggezza. Poi appare una porta scura, massic-
cia, all’antica. Una targhetta porta un nome:
Giulio Natta. Potrebbe essere la casa di un
avvocato, 0 di un medico ben pensante. Tutto
è silenzioso, tradizionale.

Se tra qualche decennio verrà fatto un libro
sulle grandi invenzioni scientifiche del nostro
secolo, troveremo invece lo stesso nome della
targhetta anche in testa ad un lungo capitolo:
Giulio Natta. Se il libro sarà di facile volgariz-
zazione probabilmente si dirà ‘Giulio Natta, il

_mago della materia plastica”. Se il libro sarà

di seria informazione scientifica il frontespizio
dirà: ‘Natta, l’inventore del polipropilene
isotattico”. Nella casa che dicevamo abita
infatti uno dei personaggi di grande rilievo
della scienza contemporanea. È un chimico:
ma un chimico che ha “inventato” una nuova
struttura della materia.

Che cosa sia il “polipropilene isotattico”” e
perché la scoperta sia di grossa importanza lo
si è già spiegato mille volte. Con quanto suc-
cesso non so. Il divorzio tra scienza e gior-
nalismo è infatti altrettanto profondo di quello
che c’è tra giornalismo e scienza. Così, mentre
gli scienziati non sanno mai spiegare in ter-
mini semplici le loro scoperte, i giornalisti
non sanno mai capire bene gli scienziati che
gliele spiegano. In ogni modo, detta un po”
ad orecchio, Natta è l’uomo che ha saputo
“creare” nel campo delle molecole giganti un
alto ordine molecolare, come esiste in certe
sostanze naturali. Infatti, le materie plastiche
sono composte di molecole giganti ottenute
per concatenamento di piccole molecole, cioè
da polimeri. Però mentre in natura le catene
di molecole hanno un ordine preciso, le ca-
tene di molecole che si ottengono quando si
polimerizza una sostanza in laboratorio non
hanno mai un ordine preciso. Natta, per la
prima volta, ha dato alle macromolecole create
dall'uomo un ordine molecolare perfetto,
voluto. Ha preso del gas di propilene, che si
ottiene dal petrolio grezzo, e lo ha polimeriz-
zato. Ma invece di ottenere un polimero, come
tutti i chimici, composto di molecole senza
ordine, e di ottenere una sostanza senza inte-
resse, simile alla gomma vulcanizzata, ha otte-
nuto un polimero dove le molecole sono unite
da un ordine geometrico, lo stesso ordine che
hanno le cose della natura. E la sostanza otte-
nuta è stata una materia plastica durissima,
dall'alto punto di fusione. Essa è prodotta
sotto il nome di ‘“moplen” e di “meraklon”.
Anzi, il “meraklon” è il “moplen” filato:
e nell’appartamento di via Pagano c’è già
appeso all’attaccapanni un cappotto tessuto
già tre anni orsono con fili di materia nuova:
è il cappotto dello scienziato. E fa un certo
effetto, nella casa umbertina, questo cappotto
inventato in laboratorio.

Fa un certo effetto, dirò, anche perché come
personaggio Natta non somiglia troppo al
mondo di plastica che va creando. Ora che
siamo seduti nel suo studio di via Pagano,
tutto infatti potrei pensare tranne che l’uomo
che mi sta di fronte sia un “mago della pla-
stica”. Natta è seduto, vestito di blu, dietro
una scrivania. La stanza è tranquilla e piena
di vecchi mobili. Sopra la sua testa c’è un
grande ritratto di un magistrato (è suo padre)
vestito di toga rossa e d’ermellino, firmato
dall’ Amisani. Altri quadri, intorno, stanno tra
Bianchi e l’Alciati. E una cosa è sicura. I
pittori moderni porteranno certo i suoi cap-
potti, ma il professore non ama vivere tra le
“forme nuove” dei suoi contemporanei. La
sua passione, semmai, sono i fossili. Nella
luce ottocentesca dello studio si vedono bel-
lissimi pesci pietrificati. E Natta sembra più
pronto per un ‘medaglione’ di scienziato
ottocentesco piuttosto che per un ritratto di
“moderno stregone”. Mi dice che il suo
svago maggiore sono le scienze naturali. Mi
confida che il suo maggior divertimento è
sempre stato di passeggiare nei boschi e cercar
funghi. E si potrebbe pensare di essere nello
studio dell’abate Zanella se non sapessimo di
trovarci davanti ad un uomo che, a furia di
“conosci la stanza — che i fati ti diero” ha
scoperto il “polipropilene isotattico”.

In realtà, questo attaccamento alle atmosfere
ottocentesche deve venire a Natta non tanto
dal rifiuto a vivere un mondo che le sue for-
mule creano, quanto certe eredità. Natta è
ligure: e come tutti i liguri è conservatore.
Natta, poi, viene da una famiglia dove tutti,
padre, zii ed un cugino sono magistrati. Così,
nonostante sia in famiglia la mosca bianca,
qualcosa del mondo dei magistrati gli è rima-
sta addosso. L'amore per le cose tradizionali,
il gusto per certi hobbies dell’altro secolo: e,
soprattutto, due occhi che guardano fermi e
fissi, vivi ed intelligenti proprio come gli occhi
di un giudice. Un giudice che ha preferito il
camice del ricercatore alla toga: ma che si
porta dietro gusti ed istinti di una famiglia
che, messa insieme, formerebbe una intera
corte di appello.

Ma come ha fatto Natta a realizzare le sue
scoperte scientifiche? Come mai gli è riuscito,
in un paese povero come l’Italia, con una
limitata organizzazione scientifica e privo di
grossi bilanci per le ricerche, a realizzare e a
far fruttare sul terreno pratico la sua geniale
disposizione alla scienza? Non c’è dubbio,
infatti, che le lauree prese a 21 anni ed i libri
di chimica letti a 12 possano spiegare il volo
di una mosca bianca. Tuttavia, è altrettanto
chiaro, queste cose non possono spiegare
anche il successo di un uomo di laboratorio.
Ed è questo che molti di noi vorremmo sapere.
Qual’è stato il “segreto” di Natta? Perché, in
fin dei conti, dietro le geniali vocazioni qualche
“segreto” umano c’è sempre. Anche se, di
solito, il legittimo proprietario tende a na-
sconderlo.

Per la verità Natta è di quei pochi scienziati
che non hanno la presunzione di far risiedere
tutto il merito dei loro successi nella carica di

fosforo che madre natura ha posto nel loro
cervello. E tranquillamente, con voce bassa
e veloce, racconta volentieri che ‘una serie
di circostanze’ l’hanno messo in grado di
essere quello che è. Prima di tutto, dice, « ho
avuto una grande fortuna. Quella di laurearmi
in ingegneria chimica. In questo modo ho
sempre unito alla vocazione del chimico puro
la mentalità pratica dell’ingegnere. Seconda
cosa - dice - ho avuto la grande fortuna di
entrare subito, da giovanotto, nella carriera
universitaria senza nessuna intenzione di fare
la carriera universitaria. Sono entrato all’uni-
versità solo perché all’università era possibile
avere un laboratorio. Avevo voglia di lavo-
rare, non di dare la caccia alle cattedre. Terza
cosa - aggiunge - c’è stata la circostanza del-
l’autarchia. L’autarchia spinse molti chimici
all'indagine su muove materie. Ma molti la-
sciarono questa ricerca quando alla ricerca
mancarono le ragioni politiche. A me non
interessava la politica, ma la ricerca. Così,
anche quando finì la necessità politica dell’au-
tarchia continuai a cercare. Quarta cosa - pro-
segue- ho sempre cercato di lavorare accanto
alle industrie. Le industrie pongono problemi
pratici. Il segreto è di indagarli con metodo
scientifico. Se ciò avviene, il risultato è sempre
positivo. Le industrie mi hanno insegnato a
vedere continuamente nelle mie ricerche il
lato pratico ».

Via via, mentre parla, Natta continua a
fissare con gli occhi fermi e vivi, gli stessi occhi
con i quali lassù, nel quadro di Amisani, guarda
suo padre, magistrato, in toga rossa ed ermel-
lino. E certo, i dati che cita, i ricordi che evoca,
sono il “curriculum” di uno scienziato. Ricor-
da quando, da giovane, all’università, debuttò
con le ricerche di strutturistica con i raggi X.
Rammenta gli anni di ante-guerra quando si
buttò a studiare l’ossisintesi e la polimerizza-
zione. Tuttavia non cita solo formule ed av-
venture teoriche. In fondo ad ogni ricordo
c’è, sempre, qualcosa di vivo che accompa-
gna la teoria. Parla di laboratori, ma cita le
industrie che gli ponevano i problemi. Parla
di esperimenti, ma racconta di stabilimenti
sorti per non lasciar nel vago le esperienze.
E via via si capisce una cosa. Che lo scien-
ziato ha, in fondo, sempre somigliato al ma-
gistrato che non ha voluto essere. Si capisce
che ha portato nella scienza quel gusto della
dottrina mescolata alla vita, che è una carat-
teristica dei giudici. Si capisce insomma che
dalla famiglia di magistrati ha ereditato il pia-
cere di organizzare, di essere un po’ il “re-
gista” ed il demiurgo fra realtà e dottrina.

Anche la sua grande scoperta del “polipro-
pilene isotattico” è avvenuta, nel 1954, del
resto, perché — se si guarda bene — Natta
ha saputo istruire bene un processo che altri
non sapevano sbrogliare. La “causa” era
aperta da tempo. Con tutto il petrolio che c’è
nel mondo, se si fosse scoperto il modo di rica-
vare una materia utile dal gas di propilene, che
deriva dal petrolio grezzo, si sarebbe realizzata
una grande scoperta pratica. Ma l’ “imputato”,
il gas di propilene, sottoposto a svariati in-
terrogatori, finiva col diventare, in laborato-

25

rio, una sostanza inutile, una specie di gomma.
Era necessario che qualcuno impostasse l’i-
struttoria da capo. E toccò a Natta di farlo.

È lo stesso Natta che mi racconta come andò.
Nel ’50 egli era tornato a studiare i problemi
della gomma sintetica e della polimerizzazione.
Nel ’52, per caso, era andato a Francoforte a
sentire una conferenza tenuta da Ziegler sui
composti metallorganici. C’era poca gente.
L’esposizione di Ziegler pareva priva di riflessi
pratici. A_ Natta, invece, parve di scorgere
nei dati scientifici di Ziegler certi motivi che
avrebbero potuto avere risultati interessanti.

Natta cominciò ad applicare i metodi di
Ziegler in un campo diverso da quello di
Ziegler. Acquisì al “processo” gli atti che gli
interessavano. Nel laboratorio del politecnico
di Milano fece iniziare una quantità di ricerche
ai suoi collaboratori. Organizzò intorno alle
ricerche l’interesse di tecnici e finanzieri.
Corredò queste ricerche di muovi brevetti di
Ziegler. Allestì, insomma, un processo di cui
rimase al centro, da abile magistrato. Raccolse
prove, negative e positive. Fece lavorare gli
studenti in direzioni di solo interesse teorico.
Finché un giorno dell’inizio del ’54, riuscì ad
ottenere una catena di molecole ordinate,
come solo esistono in natura. Realizzò, con
queste catene, una materia nuova, dura, per-
fetta, una materia plastica senza precedenti.
Fu come scrivere, dopo l’abile istruzione di
un processo, una geniale sentenza scaturita
dalla vita ma con un alto valore di legge.
Perché il caso era un caso pratico risolto con
una scoperta scientifica di altissimo valore.
Ma, nello stesso tempo, era anche un caso
scientifico ben legato alla pratica. E Natta
scrisse sopra il suo taccuino: « Oggi abbiamo
scoperto il polipropilene isotattico ». Poi andò
a casa, nella sua casa umbertina di via Mario
Pagano, a riposare tra i suoi quadri ottocen-
teschi, i suoi fossili, i libri di scienze naturali.
Quella casa dove ora è appeso il cappotto di
materia plastica fabbricata in laboratorio.

Ma come dire a Natta che un profano come
me ha l’impressione che l’istinto del magistrato
è stato forse il segreto di tutta la sua carriera
scientifica? Come dirgli che in fondo, se ha
organizzato una delle migliori “‘équipes”
scientifiche d’Italia, se ha saputo essere un
eccezionale demiurgo tra realtà e dottrina,
forse lo deve proprio a quel “toghino” che
inutilmente cercò di buttare alle ortiche a
dodici anni? Dietro alla scrivania, Natta
parla dei suoi nuovi studi. Cita formule, parla
di brevetti. Dice che ha lanciato tutti i suoi
collaboratori a studiare “il nuovo arcipelago”
che la sua scoperta ha fatto emergere dalle
acque della scienza. E certo, se dicessi che mi
fa pensare ad un magistrato, troverebbe che
siamo alle solite, al solito divorzio fra scienza
e giornalismo. Però via via che parla ricorrono
continuamente frasi che mi rassicurano. Dice
Natta che «la vita pone problemi e la teoria
deve risolverli ». Dice che « occorre pensare
scientificamente i temi pratici della vita». E solo
un giudice potrebbe parlare così. Non glielo di-
co. Ma col magistrato in ermellino e cappa ros-
sa, lassù, nel quadro d’Amisani, ci siamo capiti.



Il pianeta
acciaio 2

Da tempo il cinema ha scoperto la macchina.
esaltata ed anche rabbiosament
Chaplin e Clair con Tempi mode

‘tà hanno scritto le più lucide

pagine cusa. Oggi, il cinema riscopre il

mezzo meccanico, ma più ancora una nuova

realtà industriale, non pr certo, di aspetti
affascinanti ed anche poetici. Si tratta, in ogni
d prospettive, di

atteggiamenti, di interpretazioni. La fabbrica,

rli ambienti di lavoro, i arti, stanno di

nendo luoghi fi ri per lo spettatore

cinematografico. li vi scopre una parte di

se stesso ed inizia un dialogo ogni volta più

calzante. Ma pure il documentario - un tempo
così legato al fatto puramente tecnico - ha
maturato nuove rture, ché le moderne te
niche dell’ informazione esigono rilevazio:
più qualificate. Esempio tra i più validi fu

Î a acciaio girato da Emilio Marsili nei

centri Italsider di Cornigliano, Bagnoli, T:

ranto e Piombino. Ad esso lo stesso regista

ha dato un seguito ed un completamento con

Il pianeta o 2 girato negli altri stabili-

menti dell’Italsider. Questi sono parte dei

suoi ‘appunti’ di ggio. La ‘camera’

gli ha poi dato forma e significanza. E mi

stero. Quel mistero ch’è in tutte le cre:

Trieste

I. Gli uomini del ferro di Trieste.

I lavori di ampliamento. Milleduecento uomi-
ni vi legano il loro avvenire.

Un nuovo altoforno, un riempimento a mare,
una nuova banchina di scarico, la produzione di
ghisa raddoppiata, ulteriori assunzioni : questo
dicono, sorridendo, quell’indimenticabile sorriso
triestino, gli uomini della “ferriera” di Servola.

Frasi che si intrecciano e da cui nasce la real-
tà, il senso d’una nuova giovinezza.

Torre Annunziata

I. Il cielo sopra Torre Centrale Terragneta,
ciminiere contro il Vesuvio azzurro, contro il
mare azzurro, sulle cui rive uomini intrecciano
reti, intrecciano corde per le reti.
2. Fili d'acciaio, nella trafileria, fili d’acciaio
nella zincatura, fili metallici che corrono, si at
volgono, si intrecciano, filano su rocchetti argen-
tei, per giganteschi tessitori ; corderia ove bachi
di acciaio, filugelli metallici tessono reti, mischia-
no fili, tessono reti, reti saldate, si raddrizzano
i fili d’ordito, ecco la trazione dell’ordito, eccone
la saldatura alla barretta di trama, ecco la cesoia :
tagliare, tagliare, tagliare, ecco î rotoli avvol-
si, ii i soffici, quasi senza peso.
Ta non è qui l’uomo ancora artefice pieno,
ancora la macchina lavora per lui, senza una
sosta, senza un cedimento.



Cogoleto
1. Si fabbricano tubi di ghisa.

Carrelli trasportano siviere di abbagliante
ghisa liquida.

Undici macchine per la centrifugazione, un-
dici uomini a capo di esse, dalla più piccola alla
più grande.

Uomini, volti, occhi intenti mentre la ghisa
cola, oro fuso, nelle macchine, in ognuna delle
undici macchine, dalla forma di cannone.

Le condotte sottili sono percorse dal fiotto
che sprizza scintille, le centrifughe si ritirano
man mano.

Irradiata contro le pareti delle centrifughe,
la ghisa solidifica, il tubo finito, ancora rovente,
esce lentamente, tubi da tre, quattro, sei metri.
2. Il forno di ricottura, nero ed argento, le grandi
fiamme laterali, tese come getti di acqua.

In quest'anima infuocata i tubi avanzano
pian piano crogiolandosi.

3. Carrelli automotori trasportano i tubi in un
tempio di raggi di luce.

I raggi del sole delle dieci del mattino entrano
in una cattedrale nera ; contiene banchi per prove
ed uomini curvi.

La luce fuma come in una foresta.

4. Catramatura. Raggi di luce, fumi bianchi
sopra le fosse di nero ribollente.

Tubi accatastati, incrociati, bocche rotonde
in attesa.
5. Sotto la terra uomini interrano tubi, porteran-
no acqua, gas, laggiù al nuovo borgo della Cassa,
in Puglia, in Sicilia, spiagge, terre lontane.

San Giovanni Valdarno

I. Tra le colline toscane si lavora di precisione :

armamento ferroviario, scambi, congegni delicati.
Non è nulla progettare, costruire, tutto è

provare, riprovare la scattante perfezione degli

ordigni.

Lovere

I. Lovere : laminazione ruote, cerchioni ed anelli.

Lingotti diventano tronconi, i tronconi entrano
nei forni a riscaldo.

Ennesimo incantesimo del fuoco, preparazione,

attesa della materia che si avvia a prendere la
sua forma definitiva.
2. Presse come robot giganteschi, la cima nelle
nubi oscure dell’officina immensa, testa, spalle,
tronco di corazza, membra come spade affilate,
creature surreali, nell'ombra alzano, abbassano
ritmicamente i loro bracci poderosi, schiacciano
con colpi sordi, ansimando, scricchiolando, i
tronconi infuocati.

Cerchioni, ruote nascono sotto la loro stretta,
la loro stretta di giganti impenetrabili che hanno
braccia liscie di acciaio e teste di colossi, i colossi
di Memnone, teste senza occhi, ma gli occhi sono
quelli degli uomini che guidano, lontani, piccoli,
sotto di loro, come David sotto Golia, il loro
meccanismo.

Sono lievi gesti, colpi di mani, in alto in basso ;
e i giganti obbediscono, Prometei incatenati dal-
l’astutissimo pigmeo della terra, loro teste senza
cervelli contro nani tutto cervello, nani dalle
mani sapienti che plasmano l'acciaio.

I cerchioni vengono laminati a fuoco diven-
tano perfetti come disegnati da un compasso.

Un vecchio, nella sua cabina di timoniere,
ruotando lento o veloce la sua ruota, ruota di
timoniere, ampia, leggera, dà loro perfezione, bel-
lezza, poi, al momento giusto, li lascia, li solleva,
li allontana, perché un altro ne abbia il posto.

Gira la sua ruota, come un vecchio lupo di
mare, lui uomo della terra, per creature desti-
nate a correre sulla terra.

3. Ma non è ancora l’ora. Come dischi di ar-
gento sulle ruote vengono fatti entrare i cerchioni,
e le ruote, dischi di argento, vengono uniti dagli
assili, di argento ; assili premuti dentro a loro,
dolcemente a cinquanta atmosfere, né più si muo-
vono, tutto uno sono, come fusi assieme, tanta
è la perfezione.

Uomini battono con martelli su ruote e cer-
chioni, su cerchioni e ruote tin ton, tin ton il
suono di campane, campane di argento, dicono
all’orecchio avvertito, il loro stato, la loro salute.

4. Uomini alle stazioni, battono su ruote e su
cerchioni, nelle notti delle stazioni mentre treni
senza fermarsi passano poco lontani, al terzo
binario, finestrini accecanti, rumore assordante,
e gli uomini alzando il capo, guardano, guardano.
Tin ton, tin ton, battono uomini in tutte le
stazioni d’Europa, nelle notti e nei giorni delle
stazioni diverse, mentre treni passano sferraglian-
do, frantumando i silenzi di pianure, di fiumi.

Siac

I. Le officine, dietro le colline bianche di neve,
davanti il mare e le torri di Cornigliano.

2, Il laminatoio.

Il treno Demag, nero pece, avvolto in rumor
di tuono, giorno e notte, ingoia lingotti da trenta
tonnellate.

Non è già più un lingotto, quello che si vede,
nel barbaglio dell’incendio, è una tavola lunga
venticinque metri, larga circa quattro, alta venti-
cinque centimetri,

Tavole incandescenti vanno avanti, vanno
indietro ritmicamente, sopra vi scorrono acqua e
scoria scura.

3. Navi solcano l'oceano in burrasca, motori a
turbina tremano, ansimano nello sforzo tremendo,
dritti di prua, fiancate sostenendo l’urto micidiale,
tremano, sussultano, brividi le percorrono, acqua
le schianta, nero è il cielo.

4. Tavole vanno avanti ed indietro assottigliate
incurvate, lingotti simili a scatole di sigarette
arrivano uno dopo l’altro al trono del dio nero
in un rumor di tuono.

Come terrorizzati i grandi occhi bianchi dei
manometri, registrano una lotta senza speranza.
5. La fonderia.

Una fabbrica di mostri. Testuggini giganti
escono, una volta raffreddati gli stampi. Escono
corrose di salso mandrie preistoriche, metà ac-
ciaio, metà terra.

Forme astratte, sculture da biennale tra cui
la “camera” si aggira guardando a destra, a si-
nistra, scoprendo, esitante quasi, dinosauri capo-
volti, tori squartati, dischi volanti, castelli di
oscura magia, sculture di Moore, anse di gigan-
tesche budella dentro cui, uomini, come formiche,
si inerpicano, entrano, escono, lavorano chini su
fiamme ossidriche, tagliando, livellando, aspor-
tando, strani chirurgîi incappucciati.

21

6. Sono cilindri, piastre, traverse, montanti,
telai di timone, bracci, cubie, coperchi, travi,
alberi, custodie, corone, mascelle, corazze, mar-
telli, casse, biforcazioni, corpi valvola, sono ca-
mere a spirale, cassoni, supporti, ruote Pelton,
Francis, Kapla, corpi stellari, raggere, anelli,
poli che attendono solo un tocco per vibrare, gi-
rare; ma non è ancora il momento ; manca loro
l’anima, l’anima che prende forma sotto i magli
giganteschi.

7. La fucinatura.

Enormi forchette portano docilmente lingotti
ottagonali dai forni a riscaldo sotto le presse :
presse da cinquemila, da ottomila e più tonnellate.

Uno dopo l’altro essi vanno come alla ghi-
gliottina.

Un uomo assiste, guida. Le sue mani guidano,
comandano con gesti brevi gli uomini alle leve.

Il maglio si abbassa, si alza, il lingotto fiorisce,
è un fiore rosso, screziato ; ruota per via della
coda gigantesca presa nella catena a maglia.

Fiore rosso da cui spunta, si allunga uno stelo
e su questo crescono sotto i colpi, duri, morbidi,
altre corolle.

8. Pialle, alesatrici, torni e rettifiche raschiano,
penetrano, scavano, lisciano, le superfici dei
mostri dipinti di bianco, con su i segni del calibro
esatto.

Enormi bottiglie grigie e bianche girano, sono
rotori, alberi per navi, girano alberi a manovella,
tutti rientranze, sporgenze, sono per i motori
Sulser, Fiat, Doxford, Burmester, Gotawerke.

Da mostri e corolle spente nascono tra le più
perfette creature dell’acciaio, quelle che faranno
camminare navi e centrali elettriche, treni bloo-
ming e centrali atomiche, turbine, alternatori.

Savona

I. Il mare batte sul molo tra Sant Erasmo e la
Fortezza. Grandi cubi di cemento difendono
dai suoi assalti lo stabilimento.

Dentro i capannoni uomini ergono colonne,
alberi di acciaio, pilastri composti di sbarre, ale,
piastre: una foresta geometrizzata tra cui la
“camera” si aggira a fatica.

Sembrano quinte, scenari, ma sono. costru-
zioni destinate a durare, ventimila tonnellate
ogni anno di strutture metalliche nascono così, e
sembra da nulla.

Finite, chiodate, saldate, sono parti di capan-
noni, ponti, gru, pali, tralicci, piloni per telefe-
riche ; parti di altre fabbriche, altre acciaierie.
2. Queste che si stanno allestendo sono le pos-
senti fiancate per la cokeria di Taranto, treni
lunghissimi le trasporteranno presto al Sud dove
il tubificio è già una mèta raggiunta ; altre ve
ne sono, ugualmente importanti.

E per esse, nascono qui a Savona, pezzo su
pezzo, bellissime strutture di acciaio : acciaio per
fare ancora acciaio.

Taranto

rt. Uomini di Taranto alzano i piloni della
nuova fabbrica. Sono come gli uomini delle pi-
ramidi. Ma questi sono uomini liberi. Costrui-
scono, sudano per se stessi, per la propria famiglia.
Per la libertà. Parlano : quanta differenza dal
tono d’una volta. Anche di un anno addietro :
ora hanno fiducia, ora sono sicuri.



Problemi del linguaggio

Cosa volete dire?

Siate sicuri di quello che scrivete: una parola ambigua, un dato non
chiarito evocano associazioni verbali o visive sbagliate, distorte,
comunque non quelle che volevate evocare.

20,

Sulle difficoltà del linguaggio, cioè sulla difficoltà di esprimere inequivo-
cabilmente quello che si ha intenzione di dire, ci intrattiene con questo
spiritoso articolo Achille Giaro. Le illustrazioni sono del pittore Ric-
cardo Manzi.

« La lingua è la mia patria », ha detto qualcuno. « Tutto ciò che si
può dire, si può dirlo con chiarezza », ha scritto il filosofo Wittgenstein.
« Sappiamo come siamo, non sappiamo come possiamo essere » (Shake-
speare, Amleto). « Nel principio era la Parola » (San Giovanni, Pro-
logo). « Ogni uomo è in realtà tre uomini: l’uomo che è, l’uomo che
crede di essere, l’uomo che gli altri credono egli sia » (vecchio detto
inglese). « Quello che voglio dire è che... » (tutti noi).

Tutti noi, infatti, spesso senza rendercene conto, siamo costretti
a chiarire il nostro pensiero con lunghe perifrasi e circonlocuzioni;
tanto più vi siamo costretti quanto più siamo vittime della nostra inca-
pacità di trovare le parole adatte ad esprimerlo.

Ricchezza di linguaggio significa perciò ricchezza di pensiero, o
meglio (ché, altrimenti, anche molti scrittorucoli sarebbero giganti del
“logos”) la ricchezza del pensiero si dimostra mediante la ricchezza
del linguaggio.

Quel tale che diceva « la lingua è la mia patria » voleva dire che la
patria è quel luogo dove si vive in mezzo a persone che parlano la
nostra stessa lingua e con le quali è perciò facile intendersi (attenzione,
però, ché non basta parlare tutti italiano per capirsi, c'è italiano e
italiano, parlare la stessa lingua vuol dire dare lo stesso esatto signi-
ficato alle stesse parole).

Wittgenstein, a sua volta, voleva dire che non c’è concetto così
difficile, al mondo, da non poter essere spiegato in termini adatti al
livello mentale e culturale dell’ascoltatore (insomma, tutto il contrario
di certe nostre “riviste di cultura” che sembra facciano di tutto per
non farsi capire, dimenticando che, come diceva Bovillo, « sapienza
non è che una certa umanità »).

Shakespeare, forse, voleva scendere più a fondo e dire che c’è, in
ognuno di noi, una parte — buona o cattiva — che potrebbe saltar
fuori da un momento all’altro e che, in certe circostanze, potremmo
rivelarci a noi stessi diversi da quelli che crediamo di essere (Freud,
queste cose, le ha ripetute circa quattrocento anni più tardi, senza be-
neficio del dubbio). A noi, la frase che il genio di Stratford-on-Avon
mette in bocca a Ofelia serve per ricordarci che le parole possono tra-
dirci e farci apparire diversi da quelli che siamo.

San Giovanni desiderava rammentare all'uomo che fu la Parola di
Dio a dare vita al mondo e che, senza la parola, non esiste il pensiero
e, quindi, la possibilità di “pensare Dio” (ma gli animali pensano? e
chi lo sa!? forse, #4 non parlano e, anche se scoprissimo che pensano,
le eventuali loro meravigliose costruzioni filosofiche ci resterebbero
per chissà quanto tempo ancora del tutto sconosciute).

Dotte citazioni, come abbiamo visto. Per arrivare alla semplice
(prima) conclusione che il nostro vocabolario è talmente povero e
imperfetto — in media, 5.000 vocaboli sui 60.000 rinvenibili in un
medio dizionario — che sentiamo il bisogno di (0 siamo stimolati a)
chiarire le nostre idee facendo ricorso ad altre idee, in una specie di
reazione a catena.

Provate a guardare quel grande disco giallo che, nelle giornate se-
rene, campeggia nel bel mezzo del cielo azzurro. Vi siete proposti di
non parlare (o, magari, siete muti), ma non c’è forza di volontà che
possa impedirvi di “pensare una parola”: sole. Una parola e soltanto
quella, non luna, o terra, o vattelapesca. Sole: avete tradotto un’imma-
gine in una parola.

Provate ora a seguire il procedimento inverso. Dite: sole. Immedia-
tamente, davanti ai vostri occhi, agli occhi del vostro cervello, anche
se è nuvolo, si formerà l’immagine di quell’oggetto che da lungo tempo
chiamiamo sole. Quell’immagine, e non altre, non quella della luna, o
della terra, o di vattelapesca.

Quest’esempio voleva soltanto dimostrare come pensiero, parola
e immagine siano inestricabilmente legate fra loro. Ecco, ti abbiamo
preso in castagna, dirà qualcuno. Il tuo ragionamento fila liscio come
l’olio finché si tratta di parole concrete, cioè quelle che designano un
oggetto reale, un tavolo, una sigaretta, un cane (sei, dunque, un seguace
della fenomenologia, Sartre, Merlau-Ponty e chissà quali altri compli-
cati individui). Ma come la mettiamo con le parole astratte? bellezza,

30



Ascoltare significa cercare di capire, Intanto serve per “rubare” ad altri le parole, le immagini più
acconce a costruire il proprio pensiero. E poi, parlando, non si ascolta. Per ascoltare bisogna tacere.

bontà, pietà, democrazia, amore (amore!). Certo, le parole astratte sono
le più pericolose, quelle sulle quali è più difficile mettersi d’accordo
(un tavolo è un tavolo, anche se dieci persone stanno pensando a dieci
tavoli diversi) e sarò l’ultimo a negarlo: la tale ragazza è bellissima per
me e soltanto passabile per altri, il tale è buono per me e altri lo giu-
dicano invece debole, ognuno ha il suo concetto di democrazia e, del-
l’amore, è meglio non parlare.

Eppure, giacché il mondo esiste da qualche miliardo d’anni, l’uma-
nità da qualche milione e la storia da qualche migliaio, insomma, dato
che abbiamo alle spalle secoli e secoli di bellezze e di bruttezze, di
bontà e di cattiverie, di pietà e di ignominie, di democrazie e di ditta-
ture, di amori e di odii, anche le parole astratte suscitano in ognuno
di noi (come singoli o come gruppi sociali) immagini che hanno rife-
rimenti precisi a fatti, persone e cose da noi direttamente o indiretta-
mente conosciute (dite “dittatura” agli italiani di oggi e il loro pensiero
correrà a un signore che si sbracciava da un balcone; dite “culto della
personalità” ai russi di oggi e si agiterà sullo sfondo un anziano signore
baffuto).

Ma ognuno, ogni unità famigliare, ogni piccolo gruppo sociale,
ogni partito politico, ogni pubblico, ogni popolo, ogni gruppo di po-
poli (e, domani, ogni mondo) fa riferimento al proprio bagaglio di
immagini; se non si è più che chiari, se non si parla con parole medie,
suscitatrici di immagini medie, si corre il rischio di non farsi capire.
Certo, le parole “medio, media, medii, medie”, suscitano a loro volta
immagini di piattezza, monotonia, massa, grigiore, ma spero sia chiaro
che non mi sto rivolgendo ai compilatori — già tirati in ballo — delle
riviste di cultura, né a giovani e ardenti scrittori neo-sperimentalisti.

Sto parlando alla gente comune, quella che comunica e deve “essere
comunicata”, e non ha problemi di stilistica né di osmosi linguistica,
quella che risponde ai questionari delle aziende, quella che prepara
uno short televisivo, quella che viene avvicinata da un venditore, quella
che ascolta un comizio.

A costoro, e a tanti altri che è giocoforza omettere, si domanda: cosa
volete dire? cosa??? non abbiamo capito... più chiaro, per favore, più
chiaro, non più forte, chiasso ce n’è già abbastanza. E a costoro
vengono offerte alcune auree regolette per comunicare, non senza



aver loro ancora chiesto: ma siete sicuri di quello che dite? siete
certi che il pubblico, quel certo pubblico che vi interessa, vi capisca?
non starete per caso suscitando nel suo cervello immagini opposte a
quelle che desideravate? eccetera. (Filatete: « Caro Eudemo, tu sei
convinto di parlare con me, in questo momento? » - Guido Calogero,
Filosofia del dialogo). Ma le regolette, speriamo, chiariranno mol-
te cose.

Siate sicuri di quello che dite o scriveterana parola ambigua, un dato
non chiarito evocano associazioni verbali o visive sbagliate, distorte,
comunque non quelle che volevate evocare.

Siate dunque chiari e ricordate che, se state parlando a degli analfa-
beti, non potete adoperare il linguaggio che usereste in presenza di
professori universitari (e forse non è possibile né consigliabile nemmeno
l'inverso). Adeguatevi quindi al livello del pubblico al quale vi rivol-
gete.

Non usate gerghi specializzati: rinchiusi nei nostri uffici, asserragliati
nelle nostre officine, arroccati nei nostri studii, parliamo tra noi un lin-
guaggio da iniziati, da “addetti ai lavori” e abbiamo la pretesa che i
profani, gli “infedeli’” ci seguano, ci capiscano, quando facciamo a
volte fatica a capirci tra noi. Per riferimenti più precisi, controllate i
moduli per le dichiarazioni dei redditi, le notule degli avvocati, le ri-
cette dei medici (o i loro referti), le cartelle delle imposte, le bollette
del telefono, le circolari interne eccetera.

Non cambiate le carte in tavola: se avete abituato i vostri interlocutori
a un certo tipo di linguaggio, non cambiate improvvisamente registro,
resistete alla tentazione di mostrarvi “colti” (colto è soltanto colui che,
sapendo alcune cose, riesce a farle capire agli altri).

Non fate troppo spesso appello ai sentimenti: il sentimento ci rende
umani, ma scade sovente nel sentimentalismo; le parole grosse, gli
affetti tipo fumetto di bassa lega, le maiuscole troppo frequenti, tutte
quelle malizie che hanno lo scopo di scatenare i nostri sentimenti hanno
anche il magico e malefico potere di gettare nella confusione i nostri
cervelli e di addormentare la ragione («Il sogno della ragione genera
mostri », Goya), con la triste conseguenza di dare alle parole un signi-
ficato che esse magari non hanno, anche alle più innocenti fra esse.

Dite le cose in modo da essere creduti: in un giornale umoristico di
tanti anni fa, era contenuta una rubrica intitolata « Le cose false che
sembrano vere, le cose vere che sembrano false ». Spesso commettia-
mo l’imperdonabile errore di dire le cose “più vere” in modo tale che
non vengono credute; basta il tono della voce, un aggettivo spropor-
zionato, un’espressione del volto. Si finisce col fare la fine del famoso
ragazzo che gridava al lupo.

Siate certi che fra voi e il vostro interlocutore esista una comune piattaforma
di interessi: non si tratta necessariamente di interessi materiali, volgar-
mente monetari. Se parlate della Juventus o dell’ Inter a uno che
non si interessa minimamente al football, avrete uno che — nella mi-
gliore delle ipotesi — vi ascolta per educazione, ma le vostre parole
— come si suol dire — gli entrano da un orecchio e gli escono dall’altro.

Non stancatevi di comunicare: senza essere insistenti come certi vendi-
tori o certa pubblicità, rammentate che le cose non chiare alla prima,
possono diventare chiarissime alla seconda, magari facendo uno sforzo
per adattare meglio il linguaggio, le similitudini all'ambiente dal quale
il vostro interlocutore proviene.

Il linguaggio si evolve: è molto divertente dire « sprimacciava il guan-
ciale e abballinava le materassa » (Paolo Monelli), oppure «mia figlia
Maria fiorella (fila) con Giovanni », ma è maledettamente fuori tempo.
Un invito alla sciatteria? nemmen per sogno! ma occorre adeguarsi ai
tempi, così come nessuno userebbe la redingote sapendo di dover
guidare una 500.

E soprattutto ascoltate: ascoltare significa cercare di capire. Intanto
serve per “rubare” ad altri le parole, le immagini più acconce a costruire
il proprio pensiero. E poi, parlando, non si ascolta. Per ascoltare bi-
sogna tacere: ma non basta tacere con la voce, bisogna “sospendere”
il pensiero, non pensare a cosa si risponderà a costui del quale non
stiamo nemmeno sentendo una parola. Altrimenti, nel nostro cervello
entreranno parole e immagini frullate, insomma tutte diverse — nel
significato — da quelle che il nostro interlocutore ha pronunciato.

In altre parole, « the art of saying what you really mean », l’arte di
dire proprio quel che volete dire.

3I

Il nostro vocabolario è talmente povero ed imperfetto che
sentiamo il bisogno di chiarire le nostre idee facendo ri-
corso ad altre idee in una specie di reazione a catena,



Materiali

nuovi
per il mondo
di domani

Saldatura a fuoco dei grandi serbatoi sferici per l'ossigeno liquido usato per la propulsione del m

Sull’avvincente mondo dei materiali nuovi, cioè
di nuovi metalli e nuove leghe create dall'uomo,
su questo anticipo di ‘‘mondo nuovo” che già
va prendendo corpo, pubblichiamo un articolo
di Frank W. Fink per gentile concessione di
Mondo Occidentale.

Nelle epoche primitive l’uomo utilizza
per la sua esistenza quanto trovava disponibile
in natura, cambiandovi poco o nulla nel sop-
perire alle sue esigenze fondamentali. Col
trascorrere del tempo egli scoprì che gli
era possibile migliorare quanto -la natura gli
offriva. Cominciò a foggiare la pietra serven-
dosi di altre pietre, e più tardi giunse a sco-
prire il'fuoco e a farne buon uso.
continuato
da allora ininterrottamente e oggi noi siamo

Questo processo : evolutivo

sile “Thor”.

impegnati in uno sforzo per realizzare un
ulteriore progresso sostituendo
materiali di cui ci siamo per tanto tempo ser-
viti muovi materiali sintetici, prodotti in
boratorio in maniera tale che la loro struttura
molecolare conferisca loro particolari car:
teristiche e proprie

all’inizio dei tempi fino. al secolo XVI
l’umanità conobbe soltanto sette metalli che
si trovano allo stato libero in natura: oro,
argento, no, ferro, piombo e mer-
curio. Nei successivi trecento
scoperti altri sette metalli: antimonio,
bismuto, arsenico, nichel, cobalto e manga-
nese. Entro il 1900 vi si erano aggiunti il
cromo e il tunesteno,

li ultimi settant'anni abbiamo scoperto

più di altri sessanta nuovi elementi metallici



con i quali il numero degli elementi conosciuti
che possono essere classificati come metalli
sale a ottantatre su un totale di centodue. Ma
anche con il continuo progresso attualmente in
atto nella produzione di nuove leghe abbiamo
bisogno di altri metalli che possano reggere
alle eccezionali sollecitazioni e temperature
comportate da molte applicazioni della tecno-
logia moderna. Per tale ragione molti metalli
che fino a pochi anni fa erano poco più che
una curiosità di laboratorio sono attualmente
oggetto di attenti studi onde renderli utiliz-
zabili per soddisfare le attuali necessità.

Per dare un’idea del rapido ritmo del pro-
gresso nei nostri tempi basterà osservare che
Salomone e George Washington vissero, ai
loro tempi, in maniera sostanzialmente non
molto diversa. Entrambi infatti indossavano
vestiti tessuti a mano, si servivano di grassi
animali per l’illuminazione, bruciavano il
legno come combustibile e per viaggiare
usavano veicoli a cavalli. Eppure Salomone
visse circa tremila anni fa e Washington morì
non più tardi di centocinquantacinque anni
or sono.

Il carbone, il gas e il petrolio sono stati i
principali combustibili per secoli, eppure,
all’attuale ritmo di consumo, tutto il petro-
lio, il gas e il carbone utilizzati nel mondo
prima del 1900 basterebbero solo a coprire
il fabbisogno di cinque anni.

Ciò significa che dobbiamo cercare infati-
cabilmente nuovi e migliori materiali di ogni
genere per integrare e sostituire quelli che
vanno scomparendo. Ed è da presumere che
si giungerà a trovare più economicamente
conveniente estrarre minerali dalla luna anziché
dal mare.

Finora gli ingegneri hanno progettato
strutture di ogni genere, come ponti ed aerei,
utilizzando materiali presenti in natura, fon-
dendoli in varie combinazioni e lasciando un
ampio margine di disponibilità. Ma oggi
dobbiamo constatare che: le accresciute esi-
genze rendono i materiali disponibili notevol-
mente insufficienti per portare a termine i
compiti che ci prefiggiamo.

Nella progettazione delle strutture abbiamo
di solito calcolato delle sollecitazioni di sner-
vamento che consentono solo una leggera
deformazione. Nelle strutture spaziali attual-
mente allo studio ci si chiede.di progettare
con delle tolleranze in cui le sollecitazioni di
snervamento, particolarmente alle alte tempe-
rature, non superino la millesima parte di
quanto ci si poteva permettere in precedenza.
Questo significa che dobbiamo partire da una
teoria che si fondi su una più approfondita
conoscenza della struttura di base della ma-
teria e quindi progettare nuovi materiali con
specifiche proprietà per poter conseguire de-
finiti obiettivi.

Ciò ha portato alla formazione di tutta
una nuova generazione di tecnici impegnati
a studiare e risolvere questo problema. Il
Massachusetts Institute of ‘Technology ha
provveduto a creare un centro a se stante per
lo studio dei materiali, chiamando ricercatori
e studenti di ogni disciplina a concentrarsi in

questo settore. All’università Cornell cento-
cinquanta studenti partecipano ad un program-
ma che consente loro di scavalcare le'suddivi-
sioni trai vari istituti e scuole per seguire parti-
colari corsi di ingegneria, fisica, metallurgia
e altre discipline. L’obiettivo di tale program-
ma è di formare dei tecnici specializzati nel
campo dei materiali che siano in possesso di
basi teoriche fondamentali sufficientemente
ampie e di una esperienza pratica sufficiente-
mente sviluppata per poter lavorare alla
creazione di muovi materiali.

A seguito di questi sforzi, considerevoli pro-
gressi sono stati compiuti per quanto riguarda
la conoscenza dei materiali di cui disponiamo
o che possiamo produrre. Coloro che si de-
dicano allo studio della fisica degli stati solidi
esplicano in questa ricerca una funzione fon-
damentale. Per loro tutta la materia è costi-
tuita da minutissimi cristalli che si agglome-
rano secondo schemi e sistemi distinti nel
costituire i vari elementi e composti.

Gli studiosi della fisica degli stati solidi
s’interessano della azione e interazione degli
atomi, delle molecole e dei cristalli per com-
prendere fenomeni come il congelamento, il
magnetismo e la trasmissione delle onde
elettriche.

La scienza ha scoperto che la natura in
genere tira via nel creare quei minuscoli
cristalli di cui è costruita quasi tutta la materia.
Per esempio, un diamante veramente perfetto
è una rarità. E le minuscole imperfezioni
della struttura cristallina, chiamate dislocazioni,
fanno sì che le proprietà dei materiali varino
largamente. Si è constatato così che quando
si creano materiali servendosi di cristalli re-
golari si rivelano nuove proprietà della ma-
teria del tutto insospettate che erano state
lasciate in ombra dall’opera irregolare e biz-
zarra della natura.

Due di queste scoperte sono valse a consen-
tire importanti progressi nelle ricerche sui
materiali. La prima è che il cedimento dei
metalli poteva essere spiegato da dislocazioni
o irregolarità nella simmetria dei cristalli che
creavano dei punti di minor resistenza. Se
queste irregolarità avessero potuto essere
ridotte al minimo, sarebbe grandemente di-
minuita la possibilità di cedimenti sotto solle-
citazione. La seconda importante scoperta è
stata l’esistenza di cristalli perfetti. Questa
è stata una scoperta puramente accidentale
effettuata quando si scoprì che da un pezzo
di apparato elettrico in corto circuito si erano
sviluppati filamenti di metallo. puro. Sotto-
posti ad analisi, si scoprì che si trattava di
cristalli di tale purezza e di forma così regolare
da possedere doti di resistenza centinaia di
volte superiori al normale. È stato così pos-
sibile produrre in laboratorio filamenti di
ferro di struttura cristallina perfetta con una
resistenza sessanta volte superiore a quella
del ferro di tipo commerciale.

Oggi, a seguito di queste scoperte, la tecni-
ca metallurgica va creando nuovi metalli e
leghe esotiche che possiedono stupefacenti
proprietà in quanto sono straordinariamente
puri. Gli scienziati sono giunti a rendersi

33

conto di non conoscere realmente le proprietà
intrinseche dei metalli. ‘Talune leghe general-
mente fragili risultano sorprendentemente dut-
tili quando hanno un elevato grado di purezza.
E molte delle nuove leghe sono addirittura
inservibili se non sono pure.

Una volta in metallurgia si calcolava la
purezza in termini di percento, ora si parla
di milionesimi e in alcuni casi di miliardesimi.
Questo altissimo grado di purezza è necessa-
rio perché le più minuscole impurità trasmet-
tono elettricità e causano cedimenti. Questi
gradi di purezza non possono generalmente
essere misurati con i mezzi chimici o spettro-
grafici conosciuti. Stiamo quindi cercando di
inventare nuovi sistemi per misurare il grado
di purezza, perché, per esempio, un semicon-
duttore che risulta pure secondo i metodi
generalmente in uso può rivelarsi del tutto
inutile per certe importanti applicazioni. Uno
di questi metodi è di collaudare il materiale
indirettamente, controllandone la resistenza
elettrica quando immerso nell’elio liquido.

È difficile produrre queste leghe quando il
requisito fondamentale è la purezza. Si è
sperimentato un processo di fusione sotto
vuoto in cui il forno è come una gigantesca
macchina saldatrice dove il metallo funge da
elettrodo è il tutto avviene in un ambiente in
cui è stato creato il vuoto. Ma anche questo
non è sufficiente, perché il contatto con la
storta del forno o col crogiuolo può essere
causa di contaminazione. Un altro metodo
attualmente usato è la tempra locale, in cui
una barra di metallo è sospesa nello spazio
mediante l’uso di campi magnetici ad intera-
zione e quindi è riscaldata mediante induzione
elettrica.

Ogni metallo conosciuto viene fatto oggetto
di un’accurata indagine in laboratorio. Molti
di questi nuovi metalli erano in precedenza
usati solo quali componenti di leghe, come il
colombio, il berillio e il molibdeno. Altri
sono elementi rari, come il tellurio, il gallio,
e l’europio. Per la maggior parte essi si tro-
vano abbondantemente in natura, ma essendo
molto attivi il processo di raffinazione risulta
assai costoso.

Uno dei fenomeni più singolari che queste
ricerche fondamentali sulla struttura della
materia hanno rivelato è l’esistenza della su-
perconduttività. Ciò promette di aprire tutto
un nuovo mondo di possibilità, press’a poco
come avvenne con la creazione del transistor
alcuni anni orsono.

Nel 1911 un fisico olandese, Kamerlingh
Onnes, scoprì che la resistenza che taluni
metalli manifestano a un flusso elettrico scom-
pariva quando li si raffreddava portandoli
quasi allo zero assoluto, poiché a questo punto
essi diventavano dei perfetti conduttori. Era
pertanto da presumere che un campo magne-
tico formato da bobine di un materiale simile
avrebbe potuto durare indefinitamente, una
volta che gli fosse stato impresso un impulso
elettrico iniziale. Avrebbe dovuto-quindi es-
sere possibile creare campi supermagnetici
di grande forza concentrati in uno spazio
molto ristretto.

La saldatura elettronica, mediante un fucile a fascio elettronico in ura cella in cui
sia stato praticato il vuoto, è particolarmente adatta per le speciali leghe di mo-
libdeno e di tungsteno oggi largamente usate nella costruzione di veicoli spaziali.

Tuttavia per cinquanta anni questa possi-
bilità.non fu tradotta in realtà, a causa della
mancanza di attrezzature adeguate per il pro-
cesso’ criogenico e di una approfondita com-
prensione del fenomeno. Il magnetismo sta
alla base di tutti i processi elettrici ed elettro-
nici utili, dai motori elettrici ai moderni mezzi
di comunicazione. Il magnetismo è inscindi-
bilmente legato alla struttura atomica di taluni
materiali, e solo il ferro, il cobalto, il nichel
e alcune delle loro leghe manifestavano tale
proprietà. Per ottenere dei. campi magnetici
di alta intensità bisognava far passare forti
quantitativi di corrente attraverso grandi e
pesanti magneti, fino ad arrivare ad una strut-
tura che richiedeva per il raffreddamento ton-
nellate di acqua a causa della resistenza elet-
trica presentata dal metallo al flusso di cor-
rente.

Perseguendo le ricerche sui metalli, un
gruppo di specialisti dei Bell Telephone La-
boratories nel 1961 elaborò la formula di
quella che doveva essere la migliore lega super-
conduttrice per i magneti, un composto di
stagno e niobio. Tuttavia questo materiale
era così fragile e di difficile lavorazione che a
quell'epoca non si riuscì a produrlo in fili
sottili. Venne così iniziata una serie di ricerche
per arrivare a trafilare il niobio e alla fine
si giunse a creare una bobina magnetica fatta
di filo di niobio. Una bobina sperimentale
è venuta costantemente creando un campo

eccezionale di quasi 70.000 gauss a 75 ampères,
senza altra immissione di energia elettrica
che l’impulso iniziale. Secondo misurazioni
effettuate, bobine di maggiori dimensioni,
che utilizzano uno speciale filo di vanadio e
di gallio possono produrre un campo magne-
tico sette volte maggiore. E questo apre nuove
dimensioni per tutti gli apparati elettrici in
cui è possibile far uso di congegni compatti
di grande potenza.

Quali sono le principali esigenze per cui si
richiedono i nuovi materiali? Una delle più
importanti è quella di disporre di materiali
che possano sopportare le altissime tempe-
rature che si generano quando un veicolo
spaziale fa ritorno sulla terra. Le capsule
spaziali e le ogive di missili lanciati nello
spazio che sono state recuperate hanno ge-
neralmente effettuato il rientro nell'atmosfera
ad una velocità di circa 29.000 chilometri
orari. Un veicolo spaziale destinato a voli
superorbitali o a compiere il viaggio di an-
data e ritorno per un altro pianeta, rientrerà
nella atmosfera terrestre con una velocità di
40.000 chilometri orari. Le temperature che
si producono alla superficie del veicolo sali-
ranno pertanto a 2.200 gradi ed i migliori ma-
teriali di cui oggi disponiamo bruciano o si
spaccano a poco più di 1.100 gradi. E requisiti
di resistenze ancora maggiori occorreranno
per i materiali destinati a sopportare le tempe-
rature estremamente fredde del vuoto spinto





Controllo con vibratore ultrasonico dello
spessore della parte terminale in acciaio
speciale di un satellite.“ Explorer”.

e forse le intense radiazioni esistenti nello
spazio.

Uno dei sistemi in uso per assorbire il ca-
lore che si produce all’atto del rientro nell’at-
mosfera è l’impiego di materiali ablativi come
il pyroceram. Questo materiale si consuma
col calore dell’attrito prodotto dall’aria, as-
sorbendo immense quantità di calore attra-
verso il processo di vaporizzazione. Natural-
mente, la sua durata è limitata al quantitativo
che è possibile trasportare.

È interessante osservare che il pyroceram
è collegato alla scoperta del vetro cristallino.
Il vetro ordinario non è una sostanza cristal-
lina ma in realtà una soluzione solida di ma-
teriale amorfo. Creando il vetro cristallino i
chimici hammo-prodotto un tipo di vetro duro
quasi quanto l’acciaio con una resistenza alla
rottura che può arrivare fino a 5.600 chili
per centimetro quadrato.

Un altro settore in cui l’industria aerospa-
ziale richiede nuovi materiali è quello dei
combustibili. Gli scienziati stanno da tempo
cercando combustibili più potenti per la pro-
pulsione degli aerei supersonici, dei razzi e
dei veicoli spaziali. Il combustibile chimico
che possiede il più alto potenziale di energia
è l’idrogeno; ma finora il suo impiego è ri-
sultato difficile. Innanzitutto esso occupa molto
volume: un litro di idrogeno liquido occupa
lo spazio di dieci litri di benzina. Inoltre,
è difficile trattenerlo: infatti, dato che le sue

sopra: leghe metalliche di particolare duttilità e resi.
stenza sono richieste per i sottili cavetti adoperati per
le connessioni nei quadri di controllo di missili e razzi.



sotto: controllo dell’asse ottico di un rubino sintetico che
verrà adoperato in un “maser”” destinato a captare i se-
gnali radio provenienti dalle stelle o da veicoli spaziali.



vw»
n

molecole sono più piccole di quelle di qual-
siasi altro elemento, l’idrogeno filtra attra-
molecole dei contenitori l’acciaio
quando viene sottoposto alle grar pressioni
occorrenti per portarlo allo stato liquido.

verso le

Gli scienziati guardano ancora più in là
dei combustibili chimici per i futuri viaggi
interplanetari. Può darsi che la soluzione di
questo problema venga fornita dalla scissione
o dalla fusione nucleare, dalla propulsione
elettrica o dall’energia solare. Teoricamente,
se potessimo trasformare totalmente una so-
stanza in un puro raggio di luce ed emettere
questo raggio da un veicolo, potremmo viag-
giare con la stessa velocità della luce, cioè
a 299.000 chilometri al secondo.

Con una velocità simile non ci sarebbe da
preoccuparsi eccessivamente della durata dei
viaggi interplanetari. Naturalmente,
rerebbero pur sempre vari anni per raggiun-
gere anche le stelle più vicine; ma Einstein
ci ha insegnato che, ove viaggiassimo con la
velocità della luce, il tempo risulterebbe
compresso e potremmo spostarci ovunque
nell’universo senza in effetti invecchiare se-
condo i nostri orologi terrestri.

OCCOr

Poiché tutti i rami della scienza sono colle-
gati l’uno all’altro, ogni successo conseguito
in un dato settore è destinato in definitiva a
determinare progressi in molti altri campi
della scienza e dell’industria. E noi stiamo at-
tuando oggi a ritmo accelerato un vasto pro-
gramma per comprendere la natura dell’uni-
verso, sia nel senso del mondo infinitamente
piccolo dell’atomo, sia nel senso del cosmo
infinito dello spazio senza limiti.

Queste imprese sono assai di più che delle
costose esplorazioni. Molte cose che sono
già entrate a far parte della nostra vita quo-
tidiana sono in gran parte dovute a queste
ricerche: basti pensare agli aerei a reazione,
agli apparecchi acustici per i deboli di udito
e alle radio a transistor. Attualmente si sta
portando a termine la realizzazione di una
minuscola camera televisiva a batteria che si
può fare inghiottire ad un paziente per foto-
grafarne lo stomaco. E i vari processi per la
desalinizzazione dell’acqua di mare stanno
dando risultati sempre più economicamente
convenienti.

Si potrebbe continuare con gli esempi
quasi all’infinito, ma sarà sufficiente soffer-
marci a rilevare che siamo alle soglie di una
nuova e più vasta conoscenza del mondo
materiale in cui viviamo, non molto diversa-
mente da come avvenne all'uomo primitivo
quando accese per la prima volta il fuoco e
cominciò ad esplorare le innumerevoli cose
che poteva fare con esso. Non possiamo certo
chiaramente prevedere dove tale ricerca ci
porterà, così come non possiamo accurata-
mente predire che cosa troveremo sulla luna.
Ma quello di cui si può esser certi è che
scopriremo che molti dei concetti cosiddetti
scientifici ai quali siamo rimasti finora attac-
cati non sono più validi. E a portarci a queste
rivelazioni contribuiranno non poco le ri-
cerche degli scienziati e dei tecnici dei mate-
riali.

36

Panorama
siderurgico

SITUAZIONE INTERNAZIONALE

Il mercato siderurgico mondiale, che da
qualche mese era caratterizzato da tendenze
contrastanti, quali la ripresa della richiesta
statunitense e il ristagno di quella dei prin-
cipali paesi dell’Europa occidentale, ha regi-
strato ultimamente un lieve miglioramento
sotto l’aspetto quantitativo.

Per quanto riguarda i prezzi perdura invece
la situazione di depressione dovuta all’accen-
tuata concorrenza.

Negli Stati Uniti d'America il risveglio del
mercato siderurgico è stato lento ma progres-
sivo. Nei primi dieci mesi dell’anno la produ-
zione statunitense d’acciaio ha potuto rag-
giungere 83,5 milioni di tonnellate, l’ 11,7%
in più rispetto al livello conseguito nello stes-
so periodo del 1962. Si può parlare di un ri-
sultato significativo soprattutto se si tiene
conto che le scorte presso i produttori non
sono rilevanti e che quelle degli utilizzatori
hanno registrato una diminuzione.

In Gran Bretagna la domanda d’acciaio si
è leggermente sviluppata e il tasso di utiliz-
zazione degli impianti siderurgici si aggira
ora sull’ 85% contro il 73% nel primo e il 75%
nel secondo semestre.

Il Giappone continua dal canto suo in una
sempre più accentuata penetrazione sul mer-
cato mondiale.

In aumento è anche la produzione dell’in-
dustria siderurgica sovietica.

La C.E.C.A. nei primi dieci mesi dell’anno
in corso ha visto aumentare le proprie impor-
tazioni d’acciaio dai paesi terzi che, oltre a

ridurre le possibilità di vendita dei prodotti
comunitari, hanno esercitato un’influenza ne-
gativa sui prezzi. Premendo con basse quota-
zioni, data la situazione del mercato interna-
zionale caratterizzato da un’eccedenza dell’of-
ferta, favorite anche dai bassi dazi armonizzati
della Comunità, esse hanno causato un accen-
tuato peggioramento delle entrate delle imprese
costrette, per vendere, a praticare un ampio
ricorso all’allineamento.

In ottobre la C.E.C.A. ha prodotto 6.629.000
tonnellate d’acciaio, con un aumento del 4%
rispetto allo stesso mese del 1962. Per quanto
concerne le ordinazioni l’aumento è stato del
12 per cento.

Sono risultati questi che non si sa ancora
in quale misura siano dovuti, o se siano cer-
tamente dovuti almeno in parte, ad un miglio-
ramento di tendenza, la quale non si profila
comunque in modo, per l’eccedenza della
disponibilità in relazione al minor ritmo di
sviluppo assunto dal consumo, da orientare
su un tono più sostenuto le quotazioni, almeno
a breve scadenza.

Facciamo rilevare che da gennaio ad otto-
bre la produzione d’acciaio della Comunità
ha segnato una diminuzione dello 0,4% e che
le ordinazioni di laminati hanno avuto un
aumento limitato al solo 1% nei confronti dello
stesso periodo del 1962.

SITUAZIONE NAZIONALE

Il consumo italiano d’acciaio si sviluppa
invece a ritmo elevato e dovrebbe raggiungere
quest'anno 13,5 milioni di tonnellate contro
11,9 nel 1962, segnando un incremento del
13,4 per cento.

Il consumo per abitante si aggirerà così sui
270 chilogrammi, segnando un risultato più
che soddisfacente, anche se ancora lontano da
quello degli altri paesi più industrializzati.

È però da rilevare che la siderurgia nazio-
nale, pur lavorando ad un elevato tasso di
sfruttamento della capacità produttiva, non
ha potuto dare allo sviluppo del consumo tutto
il proprio contributo. Le altre siderurgie della
C.E.C.A. e quelle dei paesi terzi hanno accen-
trato sul mercato italiano ancora in espansio-
ne la propria pressione concorrenziale, favo-
rendo un ampio dilatarsi delle importazioni
che già nel primo semestre avevano raggiunto
2,4 milioni di tonnellate, un quantitativo cor-
rispondente al 46% della produzione nazionale.

L’incremento registrato dalla produzione
italiana d’acciaio è comunque soddisfacente,
soprattutto se raffrontato a quelli ottenuti
dagli altri paesi della Comunità.

Nei primi dieci mesi dell’anno in corso il
nostro paese ha prodotto infatti 8.497.000 ton-
nellate d’acciaio, con un aumento rispetto al
1962 del 5,6%, solo inferiore a quello olandese.

In Francia e in Belgio si è avuto un incre-
mento dell’ 1,9%, in Lussemburgo dello 0,3%.
La Germania ha registrato una contrazione
del 4,7 per cento.



RIVISTA ITALSIDER - segreteria di

redazione:

ufficio pubbliche relazioni Italsider -

via Corsica 4 - Genova - telefono 5999. La riproduzione è subordinata alla citazione della fonte.

Stampa: AGIS - Stringa - Genova.

Clichés: Ceriale - Genova,

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Milano, corso di Porta Nuova 1 - telefono 653889 -
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Napoli, via Guglielmo Marconi 55 - telefono 312448 -
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Padova, galleria Porte Contarine 4 - ‘telefono 51644
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Palermo, via di Villa Trabia 3/A - telefono 291540
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Roma, via Barberini so - telefono 464444
telex 61039 UVERO

Torino, corso Sebastopoli telefono 673918

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So,

rappresentanza
Roma, viale Castro Pretorio 122 - telefono 484516







Po






extracted text
RIVISTA ITALSIDER





























bue

la copertina: Zoltan Kemeny - ‘ Mouvement
s’arrétant devant l’infini”” - 1954, cm. 104x73,
ferro. Collezione Madeleine Kemeny.

Dal concorso fotografico “La comunità del
mio lavoro” pubblichiamo tre delle migliori
immagini:

2° di copertina: “Avanti!” di Salvatore Basciu
dello stabilimento Siac di Genova - Campi.
Primo premio.

3° di copertina: “Piero” di Guido Morelli
dello stabilimento di Piombino. Premio
speciale.

s° di copertina: “La finestra del piroscafo” di
* Dovilio Preziosi della Siac. Premio speciale.

RIVISTA ITALSIDER bimestrale d’informa-
zione aziendale per il personale dell’Italsider
Anno IV - n. 5 - ottobre - novembre

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del ‘Tribunale di Genova

n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

SOMMARIO

Il finanziamento della previdenza

sociale pag. 3
La strada dei rotoli di lamierino »
“La comunità del mio lavoro” BIO
Le nasse » 15
Il museo “Leonardo da Vinci” a Milano » 16
Acciaio e nylon » 20
Giulio Natta, uomo e scienziato è: f22
Il pianeta acciaio 2 » 26
Cosa volete dire? » 28

Materiali nuovi peril mondo di domani » 32
Panorama siderurgico » 36

Zoltan Kemeny è nato nel 1907 a Banica, un villaggio della Transilvania. Suo padre era capostazione.
Egli stesso divenne capostazione in un altro villaggio nel quale la sua famiglia si era successivamente
trasferita. Crebbe fra il rumore dei treni, fra rotaie, vecchi vagoni, locomotive, nel sottobosco metallico
della tecnica moderna.

E quando divenne pittore, la sua materia tu il metallo. MaTanche Kemeny, come molti artisti contem-
poranei che hanno battuto strade diverse da quelle tradizionali alla ricerca di una propria originalità
espressiva, ha fatto vari e disparati mestieri nel corso della sua vita. Oltre che nelle ferrovie, egli lavorò
per un certo periodo come falegname. Dal 1921 al 1923 lo troviamo però a Budapest, allievo delle
scuole di arti decorative e di belle arti. Nel 1930 si stabili a Parigi. Abbandonata provvisoriamente la
pittura, si occupò, fino al 1942, come disegnatore di oggetti in ferro, vetro inciso e moda. Si trasferì
quindi a Zurigo e dopo un ulteriore periodo di lavoro come disegnatore di moda incominciò ad
occuparsi nuovamente di pittura, usando ogni sorta di materiali, rifiuti per gli altri, materia prima
indispensabile per lui.

Nelle opere di Kemeny entrano tutti i metalli, dal rame al piombo, dal nichel allo zinco, dall’alluminio
al ferro. Essi hanno per l'artista lo stesso significato che per Klee o per Matisse aveva il colore.

Del 1945 è la sua prima esposizione a Zurigo. Da allora le mostre si susseguono, a Parigi, a New York
e in molte altre parti del mondo. I suoi quadri si affinano e i materiali assumono nuovi significati. Le
sue esperienze si dirigono verso varie direzioni fra cui l'elettronica e la cibernetica, due rami della
tecnica che offrono oggi a più di un artista motivi di ispirazione.

Tra le sue opere più recenti sono da ricordare un grande rilievo murale in lamina di ottone realizzato
per la scuola superiore di studi economici e sociali di St. Gall (Svizzera) e una scultura spaziale di 116
metri di lunghezza realizzata in metallo per il foyer del teatro municipale di Francoforte. Sta ora
lavorando ad un altro rilievo murale di 35 metri per l'esposizione nazionale svizzera che si svolgerà a
Losanna nel prossimo anno.

Nel 1957 Zoltan Kemeny ha assunto la cittadinanza svizzera. Risiede e lavora a Zurigo.

Regioni e programmazione

Fra i vari timori sorti all’apparire della programmazione sulla scena politica-economica, i
più seri sono stati quelli che nascevano dalla riconosciuta difficoltà di stabilirne gli strumenti, l’or-
ganizzazione, le metodologie, le finalità. Tutti concordi nell'affermare che la programmazione
nel nostro paese non dovesse essere tecnocratica, si era da molte parti piuttosto scettici sulla pos-
sibilità di suscitare nel paese energie, interessi, capacità tali da consentire alle forze produttive
e agli enti locali (e in particolare all’istituto regionale), di interloquire validamente con il piano
centrale per assicurarne il carattere democratico.

Il caso, o meglio la maturazione politica, ha però voluto che, mentre a lungo si discorreva della
programmazione nazionale, se ne chiarivano i concetti, si precisavano gli obiettivi, una fitta rete
di piani, sorti da iniziative diverse — regioni a statuto speciale o normale, regioni sottosviluppate
o soprasviluppate, zone intercomunali o interprovinciali — si*venisse a stendere sul paese. Sì che
oggi la pianificazione nazionale non ha più da dibattere sul sesso degli angeli ma deve da un lato
prendere in esame e contemperare le esigenze espresse da queste iniziative autonome e d’altro canto,
sulla base di questo esame, ha il compito di coordinarle e di indirizzarle a una successiva rielabo-
razione, secondo i princìpi generali determinati dalla volontà politica sul piano nazionale e l’ac-
certamento delle condizioni obiettive.

Il fiorire della pianificazione regionale e a zone (anche se ancora limitato all’indispensabile
opera di studio delle situazioni reali e delle previsioni di sviluppo, di cui lo studio ‘struttura e
prospettive economiche di una regione” compiuto dall’ IRES di Torino in collaborazione con l’Ital-
consult e la SEMA, è stato un primo testo), ha presentato l'estrema utilità di fornire al piano
nazionale un solido terreno di analisi, un punto fermo nel mare delle disquisizioni scientifiche e
ideologiche “a priori” ; e soprattutto di evitargli il pericolo dell’astrattezza, della parzialità o
della univocità del punto di partenza, dell’ipotesi di lavoro.

Prendiamo, ad esempio, la programmazione di fronte ai problemi delle aree sottosviluppate e
di quelle soprasviluppate del paese.

Non c’è dubbio che la programmazione generale debba porsi, fra gli altri fini politici, e in misura
preminente, l'impegno di accrescere il ritmo di sviluppo del Mezzogiorno per diminuire le “distanze”
fra questa zona del paese e le regioni più ricche. Ma c’è il rischio che per mancanza di fantasia
o per volontà di affrettare i tempi e arrivare comunque a risultati evidenti, la programmazione
finisca per esaurirsi in questo esclusivo settore di intervento, e non affronti le altre questioni aperte :
ad esempio quella — non meno importante e forse più difficile — del sovraffollamento e
dell’obsolescenza produttiva e sociale in certe zone nordoccidentali del paese.

La supercongestione di queste zone non può evidentemente essere risolta soltanto con la sem-
plice formula di trasferire sedi e impianti di aziende industriali dalle aree settentrionali a
quelle meridionali : formula che, come tutte le formule troppo semplici, presenta una notevole
dose di verità ma può essere giusta în certi casi e insufficiente in situazioni diverse ; e comunque,
con la sua applicazione esclusiva, non riesce certamente a dare una risposta efficace alle esi-
genze delle zone che subiscono gli effetti critici del sovraffollamento ; soprattutto non rappresenta
una valida alternativa alla rapida obsolescenza degli impianti, dei servizi, delle situazioni eco-
nomiche e sociali, delle prospettive di progresso in queste zone.





C'è piuttosto da pensare che all’impetuoso
sovrapporsi delle iniziative industriali nelle
aree nordoccidentali occorra sostituire una più
razionale, diversa sistemazione ordinata dei
medesimi territori, attraverso i piani regolatori
urbani, intercomunali, regionali (con l’aiuto
della rinnovata legge urbanistica che dovrebbe
prevedere l’attivo intervento delle regioni nella
programmazione territoriale, quindi economica e
sociale, del paese). In questo quadro si pone la
determinazione di nuove aree contigue — come
è accaduto per la zona di Alessandria, cioè per
una zona sempre del nord-ovest ma con carat-
teri sottosviluppati, di disponibilità — dove sia
possibile indirizzare le autonome forze di cre-
scita e rinnovamento operanti nel ‘triangolo
industriale”.

Ove la programmazione non affrontasse
anche questi problemi, nella situazione italiana,
non soltanto sotto il profilo della congestione e
dell'inurbamento di alcune zone del “triangolo
industriale” ma sotto l’aspetto del rapido invec-
chiamento di questo immenso, tradizionale polo
di sviluppo, di propulsione, si determinerebbe
presto uno squilibrio gravissimo, che il contem-
poraneo progredire del Mezzogiorno non saprebbe
da solo compensare.

I piani urbanistici o di sviluppo regionale che
nel “triangolo industriale” si sono approntati o
sono în corso di studio o si ha l’intenzione di
varare, hanno costituito fortunatamente una
prima incoraggiante risposta all’interrogativo :
dimostrando un sicuro, seppure lento progredire
dello spirito democratico, della capacità autonoma
a creare le cose dal basso, nella società italiana.

Del resto, nel Mezzogiorno, la programma-
zione della cassa per lo sviluppo e delle indu-
strie a partecipazione statale ha condotto a
buoni risultati quando, da una serie di scelte e
di interventi generali e indifferenziati, si è
passati alla istituzione di precisi e limitati poli
di sviluppo regionale.

Si può osservare che questa pianificazione
decentrata, nelle regioni meridionali, avviene di
frequente sotto l'impulso delle industrie di stato
o degli organismi centrali di riforma, piuttosto
che con una scelta autonoma della classe diri-
gente locale. Ma bisogna tenere ben presente che
fra le premesse e, insieme, gli obiettivi della
programmazione occupa un posto preminente
proprio l'evoluzione ‘industriale’ della classe
dirigente sia al centro che alla periferia, la
sua conversione dai temi talvolta stanchi della
politica tradizionale a quelli più concreti delle
scelte fra piani alternativi di sviluppo e di
riforma.

Anche per questa via l'intervento riformatore
dello stato nella costituzione dei poli di sviluppo
meridionali sortirà l’effetto di creare le condi-
zioni più idonee all’affermarsi, sul piano locale,
di una classe dirigenziale del Mezzogiorno
attenta ad una realtà moderna di cui farsi
autonomamente interprete. Il fenomeno si re-
gistra in modo chiaro, sia pure con il sopra
ricordato carattere autogeno, nelle zone so-
prasviluppate ove la programmazione locale
ha incominciato a mettere i denti e dove
sî è assistito appunto ai primi passi della
inevitabile trasformazione nei gruppi dirigenti

e persino nei temi della “ cultura” politica.

Naturalmente si avverte la necessità di un
raccordo fra questo fiorire dei piani regionali e
la programmazione nazionale ; di più, si sente
il pericolo che il piano nazionale non ce la faccia
a raggiungere, a coordinare e uniformare tutti
questi piani di settore, di zona, di compartimento,
di regione che nascono privi di qualsiasi elemento
unitario, presentano metodologie, cioè matrici
politiche e ideologiche diverse, e talvolta del
piano hanno soltanto il nome 0 l'aspetto formale.

Non c'è zona, nel nostro paese, che oggi non
sogni il potente impianto produttivo elettrico,
siderurgico, petrolifero, il porto più ampio, il
canale più lungo : effetto di un incompleto rin-
novamento della classe politica provinciale (e non
soltanto di quella), che nel nostro paese risente
ancora, a contatto con il mondo moderno, della
origine prevalentemente retorica e che, dello
stesso mondo, finisce per avvertire confusamente
soltanto gli aspetti visivamente più macroscopici.

Il problema però esiste: c'è l'esempio del
Mezzogiorno avanti la istituzione dei poli di
sviluppo, quando ogni paesino sul più alto e
impervio cocuzzolo sognava la redenzione dal
secolare abbandono attraverso l'impianto di
qualche industria non meglio specificata ma aiu-
tata dalla Cassa; con maggiore attualità, è il
caso dei porti italiani, i quali tutti vorrebbero
concorrere al finanziamento statale dell’apposito
piano nazionale senza un ordine di priorità,
per accrescere i propri impianti sulla base di
questioni campanilistiche o di prestigio, al di
fuori di qualsiasi calcolo delle reali prospettive
di utilità.

Alcuni teorici della programmazione hanno
visto la realizzazione del raccordo secondo uno
schema che assegna agli organi centrali il com-
pito di fissare la metodologia della programma-
zione e determinati traguardi o barriere (tassi di
sviluppo, dislocazione settoriale delle iniziative,
scelta dei consumi eccetera), mentre agli istituti
decentrati, alle regioni, sarebbe lasciata la libertà
di articolare i provvedimenti necessari al conse-
guimento dei traguardi nazionali secondo le ca-
ratteristiche delle diverse regioni.

Lo schema così esposto è indubbiamente sem-
plice e presuppone, in concreto, un rapporto più
complesso fra programmazione nazionale e auto-
nomie locali : si può prevedere che gli istituti re-
gionali, attraverso una certa uniformità metodo-
logica, indicazioni e suggerimenti discussi con
l'ufficio centrale del piano (presso il ministero
del bilancio), elaboreranno piani e analisi di
sviluppo, prospetti delle esigenze e delle possi-
vilità locali (sul tipo dell’indagine affrontata
dall’ IRES : di qui la opportunità che di questi
strumenti si provvedano gli enti regionali).

Pensiamo ad esempio a: 1) la ricerca demogra-
fica regionale, sempre più condizionante lo svilup-
po economico, con le previsioni sull’incremento
della manodopera causato dai movimenti naturali,
dal passaggio dall’agricoltura agli altri settori
produttivi, dall'immigrazione (con la necessità
di predisporre nuove abitazioni), dai trasferi-
menti “pendolari” (con l'esigenza di nuove mi-
gliori comunicazioni pubbliche) ; 2) lo studio dei
progressi o delle stasi nel settore industriale,
anche attraverso analisi degli investimenti e delle

prospettive del mercato, per prevedere le esigenze
di spazio e di manodopera e indirizzarne il
soddisfacimento secondo gli interessi comunitari ;
3) l'esame dei consumi industriali regionali, dei
bilanci familiari — per predisporre un ordinato
ed economico approvvigionamento dei beni e il
controllo dei costi; 4) l’analisi dei trasporti e
delle comunicazioni che collegano le regioni
l'una con l’altra e con l'estero — al fine di non
creare pericolose strozzature alla distribuzione e
al rifornimento dei prodotti industriali e di
quelli di consumo ; 5) le indagini sulla raccolta del
risparmio e del finanziamento degli investimenti
eccetera ; sino alla costituzione di un modello
che possa essere l’elemento regolatore, secondo
princìpi razionali, dello sviluppo regionale.

Questo materiale, pervenuto all'ufficio cen-
trale del piano e alla commissione per la pro-
grammazione — cui partecipano i rappresen-
tanti delle categorie produttive — sarà confron-
tato con quello preparato dalle altre regioni e
con le indicazioni provenienti dal parlamento e
dalla volontà politica del governo. Dopo questa
opera di contestazione, l'ufficio centrale appron-
terà una serie di piani alternativi che attraverso
il filtro della commissione e del governo rag-
giungeranno il parlamento.

La pianificazione tornerà poi alla realtà
decentrata, dove sarà curata dagli istituti regio-
nali, sotto il controllo dell'organismo centrale,
tenuto conto degli studi, delle analisi e delle
previsioni precedentemente formulate sul piano
locale.

Con questo scambio continuo, nei due sensi,
saranno risolti molti problemi: ad esempio
quello — riconosciuto da varie parti ma di dif-
ficile, diversa impostazione — della insuffi-
cienza e irrazionalità economico-sociale degli
attuali confini di numerose regioni. La program-
mazione centrale dovrà curare con molta atten-
zione questo aspetto dei rapporti interregionali e
delle iniziative di cooperazione che ne saranno
stimolate fra i diversi istituti locali. Ma soprat-
tutto sarà risolto il problema di conferire un
assetto democratico alla programmazione, capace
di mobilitare tutte le energie del paese, e non
soltanto quelle di un ristretto gruppo di tecnocrati.

La democraticità di una programmazione
non si afferma soltanto chiamando attorno al ta-
volo centrale delle decisioni i rappresentanti degli
interessi produttivi, degli imprenditori, dei sinda-
cati eccetera. Gli organismi di rappresentanza
centrale di questi interessi, nel partecipare alle
scelte del piano, compiono indubbiamente un’ope-
ra di democrazia che pone dei limiti all’autori-
tarismo burocratico. Ma tali organismi restano
sempre degli istituti centrali, che non possono
rappresentare, se non con grande approssimazione,
la varietà delle situazioni periferiche.

Se la pianificazione potrà sorgere con il con-
tributo del decentramento e se in questo decen-
tramento potranno giocare î vari autonomi in-
teressi, sarà lecito un poco sperare di avere evitato
i pericoli del burocratismo, di avere fondato la
programmazione medesima su una impalcatura
forse meno rapida ma senza dubbio più continua
ed efficace, peggiata alla pianificazione consape-
vole degli interessi, delle categorie, degli istituti
democratici.



Select Six ST i IR ie a Re MI TR SR EI

Il finanziamento
della previdenza
sociale

Il nostro collaboratore professor Mattia Persiani
affronta con questo articolo l'interessante proble-
ma del finanziamento della previdenza sociale.

1. Chi si limiti a considerare l’articolo 2115
del codice civile il quale dispone che l’impren-
ditore e il prestatore di lavoro contribuiscano
in parti eguali alle istituzioni di previdenza
e di assistenza, avrebbe l’impressione che nel
nostro ordinamento il sistema di finanziamento
della previdenza sociale sia caratterizzato da
una grande semplicità.

La realtà è invece diversa. Nei venti anni
che sono passati dall’entrata in vigore del
codice civile, che conteneva quella disposi-
zione, l’evoluzione del sistema della previ-
denza sociale e la sua estensione oltre l’ambito
del lavoro subordinato hanno fatto sì che oggi
ci:troviamo in presenza di un sistema di fi-
nanziamento caratterizzato da una varietà
di posizioni tale da far dubitare che sia ispi-
rato ad un unico criterio informatore.

Anzitutto la simmetrica distribuzione del-
l’onere contributivo tra il datore di lavoro ed
il lavoratore, che costituiva un elemento
caratteristico del sistema tradizionale delle
assicurazioni sociali, è stata eliminata da un
provvedimento dell’ immediato dopoguerra
(decreto legge legislativo del 2 aprile 1946,
n. 142) che, sebbene fosse stato dichiarato
esplicitamente provvisorio, ha poi finito per
influenzare la disciplina successiva. Tale prov-



vedimento, infatti, che poneva l’obbligo con-
tributivo a totale carico del datore di lavoro,
è stato a sua volta rapidamente superato, ma
il contributo nuovamente imposto ai lavora-
tori è stato sempre notevolmente inferiore a
quello posto a carico dei datori di lavoro. Ri-
spetto all’anteguerra è rimasta immutata solo
la disciplina dei contributi per l’assicurazione
contro gli infortuni sul lavoro e le malattie
professionali, tuttora imposti esclusivamente
al datore di lavoro.

2. Queste modificazioni nella distribuzione
dell’onere contributivo, va subito osservato,
non hanno soltanto un significato e una por-
tata formale, in quanto parallelamente all’eso-
nero parziale dei lavoratori ha assunto mano
a mano maggiore evidenza il fenomeno per
cui l’onere posto a carico del datore di lavoro
non sempre riguarda la realizzazione della
tutela previdenziale dei lavoratori da esso
dipendenti.

Basti ricordare, tra gli esempi più recenti
di questa tendenza, quanto avviene per la
tutela previdenziale predisposta a favore delle
lavoratrici madri e dei lavoratori richiamati
alle armi. In tutti e due i casi i datori di lavoro
devono versare un contributo per tutti i la-
voratori alle loro dipendenze prescindendo
dal sesso, mentre della prima forma di tutela
potranno godere solo le donne e della se-
conda solo gli uomini. Similmente, al fine

di realizzare un perfezionamento dell’assi-
stenza di malattia per i lavoratori occupati
nel settore agricolo e in considerazione della
particolare situazione economica esistente in
quel settore, la legge hà recentemente imposto
un contributo di solidarietà ai datori di la-
voro degli altri settori della produzione, cioè
a quelli dell'industria e a quelli del commercio.
Infine, sempre con riguardo al finanziamento
della tutela previdenziale dei lavoratori agri-
coli, il sistema di riscossione unificata dei
contributi previdenziali, almeno nelle pro-
vince in cui si fa riferimento al coefficiente
ettaro-cultura, mette in luce l’assoluta man-
canza di un nesso di interdipendenza tra le
prestazioni previdenziali ed i contributi. Que-
sti ultimi, infatti, non sono riferibili ai la-
voratori effettivamente occupati ma sono ri-
scossi esclusivamente per provvedere ai mezzi
necessari per l’erogazione delle prestazioni
previdenziali a chi ne ha diritto.

3. Lo stesso fenomeno trova riscontro, in
sostanza, anche con riguardo ai contributi
versati dai lavoratori e ciò come conseguenza
dell'adozione del sistema finanziario detto
della ripartizione. Tale sistema si caratterizza
per il fatto che le contribuzioni sono propor-
zionate all’onere delle prestazioni man mano
che queste vengono erogate, per cui, in defi-
nitiva, i contributi versati dai lavoratori non
sono utilizzati per finanziare le prestazioni

4

delle quali essi godranno, bensì quelle erogate
a favore di quei soggetti protetti che si tro-
vano in situazioni di bisogno.

4. Se poi ci si pone da un punto di vista
più ampio e si ha riguardo a tutte le forme di
tutela previdenziale si coglie un altro interes-
sante fenomeno: l’onere del pagamento dei
contributi previdenziali quando è imposto a
soggetti diversi da quelli protetti, non ricade
solo ed esclusivamente sui datori di lavoro.

Infatti, l’onere contributivo imposto per la
realizzazione della tutela previdenziale dei
lavoratori autonomi grava normalmente sugli
stessi soggetti protetti ma, a volte, è posto
anche a carico di altre categorie di persone.
Nel caso dei liberi professionisti, ad esempio,
parte dell'onere è sostenuto dai loro commit-
tenti che, pure, con essi si vengono a trovare
in relazioni occasionali e sporadiche. In altri
casi l’onere grava sui soci del soggetto pro-
tetto, in quanto le società cooperative e le so-
cietà di fatto sono obbligate al pagamento dei
contributi per i soci impiegati nei lavori da
essi assunti.

I contributi previdenziali sono, poi, posti
a carico degli artigiani e dei coltivatori diretti
anche per quei familiari che lavorino abitual-
mente nell’impresa artigiana o nei fondi, e per
i familiari viventi a carico e che possono be-
neficiare delle prestazioni. In questi casi tra il
soggetto obbligato al pagamento dei contri-
buti e il beneficiario delle prestazioni previ-
denziali intercorre un mero rapporto familiare
o un rapporto associativo, in senso del tutto
particolare, sottratto in linea di massima alla
disciplina del diritto del lavoro e che viene
designato dalla dottrina come rapporto di
lavoro familiare.

Infine, la legge dà la facoltà agli enti comu-
nali di assistenza di versare parzialmente o
totalmente il contributo per l’assistenza ma-
lattia dovuto dagli artigiani in particolare
stato di bisogno, ed impone direttamente alle
amministrazioni comunali l’obbligo del pa-
gamento degli stessi contributi per gli artigiani
e i rispettivi familiari a carico, che siano iscritti
nell’elenco dei poveri.

s. Accanto a queste forme di finanziamento
a carico dei soggetti più o meno direttamente
interessati alla tutela previdenziale, assume
notevole importanza il finanziamento che si
realizza mediante il concorso finanziario dello
stato agli enti di previdenza. Tale finanzia-
mento non costituisce un’innovazione carat-
teristica della più recente evoluzione rispetto
al sistema precedente, ma ha assunto attual-
mente una portata determinante. Basti pen-
sare che nello stato di previsione della spesa
del ministero del lavoro e della previdenza
sociale per l'esercizio finanziario 1962-1963
sono stati stanziati per. la sola previdenza
oltre duecentodieci miliardi senza tenere conto
del fatto che tra la fine del 1962 e l’inizio del
1963 lo stato ha già assunto nuovi oneri per
circa trentacinque miliardi.

Attualmente, quindi, si può ben ritenere
che il finanziamento dello stato ha come scopo

immediato quello di rendere effettivo il di-
ritto dei soggetti protetti alle prestazioni pre-
videnziali e non più quello di favorire, stimo-
lare e incoraggiare l’azione delle categorie e
l’opera della previdenza facoltativa né di
realizzare forme di assistenza.

Oltre al tradizionale intervento dello stato
volto ad integrare le sole prestazioni, sono
previste oggi altre forme di interventi che
consistono a volte in una partecipazione con-
tributiva complementare, rispetto a quella
dei soggetti obbligati al pagamento dei con-
tributi previdenziali, e, a volte, anche in un
finanziamento calcolato in misura forfettaria
a favore delle gestioni previdenziali. Esempio
del primo caso sono il concorso dello stato
alla costituzione delle pensioni dell’assicura-
zione obbligatoria di invalidità e vecchiaia
con una quota di lire cento annue per ogni
pensione e alla costituzione delle pensioni
per assicurazione facoltativa per invalidità e
vecchiaia con una quota complementare; il
concorso dello stato per le quote di pensione
derivanti dal riconoscimento dei periodi di
servizio militare, l’erogazione da parte dello
stato degli assegni di morte, delle quote di
pensione corrispondenti ai periodi di servizio
militare degli iscritti alla Cassa Nazionale di
Previdenza Marinara. Esempi del secondo
caso sono il contributo annuo a carico dello
stato di lire millecinquecento per ciascun
coltivatore diretto e familiare e per ciascun
artigiano e familiare assistibile; l’integrazione
dell’onere contributivo gravante sui pescatori
nella misura di lire settecento per ciascun
soggetto assistibile. Esempio, infine, dell’ul-
timo dei modi indicati con cui si attua il
concorso finanziario dello stato, sono il
contributo annuo forfettario di lire quindici
miliardi in favore del fondo di adeguamento
per i trattamenti dei minimi di pensione; il
concorso alla gestione dell’assicurazione di
invalidità e vecchiaia ai coltivatori diretti,
mezzadri e coloni che dai quattro miliardi e
mezzo previsti per l’esercizio 1957-1958 ar-
riverà a ventisei miliardi nell’esercizio 1966-67.

6. Davanti a questa molteplicità di modi
e di forme attraverso i quali avviene il finan-
ziamento della previdenza sociale, sorge. le-
gittima la domanda se tutto ciò sia il portato
di valutazioni necessariamente diverse perché
varianti in funzione delle esigenze poste dalle
singole situazioni o sia, invece, la conseguenza
di una legislazione disorganica e farraginosa.
Basta pensare però alla fondamentale uni-
tarietà del sistema previdenziale, derivante
dal fatto che attraverso di esso si realizza in
modo immediato e diretto il fine pubblico
della liberazione dal bisogno di chi vive del
proprio lavoro, per ritenere che tutta questa
varietà derivi solo da una contingente situa-
zione di disordine.

Ciò è confermato dalla constatazione che
da più parti si avverte non solo e non tanto
l’esigenza di una armonizzazione e di una
semplificazione del sistema di finanziamento,
quanto l’esigenza di ricercare la giustificazione
che, in sede di politica legislativa, presiede ai
vari modi con i quali viene finanziata la pre-

videnza sociale. Non viene chiesto, infatti,
solo di semplificare i sistemi di riscossione dei
contributi e se possibile unificarli, ma anche
di' riconsiderare i presupposti delle attuali
imposizioni onde adeguare anche i metodi
di finanziamento ai nuovi princìpi che infor-
mano il sistema.

7. La caratteristica più rimarchevole del-
l’attuale finanziamento della previdenza so-
ciale è, come si è visto, una tendenza ad im-
porre l’onere contributivo a soggetti diversi
dalle persone protette. Ciò è evidentissimo nei
casi di tutela dei lavoratori subordinati nei
quali la maggior parte degli oneri contributivi
vengono accollati al datore di lavoro e trova
riscontro anche per la tutela dei lavoratori
autonomi. Inoltre la previdenza è a volte
finanziata in modo determinante direttamente
dallo stato. In tal modo si realizza una soli-
darietà tra tutti i componenti della collettività,
che si esprime nello stato, per il perseguimen-
to di fini che sono riferibili a tutti. Ma questa
tendenza finisce per rivelarsi insoddisfacente
proprio in quanto non perviene alle ultime
necessarie applicazioni del principio che la
informa.

Nel sistema attuale, infatti, i lavotatori,
come categorie economicamente deboli, pa-
gano da sé la propria protezione sociale men-
tre sarebbe giusto che vi contribuissero, at-
traverso un sistema di tipo fiscale, anche gli
abbienti non lavoratori. Da un altro punto
di vista l’attuale sistema finisce per far gravare
l’onere contributivo soltanto su quei soggetti
che già danno alla solidarietà nazionale un
notevole contributo, come ad esempio gli
imprenditori,

Ritenere, come è stato ritenuto, che queste
considerazioni siano basate su una sconcer-
tante confusione tra i compiti spettanti rispet-
tivamente alla previdenza sociale, alla pub-
blica assistenza, alla politica economica e
alla politica fiscale è accusa che può essere
ritorta ai sostenitori del sistema contributivo,
se questi credono che la previdenza sociale
ebbe ed ha lo scopo di realizzare una redistri-
buzione dell'onere di copertura del rischio
tra i soggetti che a questo sono esposti. Le
funzioni sociali dello stato moderno non
saranno certo assolte con una previdenza
sociale che si limiti a far pagare un contri-
buto identico anche se l’esposizione al rischio
dei singoli assicurati è diversa, e a corrispon-
dere prestazioni la cui proporzionalità ai
contributi versati sia temperata per ragioni di
solidarietà ed in alcuni casi addirittura sop-
pressa. Questa è una concezione della previ-
denza sociale superata dall'idea e dai princìpi
della sicurezza sociale accolti nella nostra
Costituzione e già in parte realizzati dalla
recente legislazione. Una volta che la realiz-
zazione della tutela previdenziale costituisce
un fine dello stato, e non più un fine dei
lavoratori o di un gruppo di lavoratori, è
evidente che i mezzi necessari per la realiz-
zazione di tale fine non possono che essere
reperiti da tutti i cittadini in proporzione alle
proprie sostanze e ai propri redditi.

La strada
dei rotoli
di lamierino

Abbiamo invitato il nostro collaboratore Lucio
Bozzano a seguire la strada dei rotoli di lamie-
rino. Abbiamo così una specie di taccuino di
viaggio dove appaiono alcune industrie utiliz-
zatrici del lamierino di Cornigliano.

A Cornigliano escono dallo stabilimento i
rotoli di lamierino; caricati su autocarri o su
treno si avviano in tutte le direzioni. Seguire
il cammino dei rotoli non è impresa da poco:
vuol dire mettersi in marcia per i luoghi più
impensati d’Italia e affrontare, col lungo viag-
gio, le esperienze più diverse e più incredibili.















Prendiamo ad esempio l’itinerario più breve:
i rotoli che vanno a Torino o a Milano
per essere impiegati dalla Fiat, o dall’Alfa
Romeo, o dalla Lancia nella costruzione di
autovetture.

Il consumo dei lamierini è enorme se si
pensa che la produzione alla sola Fiat supera
spesso le tremila vetture al giorno.

Il rotolo di lamierino viene tagliato in lamie-
re che, nel caso ad esempio della “600”, sono
delle seguenti dimensioni: 2800 x 1470 x0,7 mil-
limetri. Davanti alla “linea 6”, cioè alle grandi
presse per lo stampaggio a freddo della car-
rozzeria, sono accumulate alte pile di lamiere.
Lo stampo è in questo momento quello dei
padiglioni, cioè del tetto della vettura. La la-
miera viene posta sotto la prima pressa della
potenza di 1500 tonnellate, la pressa si ab-
bassa, si rialza, la lamiera ha già preso la forma
del tetto e passa alla seconda pressa. Una
schiacciatina silenziosa, si passa alla terza
pressa e così via. Nel dettaglio diremo che la
prima pressa “forma” la lamiera con azione
di doppio punzonamento. La seconda trancia
la luce anteriore e quella posteriore, cioè le

d- E ì
as e°- z
È pi ea A

Il lamierino nell’architettura: pareti realizzate con pannelli “curtain walls” in lamierino smaltato all’esterno e la-
mierino zincato all’interno. Edificio della direzione Sidercomit a Milano.



due finestre del padiglione, la terza rifila le
due luci, la quarta effettua una rifinitura peri-
metrale, la quinta dà un assestamento defini-
tivo e la sesta fa la risvoltatura delle alette
anteriori. Dopo di che il padiglione è termi-
nato. Ma tutto questo avviene in pochi se-
condi, una lamiera dopo l’altra, un pezzo dopo
l’altro. Di solito un lotto di questo genere si
aggira sui 9-10 mila pezzi; poi si cambiano gli
stampi (si metteranno quelli per la fiancata
destra, poi per la fiancata sinistra, per le por-
tiere eccetera), e si ricomincia.

Dopo le presse i pezzi sono affidati ai tra-
sportatori aerei, grandiosi ed affascinanti pro-
tagonisti del reparto. Sopra la testa si vedono
girare come in una giostra le portiere, i padi-
glioni, le fiancate nel loro lucente colore ar-
genteo. Le diverse parti affluiscono poi nella
misura voluta al punto di saldatura dove la
vettura, cioè la carrozzeria, nasce nel suo sche-
letro in pochissimi minuti grazie al lavoro
delle saldatrici multiple. Poi la carrozzeria va
alla verniciatura e torna sempre appesa per
l’aria con i suoi colori vivaci per essere depo-
sitata alla catena di montaggio. Le catene di

Il lamierino nell'industria automobilistica. Si calcola che circa il 40% della produzione sia assorbito dal settore degli autoveicoli. Qui,
il magazzino “ viaggiante” per il trasporto dei materiali dalle officine di produzione a quelle di montaggio. Fiat-Mirafiori di Torino.

montaggio successive sono semplicemente
sbalorditive per la precisione cronometrica
delle operazioni, per la rapidità, per il sincro-
nismo. Esse hanno inizio con la posa dell’as-
sale posteriore che si collega poi con la tra-
smissione, con le ruote anteriori eccetera. Man
mano che la lamiera corre in avanti si pone il
cambio, il volante, il motore. Poi sarà messo
a punto l’impianto elettrico, l’imbottitura in-
terna, i comandi. Infine si monteranno le ruote
finché la vettura sarà completa. Allora le ruote
toccheranno terra, si metterà la benzina
operaio collaudatore salirà al volante per ef-
fettuare le prove. Dal momento dell’inizio
della catena al momento di uscita della vettura
coi propri mezzi passano in media due ore e
mezzo.

Ma il cammino dei rotoli può portare anche
alla fabbrica dei motoscooters, alla Innocenti,
alla Piaggio, dove sempre mediante l’ausilio
delle presse nascono gli scooters, i ciclomotori,
i furgoncini. Qui si nota come la grande pro-
duzione di lamierino di acciaio sia veramente
alla base di quella rivoluzione dei costumi che
è rappresentata dal motoscooter. Esso infatti
è sceso in profondità, attraverso tutte le bar-
riere geografiche e sociali ed ha strappato i
giovani e i giovanissimi all’isolamento della

provincia, ai biliardi, agli ozi dei caffè. Con
esso gli orizzonti dietro la collina hanno ces-

sato di essere misteriosi. Ma la rivoluzio:
portata dall’acciaio non si limita ai motoscoo-
ters: nella campagna tutto è stato trasformato
attraverso la meccanizzazione dell’agricoltura.
Il “divino del pian silenzio verde” non è più,
più non si sente il ronzio delle mosche o
il canto delle cicale sugli alberi. Su tutto do-
mina il rumore dei trattori. Le macchine sono
giunte sui campi, l’acciaio e la nafta sono ormai
i protagonisti ed hanno scacciato in secondo
piano i buoi pazienti, il largo gesto del conta-
dino che semina a braccio teso, il lento affon-
dare della zappa nel terreno. Un romantico
poeta potrebbe piangere calde lacrime su
questo mondo scomparso, su questa pace
agreste distrutta, ma sarebbe soltanto un ro-
mantico poeta. La realtà prosaica è ben diversa:
gli abitanti del mondo sono saliti ad oltre tre
miliardi e nelle immense metropoli moderne
milioni di uomini consumano ogni giorno ton-
nellate di pasta, di pane, di legumi. Ciò signi-
fica che la terra deve rendere molto di più
di una volta, con minor numero di braccia,
poiché milioni di ex contadini sono passati
nelle città a far funzionare le fabbriche, gli
uffici, i treni.

Come si è potuto ottenere che la terra renda
dieci, venti, cento volte di più con un decimo
o un ventesimo dell’antica manodopera? Con
lo sfruttamento scientifico, con i fertilizzanti
artificiali, ma soprattutto con la meccaniz-
zazione dell’agricoltura. Nel 1800 un quintale
di grano si otteneva con nove ore lavorative,
nel 1900 con quattro ore, nel 1945 con
ore 1,2 - oggi con meno di un’ora. Per vangare
un ettaro di terra un contadino doveva lavo-
rare seicentoventi ore; con un aratro trainato
da un trattore le ore per un ettaro di terra
si riducono a sei (!), con gli aratri polivomeri
anche meno. Ogni muovo trattore che arriva
sul campo unitamente agli altri att
canici elimina da tre a dieci animali da lavoro,
non solo a beneficio delle razze pregiate di
allevamento ma anche dei terreni stessi prima
largamente adibiti al foraggio.

Seguendo il cammino dei rotoli di lamierino
sono giunto, attraverso le fabbriche di trattori
come la Fiat, la OM, la Lamborghini e la
Landini, sui campi del Maccarese, la più grande
ela più razionale azienda agricola d’Italia che si
trova nel centro dell’Agro Romano, tra la
ferrovia Roma-Pisa e il Tirreno, su una su-
perficie di oltre 4.100 ettari dei quali 3.700 di
superficie agraria e circa 400 di superficie fo-



restale. Il lavoro dell’uomo e delle macchine
ha bonificato l’intera zona ed ora si estendono
a perdita d’occhio campi coltivati a foraggi e
a frumento e coltivazioni ortofrutticole ordi-
nate e di gran pregio, e vigne preziose e im-
pianti per la produzione vinicola e silos, e stalle
per un allevamento scelto e numeroso di vacche
lattifere ed altro bestiame. Le macchine agri-
cole sono molte nell’intera azienda; vi è pure
una vera officina attrezzata per la manuten-
zione e la riparazione dei mezzi meccanici. Ci
sono oltre sessantacinque trattori, un’ottantina
di solcatrici ed aratri, oltre a livellatrici, fran-
gizolle, seminatrici, mietilegatrici, mietitrebbia
con pressapaglia, trebbiatrici, sgranatrici e così
via, compresi 370 carri agricoli. In questa
vasta azienda i trattori sono al lavoro un po”
ovunque, e un’apposita autobotte provvede a
rifornirli di combustibile raggiungendoli sul
posto. Ad un certo momento suona la sirena
e i contadini si avviano verso casa a piedi
o in bicicletta; perché qui suona la sirena come
nelle fabbriche. Nelle stalle ci sono quasi
duemila vacche lattifere, razza pezzata nera,
che producono giornalmente circa il ro per
cento del latte che si beve a Roma. Ma che
cosa dire della produzione dei vini che supera
i 280 miliardi di fatturato annuo? E della

magnifica uva da tavola e delle magnifiche
pesche che paiono uscite da un quadro del
Caravaggio e portano nomi soavissimi come
“viola di Velletri”, “pesca trionfo”, ‘regina
dei vigneti”? ‘Tutto questo abbiamo veduto
al Maccarese, tra magnifiche distese di euca-
lipti, in una verde campagna che, sia pur
battuta dai trattori e dalle macchine, non ha
perduto la propria riposante freschezza.

Ma il filo che porta il lamierino d’acciaio
nelle campagne non è soltanto quello dei trat-
tori e delle macchine agricole; vi sono centi-
naia di impieghi del lamierino zincato: ad
esempio, intere stalle razionali, impianti di
aeratori a valvola, speciali recinti, apparecchi
poppatoi e ancora refrigeranti, scrematrici,
zangole per burrificazione. E ancora appositi
sili per foraggi e relative insilatrici e trincia-
trici nonché i vari miscelatori per mangimi, e
ancora attrezzature per allevamenti di bassa
corte, come pollai razionali, batterie di alle-
vatrici elettriche eccetera. Ho visto anche le
“madri artificiali” in lamierino zincato: un
bel giorno nascono 500-6oo pulcini vispi e
pigolanti e sono figli del lamierino zincato.
Col lamierino d’acciaio, dunque, anche per
l’agricoltura il futuro è già cominciato.

Un’altra tappa nel viaggio del lamierino è



Il lamierino nei motoscooters. Reparto montaggio delle
Slambrette” alla Innocenti di Milano.

quella che riguarda l’industria dei frigoriferi,
cioè un’industria che produce macchine per
generare il freddo, cosa che sarebbe parsa
utopistica un secolo fa. Il frigorifero è una
macchina che consta di un gruppo motore,
di una cella interna e di un mobile esterno.
Queste due ultime parti si costruiscono col
lamierino d’acciaio che noi inviamo al cliente
in dimensioni già prestabilite. Io ho visto
appunto il complesso Ignis, formato da due
stabilimenti posti a breve distanza, uno nel
comune di Comerio e uno nel comune di
Gavirate, in un’incantevole panorama sulla
strada Varese-Laveno. Qui, dove arriva il
lamierino già nelle dimensioni volute si ricorre
soltanto alla smussatura degli angoli, poi,
dallo stampaggio escono lo zoccolo, la portina
e la cella. Naturalmente si stampano anche,
in una o più parti, i fornelli e le cucine (a gas,
a gas liquido, a metano o elettriche); i vari
pezzi circolano anche qui, come le carrozzerie
delle auto, sospesi in aria alla catena del tra-
sportatore aereo. Sul materiale stampato si
effettua il decapaggio in apposite celle, quindi
la smaltatura che consiste in una prima im-
mersione, poi in una cottura in un forno con-
tinuo a 850 gradi dal quale i pezzi escono di
un nero lucido per ricevere successivamente lo



smalto bianco, a spruzzo. Dopo una seconda
cottura, i pezzi sono pronti per il montaggio.
Il “mantello” o mobile del frigorifero è pro-
dotto con lamierini lunghi fino a metri 3,40
che passano sotto una pressa piegatrice e
quindi sotto un’altra piccola e meravigliosa
pressa che dà loro in pochi secondi la forma
definitiva, ad U rovesciato. Quindi rapida
“puntatura” con una saldatrice automatica e
si comincia la toletta. Prima pulizia a mezzo
di un modernissimo impianto continuo di
sgrassaggio, quindi lavaggio a freddo, poi fosfa-
tizzazione ed essiccazione. Infine avviene l’ul-
tima fase ai nuovissimi impianti di verniciatura
elettrostatica. Vi sono anche qui le catene di
montaggio con stazioni successive: arriva il
mobile, si montano i pannelli isolanti, quindi
la cella, poi i fili elettrici, poi la cornice di
legno, quindi la portina, le varie mensole, le
scatole di plastica, la serratura eccetera. Poi la
macchina è pronta e fa pensare, nella sua veste
nuova e nei colori tenui della plastica, alle cu-
cine di oggi, alla pubblicità americana, alle



rino nell’agricoltura. Diversissimi sono i campi di applicazione del lamierino
nella vita agricola e vanno dalle livellatrici alle frangizolle, dalle trebbiatrici ai trattori.

fb:

bottigliette di Coca-Cola ghiacciata nelle afose
giornate del solleone. Dai frigoriferi ai cibi
in scatola il passo non è lungo ed ovunque
troviamo, alla base, il lamierino d’acciaio. Per
lo scatolame, in verità, si adopera la banda
stagnata che l’apposito impianto di stagnatura
elettrolitica o quello ad immersione producono
a Cornigliano e che arriva presso i clienti in
pacchetti di fogli di diverse dimensioni e di
spessori variabili tra i mm. 0,20 e i mm. 0,44.
Lo spessore più alto è quasi sempre adoperato
per le scatole di tonno che dovendo sopportare
un lungo processo di sterilizzazione in auto-
clave (possono rimanere anche un paio d’ore
ad una temperatura di 105 gradi), debbono
presentare maggiore resistenza. Le scatole di
tonno, in verità, mi hanno portato ad un
lungo viaggio fino a Trapani e quindi all’isola
di Favignana, dove si trovano le famose ton-
nare Florio. Qui i pescatori, sotto la guida
del ‘“rais”, effettuano la mattanza, che è l’uc-
cisione del tonno catturato nella tonnara; qui
apposito personale procede allo squartamento

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Ogni trattore che arriva sul campo elimina dai tre ai dieci animali da lavoro. Le prin-
cipali fabbriche di trattori in Italia sono la Fiat, la 0. M., la Lamborghini e la Landini.

dei pesci e alla suddivisione delle varie parti,
ma qui anche un apposito impianto provvede
alla produzione delle scatolette, e quindi al-
l’inscatolamento. Altro tipo di scatolame, sia
pure prodotto con lo stesso procedimento, è
quello delle conserve che ho visitato a Parma.
Qui, in quella che è la capitale delle conserve
(tanto è vero che vi si tiene la “mostra interna-
zionale delle conserve e dell’imballaggio”),
sono numerose le fabbriche di scatolame che
consentono appunto alle varie imprese agricole
di inscatolare il prodotto sul posto. Non si
creda che il processo produttivo per ottenere
una di quelle scatolette alle quali noi diamo
così poca importanza sia molto semplice e non
presenti i suoi lati spettacolari ed emozionanti,
oltre ad una dose di lavoro accurato, specializ-
zato, paziente, da svolgere con impianti moder-
nissimi e costosi. Oltre alla verniciatura ‘“doré”
dell’interno, vièil problema del cliché richiesto
dal cliente sulla scatola, cioè quel disegno a
colori e quella scritta che prima di trovare
sulla scatola avremo trovati nei manifesti

&

4



pubblicitari. Per far ciò occorre che i fogli
di banda stagnata, come se fossero dei fogli
di rotocalco, subiscano un processo litografi-
co il quale, appunto come per i giornali, può
essere svolto su macchina piana (con sistema
antico) oppure su moderne rotative. Natural-
mente ogni tiratura applica un colore, dopo-
diché i fogli vanno nel forno dove restano per
circa venticinque minuti alla temperatura di
centoventi gradi. Ho visto entrare nei forni
su appositi carrelli centinaia di fogli che por-
tavano impresse le immagini di migliaia di
acciughe stilizzate e quando ne sono usciti
coi colori vivacissimi e i contorni nitidi mi
pareva di vedere delle vere acciughe succu-
lente, preparate per un pantagruelico pranzo.

Altro settore di impiego del lamierino è
costituito dall’architettura. Oltre trenta anni
sono passati dacché in America, con la co-
struzione del fabbricato della Chrysler a New
York, si è effettuato il primo impiego di curtain
walls e l’impiego del lamierino ha preso svi-
luppi impensati sia in America che in Europa





Il lamierino negli elettrodomestici. Vastissimo è il campo di utilizzazione del lamierino nell'industria
degli elettrodomestici. Qui, una fase di lavorazione del “mobile” dei frigoriferi alla Ignis di Comerio.

e così pure nel nostro paese. ‘Tanto che oggi
possiamo dire veramente che la costruzione
di case è alla vigilia di una grande rivoluzione
in cui il muratore ed i suoi mattoni sono de-
stinati a scomparire per lasciar posto a pan-
nelli prefabbricati, e basteranno poche viti e
bulloni per assicurare una facciata ed i muratori
diventeranno dei meccanici ed i capomastri dei
tecnici di industria. La casa di domani dunque
si costruirà come oggi si costruisce un tran-
satlantico e alla base di tutto sarà, oltre ai
pilastri portanti in acciaio, il lamierino, sia
per le pareti esterne sia per quelle interne.
Tra gli esempi italiani, oltre ad una casa di
abitazione per i dipendenti Italsider a Genova-
Pra, vi è l’edificio della Sidercomit e dell’uf-
ficio vendite Italsider a Milano. Qui non solo
le pareti esterne ed interne sono in lamierino
ma anche i mobili degli uffici, il ché può por-
tare ad un’altra ampia utilizzazione del lamie-
rino d’acciaio, cioè quella di mobili moderni
e funzionali i quali stanno sostituendo negli
uffici i vecchi mobili ingombranti e scarsa-

mente pratici Una fabbrica di moderni
mobili in acciaio che impiega centinaia di ton-
nellate di lamierino all'anno è la Olivetti
Synthesis di Massa. Qui il lamierino da otto
decimi o da dieci decimi si trasforma, attra-
verso un modernissimo ciclo di produzione,
nei mobili più diversi, dall’assemblaggio spe-
ciale per posti di lavoro alla sedia per uffici,
dai classificatori agli schedari, agli armadi, ai
tavoli per macchina per scrivere, alle poltron-
cine in tubo di acciaio con schienale e sedile
in gomma espansa.

Ma seguire tutti i rivoletti degli impieghi
minori del lamierino vorrebbe dire perdersi
nei meandri delle produzioni più disparate,
come ad esempio le serrature, le chiavi, i luc-
chetti, le casseforti e giù giù sino all’acciaio
da due soldi, quello che il venditore pubbli-
cizza sulle piazze del mercato: pelapatate,
tritacarne, piccoli giocattoli come automobi-
line, motociclettine eccetera.

Questa potrebbe essere, simbolicamente, la
storia..di un rotolo di lamierino d’acciaio.



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Un concorso fotografico

“la comunità
del mio lavoro”

Come è noto, l’ufficio per le attività cul-
turali e ricreative, in collaborazione con le
pubbliche relazioni, ha organizzato un con-
corso di fotografia e cinematografia riservato
ai soci dei circoli aziendali Italsider sul tema
“La comunità del mio lavoro”. Ci limitiamo
qui ad esaminare il concorso di fotografia
in bianco e nero. La partecipazione è stata
massiccia e di altissimo livello, come rileva
anche Paolo Monti, un fotografo di fama
mondiale al quale abbiamo sottoposto le fo-
tografie premiate o segnalate pregandolo di
scrivere per la nostra rivista un commento
critico.

Mentre i membri dei vari circoli si sono
sforzati di rimanere nel tema, il circolo di
Taranto ha fatto un ottimo lavoro di équipe
prendendo a soggetto piuttosto che la
comunità di lavoro l’ambiente residenziale.
Ciò non gli ha impedito di raggiungere
risultati di indubbio valore.

In Italia ogni anno vengono organizzati mol-
tissimi premi e concorsi fotografici dedicati a
coloro che con nomenclatura piuttosto imprecisa

vengono definiti volta a volta amatori o dilet-
tanti. Sarebbe interessante esaminare perché il
secondo termine è più diffuso in Italia che in
altri paesi e spesso con implicito significato ne-
gativo, quasi che il dilettarsi di fare della foto-
grafia sia sinonimo di scarso impegno e di in-
competenza ; ma non è questa l'occasione.

Dopo aver diretto per molti anni un circolo
fotografico, organizzato molte mostre ed essere
stato membro di molte giurie, devo dire che il
dilettante medio è migliore di quanto si creda
purché lo si voglia impegnare in qualcosa di
serio.

Tuttavia in molti circoli fotografici si pensa
ancora che solo l’amatore possa operare libera-
mente e creare piccoli capolavori, passando dalla
natura morta al ritratto, dal paesaggio alla
figura umana, con qualche incursione nel repor-
tage sportivo o di sagra paesana. Al professio-
nista obbligato agli impegni del suo lavoro sareb-
bero negate queste possibilità creative.

Questa retorica merita di essere combattuta
da chiunque abbia a cuore le sorti di un circolo
o gruppo fotografico, perché la verità è proprio
all'opposto : solo impegnandosi seriamente su
un tema, svolgendolo a fondo provando e ripro-
vando, si possono ottenere in fotografia come in
qualsiasi altra attività risultati di rilievo.

Per molti dilettanti la cosiddetta libertà di
fare quello che piace non è tanto uno stimolo al
rischio della ricerca quanto un comodo alibi per
evitare la fatica di un impegno serio e prolun-
gato, teso a un fine preciso e liberamente scelto.

Per questa ragione i nove decimi delle mostre
e concorsi fotografici a tema libero si chiudono
con risultati mediocri e scontati, che si ripetono
di anno in anno fra la noia e il dispetto dei
veri amatori di fotografia.

Da qualche anno alcune mostre fotografiche
hanno imposto un tema ai partecipanti e i risul-
tati si sono subito visti, tanto è vero che si ha
sempre ragione di stimolare gli uomini a un
lavoro difficile; esemplare a questo proposito è
la recente mostra di Bergamo che aveva per tema
la figura umana nel suo più largo significato, dal
ritratto alla folla.

Queste considerazioni mi sono dettate dall’aver
esaminato i lavori premiati al concorso foto-
grafico Italsider avente per tema “La comunità
del mio lavoro” e quelli presentati dal gruppo
di Taranto ; anche qui la difficoltà del tema ha
imposto l’impegno dei partecipanti, tanto che
quelli di Taranto hanno sentito il bisogno di
operare in gruppo per suddividersi il lavoro,
esempio unico che io conosca.

La fotografia “Piero” (pubblicata nella terza
di copertina) di Guido Morelli, che ha avuto
il premio speciale, potrebbe essere firmata dai
migliori professionisti e non solo italiani ; colpisce
soprattutto la estrema coerenza dell'immagine,
voglio dire la esatta corrispondenza del con-
tenuto con la forma nella quale esso si
esprime. Una gamma molto ristretta di grigi
per raccontare la malinconia di una situazione
umana. Anche il rapporto fra la figura e lo
sfondo è sottilmente risolto coi modi espressivi e
grafici che sono proprii della fotografia.

Il primo e il secondo premio sono fotografie
di lavoro, istantanee prese in condizioni difficili

seguendo la tecnica del reportage a luce naturale
che dà autenticità all'immagine seppure a sca-
pito di qualche esigenza tecnica. “Avanti !”’ di
Salvatore Basciu è ottimo esempio di questa ten-
denza attuale che coglie la realtà nel suo più
segreto dinamismo ; risultati analoghi persegue
Aldo Robino (secondo premio) col suo ‘Lancia
dolomite” : la figura mossa in primo piano si
presenta quasi spettrale sullo sfondo duro delle
macchine enormi.

Anche i due migliori premi acquisto seguono
questo stile e in particolare “Il fonditore n. 2”
di Dovilio Preziosi di inquadratura cinematogra-
fica dove, in colonna sonora, quasi ti attendi di
udire la voce dell'uomo perdersi nell'aria infuo-
cata contro le nere strutture del ferro.

Si potrebbe dire che il carattere comune di
tutte queste fotografie è l'aver percepito ed espres-
so visivamente il rapporto fra l’uomo e l’ambiente
del suo lavoro, ma piuttosto come individuo iso-
lato che non nella “‘comunità di lavoro” come
il tema avrebbe voluto. Non si creda che questa
voglia essere una critica o un limite di valore di
queste immagini : il fatto è che esse trovano una
valida conferma nei modi stilistici usati dai mi-
gliori fotografi del reportage attuale.

La comunità di lavoro alla quale accennavo,
ma piuttosto direi l’ambiente residenziale, è
stata studiata collettivamente dal gruppo di Ta-
ranto con iniziativa veramente esemplare per le
sollecitazioni che ne possono trarre altri gruppi
fotografici dell’Italsider. Fra le molte opere riu-
nite negli albums con brevi testi esplicativi spic-
cano anche per perizia tecnica quelle di Martino
innamorato delle forme degli ulivi, ottimamente
“viste” e quelle di Altavilla e Gadaleta che però
peccano talvolta di insufficienze tecniche. Ora
siamo tutti d’accordo che la tecnica è solo un
mezzo, tuttavia occorre subito aggiungere che
solo una buona tecnica permette alla fotografia
di essere pienamente “realista”. Il credo del
fotografo deve essere quello di darci il massimo
di realtà visibile; soprattutto la presenza delle
cose, della natura, degli uomini deve essere di
estrema e irrevocabile evidenza.

Consiglierei al gruppo di Taranto di continuare
questo lavoro collettivo pianificandolo per com-
pletarlo. Questi fotografi devono ora farci vedere,
dopo gli alberi e le pecore, le fabbriche e le cimi-
niere ; dopo la città vecchia, i nuovi quartieri ; e
dopo i pescatori, gli uomini che lavorano il ferro.

Ne uscirebbe il ritratto di una comunità legata
ancora in parte alla civiltà mediterranea del-
l’ulivo e del gregge ma che solo nella nuova civiltà
delle macchine potrà realizzare le sue speranze
umane e î suoi fini sociali.

nella pagina accanto: (in alto) «Lancia dolomite” di
Aldo Robino - sezione di Novi Ligure. Secondo premio.
La figura mossa in primo piano si presenta quasi spet-
trale sullo sfondo duro delle macchine enormi.

(in basso) “Il fonditore n. 2” di Dovilio Preziosi dello
stabilimento Siac. Premio acquisto. In questa fotografia,
di inquadratura cinematografica, quasi ci si attende di
udire in colonna sonora la voce dell’uomo perdersi nel-
l’aria infuocata contro le nere strutture del ferro,







sopra: “Incandescenze paraboliche” di
Arrigo Amaduzzi dello stabilimento di
Bagnoli. Premio acquisto.

a fianco: “Pescatori”, di Gadaleta dello
stabilimento di Taranto.





sopra: “Uscita”, di Nino Sterlacci dello
stabilimento Siac, Premio acquisto,

a fianco: “Vicolo”, di Filippo Martino
dello stabilimento di Taranto.



eg
n!

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“Ulivo” di Filippo Martino dello stabilimento di Taranto.

“Un angolo del mar piccolo” di Altavilla dello stabilimento di Taranto,

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Bosco di Statte: “a due passi dal tubificio”, di Filippo Martino.







Le nasse











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Nasse metafisici ordigni. Con la loro forma plastica esse appaiono oggetti fantastici oppure moderne
sculture o ancora un giuoco della natura tratta invece di una spaventosa macchina, una trappola per
catturare i pesci. Il pescatore per preparare le sue nasse si trasforma in artigiano che lavora il ferro e tes
ricama pazientemente il suo filo di ferro di un millimetro o mezzo millimetro ed ecco uscirne una nassa, metafisic
ordigno. Poi le ritroviamo, queste nasse, sulla spiaggia, nei piccoli porti abbandonati, sulle calate o lungo i

moli ed hanno acquistato il colore caldo della ruggine fare una nassa di media grandezza occorrono
cinque o sei chilogrammi di filo di ferro e due o tre giornate di paziente lavoro. Poi, quando l'ordigno sarà
compiuto, verrà calato in acqua con la sua esca e diventerà una trappola mortale. Ma a noi piace osservare
queste nasse come metafisici ordigni, già ricoperti di ruggine, quasi una scultura di Colla o una retrouvaille.



16

Il museo

eonardo
da Vinci

a Milano

Come preannunciato nel numero scorso, presen-
tiamo qui un altro museo della tecnica, visitato
dal nostro collaboratore Luciano Rebuffo. Si
tratta del museo della scienza e della tecnica di
Milano intitolato a Leonardo da Vinci. Esso
sorge negli antichi Chiostri Olivetani adiacenti
alla basilica di San Vittore e presenta in una
cornice prettamente rinascimentale un’amplis-
sima raccolta di materiale che va dai cimeli più
antichi alle macchine di oggigiorno.

«.. Ho ancora modi de bombarde-commo-
dissime & facile ad portare, et cum quelle
buttare minuti (saxi a similitudine) di tempesta;
cum el fumo di quella dando grande spavento
all’inimico, cum grave suo danno e confu-
sione. Et quando accadesse essere in mare, ho
modi de molti instrumenti actissimi da offender
& defender, et navili che faranno resistenzia
al trarre de omni grossissima bombarda &
polver & fumi ... Item, farò carri coperti,
securi & inoffensibili, e quali intrando intra
li inimica cum sue artiglierie, non è sì grande
multitudine di gente d’arme che non rompes-
sino. Item, occurrendo di bisogno, farò bom-
barde, mortari et passovolanti di bellissime et
utili forme, fora del comune uso... In tempo
di pace credo satisfare benissimo a paragone
de omni altro in architettura, in composizione
di edificii & pubblici e privati, & in conducer
acqua da uno loco ad uno altro. Item, condu-

sopra: museo della scienza di Milano: la galleria
leonardesca con disegni e ricostruzione di modelli
ideati dal Maestro. In primo piano, su una la-
stra di vetro, il celebre autoritratto di Leonardo.



sotto: ricostruzione in modellino di legno
di una macchina leonardesca: il carro mos-
so dal vento che avrebbe dovuto agire sul-
le pale che si vedono in alto a sinistra.



17

cerò in scultura di marmore, di bronzo & di
terra, similiter in pictura, ciò che si possa fare
ad paragone de omni altro, & sia chi vole ».

Così scriveva, tra l’altro, Leonardo da Vinci
a Lodovico il Moro, Signore di Milano, nella
famosa lettera che oggi potrebbe suonare una
richiesta di assunzione. Ed in tale richiesta
Leonardo assicura di poter fare (cioè proget-
tare e far eseguire) opere di ogni genere in
ogni campo, cioè nella tecnica, nell’idraulica,
nella meccanica, nella tecnica guerresca, nel-
l'architettura civile e militare, nella tecnica
navale, e ancora nelle arti, come pittura e
scultura.

Ed infatti sappiamo che Leonardo, vero
genio multiforme, figlio prediletto dell’Uma-
nesimo, tutte queste cose poteva e sapeva fare,
come dimostrano non solo i suoi numerosis-
simi studi ed i suoi disegni (massimi fra tutti
quelli raccolti nel cosiddetto “Codice Atlan-
tico”) ma le opere ancora, che eseguì un po’
ovunque. Ben noti sono i suoi capolavori pit-
torici, meno invece la statua equestre per
Francesco Sforza, purtroppo distrutta; notis-
simi i disegni architettonici, meno le opere di
architettura militare, eseguite per la Repubblica
di Venezia, per Firenze, per Cesare Borgia a
Urbino e dintorni; eppure Leonardo era infa-
ticabile: disegnò per conto dei fiorentini la
deviazione dell’Arno con un canale Firenze-
mare, e venne a Genova per provvedere al
dragaggio del porto.

In Leonardo, che fu forse in questo il più



sopra: un pannello che illustra, con sotto: un’altra ricostruzio- = ) S

modelli a grandezza naturale e con ne di macchina leonarde- degno figlio del suo tempo, le arti meccaniche
pezzi autentici, la storia della ruo- sca: una nave a ruota, e liberali si fusero intimamen*e, così come si
ta dalle origini ai giorni nostri. mossa da forza umana. fusero le qualità di filosofo e di uomo (anche

se egli si definiva “Omo sanza lettere’). Ec-
colo infatti, ad esempio, al servizio di Lodovico
il Moro, astretto da gravi problemi finanziari,
con sei bocche da sfamare, tanto che scrive
al suo alto protettore: «... E se Vostra S.a si

ARPINO IPA . credessi ch’io avessi dinari, quella s’inganne-

pi eee rg grsri DRP O RR RIRROSI ATERA A rebbe, perché ho tenute sei bocche trentasei

e VI È CI . mesi e ho auto cinquanta ducati! ».
ente e gr vede arpa sarai Tali Era dunque più che logico che a Leonardo
da Vinci fosse dedicato in Milano il magnifico
“Museo Nazionale della Scienza e della Tec-
nica”, ottimamente sistemato in questo dopo-
guerra negli antichi Chiostri Olivetani adia-
centi alla basilica di San Vittore, in una cor-
nice prettamente rinascimentale.

La costruzione dell’antico convento degli
Olivetani fu iniziata l’8 settembre 1508
(quando appunto Leonardo stava lavorando
alla sua famosa “Ultima Cena” nel convento
delle Grazie, non lontano da qui). Non cono-
sciamo il progettista del primo edificio ma
conosciamo il costruttore del primo chiostro,
Mastro Giuliano, detto il ‘Frà del Castellazzo”.
Ad esso chiostro ne fu aggiunto un secondo
novant'anni dopo. Nel 1622 l’architetto Fran-
cesco Richino costruì l'appartamento abbaziale,
e nel 1709 Castelli da Monza costruì il gran-
dioso e magnifico refettorio, che ancora oggi
si può ammirare (facendo parte del museo
ed essendo adibito a riunioni, conferenze e
concerti) con l’immensa volta a botte, la stu-
penda decorazione pittorica a fresco ed i su-
perbi stalli in legno.









Un pannello che



illustra la storia della bicicletta,



L'ingresso del museo si apre sulla piazza
San Vittore, dove prospetta la magnifica fac-
ciata della chiesa costruita da Gian Galeazzo
Alessi.

Una cornice di primissimo ordine, dunque,
per un museo di primissimo ordine, che offre
al visitatore, sia profano sia specializzato, un
quadro completo delle lunghe ed affannose
tappe che hanno caratterizzato il pensiero
scientifico ed il progresso tecnico. Tanto è
vero che nel museo esiste, per gii studiosi,
per gli specialisti, per gli appassionati, una
biblioteca ricca di diciottomila volumi riguar-
danti la storia delle scienze in genere e in parti-
colare della matematica, astronomia, fisica,
tecnica e ingegneria, oltre ad una speciale
sezione dedicata alla bibliografia mondiale su
Leonardo, oltreché su Galileo Galilei ed Ales-
sandro Volta.

Al centro del museo, e non solo in senso
concreto, sta la grande galleria leonardesca,
lunga oltre cento metri, che offre una magni-
fica visione di tutti i modellini delle macchine
leonardesche, contrapposti ai celebri disegni
del codice atlantico riprodotti sulle pareti e
fortemente ingranditi. Questa galleria, partico-
larmente suggestiva, è di un interesse estremo
e costituisce sicuramente la più ricca e docu-
mentata mostra leonardesca esistente al mondo.
Si pensi che ogni modello, oltreché dal dise-
gno, è accompagnato dalla fotografia cor-
rispondente del manoscritto; dal disegno tec-
nico ricavato da quello originale e studiato
per costruire il modello; dalla illustrazione
descrittiva del modello e dall’interpretazione
del pensiero di Leonardo; dal nome delle
persone che hanno interpretato e tradotto quel
pensiero,

All’ingresso della galleria sorge, su una
lastra di vetro, una riproduzione del celebre
autoritratto del Maestro, per cui la veduta
dell’intera sala si ha attraverso tale lastra, con
grande effetto scenografico.

1 modellini, eseguiti in legno con parti in
ferro, costituiscono una incredibile rassegna
del genio inventivo di Leonardo, ed appaiono
ai nostri occhi, in più di un caso, come vere
anticipazioni tecniche. Ecco, ad esempio, nel
campo del volo, un aliante con estremità ma-
novrabili, una macchina ad ali battenti, la vite
aerea (come non pensare all’elicottero?), la
navicella volante con ali battenti e timone (ed
ora siamo ai “vostok”), il paracadute, l’incli-
nometro, l’igroscopio. Nel campo navale:
barca con propulsione a ruote (fu il sistema
applicato nell’ 800 agli inizi della navigazione
a vapore), escorpio e nave a sperone mobile,
nave veloce speronatrice, draga marittima e
draga lagunare, conca di canale navigabile con
porte a battenti, pompa per sentine e valvola
conica, galleggiante a fondo apribile, motrice
navale a ruote, sfondacarene automatico, scafo
doppio, palombaro e così via.

Nel campo della tecnica bellica: escavatrice
di trincea, argano per sollevamento delle arti-
glierie, cannone navale a retrocarica, balista
multipla, macchine per l’assalto alle mura, arti-
glieria con elevazione regolabile a piolo (vera
anticipazione del tiro parabolico), affusto a







code divaricabili, organo a trentatre canne
(ordigno veramente infernale, che anticipa più
che la mitragliatrice le famose “Katiuscia”).

Nel campo ‘della meccanica civile le inven-
zioni sono tante che possiamo elencarne solo
una parte, lasciando ogni commento al let-
tore: torchio da stampa, macchina per fabbri-
care le viti, tenaglione a vite ed utensili per
filettare viti e madreviti, sega idraulica con
avanzamento automatico, macchina intaglia-
lime, forno a fiamma guidata, mandrino auto-
centrante, gru girevole, macchina per l’innalza-
mento delle colonne, maglio battiloro con avan-
zamento automatico, mulino a cilindri multipli,
trivella a doppio movimento. A ciò occorre
aggiungere magnifici disegni, qui ingranditi
ma non tradotti in modello, che riguardano
macchine per trafila, torni per filettare, mac-
chine per piallare, sega a lame parallele, oro-
logi meccanici, macchina per battere moneta
ed anche un carro automotore.

E che dire del grande plastico urbanistico,
vera intuizione di una città del futuro, ma di
una città ideale non deturpata dalle specula-
zioni e dall’ignoranza?

Abbandonata la fascinosa galleria leonar-
desca si passa poi nelle altre sale che ospitano
gli oggetti, gli studi o i disegni riguardanti lo
sviluppo della tecnica a noi più vicina, dalle
prime realizzazioni fino ai nostri giorni. Ecco
ad esempio la bellissima sala degli orologi,
dove vicino agli antichi attrezzi da orologiaio
ed a pezzi antichissimi come la clessidra not-
turna in vetro (che segnava l’ora mediante
l’altezza dell’olio della lampada nel serbatoio)
si ha uno svegliarino monastico italiano del
‘600; accanto allo svegliarino dei primi del
‘500, orologio portatile datato e segnato da
Jacopo Wolf, si hanno orologi a parete dei
secoli XVI e XVII, l’orologio notturno di
G. Treffler (1660), orologi da tasca di ogni ge-
nere e tipo, con decorazioni in oro e argento,
oppure dipinte, fino a quei begli orologi ad
involucro sferico che erano detti “cipolle”.

Vi è poi una sezione navale (che costituisce
il “Civico Museo Navale Didattico”) nutrita di
modelli moderni che mostrano lo sviluppo della
marineria mondiale di tutti i tempi, ma che
contiene anche buoni pezzi originali come un
modello di fregata borbonica del secolo XVIII,
i modelli della corazzata ‘Caio Duilio” e del
sommergibile “Balilla”, una sezione di siluro,
un vero mezzo d’assalto della nostra marina
(di quelli adoperati nell’ultimo conflitto e chia-
mati ‘maiali”’), e molti modelli di navi costrui-
te in questo secolo nei cantieri Ànsaldo di
Genova-Sestri.

Una saletta interessante è quella delle mac-
chine per scrivere, dove figura il famoso
“cembalo scrivano” di Ravizza (1855) ed un
numero notevole di macchine, dalla Remington
n. 2 del 1884 alla Underwood del 1898, dalla
Olivetti M1 del 1911 alla Olivetti elettrica re-
centissima.

La galleria della fisica, molto importante, si
propone di illustrare aspetti e momenti di par-
ticolare importanza nello studio di tale scienza
che rappresenta, com’è noto, il punto base
per la conoscienza dei fenomeni e delle leggi

della natura, conoscienza senza la quale non
sarebbero state possibili tutte le invenzioni
tecniche che caratterizzano il mondo moderno.
Le raccolte della galleria della fisica sono nu-
tritissime, e debbo limitarmi ad indicarne i
titoli più importanti: coclea e mulinello idrau-
lico, macchine per il moto perpetuo secondo
Bockler, cadute isocrone di un grave secondo
Galileo, il pendolo cicloidale di Huygens, i
cannocchiali di Galileo, la macchina di Atwood,
i barometri di Torricelli e di Fontana, gli
specchi ustori, i densimetri, gli odometri, il
telemetro del capitano Amici, le corde vibranti
di Melde, la macchina Carré per la produzione
di ghiaccio artificiale, il tonografo di Samuele
Cagnazzi (vero anticipatore del fonografo) e
il fonografo a cilindri di Edison, il mulinello
di Joule e strumenti ottici di vario genere. E
così vengono illustrate, con disegni e modelli,
tutte le esperienze riguardanti le macchine
elettromagnetiche, gli apparecchi voltiani,
fino alla celebre esperienza dimostrativa del
campo rotante di Galileo Ferraris.

La sala della radio e delle telecomunicazioni
è sorprendente perché si tratta di un settore
tutto moderno, e che pur ha registrato un’evo-
luzione rapidissima: si possono qui ammirare
vari pezzi importanti, e rarissimi: il trasforma-
tore per le scariche in alta frequenza, detto
di Tesla (1895) e il rivelatore a polveri metalli-
che, detto “‘coherer” o “coesore”; i primi ri-
cevitori RT a cristallo ed i primi ricevitori a
valvola, le prime stazioni RT di bordo per di-
rigibili ed aerei, i riceventi “a reazione” SITI,
l’antica ricevente ‘Audionette’’ a elementi
componibili con antenna a telaio, la radiotele-
fonia a microfono idraulico mediante la quale
nel 1909 Maiorana riuscì a stabilire comuni-
cazione tra Roma, la Sicilia e la Sardegna.

Via via si arriva ai vari apparecchi a noi più
vicini, sino ad un pezzo raro e sconosciuto:
un radar di costruzione ‘Magneti Marelli”
del 1942.

Il posto d’onore va qui alla “sala Marconi”
dove sono illustrati tutti gli esperimenti del
Maestro e dove si trovano numerosissimi i
suoi apparecchi originali, compresa l’intera
cabina radio-laboratorio dell’ “Elettra”.

La mostra dei trasporti terrestri, ricchissima
di materiale, giunge sino ad una FIAT 1400
in sezione, vale a dire sino ai giorni nostri:
eppure parte da molto lontano, cioè da un
modello della ruota di Ur (ricavato dal celebre
bassorilievo che si fa risalire al 4000 a. C.).
La storia della ruota è rappresentata da un
grande pannello dimostrativo che giunge ap-
punto, attraverso ruote egizie, greche, romane,
medievali, e delle carrozze barocche, sino alle
gomme piene ed infine ai pneumatici Pirelli
N+R.

Vi sono poi pezzi originali di grande va-
lore, come una “dreisienne” (l’antenata della
bicicletta, con due ruote e sellino, ma che si
spingeva coi piedi), un velocipide a ruota al-
tissima, tricicli, bliciclette da turismo e da
corsa, motociclette, “scooters”, ed automobili
varie.

Interessante la parte dei trasporti ferroviari,
con modellini che vanno dal famoso “Rocket”

19

di Stephenson e dalla famosa locomotiva “La
Lombarda” che servì per trainare il primo treno
sulla Milano-Monza nel 1838, fino alle loco-
motive Breda costruite ai nostri giorni.

Nel settore della metallurgia si ha una bella
serie di vetrine e diorami, dalla chiara funzione
didascalica: mostrare l'evoluzione della tecnica
di estrazione e di lavorazione dei metalli e del
ferro, dalle prime civiltà storiche in avanti.
Così si possono vedere, nelle apposite vetri-
nette, le fusioni dell’antico Egitto, i forni
a cumulo etruschi, i forni a manica con mantice
del XVI secolo come sono illustrati dal Birin-
guccio nella sua opera “De la Pirotechnia”, la
fusione del Perseo da parte del Cellini, e le
fusioni di minerali nell’ Africa centrale di oggi,
così simili a quelle etrusche.

La sezione illustra poi, con grandi plastici,
il moderno procedimento di un’acciaieria, ma
mostra anche, orgogliosamente, uno dei veri
forni elettrici per la produzione dell’acciaio
costruiti dallo Stassano, avuto in dono dalle
fonderie Vanzetti di Milano. (Mi piace no-
tare qui che nella sezione di Darfo dello sta-
bilimento di Lovere esiste ancora il primo
forno Stassano).

Magnifica è la sala delle macchine, dove tro-
neggia la macchina a vapore di Thomas Horn
(1850) il cui pilastro centrale è foggiat» a for-
ma di colonna dorica.

Interessante poi un treno laminatoio comple-
to (compreso il comando idraulico), del 1850.

Vi è poi, accuratamente ambientato con gli
attrezzi e gli accessori del tempo, un maglio
della Valsassina (Lecco) per la fucinatura a
caldo, maglio costituito da un pesante martello
mosso da una ruota idraulica.

Vi è pure, in fondo alla sala, una chioderia
elettrica del primo ’900.

Questa non è che una rapida sintesi del-
l’immenso materiale raccolto nel museo na-
zionale della scienza e della tecnica Leonar-
do da Vinci. Ma un museo della scienza e
della tecnica è, per definizione, un museo in
continuo divenire, che non sarà mai completo,
che non sarà mai finito, ed infatti si conti-
nuano ad aggiungere sale, ad erigere nuove
costruzioni, ad ospitare nuovo materiale, come
i motori a reazione, i moderni impianti radar,
i calcolatori elettronici.

Secondo me, anche se non è ancora possi-
bile per ovvie ragioni, il museo dovrebbe
avere, e l’avrà certamente fra non molto, un
satellite artificiale, un “telestar”, un missile
intercontinentale ed un’astronave. Non vi
pare?

Ma già così com’è il museo intitolato al
nome di Leonardo costituisce una esauriente
rassegna dell’evoluzione della scienza e della
tecnica attraverso i tempi, una bella dimo-
strazione di quello che il pensiero umano,
lo studio, la ricerca scientifica hanno saputo
fare.

Ed anche questo lo si può sintetizzare in un
pensiero di Leonardo, che quasi anticipando la
risposta a coloro che avrebbero poi osservato
che « val più la pratica che la grammatica »,
aveva scritto: « La scienza è il capitano e la
pratica sono i soldati ».

20

Uno dei p.u utili e fantasiosi ritrovati del-
l’industria moderna è senza dubbio il “nylon”,
diffusosi rapidamente nel mondo e utilizzato
nei più disparati settori produttivi. Tipico
“figlio” della nostra epoca, è entrato in ogni
casa nelle più svariate e impensate forme; ha
sconfitto materiali tradizionali, si è imposto
persino, per la sua grazia e per la sua delica-
tezza, in uno dei più eleganti e raffinati indu-
menti femminili: le calze. Per le quali si può
davvero dire che il “nylon” ha battuto la
seta.

Un elenco delle sue diverse utilizzazioni
occuperebbe troppo spazio. Preferiamo invece
proporre ai lettori una specie di indovinello:
«C'è affinità fra “nylon” e acciaio? ». Pochi,
ne siamo certi, sono in grado di rispondere
affermativamente. Eppure, guardate dove sia-
mo finiti. Partiti dalle calze femminili, ci
ritroviamo in uno stabilimento siderurgico.





Si dirà: « quale alleato può essere dell’ac-
ciaio questo prodotto? La pesantezza del-
l'uno come può sposarsi alla leggerezza del-
l’altro? ». Dice il proverbio che gli estremi
si toccano: e così è stato anche fra il “nylon”
e l’acciaio.

Il nostro incontro col “nylon” avviene allo
stabilimento ‘Oscar Sinigaglia” al reparto
ricottura. Dal laminatoio a freddo l’acciaio
esce, per la maggior parte, sotto forma di
lamierino che ha quasi raggiunto lo spessore
e le caratteristiche volute dal cliente ma neces-
sita ancora di una complessa lavorazione. Lavo-
rato a freddo è rincrudito: è necessario perciò
un procedimento di ricottura per eliminare le
tensioni interne che si sono create sotto i ci-
lindri del treno, ricostituire e ingrossare il
grano onde ottenere un addolcimento del me-
tallo, tanto maggiore quanto più alte sono le
caratteristiche di stampaggio richieste. Dimi-

Acciaio
e nylon

a fianco: l'operazione di inserimento del filo di nylon
nel rotolo di lamierino, in una suggestiva inquadratura.
nella pagina accanto: (sopra) un rotolo di lamierino senza
il filo di nylon.

(sotto) l’ “open coil’, cioè il rotolo a spire allargate.
Come si vede, lo spazio tra una spirale e l’altra è di molto
aumentato per cui è possibile l’impiego e la circolazione
di gas leganti, vale a dire quanto di più progredito esiste
oggi nel campo dei trattamenti termici dell’acciaio.

nuirne cioè la durezza e aumentarne la
tenacità.

Un tempo i rotoli venivano semplicemente
immessi nei forni: il ciclo di lavorazione
era piuttosto lungo e c’era l’inconveniente
che il calore fion veniva assorbito all’interno
in modo uniforme in quanto le varie spire
combaciavano strettamente l’una con l’altra.
Questi forni, in parole povere, possono es-
sere così spiegati: una camera ermetica dove
i rotoli di lamierino vengono a contatto
con un’atmosfera controllata protettiva (mi-
scela di gas inerte a base di idrogeno, ani-
dride carbonica, ossido di carbonio e azo-
to), avente lo scopo di impedire l’ossida-
zione durante l’operazione di riscalda-
mento.

Un notevolissimo passo avanti è stato fatto
con l’adozione del sistema “open coil” (a spi-
re allargate) e la possibilità di impiego di gas

leganti, vale a dire quanto di più progredito
esiste oggi nel campo dei trattamenti termici
dell’acciaio. Eccoci allo ‘‘sposalizio’’ col
“nylon” cui abbiamo accennato all’inizio. Me-
diante un particolare dispositivo, ogni spira
del nastro viene spaziata in modo costante
proprio con una cordicella di “nylon” da to-
gliersi naturalmente prima dell’operazione di
ricottura. Quali i vantaggi? Molti, e tutti assai
importanti. Anzitutto un aumento di produt-
tività dei forni, essendosi accorciato il tempo
di lavorazione; tutta la superficie del nastro a
più intimo contatto con l'atmosfera protettiva
e quindi più pulita; possibilità di ottenere ma-
teriale con caratteristiche migliori in virtù
della più omogenea distribuzione della tempe-
ratura lungo tutto il nastro.

Occorre tener presente che l’acciaio, dopo
il procedimento di ricottura è eccessivamente
molle e privo di elasticità: a stamparlo così

»

denuncerebbe le “striature” che sono sinto-
matiche di un rilassamento. Si passa allora al
“temper”, vale a dire ad un treno che gli
conferisce la rigidità richiesta senza ridurne
la duttilità.

La caratteristica più sorprendente dei forni
“open coils” non è tanto la possibilità di
ricuocere quanto quella di modificare l’analisi
dell’acciaio in ricottura.

Da tempo gli studi siderurgici tendevano
alla ricerca di un sistema in grado di ridurre
le quantità di carbonio e azoto nell’acciaio.
Ma la mèta sembrava ancora lontana. Una
volta messo a punto il sistema di ricottu-
ra a spire allargate, i tecnici della Lee
Wilson, negli Stati Uniti, si accorsero quasi
per caso che, trattato in tal modo, l’acciaio
veniva a perdere appunto carbonio (decar-
burazione).

Prove di laboratorio accertarono allora che

l'eliminazione del carbonio e dell’azoto poteva

essere ottenuta attraverso il controllo del-
l’atmosfera del forno. L’uso di gas speciali
(di qui la definizione ‘gas alloy”, cioè che
fanno lega) durante il ciclo di ricottura
consente il controllo dei componenti intersti-
ziali dell'acciaio fino al punto di poter pro-
durre acciaio effervescente non soggetto va
invecchiamento. Un esempio pratico: nel
campo dei lamierini da smaltare, a seguito di
questa importantissima scoperta (le cui vaste
ripercussioni non sono state ancora del tutto
accertate perché nel segreto dei laboratori
sono tuttora in corso esperimenti), è elimi-
nato il pericolo delle “bolle” ed è sufficiente
una sola mano di smalto mentre prima ne oc-
correvano tre.

Insomma, è stato proprio il “nylon” —
filo d'Arianna del ventesimo secolo — a dare
il là ad una interessante scoperta siderurgica.



Giulio Natta
uomo

e scienziato

Struttura molecolare del polipropilene isotattico “moplen”.
In virtà della sua configurazione spaziale ordinata il
polipropilene isotattico possiede una elevata cristallinità, di
conseguenza presenta una temperatura di fusione ecce-
zionalmente alta, notevole rigidità, durezza superficiale
ed una sorprendente leggerezza: queste proprietà fanno
del moplen una resina termoplastica di alto pregio alla
quale sono aperti numerosi e vasti campi di applicazione,



In occasione del conferimento del premio Nobel
1963 per la chimica al professor Giulio Natta,
pubblichiamo un'intervista col professore stesso.
Ci sembra opportuno dare prima una sintetica
biografia del nostro esimio studioso, dopo aver
ricordato che si tratta del primo premio Nobel
per la chimica conferito ad uno scienziato
italiano.

Giulio Natta è nato il 26 febbraio 1903 ad
Imperia. Laureatosi in ingegneria chimica nel
1924 al politecnico di Milano, nel 1927 ottenne
la libera docenza presso lo stesso politecnico.
Nel 1933 fu nominato professore ordinario e
direttore dell’istituto di chimica generale alla
università di Pavia, dove rimase fino al 1935.
Dal 1935 al 1937 è stato professore ordinario e
direttore dell’ istituto di chimica-fisica all’ uni-
versità di Roma e dal 1937 al 1938 dell’ istituto
di chimica industriale al politecnico di Torino.
Dal 1938 è professore ordinario e direttore del-
l’istituto di chimica industriale presso il poli-
tecnico di Milano.

Scienziato di fama mondiale, il prof. Natta
all’inizio della sua carriera si è dedicato allo
studio della struttura dei solidi mediante i raggi
X e la diffrazione di elettroni. Egli applicò
quindi metodi allo studio dei catalizzatori e,
dal 1934, anche allo studio della struttura di
alcuni alti polimeri organici. Attraverso i lavori
di ricerca cinetica eseguiti sulla sintesi del meta-
nolo, dell’idrogenazione selettiva di composti
organici insaturi, dell’ossisintesi, riuscì a chia-
rire il meccanismo di tali reazioni ed a miglio-
rare la selettività dei catalizzatori.

Nel 1938 Giulio Natta iniziò lo studio della
produzione di gomma sintetica in Italia ; diede
il suo contributo ai lavori di ricerca sul butadiene
ed eseguì la prima separazione fisica del butadiene
dal butadiene-r mediante un nuovo metodo di
distillazione estrattiva.

Nel 1938 intraprese lo studio della polimeriz-
zazione delle olefine e la cinetica delle reazioni
successive concorrenti ; studi che nel 1953 estese
alla polimerizzazione stereospecifica, scoprendo
così nuove classi di polimeri con struttura steri-
camente ordinata, cioè polimeri isotattici, sindio-
tattici e diisotattici, e polimeri e copolimeri ole-
finici lineari non ramificati con struttura atattica
(stericamente non ordinata). Questi studi, svi-
luppati industrialmente, hanno portato alla rea-
lizzazione di una famosa sostanza termoplastica,
il polipropilene isotattico, prodotta per la prima
volta nel mondo su scala industriale nel 1957,
nello stabilimento Montecatini di Ferrara.

Il prof. Natta è anche riuscito a determinare
mediante i raggi X l'esatta disposizione delle
catene nel reticolo dei nuovi polimeri cristallini
da lui scoperti.

Non meno importanti le ulteriori ricerche che
lo hanno condotto alla sintesi. di elastomeri
completamente nuovi, seguendo due strade di-
verse, e cioè : la polimerizzazione del butadiene
a polimeri 1,4 Cis aventi altissimo grado di
purezza sterica e la copolimerizzazione dell’etilene
con altre alfa-olefine (propilene) che dà origine
a materiali estremamente interessanti come le
gomme sintetiche sature.

Giulio Natta, la cui attività scientifica e





23

Il professor Giulio Natta, premio Nobel 1963 per la chimica.

tecnica è documentata da oltre quattrocento
pubblicazioni di cui . duecentocinquanta circa
nel campo dei polimeri stereoregolari e da un
gran numero di brevetti in molti paesi, è
stato nominato nel 1961 membro onorario a
vita della ‘*New York Academy of Sciences”,
di cui era già “fellow” dal 1958. Dal 1955
Natta è membro nazionale dell’ accademia dei
Lincei ; inoltre, egli è membro dell’ istituto lom-
bardo di scienze e lettere e della accademia
delle scienze di Torino. Nel 1960 egli è stato
nominato membro onorario della società chi-
mica austriaca e, nello stesso anno, ha rice-
vuto dal comune di Milano la medaglia d’ oro
di cittadino benemerito. Nel luglio del 1961 a

Giulio Natta è stata conferita dal presidente
della repubblica, su proposta del ministro della
pubblica istruzione, la medaglia d’ oro dei bene-
meriti della scuola della cultura e dell’arte ; gli

fu anche assegnata la prima medaglia d’oro

internazionale dell'industria della gomma sin-
tetica. Nel 1962 il prof. Natta ha ricevuto
la medaglia d’oro Stas da parte della società
chimica belga ed è stato insignito della laurea
“honoris causa” in chimica pura dall'università
di Torino.

Nel corrente anno il professor Natta ha inol-
tre ricevuto il premio della “Society of Plastics
Engineers” e la laurea “honoris causa” dall’uni-
versità di Magonza.

24



Via Mario Pagano, a Milano, è una lunga
strada dietro il Parco, piena di alberi e di
quiete, civili abitazioni. Sul finire, al numero
54, c'è una casa dall’aria umbertina. Il cancel-
letto dentro al portone è “artistico”. L’androne
s’affaccia nel chiarore di un segreto giardino.
La scala spaziosa imita le scale dei palazzi
neoclassici. L'ascensore sale molto lento, con
saggezza. Poi appare una porta scura, massic-
cia, all’antica. Una targhetta porta un nome:
Giulio Natta. Potrebbe essere la casa di un
avvocato, 0 di un medico ben pensante. Tutto
è silenzioso, tradizionale.

Se tra qualche decennio verrà fatto un libro
sulle grandi invenzioni scientifiche del nostro
secolo, troveremo invece lo stesso nome della
targhetta anche in testa ad un lungo capitolo:
Giulio Natta. Se il libro sarà di facile volgariz-
zazione probabilmente si dirà ‘Giulio Natta, il

_mago della materia plastica”. Se il libro sarà

di seria informazione scientifica il frontespizio
dirà: ‘Natta, l’inventore del polipropilene
isotattico”. Nella casa che dicevamo abita
infatti uno dei personaggi di grande rilievo
della scienza contemporanea. È un chimico:
ma un chimico che ha “inventato” una nuova
struttura della materia.

Che cosa sia il “polipropilene isotattico”” e
perché la scoperta sia di grossa importanza lo
si è già spiegato mille volte. Con quanto suc-
cesso non so. Il divorzio tra scienza e gior-
nalismo è infatti altrettanto profondo di quello
che c’è tra giornalismo e scienza. Così, mentre
gli scienziati non sanno mai spiegare in ter-
mini semplici le loro scoperte, i giornalisti
non sanno mai capire bene gli scienziati che
gliele spiegano. In ogni modo, detta un po”
ad orecchio, Natta è l’uomo che ha saputo
“creare” nel campo delle molecole giganti un
alto ordine molecolare, come esiste in certe
sostanze naturali. Infatti, le materie plastiche
sono composte di molecole giganti ottenute
per concatenamento di piccole molecole, cioè
da polimeri. Però mentre in natura le catene
di molecole hanno un ordine preciso, le ca-
tene di molecole che si ottengono quando si
polimerizza una sostanza in laboratorio non
hanno mai un ordine preciso. Natta, per la
prima volta, ha dato alle macromolecole create
dall'uomo un ordine molecolare perfetto,
voluto. Ha preso del gas di propilene, che si
ottiene dal petrolio grezzo, e lo ha polimeriz-
zato. Ma invece di ottenere un polimero, come
tutti i chimici, composto di molecole senza
ordine, e di ottenere una sostanza senza inte-
resse, simile alla gomma vulcanizzata, ha otte-
nuto un polimero dove le molecole sono unite
da un ordine geometrico, lo stesso ordine che
hanno le cose della natura. E la sostanza otte-
nuta è stata una materia plastica durissima,
dall'alto punto di fusione. Essa è prodotta
sotto il nome di ‘“moplen” e di “meraklon”.
Anzi, il “meraklon” è il “moplen” filato:
e nell’appartamento di via Pagano c’è già
appeso all’attaccapanni un cappotto tessuto
già tre anni orsono con fili di materia nuova:
è il cappotto dello scienziato. E fa un certo
effetto, nella casa umbertina, questo cappotto
inventato in laboratorio.

Fa un certo effetto, dirò, anche perché come
personaggio Natta non somiglia troppo al
mondo di plastica che va creando. Ora che
siamo seduti nel suo studio di via Pagano,
tutto infatti potrei pensare tranne che l’uomo
che mi sta di fronte sia un “mago della pla-
stica”. Natta è seduto, vestito di blu, dietro
una scrivania. La stanza è tranquilla e piena
di vecchi mobili. Sopra la sua testa c’è un
grande ritratto di un magistrato (è suo padre)
vestito di toga rossa e d’ermellino, firmato
dall’ Amisani. Altri quadri, intorno, stanno tra
Bianchi e l’Alciati. E una cosa è sicura. I
pittori moderni porteranno certo i suoi cap-
potti, ma il professore non ama vivere tra le
“forme nuove” dei suoi contemporanei. La
sua passione, semmai, sono i fossili. Nella
luce ottocentesca dello studio si vedono bel-
lissimi pesci pietrificati. E Natta sembra più
pronto per un ‘medaglione’ di scienziato
ottocentesco piuttosto che per un ritratto di
“moderno stregone”. Mi dice che il suo
svago maggiore sono le scienze naturali. Mi
confida che il suo maggior divertimento è
sempre stato di passeggiare nei boschi e cercar
funghi. E si potrebbe pensare di essere nello
studio dell’abate Zanella se non sapessimo di
trovarci davanti ad un uomo che, a furia di
“conosci la stanza — che i fati ti diero” ha
scoperto il “polipropilene isotattico”.

In realtà, questo attaccamento alle atmosfere
ottocentesche deve venire a Natta non tanto
dal rifiuto a vivere un mondo che le sue for-
mule creano, quanto certe eredità. Natta è
ligure: e come tutti i liguri è conservatore.
Natta, poi, viene da una famiglia dove tutti,
padre, zii ed un cugino sono magistrati. Così,
nonostante sia in famiglia la mosca bianca,
qualcosa del mondo dei magistrati gli è rima-
sta addosso. L'amore per le cose tradizionali,
il gusto per certi hobbies dell’altro secolo: e,
soprattutto, due occhi che guardano fermi e
fissi, vivi ed intelligenti proprio come gli occhi
di un giudice. Un giudice che ha preferito il
camice del ricercatore alla toga: ma che si
porta dietro gusti ed istinti di una famiglia
che, messa insieme, formerebbe una intera
corte di appello.

Ma come ha fatto Natta a realizzare le sue
scoperte scientifiche? Come mai gli è riuscito,
in un paese povero come l’Italia, con una
limitata organizzazione scientifica e privo di
grossi bilanci per le ricerche, a realizzare e a
far fruttare sul terreno pratico la sua geniale
disposizione alla scienza? Non c’è dubbio,
infatti, che le lauree prese a 21 anni ed i libri
di chimica letti a 12 possano spiegare il volo
di una mosca bianca. Tuttavia, è altrettanto
chiaro, queste cose non possono spiegare
anche il successo di un uomo di laboratorio.
Ed è questo che molti di noi vorremmo sapere.
Qual’è stato il “segreto” di Natta? Perché, in
fin dei conti, dietro le geniali vocazioni qualche
“segreto” umano c’è sempre. Anche se, di
solito, il legittimo proprietario tende a na-
sconderlo.

Per la verità Natta è di quei pochi scienziati
che non hanno la presunzione di far risiedere
tutto il merito dei loro successi nella carica di

fosforo che madre natura ha posto nel loro
cervello. E tranquillamente, con voce bassa
e veloce, racconta volentieri che ‘una serie
di circostanze’ l’hanno messo in grado di
essere quello che è. Prima di tutto, dice, « ho
avuto una grande fortuna. Quella di laurearmi
in ingegneria chimica. In questo modo ho
sempre unito alla vocazione del chimico puro
la mentalità pratica dell’ingegnere. Seconda
cosa - dice - ho avuto la grande fortuna di
entrare subito, da giovanotto, nella carriera
universitaria senza nessuna intenzione di fare
la carriera universitaria. Sono entrato all’uni-
versità solo perché all’università era possibile
avere un laboratorio. Avevo voglia di lavo-
rare, non di dare la caccia alle cattedre. Terza
cosa - aggiunge - c’è stata la circostanza del-
l’autarchia. L’autarchia spinse molti chimici
all'indagine su muove materie. Ma molti la-
sciarono questa ricerca quando alla ricerca
mancarono le ragioni politiche. A me non
interessava la politica, ma la ricerca. Così,
anche quando finì la necessità politica dell’au-
tarchia continuai a cercare. Quarta cosa - pro-
segue- ho sempre cercato di lavorare accanto
alle industrie. Le industrie pongono problemi
pratici. Il segreto è di indagarli con metodo
scientifico. Se ciò avviene, il risultato è sempre
positivo. Le industrie mi hanno insegnato a
vedere continuamente nelle mie ricerche il
lato pratico ».

Via via, mentre parla, Natta continua a
fissare con gli occhi fermi e vivi, gli stessi occhi
con i quali lassù, nel quadro di Amisani, guarda
suo padre, magistrato, in toga rossa ed ermel-
lino. E certo, i dati che cita, i ricordi che evoca,
sono il “curriculum” di uno scienziato. Ricor-
da quando, da giovane, all’università, debuttò
con le ricerche di strutturistica con i raggi X.
Rammenta gli anni di ante-guerra quando si
buttò a studiare l’ossisintesi e la polimerizza-
zione. Tuttavia non cita solo formule ed av-
venture teoriche. In fondo ad ogni ricordo
c’è, sempre, qualcosa di vivo che accompa-
gna la teoria. Parla di laboratori, ma cita le
industrie che gli ponevano i problemi. Parla
di esperimenti, ma racconta di stabilimenti
sorti per non lasciar nel vago le esperienze.
E via via si capisce una cosa. Che lo scien-
ziato ha, in fondo, sempre somigliato al ma-
gistrato che non ha voluto essere. Si capisce
che ha portato nella scienza quel gusto della
dottrina mescolata alla vita, che è una carat-
teristica dei giudici. Si capisce insomma che
dalla famiglia di magistrati ha ereditato il pia-
cere di organizzare, di essere un po’ il “re-
gista” ed il demiurgo fra realtà e dottrina.

Anche la sua grande scoperta del “polipro-
pilene isotattico” è avvenuta, nel 1954, del
resto, perché — se si guarda bene — Natta
ha saputo istruire bene un processo che altri
non sapevano sbrogliare. La “causa” era
aperta da tempo. Con tutto il petrolio che c’è
nel mondo, se si fosse scoperto il modo di rica-
vare una materia utile dal gas di propilene, che
deriva dal petrolio grezzo, si sarebbe realizzata
una grande scoperta pratica. Ma l’ “imputato”,
il gas di propilene, sottoposto a svariati in-
terrogatori, finiva col diventare, in laborato-

25

rio, una sostanza inutile, una specie di gomma.
Era necessario che qualcuno impostasse l’i-
struttoria da capo. E toccò a Natta di farlo.

È lo stesso Natta che mi racconta come andò.
Nel ’50 egli era tornato a studiare i problemi
della gomma sintetica e della polimerizzazione.
Nel ’52, per caso, era andato a Francoforte a
sentire una conferenza tenuta da Ziegler sui
composti metallorganici. C’era poca gente.
L’esposizione di Ziegler pareva priva di riflessi
pratici. A_ Natta, invece, parve di scorgere
nei dati scientifici di Ziegler certi motivi che
avrebbero potuto avere risultati interessanti.

Natta cominciò ad applicare i metodi di
Ziegler in un campo diverso da quello di
Ziegler. Acquisì al “processo” gli atti che gli
interessavano. Nel laboratorio del politecnico
di Milano fece iniziare una quantità di ricerche
ai suoi collaboratori. Organizzò intorno alle
ricerche l’interesse di tecnici e finanzieri.
Corredò queste ricerche di muovi brevetti di
Ziegler. Allestì, insomma, un processo di cui
rimase al centro, da abile magistrato. Raccolse
prove, negative e positive. Fece lavorare gli
studenti in direzioni di solo interesse teorico.
Finché un giorno dell’inizio del ’54, riuscì ad
ottenere una catena di molecole ordinate,
come solo esistono in natura. Realizzò, con
queste catene, una materia nuova, dura, per-
fetta, una materia plastica senza precedenti.
Fu come scrivere, dopo l’abile istruzione di
un processo, una geniale sentenza scaturita
dalla vita ma con un alto valore di legge.
Perché il caso era un caso pratico risolto con
una scoperta scientifica di altissimo valore.
Ma, nello stesso tempo, era anche un caso
scientifico ben legato alla pratica. E Natta
scrisse sopra il suo taccuino: « Oggi abbiamo
scoperto il polipropilene isotattico ». Poi andò
a casa, nella sua casa umbertina di via Mario
Pagano, a riposare tra i suoi quadri ottocen-
teschi, i suoi fossili, i libri di scienze naturali.
Quella casa dove ora è appeso il cappotto di
materia plastica fabbricata in laboratorio.

Ma come dire a Natta che un profano come
me ha l’impressione che l’istinto del magistrato
è stato forse il segreto di tutta la sua carriera
scientifica? Come dirgli che in fondo, se ha
organizzato una delle migliori “‘équipes”
scientifiche d’Italia, se ha saputo essere un
eccezionale demiurgo tra realtà e dottrina,
forse lo deve proprio a quel “toghino” che
inutilmente cercò di buttare alle ortiche a
dodici anni? Dietro alla scrivania, Natta
parla dei suoi nuovi studi. Cita formule, parla
di brevetti. Dice che ha lanciato tutti i suoi
collaboratori a studiare “il nuovo arcipelago”
che la sua scoperta ha fatto emergere dalle
acque della scienza. E certo, se dicessi che mi
fa pensare ad un magistrato, troverebbe che
siamo alle solite, al solito divorzio fra scienza
e giornalismo. Però via via che parla ricorrono
continuamente frasi che mi rassicurano. Dice
Natta che «la vita pone problemi e la teoria
deve risolverli ». Dice che « occorre pensare
scientificamente i temi pratici della vita». E solo
un giudice potrebbe parlare così. Non glielo di-
co. Ma col magistrato in ermellino e cappa ros-
sa, lassù, nel quadro d’Amisani, ci siamo capiti.



Il pianeta
acciaio 2

Da tempo il cinema ha scoperto la macchina.
esaltata ed anche rabbiosament
Chaplin e Clair con Tempi mode

‘tà hanno scritto le più lucide

pagine cusa. Oggi, il cinema riscopre il

mezzo meccanico, ma più ancora una nuova

realtà industriale, non pr certo, di aspetti
affascinanti ed anche poetici. Si tratta, in ogni
d prospettive, di

atteggiamenti, di interpretazioni. La fabbrica,

rli ambienti di lavoro, i arti, stanno di

nendo luoghi fi ri per lo spettatore

cinematografico. li vi scopre una parte di

se stesso ed inizia un dialogo ogni volta più

calzante. Ma pure il documentario - un tempo
così legato al fatto puramente tecnico - ha
maturato nuove rture, ché le moderne te
niche dell’ informazione esigono rilevazio:
più qualificate. Esempio tra i più validi fu

Î a acciaio girato da Emilio Marsili nei

centri Italsider di Cornigliano, Bagnoli, T:

ranto e Piombino. Ad esso lo stesso regista

ha dato un seguito ed un completamento con

Il pianeta o 2 girato negli altri stabili-

menti dell’Italsider. Questi sono parte dei

suoi ‘appunti’ di ggio. La ‘camera’

gli ha poi dato forma e significanza. E mi

stero. Quel mistero ch’è in tutte le cre:

Trieste

I. Gli uomini del ferro di Trieste.

I lavori di ampliamento. Milleduecento uomi-
ni vi legano il loro avvenire.

Un nuovo altoforno, un riempimento a mare,
una nuova banchina di scarico, la produzione di
ghisa raddoppiata, ulteriori assunzioni : questo
dicono, sorridendo, quell’indimenticabile sorriso
triestino, gli uomini della “ferriera” di Servola.

Frasi che si intrecciano e da cui nasce la real-
tà, il senso d’una nuova giovinezza.

Torre Annunziata

I. Il cielo sopra Torre Centrale Terragneta,
ciminiere contro il Vesuvio azzurro, contro il
mare azzurro, sulle cui rive uomini intrecciano
reti, intrecciano corde per le reti.
2. Fili d'acciaio, nella trafileria, fili d’acciaio
nella zincatura, fili metallici che corrono, si at
volgono, si intrecciano, filano su rocchetti argen-
tei, per giganteschi tessitori ; corderia ove bachi
di acciaio, filugelli metallici tessono reti, mischia-
no fili, tessono reti, reti saldate, si raddrizzano
i fili d’ordito, ecco la trazione dell’ordito, eccone
la saldatura alla barretta di trama, ecco la cesoia :
tagliare, tagliare, tagliare, ecco î rotoli avvol-
si, ii i soffici, quasi senza peso.
Ta non è qui l’uomo ancora artefice pieno,
ancora la macchina lavora per lui, senza una
sosta, senza un cedimento.



Cogoleto
1. Si fabbricano tubi di ghisa.

Carrelli trasportano siviere di abbagliante
ghisa liquida.

Undici macchine per la centrifugazione, un-
dici uomini a capo di esse, dalla più piccola alla
più grande.

Uomini, volti, occhi intenti mentre la ghisa
cola, oro fuso, nelle macchine, in ognuna delle
undici macchine, dalla forma di cannone.

Le condotte sottili sono percorse dal fiotto
che sprizza scintille, le centrifughe si ritirano
man mano.

Irradiata contro le pareti delle centrifughe,
la ghisa solidifica, il tubo finito, ancora rovente,
esce lentamente, tubi da tre, quattro, sei metri.
2. Il forno di ricottura, nero ed argento, le grandi
fiamme laterali, tese come getti di acqua.

In quest'anima infuocata i tubi avanzano
pian piano crogiolandosi.

3. Carrelli automotori trasportano i tubi in un
tempio di raggi di luce.

I raggi del sole delle dieci del mattino entrano
in una cattedrale nera ; contiene banchi per prove
ed uomini curvi.

La luce fuma come in una foresta.

4. Catramatura. Raggi di luce, fumi bianchi
sopra le fosse di nero ribollente.

Tubi accatastati, incrociati, bocche rotonde
in attesa.
5. Sotto la terra uomini interrano tubi, porteran-
no acqua, gas, laggiù al nuovo borgo della Cassa,
in Puglia, in Sicilia, spiagge, terre lontane.

San Giovanni Valdarno

I. Tra le colline toscane si lavora di precisione :

armamento ferroviario, scambi, congegni delicati.
Non è nulla progettare, costruire, tutto è

provare, riprovare la scattante perfezione degli

ordigni.

Lovere

I. Lovere : laminazione ruote, cerchioni ed anelli.

Lingotti diventano tronconi, i tronconi entrano
nei forni a riscaldo.

Ennesimo incantesimo del fuoco, preparazione,

attesa della materia che si avvia a prendere la
sua forma definitiva.
2. Presse come robot giganteschi, la cima nelle
nubi oscure dell’officina immensa, testa, spalle,
tronco di corazza, membra come spade affilate,
creature surreali, nell'ombra alzano, abbassano
ritmicamente i loro bracci poderosi, schiacciano
con colpi sordi, ansimando, scricchiolando, i
tronconi infuocati.

Cerchioni, ruote nascono sotto la loro stretta,
la loro stretta di giganti impenetrabili che hanno
braccia liscie di acciaio e teste di colossi, i colossi
di Memnone, teste senza occhi, ma gli occhi sono
quelli degli uomini che guidano, lontani, piccoli,
sotto di loro, come David sotto Golia, il loro
meccanismo.

Sono lievi gesti, colpi di mani, in alto in basso ;
e i giganti obbediscono, Prometei incatenati dal-
l’astutissimo pigmeo della terra, loro teste senza
cervelli contro nani tutto cervello, nani dalle
mani sapienti che plasmano l'acciaio.

I cerchioni vengono laminati a fuoco diven-
tano perfetti come disegnati da un compasso.

Un vecchio, nella sua cabina di timoniere,
ruotando lento o veloce la sua ruota, ruota di
timoniere, ampia, leggera, dà loro perfezione, bel-
lezza, poi, al momento giusto, li lascia, li solleva,
li allontana, perché un altro ne abbia il posto.

Gira la sua ruota, come un vecchio lupo di
mare, lui uomo della terra, per creature desti-
nate a correre sulla terra.

3. Ma non è ancora l’ora. Come dischi di ar-
gento sulle ruote vengono fatti entrare i cerchioni,
e le ruote, dischi di argento, vengono uniti dagli
assili, di argento ; assili premuti dentro a loro,
dolcemente a cinquanta atmosfere, né più si muo-
vono, tutto uno sono, come fusi assieme, tanta
è la perfezione.

Uomini battono con martelli su ruote e cer-
chioni, su cerchioni e ruote tin ton, tin ton il
suono di campane, campane di argento, dicono
all’orecchio avvertito, il loro stato, la loro salute.

4. Uomini alle stazioni, battono su ruote e su
cerchioni, nelle notti delle stazioni mentre treni
senza fermarsi passano poco lontani, al terzo
binario, finestrini accecanti, rumore assordante,
e gli uomini alzando il capo, guardano, guardano.
Tin ton, tin ton, battono uomini in tutte le
stazioni d’Europa, nelle notti e nei giorni delle
stazioni diverse, mentre treni passano sferraglian-
do, frantumando i silenzi di pianure, di fiumi.

Siac

I. Le officine, dietro le colline bianche di neve,
davanti il mare e le torri di Cornigliano.

2, Il laminatoio.

Il treno Demag, nero pece, avvolto in rumor
di tuono, giorno e notte, ingoia lingotti da trenta
tonnellate.

Non è già più un lingotto, quello che si vede,
nel barbaglio dell’incendio, è una tavola lunga
venticinque metri, larga circa quattro, alta venti-
cinque centimetri,

Tavole incandescenti vanno avanti, vanno
indietro ritmicamente, sopra vi scorrono acqua e
scoria scura.

3. Navi solcano l'oceano in burrasca, motori a
turbina tremano, ansimano nello sforzo tremendo,
dritti di prua, fiancate sostenendo l’urto micidiale,
tremano, sussultano, brividi le percorrono, acqua
le schianta, nero è il cielo.

4. Tavole vanno avanti ed indietro assottigliate
incurvate, lingotti simili a scatole di sigarette
arrivano uno dopo l’altro al trono del dio nero
in un rumor di tuono.

Come terrorizzati i grandi occhi bianchi dei
manometri, registrano una lotta senza speranza.
5. La fonderia.

Una fabbrica di mostri. Testuggini giganti
escono, una volta raffreddati gli stampi. Escono
corrose di salso mandrie preistoriche, metà ac-
ciaio, metà terra.

Forme astratte, sculture da biennale tra cui
la “camera” si aggira guardando a destra, a si-
nistra, scoprendo, esitante quasi, dinosauri capo-
volti, tori squartati, dischi volanti, castelli di
oscura magia, sculture di Moore, anse di gigan-
tesche budella dentro cui, uomini, come formiche,
si inerpicano, entrano, escono, lavorano chini su
fiamme ossidriche, tagliando, livellando, aspor-
tando, strani chirurgîi incappucciati.

21

6. Sono cilindri, piastre, traverse, montanti,
telai di timone, bracci, cubie, coperchi, travi,
alberi, custodie, corone, mascelle, corazze, mar-
telli, casse, biforcazioni, corpi valvola, sono ca-
mere a spirale, cassoni, supporti, ruote Pelton,
Francis, Kapla, corpi stellari, raggere, anelli,
poli che attendono solo un tocco per vibrare, gi-
rare; ma non è ancora il momento ; manca loro
l’anima, l’anima che prende forma sotto i magli
giganteschi.

7. La fucinatura.

Enormi forchette portano docilmente lingotti
ottagonali dai forni a riscaldo sotto le presse :
presse da cinquemila, da ottomila e più tonnellate.

Uno dopo l’altro essi vanno come alla ghi-
gliottina.

Un uomo assiste, guida. Le sue mani guidano,
comandano con gesti brevi gli uomini alle leve.

Il maglio si abbassa, si alza, il lingotto fiorisce,
è un fiore rosso, screziato ; ruota per via della
coda gigantesca presa nella catena a maglia.

Fiore rosso da cui spunta, si allunga uno stelo
e su questo crescono sotto i colpi, duri, morbidi,
altre corolle.

8. Pialle, alesatrici, torni e rettifiche raschiano,
penetrano, scavano, lisciano, le superfici dei
mostri dipinti di bianco, con su i segni del calibro
esatto.

Enormi bottiglie grigie e bianche girano, sono
rotori, alberi per navi, girano alberi a manovella,
tutti rientranze, sporgenze, sono per i motori
Sulser, Fiat, Doxford, Burmester, Gotawerke.

Da mostri e corolle spente nascono tra le più
perfette creature dell’acciaio, quelle che faranno
camminare navi e centrali elettriche, treni bloo-
ming e centrali atomiche, turbine, alternatori.

Savona

I. Il mare batte sul molo tra Sant Erasmo e la
Fortezza. Grandi cubi di cemento difendono
dai suoi assalti lo stabilimento.

Dentro i capannoni uomini ergono colonne,
alberi di acciaio, pilastri composti di sbarre, ale,
piastre: una foresta geometrizzata tra cui la
“camera” si aggira a fatica.

Sembrano quinte, scenari, ma sono. costru-
zioni destinate a durare, ventimila tonnellate
ogni anno di strutture metalliche nascono così, e
sembra da nulla.

Finite, chiodate, saldate, sono parti di capan-
noni, ponti, gru, pali, tralicci, piloni per telefe-
riche ; parti di altre fabbriche, altre acciaierie.
2. Queste che si stanno allestendo sono le pos-
senti fiancate per la cokeria di Taranto, treni
lunghissimi le trasporteranno presto al Sud dove
il tubificio è già una mèta raggiunta ; altre ve
ne sono, ugualmente importanti.

E per esse, nascono qui a Savona, pezzo su
pezzo, bellissime strutture di acciaio : acciaio per
fare ancora acciaio.

Taranto

rt. Uomini di Taranto alzano i piloni della
nuova fabbrica. Sono come gli uomini delle pi-
ramidi. Ma questi sono uomini liberi. Costrui-
scono, sudano per se stessi, per la propria famiglia.
Per la libertà. Parlano : quanta differenza dal
tono d’una volta. Anche di un anno addietro :
ora hanno fiducia, ora sono sicuri.



Problemi del linguaggio

Cosa volete dire?

Siate sicuri di quello che scrivete: una parola ambigua, un dato non
chiarito evocano associazioni verbali o visive sbagliate, distorte,
comunque non quelle che volevate evocare.

20,

Sulle difficoltà del linguaggio, cioè sulla difficoltà di esprimere inequivo-
cabilmente quello che si ha intenzione di dire, ci intrattiene con questo
spiritoso articolo Achille Giaro. Le illustrazioni sono del pittore Ric-
cardo Manzi.

« La lingua è la mia patria », ha detto qualcuno. « Tutto ciò che si
può dire, si può dirlo con chiarezza », ha scritto il filosofo Wittgenstein.
« Sappiamo come siamo, non sappiamo come possiamo essere » (Shake-
speare, Amleto). « Nel principio era la Parola » (San Giovanni, Pro-
logo). « Ogni uomo è in realtà tre uomini: l’uomo che è, l’uomo che
crede di essere, l’uomo che gli altri credono egli sia » (vecchio detto
inglese). « Quello che voglio dire è che... » (tutti noi).

Tutti noi, infatti, spesso senza rendercene conto, siamo costretti
a chiarire il nostro pensiero con lunghe perifrasi e circonlocuzioni;
tanto più vi siamo costretti quanto più siamo vittime della nostra inca-
pacità di trovare le parole adatte ad esprimerlo.

Ricchezza di linguaggio significa perciò ricchezza di pensiero, o
meglio (ché, altrimenti, anche molti scrittorucoli sarebbero giganti del
“logos”) la ricchezza del pensiero si dimostra mediante la ricchezza
del linguaggio.

Quel tale che diceva « la lingua è la mia patria » voleva dire che la
patria è quel luogo dove si vive in mezzo a persone che parlano la
nostra stessa lingua e con le quali è perciò facile intendersi (attenzione,
però, ché non basta parlare tutti italiano per capirsi, c'è italiano e
italiano, parlare la stessa lingua vuol dire dare lo stesso esatto signi-
ficato alle stesse parole).

Wittgenstein, a sua volta, voleva dire che non c’è concetto così
difficile, al mondo, da non poter essere spiegato in termini adatti al
livello mentale e culturale dell’ascoltatore (insomma, tutto il contrario
di certe nostre “riviste di cultura” che sembra facciano di tutto per
non farsi capire, dimenticando che, come diceva Bovillo, « sapienza
non è che una certa umanità »).

Shakespeare, forse, voleva scendere più a fondo e dire che c’è, in
ognuno di noi, una parte — buona o cattiva — che potrebbe saltar
fuori da un momento all’altro e che, in certe circostanze, potremmo
rivelarci a noi stessi diversi da quelli che crediamo di essere (Freud,
queste cose, le ha ripetute circa quattrocento anni più tardi, senza be-
neficio del dubbio). A noi, la frase che il genio di Stratford-on-Avon
mette in bocca a Ofelia serve per ricordarci che le parole possono tra-
dirci e farci apparire diversi da quelli che siamo.

San Giovanni desiderava rammentare all'uomo che fu la Parola di
Dio a dare vita al mondo e che, senza la parola, non esiste il pensiero
e, quindi, la possibilità di “pensare Dio” (ma gli animali pensano? e
chi lo sa!? forse, #4 non parlano e, anche se scoprissimo che pensano,
le eventuali loro meravigliose costruzioni filosofiche ci resterebbero
per chissà quanto tempo ancora del tutto sconosciute).

Dotte citazioni, come abbiamo visto. Per arrivare alla semplice
(prima) conclusione che il nostro vocabolario è talmente povero e
imperfetto — in media, 5.000 vocaboli sui 60.000 rinvenibili in un
medio dizionario — che sentiamo il bisogno di (0 siamo stimolati a)
chiarire le nostre idee facendo ricorso ad altre idee, in una specie di
reazione a catena.

Provate a guardare quel grande disco giallo che, nelle giornate se-
rene, campeggia nel bel mezzo del cielo azzurro. Vi siete proposti di
non parlare (o, magari, siete muti), ma non c’è forza di volontà che
possa impedirvi di “pensare una parola”: sole. Una parola e soltanto
quella, non luna, o terra, o vattelapesca. Sole: avete tradotto un’imma-
gine in una parola.

Provate ora a seguire il procedimento inverso. Dite: sole. Immedia-
tamente, davanti ai vostri occhi, agli occhi del vostro cervello, anche
se è nuvolo, si formerà l’immagine di quell’oggetto che da lungo tempo
chiamiamo sole. Quell’immagine, e non altre, non quella della luna, o
della terra, o di vattelapesca.

Quest’esempio voleva soltanto dimostrare come pensiero, parola
e immagine siano inestricabilmente legate fra loro. Ecco, ti abbiamo
preso in castagna, dirà qualcuno. Il tuo ragionamento fila liscio come
l’olio finché si tratta di parole concrete, cioè quelle che designano un
oggetto reale, un tavolo, una sigaretta, un cane (sei, dunque, un seguace
della fenomenologia, Sartre, Merlau-Ponty e chissà quali altri compli-
cati individui). Ma come la mettiamo con le parole astratte? bellezza,

30



Ascoltare significa cercare di capire, Intanto serve per “rubare” ad altri le parole, le immagini più
acconce a costruire il proprio pensiero. E poi, parlando, non si ascolta. Per ascoltare bisogna tacere.

bontà, pietà, democrazia, amore (amore!). Certo, le parole astratte sono
le più pericolose, quelle sulle quali è più difficile mettersi d’accordo
(un tavolo è un tavolo, anche se dieci persone stanno pensando a dieci
tavoli diversi) e sarò l’ultimo a negarlo: la tale ragazza è bellissima per
me e soltanto passabile per altri, il tale è buono per me e altri lo giu-
dicano invece debole, ognuno ha il suo concetto di democrazia e, del-
l’amore, è meglio non parlare.

Eppure, giacché il mondo esiste da qualche miliardo d’anni, l’uma-
nità da qualche milione e la storia da qualche migliaio, insomma, dato
che abbiamo alle spalle secoli e secoli di bellezze e di bruttezze, di
bontà e di cattiverie, di pietà e di ignominie, di democrazie e di ditta-
ture, di amori e di odii, anche le parole astratte suscitano in ognuno
di noi (come singoli o come gruppi sociali) immagini che hanno rife-
rimenti precisi a fatti, persone e cose da noi direttamente o indiretta-
mente conosciute (dite “dittatura” agli italiani di oggi e il loro pensiero
correrà a un signore che si sbracciava da un balcone; dite “culto della
personalità” ai russi di oggi e si agiterà sullo sfondo un anziano signore
baffuto).

Ma ognuno, ogni unità famigliare, ogni piccolo gruppo sociale,
ogni partito politico, ogni pubblico, ogni popolo, ogni gruppo di po-
poli (e, domani, ogni mondo) fa riferimento al proprio bagaglio di
immagini; se non si è più che chiari, se non si parla con parole medie,
suscitatrici di immagini medie, si corre il rischio di non farsi capire.
Certo, le parole “medio, media, medii, medie”, suscitano a loro volta
immagini di piattezza, monotonia, massa, grigiore, ma spero sia chiaro
che non mi sto rivolgendo ai compilatori — già tirati in ballo — delle
riviste di cultura, né a giovani e ardenti scrittori neo-sperimentalisti.

Sto parlando alla gente comune, quella che comunica e deve “essere
comunicata”, e non ha problemi di stilistica né di osmosi linguistica,
quella che risponde ai questionari delle aziende, quella che prepara
uno short televisivo, quella che viene avvicinata da un venditore, quella
che ascolta un comizio.

A costoro, e a tanti altri che è giocoforza omettere, si domanda: cosa
volete dire? cosa??? non abbiamo capito... più chiaro, per favore, più
chiaro, non più forte, chiasso ce n’è già abbastanza. E a costoro
vengono offerte alcune auree regolette per comunicare, non senza



aver loro ancora chiesto: ma siete sicuri di quello che dite? siete
certi che il pubblico, quel certo pubblico che vi interessa, vi capisca?
non starete per caso suscitando nel suo cervello immagini opposte a
quelle che desideravate? eccetera. (Filatete: « Caro Eudemo, tu sei
convinto di parlare con me, in questo momento? » - Guido Calogero,
Filosofia del dialogo). Ma le regolette, speriamo, chiariranno mol-
te cose.

Siate sicuri di quello che dite o scriveterana parola ambigua, un dato
non chiarito evocano associazioni verbali o visive sbagliate, distorte,
comunque non quelle che volevate evocare.

Siate dunque chiari e ricordate che, se state parlando a degli analfa-
beti, non potete adoperare il linguaggio che usereste in presenza di
professori universitari (e forse non è possibile né consigliabile nemmeno
l'inverso). Adeguatevi quindi al livello del pubblico al quale vi rivol-
gete.

Non usate gerghi specializzati: rinchiusi nei nostri uffici, asserragliati
nelle nostre officine, arroccati nei nostri studii, parliamo tra noi un lin-
guaggio da iniziati, da “addetti ai lavori” e abbiamo la pretesa che i
profani, gli “infedeli’” ci seguano, ci capiscano, quando facciamo a
volte fatica a capirci tra noi. Per riferimenti più precisi, controllate i
moduli per le dichiarazioni dei redditi, le notule degli avvocati, le ri-
cette dei medici (o i loro referti), le cartelle delle imposte, le bollette
del telefono, le circolari interne eccetera.

Non cambiate le carte in tavola: se avete abituato i vostri interlocutori
a un certo tipo di linguaggio, non cambiate improvvisamente registro,
resistete alla tentazione di mostrarvi “colti” (colto è soltanto colui che,
sapendo alcune cose, riesce a farle capire agli altri).

Non fate troppo spesso appello ai sentimenti: il sentimento ci rende
umani, ma scade sovente nel sentimentalismo; le parole grosse, gli
affetti tipo fumetto di bassa lega, le maiuscole troppo frequenti, tutte
quelle malizie che hanno lo scopo di scatenare i nostri sentimenti hanno
anche il magico e malefico potere di gettare nella confusione i nostri
cervelli e di addormentare la ragione («Il sogno della ragione genera
mostri », Goya), con la triste conseguenza di dare alle parole un signi-
ficato che esse magari non hanno, anche alle più innocenti fra esse.

Dite le cose in modo da essere creduti: in un giornale umoristico di
tanti anni fa, era contenuta una rubrica intitolata « Le cose false che
sembrano vere, le cose vere che sembrano false ». Spesso commettia-
mo l’imperdonabile errore di dire le cose “più vere” in modo tale che
non vengono credute; basta il tono della voce, un aggettivo spropor-
zionato, un’espressione del volto. Si finisce col fare la fine del famoso
ragazzo che gridava al lupo.

Siate certi che fra voi e il vostro interlocutore esista una comune piattaforma
di interessi: non si tratta necessariamente di interessi materiali, volgar-
mente monetari. Se parlate della Juventus o dell’ Inter a uno che
non si interessa minimamente al football, avrete uno che — nella mi-
gliore delle ipotesi — vi ascolta per educazione, ma le vostre parole
— come si suol dire — gli entrano da un orecchio e gli escono dall’altro.

Non stancatevi di comunicare: senza essere insistenti come certi vendi-
tori o certa pubblicità, rammentate che le cose non chiare alla prima,
possono diventare chiarissime alla seconda, magari facendo uno sforzo
per adattare meglio il linguaggio, le similitudini all'ambiente dal quale
il vostro interlocutore proviene.

Il linguaggio si evolve: è molto divertente dire « sprimacciava il guan-
ciale e abballinava le materassa » (Paolo Monelli), oppure «mia figlia
Maria fiorella (fila) con Giovanni », ma è maledettamente fuori tempo.
Un invito alla sciatteria? nemmen per sogno! ma occorre adeguarsi ai
tempi, così come nessuno userebbe la redingote sapendo di dover
guidare una 500.

E soprattutto ascoltate: ascoltare significa cercare di capire. Intanto
serve per “rubare” ad altri le parole, le immagini più acconce a costruire
il proprio pensiero. E poi, parlando, non si ascolta. Per ascoltare bi-
sogna tacere: ma non basta tacere con la voce, bisogna “sospendere”
il pensiero, non pensare a cosa si risponderà a costui del quale non
stiamo nemmeno sentendo una parola. Altrimenti, nel nostro cervello
entreranno parole e immagini frullate, insomma tutte diverse — nel
significato — da quelle che il nostro interlocutore ha pronunciato.

In altre parole, « the art of saying what you really mean », l’arte di
dire proprio quel che volete dire.

3I

Il nostro vocabolario è talmente povero ed imperfetto che
sentiamo il bisogno di chiarire le nostre idee facendo ri-
corso ad altre idee in una specie di reazione a catena,



Materiali

nuovi
per il mondo
di domani

Saldatura a fuoco dei grandi serbatoi sferici per l'ossigeno liquido usato per la propulsione del m

Sull’avvincente mondo dei materiali nuovi, cioè
di nuovi metalli e nuove leghe create dall'uomo,
su questo anticipo di ‘‘mondo nuovo” che già
va prendendo corpo, pubblichiamo un articolo
di Frank W. Fink per gentile concessione di
Mondo Occidentale.

Nelle epoche primitive l’uomo utilizza
per la sua esistenza quanto trovava disponibile
in natura, cambiandovi poco o nulla nel sop-
perire alle sue esigenze fondamentali. Col
trascorrere del tempo egli scoprì che gli
era possibile migliorare quanto -la natura gli
offriva. Cominciò a foggiare la pietra serven-
dosi di altre pietre, e più tardi giunse a sco-
prire il'fuoco e a farne buon uso.
continuato
da allora ininterrottamente e oggi noi siamo

Questo processo : evolutivo

sile “Thor”.

impegnati in uno sforzo per realizzare un
ulteriore progresso sostituendo
materiali di cui ci siamo per tanto tempo ser-
viti muovi materiali sintetici, prodotti in
boratorio in maniera tale che la loro struttura
molecolare conferisca loro particolari car:
teristiche e proprie

all’inizio dei tempi fino. al secolo XVI
l’umanità conobbe soltanto sette metalli che
si trovano allo stato libero in natura: oro,
argento, no, ferro, piombo e mer-
curio. Nei successivi trecento
scoperti altri sette metalli: antimonio,
bismuto, arsenico, nichel, cobalto e manga-
nese. Entro il 1900 vi si erano aggiunti il
cromo e il tunesteno,

li ultimi settant'anni abbiamo scoperto

più di altri sessanta nuovi elementi metallici



con i quali il numero degli elementi conosciuti
che possono essere classificati come metalli
sale a ottantatre su un totale di centodue. Ma
anche con il continuo progresso attualmente in
atto nella produzione di nuove leghe abbiamo
bisogno di altri metalli che possano reggere
alle eccezionali sollecitazioni e temperature
comportate da molte applicazioni della tecno-
logia moderna. Per tale ragione molti metalli
che fino a pochi anni fa erano poco più che
una curiosità di laboratorio sono attualmente
oggetto di attenti studi onde renderli utiliz-
zabili per soddisfare le attuali necessità.

Per dare un’idea del rapido ritmo del pro-
gresso nei nostri tempi basterà osservare che
Salomone e George Washington vissero, ai
loro tempi, in maniera sostanzialmente non
molto diversa. Entrambi infatti indossavano
vestiti tessuti a mano, si servivano di grassi
animali per l’illuminazione, bruciavano il
legno come combustibile e per viaggiare
usavano veicoli a cavalli. Eppure Salomone
visse circa tremila anni fa e Washington morì
non più tardi di centocinquantacinque anni
or sono.

Il carbone, il gas e il petrolio sono stati i
principali combustibili per secoli, eppure,
all’attuale ritmo di consumo, tutto il petro-
lio, il gas e il carbone utilizzati nel mondo
prima del 1900 basterebbero solo a coprire
il fabbisogno di cinque anni.

Ciò significa che dobbiamo cercare infati-
cabilmente nuovi e migliori materiali di ogni
genere per integrare e sostituire quelli che
vanno scomparendo. Ed è da presumere che
si giungerà a trovare più economicamente
conveniente estrarre minerali dalla luna anziché
dal mare.

Finora gli ingegneri hanno progettato
strutture di ogni genere, come ponti ed aerei,
utilizzando materiali presenti in natura, fon-
dendoli in varie combinazioni e lasciando un
ampio margine di disponibilità. Ma oggi
dobbiamo constatare che: le accresciute esi-
genze rendono i materiali disponibili notevol-
mente insufficienti per portare a termine i
compiti che ci prefiggiamo.

Nella progettazione delle strutture abbiamo
di solito calcolato delle sollecitazioni di sner-
vamento che consentono solo una leggera
deformazione. Nelle strutture spaziali attual-
mente allo studio ci si chiede.di progettare
con delle tolleranze in cui le sollecitazioni di
snervamento, particolarmente alle alte tempe-
rature, non superino la millesima parte di
quanto ci si poteva permettere in precedenza.
Questo significa che dobbiamo partire da una
teoria che si fondi su una più approfondita
conoscenza della struttura di base della ma-
teria e quindi progettare nuovi materiali con
specifiche proprietà per poter conseguire de-
finiti obiettivi.

Ciò ha portato alla formazione di tutta
una nuova generazione di tecnici impegnati
a studiare e risolvere questo problema. Il
Massachusetts Institute of ‘Technology ha
provveduto a creare un centro a se stante per
lo studio dei materiali, chiamando ricercatori
e studenti di ogni disciplina a concentrarsi in

questo settore. All’università Cornell cento-
cinquanta studenti partecipano ad un program-
ma che consente loro di scavalcare le'suddivi-
sioni trai vari istituti e scuole per seguire parti-
colari corsi di ingegneria, fisica, metallurgia
e altre discipline. L’obiettivo di tale program-
ma è di formare dei tecnici specializzati nel
campo dei materiali che siano in possesso di
basi teoriche fondamentali sufficientemente
ampie e di una esperienza pratica sufficiente-
mente sviluppata per poter lavorare alla
creazione di muovi materiali.

A seguito di questi sforzi, considerevoli pro-
gressi sono stati compiuti per quanto riguarda
la conoscenza dei materiali di cui disponiamo
o che possiamo produrre. Coloro che si de-
dicano allo studio della fisica degli stati solidi
esplicano in questa ricerca una funzione fon-
damentale. Per loro tutta la materia è costi-
tuita da minutissimi cristalli che si agglome-
rano secondo schemi e sistemi distinti nel
costituire i vari elementi e composti.

Gli studiosi della fisica degli stati solidi
s’interessano della azione e interazione degli
atomi, delle molecole e dei cristalli per com-
prendere fenomeni come il congelamento, il
magnetismo e la trasmissione delle onde
elettriche.

La scienza ha scoperto che la natura in
genere tira via nel creare quei minuscoli
cristalli di cui è costruita quasi tutta la materia.
Per esempio, un diamante veramente perfetto
è una rarità. E le minuscole imperfezioni
della struttura cristallina, chiamate dislocazioni,
fanno sì che le proprietà dei materiali varino
largamente. Si è constatato così che quando
si creano materiali servendosi di cristalli re-
golari si rivelano nuove proprietà della ma-
teria del tutto insospettate che erano state
lasciate in ombra dall’opera irregolare e biz-
zarra della natura.

Due di queste scoperte sono valse a consen-
tire importanti progressi nelle ricerche sui
materiali. La prima è che il cedimento dei
metalli poteva essere spiegato da dislocazioni
o irregolarità nella simmetria dei cristalli che
creavano dei punti di minor resistenza. Se
queste irregolarità avessero potuto essere
ridotte al minimo, sarebbe grandemente di-
minuita la possibilità di cedimenti sotto solle-
citazione. La seconda importante scoperta è
stata l’esistenza di cristalli perfetti. Questa
è stata una scoperta puramente accidentale
effettuata quando si scoprì che da un pezzo
di apparato elettrico in corto circuito si erano
sviluppati filamenti di metallo. puro. Sotto-
posti ad analisi, si scoprì che si trattava di
cristalli di tale purezza e di forma così regolare
da possedere doti di resistenza centinaia di
volte superiori al normale. È stato così pos-
sibile produrre in laboratorio filamenti di
ferro di struttura cristallina perfetta con una
resistenza sessanta volte superiore a quella
del ferro di tipo commerciale.

Oggi, a seguito di queste scoperte, la tecni-
ca metallurgica va creando nuovi metalli e
leghe esotiche che possiedono stupefacenti
proprietà in quanto sono straordinariamente
puri. Gli scienziati sono giunti a rendersi

33

conto di non conoscere realmente le proprietà
intrinseche dei metalli. ‘Talune leghe general-
mente fragili risultano sorprendentemente dut-
tili quando hanno un elevato grado di purezza.
E molte delle nuove leghe sono addirittura
inservibili se non sono pure.

Una volta in metallurgia si calcolava la
purezza in termini di percento, ora si parla
di milionesimi e in alcuni casi di miliardesimi.
Questo altissimo grado di purezza è necessa-
rio perché le più minuscole impurità trasmet-
tono elettricità e causano cedimenti. Questi
gradi di purezza non possono generalmente
essere misurati con i mezzi chimici o spettro-
grafici conosciuti. Stiamo quindi cercando di
inventare nuovi sistemi per misurare il grado
di purezza, perché, per esempio, un semicon-
duttore che risulta pure secondo i metodi
generalmente in uso può rivelarsi del tutto
inutile per certe importanti applicazioni. Uno
di questi metodi è di collaudare il materiale
indirettamente, controllandone la resistenza
elettrica quando immerso nell’elio liquido.

È difficile produrre queste leghe quando il
requisito fondamentale è la purezza. Si è
sperimentato un processo di fusione sotto
vuoto in cui il forno è come una gigantesca
macchina saldatrice dove il metallo funge da
elettrodo è il tutto avviene in un ambiente in
cui è stato creato il vuoto. Ma anche questo
non è sufficiente, perché il contatto con la
storta del forno o col crogiuolo può essere
causa di contaminazione. Un altro metodo
attualmente usato è la tempra locale, in cui
una barra di metallo è sospesa nello spazio
mediante l’uso di campi magnetici ad intera-
zione e quindi è riscaldata mediante induzione
elettrica.

Ogni metallo conosciuto viene fatto oggetto
di un’accurata indagine in laboratorio. Molti
di questi nuovi metalli erano in precedenza
usati solo quali componenti di leghe, come il
colombio, il berillio e il molibdeno. Altri
sono elementi rari, come il tellurio, il gallio,
e l’europio. Per la maggior parte essi si tro-
vano abbondantemente in natura, ma essendo
molto attivi il processo di raffinazione risulta
assai costoso.

Uno dei fenomeni più singolari che queste
ricerche fondamentali sulla struttura della
materia hanno rivelato è l’esistenza della su-
perconduttività. Ciò promette di aprire tutto
un nuovo mondo di possibilità, press’a poco
come avvenne con la creazione del transistor
alcuni anni orsono.

Nel 1911 un fisico olandese, Kamerlingh
Onnes, scoprì che la resistenza che taluni
metalli manifestano a un flusso elettrico scom-
pariva quando li si raffreddava portandoli
quasi allo zero assoluto, poiché a questo punto
essi diventavano dei perfetti conduttori. Era
pertanto da presumere che un campo magne-
tico formato da bobine di un materiale simile
avrebbe potuto durare indefinitamente, una
volta che gli fosse stato impresso un impulso
elettrico iniziale. Avrebbe dovuto-quindi es-
sere possibile creare campi supermagnetici
di grande forza concentrati in uno spazio
molto ristretto.

La saldatura elettronica, mediante un fucile a fascio elettronico in ura cella in cui
sia stato praticato il vuoto, è particolarmente adatta per le speciali leghe di mo-
libdeno e di tungsteno oggi largamente usate nella costruzione di veicoli spaziali.

Tuttavia per cinquanta anni questa possi-
bilità.non fu tradotta in realtà, a causa della
mancanza di attrezzature adeguate per il pro-
cesso’ criogenico e di una approfondita com-
prensione del fenomeno. Il magnetismo sta
alla base di tutti i processi elettrici ed elettro-
nici utili, dai motori elettrici ai moderni mezzi
di comunicazione. Il magnetismo è inscindi-
bilmente legato alla struttura atomica di taluni
materiali, e solo il ferro, il cobalto, il nichel
e alcune delle loro leghe manifestavano tale
proprietà. Per ottenere dei. campi magnetici
di alta intensità bisognava far passare forti
quantitativi di corrente attraverso grandi e
pesanti magneti, fino ad arrivare ad una strut-
tura che richiedeva per il raffreddamento ton-
nellate di acqua a causa della resistenza elet-
trica presentata dal metallo al flusso di cor-
rente.

Perseguendo le ricerche sui metalli, un
gruppo di specialisti dei Bell Telephone La-
boratories nel 1961 elaborò la formula di
quella che doveva essere la migliore lega super-
conduttrice per i magneti, un composto di
stagno e niobio. Tuttavia questo materiale
era così fragile e di difficile lavorazione che a
quell'epoca non si riuscì a produrlo in fili
sottili. Venne così iniziata una serie di ricerche
per arrivare a trafilare il niobio e alla fine
si giunse a creare una bobina magnetica fatta
di filo di niobio. Una bobina sperimentale
è venuta costantemente creando un campo

eccezionale di quasi 70.000 gauss a 75 ampères,
senza altra immissione di energia elettrica
che l’impulso iniziale. Secondo misurazioni
effettuate, bobine di maggiori dimensioni,
che utilizzano uno speciale filo di vanadio e
di gallio possono produrre un campo magne-
tico sette volte maggiore. E questo apre nuove
dimensioni per tutti gli apparati elettrici in
cui è possibile far uso di congegni compatti
di grande potenza.

Quali sono le principali esigenze per cui si
richiedono i nuovi materiali? Una delle più
importanti è quella di disporre di materiali
che possano sopportare le altissime tempe-
rature che si generano quando un veicolo
spaziale fa ritorno sulla terra. Le capsule
spaziali e le ogive di missili lanciati nello
spazio che sono state recuperate hanno ge-
neralmente effettuato il rientro nell'atmosfera
ad una velocità di circa 29.000 chilometri
orari. Un veicolo spaziale destinato a voli
superorbitali o a compiere il viaggio di an-
data e ritorno per un altro pianeta, rientrerà
nella atmosfera terrestre con una velocità di
40.000 chilometri orari. Le temperature che
si producono alla superficie del veicolo sali-
ranno pertanto a 2.200 gradi ed i migliori ma-
teriali di cui oggi disponiamo bruciano o si
spaccano a poco più di 1.100 gradi. E requisiti
di resistenze ancora maggiori occorreranno
per i materiali destinati a sopportare le tempe-
rature estremamente fredde del vuoto spinto





Controllo con vibratore ultrasonico dello
spessore della parte terminale in acciaio
speciale di un satellite.“ Explorer”.

e forse le intense radiazioni esistenti nello
spazio.

Uno dei sistemi in uso per assorbire il ca-
lore che si produce all’atto del rientro nell’at-
mosfera è l’impiego di materiali ablativi come
il pyroceram. Questo materiale si consuma
col calore dell’attrito prodotto dall’aria, as-
sorbendo immense quantità di calore attra-
verso il processo di vaporizzazione. Natural-
mente, la sua durata è limitata al quantitativo
che è possibile trasportare.

È interessante osservare che il pyroceram
è collegato alla scoperta del vetro cristallino.
Il vetro ordinario non è una sostanza cristal-
lina ma in realtà una soluzione solida di ma-
teriale amorfo. Creando il vetro cristallino i
chimici hammo-prodotto un tipo di vetro duro
quasi quanto l’acciaio con una resistenza alla
rottura che può arrivare fino a 5.600 chili
per centimetro quadrato.

Un altro settore in cui l’industria aerospa-
ziale richiede nuovi materiali è quello dei
combustibili. Gli scienziati stanno da tempo
cercando combustibili più potenti per la pro-
pulsione degli aerei supersonici, dei razzi e
dei veicoli spaziali. Il combustibile chimico
che possiede il più alto potenziale di energia
è l’idrogeno; ma finora il suo impiego è ri-
sultato difficile. Innanzitutto esso occupa molto
volume: un litro di idrogeno liquido occupa
lo spazio di dieci litri di benzina. Inoltre,
è difficile trattenerlo: infatti, dato che le sue

sopra: leghe metalliche di particolare duttilità e resi.
stenza sono richieste per i sottili cavetti adoperati per
le connessioni nei quadri di controllo di missili e razzi.



sotto: controllo dell’asse ottico di un rubino sintetico che
verrà adoperato in un “maser”” destinato a captare i se-
gnali radio provenienti dalle stelle o da veicoli spaziali.



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n

molecole sono più piccole di quelle di qual-
siasi altro elemento, l’idrogeno filtra attra-
molecole dei contenitori l’acciaio
quando viene sottoposto alle grar pressioni
occorrenti per portarlo allo stato liquido.

verso le

Gli scienziati guardano ancora più in là
dei combustibili chimici per i futuri viaggi
interplanetari. Può darsi che la soluzione di
questo problema venga fornita dalla scissione
o dalla fusione nucleare, dalla propulsione
elettrica o dall’energia solare. Teoricamente,
se potessimo trasformare totalmente una so-
stanza in un puro raggio di luce ed emettere
questo raggio da un veicolo, potremmo viag-
giare con la stessa velocità della luce, cioè
a 299.000 chilometri al secondo.

Con una velocità simile non ci sarebbe da
preoccuparsi eccessivamente della durata dei
viaggi interplanetari. Naturalmente,
rerebbero pur sempre vari anni per raggiun-
gere anche le stelle più vicine; ma Einstein
ci ha insegnato che, ove viaggiassimo con la
velocità della luce, il tempo risulterebbe
compresso e potremmo spostarci ovunque
nell’universo senza in effetti invecchiare se-
condo i nostri orologi terrestri.

OCCOr

Poiché tutti i rami della scienza sono colle-
gati l’uno all’altro, ogni successo conseguito
in un dato settore è destinato in definitiva a
determinare progressi in molti altri campi
della scienza e dell’industria. E noi stiamo at-
tuando oggi a ritmo accelerato un vasto pro-
gramma per comprendere la natura dell’uni-
verso, sia nel senso del mondo infinitamente
piccolo dell’atomo, sia nel senso del cosmo
infinito dello spazio senza limiti.

Queste imprese sono assai di più che delle
costose esplorazioni. Molte cose che sono
già entrate a far parte della nostra vita quo-
tidiana sono in gran parte dovute a queste
ricerche: basti pensare agli aerei a reazione,
agli apparecchi acustici per i deboli di udito
e alle radio a transistor. Attualmente si sta
portando a termine la realizzazione di una
minuscola camera televisiva a batteria che si
può fare inghiottire ad un paziente per foto-
grafarne lo stomaco. E i vari processi per la
desalinizzazione dell’acqua di mare stanno
dando risultati sempre più economicamente
convenienti.

Si potrebbe continuare con gli esempi
quasi all’infinito, ma sarà sufficiente soffer-
marci a rilevare che siamo alle soglie di una
nuova e più vasta conoscenza del mondo
materiale in cui viviamo, non molto diversa-
mente da come avvenne all'uomo primitivo
quando accese per la prima volta il fuoco e
cominciò ad esplorare le innumerevoli cose
che poteva fare con esso. Non possiamo certo
chiaramente prevedere dove tale ricerca ci
porterà, così come non possiamo accurata-
mente predire che cosa troveremo sulla luna.
Ma quello di cui si può esser certi è che
scopriremo che molti dei concetti cosiddetti
scientifici ai quali siamo rimasti finora attac-
cati non sono più validi. E a portarci a queste
rivelazioni contribuiranno non poco le ri-
cerche degli scienziati e dei tecnici dei mate-
riali.

36

Panorama
siderurgico

SITUAZIONE INTERNAZIONALE

Il mercato siderurgico mondiale, che da
qualche mese era caratterizzato da tendenze
contrastanti, quali la ripresa della richiesta
statunitense e il ristagno di quella dei prin-
cipali paesi dell’Europa occidentale, ha regi-
strato ultimamente un lieve miglioramento
sotto l’aspetto quantitativo.

Per quanto riguarda i prezzi perdura invece
la situazione di depressione dovuta all’accen-
tuata concorrenza.

Negli Stati Uniti d'America il risveglio del
mercato siderurgico è stato lento ma progres-
sivo. Nei primi dieci mesi dell’anno la produ-
zione statunitense d’acciaio ha potuto rag-
giungere 83,5 milioni di tonnellate, l’ 11,7%
in più rispetto al livello conseguito nello stes-
so periodo del 1962. Si può parlare di un ri-
sultato significativo soprattutto se si tiene
conto che le scorte presso i produttori non
sono rilevanti e che quelle degli utilizzatori
hanno registrato una diminuzione.

In Gran Bretagna la domanda d’acciaio si
è leggermente sviluppata e il tasso di utiliz-
zazione degli impianti siderurgici si aggira
ora sull’ 85% contro il 73% nel primo e il 75%
nel secondo semestre.

Il Giappone continua dal canto suo in una
sempre più accentuata penetrazione sul mer-
cato mondiale.

In aumento è anche la produzione dell’in-
dustria siderurgica sovietica.

La C.E.C.A. nei primi dieci mesi dell’anno
in corso ha visto aumentare le proprie impor-
tazioni d’acciaio dai paesi terzi che, oltre a

ridurre le possibilità di vendita dei prodotti
comunitari, hanno esercitato un’influenza ne-
gativa sui prezzi. Premendo con basse quota-
zioni, data la situazione del mercato interna-
zionale caratterizzato da un’eccedenza dell’of-
ferta, favorite anche dai bassi dazi armonizzati
della Comunità, esse hanno causato un accen-
tuato peggioramento delle entrate delle imprese
costrette, per vendere, a praticare un ampio
ricorso all’allineamento.

In ottobre la C.E.C.A. ha prodotto 6.629.000
tonnellate d’acciaio, con un aumento del 4%
rispetto allo stesso mese del 1962. Per quanto
concerne le ordinazioni l’aumento è stato del
12 per cento.

Sono risultati questi che non si sa ancora
in quale misura siano dovuti, o se siano cer-
tamente dovuti almeno in parte, ad un miglio-
ramento di tendenza, la quale non si profila
comunque in modo, per l’eccedenza della
disponibilità in relazione al minor ritmo di
sviluppo assunto dal consumo, da orientare
su un tono più sostenuto le quotazioni, almeno
a breve scadenza.

Facciamo rilevare che da gennaio ad otto-
bre la produzione d’acciaio della Comunità
ha segnato una diminuzione dello 0,4% e che
le ordinazioni di laminati hanno avuto un
aumento limitato al solo 1% nei confronti dello
stesso periodo del 1962.

SITUAZIONE NAZIONALE

Il consumo italiano d’acciaio si sviluppa
invece a ritmo elevato e dovrebbe raggiungere
quest'anno 13,5 milioni di tonnellate contro
11,9 nel 1962, segnando un incremento del
13,4 per cento.

Il consumo per abitante si aggirerà così sui
270 chilogrammi, segnando un risultato più
che soddisfacente, anche se ancora lontano da
quello degli altri paesi più industrializzati.

È però da rilevare che la siderurgia nazio-
nale, pur lavorando ad un elevato tasso di
sfruttamento della capacità produttiva, non
ha potuto dare allo sviluppo del consumo tutto
il proprio contributo. Le altre siderurgie della
C.E.C.A. e quelle dei paesi terzi hanno accen-
trato sul mercato italiano ancora in espansio-
ne la propria pressione concorrenziale, favo-
rendo un ampio dilatarsi delle importazioni
che già nel primo semestre avevano raggiunto
2,4 milioni di tonnellate, un quantitativo cor-
rispondente al 46% della produzione nazionale.

L’incremento registrato dalla produzione
italiana d’acciaio è comunque soddisfacente,
soprattutto se raffrontato a quelli ottenuti
dagli altri paesi della Comunità.

Nei primi dieci mesi dell’anno in corso il
nostro paese ha prodotto infatti 8.497.000 ton-
nellate d’acciaio, con un aumento rispetto al
1962 del 5,6%, solo inferiore a quello olandese.

In Francia e in Belgio si è avuto un incre-
mento dell’ 1,9%, in Lussemburgo dello 0,3%.
La Germania ha registrato una contrazione
del 4,7 per cento.



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