Rivista Italsider, n. 1, 1962
Contenuto
- Tipologia
- Periodico a stampa
- Descrizione
-
In copertina: Franco Gentilini - "Ricordo di Cornigliano" (1962), per concessione della Galleria del Naviglio di Milano.
Seconda di copertina: aspetti dell'impiego dell'acciaio nella ricerca scientifica: il forno solare di Montlouis nei Pirenei Orientali (Francia).
Terza di copertina: aspetti dell'impiego dell'acciaio nella ricerca scientifica: il grandioso radiotelescopio di Jodrell Bank nel Cheshire (Inghilterra).
Quarta di copertina: delfino segnavento in ferro battuto (sec. XV). Palazzo comunale di Siena.
Immagini in evidenza:
- Ringhiera in ferro battuto della Riviera ligure (p. 4)
- Henry Ford e Thomas Edison (p. 7)
- La nuova organizzazione del lavoro adottata da Ford (p. 9)
- Ponte di Londra (1907) - (collezione privata) di André Derain (p. 12)
- Illustrazione di Sommariva, "l'automatismo è entrato anche nell'idioma" (p. 18)
- Omnibus a cavalli in servizio pubblico tra Vado Ligure e Satn' Ermete (p. 22)
- Una delle dieci carte nautiche raccolte nel volume edito da Edindustria per conto dell'Italsider (p. 31)
- Impianti siderurgici della Cockerill - Ougrée a Seraing nel 1870 (p. 32)
- Stabilimento della Cockerill a Seraing nel 1962 (p. 37)
Sommario:
- I letti di ferro, p. 3
- Gli antenati dell'automazione, p. 7
- "Belve" e cubisti, p. 12
- L'idioma automatico, p. 18
- L'ultima diligenza, p. 22
- La programmazione economica in Europa, p. 25
- Le antiche carte nautiche, p. 30
- Un secolo di Siderurgia belga, p. 32
- Educazione artistica nella scuola, p. 39
- Verso lo stato moderno, p. 41
- Il secondo convegno della stampa aziendale IRI, p. 42 - Data testuale
- 1962 febbraio- marzo
- Consistenza
- pp. 44
- Stato di conservazione
- Buono
- Soggetto produttore
-
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
- Identificativo
- PER.000354/8
- Archivio, fondo o serie di appartenenza
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- contenuto
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la copertina: Franco Gentilini - « Ricordo di
Cornigliano » (1962), per concessione della
Galleria del Naviglio di Milano.
Franco Gentilini è mato a Faenza nel 1909.
Dal 1929 vive e lavora a Roma dove in-
segna pittura all'Accademia di Belle Arti.
Poche sono oggi nel mondo le gallerie
d’arte moderna o le raccolte private impor-
tanti in cui non figuri un’opera di questo
artista, alla cui pittura tutti sono ormai
concordi nel riconoscere un valore singo-
lare, ricca com’è di novità poetica, di
humour, di straordinaria familiarità, di cal-
ma riposante, come ha scritto Giuseppe
Ungaretti.
2° e 3° di copertina: aspetti dell'impiego del-
l’acciaio nella ricerca scientifica: il forno
solare di Montlouis nei Pirenei Orientali
(Francia) e il grandioso radiotelescopio di
Jodrell Bank nel Cheshire (Inghilterra).
4° di copertina: delfino segnavento in ferro
battuto (sec. XV). Palazzo comunale di Siena.
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’informazione aziendale per il
personale dell’Italsider - alti forni e ac-
ciaierie riunite Ilva-Cornigliano
Anno II - n. 1 - febbraio-marzo
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
I letti di ferro pag: 3
Gli antenati dell’automazione » 7
“Belve” e cubisti » 12
L’idioma automatico » 18
L’ultima diligenza » 22
La programmazione economica in
Europa » 25
Le antiche carte nautiche » 30
Un secolo di siderurgia belga » 32
Educazione artistica nella scuola —» 39
Verso lo stato moderno » 41
Il secondo convegno della stampa
aziendale IRI » 42
Un fatto nuovo
nel sindacalismo italiano
Che cosa sia la valutazione del lavoro è ormai risaputo. Si tratta di un superamento
delle vecchie formule retributive (cioé le qualifiche), imposto dallo stesso sviluppo tecnologico,
dalla diffusa meccanizzazione nell'industria.
Giustamente si è detto che il rinnovamento della tecnologia, attraverso la pur temuta auto-
mazione, restituisce all'uomo il controllo sulla macchina, riduce in misura notevole Valienazione
operaia rispetto alla responsabilità del lavoro. Cotesto rinnovamento tecnologico ha creato in
effetti, tra il lavoratore e i compiti affidatigli, le macchine adoperate e controllate, una serie di
rapporti e di responsabilità particolari che non potevano di certo essere comprese, dal punto di
vista dell'organizzazione aziendale, nella antiquata e semplicistica divisione delle qualifiche :
operato specializzato, operaio qualificato, manovale qualificato, manovale. Inoltre una fitta rete
di collegamenti si è stabilita tra i rapporti e le responsabilità concernenti un posto di lavoro e gli
altri posti di lavoro, precedenti o seguenti la catena di lavorazione.
Questo fatto ha reso meno uniforme, vario ed elastico il panorama della manodopera im-
pegnata in una azienda moderna.
Si può affermare dunque che il nuovo sistema di determinazione del salario, noto sotto il no-
me di “job evaluation”, sia il frutto della razionalizzazione tecnologica, avanti che un effetto del-
l'ammodernamento nella struttura organica del personale : 0, più precisamente, sia la dimostra-
zione della identità costituitasi tra il progredire delle tecniche produttive e lo sviluppo dell’or-
ganizzazione del lavoro.
Il sistema della valutazione del lavoro è noto: ogni posto di lavoro esistente nella struttura
della fabbrica o dell'azienda viene analizzato nei diversi elementi caratteristici : la fatica intel-
lettuale e manuale, la responsabilità nei confronti del materiale trattato, della catena di lavo-
razione, della sicurezza propria e dei compagni, la tensione, l'impegno ecc. A questi elementi si
attribuisce un determinato valore, rilevato da una scala prefissata. La somma dei valori indica
la “classe” cui il posto di lavoro esaminato ha da appartenere. A ogni classe corrisponde un li-
mite salariale.
Alla manodopera, il sistema della valutazione del lavoro, per la sua regola scientifica, offre
precise garanzie professionali ; nel senso che, attribuendo al lavoratore il livello salariale stabilito
per l'opera concretamente svolta, si eliminano numerose cause di irritazione e malcontento provo-
cate dal vecchio sistema retributivo, ove si avevano casi non rarî dî compiti e mansioni, di diverso
impegno è fatica, adempiuti da lavoratori con la stessa qualifica € la medesima paga. Soprattutto
la valutazione del lavoro restituisce dignità e personalità al lavoro reso anonimo dalla prima
fase del progresso tecnico.
In un primo tempo tuttavia alcune organizzazioni sindacali si erano pronunciate in modo
critico nei confronti della “job evaluation”. Cotesto atteggiamento era fondato sul timore che l’ogget-
tività del sistema potesse nascondere intendimenti paternalistici ; o che avesse a porre in crisi ir-
rimediabile la tradizionale funzione contrattuale del sindacato medesimo.
Alla prova dei fatti, queste riserve hanno rivelato la loro intrinseca fragilità. Le garanzie
economiche e normative predisposte nell'accordo del 30 aprile r96I, col quale l'Italsider e le or-
2
ganizzazioni dei lavoratori avevano disciplinato
l'introduzione della “job evaluation”, sono state
completate e integrate, il 15 gennaio scorso, da
un sistema di norme che prevede un concreto in-
tervento dei sindacati nella fase ‘‘contenziosa”
di applicazione del nuovo piano retributivo.
Quali sono i punti più interessanti del recente
accordo? La sostanza tecnica della valutazione
del lavoro ha orientato la direzione dell’Italsider
e î sindacati firmatari alla costituzione di un
comitato tecnico di stabilimento cui prendono
parte esperti della direzione ed esperti designati
in un apposito albo e scelti tra è lavoratori dalle
stesse organizzazioni sindacali.
A questo comitato, dopo un preliminare in-
contro — a carattere istruttorio — con un rap-
presentante della direzione, si rivolge il lavora-
tore non soddisfatto della ‘classe’ assegnatagli
(nell'incontro istruttorio lo stesso lavoratore è
assistito da un esperto della organizzazione sin-
dacale prescelta). L'istituzione di questo comi-
tato rappresenta una interessante novità sul
piano sindacale : anche se non è possibile par-
lare propriamente di attività arbitrale, essendo
il nuovo istituto una sede di contestazione tra
le parti, tuttavia non si può non sottolineare come
il comitato in realtà sia situato in una posizione
intermedia come un centro autonomo di potere :
le sue decisioni infatti sono definitive e vincolative.
L'accordo del 15 gennaio prevede incontri
periodici (durante il primo semestre) tra le
organizzazioni provinciali dei lavoratori, assi-
stite da uno dei propri ‘esperti’ designati
nello stabilimento, e la direzione azienda-
le, per esaminare i casi non risolti nell’appli-
cazione del manuale di valutazione e le contro-
versie di carattere generale. Si può anche qui
indicare come tale accordo si sia mosso sulle
linee più moderne dell’orientamento sindacale.
Chi possiede un minimo di esperienza în ma-
teria di “job evaluation, non ignora il carat-
tere tecnicistico delle vertenze derivanti dall’ap-
plicazione di un manuale di valutazione del
lavoro; neppure ignora che la soluzione delle
medesime vertenze concede un margine ristretto
all’equità, dovendo per contro essere formulata
alla stregua di rigorose norme tecniche. Per-
tanto, la creazione di istituzioni conciliative
specializzate — nella forma di comitati tecnici
di stabilimento, composti da esperti — assolve
alla rilevata esigenza funzionale meglio di
quanto si possa verosimilmente attendere dalla
commissione interna, la quale resta pur sempre il
naturale organo di rappresentanza dei lavora-
tori a livello aziendale.
Non c'è dubbio che l'accordo del 15 gennaio,
la decisione dei sindacati di accettare in modo
chiaro il nuovo sistema di determinazione dei
salari e di partecipare anzi alla sua applicazione,
la volontà dell'Italsider di trovare un nuovo
terreno di incontro e dibattito con le organizza-
sioni dei lavoratori, abbiano creato un fatto
nuovo nel sindacalismo italiano.
Non si tratta di vecchie formule di collaborazio-
ne, ma piuttosto di un metodo progredito, nell'im-
postare la contrattazione a livello aziendale per i
singoli posti di lavoro, assecondato dal consenso dei
sindacati a un sistema salariale che contribuisce
a dare dignità e responsabilità al lavoratore.
Pubblichiamo il testo dell'accordo sindacale del 15 gennaio 1962 al quale si riferisce l’ar-
ticolo di fondo di questo numero della Rivista. Esso è stato firmato dai rappresentanti del-
la nostra società e delle organizzazioni sindacali CISL, CGIL e UIL e interessa i lavoratori
dei centri siderurgici Italsider a ciclo integrale (Bagnoli, Piombino, «Oscar Sinigaglia»
di Cornigliano, Trieste e Taranto), presso i quali è stato applicato dal 10 gennaio 1962 il
nuovo sistema retributivo fondato sull’analisi e la valutazione del lavoro.
Le parti:
— visto l’articolo 11 dell'accordo 30 aprile 1961 con il quale si sono riservate di predi-
sporre una particolare disciplina per la conciliazione delle eventuali controversie relative
all'applicazione dei sistemi di valutazione del lavoro;
— ferma restando la facoltà del lavoratore di esperire le procedure previste dagli accordi
e contratti collettivi in vigore;
hanno convenuto quanto segue:
1) il lavoratore che a seguito della comunicazione di cui all'articolo 4 dell’accor-
do 30 aprile 1961 intenda contestare la classe attribuitagli, può proporre reclamo, redatto
su apposito modulo, all’ufficio designato dalla direzione.
Al solo scopo di accertare i termini della controversia, entro sei giorni dalla presen-
tazione del reclamo, avrà luogo un incontro tra un rappresentante della direzione e il la-
voratore, assistito da un esperto della propria organizzazione sindacale scelto tra quelli
iscritti nell’albo dello stabilimento; dei termini della controversia sarà redatto verbale da
trasmettersi in triplice copia al comitato di cui in appresso.
A tal fine, ciascuna delle organizzazioni sindacali stipulanti, è tenuta a comunicare
alla direzione i nominativi di quattro esperti per gli stabilimenti di Bagnoli, Piombino e
Oscar Sinigaglia, di tre esperti per lo stabilimento di Trieste, considerata l’esistenza in loco
di due sole organizzazioni sindacali, e di due esperti per lo stabilimento di ‘Taranto e per
la sede centrale, scelti tra i dipendenti in forza presso ciascuna di dette sedi.
La designazione degli esperti ha carattere permanente, salvo la facoltà di sostitu-
zioni tempestivamente comunicate alla direzione.
Entro i successivi dieci giorni dall’incontro di cui sopra, salvo una proroga concor-
data fra le parti, la vertenza verrà esaminata da un comitato tecnico di stabilimento, com-
posto da un esperto per ciascuna delle tre organizzazioni, fra quelli iscritti nell’albo di sta-
bilimento, e da tre rappresentanti della direzione. Di detto esame verrà redatto relativo
verbale,
Nel caso di accordo, la decisione relativa al posto di lavoro che ha formato oggetto
di esame diventa definitiva.
Per il periodo dall’entrata in vigore della presente procedura e fino al 31-12-1962,
ciascuno degli esperti godrà, un giorno alla settimana, dell’esonero dal lavoro, con decor-
renza della retribuzione, per lo svolgimento dell’attività inerente all'incarico.
2) agli effetti di cui sopra, le schede di descrizione e di valutazione dei singoli la-
vori verranno trasmesse dalla direzione ad ogni esperto iscritto nell'albo, alla commissione
interna, nonché ai lavoratori che ne facciano richiesta.
Le schede di descrizione verranno fornite a partire dal 15 aprile mentre le schede di
valutazione verranno fornite dal 1° luglio, salvo per i posti di lavoro oggetto di reclamo,
per i quali le schede stesse saranno fornite all'atto dell’incontro di cui al 2° comma del pun-
to 1° del presente accordo.
3) in relazione alla introduzione del sistema di analisi e valutazione del lavoro, per
un periodo di sei mesi, le organizzazioni sindacali provinciali con la partecipazione, per cia-
scuna, di uno degli esperti di stabilimento di cui al punto 19, si incontreranno mensilmente
con la direzione per esaminare le eventuali controversie non risolte nell’applicazione del
manuale di valutazione.
4) le parti contraenti si riservano inoltre di incontrarsi ogni quattro mesi per esa-
minare eventuali controversie di particolare importanza, nonché ogni altra questione ine-
rente all'applicazione del manuale di valutazione.
5) la procedura di cui ai punti precedenti, avrà inizio dal 15 aprile 1962 e, limita-
tamente all'anno in corso, resta inteso che eventuali variazioni nell’assegnazione delle
classi avranno decorrenza dal 19 gennaio 1962, o dalla successiva data di effettiva esplica-
zione del lavoro esaminato.
I letti
di ferro
do
Spalliera posteriore di un letto in ferro genovese del XIX secolo, dal classico colore rosso bruno con decora-
zioni in oro. L'uso del letto in ferro si diffuse soltanto nell’ Ottocento: dei secoli precedenti se ne conoscono
soltanto pochissimi, anche se preziosi esemplari.
Meno citato dell’emblematico focolare —
che oggi esiste oramai quasi unicamente allo
stato di simbolo, tanto la sua struttura è
andata cambiando col trascorrer degli anni
ma tuttora presente ed in posizione di im-
mutato rilievo, il letto è uno dei più grandi
protagonisti della vita dell'uomo. Dai giacigli
sulla nuda terra, alle foglie, alla paglia, alle
pelli, è andato sempre più perfezionandosi,
fino a diventare mobile essenziale nell’abita-
zione umana, ed a rappresentare, come tale,
una autentica conquista dei popoli di vera
civiltà. Proviamo a visitare con la fantasia
le sale di una ideale “esposizione del letto
attraverso i secoli”: ecco che ci sfilano di-
nanzi i letti egiziani, i letti orientali di cedro
menzionati dalla Bibbia nel ‘Cantico dei
Cantici”, i letti greci, con la lettiera di metallo
ed i piedi spesso intarsiati di avorio, oro ed
argento. E poi i bassi lettucci etruschi, a sei
piedi e col graticcio di metallo, e quelli romani
— la cui costruzione venne incrementata in
ragione direttamente proporzionale al rilas-
sarsi dei costumi quiriti — fabbricati in legno
od in metallo, finemente lavorati e ricoperti
di pelli rare e di stoffe preziose. Fino ai letti
medioevali, massicci, altissimi e cinti da una
balaustrata, come altari il cui arcano vada
gelosamente protetto; ed a quelli rinascimen-
tali, snelli ed eleganti, ma soffocati ed occul-
tati in alcove, sotto baldacchini e tendaggi.
Fogge diverse, s'è visto, e materiali diversi:
legni preziosi e metalli, sovente metalli pre-
ziosi, oro ed argento. Ed, a volte, anche il
ferro; ma, di solito, per la costruzione di
elementi particolari, come i graticci, le lettie-
re. Il ferro non era di uso comune, era ma-
teriale di eccezione, per la costruzione dei
mobili. Era poco impiegato dovunque, pre-
ferendoglisi — sia per i mobili rustici che per
quelli di lusso — il legno, Nondimeno, esi-
stono cenni su mobili costruiti interamente
in ferro: chi osservi, ad esempio, alcuni di-
pinti di Vittore Carpaccio, vissuto tra la se-
conda metà del XV e gli inizi del XVI secolo
e mirabile descrittore della vita veneziana del
Quattrocento, può vedere, nello studio di San
Girolamo alla Scuola di San Giorgio degli
Schiavoni, o nel ciclo delle storie di Sant'Orsola
all'Accademia, bizzarri e graziosi mobili in
ferro. Per quanto nulla del genere dipinto dal
Carpaccio ci sia pervenuto, e si possa pensare
che la fantasia del pittore abbia, ad un certo
punto, esagerato nell’ornare € nel deformare,
si può comunque dare per certo che esistes-
sero, a quell’epoca, mobili di ferro: porta-
catini, sgabelli, e poi torciere, candelieri, alari;
ed, oltre a questi, che possono essere consi-
derati, più che mobili, oggetti d’arredamen-
to complementare, si ha notizia, da docu-
menti del 1400, precisamente di letti costruiti
In terro.
Più chiara è la situazione nei secoli succes-
sivi, visto che possediamo ancora degli esem-
plarì di letti, alcuni riccamente ornati 0 dorati,
detti “alla siciliana”, come quello del
XVI secolo — conservato nella casa Bagatti
Valsecchi di Milano, addirittura ridondante
di decorazioni e dorature, € quello, strana-
mente sobrio e di straordinaria purezza di
in alto: testata di un letto in ferro dalla
linea particolarmente elegante. Al centro
della testata, un disegno vagamente floreale
(foto in basso). Dai primi letti di ferro
pieno e massiccio si passò a quelli fatti con
tubi vuoti, in forme forgiate a fuoco, dal
disegno spesso complicatissimo, Più tardi,
al tondello e al tubo si aggiunse la lamiera
e si costruirono allora degli esemplari ver-
niciati in modo da sembrare legno.
nella pagina accanto: nell’ Ottocento il letto
in ferro, nonostante la sua grande diffusio-
ne, rimase sempre il « parente povero» nei
confronti di quello di legno preferito nelle
case ricche, Solo da una diecina di anni è
stato riscoperto e oggi si trova nelle più
raffinate botteghe d’arte. La testata ripro-
dotta nella pagina accanto è stata appunto
fotografata presso un antiquario della Ri-
viera ligure.
linea, che si trova al Castello Acciaioli, a
Montegufoni in provincia di Firenze: stra-
namente sobrio, diciamo, perché, essendo
stato costruito nel XVII secolo, ed a contatto
diretto quindi con il barocco, sembra non
averne risentito alcuno stimolo, tanto che lo
si direbbe di costruzione quattrocentesca. Vi
sono poi degli esemplari del Settecento, con-
servati al museo di Palermo, con le testate
ornate di motivi floreali di grande leggerezza.
Vale la pena, però, di rilevare come gli esem-
plari su accennati rappresentino, più che al-
tro, una eccezione o, per lo meno, una note-
vole minoranza, nei confronti della maggior
parte dei letti costruiti fino al XVIII secolo,
fabbricati in legno.
Fu nel secolo XIX che invalse e prese piede
l’uso della costruzione dei letti in ferro. Se
ne fecero dapprima di ferro pieno e massiccio,
poi con tubi vuoti, in forme forgiate a fuoco,
in vari disegni, spesso complicatissimi, con
le spalliere sovente modellate a volute e gi-
rali. Più tardi, al tondello ed al tubo, si ag-
giunse la lamiera: e se ne costruirono allora
di quelli verniciati, da sembrare legno. Fino
a quando l’introduzione della ghisa, e la con-
seguente facilità di ottenere parecchi esem-
plari dallo stesso stampo, non contribuì —
praticamente — anche in questo campo, a
limitare, tranne rari casi, Ja fantasia e l’estro
creativo degli artigiani del ferro, che non
poterono più estrinsecarsi autonomamente,
al di fuori delle pressanti e pur giustificate
esigenze industriali.
Malgrado la loro grande diffusione, i letti
in ferro del secolo scorso restarono egualmen-
te — in un certo senso — i parenti poveri di
quelli delle epoche precedenti che, pur scarsi,
si trovavano quasi senza eccezione in dimore
gentilizie; e sempre, poi, in situazione di in-
feriorità rispetto a quelli di legno. Il loro uso
si diffuse soltanto presso le classi di media
condizione ed i ceti più poveri: le classi ric-
che preferirono sempre il legno. È un'arte
povera, quella dei letti in ferro e, come tutte
le arti povere, è ricchissima, ricchissima di
cose belle, che attendono solo di essere sco-
perte, magari nell’antro di qualche rigattiere,
o nella francescana nudità di qualche casa di
campagna.
Ricordiamo di averne visti, con le loro spal-
liere nelle quali l'eleganza e la semplicità della
linea si sposano alla forza rude del metallo
appena plasmato, oppure foggiate con tanta
abilità e leggerezza, da farle parere non di fer-
ro, ma di sostanza malleabile senza fatica, in
rustiche case della campagna piemontese e
dell’entroterra ligure: spiccanti sulle pareti
imbiancate a calce, da soli od assieme ad altri
oggetti, fabbricati con lo stesso materiale e
con la stessa maestria: portacatini, stupendi
lumi a petrolio. Uno spettacolo da far sobbal-
zare di gioia i tenaci ricercatori di bellezze oc-
culte, e da indurli ad offrire somme considere-
voli, pur di potersene assicurare il possesso.
Oggi l’opera di riscoperta si va gradatamen-
te sempre più diffondendo, ed i pezzi che un
rigattiere — anni fa — quasi rifiutava od
acquistava malvolentieri e solo a prezzo di
lunghe insistenze, pagandoli un tozzo di pane,
e che finivano subito relegati nell'angolo più
buio ed inaccessibile del suo magazzino,
stanno ora tornando trionfalmente alla luce,
vengono esposti dalle più raffinate botteghe
d’arte e valutati fior di quattrini. È suprema
ambizione di molti il far mostra di estrema
raffinatezza esibendo all'ospite camere da
letto nelle quali spicca, tiene il posto d’onore,
il fino a qualche tempo fa obliato letto di
ferro. Magari, nel passaggio dalla casa di
campagna all’appartamento signorile, qual-
che particolare è cambiato: non più, ad esem-
pio, lumi a petrolio, lenzuola di ruvida tela,
niente portacatini... Per non parlare di un
altro oggetto, essenziale al completamento di
quel certo umile e genuino ambiente, di quella
certa atmosfera ‘agreste: il “prete”, con il
quale molto spesso, in campagna, il letto vien
riscaldato, il “prete”, adorabile oggetto che
ora va scomparendo; ricordiamo che appunto
uno dei bellissimi letti da noi visti ed... ado-
perati in Piemonte, ci si presentò, alla luce
un po’ fioca del lume a petrolio, come già
occupato da un corpo immobile. Il che ci
tenne in agitazione fino a quando, accostatici
con cautela e sollevato il lenzuolo, ci accor-
gemmo che si trattava del sullodato simpatico
“prete”, sistemato dai previdenti anfitrioni
a riscaldarci le coltri... No, quella certa at-
mosfera è decisamente cambiata. S'è fatta
più “snob”, meno genuina: nello stesso tempo,
però, valorizza finalmente l’oggetto quanto
esso merita,
Ma non soltanto nelle stanze degli apparta-
menti signorili si possono rivedere questi
letti: può capitare, come ci è capitato, di tro-
varne delle spalliere in giardini privati, uti-
lizzate a mo’ di piccole balaustrate. E, lasciando
indiscussa l'originalità dell'adattamento, pro-
duce una curiosa e quasi irritante sensazione
il pensare a questa parte dell’arredamento
della casa, così spiccatamente “interna”, in-
tima, così dichiaratamente simbolo di prote-
zione, di riposo — il letto ci protegge quando
siamo malati, accoglie i nostri corpi stanchi
e dà loro sollievo così indiscretamente
esposta alla luce del sole, all'aria, alle incle-
menze ed ai rigori del tempo.
Uno dei più ricchi esemplari di letto in ferro «alla
siciliana » del XVI secolo, Si trova nella casa Bagatti
Valsecchi di Milano, Esemplari di questo genere ma
di epoca più tarda si trovano nel museo di Palermo.
Nella foto a destra un primo piano della testata dal
riechissimo motivo floreale,
(li antenati
dell’ automazione
Niente nasce dal niente: è una regola di-
venuta un proverbio e, (per quanto î proverbi
non sempre siano la saggezza dei popoli), è
una verità che non può essere messa in dubbio.
Così ogni scoperta, ogni invenzione, ogni inno-
vazione dell’uomo in tutti i campi, nella scien-
za, nella tecnica, nell’arte, nella letteratura,
non nasce dal nulla. L’aneddoto di Archimede
che scopre il principio dell’idrostatica stando
nel bagno e balza fuori grondando acqua e
gridando “ eureka !" è molto suggestivo e pro-
babilmente è anche un episodio vero. Ma non
può esservi dubbio alcuno che dietro quell’in-
tuizione, quell'improvvisa illuminazione, c'era
tutta una elaborazione intellettuale, una pro-
fondissima conoscenza scientifica.
Ci siamo proposti di illustrare, in una serie
di articoli, i precedenti, le fonti alle quali ha
attinto, nei vari campi, la civiltà di oggi.
Il primo argomento che abbiamo prescelto è
l’automazione, dei cui precursori ci parla Alberto
Mondini.
Nessun fenomeno storico è tanto improv-
viso che non se ne possano rintracciare i
precedenti: questo vale per le rivoluzioni po-
litiche, per quelle economiche, e industriali,
come pure per ogni sorta di evoluzione tec-
nica. Ma sarebbe troppo pretendere che
questa verità, a volte non perfettamente in-
tesa persino dagli storici di professione, fosse
tanto familiare all'uomo comune, anche colto,
da impedirgli ogni tanto di lanciare grida di
stupore, di ammirazione o di sdegno perché
il mondo, con una giravolta degna d’un veli-
volo da acrobazia, si starebbe mettendo su
una strada completamente nuova, e non prima
immaginata né immaginabile.
Noi viviamo in un mondo di tecnici, di
cui però si fanno portavoce, sui giornali,
sui libri e sulle riviste, persone che hanno
specializzazioni, se pur ne hanno, tutte di-
verse; e per solito, avendo frequentato per
qualche anno una facoltà di giurisprudenza,
sono di diritto dottori in legge. La macchina
in genere, e in particolare l'automazione che
ne rappresenta il trionfo, incutono in queste
persone una sorta di misterioso terrore; e que-
Henry Ford, fondatore della grande industria automobilistica americana insieme a Edison. Ford fu il primo ad
introdurre nell’industria meccanica la linea di montaggio, all’inizio della prima guerra mondiale.
sto spiega ciò che comunemente ne ‘scrivono,
Ricercando alcuni antenati illustri dell’au-
tomazione, e risalendo nel tempo a quella che
è stata la lunga gestazione di questo fenomeno,
non ancora interamente compiuto, noi ve-
dremo invece che si tratta non solo di una
inevitabile evoluzione, ma anche come essa
cominci a rivalutare la personalità umana,
che nelle fasi precedenti era stata notevol-
mente depressa.
Il punto di massima depressione della per-
sonalità umana è stato espresso mirabilmente
da Chaplin nel suo Tempi Moderni: ricor
diamo la sequenza del protagonista alla ca-
tena di montaggio, la sua ripetizione mono-
tona di quel gesto che diviene meccanico,
anzi ossessivo. In quel momento della storia
della tecnica si può dire che l'automazione sia
già presente: se tutto non è affidato alle mac-
chine, ciò accade soltanto perché non è
pratico, 0 non è economico affidare ad una
macchina di acciaio determinate funzioni che
possono essere svolte da un uomo in veste
di macchina.
La divisione scientifica del lavoro e la ca-
tena di montaggio precedono l’automazione
non soltanto nel tempo, il che è ovvio, ma
anche con un preciso nesso di causalità;
la divisione scientifica del lavoro, che troviamo
già descritta da Adamo Smith nella sua
Ricchezza delle Nazioni, ebbe il suo profeta
maggiore in Fredrick Winslow Taylor (1856-
1915). Fino al XVIII secolo la bottega e non
la fabbrica era stata il luogo di produzione:
in bottega c’è un principale che comanda, e
gli allievi e i garzoni che eseguono; l’opera
nasce per solito non da una razionale divi-
sione del lavoro, ma da una collaborazione
non affrettata e non propriamente ordinata.
Non solo manca ogni studio dei movimenti
e dei ‘tempi dal punto di vista industriale,
ma ‘anzi si può quasi dire che il tempo non
conti, tranne in casi di particolare fretta co-
me quelli tratteggiati dal Leopardi nel suo
bozzetto sul “Sabato del villaggio”. L’in-
dustria, con le sue macchine in fila nelle
officine, impose la divisione dei compiti negli
uomini perché già le macchine per loro na-
tura vogliono i compiti divisi: il tornio, la
fresa, la mola, il trapano possono fare in
genere un lavoro solo, bene e rapidamente,
su un pezzo. Se l’oggetto da costruire è
complesso, esso deve subire una specie di
processo analitico per essere prodotto dalle
macchine; va diviso in tanti pezzi, e ognuno
di questi pezzi deve essere prodotto per
mezzo di un certo numero di lavorazioni
semplici.
Taylor rivelò il frutto dei suoi studi nel
1906, in una memoria dal titolo “The Art
of Cutting Metal” (l’arte di tagliare il me-
tallo) che egli lesse ad un gruppo di inge-
gneri a New York; aveva cinquant’anni,
e la sua carriera fino allora era stata una
storia edificante da libro di lettura per la gio-
ventù: nel 1880, dopo due anni come operaio,
sopra: Oliver Evans, inventore della cinghia senza
fine (1783), in una vecchia stampa che lo ritrae
nella sua officina, circondato dai figli, per i quali
amava costruire complicati giocattoli. La cinghia
di Evans si può considerare un illustre antenato
della catena di montaggio.
i
(HMI
II
sotto: la lavorazione dei suini nel macello di Cincinnati negli Stati Uniti fu organizzata nel 1873 con
criteri che sono alla base delle attuali catene di montaggio, cioè suddividendo il lavoro in tante fasi sue-
cessive, ognuna delle quali affidata ad un operatore diverso. Come si vede nella foto, î maiali appesi a
carrucole scorrenti su una guida, venivano fatti avanzare gradatamente, in modo che gli operai potessero,
senza muoversi dal posto di lavoro, compiere una semplice azione, sempre la stessa, come il taglio, il
lavaggio ece. Se si sostituiscono ai suini i pezzi di un'automobile, si avrà una catena di montaggio.
era divenuto capo-operaio alla Midvale Steel
Company, poi divenne yaster, poi engineer.
Lavorava di giorno, studiava di notte, e nei
ritagli di tempo scopriva l'acciaio rapido per
utensili. Nella scoperta dell’acciaio rapido
Taylor portò il metallo al limite del suo
rendimento; perché non doveva esser possi-
bile fare altrettanto con gli esseri umani?
In una lezione tenuta a Harvard nel 1909,
Taylor si riferisce apertamente al precedente
militare: «Il sovraintendente generale delle
officine trasmette i suoi ordini su biglietti o
cartoncini scritti attraverso i vari ufficiali ai
lavoratori, allo stesso modo in cui vengono
diramati gli ordini del generale comandante
una divisione ». E qui Taylor ha usato la
voce officers per indicare i vari gradi gerarchici
che nell’officina stanno fra colui che dirige
tutto e coloro che eseguono. La vita militare,
dopo l’introduzione delle armi da fuoco, rap-
presentò un ottimo esempio dell’uomo che
faceva da macchina in attesa di una meccaniz-
zazione maggiore. Il fucile ad avancarica era
una buona arma per ottenere una discreta
massa di fuoco, a patto che si schierassero i
soldati su tre file: una in piedi, una in ginoc-
chio, e una a terra, e si usassero movimenti
standardizzati per il caricamento, il punta-
mento e lo sparo. In quell'epoca nacquero i
“battaglioni che manovravano come orologi”
sulle piazze d'armi d’Europa.
Per aumentare la celerità del tiro vennero
i fucili a retrocarica e a ripetizione; ma la
ripetizione a mano non bastava: Maxim in-
trodusse la mitragliatrice, che nella prima
guerra mondiale costituì il primo esempio
di automazione messo a disposizione delle
masse...
La linea di montaggio rappresenta in un
certo senso il procedimento contrario della
diyisione del lavoro; essa è la sintesi, mentre
la divisione è l’analisi. Gli antenati illustri
della catena di montaggio sono la cinghia
senza fine di Oliver Evans (1783), applicata
nel mulino di Redclay Creek Valley, il macello
dei suini a Cincinnati (1873) e gli stabilimenti
di inscatolamento delle carni a Chicago (1878).
Ma fu Henry Ford a introdurre veramente
nell’industria meccanica la linea di mon-
taggio, all’epoca dell’inizio della prima guer-
ra mondiale. La linea di montaggio che cam-
mina attraverso l’officina, e dove le macchine
nascono dalla riunione delle singole parti,
porta un elemento nuovo nella vita di fab-
brica: un #eo così preciso quale solo si può
riscontrare nella “battuta” della musica.
Questo tempo è indubbiamente più adatto
alle macchine che non agli uomini.
L’organizzazione della produzione è tale
che i compiti richiesti agli uomini divengono
ogni giorno meno numerosi e più semplici;
d’altra parte le macchine divengono più ver-
satili, più abili e capaci di lavorazioni più
complesse.
Queste due tendenze si possono visualiz-
zare come due correnti convergenti, che s’in-
contrano sull’automazione; da una parte ab-
biamo l’uomo, che per lavorare con le mac-
chine e fra le macchine, con un tempo ob-
in alto: lavoro a catena alla Ford all’inizio del secolo. La foto può
considerarsi, in un certo senso, un documento storico. Da questo mo-
mento entra infatti nella fabbrica un elemento nuovo: il tempo, un
tempo così preciso ed incalzante che rivoluzionerà il concetto del lavoro
industriale,
in basso: la nuova organizzazione del lavoro adottata da Ford nelle sue
fabbriche si dimostrò ben presto come uno dei fattori essenziali per
ottenere il massimo rendimento produttivo, Nella foto, una fase di una
moderna catena di montaggio, sempre alla Ford.
IO
Max -—
vai —e. ce x «=
sopra: anche gli stabili»
menti di inscatolamento
delle carni a Chicago si
organizzarono nella
conda metà dell’Ottocen-
to con sistemi di lavoro
a catena, resi indispen-
sabili dall'enorme quan-
tità di capi di bestiame
che bisognava macellare
e inscatolare molto rapi-
damente. Mandrie come
quella riprodotta in que-
sta stampa del 1874
giungevano agli stabili
menti senza interruzione,
dopo lunghe marce at-
traverso le praterie.
se-
mento automatizzato, la
mai a scopi bellici e che
bligato, il lavoro diviso ecc. semplifica gra-
dualmente i propri compiti; dall’altra ab-
biamo la macchina, che avanza verso compiti
di maggiore complessità.
La base economica non manca mai in nes-
suna trasformazione dell’industria; non è
mancata alle prime filande italiane del Tre-
cento e del Quattrocento, alla rivoluzione
industriale inglese del Settecento e dell’Ot-
tocento, non è mancata al Taylorismo, non
può mancare alla linea di montaggio di Ford.
Mancava a quella di Evans, forse, cento anni
prima. Ma Ford aveva un continente asse-
tato di automobili da rifornire, un continen-
te che era stato colonizzato in virtù del ca-
”
al centro: il mulino di Oliver Evans azionato da un complicato
gioco di cinghie senza fine,
a destra: la prima guerra mondiale creò un perfetto stru>
mitragliatrice. La seconda portò, con
il radar, le applicazioni elettroniche, che sono alla base dell’at-
tuale, vera automazione (la macchina che si controlla e si cor-
regge da sé), Esempi straordinari di applicazione dell'automa-
zione sono i missili che inseguono automaticamente il bersaglio
ad altissime velocità. Nella foto, una delle stazioni radar che
compongono, al largo delle coste americane, la rete di avvista-
mento elettronico di protezione. È augurabile che non servano
elettronica possa svilupparsi esclusi-
vamente nelle attività pacifiche, dove le sue applicazioni si stanno
estendendo in modo sempre più largo.
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moi
do
Essi
vallo e della ferrovia, e attendeva l’età del
motore per affrontare con un mezzo indivi-
duale la propria vastità, vero problema dei
problemi per i colonizzatori di ogni epoca
e di ogni terra.
Osservando la linca di montaggio di Ford,
I. R. Smith, un fabbricante del Milwaukee,
chiese spontaneamente: « Si possono costrui-
re i telai d’automobili senza l’intervento del-
l’uomo? ». Si era nel 1916, i servomeccanismi
erano sconosciuti persino di nome. Nel 1929
Smith, tornando sull'argomento, osservava:
«Un telaio completo lascia l'estremità del
nastro trasportatore ogni dieci secondi, già
pronto per la verniciatura. Dal momento in
cui entra in officina il pezzo d’acciaio alla
consegna di un telaio completo, già verniciato
e pronto per il magazzino, passano appena
novanta minuti »,
Ai futuri storici dell'automazione le fab-
briche di Henry Ford sembreranno dei curiosi
tentativi, esprimenti più che altro un desi-
derio, un bisogno di automatismi, così come
la turbina a vapore di Giovanni Branca (1629)
esprime la necessità di un motore il cui fun-
zionamento sia più indipendente dai capric-
ci della natura di quello dei molini ad acqua
o a vento. La possibilità della vera automa-
zione scaturisce con l'elettronica, ed è ancora
una volta l’arte della guerra a portarla. Nel
radar l’inseguimento automatico del bersaglio
sostituisce quello manuale perché la mac-
china può fare cose che l’uomo non è in
grado di fare altrettanto bene. Segnali di po-
tenza irrisoria vengono paragonati, e la loro
differenza, il segnale d'errore, viene ampli-
ficata tanto da renderla capace di far girare
meccanismi che pesano quintali.
La caratteristica del feed back (controreazio-
ne), che sta alla base di questi automatismi, è
un’immediatezza sorprendente e una finezza di
controllo immensamente superiore a quella
che possono dare i sistemi meccanici. Con
questo l'automazione entra nella sua fase at-
tuale; gli antenati più o meno illustri che le
abbiamo trovato costituiscono un ramificato
albero genealogico, che risale ai battaglioni
manovranti a Potsdam e nelle altre piazze
d’armi non prussiane.
Mancano, in questa schiera di ascendenti,
gli automi, che pure ci si aspetterebbe di
incontrare. non hanno mai avuto una
parte di rilievo nell'industria, se non come
pubblicità dante /fferam delle macchine, a
mostrare quali prodigi un congegno possa
fare; il loro sviluppo, le meraviglie di cui
erano capaci, il fatto che tanti illustri ingegni
meccanici, non escluso Leonardo, vi si de-
dicassero, dimostra fino a qual punto abbia
importanza la base economica. Le grosse mac-
Essi
chine, i cicli di lavoro, la disciplina di fabbrica,
non servivano che sporadicamente e solo per
la guerra; e infatti la disciplina regnava nelle
miniere, le fonderie di cannoni lavoravano
intensamente quando il nemico era prossimo
alle porte 0 poco prima. Ma mancava total-
mente un potere d’acquisto diffuso, mancava
un mercato nel senso moderno, e una menta-
lità mercantile che non fosse quella del sem-
plice commercio. Finché non fu pronto il
cliente, la fabbrica non nacque; è dal benes-
sere diffuso, dalla fame di prodotti che trae
alimento l'automazione, fi finale di un
lungo processo che tende ad esonerare l’uo-
mo dai compiti più onerosi della produzione.
fase
“ Belve,,
e cubisti
Marco Valsecchi ci ha dimostrato, nello scorso
numero della Rivista, citando esempi presi da
ogni epoca, come il contrasto profondo fra ar-
tisti innovatori e tradizionalisti non sia una
prerogativa della nostra epoca, ma si possa
ritrovare, con identiche caratteristiche in ogni
momento della storia dell’arte. In questo secondo
articolo, Valsecchi ci riporta alle origini della
pittura «fauve» e del cubismo, che tanta parte
hanno avuto nell'evoluzione delle arti figurative
agli inizi del nostro secolo.
Uno dei motivi ricorrenti nella storia del-
l’arte contemporanea è quello della rivoluzio-
narietà delle espressioni maturatesi al princi-
pio di questo secolo, rispetto a quelle del
secolo scorso. Si dice infatti: nel secolo. scor-
so il mondo naturale, con le sue figure, i
suoi grandi spettacoli, era al centro dell’ispi
razione dell’artista; nel secolo
attuale si è
fatto il vuoto, si è rifiutata la matura e ora
gli artisti riempiono quel grande spazio de-
serto con forme geometriche © addirittura con
fregacci e macchie casuali. E a dire il vero, il
confronto messo in questi termini, ha una
sua efficacia diretta, vivacissima. Ma senza
toccare grossi discorsi difficili, è bene dire
che il confronto messo in questi modi è per
lo meno superficiale; si dimentica cioè di
mettere a confronto invece l’aspetto fonda-
mentale, e cioè l'intelligenza dell’uomo, del-
l’artista dei due differenti periodi di tempo,
e con l’intelligenza, il grado di conoscenza
dell’uomo d’oggi con l'uomo di ieri. E per
non sbagliare un’altra volta, dico subito che
non si tratta di dichiarare che l’uomo d'oggi
è più intelligente 0 anche soltanto più infor-
mato dell’uomo di ieri; ma solo per dire che
il rapporto che l’uomo moderno ha stabilito
con le cose che si trova attorno alla sua vita,
quotidianamente, è diverso dal rapporto del-
l’uomo del secolo ed è, anzi, un
rapporto che si sposta di continuo, di gene-
razione in generazione, tanto che l’uomo del-
l’Ottocento, per continuare questo esempio,
vive con un rapporto col mondo diverso da
quello con cui viveva l’uomo del Settecento,
e così via. Pensiamo per esempio agli artisti
degli ultimi decenni del secolo scorso: il
centro della loro ispirazione era la natura,
cioè il mare, la terra, le nubi del cielo, le vi-
cende atmosferiche, i diversi colori delle sta-
gioni. Facciamo un breve passo indietro, ai
primi anni dell’ Ottocento, e vedremo allora
che il centro ispirativo degli artisti era un'idea
di bellezza, che rispondeva al canone dell’arte
greca e romana, cioè uno schema, un insieme
di regole ideali, che differiva assolutamente
dagli aspetti reali e quotidiani della natura
e delle sue figure, E per questo diremo che
SCOrSO;
nella pagina accanto: « Ponte
di Londra» (1907) - (collezio»
ne privata) di André De-
rain, uno dei capiscuola
della pittura cosiddetta «fau-
ve». Fauve, in francese, vuol
dire belva e «belve», cioè
selvaggi. vennero chiamati
spregiativamente aleuni gi
vani pittori che, con Derain,
esposero a Parigi al «Salon»
del 1905 un gruppo di opere
destinate a portare nella pit-
tura una nuova rivolta, do-
po quella operata quaran-
t'anni prima dagli impressio-
isti. I principi ai quali si
ispirarono le «belve» nel
dipingere erano: abolire le
ombre e l'illusione prospet-
tica, esaltare il colere senza
preoccuparsi di falsare la
natura, usando largamente
le tinte pure. I fanves guar-
davano ancora al mondo
reale, ma lo trasformavano
con l'immaginazione perché
pensavano che la natura non
poteva più esaurire le fanta»
sie e le intuizioni dell'uomo
moderno.
«Ma jolie» (collezione Ju-
cker, Milano), un’opera del
periodo cubista di Pablo Pi-
casso, altro grande maestro
e innovatore della pittura
moderna. Con il cubismo,
di cui furono iniziatori Pi.
casso e Georges Braque, la
pittura abbandona la rap-
presentazione della natura,
sostituendola per la prima
volta con una visione del
mondo geometrica, statica,
come uno spazio chiuso in
cui le figure sono ridotte
alle forme elementari del
cubo, della sfera, del cilin-
dro, Ogni slancio romantico
è respinto: la pittura, dico-
no i cubisti, deve nascere
dalla riflessione intellettuale.
Picasso arrivò al cubismo
per strade diverse da quelle
seguite dagli altri pittori. Il
suo punto di partenza fu lo
studio dei fetieci negri, for-
temente stilizzati e portati
nei primi anni del secolo a
Parigi dall'Africa. Dapprima
Picasso comin a semplifi-
care al massimo le figure, co-
me nei feticci, riducendole alle
linee essenziali, geometriche.
Poi eliminò a poco a poco
anche la prospettiva ridu-
cendo la rappresentazi
degli oggetti due dimen-
sioni, distendendoli sulla te-
la come a volerne cogliere
contemporaneamente, in una
figura geometrica, tutte le
parti: esterno e interno, da-
vanti e retro, sopra e sotto,
14
4 %
Li
in alto: « Natura morta in controluce», dipinto da Henri Matisse nel 1899, anno in cui il caposcuola dei fauves
cominciò ad impiegare i colori puri. Matisse ha continuato, durante tutta la prima metà di questo secolo, a ca-
ratterizzare la sua pittura con una forte e originalissima personalità. Una delle sue ultime e più note opere è la
cappella di Vence (1947-51) che costituisee una specie di te istico del tro spentosi a 85 anni, nel 1954.
in basso: «L'orchestra» di Raoul Dufy, un fauve che come gli altri del gruppo si ispirò all'esempio di Van
Gogh, il quale diceva di usare «i colori in modo arbitrario, per espri i più for ». Dufy affermava
che i fauves volevano introdurre «il miracolo dell’immaginazione nel disegno e nel colore».
c'è stato un tradimento? O non piuttosto che
ci fu un mutamento di ideali, di rapporti tra
l'uomo e gli interrogativi eterni del suo
esistere? Di conseguenza, come le genera-
zioni del passato, anche le generazioni di
questi ultimi decenni hanno cercato altre
“figure”, altre “immagini” per meglio rap-
presentare le proprie idee, le proprie cono-
scenze del mondo, fisico e ideale. È bene
quindi diventare diffidenti quando leggiamo
o sentiamo dire che l’uomo moderno è meno
umano dell’uomo del passato o non ha più
il senso dell’arte. Come ogni artista del pas-
sato, l'artista moderno ha cercato e prodotto
nuove forme, nuove espressioni. Talune di
esse sono cadute, perché soltanto sperimentali;
talaltre sono rimaste valide perché più a
fondo hanno rivelato le verità e le intuizioni
fantastiche del nostro tempo.
E del resto guardiamo alla storia dell’arte,
guardiamo agli esempi più alti della creazione
artistica del secolo scorso, proprio ai maestri
francesi dell’impressionismo: a Cézanne, a
Monet, a Renoir, i quali ebbero per molti
decenni la felicità di vivere in un periodo in
cui la rappresentazione della matura e dei
suoi spettacoli quotidiani stava al centro de-
gli ideali artistici. Ebbene, anche i pittori
impressionisti francesi mutano strada, cer-
cano altre forme ed espressioni con una ener-
gia, una intrepidezza intellettuale ammirabili,
invece di dormire sul grosso capitale dei suc-
cessi. Se hanno cambiato strada, non lo fe-
cero per capriccio, ma per una necessità in-
teriore, perché man mano si erano trasforma-
te le loro idee, trasformato si era il rapporto
col mondo. Per quei pittori citati, come per
altri, tra cui Fontanesi, Fattori, l’arte era un
modo di esprimere una fiducia e un sereno
dialogo con la natura circostante. Perché i
fiumi, i boschi, le strade con la folla, gli
interni borghesi illuminati a gas, le merende
sui prati, le campagne silenziose, le maremme
solitarie non appaiono più nei dipinti? Che
cosa è successo, per cui gli artisti inseguono
altre immagini, altre figurazioni, altri ideali?
È stato persino facile dire che, per aver
abbandonato queste care immagini del mon-
do reale e umano, Parte si è disumanizzata e
inaridita. Considerando però meglio quanto
è avvenuto in questo ultimo mezzo secolo,
mi pare di poter dire che il punto fonda-
mentale della trasformazione avvenuta e per
la quale l’arte d’oggi sembra la negazione di
quella precedente, sia questo: il paesaggio
esterno, di natura, ha lasciato il posto nel-
l'ispirazione dell'artista a un paesaggio in-
teriore, d’anima, di cose intuite, pensate o
presentite, più che vedute.
L’arte quindi non ha sfuggito l’uomo;
semmai gli è entrata dentro, nel segreto del
suo cuore, vi ha incontrato le eterne impronte
dell’intelligenza, gli eterni sentimenti, le an-
tiche aspirazioni di armonia e di felicità; ma
vi ha pure incontrato i turbamenti, le angosce,
le solitudini della vita contemporanea, i cre-
scenti dubbi di fronte ai drammatici avveni-
menti della storia moderna: guerre, rivoluzioni,
minacce di annientamento; cioè tutto un pae-
saggio nuovo di sentimenti e di sensazioni,
che doveva inevitabilmente trasformare la
visuale della vita singola e collettiva e di con-
seguenza la visuale dell’arte e sospingere l’ar-
tista moderno a cercare nuove immagini pit-
toriche o plastiche che non fossero soltanto
aderenti alla realtà visibile, ma portassero in
sé anche il riflesso di quella nuova interiorità.
In tal modo artista ha cercato, prima, di
forzare gli aspetti delle cose, alterandole, di-
latandole con le luci e le ombre dell’intelli-
genza e della passione. Paul Gauguin, per
esempio, con la sua partenza verso le isole
del Pacifico, dove gli uomini vivevano an-
cora come in un paradiso terrestre, sembra-
va fuggire la vecchia, traballante Europa, in
cerca di una nuova sensibilità primitiva €
innocente; Van Gogh, il pittore olandese
amico di Gauguin, voleva invece “redimere”
gli uomini, rivelando loro nuove verità di
sentimento; e ambedue questi pittori, col ros-
so e col giallo violento suggeriti dalla loro
fantasia pittorica, cominciarono a trasformare
gli aspetti e la visione delle cose e delle fi-
gure. In una lettera del 1888 a suo fratello,
Van Gogh scriveva infatti: «Invece di cer-
care di rendere esattamente ciò che ho da-
vanti agli occhi, mi servo nel modo più
arbitrario del colore per esprimermi più
fortemente ». Cioè, dalla parte dei pittori di
questo temperamento venivano a sfociare
gli ardori del vecchio romanticismo, in cui
si ritrovano non poche faville accese da
Delacroix, tanti decenni prima.
Un altro gruppo di pittori cercò non solo
di forzare, alterare, dilatare gli oggetti; cer-
cò di arrivare anche oltre le stesse cose reali,
nell’ordine della razionalità geometrica, ot-
tenendo per la pittura quella libertà di espres-
sione, senza appoggi sul mondo reale e visi-
bile, che già possiede per esempio la musica
e l’architettura, che non conoscono infatti
problemi di imitazione a qualcosa di già
esistente in matura, ma esprimono invece
con la libertà consentita dai propri mezzi la
libertà inventiva dei singoli artisti. Paul Klee,
un pittore tedesco morto in Svizzera nel
1940, espresse un giorno sinteticamente que-
sta nuova libertà della pittura con le seguenti
parole: « Essa deve rendere visibile l’invisi-
bile, giungere fino al cuore del mondo».
Per cui non è nemmeno giusto dire che
l’arte d’oggi, specie quella astratta, cioè che
si esprime ricorrendo alle figure della geo-
metria o a un libero disporsi dei colori e dei
segni sulla tcla, abbia rifiutato per disprezzo
o anarchia la realtà, che è servita come fon-
damentale riferimento di figure per l’arte
fino agli inizi del nostro secolo. Ha invece
individuato un nuovo settore di indagine
da aggiungere alle nostre conoscenze per al-
largarne i limiti o per intensificarne l’espres-
sività. E bene tener presente altre afferma-
zioni, oltre a quella testé citata di Klee; per
esempio quella di Maurice Denis, il quale
diceva che un dipinto non è più una specie
di finestra aperta sul mondo reale, ma « una
superficie piana di colori in un certo ordine
disposti »; oppure quella di Paul Cézanne,
«Vaso di gerani» (1915) di Juan Gris, nome d’arte del pittore spagnolo
Josè Vietoriano Gonzalès, Arrivato nel 1906 a Parigi, Gris vi rimase fino
alla morte, avvenuta nel 1927. Il suo maestro fu Picasso, di cui è evi-
dente anche in questo dipinto l'influenza cubista. Di Gris sono molto noti
anche i quadri eseguiti dopo il 1912 con la tecnica del “collage”. In essi,
come pure nei dipinti, l'artista usava inserire pezzi di cristallo. «Una super-
ficie può essere trasferita su una tela - affermava Gris - un volume vi può
essere interpretato, ma uno specchio, una superficie mutevole © che riflette lo
stesso spettatore? Non si può che incollarla, sotto forma di cristallo».
16
che «è necessario riprodurre la natura tra-
mite le figure del cono, del cilindro, della
sfera ». A questo punto, pur nella semplicità
dell’esemplificazione ridotta ai suoi estremi
più evidenti, abbiamo dinanzi due gruppi,
che si potrebbero definire con i vecchi ter-
mini di “romantici” e di “classici”: nel pri-
mo caso coloro che danno libero sfogo al-
l'invenzione della fantasia, alle figure sug-
gerite dall’irrazionalità dell’immaginazione e
del sentimento; nel secondo caso coloro che
lasciano prevalere le figure chiuse e precise
della geometria come simbolo di un ordine
intellettuale, di un controllo costante del ra-
ziocinio, estraneo ‘ai soprassalti della passio-
nalità. E sempre per esemplificare questa spar-
tizione iniziale delle grosse e numerose vi-
cende dell’arte moderna, nel primo gruppo,
con Van Gogh e Gauguin, metteremo per
esempio tutti i pittori fauves francesi e i pit-
tori espressionisti tedeschi, verso il 1905;
nel secondo gruppo, dove sta Cézanne, ve-
dremo i cubisti, un certo lato dei futuristi
italiani, e i primi astrattisti, come appaiono
negli anni attorno al 1910.
Questa selva di termini in “ismo” può
sembrare intricata come un labirinto. Ma
esaminate con una certa calma riflessiva, que-
ste parole non sono più difficili di qualunque
altra classificazione, che si è pure usata anche
per gli artisti dei secoli passati. Dobbiamo
cioè ritenerli niente altro che indicazioni ini-
ziali, quasi topografiche della vasta distesa
delle correnti dell’arte moderna. E per di più
sono termini che nacquero quasi per caso;
dopo che le opere erano state eseguite, e quasi
per dileggio dalla critica e dal pubblico. Ades-
so stiamo esaminando i fauves e i cubisti,
cioè due iniziali correnti dell’arte francese di
questo secolo.
Fauve, in francese, vuol dire belva, e quin-
di animale selvaggio. Durante la grande espo-
sizione tenutasi al Salon di Parigi del 1905,
una sala raggruppava i dipinti eseguiti in
quell’anno, 0 immediatamente precedenti, di
Matisse, di Derain, di Vlaminck, di Dufy, di
Othon Friesz, di Van Dongen, di Manguin,
di Marquet e altri. In mezzo alla sala venne
messa una statuetta in bronzo di uno scul-
tore dai modi piuttosto scolastici e tradizionali,
Questi pittori avevano tutti all’incirca tren-
t’anni e si avvicinarono non per effetto di un
programma estetico preciso, ma per un avvi-
cinamento spontaneo di giovani interessati
alle stesse ricerche pittoriche.
Le basi di questa ricerca comune possiamo
riassumerle in questo modo: l’assoluta abo-
lizione delle ombre e dell’illusionismo pro-
spettico; l’eccitazione cromatica di ogni par-
ticolare del dipinto, senza preoccuparsi che
i colori siano uguali a quelli della natura (gli
alberi rossi, i prati gialli, il cielo viola, ecce-
tera), è l’uso dei colori puri, suggerito dall’im-
maginazione, per ottenere un effetto decora-
tivo, di invenzione fantastica, 0 un effetto
d'urto cromatico, quasi un grido lacerante.
È vero che questi pittori guardano ancora al
mondo reale; ma l’imitazione è stata abban-
donata per inseguire qualcosa di più sogget-
tivo, come l’emozione 0 il senso d’eleganza
decorativa, o lo slancio lirico, nella persua-
sione che il mondo naturale non potesse esau-
rire tutte le fantasie e le intuizioni dell’uomo
moderno. Dopo quanto scrisse Van Gogh,
che «usava i colori in modo arbitrario per
esprimersi più fortemente», è da ricordare
quanto disse un giorno Dufy per chiarire il
senso di quella “arbitrarietà” creativa: «il
miracolo dell’immaginazione introdotta nel
disegno e nel colore ».
Un critico visitò quella mostra; vide la
sala con i dipinti dai colori così splendenti,
eccitanti, e riferendosi alla statua in mezzo
a loro, esclamò: «ecco là Donatello in mez-
zo alle belve». La parola fece scandalo, ma i
pittori la raccolsero e se ne fregiarono come
di un distintivo. Lo spirito di libertà e il
grado diversamente emotivo di quei singoli
pittori si volgevano, pur sopra un fondo
comune, verso risultati differenti, Matisse
aspirava a «un'arte d’equilibrio, di purezza,
di tranquillità, senza soggetti inquietanti ©
preoccupanti », sostenuta da un ideale di
lusso, calma e voluttà (ed è questo il titolo
di un suo dipinto eseguito verso il 1907).
Gli era vicino in questo senso Dufy; e in
questa ricerca dell’eleganza pittorica entrava
la suggestione della pittura e del disegno giap-
ponese, diffusi dal gusto /ber)' di quegli
anni. Vlaminck invece, in comune con De-
rain, di spirito più turbolento e popolano,
voleva raggiungere effetti più passionali,
esprimere motivi di protesta sociale e di insod-
disfazione morale; mentre Rouault, dotato
di uno spirito coltivato alle letture bibliche
e quindi volto a immagini di severità reli-
giosa, cercava di rappresentare in termini
nuovi, anche con irruenza polemica e grot-
tesca, un motivo di denuncia religiosa, peni-
tenziale. Così come si erano incontrati, si
distaccarono man mano gli uni dagli altri
e l'evoluzione della loro arte, nei molti anni
successivi, fu diversa per ciascuno di essi.
Anche il termine cubismo nacque per caso
e per dileggio. E l'occasione venne fornita
da un gruppo di dipinti che un giovane pit-
tore francese, Georges Braque, presentò alla
giuria perché fossero ammessi alla mostra
del Salon di Parigi del 1908. Vi erano rap-
presentati dei paesaggi di Provenza che il
pittore aveva dipinto dal vero, chiamato nel
sud della Francia dall’ammirazione per la
pittura di Paul Cézanne, morto appena due
anni prima. Le case, squadrate come blocchi
di pietra, scalavano l’erta della collina e anche
gli alberi parevano scolpiti in una prospettiva
dura, pietrosa. Sembravano paesaggi fatti di
cristalli lucidi. E Matisse, in giuria, sbottò
spontaneamente a dire: «ecco là i cubi... »,
ricusando di ammettere i dipinti alla mostra.
Se i fauves appaiono come la parte emo-
tiva e fantastica dell’ispirazione pittorica fran-
cese di quegli anni, i cubisti obbedivano, sul-
lo spunto già detto di Cézanne sulla sfera e
il cilindro, a uno spirito di riflessione intellet-
tuale, a un predominio formale inteso come
un rifiuto dell’arbitrarietà lirica e sentimentale
delle tendenze romantiche. Alla mobilità at-
Nelle «Demoiselles d’Avignon», dipinto
da Picasso nel 1907, è chiaramente ri-
conoscibile l'influsso esercitato sul pit-
tore spagnolo dai fetieci africani. Il qua-
dro si trova nel Museo d’arte moderna
di New York.
a destra: «Le Portugais» (1911) (Kunst-
museum, Basilea) di Georges Braque,
Braque presentò i suoi primi quadri cu-
bisti alla giuria del Salon di Parigi del
1908, e venne respinto. Matisse, un fauve,
che era in giuria, sbottò: « ecco là i cubi»,
e così nacque, per caso e per dileggio,
il termine cubismo.
mosferica, al palpitare luminoso dei dipinti
dei vecchi maestri impressionisti, Braque op-
poneva una visione statica, uno spazio chiuso,
squadrato in una struttura quasi minerale, di
figure strettamente geometriche.
Si incontrò e fece sodalizio con un altro
pittore, questi spagnolo, Pablo Picasso, che
per conto suo aveva iniziato quasi identiche
invenzioni formali. Il suo punto di partenza
fu però un altro, e precisamente gli fu sug-
gerito dallo studio dei feticci negri, dalle ma-
schere scolpite degli idoli delle popolazioni
primitive dell’Africa, da poco giunte nelle
botteghe esotiche di Parigi, dai tratti forte-
mente stilizzati, anch’essi geometrici, Gli og-
getti, le figure dei loro dipinti di quegli anni
sono infatti semplificati al massimo, fino a
coincidere con le figure elementari della geo-
metria, a tagli netti, a spigoli taglienti: alberi,
case, bottiglie, strumenti musicali, qualche
figura umana. Nel volgere di pochi anni, svi-
luppando le loro immagini, eliminarono nella
rappresentazione di questi oggetti anche P’ar-
tificio pittorico della prospettiva, cioè della
terza dimensione. Gli oggetti vennero come
sezionati da uno spirito analitico di rappresen-
tazione e distesi infatti sul piano della tela,
col desiderio di cogliere, in una figura unica,
geometrica, la totalità di quell'oggetto, con-
temporaneamente tutte le parti dell'oggetto
esaminato: l'interno e l’esterno, il davanti e
il retro, sopra e sotto. Perciò questo oggetto
non interessa più per quel che è, interessa
soprattutto come punto di partenza della
rappresentazione pittorica, che diviene di
mano in mano autonoma. Anche se non si
può ancora dire sganciata da ogni riferimento
all'oggetto stesso, se ne discosta man mano
per una visione che si rifiuta di imitare la
natura. Da essa si aprirà un nuovo largo campo
creativo: quello appunto di un’invenzione d’im-
magine dettata dalla sensazione intima o dal-
la riflessione intellettuale, troncando del tutto
i problemi dell’imitazione più o meno illu-
sionistica della realtà.
18
L’idioma
automatico
L’automatismo è entrato anche nell’ idioma
Si stanno conducendo in varie parti del mon-
do, e anche in Italia, serie e interessanti ri-
cerche nel campo della meccanizzazione del
linguaggio. Secondo Cesare Marchi, autore di
questo articolo, un tipo di linguaggio mecca-
mizzato esiste già nel nostro paese ed è da
tempo entrato nell'uso comune, Le illustrazioni
sono di Giancarlo Sommariva.
Come si aggirava il ladro? Con fare sospetto.
Com'è la fuga? Rocambolesca. E l’insegui-
mento? Cinematografico. La requisitoria del
P.M.? Lucida. E l’arringa del difensore?
Appassionata. Dov'è andata la Stradale? Sul
posto. Dove brancola la polizia? Nel buio.
Questo potrebbe essere il capitolo iniziale
del “Vademecum del cronista alle prime armi”,
prezioso manuale di frasi fatte, di luoghi co-
muni, desunto, senza molta fatica, dalle prose
correnti di certo giornalismo provinciale, che
involontariamente collabora (giustificato tut-
tavia dalla fretta con cui si svolge il lavoro
di redazione) all’appiattimento del linguaggio
e alla cristallizzazione delle idee. Ma se l’af-
fannato cronista di “nera” può invocare l’at-
tenuante del poco tempo disponibile, altret-
tanto non si può dire delle circolari ministe-
riali, delle lettere commerciali, dei resoconti
di assemblee, degli o.d.g. sindacali, delle scar-
toffie burocratiche, dove pare si faccia di tutto
per congelare la nostra povera lingua in un diché
fatto di pigrizia mentale, pigrizia che strana-
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GOMMARHATE
Una donna strangolata, generalmente, che vita aveva? Doppia.
mente contrasta con la febbrile alacrità che,
a giudizio di tutti, contrassegna il
tempo,
Dove è stato colpito il vedovo? Negli af-
fetti più cari. Com'è l’età degli orfani? Tenera.
Che cosa ascolta il prefetto? I desiderata.
Dov'è venuto il malcontento della categoria?
A galla. E le proposte, dove saranno esami-
nate? A fondo. Com'è la commozione? Ge-
nerale. L’oratore dove fa la messa? A punto.
In questi ultimi tempi com’è venuta la
situazione? Creandosi.
A questo punto è doveroso sottolineare
l’importanza che assumono nelle prose odier-
ne i sostantivi “problema” e “questione”.
Li incontriamo dappertutto, si assomigliano
nostro
talmente che li consideriamo intercambiabili,
come gemelli. Unica, sensibile differenza è
che il primo predilige il teatro, il secondo
la boxe.
Infatti, dove si affaccia il problema?
Alla ribalta. Dove giace la questione? Sul
tappeto. (Qualche volta possono anche essere
messi “a fuoco”). Quale tenore è migliorato
più di tutti negli ultimi dieci anni? Il tenore
di vita. Di che cosa era l’auto che soccorse il
ferito? Di passaggio. Come sta la posizione
dell'imputato? Si aggrava, Che cosa non è
stata fatta sul delitto? Piena luce. Come sono
dirette le indagini? Personalmente. Come
sono gli accertamenti? Ulteriori. Da che cosa
sono accompagnati gli sposi nel viaggio
di nozze? Dai voti
giornale.
Questo clenco potrebbe continuare all’in-
finito. Per arricchirlo, basta leggere le notifiche
degli uffici municipali, ascoltare i presentatori
radiotelevisivi, i commentatori dei cinegior-
nali, gli oratori di una qualsiasi cerimonia
pubblica, inconsapevoli macchinisti del gran
rullo compressore che appiattisce e schiaccia,
avantie indietro, la nostra povera lingua, che for-
nì a Dante diciassettemila vocaboli, a D’Annun-
zio quarantamila, ed ora sembra ridotta a poche
decine di aggettivi e sostantivi. L'automatismo
è entrato anche nell’idioma. La costruzione
del periodo ‘assomiglia ad una catena di
montaggio, dove ogni bullone, ogni vite viene
augurali del
nestro
20
1 £ "TI
ATTILIZZIO
inserita in quel certo punto; e soltanto in quello.
Proibito ogni dubbio. Ogni sosta sarebbe un
criminoso perditempo, che rallenterebbe il
ciclo produttivo. Avanti, dunque, il miracolo
letterario italiano non tollera esitazioni.
Dove entrano le nuove tariffe? In vigore.
Di chi sono i provvedimenti? Del caso. In
quale quadro si svolgono i colloqui per il
MEC? Nel quadro della solidarietà occiden-
tale. In quale via vengono concesse le deroghe
edilizie? In via del tutto eccezionale. Come so-
no le fonti? Competenti. E il carnevale? Be-
nefico, Com'è il 4 novembre nel cuore degli
italiani? Scolpito. Che cosa fa il Po? Straripa.
E gli argini? Cedono. Di che cosa è oggetto
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Com'è il 4 novembre nel cuore degli italiani? Scolpito.
il Polesine? Di attento studio. Di chi è l’an-
ticamera? Del cervello. Dove si mantiene
l'imputato? Sulla negativa. Perché il sindaco
non va a vedere il cavolfiore che pesa nove
chili? Perché è fuori del comune. Come viene
assegnato lana? Tantum. Una donna stran-
golata, generalmente, che vita aveva? Doppia.
Che cosa elevano i disoccupati? Una protesta.
E i vigili? Una contravvenzione. Come sono
i tiratori? Franchi. E la lira? Robusta più che
mai. A quale altezza si trovava il protagonista?
All'altezza del suo nome. Com'è la palla?
Viscida. Il terreno? Pesante. Che cosa ha
ritrovato la nostra squadra di calcio? Lo
smalto dei tempi migliori. Che cosa accomu-
na l’applauso del pubblico? Vinti e vincitori.
A questo punto ci viene in mente la lettera
scritta da un lettore ad un quotidiano, qualche
anno fa. Essa diceva pressappoco così: « Signor
direttore, bisogna sempre fidarsi di quanto
sta scritto sui giornali, oppure qualche volta
è opportuno serbare nei loro confronti caute
riserve? Mi spiego. Quando si legge che
“davanti ad uno scelto e attento pubblico il
conferenziere X ha tenuto una dotta lezione
ecc. ecc.” debbo proprio credere che quel
pubblico fosse davvero scelto e che, di conse-
guenza, chi ha disertato quella conferenza
meriti di essere catalogato fra i “non scelti”
e considerato un reprobo della cultura, uno sco-
BO-VONCcr
A quale altezza si trovava il protagonista? Allaltezza del suo nome.
municato dalla vita intellettuale della città? ».
Vorremmo dire a quel preoccupato cit-
tadino che non è il caso di drammatizzare,
giacché due sono i modi di leggere i giornali:
prendere alla lettera quanto in essi è scritto,
oppure ‘interpretare’ la prosa secondo i
propri estri, esperienze e malizie. Si può
affermare che due scuole; egualmente ag-
guerrite, si fronteggiano nell’arte di leggere
i giornali, la scuola della lettera e quella che
cerca lo spirito. I teorici della seconda sosten-
gono che siccome i giornali, per ragioni di
convenienza 0 di urbanità, sono talvolta co-
stretti ad addolcire la verità, certe espressioni
stereotipe del linguaggio cronistico andranno
tradotte secondo uno speciale prontuario di
equivalenze, di cui diamo qualche campione.
“Scelto. pubblico”, secondo la scuola dei
cercatori dello spirito, è una banale crittogra-
fia, inventata per carità civica, che vuol dire
“quattro gatti”. Dotta conferenza: una barba
di due ore. La sfortuna si è accanita ancora
una volta contro i nostri giocatori: abbiamo
una squadra di bidoni. Acuta e chiara disamina:
non ha capito niente nessuno, La breve ma so-
stanziosa arringa del difensore d'ufficio: « Mi
rimetto alla corte». L’ex regina ha preso un
periodo di riposo in Svizzera: e quando mai
ha lavorato? Un lieve ritocco alle tasse: rad-
doppiano le aliquote.
ZI
Dove si mantiene l'imputato? Sulla negativa,
Nemmeno l’età resiste alle malizie della
scuola “crittografica”. Secondo queste male
lingue, ‘maturo signore” andrebbe tradotto
in “uomo sulla sessantina”, signore anziano
uomo sulla settantina, ‘molto anziano” tra
gli ottanta e i novanta. Abolita la qualifica
di vecchio. È tollerata quella di nonagenario,
purché l’interessato abbia avuto, in gioventù,
un fuggevole colloquio con Garibaldi. La gra-
duatoria adottata per le donne è la seguente:
ancora fresca e piacente (50 anni), non più
giovanissima (6o anni), non più giovane
(70 anni), anziana signora (80 anni). Varcata
tale età, la donna viene promossa “angelo
del focolare”.
L'ultima
diligenza
La gente ha perso il gusto delle cose an-
tiche. Oggi poi c'è nell’aria una smania di
“nuovo” ad ogni costo. Si cerca di cambiare,
di sbarazzarsi di tutto quello che odora di
secoli. La casa “antica” fa malinconia, si
preferisce la casa minima, ammobiliata con
mobili svedesi, magari con la poltrona ‘re-
lax”. Così nessuno (salvo rarissime ecce-
zioni e generalmente si tratta di qualche ori-
ginale) tiene nel garage la vecchia balilla ©
qualche altro cimelio del genere, come av-
viene, ad esempio, nella non lontana In-
ghilterra.
Per le vecchie automobili, per le vecchie
locomotive, o per le antiche diligenze il destino
è segnato: o la demolizione o i pochissimi
musei dove, delimitate dai cordoni e pro-
tette dalla scritta «non toccare », giacciono
tristemente Inoperose.
Per queste ragioni veder passare per le no-
stre strade congestionate, tra le macchine
costantemente impegnate in una gara col
tempo, una vecchia diligenza a cavalli, non
è uno spettacolo del tutto comune. Non è
comune, ma non è reppure impossibile.
Esiste infatti ancora una diligenza, forse
l’ultima in Italia, che, in netta antitesi con
il progresso, continua a prestare regolare
servizio pubblico, incurante dei più moderni
mezzi di trasporto. Si tratta della diligenza
che quattro volte al giorno unisce Vado
Ligure a Sant’ Ermete, un paese tre chi-
lometri dentro l'entroterra ligure.
Ogni giorno alle undici esatte la carrozza
parte dalla piazza principale di Vado, davanti
al caffè Haiti. Sono ormai settant'anni che
questo incredibile mezzo di trasporto per-
corre con ogni tempo lo stesso itinerario.
Le mosse di Giovanni Battista Marchese,
Baciccia per tutti, padrone e conducente del-
la diligenza, sono le stesse da cinquant’anni
ed eguali a quelle del padre e del nonno.
Allenta il freno, controlla i sacchi da reca-
pitare e la sistemazione dei paSseggieri, di cui
uno sull’imperiale, guarda l’orologio da ta-
sca di suo nonno e dolcemente fischia a
Nino, il morello di otto anni, suo partner
affettuoso e paziente nell’irreale spettaco-
lo d'un viaggio, un vero viaggio fuori
del tempo e della nostra comune immagina-
zione. Il tranvaietto azzurrognolo di legno
e di ferro, dalla copertura semisbrindellata,
con la scritta sbiadita sul retro ‘“ Vado-
Sant’ Ermete”, si infila tranquillo fra le
automobili, le moto e le biciclette del sob-
borgo industriale di Savona.
Oggi ci sono tre passeggieri, quattro sac-
chi e ‘altrettante lettere e giornali. Nino
ad un trotto leggero tira a testa bassa
per un buon chilometro sino alla fabbrica
della Fornicoke, prima tappa del suo viag-
gio. Qui Baciccia scarica un sacco. Cinque-
cento metri più avanti ancora una fermata:
L'ultima diligenza a cavalli, una sgangherata
carrozza di legno è di ferro in regolare servizio
pubblico tra Vado Ligure e Sant Ermete,
un paesino dell'entroterra savonese, ha la-
sciato alle spalle le ciminiere delle fabbriche
e il traffico congestionato della città per
infilarsi nella strada che corre lungo i
campi, in uno scenario che è rimasto fermo
nel tempo.
Baciccia, padrone e conducente della dili-
genza, nella vecchia stalla dove un tempo
alloggiavano sino a nove, dieci cavalli e che
ora ospita soltanto Nino, il morello di otto
annî che ogni giorno segue Baciecia nel
suo incredibile viaggio. Sulle pareti c'è il
ritratto di Bianco e di Piemonte due ca-
valli che non ci sono più e che Baciecia
ha ingenuamente dipinto con il gesso quasi
a richiamarne magicamente la presenza.
una donna gli consegna un involto e ne
scende un’altra che fino allora aveva letto
il giornale. Bastano quattrocento metri per
giungere alla terza tappa dove scendono
gli altri due viaggiatori.
E siamo all’ultima fase del viaggio.
Nino trotta ora a testa alta ed a testa alta
è anche il suo padrone, quasi incollato alla
parete della diligenza che dà sull’imperiale.
Qui cavallo e padrone si trovano più a loro
agio, qui il paesaggio è sempre lo stesso
di un tempo con la strada che si snoda a
ridosso della collina e con a lato il torrente,
un paesaggio che rammenta la California
dei film “western”.
Alle undici e mezza precise, in perfetto ora-
rio come sempre, la diligenza arriva a Sant'Er-
mete. La postina, una donna di sessant'anni,
viene a ritirare la posta, tre lettere e cinque
giornali illustrati. È in questo momento che
una lucida corriera incrocia la vecchia di-
ligenza. A bordo c'è un solo viaggiatore e
questo rappresenta per Baciccia una grossa
rivincita. « Non vedete che anche /ore ar-
rivano vuoti come me?» dice e gli occhi
gli brillano di soddisfazione. «Che si. può
fare con diciotto corse al giorno? ». conti-
nua poi con tono rassegnato abbracciando
con lo sguardo le vie semideserte del pic-
colo paese. « Ho preso la patente » soggiun-
ge poi quasi a voler dimostrare che l’attac-
camento al suo antiquato servizio è soltanto
frutto di una libera scelta « ma cosa ci vo-
Siamo ad una delle prime tappe di questo strano viaggio che vede un'antica
“diligenza” in aperta concorrenza con le lucide e fiammanti corriere. È strano
ma, nonostante i tempi, la vecchia carrozza resiste e trova ancora i clienti,
come questa donna che consegna al vetturino il suo involto.
lete fare, mi è caro andare con quella lì ».
Ed accompagna queste parole accennando
con un gesto affettuoso alla sua vecchia di-
ligenza. « Che volete, l’ho sempre fatto, è
il mio mestiere! ».
E dire che essere fedele al suo mestiere
gli costa. Con le quaranta lire per persona
e con le cento lire per ogni sacco — queste
sono le sue tariffe — non sempre raggiunge
un guadagno giornaliero di ottocento lire
e oggi tenere un cavallo, fra biada e fieno,
costa molto di più.
Sono in molti a consigliarlo di ritirarsi €
di dedicarsi completamente al pezzetto di
terra che si stende vicino alla sua casa, « Or-
mai andiamo nella luna e tu vuoi ostinarti
ad andare con il cavallo» qualcuno gli ha
detto. Ma lui, attaccato alla tradizione fino
all'inverosimile, continua imperterrito con le
quattro corse regolari al giorno: due al mat-
tino e due al pomeriggio.
Con la consegna della posta il servizio di
Baciccia e di Nino è terminato. Insieme si
avviano alla vecchia casa che è al limitare
del paese e dove troveranno ad attenderli
Barbun. Barbun, uno splendido e nutrito
gatto soriano, è il terzo personaggio di
questa storia che, per certi aspetti, può an-
patetica. Barbun si avvicina,
sicuro che anche oggi Baciccia non si è di-
menticato di lui e la sua fiducia è, come al
solito, ricompensata da un piccolo cartoccio
di pesci. Baciccia non è un tipo che dimenti-
che essere
ca facilmente, anzi si può dire che la sua vita
si basi sui ricordi che ogni giorno, capar-
biamente, egli vuol far rivivere a dispetto
di tutti e di tutto.
Accanto alla casa c’è l'immensa stalla dove
nei vecchi tempi alloggiavano sino a nove,
dieci cavalli, i più belli ed i migliori delle
sei diligenze che prestavano servizio fra
Savona e Vado e i minuscoli paesi dell’entro-
terra.
La stalla, ancor meglio della diligenza, dà,
nel suo disordine, un'immagine precisa di
un tempo ormai lontano: briglie, vecchi ferri,
attrezzi da lavoro ormai inutilizzati. Su
una delle pareti, Baciccia ha dipinto il ri-
tratto di Piemonte e di Bianco, due cavalli
che non ci sono più. Li ha dipinti inge-
muamente col gesso, quasi a richiamarne ma-
gicamente la presenza, come facevano gli
uomini antichi.
Tutto, in questa storia, ha un sapore antico,
e quasi ci si stupisce che sia vero: Baciccia,
Nino, Barbun, la postina, gli stessi radi
clienti che si ostinano a preferire la dili-
genza al moderno autobus, sembrano tutti
usciti da una oleografia ottocentesca, per
recitare sul palcoscenico della vita questo
ultimo atto.
Un atto confortante, comunque, perché
la diligenza resiste, in questi tempi di auto
Supercompresse lc superveloci, e trova ancora
clienti, e ciò significa che, anche se il futuro è
già cominciato, il passato non è ancora finito.
La
programmazione
economica
in Europa
Francesco Cesare Rossi, direttore della rivista
aItinerariv, ha svolto per noî un'indagine în
alcuni paesi europei per conoscere quali siano
oggi gli aspetti più interessanti e meno noti della
programmazione economica. L'inchiesta di Rossi,
da alcuni anni impegnato, in senso operativo,
nello studio dei problemi connessi all’organizza-
sione e allo sviluppo del mondo economico,
soprattutto di quello industriale, non pretende di
esaurire l'argomento che meriterebbe più vaste
indagini e ben altra dimensione.
A noi è sembrato comunque interessante conoscere,
attraverso un viaggio in alcune regioni della Fran-
cia, dell'Olanda, della Danimarca, della Svezia
meridionale e dell’ Inghilterra, quali sono i pro-
grammi che i singoli governi nazionali e quelli del-
le rappresentanze politiche ed economiche locali
hanno predisposto per portare avanti le esigenze
dello sviluppo economico è sociale. Si tratta di a-
spetti diversissimi tra di loro che il Rossi ha colto
più con l'interesse dell'osservatore, del gicrnalista
che dell’economista : del resto pensiamo che ai no-
stri lettori interessi sapere quali sono in Europa le
grandi linee e la cornice di questo complesso pro-
blema che va sotto îl nome di programmazione
economica. Pubblicheremo tre articoli. In questo
numero incominciamo dalla Francia con un viag-
gio che, iniziando nel Sud (Camargue e Proven-
sa), ci porta al Nord, (Epernay e Dunkerque)
e poi a Fourmies, un piccolo paese industria-
lizzato dal nulla, ai confini con il Belgio.
Un tempo nell'Europa occidentale si pen-
sava alle bonifiche; dalla fine dell'ultima guer-
ra mondiale si pensa alla valorizzazione eco-
nomica delle regioni, geograficamente intese
come parti dei diversi territori nazionali.
E se ieri le regioni prive 0 quasi delle in-
dispensabili condizioni di vita preoccupavano
le classi dirigenti, oggi un articolato calcolo
economico sembra voler fare i conti con una
realtà per molti aspetti favorevolmente mu-
tata, per le moderne concezioni di vita asso-
ciativa; ma per altri ancora lontana dai tra-
guardi indicati dai più accreditati economisti
e sociologi europei. Naturalmente ciascuno
stato europeo ha governi che diversamente
concepiscono la politica economica e, sebbene
le prospettive di un’ Europa unita stiano pas-
sando per le intese economiche, sarebbe quasi
impossibile pretendere di riunire in un’unica
caratteristica le diverse politiche economiche
dei governi europei.
In un quadro, sia purè approssimativo, che
voglia raffigurare la natura degli interventi per
la valorizzazione delle regioni europee, non si
può fare a meno di indicare come esemplare,
per le molte e profonde sfumature, quella fran-
cese. Vorremmo dire che l’esperienza francese
di valorizzazione regionale è lo specchio fedele
dei rivolgimenti politici, spesso senza direzio-
ne nota, che dal primo decennio del secolo ad
oggi hanno caratterizzato la vita di quel paese.
Finiti i tempi della colonizzazione e dell’e-
quilibrio politico mediterraneo, la Francia ha
riversato mezzi e capitali sul territorio metro-
politano dando la preferenza, in nome di una
mentalità accentratrice tipica delle classi diri-
genti dell'Europa di almeno venti anni fa, a
Parigi e al suo entroterra. A ciò si aggiunga
il fascino della città con il suo cosmopolitico
turismo culturale: Parigi è diventata il testone,
incredibilmente potente, della vita economica
francese — un po’ comei distretti operai di Lon-
dra — lasciando alla provincia, tradizionalmen-
te agricola, una burocrazia numerosa e pesante.
Come una cintura di sicurezza attorno al
grande polmone industriale e commerciale del-
la metropoli, i tre grandi porti di Le Havre,
Bordeaux e Marsiglia hanno sempre costituito
una sorta di centrali di smistamento da e ver-
so Parigi. Il mito di Parigi è un po’ il mito
della Francia. Alla metà del secolo scorso la
città contava circa due milioni e duecentomila
abitanti, cioè rappresentava il 6% dei francesi;
oggi ne conta sette milioni e mezzo circa e
rappresenta circa il 17% dei francesi; su cen-
tocinquantamila studenti ripartiti tra tutte le
università della Francia, ben sessantacinque-
mila sono iscritti nella sola Parigi. E se si sfo-
glia la pubblicistica economica e politica tra
gli anni ’20 e ’30, non si può non rimanere
colpiti dalla esasperata identificazione di ogni
fatto, di ogni aspetto della vita politica e so-
ciale francese con quanto avveniva a Parigi.
Niente di simile, per i politici e gli opera-
tori economici di Torino o di Milano che, al
contrario, hanno sempre guardato a Roma, in-
dipendentemente dalle ideologie regionalisti-
che, con insofferenza; e quando il fascismo
accentrò nella capitale la vita della nazione,
privando regioni, province e comuni di quel-
le autonomie che la Terza Italia loro ricono-
sceva, quella insofferenza si mutò in aperta osti-
lità. Se diversa è la formazione storica del con-
cetto di nazione tra Italia e Francia, più radi-
cato e vivace in quest’ultima, tuttavia occorre
riconoscere che i dipartimenti e le province
francesi, tutt'altro che prive di autonomia am-
ministrativa, sono sempre state affascinate da
Parigi. Non è questa la sede per valutare sto-
ricamente questo fatto, dal quale peraltro non
si può prescindere per comprendere gli aspetti
più interessanti della vita economica e sociale
della Francia contemporanea, ma è indubbio
che le nostre più illustri tradizioni regionali-
stiche, nonostante l’insofferenza per Roma capi-
tale, non hanno mai avuto presa sull’opinione
pubblica italiana. Quando nell’ultimo quaran-
tennio del secolo scorso il federalista Carlo Cat-
taneo predicava, attraverso studi e ricerche di
grande interesse non soltanto economico, la
necessità di incrementare la valorizzazione di
zone e territori (si pensi al celebre saggio sulla
bonifica dell'Agro di Magadino, la piana che
25
si stende ad oriente di Locarno verso Lugano)
che potevano costituire punti di riferimento
per la più vasta valorizzazione sociale delle
regioni, l’eco di quegli studi e di quelle ri-
cerche presso le classi dirigenti del tempo era
assai più rilevante di quanto non lo siano
oggi, in altre prospettive e con altre meto-
dologie, gli studi e le ricerche dei sociologi e
degli economisti europei.
La Francia, come l’Italia, si affida ancora al-
la buona volontà dei gruppi di studiosi e di
operatori economici per configurare una pro-
grammazione economica moderna. La Fran-
cia — occorre riconoscerlo — più dell’Italia si
sta muovendo in questo senso, indipendente-
mente dagli indirizzi politici generali.
Jean Giono ha pensato alla Camargue, la lin-
gua di terra che si protende da Arles sul Me-
diterraneo, tra due grandi paludi, come all’ulti-
mo paradiso dei cavalli selvatici. L'immagine,
infatti, dei cavalli bianchi e neri che, assieme
alle mandrie di tori che forniscono le arene
per le corride non soltanto della Provenza, è
la maggior etichetta turistica di quest’angolo
della Francia meridionale, dove il fascino in-
dubbio del paesaggio si confonde con una di-
sinvolta messa in scena da Far-West in minia-
tura. Questo turismo sembrerebbe inatteso, in
una regione paludosa e brulla, se non si po-
nesse mente al fatto che la cintura d’intorno,
nella campagna e nelle città, è cintura di un
relativo benessere economico, raggiunto non
certamente soltanto grazie all’organizzazione
turistica. Vogliamo alludere cioè all’esperienza
di una società mista, la « Société d’aménage-
ment», nota come « Compagnie nationale du
Bas-Rhòne et du Languedoc ».
A differenza di altre regioni francesi sotto-
sviluppate, la regione compresa tra le bocche
del Rodano fin verso Montpellier, è sempre
stata famosa per i suoi agricoltori. L’agricol-
tura, a causa soprattutto degli squilibri clima-
tici, è sempre stata caratterizzata, dalle due
classiche monocolture dell’ulivo e della vite.
La restante parte del territorio era abbando-
nata a se stessa: se ieri la Camargue era l’espres-
sione disperata di questo secolare abbandono,
oggi con il richiamo turistico rappresenta una
sorta di museo della povertà passata. Perché?
Quali sono i principi, le tecniche che hanno
permesso alla « Compagnie d’aménagement »
di svilupparsi e di tonificare l'economia della
regione? Sull’esempio di quanto già avvenne
negli Stati Uniti d'America con la Tennessee
Valley Authority, all’epoca d’oro del wew dea/
rooseveltiano, si è cercato di impostare il la-
voro di sviluppo secondo tre grandi direttrici.
Per primo si è avviato un coordinamento,
sotto la stessa autorità della Compagnia, per le
infrastrutture essenziali, mediante investimenti
tendenti alla valorizzazione delle stesse. Il se-
condo momento dell’intrapresa è stato per il
coordinamento degli organismi necessari alla
utilizzazione delle infrastrutture; ed il terzo per
il coordinamento dello sviluppo dell’economia
agricola e di quella industriale. Si può dire che,
in generale, questi siano i tre momenti essen-
ziali ispiratori di quasi tutta la politica francese
dello sviluppo regionale.
26
MO Copitale regionale
© Cip.tsie seconde
iene)
"a Autre centre waportaot
La divisione regionale del territorio francese. , Le province hanno sempre avuto
in Francia un ruolo meno importante della capitale e del suo circondario, Parigi
capitale il cuore della Francia.
L'acquisizione delle tecniche, se non proprio
della metodologia tecnologica, per valorizzare
la regione del basso Rodano, compiuta dalla
Compagnia, creata nel febbraio del 1955, si
deve principalmente a quella singolare figu-
ra di imprenditore che è Philippe Lamour.
Lamour, attuale presidente della Compagnia,
proviene dalle file, se non ufficiali certamente
di quelle più appassionate, del movimento re-
gionalista francese di origine radical-moderata,
della tradizione, per intenderci, impersonata
dall’ex presidente del Consiglio René Pleven.
Fuor di ideologia, Lamour crede che il decen-
tramento economico e amministrativo in Fran-
cia sia uno dei più grossi e interessanti problemi
del suo paese. Ma non è un fanatico, anche
se la conversazione con lui trascina a vertici
ora di idealismo ora di estremo empirismo.
Il profeta, o meglio il portavoce ufficiale,
dei regionalisti francesi è Jean Frangois Gravier
che con il suo libro intitolato Parisse! le dé
sert frangais che ha non molto tempo fa ottenuto
il «Grand Prix Gobert d’Histoire» dell’ Accade-
mia francese, ha brillantemente dato una strut-
tura ideologica al movimento. La fede di co-
storo che, da un anno a questa parte, possie-
dono anche una rivista di informazioni intito-
lata Ecomomies Rézionales, è una fede polemica
verso Parigi, e più ancora è tacita polemica di
politica generale. Soprattutto si tratta di una
fede appassionata nelle capacità di autonomia
di certe iniziative di sviluppo regionale che in
Philippe Lamour e nella sua Compagnie d’amé-
nagement hanno trovato la più significativa
espressione; in una regione che, considerando
è sempre stata il fulero potente della vita economica francese, Oggi però è in
atto una operazione di decentramento economico e amministrativo a favore
delle singole regioni. Si inerina così quell’antica tradizione che vedeva nella
anche lo sviluppo crescente dell’biuzer/end indu-
striale di Marsiglia, è destinata a largamente
progredire.
Nel silenzioso edificio di Nîmes, gli esperti
ed i tecnici della Compagnia hanno impostato,
a partire dal 1955-56, il loro lavoro, in colla-
borazione con le comunità locali che parteci-
pano alla gestione della società mista, preoc-
cupandosi di incrementare il reddito economi-
co valorizzando l’irrigazione forzata del Ro-
dano. I fondamenti di questo lavoro sono,
negli aspetti più vistosi, destinati ad una po-
litica sociale tendente a rapportare il reddito in
questa regione agricola a quello del Nord in-
dustrializzato.
La maggiore attività è rappresentata dalla
costruzione e dalla gestione di un canale di
irrigazione che deriva gran parte dalle acque
del Rodano, attraverso la più moderna stazio-
ne di pompaggio esistente in Europa. Si tratta
di un’area di 222.130 ettari compresi in 227
comuni con un totale di 579.000 abitanti. Con
un raggio di diffusione, attraverso il canale
centrale, si dipartono canali secondari per circa
9.000 km. La capacità media di pompaggio di-
rettamente dal Rodano è di 75 mc. al secondo,
per un volume annuo di me. distribuiti pari a
soo milioni, per la zona Est compresa tra il
Rodano e la regione dell’Hérault, e di 307 mi-
lioni perla zona Ovest, dall’Hérault a Lézignan
nell’Aude. Inizialmente gli ettari irrigati a par-
tire dal gennaio 1958 erano 10.000: si prevede
un aumento pari a 20.000 ettari all’anno.
Le cifre relative la distribuzione dell’irriga-
zione per « aspersione », e non con il rituale
In questa cartina è raffig
regione parigina è la più ampia zona in cui si è registrato un incremento
della popolazione. Parigi, in particolare, che contava nel secolo scorso due
milioni e duecentomila abitanti ha raggiunto oggi i sette milioni e mezzo
che rappresentano circa il 17% dei francesi.
l'evoli
della i
pop francese. La
sistema della conduzione forzata dell’acqua,
danno un’idea della vastità dell'impresa; l’a-
spetto tuttavia più interessante, a nostro avvi-
so, è il tipo di coordinamento che, a tutti i
livelli tecnici operativi, si è creato e che tro-
va consenso nella stragrande maggioranza dei
beneficiari del servizio di irrigazione. È innan-
zitutto da osservare che quando si parla di
coordinamento in una società mista del tipo
di quella provenzale, non se ne comprende-
rebbe pienamente l’importanza se non si po-
nesse mente al fatto che l'oggetto dell’impre-
sa non è un piano astratto 0 comunque indi-
cativo secondo la terminologia economica, ben-
sì un servizio di pubblica utilità in una regio-
ne niente affatto sottosviluppata, a differenza
di come lo era la vallata del Tennessee prima
che i sociologi e i tecnici dell’amministrazione
Roosevelt vi ponessero mano, o come sono
tuttora certe regioni del Mezzogiorno d’Italia.
Per molti aspetti la complessità del coordina-
mento è stata duplice sotto il profilo della me-
todologia da applicare.
Girando per la campagna provenzale che
usufruisce del servizio di irrigazione, a noi è
capitato di incontrare, nelle fattorie basse e
larghe che come macchie si perdono nella pia-
na tra Arles, Nîmes e Montpellier, agricoltori
che vantando una tradizione di benessere agri-
colo, oggi sentono non la necessità di incre-
mentare la tradizionale produttività dei terreni
bensì di ridimensionare, e, in parte, ridurre le
colture, puntando sugli ortofrutticoli. E non
è un caso che i contadini di questa regione so-
no entrati, con in casa il contatore della Com-
pagnie d’aménagement, nella condizione di
produttori e di esportatori privilegiati.
La loro mentalità, come confermano le di-
scussioni in campagna con i più giovani, è si-
mile a quella dell’agricoltore olandese o da-
nese che vanta parità di reddito con gli altri
addetti all'industria o ai settori terziari.
Non tutta la Francia è la Provenza, si potrà
osservare, ma non c'è dubbio che un inter-
vento coordinato qual’è quello della Compa-
gnie d’aménagement rappresenta una delle mi-
gliori forme di cooperazione economica, tale
da andar bene anche in un sistema di piani-
ficazione operativa.
1 tecnici della Compagnia hanno provvedu-
to: ad uno studio sistematico del suolo e del-
l'adattamento allo stesso delle diverse coltu-
re; ad un tipo di organizzazione agricola che
consideri quali sono le colture suscettibili di
un equilibrato sviluppo produttivo; all’orien-
tamento tipologico delle colture; all’adattamen-
to dello sviluppo del credito alle esigenze di
ciascun settore, La naturale conseguenza di
questa valutazione economica delle diverse pos-
sibilità del suolo ha portato alla organizzazio-
ne della vendita dei prodotti attraverso arti-
colati centri di mercato: dall’impianto e dalla
ripartizione zonale di stazioni-mercato ai cen-
tri di conservazione della produzione.
Le diverse comunità locali composte preva-
lentemente di agricoltori hanno beneficiato al-
tresi dell’ammodernamento dei singoli villaggi
dai 10 ai 15 mila abitanti, attraverso rilevazio-
ni, non assistenziali, bensì socio-economiche ed
urbanistiche. Sono sorti, secondo criteri ur-
banistici moderni, nuovi villaggi che ospitano
nuove e vecchie comunità. Infine, l’opera di
rimboschimento del suolo non coltivabile e
l’impianto di alberi industriali, soprattutto per
la produzione della cellulosa, chiudono, in un
certo senso, il raggio di azione dei tecnici del-
la Compagnia. Quali sono i risultati?
Dal punto di vista immediato della produt-
tività, i tecnici ci dicono che ogni ettaro irri-
gato produce oggi mais, patate, pomodori,
mele, e altro ancora mai visti; dal punto di vi-
sta sociale, gli imprenditori, gli uomini politici
provenzali, vi rispondono che si sta creando,
grazie anche alle migrazioni interne, un flusso
di energie che peserà sulla bilancia della scelta
della migliore programmazione francese.
L’esperienza provenzale, indipendentemen-
te dai piani prefabbricati a Parigi, è esemplare
non soltanto per la Francia, alludendo al fat-
to, non certamente soltanto indicativo, che
l’organizzazione e il potenziamento dei ser-
vizi, attraverso strumenti quali sono quelli mes-
si in atto da una società mista di sviluppo, ri-
dimensionano le possibilità non soltanto eco-
nomiche di una regione e di una comunità.
Vorremmo dire — e non certamente in pole-
mica con i pianificatori ideologi — che l’espe-
rienza della Compagnia del Basso Rodano è
soprattutto un’esperienza spontanea, program-
mata per l'indispensabile ordine sociale. Na-
turalmente i regionalisti francesi ne traggono
anche un’altra morale che è quella secondo cui
tutta la programmazione nazionale dovrebbe
esser modellata su quella esperienza.
Andiamo per esempio nella Champagne, nel-
la regione classica dei vini. A _Epernay, che è
la capitale della regione, trovate nella severità
composta delle case grigie e dei lunghi viali al-
berati, l'atmosfera della vecchia Francia bor-
ghese. I venticinque chilometri sotterranei di
cantine riempiti fino all'inverosimile di alme-
no cinque milioni di bottiglie di uno dei più
noti stabilimenti vinicoli della zona, sono
quasi il simbolo della prosperità. La classe di-
rigente di Epernay si è chiusa tuttavia in una
organizzazione corporativa, il Centre interpro-
Jessione!, dove la tutela dello « champagne » av-
viene con le forme più pesanti.
I consumatori non soltanto francesi, gradi-
scono il prezzo di questa tutela: è noto, infat-
ti, che dove esistono buoni redditi il vino è
un elemento essenziale della buona tavola e la
tutela della qualità è legata, quindi, al prezzo
praticato per questa non formale garanzia.
Nonostante questa favorevole condizione, il
settore vinicolo è ancora a metà strada, in
Francia, tra una totale liberalizzazione e pe-
santi bardature corporative come quelle mes-
se in pratica, ad esempio, ad Epernay. A dif-
ferenza ad esempio di Cognac, nella regione
del Pottou-Charentes, dove la forza delle or-
ganizzazioni cooperative dei produttori ha sem-
pre consentito forme di maggior libero mer-
cato.
La campagna francese, che per molti aspetti
rappresenta il cuore stesso dell’economia fran-
cese, è ricca di molte sfumature. Leggendo i
piani dei comitati di azione regionale, pubbli-
cati periodicamente sul « Journal Officiel », si
rileva questa diversità: là dove si creano, in
zone sottosviluppate, nuove forme di vita eco-
nomica, si va articolando spontaneamente l’i-
dea di una programmazione integrale per tutti
i settori di intervento, come sta avvenendo
con la Compagnia del Basso Rodano; là do-
ve invece, come ad Epernay, la vita econo-
mica si è cristallizzata attorno ad un relativo
benessere, si pratica la retriva difesa di pro-
dotti e di categorie di produttori, anche se es-
si sono eredi del /zisser-faire della più bel-
l’acqua.
Gli squilibri regionali in Francia sono stati
largamente sentiti dall'opinione pubblica e dal-
la classe dirigente politica. Alla fine della guer-
ra, prima ancora che Jean Monnet varasse il
primo piano francese (1947-1950), un gruppo
di economisti, di uomini politici, di imprén-
ditori ha sentito la necessità di dar vita, con
organizzazioni periferiche, alla idea dell’amé-
nagement du territoire, cioè alla ricerca operati-
va, nel quadro della geografia economica del-
la Francia, di una migliore ripartizione degli
abitanti in relazione alle risorse naturali ed al-
le possibilità economiche. Sono nate, nelle
ventitrè regioni francesi, innumerevoli « co-
mités d’expansion économique », « comités de
liaison » ecc., che svolgono funzioni promo-
zionali e di studio.
Su una strada secondaria che si diparte da
quella che da Parigi va a Bruxelles, a pochi
chilometri dalla frontiera, Fourmies appare
quasi sprofondata in una conca circondata da
boschi e da verdi lande; è già il paesaggio del
27
Nord con il cielo grigio e i pascoli sparsi in
un silenzio quasi opprimente. Le strade di
Fourmies sono quasi sempre deserte; si direbbe
che i segni di questa vita di provincia siano
rimasti idealizzati come in un film di Clair
o in un paesaggio di Corot. Nel municipio di
questa cittadina di quattordicimila abitanti, in-
contro il signor Etiénne Marly, il factotum del
comitato di espansione economica, uno dei più
vecchi tra quelli regionali francesi. Il signor
Marly è un cattolico di sinistra, europeista con-
vinto, seguace di Pflimlin e di Schumann. Con
quattro soldi e con la sede del comitato
in una stanzetta del municipio ha rilanciato
Fourmies, un tempo apprezzato centro del-
l'industria tessile. La concorrenza industriale,
specialmente tedesca, ridusse quasi a zero l’or-
ganizzazione industriale della cittadina.
Marly e i suoi amici hanno pensato alla pos-
sibilità di riconvertire le industrie tessili della
città e ci sono riusciti. Questi uomini politici
e dirigenti d'azienda, che rubano qualche ora
al giorno al proprio lavoro professionale, so-
no, di fatto, imprenditori che conoscono le
tecniche pubblicitarie, e, se vogliamo, assumo-
no volentieri, anche se non sembrano del tut-
to smaliziati, il ruolo di persuasori occulti. Dal
1956 al 1960 una dozzina di imprese ha rias-
sorbito circa 1.200 dipendenti: i settori di tra-
sformazione manifatturiera e industriale sono
aperti. Gli amici di Marly, sotto forma « bé-
névole » come essi dicono, offrono studi e ri-
cerche.
L'esempio di Fourmies, superato dalle più
complesse organizzazioni tecniche ed econo-
miche, è rimasto vivo nella storia di questa
azione regionale e ancor oggi, anche se Marly
e i suoi amici sono relegati in un angolo spen-
to della provincia francese e sono meno fidu-
ciosi di un tempo, l’esperienza di quella pic-
cola cittadina esprime quella sorta di coraggio
sociale che, facendo i conti, qualche volta con
ingenua improvvisazione, con una non facile
realtà politica; ha saputo imporsi con la bon-
tà dei risultati economici raggiunti.
Così come a Dunkerque, un gruppo di stu-
diosi e di amministratori pubblici ha saputo
imporre alla « Union Sidérurgique du Nord »
la costruzione del centro siderurgico nella sal-
vaguardia delle regole urbanistiche, quando si
pensi che una tradizione, soprattutto di tipo
inglese, ha sempre visto i complessi siderurgici
impiantati quasi a ridosso delle case degli
operai. Il piano regolatore industriale di
Dunkerque è assai istruttivo perché si è visto,
in pratica, come si possono applicare i principî
della aménagement du ferritoire.
Il generale De Gaulle con decreto dell’ot-
tobre scorso ha varato il quarto piano fran-
cese; dopo il concetto di piano di « moder-
nisation et d’équipement» si è ora espresso
quello di piano di « développement»: noi cre-
diamo che questa terminologia, a prescindere
dalla convenienza politica, sia il frutto e la
somma di quelle silenziose esperienze regio-
nali e locali che in Francia si stanno moltipli-
cando e che, per molti aspetti, sono esse stes-
se il piano francese che l’autorità politica, in
diverse forme, dovrà coordinare.
28
Pesi
e misure
a Palazzo
Rosso
A Genova, in quella magnifica via Gari-
baldi che sorse nel AVI secolo come “via nuova”,
coi sontuosi palazzi dell’'Alessi che tutta l'hanno
caratterizzata (il Vasari scrisse «|I' Alessi ha
fatto la strada nuova di Genova»); in quella
via Garibaldi che il Rubens chiamò « strada
da re», in quel nobile Palazzo Rosso costruito
da Corradi per i due fratelli Brignole (e che
perciò ha, preziosa singolarità, due piani nobili) ;
in quel palazzo donato dalla duchessa di
Galliera ed ora signorilmente restaurato «
sistemato dall'architetto Albini a cura della
direzione delle Belle Arti del Comune di Ge-
nova, le grandi opere d’arte, dell'Arte con la
“A” maiuscola sono molte, e ben note.
Va noi siamo andati a scovare, per i nostri
lettori, tre umili oggetti di vita quotidiana,
prodotto del lavoro artigiano ; tre umili oggetti
di ferro e di rame, dall’uso “fiscale”, perche
servivano ai magistrati per eventuali “beghe”
commerciali.
Tre piccoli oggetti esposti nella. collezione
“Pesi e misure”.
Fu il decreto censorile del 2r giugno 1606
che ordinò la riduzione generale, in tutta la
Liguria, delle misure da olio e da vino all'uni-
formità con quelle di Genova, e dette misure
ufficiali vennero fuse e collocate nella Cattedrale
di S. Lorenzo. Del resto, î più pregiati esemplari
degli autentici ‘metrici’ erano sempre stati
conservati in S. Lorenzo: già nel tI84 risulta
da un documento che una lastra di marmo si
misurava ‘“ad palmum de St. Laurentio”.
HI “quarto da oleo” che presentiamo nella
pagina accanto e che porta impresso lo stemma
della Repubblica e la data 1608, interamente
fuso in bronzo, era la misura di “un quarto di
barile” (il barile da olio equivaleva a kg. 59,800)
e si doveva riempire a raso, sicché dai due
dentini in alto il liquido traboccasse.
La bella ‘“misureta da olio di ramo fori”,
in rame sbalzato con manico di ferro (a destra
in basso) è anche più antica, coi suoi candidi
caratteri ancora medievali, e il bollo con la
croce. Era una misura da commercio al det-
taglio, e la scritta ‘di ramo fori” ci dice che
doveva valere per le terre “extra urbem”,
Il peso che presentiamo, interamente in ferro,
(a destra în alto) serviva presso gli staderai :
era evidentemente un ‘campione’ che serviva
ai fabbricanti e ai racconciatori di pesi, per
provare le loro stadere: infatti ha un manico
uncinato, per tenerlo appeso in bottega.
Il peso in sé è un pez
da una libbra.
irregolare di ferro,
La libbra genovese, detta ‘*‘peso del ferro”
65 , d
equivaleva a kg
o
D*
,
0,317.
Le misure principali di uso pubblico erano,
come noto, quelle da vino, da olio e da grano,
ed alcune, in pietra, si possono trovare ancora
al loro posto, alla porta di Portovenere
“colonia Fanuensis 1113”.
E chi vuol saperne di più, su pesi è misure di
Genova e del Genovesato, non ha che da consul-
tare gli studi del cavalier Pietro Rocca, stam-
pati nel 1871 e dai quali abbiamo attinto le
mostre notizie.
30
Le antiche
carte
nautiche
Abbiamo chiesto al giornalista Aldo Rossi
una sintetica storia delle “carte nautiche”
alle quali quest'anno è stato dedicato un in-
teressante. volume, edito da Edindustria per
conto dell’Italsider. Il libro raccoglie dieci
esemplari delle più belle carte nautiche
oggi esistenti in Europa, specie dal punto
di vista artistico, precedute da un’ampia e
documentata presentazione di Lucio Bozzano,
nella quale si richiama l’attenzione sul fatto
che quelle rotte marittime così poeticamente
raffigurate nelle carte, sulle quali galeoni e
vascelli portavano oro, spezie, grano, legnami,
velluti e sete sono le stesse sulle quali oggi
le moderne motonavi da 30.000 tonnellate
portano alla nostra siderurgia sul mare mi-
nerali di ferro e carbone e ripartono cariche
di prodotti siderurgici.
Nella congerie delle fantasiose è stravaganti
concezioni geografiche e cosmografiche del Me-
dio Evo, concezioni che — nella migliore delle
ipotesi — altro non rappresentano se non una
vieta rimasticatura delle teorie e dei sistemi degli
antichi, e che si protraggono sino a tutto il se-
colo XV ed oltre, in contraddizione, addirittura,
con le stupefacenti scoperte nel frattempo com-
piute ; nell'assurdo panorama di leggende è
credenze, rinverdite dalla Patristica, e tanto
suggestive quanto prive di attendibilità scienti-
fica (terre favolose, ciclopi, pigmei, cinocefali
ed uomini con un occhio nella schiena...) ; nel
quadro di una produzione cartografica ancora
legata a chimeriche raffigurazioni della terra,
vista 0 come un disco circondato dall'oceano, 0
sparsa nelle acque sotto forma di fronda od,
ancora, rappresentata come un quadrato, in
ciascun angolo del quale figura un angelo che
suona la trombetta (come in un mappamondo
del 1417), brillano di viva luce, fenomeno isolato,
ma importantissimo proprio per il contributo
di concretezza apportato al progresso delle co-
gnizioni geografiche, le carte nautiche. Nate
con uno scopo eminentemente pratico, quello
di costituire cioè un valido ausilio alla naviga-
zione, le carte nautiche non solo assolvono @
questa funzione interamente e fino ad epoche
relativamente vicine alla nostra (i Francesi
del XVIII secolo, nel Mediterraneo, ne facevano
ancora uso), ma diventano altresì oggetto di
consultazione e di studio da parte dei geografi,
in particolare, e delle persone colte, in generale,
tanto da dar luogo ad una copiosissima fioritura
di scuole di cartografi, italiane soprattutto, e
poi maiorchine, catalane, francesi e di altre
nazionalità ancora. Qual'è il motivo per cui
questa produzione cartografica incontrò tanto
favore, anche fuori dell'ambito strettamente
marinaro? È presto detto: le carte nautiche
non erano pedissequamente legate a teorie preesi-
stenti, accoglievano sì le concezioni geografiche
e gli elementi fantastici sopra descritti, ma solo
marginalmente e per le parti del mondo non
ancora conosciute, allontanandosene non appena
in possesso di elementi più positivi e, prerogativa
fondamentale, non erano ottenute in base ad
elucubrazioni teoriche od a determinazioni astro-
nomiche, spesso — ed è ovvio per quelle epoche —
inesatte, ma unicamente con la coordinazione
empirica dei dati acquisiti mediante l’osserva-
zione e la pratica dei viaggiatori e dei naviganti.
Abbiamo ancora in nostro possesso gran copia
di carte nautiche, con lavori che vanno dalla
fine del XIII secolo sino al 1700; ed a chi
abbia la ventura di osservarli nella loro successio-
ne cronologica non sfuggirà certamente la con-
tinua opera di perfezionamento e di aggiorna-
mento in essi compiuta. È proprio in questo
continuo perfezionamento che sta, a nostro
avviso, la vera, grande importanza delle carte :
al di là degli scopi pratici e contingenti per cui
era compiuto, rappresentava soprattutto un
motivo di stimolo a sempre più intense ricerche,
a sempre più numerose esplorazioni ed osserva-
zioni, contribuendo a tener desta, anche nei
periodi di maggior oscurantismo, l'ansia di co-
noscere dell’uomo.
Ci sono state molte polemiche fra studiosi,
circa l'origine delle carte : non riteniamo però
sia il caso di soffermarvisi, anche perché le repu-
tiamo ormai superate. Ci sembra soltanto op-
portuno sottolineare il fatto che la prima carta
datata rimastaci sia quella del genovese Pietro
Wesconte, costruita nel 1311; e che altre due
carte, delle quali non si conosce con esattezza
l’anno di costruzione, ma che si fanno risalire
rispettivamente alla fine del XIII secolo ed al
primo decennio del XIV, siano la Carta Pisana
(cosiddetta perché proprietà di una famiglia di
Pisa) opera di un genovese, e la Carta di Gio-
vanni da Carignano, rettore della Chiesa di
San Marco in Genova. Questi lavori sono già
molto perfezionati, sì da far fondatamente pen-
sare che ne esistessero altri precedenti, malau-
guratamente andati distrutti. Del resto l’esisten-
sa di carte nautiche nel XIII secolo, ed anche
prima, è confermata da testimonianze reperite
in vari documenti. Non è da pensare, però,
come qualcuno ha ipotizzato, che siano derivate
da alcunché di simile in uso presso gli antichi.
Non è da pensare, perché le carte sono caratte-
riszate da un elemento importantissimo e mai
apparso nella precedente cartografia: la di-
rezione. L'introduzione del concetto di direzione,
e la sua applicazione nella composizione delle
carte, avviene pressoché contemporaneamente
alla introduzione ed alla pratica applicazione
alla navigazione, da parte dei marinai amalfi-
tanî e di quelli delle altre repubbliche marinare
italiane, di uno strumento, peraltro già conosciu-
to da cinesi ed arabi ; e questo proprio nel XIII
secolo, nello stesso secolo cioè della prima carta
nautica che si conosca: la già citata Carta
Pisana. Lo strumento in questione (occorre
dirlo?) è la bussola. E le carte nautiche sono
manifestamente disegnate in base ai dati otte-
nuti con la bussola, prova ne sia — fra l'altro
— che tutte, malgrado la loro armonia e la loro
precisione, presentano un difetto : una disorien-
tazione di tutte le coste che, procedendo da
ovest ad est, si tengono molto più a nord di
quanto siano in realtà. La disorientazione è
appunto dovuta alla differenza fra il nord
magnetico, indicato dalla bussola, ed il nord
geografico, fenomeno che, anche se conosciuto
(pochi lo credono, però) dai naviganti dell’epoca,
non lo era in modo tale da permettere loro di
tenerne conto — in tutte le sue variazioni —
nel disegno delle carte,
Ma, a parte questo difetto, quanta abbondan-
sa di particolari, quale esattezza di raffigura-
zioni! A chi svolge una delle pergamene sulle
quali sono disegnate — e parecchie volte la per-
gamena conserva la forma della pecora, dalla
cui pelle è ricavata — le parti del mondo allora
conosciute appaiono, nei loro contorni, non
dissimili da come si possono vedere nelle moderne
carte geografiche. Sono anche orientate come
le carte moderne, con il nord in alto; differi-
scono invece, le antiche dalle moderne, per
l'assenza dei meridiani e dei paralleli, e per la
presenza di linee rette che si intersecano in ogni
senso e sotto gli angoli più diversi. Queste linee
rappresentano i venti, e si irradiano da una
rosa, situata — di solito — al centro della fi-
gura. 1 raggi della rosa sono sedici e, nei loro
punti di incontro con la circonferenza descritta
intorno al punto centrale, si formano altre se-
dici rose, per lo più a trentadue raggi ; ma, spesso,
verso la terraferma 0 verso l’aperto Atlantico,
ne posseggono un numero minore, che può va-
riare da nove a ventiquattro. Nelle carte, poi, dove
sono raffigurate grandi estensioni di mari e di terre,
oltre alla rosa centrale, che non è sufficiente,
ne appaiono esternamente altre — da una a
tre — concentriche, ad est e ad ovest della
centrale. I venti, ché sono variamente colorati
(i principali in tinte oscure, per esempio, od in
giallo, gli otto secondari in verde o turchino)
e le cui tinte vengono riprese dalle corrispondenti
cuspidi della rosa, quando è interamente dise-
gnata, hanno la funzione di suddividere l’oriz-
sonte in altrettante direzioni. Le coste sono
disegnate con una sottile linea scura, affiancata,
per i continenti, da un’altra più calcata di color
giallo oro. Le penisole, a volte, e le isole sempre,
sono colorate con tinte diverse da quelle della
terraferma. Appaiono notevolmente ingranditi
î promontori, le baie, le foci dei fiumi e le isole
minori e, delle frastagliature delle coste, sono
riprodotte soltanto quelle essenziali, trascurando
le minori. Queste particolarità, che possono
sembrare difetti od inesattezze, nella maggior
parte dei casi sono volute di proposito, per
richiamare l’attenzione dei naviganti sugli ele-
menti fondamentali, 0 di particolare importanza
Una delle dieci “carte nautiche”
Vesconte Maggiolo della nota famiglia genovese
per la navigazione. La raffigurazione veniva di
solito limitata ai mari ed alle coste dove si
spingevano i vascelli ed i traffici : tutto il bacino
del Mediterraneo, col Mar Nero e le coste co-
nosciute dell'Atlantico (aggiungendovisi via via
le Canarie, Madera, le Azzorre ed altre isole),
dal Capo Bojador sino in Fiandra. In certe
carte appaiono lo Fiitland e parte della penisola
scandinava e del Mar Baltico; in certe altre
tutto il mondo abitabile verso il sud e verso
l'oriente : ma, appena il cartografo si allontana
dal Mediterraneo, deve per forza attenersi alla
tradizione o lavorare di fantasia. I nomi delle
località sono tracciati in nero ed in rosso (i
più importanti), e sono scritti dal mare verso
l’interno e perpendicolarmente alla costa, tranne
che per le isole costiere, dove sono în senso in-
verso ; e coprono, seguendosi continuamente l'un
l altro, l’intera costa. Così, facendo il giro del
Mediterraneo con partenza da Gibilterra, ri-
sultano sempre scritti da sinistra verso destra e,
per poterli leggere comodamente, bisogna girare
man mano la carta in tal senso. Oltre al trac-
ciato delle coste, ed a pochi altri particolari,
sono segnati sulla carta î bassifondi è gli scogli.
3I
raccolte nel etneo edito da Edindustria per conto dell’Italsider. Fu eseguita nel 1537 da
di cartografi e si trova al Museo della Marina di Parigi. Notare le piante di
città (Genova, Venezia, Alessandria d'Egitto, Te Tripoli di Siria), le tende decoratissime, gli stendardi, le elaborate rose dei venti.
In genere non appaiono altre indicazioni di
particolari, che sono di competenza dei portolani,
libri contenenti la descrizione minuziosa delle
coste, le distanze da porto a porto, le direzioni
approssimative dei venti, e tutte le altre indica-
zioni e descrizioni che possano essere utili alla
navigazione. Qualcuno usa chiamare portolani
le carte nautiche ma, come s'è visto, pur essendo
strettamente complementari gli uni alle altre,
si tratta di due cose ben diverse.
Ed ecco come si usavano le carte, per la na-
vigazione in mare aperto : prima di partire ve-
nivano orientate con la bussola, in modo che le
quattro direzioni principali coincidessero coi
quattro punti cardinali. Si tracciava con un
piombino la rotta da seguire, dal punto di par-
tenza al punto di arrivo. Se la rotta coincideva
con un rombo della carta, e se il vento si mante-
neva nella direzione voluta, bastava dirigere
l'asse della nave lungo la linea fissata, mantenen-
dovela poi in navigazione, e correggendo con la
pratica le deviazioni dovute alla deriva. Se
una condizione così favorevole non si verificava
(e doveva succedere spesso), venivano în soccorso
degli accorti naviganti delle provvidenziali ta-
volette numeriche — dette “tolete del martelo-
gio” — mediante le quali, con un semplice cal-
colo mentale, si poteva stabilire la misura delle
deviazioni, e si potevano calcolare le miglia
percorse e quelle necessarie per tornare in rotta
e per raggiungere la meta.
Abbiamo volutamente lasciato per ultimo un
aspetto delle carte nautiche, non scientifico, ma
che merita veramente un cenno particolare ;
quello figurativo. Perché gli antichi cartografi,
oltre a tutte le qualità più propriamente tecniche
che già abbiamo visto, possedevano in misura
superlativa fantasia e gusto, e ne profondevano
a piene mani nelle loro produzioni, arricchendole
di simboli, di raffigurazioni di fantastiche città,
di figure umane, di stemmi, di animali, di son-
tuosi panneggi e decorazioni, disegnati elegan-
temente e dipinti con colori inimitabili. Così,
pur fornendo utilissimi strumenti alla naviga-
zione, e contribuendo in tal modo all’instaurarsi
di quel complesso di rapporti commerciali fra
le genti, che rappresenta uno dei principali ele-
menti costitutivi del progresso dell'umanità,
gli antichi cartografi hanno svolto anche opera
di grande pregio artistico.
Un secolo
di siderurgia
velga
A
Impianti siderurgici della Cockerill - Ougrée a Seraing nel 1870. Nel bacino di Liegi la Cockerill e 1° Espérance-
Longdoz dominano da più di un secolo, producendo quasi la metà dell’acciaio belga.
Con la storia della siderurgia lussemburghese,
pubblicata sul numero 5-1961 della nostra Ri
vista, abbiamo iniziato una serie di articoli
dedicati agli aspetti salienti della siderurgia
europea negli ultimi cento anni, scritti per noi
da Emanuele Gazzo. Questa seconda puntata
è dedicata all’ industria siderurgica belga,
un'industria che ha radici antiche e profon-
de nella vita del paese, il ‘“ paese nero”
come da qualcuno venne chiamato il Belgio
per i suoi ricchi giacimenti carboniferi.
Le ragioni naturali della localizzazione di
una industria
Chi entra in Belgio dalla Francia, sia per
la strada che dalla periferia industriale di
Maubeuge conduce a Mons, La
Mariemont, tra i canali che fitti solcano il
“paese nero”, sia per la ferrovia che costeggia
Louvière,
la Sambre verso Marchienne-au-Pont, Char-
leroi, Courcelle, Marcinelle, Couillet, si ren-
de conto di trovarsi in una delle sedi di ele-
zione dell’industria pesante. Il carbone è
sotterra, fino a grandi profondità (per quat-
trocento volte, affermano i geologi, si è ri-
petuto qui il ciclo classico della foresta che
si forma, che è sommersa dalle acque e dalle
terre sulle quali un’altra foresta si forma e
s'ingrandisce per essere a sua volta sommer-
sa...) E le colline costituite dai ‘“crassiers”, i
detriti degli altiforni, hanno modificato la fi-
sionomia stessa del paesaggio, vi sono cresciuti
sopra la vegetazione e i quartieri di abitazione
(qualche volta il terreno frana e le case sono
travolte, come è avvenuto l’anno scorso alla
periferia di Liegi).
Il paese è tutto un'officina e l’altoforno di-
viene un elemento familiare come la chiesa
del villaggio: proseguendo verso est lungo
la Sambre fino a Namur e poi lungo la Mosa
fino a Liegi (ci sono novanta chilometri in
tutto da Charleroi a Liegi) lo stesso spettacolo
si ripete, a Seraing, Jemeppe, Herstal, Liegi:
carbone sotto e acciaio alla superficie...
Se la nascita e lo sviluppo della siderurgia
lussemburghese furono determinati e condi-
zionati da un concorso successivo di circo»
stanze in parte contradditorie, come vedem-
mo in un precedente articolo, la siderurgia
belga è, sin dall’inizio, il risultato del concorso
dei fattori classici richiesti per lo sviluppo
di una siderurgia che si poteva definire mo-
derna già all’epoca in cui si passava dalla pro-
duzione artigianale di ghisa in altiforni ali-
mentati dal carbone di legna, a quella prodotta
negli altiforni alimentati dal coke. Era questa
ghisa che, almeno fino a quando venne in-
trodotto in Europa il sistema Bessemer di
fabbricazione dell’acciaio, veniva trasformata
in ferro (detto pudellato) mediante metodi di
lavorazione che oggi giudichiamo primitivi
e che consistevano sostanzialmente nella de-
carburazione della ghisa mantenuta lungamen-
te in fusione e continuamente pudellata, cioè
rimescolata.
Anche la siderurgia belga, nella sua versione
“antica”, consisteva in forni installati in adia-
cenza alle foreste (specialmente delle Ar-
denne) e su corsi d’acqua là dove poteva di-
sporre di giacimenti ferriferi alluvionali che
erano così facilmente sfruttati. Ma in seguito,
quando l’importanza del carbon fossile appar-
ve chiara, la siderurgia belga si installò im-
mediatamente e direttamente sui giacimenti
carboniferi: là dove essa si trova tuttora anche
se per i suoi fini tali giacimenti hanno perduto
gran parte della loro importanza. La siderur-
gia belga è stata creata sul carbone come
quella della Ruhr, mentre quella lorenese si
è installata sul minerale. La conseguenza è
stata quella specie di chassé-croisé tipico della
Lotaringia (e che è possibile solo in regioni
ricche di quelle vie di comunicazione di gran-
de portata e a basso costo che sono le vie
fluviali) nel quale vediamo il minerale lorenese
viaggiare verso la Ruhr e verso il Belgio, ed
il carbone belga e della Ruhr viaggiare verso
il bacino lorenese.
Evidentemente, l’esistenza della ‘base car-
bone” è una, ma non la sola condizione e non
basta a determinare l’opportunità e la con-
venienza della creazione di un'industria si-
derurgica. Infatti, nel Belgio dei primi de-
cenni del secolo scorso, si notava il concorso
di questi altri fattori favorevoli:
— l’esistenza, oltreché del carbone, di quanti-
tà abbastanza importanti di minerale di ferro,
o comunque una relativa vicinanza dei giaci-
menti ferriferi (Lussemburgo e bacino di
Briey).
— l’esistenza di vie di comunicazione naturali
e adatte al trasporto delle merci ponderose,
come i corsi d’acqua;
— l'esistenza di una manodopera industrial-
mente evoluta;
- la possibilità di sbocchi locali importanti
dato lo sviluppo notevole già raggiunto dal-
l'industria meccanica e il precoce sviluppo di
una rete ferroviaria fra le più dense d'Europa.
Questa concentrazione di fattori la sì ri-
scontrava soprattutto nei bacini della Sam-
bre e della Mosa, nei quali i due centri rispetti-
vamente di Charleroi e di Liegi erano quindi
chiamati naturalmente a svolgere una funzione
predominante durante più di un secolo. La
siderurgia vi disponeva delle indispensabili
quantità di acqua, abbondanti nelle valli della
Sambre e della Mosa. Inoltre, la forte con-
centrazione industriale non solo è un fattore
importante di consumo dei prodotti siderur-
gici, ma essa non può sussistere senza una rete
di comunicazioni particolarmente densa. Ora,
l’esistenza di questa rete di comunicazioni, e
specialmente di collegamenti rapidi e diretti
verso il porto di Anversa, fu un altro elemento
determinante dello sviluppo della siderurgia
belga, la quale non poteva non avere una vo-
cazione esportatrice, date le sue dimensioni,
in relazione a quelle del mercato interno.
Altra condizione ambientale che spiega la
nascita e lo sviluppo in Belgio di una prospera
siderurgia è l'economia capitalista e il libero-
scambismo che caratterizzano il paese. L’in-
dustria siderurgica ha sempre richiesto inve-
stimenti proporzionalmente più elevati che
le altre industrie, ciò che ha spinto in ogni
epoca verso la creazione di aziende di di-
mensioni superiori alla media: ora, la strut-
tura economica belga è stata particolarmente
favorevole alla realizzazione di tali obiettivi
e l'intervento dell’alta banca nella siderurgia
può essere constatato già dal 1829, quando
la Société Générale acquistò il controllo di
Cockerill attraverso un prestito di 500.000
fiorini, accordato per permettere all'azienda,
creata fin dal 1817, di accedere al rango di
grande industria.
Un caso singolare: Thy-le-Chîteau
La concertrazione della siderurgia at-
torno ai centri carboniferi, che disponevano
inoltre di comode vie di comunicazione e di
grandi quantità di acqua, oltreché degli altri
fattori che siamo venuti enumerando, si effet-
tuò rapidamente in Belgio. Solo più tardi si
constatò che questa concentrazione razionale
presentava tuttavia taluni inconvenienti, perché
solo un quarto del carbone di Charleroi era
utilizzabile per la cokefazione e quasi nulla
era la possibilità di cokefazione del carbone
di Liegi. D'altra parte, ai fattori classici di
localizzazione, il progresso tecnico e l’ini-
ziativa individuale possono sostituirne altri,
almeno per un certo tempo, e magari renderli
preminenti. È interessante a questo proposito
evocare il caso dell’officina siderurgica di
Thy-le-Chateau che fu per parecchi anni una
delle più prospere del Belgio, sebbene la sua
localizzazione non seguisse affatto i criteri
classici che abbiamo testé enunciato. Fin dal
1775 a Thy-le-Chateau (fra Sambre e Mosa)
era stato impiantato un altoforno alimentato
dalla legna disponibile nelle vicine foreste.
Le acque della Thyria erano utilizzate per il
raffreddamento, e la materia prima era tratta
da giacimenti ferriferi situati nella località
stessa di ‘Thy-le-Chateau e nelle vicinanze
33
immediate. L’affinazione della ghisa e la la-
minazione del ferro ottenuto si effettuavano
secondo tecniche assai primitive. L'officina
vivacchiò così per alcuni decenni passando
di mano in mano, fino a che, in seguito alla
corsa al carbone e alla rapida espansione degli
altiforni a coke, Thy-le-Chàteau sembrò de-
finitivamente condannata. In quel torno di
tempo, fra il 1840 e il 1845, si verificò l’evento
che doveva capovolgere il destino di Thy-le-
Chateau, che nel frattempo era stata acquistata
dalla società Eugène Riche. Questa società
aveva ottenuto l'appalto della costruzione di
una linea ferroviaria fra la regione di Sambre
e Mosa e Charleroi, La società Riche faceva
un ottimo affare investendo nella vecchia of-
ficina siderurgica acquistata per pochi soldi:
essa poteva costruirvi le rotaie e gli altri
materiali necessari ‘alla linea ferroviaria e,
poiché questa linea doveva passare proprio
per Thy-le-Chateau, si assicurava al tempo
stesso i collegamenti necessari con le fonti di
approvvigionamento di carbon fossile e con
i centri di sbocco dei prodotti. È questo uno
dei numerosi casi nei quali la siderurgia si
collega a società appaltatrici di lavori ferro-
viari, cioè a una delle attività che alimentarono
le più colossali speculazioni finanziarie e di
borsa di quei decenni. Codesti legami furono
forse ancor più importanti di quelli che do-
vevano stabilirsi in certi paesi fra industria
siderurgica e industria cantieristica (Cockerill
ne è l'esempio più importante in Belgio).
Per ritornare a Thy-le-Chateau, la nuova
officina, altamente moderna per quell’epoca,
basata su due altiforni a coke, su sedici forni
da pudellaggio e quattro treni laminatoi, poteva
produrre diecimila tonnellate di ferro laminato
all’anno (cioè il 10 per cento della produzione
belga nel 1853).
L’azienda, che già prosperava, conobbe un
eccezionale rilancio nel 1854 quando un certo
Smet, grosso commerciante in carbone di
Charleroi, le si associò creando una società
in accomandita dal nome di ‘Société des
Hauts Fourneaux et Forges de Thy-le-Chà-
teau” apportandole la propria cokeria di
Marcinelle. L’associazione carbone-minerale,
che non si era fatta fisicamente sul terreno, si
effettuava così — come del resto avvenne
in molti altri casi (per esempio, ma solo più
tardi, in certe aziende lussemburghesi) —
allo stadio del capitale e della tecnica. Thy-
le-Chàteau, modernizzata e specializzata nella
produzione di rotaie, conobbe una prosperità
eccezionale per circa un ventennio, Essa
seppe adattarsi rapidamente, data la necessità
di mantenersi all'avanguardia e grazie a un
abile sfruttamento della tecnica dei trasporti,
alle esigenze della produzione. La localizza-
zione eccentrica non fu di ostacolo a questa
espansione, perché ad un certo momento Thy-
le-Chàteau fece ricorso all’approvvigionamento
di minerale lussemburghese (divenuto più
accessibile grazie all’apertura di comunica-
zioni ferroviarie tra il Lussemburgo e il
Belgio via Arlon-Namur) e, per qualche anno,
poté sfruttare a condizioni eccezionalmente
favorevoli i residui ferrosi delle antiche “for-
34
‘
ges” della regione, cioè i cosiddetti “crayats
des Sarrasins” che contenevano fino al 60%, di
tenore in ferro. Inoltre, la ghisa utilizzata pro-
veniva dai moderni altiforni costruiti a Mar-
cinelle (cioè sulla base carbonifera) ed era
trasportata a Thy-le-Chateau per ferrovia su
carri dell'azienda stessa. La felice scelta del
prodotto finale, le rotaie, era frutto di una in-
dovinata previsione della tendenza espansio-
nistica più probabile, e permise a Thy-le-
Chateau di registrare un tasso di espansione
annuo, dal 1855 al 1875, quasi doppio di
quello dell'insieme della siderurgia belga
(nel 1875, ‘Thy-le-Chiteau produsse 60,000
tonnellate di ghisa sulle 450.000 tonnellate
prodotte in tutto il Belgio).
Tuttavia, i fattori naturali e quelli tecnici
non tardarono a prevalere, Da un lato, l’orien-
tamento pressoché totale di ‘Thy-le-Chateau
sulla produzione di rotaie, rendeva la posi-
zione dell'azienda particolarmente vulnerabile;
in secondo luogo, il successo conseguito ave-
va fatto un po’ perdere di vista i progressi
tecnici che nel frattempo si realizzavano al-
trove e più precisamente in Gran Bretagna
dove già nel 1856 si incominciò a produrre
acciaio con il sistema Bessemer. Progressiva-
mente ma inesorabilmente le rotaie in acciaio
soppiantavano quelle in ferro: erano più
resistenti e molto meno costose. A partire
dal 1875 Thy-le-Chiteau si trovò costretta
a effettuare la scelta che aveva sempre ri-
mandato: non era solo la concorrenza inglese
a costringerla a questa scelta, ma anche e
soprattutto la concorrenza di Cockerill che
fin dal 1862 produceva acciaio Bessemer e
stava assicurandosi il controllo del mercato.
D'altronde il costo della trasformazione di
una tonnellata di rotaie in ferro prodotte col
metodo classico del pudellaggio costava 28
scellini mentre quello di una tonnellata di
rotaie in acciaio col procedimento Bessemer
ne costava soltanto 8.
Evidentemente per la siderurgia belga,
Lo stabilimento dell’Espérance-Longdoz a Se-
raing. Qui, come in tutta la valle della Sambre
e della Mosa, i caratteristici impianti dell'in-
dustria siderurgica fanno parte da tempi remoti
del paesaggio. Ovunque lo stesso spettacolo:
carbone sottoterra e acciaio alla superficie.
nella pagina accanto: veduta aerea dello
stabilimento dell’Hainaut-Sambre a Couillet.
L’Hainaut-Sambre è la seconda industria si-
derurgica belga dopo la Cockerill. La rapida
ascesa della siderurgia belga è dovuta in mas-
sima parte all’intensa politica di investimenti
che fin dall'inizio ne sorresse le sorti. Uno
dei primi esempi di questa politica risale al
1829 quando la Société Générale acquistò il
controllo della Cockerill attraverso un prestito
di cinquecentomila fiorini accordato per per-
mettere all'azienda di accedere al rango di
grande industria.
che fin dal 1860 era costretta a ricorrere al-
l'importazione di minerale di ferro, il pro-
blema dell'acciaio non poteva esser risolto
così facilmente come per la siderurgia inglese,
la quale si approvvigionava per la quasi totalità
di ferro ematite. Il metodo Bessemer, o acido,
non permetteva l’impiego delle ghise fosforo-
se ottenute dalla “minette”” del bacino loreno-
lussemburghese che costituiva la fonte prin-
cipale di approvvigionamento della siderurgia
belga: per la quale quindi il problema tecnico
dominante fu in quegli anni quello della
“defosforazione”. Cockerill non lo aveva ri-
solto ma lo aveva eliminato approvvigionando-
si con minerale di oltremare.
La possibilità di scegliere un’altra soluzio-
ne si presentò nel 1878, quando al famoso
congresso dell’ Iron and Steel Institute, tenu-
tosi a Parigi, l'inglese Thomas rese pubblico
il suo metodo di defosforazione della ghisa
mediante l’impiego di un rivestimento basico
dei convertitori. La siderurgia belga non
seppe decidere rapidamente in questo senso
(come invece aveva fatto la siderurgia lus-
semburghese, per la quale l'adozione del
nuovo metodo era ragione di vita o di morte
perché essa non disponeva della base carbone
e se avesse dovuto rinunciare all'impiego del
proprio minerale avrebbe dovuto soccombere).
Anche Thy-le-Chateau, che pure aveva ac-
quistato il brevetto Thomas fin dal 1880,
non seppe decidersi ad impiegarlo e qualche
anno dopo, in piena crisi, installava un’ac-
ciaieria Bessemer, troppo tardi per riprender
quota. Tanto che, nel 1891, dopovalcuni eser-
cizi caratterizzati da perdite ingenti, nuovi
interessi subentravano, quelli della Banque
de Bruxelles (il nuovo gruppo finanziario,
concorrente della Société Générale, che fu
all'origine della Brufina, e che doveva dive-
nire in seguito, con la Cofinindus, uno dei
due pilastri del gruppo de Launoit). Thy-le-
Chateau diveniva società anonima e aggiun-
geva al suo nominativo quello di Marcinelle:
la località dove gli impianti erano quasi to-
talmente trasferiti e dove nel 1898 veniva
installata un’acciaieria ‘Thomas. Si chiudeva
così un ciclo durato vari decenni durante i
quali l’abile sfruttamento della tecnica e della
congiuntura aveva permesso di raggiungere
risultati eccezionalmente favorevoli nonostan-
te una localizzazione contrastante con i criteri
più ortodossi e con le tendenze più general
mente accettate.
Unindustria estremamente dinamica
Nel periodo della sua installazione, del
suo sorprendente sviluppo, e del suo conso-
lidamento periodo che va grosso modo
dal 1830 al 1875 — la siderurgia belga, ba-
sata sulla produzione della ghisa e del ferro
pudellato, rivela un dinamismo, un gusto del
rischio, un rapido assorbimento delle nuove
tecniche, che sono le caratteristiche fonda-
mentali della rivoluzione industriale alla quale
assisteva l'Europa uscita dal Congresso di
Vienna. L'attività industriale, la concentra-
zione dei capitali, il rapido progredire della
meccanizzazione, realizzavano in Belgio, come
già in Inghilterra, come di lì a poco nella
Renania-Westfalia e come nel Nord della
Francia, l'avvento della muova èra, della ci-
viltà del carbone. È interessante notare che,
mentre nel Lussemburgo l'economia siderur-
gica, che pure ha un peso specifico determi-
nante nella vita economica nazionale, rima-
neva sostanzialmente estranea alla struttura
di detta economia (la totalità della ghisa pro-
dotta era esportata per alimentare industrie
trasformatrici di altri paesi), in Belgio la si-
derurgia si inserisce profondamente nel pro-
cesso produttivo. Per almeno quarant'anni le
materie prime impiegate sono interamente
belghe, di origine belga sono i capitali, e la
produzione di ghisa, trasformata in ferro
(e più tardi in acciaio) è quasi esclusivamente
assorbita dalle industrie trasformatrici na-
zionali, oltreché, evidentemente, dall’ecce-
zionale sviluppo ferroviario del paese.
35
Senza alcun dubbio, il Belgio fu all’avan-
guardia nell'adozione delle nuove tecniche
di produzione della ghisa sul continente e
questo probabilmente grazie alle intense re-
lazioni con l'Inghilterra, ed all’analogia dei
problemi da risolvere. Quasi simultaneamen-
te, già nel 1827, i primi due altiforni a coke
venivano accesi a Marcinelle ed a Seraing,
cioè nelle due regioni carbonifere che sono
state e rimangono i due poli dell’attività si-
derurgica belga: il bacino di Charleroi e quel-
lo di Liegi. Gli anni dal 1830 al 1840 videro
la nascita di una buona parte di quelle che
sono ancor oggi le massime industrie side-
rurgiche belghe, come vedremo fra poco.
Ma soprattutto videro un affermarsi rapidis-
simo della nuova tecnica; che solo lentamente
entrava nelle concezioni dei ‘‘maîtres de
forges” degli altri paesi del continente. Basti
ricordare che nel 1837 degli 89 altiforni in
attività in Belgio, 23 marciavano a coke, men-
tre alla stessa epoca in Francia su 508 altiforni
in attività, solo 28 marciavano a coke, In
Lussemburgo, il primo altoforno a coke ve-
niva acceso nel 1870; quanto alla Renania-
Westfalia, e nonostante l’industria vi fosse
assisa interamente sul carbone, il primo gran-
de complesso a coke è del 1850. Questo con-
siderevole anticipo costituì per molti decenni
la ragione della prosperità e della superiorità
della siderurgia belga, e dell’industrializzazione
precoce del paese. Questa andava di pari
passo con lo sviluppo ferroviario, che fu di
gran lunga il più rapido di Europa (la rete
ferroviaria belga è ancor oggi la più densa
di Europa, Inghilterra compresa). La deci-
sione di costruire una rete ferroviaria statale
fu presa nel 1834 e le prime rotaie furono or-
dinate in Inghilterra, ma già l’anno seguente
l'industria nazionale era in grado di fornirle.
Tra il 1835 e il 1852 si costruirono 54 chilo-
metri di ferrovie ogni anno, e questo ritmo
passò a 109 chilometri annui fra il 1852 e
il 1870: ogni anno, più di ottomila tonnellate
di rotaie erano assorbite nella costruzione di
36
nuove linee (senza contare l’altro materiale
e il rinnovo frequente delle rotaie preesistenti).
La concentrazione, su una superficie relati
vamente limitata, delle risorse di materie pri-
me, dei mercati di consumo, di un porto di
grande esportazione (Anversa), il tutto ser-
vito da una densa rete ferroviaria e da vie
d’acqua estremamente economiche, spiega
sufficientemente lo sviluppo straordinario del-
l’industrializzazione e in particolare della si-
derurgia belga.
Questo sviluppo è effetto e causa del
rapido accumularsi di capitale e di una in-
tensa politica di investimenti. Senza l’inter-
vento del capitale finanziario, in misura ade-
guata alle necessità ed alle prospettive, non
si potrebbe spiegare la rapida ascesa della si-
derurgia belga. Abbiamo visto già il caso
particolare di ‘Thy-le-Chateau, industria che
ha prosperato per qualche tempo, nonostante
una localizzazione a controcorrente: anche in
quel caso l’intervento della Banca divenne a
un certo momento determinante facendo gra-
vitare verso l’ Hainaut (cioè la regione di
Charleroi-Marcinelle-La Louvière) la sola in-
dustria siderurgica esistente nella provincia
di Namur. Ma un rapido sguardo ad alcune
altre grandi imprese siderurgiche permette di
apprezzare il carattere determinante dell’in-
tervento del capitale finanziario.
Nel bacino di Liegi i due colossi Cockerill
ed Espérance-Longdoz dominano da più di
un secolo, producendo quasi la metà dell’ac-
ciaio belga.
Le officine Cockerill erano state create nel
1817 da un signor Cockerill a Seraing presso
Liegi, ma già nel 1823 questo industriale di-
namico era entrato in relazione stretta con la
Société Générale des Pays-Bas, fondata per
iniziativa di Guglielmo d’Orange nel 1822
allo scopo di favorire l'espansione dell’indu-
stria nazionale, in unione con il “Fonds d’en-
couragement è l’industrie”’ e con l’intervento
personale dello stesso Guglielmo. Nel 1827,
grazie ai finanziamenti ottenuti, Cockerill si
lancia nella costruzione del primo altoforno
a coke installato in Belgio. Ma l’impresa su-
pera rapidamente i limiti individuali, la grande
industria necessita investimenti crescenti: nel
1829 la Société Générale converte in quota
di capitale il suo credito di 500.000 fiorini.
Cockerill continua ad espandersi, assistito in
pieno dalla Banque Générale che, dopo la
rivoluzione e l’accesso del Belgio all’indipen-
denza, ha preso la successione della società
creata da Guglielmo d’Orange. La Banque
Générale, che da allora ha svolto ininterrot-
tamente una funzione preminente nell’econo-
mia belga (essa controlla ancor oggi oltre il
quaranta per cento della siderurgia belga), tra-
sforma in partecipazioni tutti i suoi crediti pres-
sole società che la congiuntura politico-econo-
mica ha messo in difficoltà: essa diviene così
il vero potere finanziario che dirige l’economia.
Essa fornisce i mezzi necessari al progresso
tecnico. Non per nulla Cockerill sarà il primo
in Europa a produrre acciaio Bessemer (nel
1862), come già era stato il primo a produrre
ghisa al coke, a produrre rotaie, locomotive,
cannoni, a sperimentare la produzione di
acciaio al crogiolo, a utilizzare l’aria surri-
scaldata negli altiforni.
La stessa Banque Générale era intervenuta
nel 1836 nella creazione, sempre nel bacino
di Liegi, della Société Anonyme des Char-
bonnages et des Hauts Fourneaux de l’Espé-
rance, una società carbonifera esistente fin
dal XVII secolo per lo sfruttamento della
“Fosse ‘de l’Espérance” che nel 1834 aveva
costruito un primo forno a coke per la va-
lorizzazione del carbone prodotto (il princi-
pale acquirente di coke era proprio Cockerill).
Espérance metteva a fuoco nel 1838 due alti-
forni e altri ne accendeva nel 1845 e nel 1846.
Qualche anno dopo cedeva le miniere di car-
bone per dedicarsi interamente alla siderurgia
ed assorbiva nel 1862 la società Dothée di
Longdoz, che produceva lamiera stagnata
a partire dalla ghisa fornita da Espérance.
Nasceva così la società Espérance-Longdoz
che doveva specializzarsi (dal 1909) nella
produzione di lamiere sottili, settore nel qua-
le essa domina tuttora di gran lunga il mer-
cato belga. Espérance-Longdoz passava in
seguito sotto il controllo del gruppo Evence-
Coppée, ditta industriale specializzatasi nella
costruzione di forni da coke e per tale via
portata a interessarsi allo sviluppo di aziende
carbonifere e siderurgiche.
Per passare al bacino di Charleroi, vi ritro-
viamo la Banque Générale come azionista
principale dei Laminoirs et Forges de la
Providence, di Marchienne au Pont, società
creata nel 1838, cioè in pieno “boom” carbo-
siderurgico, e che diverrà in seguito un
“ponte” di partecipazioni in importanti grup-
pi francesi.
La Banque Générale è presente, direttamen-
te o indirettamente anche in altre importanti
iniziative, (Sambre et Moselle, Hainaut ecc.)
anche se fu poi soppiantata da altri gruppi
di controllo e specialmente da quello della
Banque de Bruxelles, grossa banca d’affari
creata nel 1871 e che acquistò gradualmente
il controllo di imprese in ogni settore eco-
nomico, compreso quello della siderurgia e
delle miniere di carbone (come vedremo
più oltre).
Nel periodo considerato si verifica nella
siderurgia belga un movimento di concentra-
zione aziendale che è in armonia con le esi-
genze strutturali di tale industria e con l’ado-
zione delle nuove tecniche. Nel 1850 esiste-
vano in Belgio 88 officine siderurgiche: esse
erano ridotte a 17 nel 1885: nel frattempo la
produzione di ‘ghisa passava da 150.000 a
700.000 tonnellate. Lo stesso periodo vide
la siderurgia passare da un regime di prote-
zione, rafforzato attraverso le tariffe doganali
del 1822, del 1831 e del 1848, a un regime
estremamente liberale, che inaugurato dalla
tariffa del 1856 e proseguito attraverso la
conclusione di accordi bilaterali e poi l’ado-
zione della clausola della nazione più favorita,
fece del Belgio il paradiso del libero-scambi-
smo. Il processo era stato analogo a quello
inglese: costituita la sua solida struttura e
conquistato un vantaggio tecnico considere-
vole, la siderurgia non aveva più bisogno di
alcuna protezione e una politica liberale le
permetteva di penetrare sui mercati stranieri e
di approvvigionarsi di materie prime. Un
indice eloquente del progresso tecnico e della
riduzione dei costi era la diminuzione della
messa a mille di coke negli altiforni, passata
da 3 tonnellate nel 1831 a 1,5 nel 1860. Il
costo di una tonnellata di ghisa, che era nel
1845 (primo anno per il quale si dispone
di dati) di 105 franchi, era di soli 60 franchi
nel 1880. In questo stesso anno, la produzione
annua media per altoforno era di 20.000 tonnel-
late di ghisa in Belgio contro 14.000 in Gran
Bretagna, 11.000 in Germania e 8.600 in
Francia). L'evoluzione tecnica rendeva la
ghisa un prodotto a buon mercato, fattore
importante di progresso industriale.
In questo stesso periodo il Belgio di-
viene importatore netto di ghisa ed esporta-
tore netto di prodotti di ferro. È un indice
eloquente della industrializzazione accentuata
e della vocazione trasformatrice dell'industria.
Dal 1851 al 1875 la produzione di ferro passa
da 67.000 a 436.000 tonnellate e il numero
degli operai da 3.111 a 14.541; maggiore è
lo sviluppo della forza installata (macchine
a vapore) da 1.743 a 16.404 cavalli. E questo
mentre il numero delle officine passa da 102
A 54
Un periodo transitorio va grosso modo
dal 1873 al 1886: esso vede il passaggio gra-
duale dalla produzione di ferro alla produ-
zione di acciaio, che Cockerill aveva iniziato
è vero sin dal 1862, ma che era rimasta per
vario tempo di carattere quasi sperimentale
fino a che Cockerill stesso non si decise a
trasformare la propria ghisa liquida, ottenuta
riducendo minerale importato dalla Spagna,
in acciaio Bessemer. In questo periodo i
produttori belgi sono alquanto disorientati,
come abbiamo già visto parlando di Thy-le-
Chateau, in quanto non sanno decidersi ad
adottare francamente il sistema Thomas (la
sua adozione si generalizza solo dopo il 1893
quando il brevetto diviene di dominio pub-
blico) che pure è il più adatto al tipo di mi-
nerale generalmente impiegato. Hainaut si
ostina nel perfezionamento della fabbricazione
del ferro, che continua a tenere il mercato per
certi prodotti: ma nel 1876 esistono già tre
acciaierie. nel bacino di Liegi: Cockerill,
Angleur e Sclessin. Seguono Thy-le-Chîteau
nella provincia di Namur e La Louvière
(nel 1881) nell’Hainaut. Si tratta beninteso
di acciaierie Bessemer: il primo che adotta il
sistema ‘Thomas è Angleur, l’anno stesso
della invenzione, cioè nel 1879 (mediante
sostituzione della suola acida dei convertitori
Bessemer). Seguono Athus nel 1883, Ougrée
e Providence nel 1893, Marcinelle nel 1894,
Thy-le-Chateau nel 1899, Boel nel 1901,
Espérance-Longdoz nel 1907 e infine Co-
ckerill nel 1908.
Nel 1912, il 98% della produzione belga di
ghisa per acciaio è Thomas: questa percen-
tuale è diminuita solo negli anni più recenti,
ma ancora oggi l’ 85% dell’acciaio prodotto
in Belgio è acciaio Thomas.
Ecco come si presenta oggi lo stabilimento della Cockerill a Seraing. L'industria siderur-
gica belga è oggi controllata da gruppi che estendono la loro influenza in tutti i settori
Secolo nuovo, siderurgia moderna
Dal punto di vista della struttura, la
siderurgia belga mantiene quella che si era
foggiata nell’ultimo ventennio del secolo XIX:
forte concentrazione aziendale (qualche nuova
azienda si è costituita sul finire del secolo e
in particolare Clabecg, la cui localizzazione
è spiegata dalla razionalità delle vie di co-
municazione e dalla vicinanza di importanti
riserve di manodopera), stretti legami con
le banche di affari, orientamento accentuato
verso l’esportazione. Praticamente esauriti i
minerali indigeni, venuti meno i carboni atti
alla cokefazione, la siderurgia belga deve
orientarsi sempre più verso l’esterno, per il
suo approvvigionamento come peri suoi sboc-
chi. Nel 1913, il 55 per cento delle vendite
sono fatte in paesi terzi e solo il 45 per cento
nel mercato interno. Da notare che queste
percentuali riguardano interamente l’acciaio,
perché il Belgio è divenuto importatore netto
di ghisa. La produzione di ghisa e quella di
acciaio avanzano d’altronde parallelamente
(e questo parallelismo è quasi perfetto a par-
tire dal 1900-1905, generalizzandosi le acciaie-
rie Thomas). Nel 1913 sono prodotte 2.485.000
tonnellate di ghisa e 2.467.000 tonnellate
di acciaio. L’aumentata importanza del Bel-
gio come esportatore di acciaio è confermata
dal fatto che la quota attribuita al Belgio dal
sindacato internazionale degli esportatori del-
le rotaie di acciaio, che era del 7% nel 1884,
passava al 18% nel 1904.
La prima guerra mondiale era passata
sul Belgio come un uragano di distruzione:
nel 1919 la capacità di produzione degli alti-
forni era pari al 6,3% di quella anteguerra,
ciò che permise (grazie alle indennità di
guerra, alla svalutazione monetaria e ad una
congiuntura favorevole) una rapida ricostru-
Na
J
della vita economica: questo spiega come lo sviluppo di questa grande industria si inseri»
sca profondamente nella vita e nell'economia del paese, collettivamente e individualmente,
zione su nuove basi, avvantaggiando la side-
rurgia belga specialmente in confronto alla
sua diretta concorrente, la siderurgia inglese,
rimasta praticamente intatta, ma vetusta. La
quota parte della produzione siderurgica bel-
ga in relazione alla produzione mondiale, che
era inferiore al 2% nel 1921, raggiunse il 7%
per la ghisa e il 5,5% per l’acciaio nel 1932,
e ciò malgrado la diminuzione della produzione
in cifre assolute, passata in Belgio, per quel
che riguarda la ghisa, dal record di 4 milioni
di tonnellate nel 1929 (cifra che non sarà
più sorpassata fino al 1951) a 2,7 milioni di
tonnellate nel 1932 e nel 1933. La siderurgia bel-
ga poté quindi resistere, assai meglio di quella
inglese, alla grande crisi, anche attraverso una
serie di concentrazioni e di assestamenti nel
controllo dei gruppi finanziari: infatti negli
anni trenta il gruppo de Launoit si impadro-
nisce del controllo della Banque de Bruxelles,
38
divenuta Société de Bruxelles pour la Banque
et l’Industrie (Brufina) e collegata alla Compa-
gnie Financière et Industrielle (Cofinindus)
holding del gruppo del Conte de Launoit. La
maggior partecipazione industriale siderurgi-
ca di questo gruppo era allora la Società
Ougrée- Maribaye erede della società carbo-
siderurgica Ougrée fondata nel 1835. Nel
1927 Angleur e Athus si fondono; nello stesso
anno Sambre-et-Moselle assorbe Chatelineau;
nel 1931 OQugrée-Marihaye assorbe Alliance
Monceau, è così via.
Contrariamente a quanto era accaduto
nel 1914-18, la seconda guerra mondiale la-
sciò quasi intatti gli impianti siderurgici belgi,
sicché già nel 1946 la produzione di ghisa
superava largamente i 2 milioni di tonnellate
e le produzioni medie di anteguerra erano
superate a partire dal 1948. Questo periodo
è caratterizzato non tanto dalla rapida espan-
sione della produzione, quanto dalla concen-
trazione aziendale e dalla adozione di nuove
tecniche nella produzione dell’acciaio. La più
clamorosa fra le concentrazioni di aziende è
stata quella, realizzata nel 1955, fra il gruppo
Cockerill e quello Qugrée-Marihaye (con-
centrazione che ha costituito un punto d’in-
contro dei due massimi gruppi finanziari
belgi); non meno importante quella fra Sambre-
et-Moselle (del gruppo della Société Géné-
rale) e le Usines Métallurgiques du Hainaut
(del gruppo francese Banque de Paris et des
Pays-Bas), che diede luogo alla creazione di
Hainaut et Sambre.
Dal punto di vista tecnico assistiamo alla
generalizzazione della produzione di acciaio
soffiato all’ossigeno, ciò che riclassifica l’ac-
ciaio Thomas, le cui qualità tecniche lascia-
vano alquanto a desiderare. Inoltre, imprese
come |’ Espérance-Longdoz, da tempo specia-
lizzate nella produzione di lamiere sottili,
rinnovano interamente la loro attrezzatura e
moltiplicano la loro capacità di produzione
(l’Espérance-Longdoz, che nel 1956 aveva pro-
dotto 230.000 tonnellate di lamiere sottili, cioè
il 46% della produzione belga, portava la
sua capacità di produzione nel 1960 a 400.000
tonnellate, aumentabili a 600.000). L'industria
siderurgica belga rimane un esempio classico
di industria integrata, nella quale uno dei
problemi principali consiste nell’ovviare agli
squilibri inevitabili, anche se transitori, tra i
vari stadi della produzione.
La vocazione esportatrice dell'industria si-
derurgica belga non si attenua nel dopoguer-
ra, anzi si rafforza. Se nel 1913 le esportazioni
di acciaio belga assorbivano il ss% della
produzione, questa percentuale passava al
59% negli anni immediatamente precedenti
la seconda guerra mondiale, al 68% nel 1957
e al 73% nel 1958. L'affermazione sui mercati
terzi era in parte il frutto dell’assenza relativa
della Germania: ma essa fu anche un’esigenza
imperiosa dato che l'espansione del consumo
interno belga è stata in questi ultimi anni
piuttosto limitata, mentre la siderurgia, pena
la decadenza, non poteva stagnare in posizioni
troppo arretrate rispetto a quelle degli altri
paesi della CECA. Nonostante questo, il
tasso di espansione della siderurgia belga è
stato in questi ultimi anni inferiore a quello
di altri paesi della Comunità.
Struttura attuale e prospettive
L'industria siderurgica belga, come ab-
biamo visto, era già un’industria fortemente
concentrata alla fine del secolo scorso: i mu-
tamenti successivi non ne trasformano la
struttura. Dalle 17 officine del 1885 si passa
alle 12 officine esistenti nel 1940 ed attual-
mente, Gli investimenti si fanno quindi ac-
crescendo la capacità delle officine esistenti
anziché erigendone delle nuove: ovviamente,
le dimensioni aumentano e la percentuale di
concentrazione si accresce: nel 1913, cinque so-
cietà fornivano il 54%, della produzione di ghisa;
mentre nel 1956 il so per cento della produ-
zione di acciaio era fornito da due sole società.
La ripartizione percentuale della produ-
zione fra le varie società, quale risultava nel
1956 (essa non si è modificata sensibilmente
negli anni seguenti, sebbene la produzione
media annua di acciaio grezzo sia passata
da 6,2 a 7 milioni di tonnellate) è la seguente:
Cockerill-Ougrée 32,50%
Hainaut-Sambre 18%
Providence 10%,
Espérance-Longdoz 8,5%
Clabecq 8%
Boel 6,5
Thy-le-Chateau 5%
Ac. et Min. Sambre 455%
altri 7%
Le società indicate hanno tutte officine
integrate cioè altiforni per produzione di ghi-
sa, acciaierie (per la maggior parte ‘Thomas,
in misura minore Martin ed elettriche), è la-
minatoi. Le tre altre società che fanno par-
te del «Gruppo altiforni e acciaierie belghe »
sono la Fabrique de Fer de Charleroi (ac-
ciaierie Martin ed elettriche, laminatoi), le
Forges et Laminoirs de Jemappe (acciaierie
Martin ed elettriche, acciai speciali, lamina-
toi) e la Société minière et métallurgique
de Musson et Halanzy che produce ghise
fosforose e da fonderia.
Può essere interessante conoscere almeno
sommariamente la ripartizione fra i gruppi
di controllo finanziari. Si rileverà che il
gruppo della Société Générale controlla il
41% della produzione siderurgica (attraverso
Cockerill-Ougrée, Hainaut-Sambre, Providen-
ce), il gruppo del Conte de Launoit (Brufina-
Cofinindus) controlla il 25% (attraverso Thy-
le-Chateau, Aciéries et minières de la Sam-
bre e la partecipazione Ougrée nella fusione
Cockerill-Ougrée), il gruppo Boel (che è
praticamente un gruppo familiare, dei sei
membri della Usine Gustave Boel, quattro
sono membri della famiglia) controlla il 10%,
il gruppo Evence-Coppée (attraverso Espé-
rance-Longdoz) controlla il 10%; infine, il
gruppo francese della Banque de Paris et
des Pays-Bas, notoriamente legato a Schnei-
der, controlla il 7%, (attraverso la partecipazione
Hainaut nella fusione Hainaut-Sambre dove
si è associato col gruppo della Société Géné-
rale).
Se si pensa che i gruppi in parola estendono
la loro influenza preponderante a tutti i
settori della vita economica belga: carbonifero,
elettrico, chimico, tessile, dei trasporti (e del
resto la maggiore società siderurgica belga,
Cockerill è un trust verticale che va dalle
miniere di carbone alla siderurgia, ai cantieri
navali ed alle linee di navigazione: i Perrone
se l’erano proposto per modello quando,
dopo la prima guerra mondiale, si trattava di
convertire l’Ansaldo alla produzione di pace)
oltre naturalmente al settore bancario, si com-
prende come i problemi della siderurgia e lo
sviluppo di questa industria si inseriscano pro-
fondamente nella vita economica del paese,
collettivamente e individualmente.
Questa industria ha un imperativo costante:
quello di mantenere la propria competitività
mondiale, perché non dispone praticamente
di alcuna protezione, e, data l’alta percentuale
di prodotto esportato, deve essere in condi-
zione di far fronte alla concorrenza più acca-
nita. Essa può tuttavia beneficiare, come la
siderurgia lussemburghese, dei cospicui utili
realizzabili nei periodi di alta congiuntura
mondiale. I programmi di rapida espansione
elaborati dall'insieme della siderurgia comuni-
taria inquietano la siderurgia belga, che già
da molto tempo consiglia la prudenza, spe-
cialmente di fronte allo sviluppo, che taluni
considerano sproporzionato alle possibilità
future di collocamento, dei prodotti laminati.
Il presidente dell’associazione dei siderurgici
belgi dichiarava qualche tempo fa che « tenuto
conto delle prospettive attuali di sviluppo
della domanda di prodotti siderurgici in Belgio,
una nuova officina incontrerebbe ineluttabil-
mente delle grosse difficoltà di sbocco e la
sua creazione avrebbe per conseguenza di
compromettere lo sviluppo normale delle of-
ficine esistenti ». Egli riteneva preferibile di
gran lunga la politica tradizionale, cioè Pin-
vestimento nelle officine già esistenti, calco-
lando che il costo di una tonnellata supple-
mentare di capacità produttiva di acciaio in
una officina esistente era di 7.000 franchi
belgi contro un costo di 15.000 franchi per
la costruzione di un’officina nuova, Tuttavia,
la recente decisione di costruire ‘“Sidemar”,
associazione di interessi belgi, lussemburghesi
e francesi, dimostra che un cambiamento pro-
fondo è intervenuto (sul quale d’altronde
non tutti i belgi sono d’accordo) e che una
tradizione durata lunghi decenni è innovata.
Gli avversari della creazione di una nuova
officina, e della sua creazione presso il mare
(come è il caso di Sidemar) sostengono che
il Belgio è un paese piccolo e altamente indu-
strializzato, nel quale le distanze contano re-
lativamente poco e che sarebbe sufficiente
fare uno sforzo per completare e migliorare
la rete di trasporti fluviali. Certo è che le
modificazioni strutturali ‘dell'industria siderur-
gica nel mondo e le conseguenze che ne
possono derivare per gli sbocchi, sono atten-
tamente seguite da un’industria orientata
verso il mondo esterno e che non può per-
mettersi la minima sosta sul cammino del
progresso tecnico.
Educazione
artistica
nella scuola
La proficua collaborazione tra il Ministero
della Pubblica Istruzione e l’ Italsider, che ha
dato vita a Genova-Cornigliano, nell’ambito
dell’ Istituto professionale “A. Odero”, ad
una Scuola statale funzionante all’interno
dello stabilimento ‘Oscar Sinigaglia”, ha visto
realizzarsi un'iniziativa non strettamente at-
tinente alla qualificazione degli allievi nelle
attività siderurgiche, ma che tuttavia riveste
un interesse didattico degno di considerazione.
Accanto alle materie di insegnamento “si-
derurgico”, nella scuola ha infatti trovato
posto un corso di educazione artistica diretto
dal pittore Rocco Borella e sfociato in una
mostra di dipinti, sculture, incisioni, allestita
presso il circolo aziendale dello stabilimento.
Pure essendo stata ordinata secondo il cri-
terio strettamente didattico che informa il
corso, quello cioè di coltivare in ogni giovane
allievo lo sviluppo della propria sensibilità
intuitiva e ragionativa, la mostra ha ottenuto
risultati più che lusinghieri.
Le esperienze ricavate dall’insegnamento
della pittura presso l'Accademia Ligustica
di Belle Arti a Genova e presso il Liceo
artistico hanno certamente giovato a Borella,
ma egli tiene a confessare che l’esperienza di
questa nuova scuola è divenuta per lui assai
più interessante. Egli cioè può plasmare que
sti giovani e prepararli ad un gusto estetico
E a
Pubblichiamo alcuni dei più interessanti lavori eseguiti dagli allievi della Scuola
statale per le attività siderurgiche + A. Odero”, funzionante all’interno dello sta-
bilimento * Oscar Sinigaglia” di Cornigliano, durante il corso di educazione
artistica inserito nel programma di studi e diretto da Rocco Borella.
in alto: «Genova medievale» di Angelo Pizzorno (china colorata)
qui sopra: «Impressioni di stabilimento» di Gianfranco Doragrossa (incisione
su linoleum )
40
con maggior libertà che nelle altre scuole,
obbligate a seguire tanti co prestabiliti.
Qui egli infatti riunisce in sé l'insegnamento
delle varie materie artistiche, dalla pittura alla
scultura, dal disegno all’incisione, alla storia
dell’arte. Il tempo limitato costringe ad una
sinteticità di programmi ma ciò, in fondo,
giova agli stessi alunni offrendo loro la pos-
sibilità di essere più immediati nell'esecuzione
dei propri lavori e di non soffermarsi troppo
su ricerche disegnative diciamo pure di
“maniera” o verso problemi sia pur attraenti
ma che esulano completamente dal campo
preciso della futura loro attività.
Per ciò che concerne il colore, l’insegnamen-
to è basato sulla teoria scientifica del cerchio
cromatico di Newton e di Goethe; per faci-
litare poi la comprensione della gamma cro-
matica, gli stessi colori vengono divisi in «pri-
mari» (giallo, rosso, blu), in «secondari» e
«complementari» (arancio, viola, verde), «ter-
ziari» o «intermediari» (detrazione del colore
primario, giungendo fino ‘al nero).
Attraverso lo studio della geometria eucli-
dea vengono poi fornite agli allievi le nozioni
relative alla forma, ai rapporti costruttivi e
compositivi ecc.
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alzi,
Dopo circa un trimestre di disegno classico,
si passa al disegno dal vero: dai pezzi di mec-
canica, ad impressioni libere dello stabili-
mento; dagli oggetti in genere, agli edifici
monumentali antichi osservati attraverso gite
appositamente effettuate. La possibilità poi
di conoscere la tecnica della saldatura, data
dall’officina, porta alla costruzione di modelli
plastici in lamierino e quindi alla vera e pro-
pria scultura. Vengono poi le cere colorate,
le tempere, la china, l’acquerello. Per l’inci-
sione viene usato il linoleum e per lo sbalzo
le lastre di rame.
Giunti a tal punto, l’attività della Scuola
non poteva non sfociare, come abbiamo già
detto, in una mostra.
Le opere esposte, eseguite con tecniche di-
verse, sono state scelte fra le più significative.
Tuttavia il direttore della Scuola, professor
Puncuh, tiene a sottolineare che l’interesse della
manifestazione non deve essere posto sul risul-
tato del singolo allievo quanto sul lavoro com-
plessivo della Scuola stessa per giudicarne così
il metodo educativo. Non possiamo tuttavia
passar sotto silenzio almeno quelle opere che più
hanno impressionato i critici d’arte che hanno
visitato la mostra e che da sole basterebbero
a testimoniare l’alto livello raggiunto. Ricor-
diamo dunque i vivi sbalzi su rame di Angelo
Pedemonte, le cere colorate di Alberto Bu-
relli che si dimostra tanto sensibile alla vio-
lenza del colore, le linoleografie e le tempere
di Gianfranco impostate con
ampio studio di prospettiva. Una scultura in
lamierino saldato è opera di collaborazione
che nei suoi strutturali volumi par quasi un
omaggio alle sculture futuriste di Boccioni.
La sensibilità pittorica
alunni nell’accostare ed intonare i colori delle
proprie più o meno fantasiose composizioni,
il sentimento plastico espresso egregiamente
negli sbalzi in metallo, raggiungono dunque un
livello che si vorrebbe sempre trovare in al-
cuni sia pur noti artisti contemporanei.
È quindi con un certo stupore che ci si
accosta a queste opere scoprendo in esse
elevate qualità estetiche che certamente ri-
flettono nei migliori, più che una prepara-
zione, una vera e propria maturità di appren-
dimento, in questi semplici giovani i quali si
sono accostati a tale indovinatissimo metodo
educativo che, pur lasciando loro libertà di
espressione, ne ha modellato il
capacità più intime.
Doragrossa,
di questi giovani
gusto e le
a sinistra: «Oggetto meccanico dal vero» di
Alberto Burelli (tempera)
qui sotto: scultura eseguita in collaborazione
(lamierino saldato)
Verso
lo stato
moderno
Riportiamo una recensione del libro di
Giorgio Bo «Verso lo stato moderno» che
Arturo Carlo Jemolo ha scritto per il setti-
manale «Il Punto». «Verso lo stato moder-
no» costituisce una selezione rigorosa ed es-
senziale degli interventi politici e dei dibat-
titi parlamentari sostenuti dall’autore in que-
sti ultimi quindici anni. La varietà dei temi
trattati, di politica interna ed estera, econo-
mica e sociale, ne fa un’importante guida
critica ad uso dell'italiano «moderno».
Giorgio Bo, ministro delle Partecipazioni Statali
e fin dalla prima legislatura senatore per la Li-
guria, è certamente una delle figure più salienti
del settore della democrazia cristiana più libero,
in ogni ambito, da nostalgie del passato. Antifa-
scista senza esitazioni, e di un antifascismo che
non si ferma a vecchi rancori, ma guarda al-
l'avvenire, preoccupato che non abbiano a ripe-
tersi abdicazioni di un popolo ad un uomo ;
con una schietta fiducia nelle regole della demo-
crazia e della libertà, Bo è uno degli uomini
politici per cui il comunismo non si combatte
con la repressione, ma creando un tipo di so-
cietà che la massa dei cittadini desideri conser-
vare, uno stato ch’essi possano amare.
In questo volumetto sono raccolte sue pagine
e suoi discorsi degli ultimi quindici anni, organiz-
gati sistematicamente, guardando alle eredità ne-
gative del passato, alle forme e strutture giuridiche
statali, ai problemi della scuola e dello spettacolo,
considerati sotto la visuale di quelli che siano
i compiti dello stato, ai problemi economici e
fiscali, alle grandi direttive di politica estera.
Questi passi così sistemati sono preceduti da
una prefazione, in cui si ricorda che il loro filo
conduttore è la preoccupazione di fondare in
Italia lo stato moderno, il paese colto e civile,
radicato ai valori della libertà. Per giungere a
tanto, occorre rifiutare la politica fatta giorno
per giorno, e volere che la democrazia metta
salde radici nella coscienza collettiva. Occorre
superare la malattia del totalitarismo, nelle due
forme, del comunismo e del fascismo.
Coraggiosamente, ricordando che chi scrive
è un ministro del partito che senza interruzioni
tiene il governo da ormai quasi quattordici
anni, il Bo afferma subito che « non può conside-
rarsi compiutamente maturo un popolo fino a
quando nell’ambito del suo regime costituzionale
non sia tradotta sicuramente nei fatti la possi-
bilità dell’alternativa per cui due partiti o due
coalizioni possono vicendevolmente succedersi al
potere, senza che possa essere messa a repentaglio
la sicurezza del regime democratico »,
E, accedendo ad una formula che Calogero
ha reso popolare tra noi, afferma Bo che la
forza della democrazia è il dialogo: cioè la
tolleranza e la libertà.
Pure essendo un giurista, Bo non sopravvaluta
la forza delle strutture giuridiche ; la democrazia,
prima ancora che un regime politico, è un clima
morale, un costume, uno stile di vita pubblica e
privata. Così più che giuridico e parlamentare,
è un problema di costume quello del rapporto
tra maggioranza e minoranza in parlamento.
Bo riafferma la tradizione democristiana in
41
favore delle autonomie locali, pur non prenden-
do posizione quanto altri potrebbero desiderare
per una sollecita realizzazione delle disposizioni
della Costituzione sulle regioni.
In materia economica rivendica il diritto dello
stato di farsi împrenditore, però seguendo la
direttiva fondamentale che le imprese statali
debbano battersi sul terreno della libera con-
correnza con le industrie private senza nessuna
posizione di privilegio e senza nessuna diffe-
renza nei metodi; cioè operare secondo criteri
economici, ma mirando a scopi di solidarietà e
di utilità generale, che non possono dissociarsi
dall'idea di stato moderno. Lo stato imprendi-
tore deve fare qualcosa di più di ciò che fa l’im-
presa privata : così sceglierà in Italia a campo
preferito per i suoi interventi il Mezzogiorno,
che più ne avverte il bisogno. In massima, nella
distribuzione di aree tra iniziativa pubblica e
privata, una buona regola sarà quella del « la-
sciar fare chi ha già fatto e può fare», cioè di
non turbare l’attività, d'iniziativa privata o d’im-
presa pubblica, che abbia dato buona prova di sé,
quando anche in linea di programmazione generale
per l'avvenire si battesse una strada diversa.
Dà grande importanza alla scuola ; riconosce
che il numero degli studenti è eccessivo, dovuto
non a sete di sapere, ma alla corsa all'acquisto
del diploma. Si augura una scuola per tutti,
ma una selezione, fondata sul criterio del merito.
Qui pure pensa che la questione di fondo sia quel-
la di costume, e che occorra far entrare nel
cervello della gente che la scuola è una cosa
seria, e che è un pericolo, se non un tradimento
per la nazione, la catena di arrendevolezze, di
compiacenze e di tolleranze, a cui molti inse-
gnanti si lasciano andare. Purtroppo c'è da noi
uno scetticismo torpido ed indulgente per cui
ogni esaminatore non esige ciò che dovrebbe,
pensando che ci sarà poi un altro controllo,
magari extrascolastico, che supplirà al filtro
che oggi non ha funzionato.
Ottime idee ed ottimi programmi : che pur-
troppo non credo trovino nelle assemblee parla-
mentari echi profondi.
Per questo è bene che il discorso dei pochi
uomini di sincera buona volontà si traduca nel
libro e nell'articolo. Fuori del parlamento non
avremmo che dittature, e l’esperienza ci ha
ammonito che queste se tolgono la libertà non
risanano il costume; lasciano un paese più
guasto ed incancrenito di quel che trovarono.
La sola speranza per risalire verso un parla-
mento meno preoccupato di minuscoli interessi
comunali e meno disposto a vedere tutto in fun-
sione di partito è l'elevazione dell'elettorato ;
l'avvento d’italiani che disprezzino il procac-
ciatore di voti, il galoppino per anticamere
ministeriali, cui non passa neppure per la mente
che sia immorale, tradimento del proprio com-
pito, chiedere per l’elettore ciò che non gli spet-
terebbe ; che desiderino il parlamentare preoc-
cupato degli interessi nazionali, il quale guardi
non al suo piccolo angolo provinciale, bensì
ai grandi problemi della società contemporanea.
Se si riuscirà a compiere questo risanamento,
ad un tempo della coscienza nazionale e degli
istituti, Bo sarà ancora certamente ad uno dei
posti direttivi della vita nazionale,
42
Il secondo
convegno
della stampa
aziendale IRI
Nei giorni 11 e 12 dicembre ha avuto luogo
a Roma il secondo convegno della stampa
aziendale del gruppo IRI, sotto la presidenza
del professor Silvio Golzio, presidente dell’as-
sociazione della stampa aziendale italiana, e
con la partecipazione di oltre ottanta delegati.
Alla seduta inaugurale era presente il ca-
valiere del lavoro Salvino Sernesi, direttore
generale dell’ IRI.
Una precedente analoga riunione era stata
tenuta, sempre a Roma, nei giorni 9 e 10
maggio 1957. A distanza di quattro anni, la
stampa aziendale del gruppo IRI si è accre-
sciuta di nuove pubblicazioni e il numero degli
intervenuti a questo secondo convegno è
stato molto maggiore; segno del crescente
interesse dedicato dalle aziende del gruppo
a questo settore di attività.
1 lavori del convegno sono stati iniziati
con una relazione introduttiva del professor
Golzio che ha ricordato la preziosa opera
che svolgono i nostri giornali per creare un
clima di collaborazione all’interno delle a-
ziende.
Questa nostra stampa, ha detto il professor
Golzio, si sviluppa con sempre maggiore in-
tensità e tende a prevenire ed alleviare le cir-
costanze che accentuano il distacco dei lavo-
ratori dalla vita aziendale, per farli partecipi
dei problemi connessi al lavoro che svolgono.
Il lavoro in comune, suscitando nuove
forme di rapporti, è il presupposto di una so-
lidarietà che trova occasione di manifestarsi
nei giornali aziendali dove ogni collaboratore
può far sentire la sua voce, dove si rispec-
chiano gli interessi di ciascuno, i quali non
sono estranei alla vita aziendale per la sempre
maggiore intensificazione dei rapporti sociali.
Quindi ha parlato il cavaliere del lavoro
Sernesi. Egli ha ripreso brevemente i temi
tracciati dal professor Golzio ed ha ricordato
che nell’ambito del nostro gruppo il problema
della stampa aziendale ha un particolare si-
gnificato poiché esistono problemi comuni
che dobbiamo vedere insieme per ottenere
una linea, uno stile che caratterizzi l’azione
del gruppo. Ed è in questo spirito e con
questa consapevolezza che le riunioni a li-
vello di tutto il gruppo, oltre a presentare una
certa continuità nel tempo, stanno assumendo
anche una importanza sempre maggiore.
I lavori sono proseguiti nel pomeriggio del-
11 dicembre e nella mattinata del 12 presso
il Centro IRI di via Milano, dove sono stati
esaminati in tre distinte sezioni i temi del
convegno.
Nella prima sezione (relatore il dottor Salvati
della SIP) sono stati discussi gli scopi e le
funzioni della stampa aziendale. Definite le
caratteristiche delle pubblicazioni distribuite
ai collaboratori, sono state considerate le
ragioni che ne favoriscono lo sviluppo.
La presenza di un giornale aziendale con-
ferma la necessità di quei criteri di buone
relazioni aziendali che si sono affermate nella
moderna società, e rappresenta il miglior cor-
rettivo alla tendenza che la psicologia indu-
striale definisce “disinteresse al proprio la-
voro”.
Nel corso delle discussioni sono stati esa-
minati i particolari aspetti organizzativi della
nostra stampa, che per rivolgersi anche alle
famiglie dei collaboratori, deve assumere un
tono e una veste accessibile al pubblico dei
lettori cui è dedicata, senza peraltro dimenti-
care gli scopi che le sono propri.
Questi giornali devono però adeguarsi al-
l’accresciuto livello qualitativo degli altri
strumenti di informazione ormai accessibili a
tutti (radio, cinema, televisione). La loro
preparazione non è soltanto il risultato della
applicazione ‘di qualità organizzative profes-
sionali; il redattore deve conoscere profonda-
mente la vita dell'azienda e le persone che ne
sono partecipi.
Della seconda sezione di lavoro, che ha
discusso il tema: « La stampa aziendale come
mezzo di informazione e di scambio di idee »
è stato relatore il dottor Savarese, vice diret-
tore dell’ Italsider. Riteniamo interessante per
i nostri lettori riportare una sintesi della sua
relazione.
Parlare della stampa aziendale come mezzo
di informazione e di scambio di idee, ha
detto il relatore, implica a mio avviso una
premessa: tra i giornali aziendali ed ogni al-
tro tipo di giornale la sola differenza sta nella
diversa “tipicità” dei lettori; è naturalmente
una differenza molto importante, ma che
vale solo per il “tipo” di notizie, non per la
“tecnica” da usare nella loro stesura e presen-
tazione.
La stampa aziendale, in altre parole, deve
esprimersi attraverso la forma ed il mecca-
nismo della tecnica giornalistica.
Non può essere posto in dubbio che nella
società contemporanea le funzioni e gli scopi
di un’azienda hanno subito una profonda
trasformazione. Il concetto dell’azienda uni-
camente preoccupata di allargare l’area tra i
costi ed i ricavi ha indubbiamente ricevuto
negli ultimi decenni colpi non indifferenti.
Le incorrono anche altri obblighi, tra cui
quello di inserirsi quale fattore propulsivo in
tutto il contesto economico e sociale della
collettività entro cui opera.
In definitiva un’azienda moderna (tanto più
quando si tratta di complessi industriali ad
economia mista) non può considerarsi una
fortezza entro cui il mondo esterno è comple-
tamente sconosciuto e della quale il mondo
esterno ignora l’attività.
Ho detto che necessità principale per la
stampa aziendale è quella di essere essenzial
mente giornalistica.
Per questa ragione, i due grandi settori in
cui essa deve operare sono gli stessi in cui
opera qualsiasi normale organo di stampa:
le “idee” e i “fatti”, cioè i “problemi” e le
“notizie”. Come ogni organo di stampa sa-
rebbe incompleto e verrebbe meno alla sua
funzione se non operasse in entrambi i settori,
così la stampa aziendale è in parte destinata
a fallire se trascura le idee per i fatti oppure
se si limita a discutere i problemi senza dare
il giusto rilievo alle notizie.
Negli organi di stampa più avvertiti, quelli
che si propongono di rispecchiare, sia pure
da un determinato ‘angolo visuale, la realtà
politica, economica e sociale, ogni notizia co-
stituisce il punto di partenza per la discussione
di un problema, per qualche considerazione
di più vasta portata; in questo modo il lettore
viene abituato a trarre da determinati fatti
determinate conseguenze, a compiere deter-
minate riflessioni. Si tende, in altre parole,
attraverso un'attenta informazione, a ‘“for-
mare” il lettore.
Il giornale non si limita tuttavia a questa
funzione, che chiameremo di ‘documenta-
zione formativa”: il giornale si fa direttamente
espressione di problemi attraverso articoli di
più vasto impegno, anticipa certe conclusioni,
certe svolte, certi avvenimenti. Qui i fatti di-
ventano i corollari di un’idea.
In sostanza la formula migliore di un gior-
nale è quella in cui tra “idee” e “fatti” si crea
una continua osmosi, in cui ogni fatto costi-
tuisce la riprova di un’idea oppure fa sorgere
l'esigenza di discutere un problema.
Tutto questo, in effetti, trova rari riscontri
nella realtà al di fuori del campo della stampa
politica in un paese democratico,
Ho parlato di giornali politici, ha proseguito
il dottor Savarese, perché, in effetti, ritengo
che la stampa aziendale sia quella che più,
per sua stessa natura, si avvicina alle imposta-
zioni del giornale politico. Naturalmente,
nella stampa aziendale la politica dei partiti
è sostituita dalla politica aziendale. Il giorna-
le aziendale deve, in altre parole, rispecchiare
la linea di condotta che l’azienda si propone
di seguire nei confronti del personale e della
collettività esterna.
Il giornale aziendale deve essere senza dub-
bio l'interprete di questa politica: ogni fatto
di cui si parla su di esso deve essere filtrato
attraverso questa luce.
Se però l'azienda volesse soltanto incul-
care nei lettori le sve idee, attraverso il giornale,
quest'ultimo verrebbe meno a gran parte dei
suoi scopi. Esso non sarebbe che l’espressione
di un atteggiamento meramente paternalistico:
l'azienda che cerca di convincere i lettori che,
entro il suo recinto, « tutto va nel migliore
dei modi ».
La stampa aziendale non deve essere un
semplice canale di informazioni, un veicolo a
una sola direzione: essa deve rappresentare,
al contrario, uno dei mezzi, anzi il principale,
attraverso il quale il lettore (e qui parlo so-
prattutto del lettore interno) ha l'opportunità
di far conoscere il proprio pensiero sui fatti
e sugli indirizzi aziendali. Deve essere lo
strumento grazie al quale il lettore può in-
fluire su certi aspetti della stessa politica azien-
dale. Deve essere il sensibile termometro degli
atteggiamenti del personale. In altre parole,
il giornale aziendale deve essere non solo un
mezzo di informazione ma di scambio di idee.
Si potrà obiettare, e ragionevolmente, che
molto spesso le osservazioni fatte dal per-
sonale toccano argomenti delicati, se non ad-
dirittura “tabù”, Ma io ritengo che esista
sempre il sistema di riferire le opinioni del per-
sonale in una forma accettabile per entrambe
le parti: per chi le ha espresse e per gli enti
interni interessati, E questo sistema è, ancora,
quello di una oculata, obiettiva tecnica gior-
nalistica,
Secondo me non esistono argomenti e pro-
blemi che non possano essere adeguatamente
dibattuti su un giornale aziendale.
Dopo aver parlato della stampa aziendale co-
me mezzo di informazione e di scambio d’idee
con il personale, il relatore è passato ad esa-
minare in qual modo essa possa assolvere a que-
ste funzioni nei confronti del pubblico esterno,
Gli obiettivi da raggiungere, sono in questo
caso molto diversi e possono essere sintetiz-
zati nell'interesse dell'azienda di far sapere
all’esterno che la sua attività e le sue politiche
non si esauriscono nel suo ambito, ma che si
inseriscono nella più vasta comunità nazio-
nale, che essa è partecipe, insomma, della vita
del paese.
Questa impostazione è destinata ad avere
una cittadinanza sempre più vasta, e questo
proprio perché l'epoca in cui viviamo impone
anche alle aziende, che in definitiva sono tutte
fatte di uomini, dei problemi che hanno delle
implicazioni assai più vaste di quelle del ri-
stretto circuito aziendale.
D'altra parte, quando una società decide di
dar vita ad un proprio giornale, non può
pensare che esso resti strettamente circoscritto
al personale. Vi sono innumerevoli strade
attraverso le quali il giornale finisce per es-
sere letto da molte persone non direttamente
legate all'azienda. Tanto vale allora che essa
prenda in considerazione, con un’adeguata
impostazione del mezzo informativo, anche il
pubblico esterno, a cominciare dalle famiglie
dei propri dipendenti, che sono il punto di
contatto tra il mondo “di dentro” e quello
“di fuori”, per finire ai clienti, ai fornitori e
a tutti coloro che vengono chiamati “forma-
tori della pubblica opinione”.
Spesso è difficile trovare un veicolo di
stampa aziendale che possa essere adatto a
servire i lettori esterni e quelli interni. La so-
luzione sarà più difficile quando l'azienda è
vasta, quando il suo personale è suddiviso in
nuclei diversi e lontani, tali da formare co-
munità con fisionomie e interessi particolari,
In questi casi, ovviamente, si dilata sempre più
l’area del pubblico esterno che, in vario modo,
è interessato alle attività dell’azienda.
Questa è la ragione, ha detto il dottor Sa-
varese riferendosi in particolare all’Italsider,
che ci ha indotto ad operare uno sdoppiamen-
to della nostra stampa aziendale.
Sono sorti così i nostri vari notiziari che,
a livello di stabilimento, assolvono alla fun-
zione di servire le singole comunità aziendali
locali con quelle informazioni che necessi-
tano, per essere efficaci, di un linguaggio più
semplice e di una maggiore frequenza e tem-
pestività.
Il legame tra le varie unità aziendali e
la collettività nazionale viene invece tenuto
attraverso la Rivista, con articoli più impegnati
e formativi, che è utile abbiano, per risultare
più efficaci, anche una maggiore dignità
formale.
La Rivista Italsider tende ad assolvere an-
che ad una funzione di prestigio. Ma non per
questo rinuncia ad essere uno strumento di
formazione interna. Questa rimane anzi la
sua funzione principale. In tale senso Rivista
e Notiziari vanno considerati come due mezzi
di stampa aziendale che si completano vicen-
devolmente. Essi mirano a contribuire, da
un lato, all'inserimento dei lavoratori nella
realtà aziendale, dall’altro a creare in loro la
consapevolezza che al di là del ristretto am-
bito di stabilimento esiste una più vasta co-
munità aziendale di cui tutti sono partecipi
ed una ancor più vasta comunità nazionale in
cui pure sono inseriti.
Quanto esposto finora vuole essere solo
una traccia per discussioni più approfondite.
Resta, a mio avviso, da fare una considerazione
di fondo, e cioè che la stampa aziendale deve
essere considerata soprattutto un valido stru-
mento di formazione professionale, Ciò si-
gnifica, beninteso, non soltanto maggior cono-
scenza di tecniche e di procedure aziendali,
ma senso civico, coscienza di portare giorno
per giorno un contributo prezioso per il
consolidamento di un paese libero e moderno.
La terza sezione di lavori (relatore il dottor
Romano della SME) era dedicata agli aspetti
e alle finalità particolari della stampa aziendale
nel gruppo IRI e la discussione ha confer-
mato le tesi del relatore.
I giornali delle nostre aziende, operanti
bensì autonomamente in settori diversi, ma
caratterizzate dal comune denominatore della
prevalente partecipazione statale e dal coor-
dinamento da parte dell’ Istituto, hanno in
comune il fine preminente delle singole azien-
de che è quello di agire al servizio del pro-
gresso economico e sociale della comunità.
“Essi, inoltre, si trovano in condizione ideale
per contribuire a diffondere fra i dipendenti
di tutte le aziende la conoscenza delle attività
svolte nelle singole imprese controllate dal-
l’ Istituto offrendo un quadro panoramico €
coordinato dei diversi settori di lavoro.
Tutto ciò, mentre risponde al giusto criterio
di «far bene e farlo sapere» contribuisce a
formare una più completa conoscenza pro-
fessionale nei collaboratori di ogni grado di
tutte le aziende, concorrendo a creare e svi-
luppare quello spirito di corpo che deve ani-
mare una comunità tesa a sollecitare sul piano
43
sociale le energie produttive del nostro paese.
Alla riunione conclusiva, nel pomeriggio
del 12 dicembre, hanno partecipato il presi-
dente dell’ IRI, professor Giuseppe Petrilli, il
direttore generale, cavaliere del lavoro Ser-
nesi, presidenti e direttori generali delle So-
cietà Finanziarie e numerosi altri esponenti
della direzione deli’ IRI.
Ha preso per primo la parola il professor
Golzio che ha espresso al professor Pettrilli
la soddisfazione di tutti gli intervenuti per
la sua presenza. Egli ha tracciato una sintesi
dei lavori delle tre sezioni, commentando le
conclusioni derivate dalle discussioni.
Richiamandosi alle finalità e agli scopi
della stampa aziendale, egli ha avvertito che il
colloquio con i collaboratori, sollecitato e
realizzato dai nostri giornali, non avrebbe
significato se non fosse inserito in un com-
plesso di relazioni aziendali delle quali il
giornale è soltanto uno dei mezzi a disposi-
zione. La direzione aziendale, coordinandone
l’azione, ne farà un prezioso strumento di
conduzione del personale.
Queste stesse considerazioni assumono par-
ticolare rilievo se riportate in un ambito più
vasto come è quello del gruppo IRI. D’al-
tra parte, ha osservato il professor Golzio, le
stesse finalità di ordine generale che, pur nel
rispetto della economicità delle gestioni, ca-
ratterizzano l’azione delle imprese a parteci-
pazione statale, offrono opportuni motivi
per una informativa più vasta, tale da richia-
mare efficacemente gli interessi comuni di
quanti vi collaborano.
Il presidente dell’ IRI, professor Petrilli, ha
infine pronunciato un discorso, che qui ri-
portiamo.
lo vorrei ricordare a noi stessi ciò che credo
ormai sia pacificamente ammesso, almeno fra noi ;
che le aziende dell’IRI non sono entità isolate,
ma sono e vanno considerate come cellule di un
complesso e multiforme organismo vivente, fra le
quali la stampa aziendale deve anche svolgere
una funzione di tessuto connettivo. Io credo cioè
che le singole pubblicazioni non dovrebbero essere
limitate a un interesse puramente aziendale, ma
presentare delle aperture sulle attività delle altre
aziende dell'IRI, anche se queste appartengano a
settori diversi. E dovrebbero di conseguenza essere,
secondo me, uno degli strumenti al servizio di un
maggior coordinamento dell'attività del nostro
Gruppo, inserendo î lavoratori in quello che
avete felicemente definito «lo spirito di corpo»
del Gruppo, cioè in sostanza una solidarietà e
una prospettiva che siano più vaste delle soli-
darietà e delle prospettive aziendali. Io credo
che noi dovremmo tendere, anche attraverso lo
strumento del giornale aziendale, a dare a tutti
i nostri lavoratori la consapevolezza di servire
un interesse pubblico che trascende il quadro
dei rapporti di lavoro aziendali e gli obiettivi
immediati della gestione, Preciso : resta evidente-
mente primario il problema della autonomia dell’a-
zienda ; una tale autonomia va riaffermata nel
quadro più vasto della solidarietà di Gruppo.
In sostanza al gruppo IRI è assegnata una fun-
zione di pubblico interesse e al livello delle
Finanziarie e delle Società ci si muove nella
44
sfera privata ; ma ciascuno di coloro che opera-
no nel settore dell’ IR] deve sapere che, lavorando
nella sua azienda e al servizio della sua azienda,
egli serve un pubblico interesse ed in esso si in-
serisce come un elemento di questa più vasta
solidarietà. Se questo concetto e questo spirito
si introducessero anche nella stampa aziendale,
io penso che ne deriverebbe un'azione utile per
la riaffermazione di questa posizione di gruppo
integrato che noi dobbiamo difendere come un
elemento fondamentale della nostra struttura è
del nostro sistema.
Ed ecco un secondo punto che vorrei, come
spunto di riflessione, presentare a voi. Mi pare
che il superamento del quadro aziendale (che
non sminuisce la posizione dell'azienda, ma anzi
la colloca nella sua giusta prospettiva) dovreb-
be aiutare ad evitare quella possibile deviazione
paternalistica della stampa aziendale cui si è
accennato e che evidentemente potrebbe essere
il primo elemento di critica per uno strumento
di questo genere. Bisogna invece fare delle sin-
gole pubblicazioni il tramite per un dialogo fra
dirigenze e maestranze, dialogo di cui si è giu-
stamente sottolineata anche qui la necessità e
l'urgenza.
A questo riguardo mi pare che occorra pro-
porsi di diffondere il sentimento di una unità
organica di tutto il personale aziendale, al di
là, mi sia consentito dirlo, e al di sopra di ogni
contrapposizione classista. Questa dovrebbe essere,
a mio avviso, una funzione del giornale aziendale.
Il raggiungimento di questo fondamentale obiet-
tivo — mi sembra ovvio — presuppone la
creazione di un’atmosfera, di un clima di fi-
ducia cui il periodico aziendale può contribuire
facendo largo posto anche agli scritti dei dipen-
denti.
E qui aggiungo una cosa che forse potrebbe
sembrare anche un po” audace, ma credo che sia
indispensabile ai fini della creazione di quel
clima di fiducia. È chiaro cioè che una effettiva
assimilazione della politica aziendale da parte
dei dipendenti non si può avere senza concedere
la necessaria libertà di espressione anche ad
eventuali opinioni dissenzienti. A questo riguar-
do mi pare che sia degna di incoraggiamento ogni
esperienza (già tentata del resto fin qui) natu-
ralmente con la necessaria prudenza.
Terzo punto : la funzione della stampa azien»
dale nella promozione culturale dei propri di-
pendenti.
Credo che sia riconosciuto pacificamente da
tutti che il miglioramento del livello culturale
dei dipendenti a ogni livello influisca favorevol-
mente sul rendimento migliore di questi ultimi
anche nell’ambito aziendale. Quindi le nostre
aziende (certo in modo particolare le grandi
aziende che si trovano ad avere una funzione
di propulsione e di sviluppo, nell'ambito di
determinate zone geografiche 0 di determinati
settori) ma anche tutte le altre dovrebbero
contribuire con opportune iniziative ad una
promozione culturale di tutto l’ambiente di lavoro,
parallelamente a quell’azione analoga che si
svolge sul piano dell'assistenza materiale ai
propri lavoratori.
Una pubblicazione aziendale, tecnicamente
ben fatta, può svolgere a questo riguardo, come
ha detto il professor Golzio, oltre alla funzione in-
formativa (cioè quella delle notizie) una fun-
sione formativa (cioè quella delle idee) anche
in settori come quelli della cultura generale che
potrebbero, per lo meno in prima istanza, non
presentare una connessione diretta con i proble-
mi tipicamente aziendali. Mi pare che proprio
in questo modo potrebbe essere possibile intro-
durre, in un ambiente che certamente non è
ancora maturo, dei modelli di comportamento
e un tipo di mentalità più consoni alle esigenze
dello sviluppo industriale contemporaneo.
Viene poi un punto più delicato : quello della
validità della stampa aziendale come strumento
di difesa del punto di vista aziendale nei
riguardi dell'ambiente esterno.
Jo mi rendo conto che questa è materia estre-
mamente opinabile, che potrebbe del resto essere
oggetto di altri incontri fra voi.
A me pare che, oltre a favorire l'assimilazione
della politica dell'azienda da parte dei dipendenti
e la loro vivace partecipazione a questa politica,
la stampa aziendale potrebbe in un certo senso
anche difendere il punto di vista espresso dal-
l'azienda nei confronti dell'ambiente esterno, in-
tendendo con questa espressione tutta quella
collettività che, direttamente o indirettamente,
è interessata all'attività dell’azienda stessa.
Pensate all’Italsider a Piombino o a Taranto :
l’ambiente non può non essere interessato alla
nostra vita e ai nostri problemi interni,
Pur rendendomi conto delle difficoltà di fare
un giornale polivalente, valido cioè per l’am-
biente interno è per l’ambiente esterno, credo
che potrebbe considerarsi destinata ad assumere
Produzioni Italsider
coke
ghisa
acciaio
laminati a caldo
laminati a freildo
getti di ghisa
getti di acciaio, fucinati e rodeggi
armamento ferroviario
derivati vergella
carpenteria
tubi saldati
altri prodotti
importanza crescente la pubblicazione a carat-
tere misto, cioè rivolta contemporaneamente, nei
limiti del possibile, a lettori interni ed esterni.
Queste pubblicazioni dovrebbero necessaria-
mente interessarsi, attraverso opportune prese
di posizione, a tutti î problemi che in qualche
modo tocchino la sfera di azione delle singole
aziende. Proprio a questo riguardo però io ri-
conosco che, data la delicatezza della materia,
dovrebbe essere particolarmente curata e sentita
una esigenza di coordinamento al livello del
Gruppo.
Ecco i punti che volevo sottolineare, in so-
stanza : politica di Gruppo, passaggio dal pa-
ternalismo all'unità aziendale, funzione della
stampa aziendale come mezzo di promozione
culturale dei dipendenti a tutti i livelli, difesa
del punto di vista aziendale verso l'esterno.
Considerateli ripeto, più che come suggerimenti
come motivi di riflessione, perché veramente non
avrei altra esperienza per darveli, che questa.
Vorrei soprattutto sottolineare il primo di que-
sti punti : perché io sono profondamente convinto
che oggi noi siamo tutti impegnati per raffor-
sare lo spirito e la struttura del Gruppo inte-
grato. Questo è un elemento di fondo della nostra
vita ; vorrei che la stampa aziendale potesse essere
considerata uno degli strumenti al servizio di
questa grande impresa.
Formulo per tutti voi gli auguri migliori e
vorrei che ciascuno di voi, attraverso lo strumento
di cui è responsabile, estendesse questo augurio
a tutti i suoi collaboratori e a tutto il personale.
Buon lavoro per la vostra azienda ; tutto ciò
che desiderate per voi e per le vostre famiglie.
gennaio febbraio
1962 1962
tonn. 181.141 160.613
» 241.762 225.254
» 293.966 274.850
» 222.293 200.063
» 41.521 29.829
» 9.425 8.661
» 6.224 5.834
» 1.930 1.823
» 4.021 3.747
» 1.717 2.351
» 12,544 13.115
» 677 587
RIVISTA ITALSIDER - segreteria di redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider - via Corsica 4 - Genova
telefono 59.99. La riproduzione degli ‘articoli è libera. Si prega citare la fonte. Stampa: AGIS -
Stringa - Genova. Clichés a colori: Denz -
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Clichés in bianco e nero: Ceriale - Genova
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ine serista sratamnen
la copertina: Franco Gentilini - « Ricordo di
Cornigliano » (1962), per concessione della
Galleria del Naviglio di Milano.
Franco Gentilini è mato a Faenza nel 1909.
Dal 1929 vive e lavora a Roma dove in-
segna pittura all'Accademia di Belle Arti.
Poche sono oggi nel mondo le gallerie
d’arte moderna o le raccolte private impor-
tanti in cui non figuri un’opera di questo
artista, alla cui pittura tutti sono ormai
concordi nel riconoscere un valore singo-
lare, ricca com’è di novità poetica, di
humour, di straordinaria familiarità, di cal-
ma riposante, come ha scritto Giuseppe
Ungaretti.
2° e 3° di copertina: aspetti dell'impiego del-
l’acciaio nella ricerca scientifica: il forno
solare di Montlouis nei Pirenei Orientali
(Francia) e il grandioso radiotelescopio di
Jodrell Bank nel Cheshire (Inghilterra).
4° di copertina: delfino segnavento in ferro
battuto (sec. XV). Palazzo comunale di Siena.
RIVISTA ITALSIDER
bimestrale d’informazione aziendale per il
personale dell’Italsider - alti forni e ac-
ciaierie riunite Ilva-Cornigliano
Anno II - n. 1 - febbraio-marzo
comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese
direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi
Autorizzazione del Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV
SOMMARIO
I letti di ferro pag: 3
Gli antenati dell’automazione » 7
“Belve” e cubisti » 12
L’idioma automatico » 18
L’ultima diligenza » 22
La programmazione economica in
Europa » 25
Le antiche carte nautiche » 30
Un secolo di siderurgia belga » 32
Educazione artistica nella scuola —» 39
Verso lo stato moderno » 41
Il secondo convegno della stampa
aziendale IRI » 42
Un fatto nuovo
nel sindacalismo italiano
Che cosa sia la valutazione del lavoro è ormai risaputo. Si tratta di un superamento
delle vecchie formule retributive (cioé le qualifiche), imposto dallo stesso sviluppo tecnologico,
dalla diffusa meccanizzazione nell'industria.
Giustamente si è detto che il rinnovamento della tecnologia, attraverso la pur temuta auto-
mazione, restituisce all'uomo il controllo sulla macchina, riduce in misura notevole Valienazione
operaia rispetto alla responsabilità del lavoro. Cotesto rinnovamento tecnologico ha creato in
effetti, tra il lavoratore e i compiti affidatigli, le macchine adoperate e controllate, una serie di
rapporti e di responsabilità particolari che non potevano di certo essere comprese, dal punto di
vista dell'organizzazione aziendale, nella antiquata e semplicistica divisione delle qualifiche :
operato specializzato, operaio qualificato, manovale qualificato, manovale. Inoltre una fitta rete
di collegamenti si è stabilita tra i rapporti e le responsabilità concernenti un posto di lavoro e gli
altri posti di lavoro, precedenti o seguenti la catena di lavorazione.
Questo fatto ha reso meno uniforme, vario ed elastico il panorama della manodopera im-
pegnata in una azienda moderna.
Si può affermare dunque che il nuovo sistema di determinazione del salario, noto sotto il no-
me di “job evaluation”, sia il frutto della razionalizzazione tecnologica, avanti che un effetto del-
l'ammodernamento nella struttura organica del personale : 0, più precisamente, sia la dimostra-
zione della identità costituitasi tra il progredire delle tecniche produttive e lo sviluppo dell’or-
ganizzazione del lavoro.
Il sistema della valutazione del lavoro è noto: ogni posto di lavoro esistente nella struttura
della fabbrica o dell'azienda viene analizzato nei diversi elementi caratteristici : la fatica intel-
lettuale e manuale, la responsabilità nei confronti del materiale trattato, della catena di lavo-
razione, della sicurezza propria e dei compagni, la tensione, l'impegno ecc. A questi elementi si
attribuisce un determinato valore, rilevato da una scala prefissata. La somma dei valori indica
la “classe” cui il posto di lavoro esaminato ha da appartenere. A ogni classe corrisponde un li-
mite salariale.
Alla manodopera, il sistema della valutazione del lavoro, per la sua regola scientifica, offre
precise garanzie professionali ; nel senso che, attribuendo al lavoratore il livello salariale stabilito
per l'opera concretamente svolta, si eliminano numerose cause di irritazione e malcontento provo-
cate dal vecchio sistema retributivo, ove si avevano casi non rarî dî compiti e mansioni, di diverso
impegno è fatica, adempiuti da lavoratori con la stessa qualifica € la medesima paga. Soprattutto
la valutazione del lavoro restituisce dignità e personalità al lavoro reso anonimo dalla prima
fase del progresso tecnico.
In un primo tempo tuttavia alcune organizzazioni sindacali si erano pronunciate in modo
critico nei confronti della “job evaluation”. Cotesto atteggiamento era fondato sul timore che l’ogget-
tività del sistema potesse nascondere intendimenti paternalistici ; o che avesse a porre in crisi ir-
rimediabile la tradizionale funzione contrattuale del sindacato medesimo.
Alla prova dei fatti, queste riserve hanno rivelato la loro intrinseca fragilità. Le garanzie
economiche e normative predisposte nell'accordo del 30 aprile r96I, col quale l'Italsider e le or-
2
ganizzazioni dei lavoratori avevano disciplinato
l'introduzione della “job evaluation”, sono state
completate e integrate, il 15 gennaio scorso, da
un sistema di norme che prevede un concreto in-
tervento dei sindacati nella fase ‘‘contenziosa”
di applicazione del nuovo piano retributivo.
Quali sono i punti più interessanti del recente
accordo? La sostanza tecnica della valutazione
del lavoro ha orientato la direzione dell’Italsider
e î sindacati firmatari alla costituzione di un
comitato tecnico di stabilimento cui prendono
parte esperti della direzione ed esperti designati
in un apposito albo e scelti tra è lavoratori dalle
stesse organizzazioni sindacali.
A questo comitato, dopo un preliminare in-
contro — a carattere istruttorio — con un rap-
presentante della direzione, si rivolge il lavora-
tore non soddisfatto della ‘classe’ assegnatagli
(nell'incontro istruttorio lo stesso lavoratore è
assistito da un esperto della organizzazione sin-
dacale prescelta). L'istituzione di questo comi-
tato rappresenta una interessante novità sul
piano sindacale : anche se non è possibile par-
lare propriamente di attività arbitrale, essendo
il nuovo istituto una sede di contestazione tra
le parti, tuttavia non si può non sottolineare come
il comitato in realtà sia situato in una posizione
intermedia come un centro autonomo di potere :
le sue decisioni infatti sono definitive e vincolative.
L'accordo del 15 gennaio prevede incontri
periodici (durante il primo semestre) tra le
organizzazioni provinciali dei lavoratori, assi-
stite da uno dei propri ‘esperti’ designati
nello stabilimento, e la direzione azienda-
le, per esaminare i casi non risolti nell’appli-
cazione del manuale di valutazione e le contro-
versie di carattere generale. Si può anche qui
indicare come tale accordo si sia mosso sulle
linee più moderne dell’orientamento sindacale.
Chi possiede un minimo di esperienza în ma-
teria di “job evaluation, non ignora il carat-
tere tecnicistico delle vertenze derivanti dall’ap-
plicazione di un manuale di valutazione del
lavoro; neppure ignora che la soluzione delle
medesime vertenze concede un margine ristretto
all’equità, dovendo per contro essere formulata
alla stregua di rigorose norme tecniche. Per-
tanto, la creazione di istituzioni conciliative
specializzate — nella forma di comitati tecnici
di stabilimento, composti da esperti — assolve
alla rilevata esigenza funzionale meglio di
quanto si possa verosimilmente attendere dalla
commissione interna, la quale resta pur sempre il
naturale organo di rappresentanza dei lavora-
tori a livello aziendale.
Non c'è dubbio che l'accordo del 15 gennaio,
la decisione dei sindacati di accettare in modo
chiaro il nuovo sistema di determinazione dei
salari e di partecipare anzi alla sua applicazione,
la volontà dell'Italsider di trovare un nuovo
terreno di incontro e dibattito con le organizza-
sioni dei lavoratori, abbiano creato un fatto
nuovo nel sindacalismo italiano.
Non si tratta di vecchie formule di collaborazio-
ne, ma piuttosto di un metodo progredito, nell'im-
postare la contrattazione a livello aziendale per i
singoli posti di lavoro, assecondato dal consenso dei
sindacati a un sistema salariale che contribuisce
a dare dignità e responsabilità al lavoratore.
Pubblichiamo il testo dell'accordo sindacale del 15 gennaio 1962 al quale si riferisce l’ar-
ticolo di fondo di questo numero della Rivista. Esso è stato firmato dai rappresentanti del-
la nostra società e delle organizzazioni sindacali CISL, CGIL e UIL e interessa i lavoratori
dei centri siderurgici Italsider a ciclo integrale (Bagnoli, Piombino, «Oscar Sinigaglia»
di Cornigliano, Trieste e Taranto), presso i quali è stato applicato dal 10 gennaio 1962 il
nuovo sistema retributivo fondato sull’analisi e la valutazione del lavoro.
Le parti:
— visto l’articolo 11 dell'accordo 30 aprile 1961 con il quale si sono riservate di predi-
sporre una particolare disciplina per la conciliazione delle eventuali controversie relative
all'applicazione dei sistemi di valutazione del lavoro;
— ferma restando la facoltà del lavoratore di esperire le procedure previste dagli accordi
e contratti collettivi in vigore;
hanno convenuto quanto segue:
1) il lavoratore che a seguito della comunicazione di cui all'articolo 4 dell’accor-
do 30 aprile 1961 intenda contestare la classe attribuitagli, può proporre reclamo, redatto
su apposito modulo, all’ufficio designato dalla direzione.
Al solo scopo di accertare i termini della controversia, entro sei giorni dalla presen-
tazione del reclamo, avrà luogo un incontro tra un rappresentante della direzione e il la-
voratore, assistito da un esperto della propria organizzazione sindacale scelto tra quelli
iscritti nell’albo dello stabilimento; dei termini della controversia sarà redatto verbale da
trasmettersi in triplice copia al comitato di cui in appresso.
A tal fine, ciascuna delle organizzazioni sindacali stipulanti, è tenuta a comunicare
alla direzione i nominativi di quattro esperti per gli stabilimenti di Bagnoli, Piombino e
Oscar Sinigaglia, di tre esperti per lo stabilimento di Trieste, considerata l’esistenza in loco
di due sole organizzazioni sindacali, e di due esperti per lo stabilimento di ‘Taranto e per
la sede centrale, scelti tra i dipendenti in forza presso ciascuna di dette sedi.
La designazione degli esperti ha carattere permanente, salvo la facoltà di sostitu-
zioni tempestivamente comunicate alla direzione.
Entro i successivi dieci giorni dall’incontro di cui sopra, salvo una proroga concor-
data fra le parti, la vertenza verrà esaminata da un comitato tecnico di stabilimento, com-
posto da un esperto per ciascuna delle tre organizzazioni, fra quelli iscritti nell’albo di sta-
bilimento, e da tre rappresentanti della direzione. Di detto esame verrà redatto relativo
verbale,
Nel caso di accordo, la decisione relativa al posto di lavoro che ha formato oggetto
di esame diventa definitiva.
Per il periodo dall’entrata in vigore della presente procedura e fino al 31-12-1962,
ciascuno degli esperti godrà, un giorno alla settimana, dell’esonero dal lavoro, con decor-
renza della retribuzione, per lo svolgimento dell’attività inerente all'incarico.
2) agli effetti di cui sopra, le schede di descrizione e di valutazione dei singoli la-
vori verranno trasmesse dalla direzione ad ogni esperto iscritto nell'albo, alla commissione
interna, nonché ai lavoratori che ne facciano richiesta.
Le schede di descrizione verranno fornite a partire dal 15 aprile mentre le schede di
valutazione verranno fornite dal 1° luglio, salvo per i posti di lavoro oggetto di reclamo,
per i quali le schede stesse saranno fornite all'atto dell’incontro di cui al 2° comma del pun-
to 1° del presente accordo.
3) in relazione alla introduzione del sistema di analisi e valutazione del lavoro, per
un periodo di sei mesi, le organizzazioni sindacali provinciali con la partecipazione, per cia-
scuna, di uno degli esperti di stabilimento di cui al punto 19, si incontreranno mensilmente
con la direzione per esaminare le eventuali controversie non risolte nell’applicazione del
manuale di valutazione.
4) le parti contraenti si riservano inoltre di incontrarsi ogni quattro mesi per esa-
minare eventuali controversie di particolare importanza, nonché ogni altra questione ine-
rente all'applicazione del manuale di valutazione.
5) la procedura di cui ai punti precedenti, avrà inizio dal 15 aprile 1962 e, limita-
tamente all'anno in corso, resta inteso che eventuali variazioni nell’assegnazione delle
classi avranno decorrenza dal 19 gennaio 1962, o dalla successiva data di effettiva esplica-
zione del lavoro esaminato.
I letti
di ferro
do
Spalliera posteriore di un letto in ferro genovese del XIX secolo, dal classico colore rosso bruno con decora-
zioni in oro. L'uso del letto in ferro si diffuse soltanto nell’ Ottocento: dei secoli precedenti se ne conoscono
soltanto pochissimi, anche se preziosi esemplari.
Meno citato dell’emblematico focolare —
che oggi esiste oramai quasi unicamente allo
stato di simbolo, tanto la sua struttura è
andata cambiando col trascorrer degli anni
ma tuttora presente ed in posizione di im-
mutato rilievo, il letto è uno dei più grandi
protagonisti della vita dell'uomo. Dai giacigli
sulla nuda terra, alle foglie, alla paglia, alle
pelli, è andato sempre più perfezionandosi,
fino a diventare mobile essenziale nell’abita-
zione umana, ed a rappresentare, come tale,
una autentica conquista dei popoli di vera
civiltà. Proviamo a visitare con la fantasia
le sale di una ideale “esposizione del letto
attraverso i secoli”: ecco che ci sfilano di-
nanzi i letti egiziani, i letti orientali di cedro
menzionati dalla Bibbia nel ‘Cantico dei
Cantici”, i letti greci, con la lettiera di metallo
ed i piedi spesso intarsiati di avorio, oro ed
argento. E poi i bassi lettucci etruschi, a sei
piedi e col graticcio di metallo, e quelli romani
— la cui costruzione venne incrementata in
ragione direttamente proporzionale al rilas-
sarsi dei costumi quiriti — fabbricati in legno
od in metallo, finemente lavorati e ricoperti
di pelli rare e di stoffe preziose. Fino ai letti
medioevali, massicci, altissimi e cinti da una
balaustrata, come altari il cui arcano vada
gelosamente protetto; ed a quelli rinascimen-
tali, snelli ed eleganti, ma soffocati ed occul-
tati in alcove, sotto baldacchini e tendaggi.
Fogge diverse, s'è visto, e materiali diversi:
legni preziosi e metalli, sovente metalli pre-
ziosi, oro ed argento. Ed, a volte, anche il
ferro; ma, di solito, per la costruzione di
elementi particolari, come i graticci, le lettie-
re. Il ferro non era di uso comune, era ma-
teriale di eccezione, per la costruzione dei
mobili. Era poco impiegato dovunque, pre-
ferendoglisi — sia per i mobili rustici che per
quelli di lusso — il legno, Nondimeno, esi-
stono cenni su mobili costruiti interamente
in ferro: chi osservi, ad esempio, alcuni di-
pinti di Vittore Carpaccio, vissuto tra la se-
conda metà del XV e gli inizi del XVI secolo
e mirabile descrittore della vita veneziana del
Quattrocento, può vedere, nello studio di San
Girolamo alla Scuola di San Giorgio degli
Schiavoni, o nel ciclo delle storie di Sant'Orsola
all'Accademia, bizzarri e graziosi mobili in
ferro. Per quanto nulla del genere dipinto dal
Carpaccio ci sia pervenuto, e si possa pensare
che la fantasia del pittore abbia, ad un certo
punto, esagerato nell’ornare € nel deformare,
si può comunque dare per certo che esistes-
sero, a quell’epoca, mobili di ferro: porta-
catini, sgabelli, e poi torciere, candelieri, alari;
ed, oltre a questi, che possono essere consi-
derati, più che mobili, oggetti d’arredamen-
to complementare, si ha notizia, da docu-
menti del 1400, precisamente di letti costruiti
In terro.
Più chiara è la situazione nei secoli succes-
sivi, visto che possediamo ancora degli esem-
plarì di letti, alcuni riccamente ornati 0 dorati,
detti “alla siciliana”, come quello del
XVI secolo — conservato nella casa Bagatti
Valsecchi di Milano, addirittura ridondante
di decorazioni e dorature, € quello, strana-
mente sobrio e di straordinaria purezza di
in alto: testata di un letto in ferro dalla
linea particolarmente elegante. Al centro
della testata, un disegno vagamente floreale
(foto in basso). Dai primi letti di ferro
pieno e massiccio si passò a quelli fatti con
tubi vuoti, in forme forgiate a fuoco, dal
disegno spesso complicatissimo, Più tardi,
al tondello e al tubo si aggiunse la lamiera
e si costruirono allora degli esemplari ver-
niciati in modo da sembrare legno.
nella pagina accanto: nell’ Ottocento il letto
in ferro, nonostante la sua grande diffusio-
ne, rimase sempre il « parente povero» nei
confronti di quello di legno preferito nelle
case ricche, Solo da una diecina di anni è
stato riscoperto e oggi si trova nelle più
raffinate botteghe d’arte. La testata ripro-
dotta nella pagina accanto è stata appunto
fotografata presso un antiquario della Ri-
viera ligure.
linea, che si trova al Castello Acciaioli, a
Montegufoni in provincia di Firenze: stra-
namente sobrio, diciamo, perché, essendo
stato costruito nel XVII secolo, ed a contatto
diretto quindi con il barocco, sembra non
averne risentito alcuno stimolo, tanto che lo
si direbbe di costruzione quattrocentesca. Vi
sono poi degli esemplari del Settecento, con-
servati al museo di Palermo, con le testate
ornate di motivi floreali di grande leggerezza.
Vale la pena, però, di rilevare come gli esem-
plari su accennati rappresentino, più che al-
tro, una eccezione o, per lo meno, una note-
vole minoranza, nei confronti della maggior
parte dei letti costruiti fino al XVIII secolo,
fabbricati in legno.
Fu nel secolo XIX che invalse e prese piede
l’uso della costruzione dei letti in ferro. Se
ne fecero dapprima di ferro pieno e massiccio,
poi con tubi vuoti, in forme forgiate a fuoco,
in vari disegni, spesso complicatissimi, con
le spalliere sovente modellate a volute e gi-
rali. Più tardi, al tondello ed al tubo, si ag-
giunse la lamiera: e se ne costruirono allora
di quelli verniciati, da sembrare legno. Fino
a quando l’introduzione della ghisa, e la con-
seguente facilità di ottenere parecchi esem-
plari dallo stesso stampo, non contribuì —
praticamente — anche in questo campo, a
limitare, tranne rari casi, Ja fantasia e l’estro
creativo degli artigiani del ferro, che non
poterono più estrinsecarsi autonomamente,
al di fuori delle pressanti e pur giustificate
esigenze industriali.
Malgrado la loro grande diffusione, i letti
in ferro del secolo scorso restarono egualmen-
te — in un certo senso — i parenti poveri di
quelli delle epoche precedenti che, pur scarsi,
si trovavano quasi senza eccezione in dimore
gentilizie; e sempre, poi, in situazione di in-
feriorità rispetto a quelli di legno. Il loro uso
si diffuse soltanto presso le classi di media
condizione ed i ceti più poveri: le classi ric-
che preferirono sempre il legno. È un'arte
povera, quella dei letti in ferro e, come tutte
le arti povere, è ricchissima, ricchissima di
cose belle, che attendono solo di essere sco-
perte, magari nell’antro di qualche rigattiere,
o nella francescana nudità di qualche casa di
campagna.
Ricordiamo di averne visti, con le loro spal-
liere nelle quali l'eleganza e la semplicità della
linea si sposano alla forza rude del metallo
appena plasmato, oppure foggiate con tanta
abilità e leggerezza, da farle parere non di fer-
ro, ma di sostanza malleabile senza fatica, in
rustiche case della campagna piemontese e
dell’entroterra ligure: spiccanti sulle pareti
imbiancate a calce, da soli od assieme ad altri
oggetti, fabbricati con lo stesso materiale e
con la stessa maestria: portacatini, stupendi
lumi a petrolio. Uno spettacolo da far sobbal-
zare di gioia i tenaci ricercatori di bellezze oc-
culte, e da indurli ad offrire somme considere-
voli, pur di potersene assicurare il possesso.
Oggi l’opera di riscoperta si va gradatamen-
te sempre più diffondendo, ed i pezzi che un
rigattiere — anni fa — quasi rifiutava od
acquistava malvolentieri e solo a prezzo di
lunghe insistenze, pagandoli un tozzo di pane,
e che finivano subito relegati nell'angolo più
buio ed inaccessibile del suo magazzino,
stanno ora tornando trionfalmente alla luce,
vengono esposti dalle più raffinate botteghe
d’arte e valutati fior di quattrini. È suprema
ambizione di molti il far mostra di estrema
raffinatezza esibendo all'ospite camere da
letto nelle quali spicca, tiene il posto d’onore,
il fino a qualche tempo fa obliato letto di
ferro. Magari, nel passaggio dalla casa di
campagna all’appartamento signorile, qual-
che particolare è cambiato: non più, ad esem-
pio, lumi a petrolio, lenzuola di ruvida tela,
niente portacatini... Per non parlare di un
altro oggetto, essenziale al completamento di
quel certo umile e genuino ambiente, di quella
certa atmosfera ‘agreste: il “prete”, con il
quale molto spesso, in campagna, il letto vien
riscaldato, il “prete”, adorabile oggetto che
ora va scomparendo; ricordiamo che appunto
uno dei bellissimi letti da noi visti ed... ado-
perati in Piemonte, ci si presentò, alla luce
un po’ fioca del lume a petrolio, come già
occupato da un corpo immobile. Il che ci
tenne in agitazione fino a quando, accostatici
con cautela e sollevato il lenzuolo, ci accor-
gemmo che si trattava del sullodato simpatico
“prete”, sistemato dai previdenti anfitrioni
a riscaldarci le coltri... No, quella certa at-
mosfera è decisamente cambiata. S'è fatta
più “snob”, meno genuina: nello stesso tempo,
però, valorizza finalmente l’oggetto quanto
esso merita,
Ma non soltanto nelle stanze degli apparta-
menti signorili si possono rivedere questi
letti: può capitare, come ci è capitato, di tro-
varne delle spalliere in giardini privati, uti-
lizzate a mo’ di piccole balaustrate. E, lasciando
indiscussa l'originalità dell'adattamento, pro-
duce una curiosa e quasi irritante sensazione
il pensare a questa parte dell’arredamento
della casa, così spiccatamente “interna”, in-
tima, così dichiaratamente simbolo di prote-
zione, di riposo — il letto ci protegge quando
siamo malati, accoglie i nostri corpi stanchi
e dà loro sollievo così indiscretamente
esposta alla luce del sole, all'aria, alle incle-
menze ed ai rigori del tempo.
Uno dei più ricchi esemplari di letto in ferro «alla
siciliana » del XVI secolo, Si trova nella casa Bagatti
Valsecchi di Milano, Esemplari di questo genere ma
di epoca più tarda si trovano nel museo di Palermo.
Nella foto a destra un primo piano della testata dal
riechissimo motivo floreale,
(li antenati
dell’ automazione
Niente nasce dal niente: è una regola di-
venuta un proverbio e, (per quanto î proverbi
non sempre siano la saggezza dei popoli), è
una verità che non può essere messa in dubbio.
Così ogni scoperta, ogni invenzione, ogni inno-
vazione dell’uomo in tutti i campi, nella scien-
za, nella tecnica, nell’arte, nella letteratura,
non nasce dal nulla. L’aneddoto di Archimede
che scopre il principio dell’idrostatica stando
nel bagno e balza fuori grondando acqua e
gridando “ eureka !" è molto suggestivo e pro-
babilmente è anche un episodio vero. Ma non
può esservi dubbio alcuno che dietro quell’in-
tuizione, quell'improvvisa illuminazione, c'era
tutta una elaborazione intellettuale, una pro-
fondissima conoscenza scientifica.
Ci siamo proposti di illustrare, in una serie
di articoli, i precedenti, le fonti alle quali ha
attinto, nei vari campi, la civiltà di oggi.
Il primo argomento che abbiamo prescelto è
l’automazione, dei cui precursori ci parla Alberto
Mondini.
Nessun fenomeno storico è tanto improv-
viso che non se ne possano rintracciare i
precedenti: questo vale per le rivoluzioni po-
litiche, per quelle economiche, e industriali,
come pure per ogni sorta di evoluzione tec-
nica. Ma sarebbe troppo pretendere che
questa verità, a volte non perfettamente in-
tesa persino dagli storici di professione, fosse
tanto familiare all'uomo comune, anche colto,
da impedirgli ogni tanto di lanciare grida di
stupore, di ammirazione o di sdegno perché
il mondo, con una giravolta degna d’un veli-
volo da acrobazia, si starebbe mettendo su
una strada completamente nuova, e non prima
immaginata né immaginabile.
Noi viviamo in un mondo di tecnici, di
cui però si fanno portavoce, sui giornali,
sui libri e sulle riviste, persone che hanno
specializzazioni, se pur ne hanno, tutte di-
verse; e per solito, avendo frequentato per
qualche anno una facoltà di giurisprudenza,
sono di diritto dottori in legge. La macchina
in genere, e in particolare l'automazione che
ne rappresenta il trionfo, incutono in queste
persone una sorta di misterioso terrore; e que-
Henry Ford, fondatore della grande industria automobilistica americana insieme a Edison. Ford fu il primo ad
introdurre nell’industria meccanica la linea di montaggio, all’inizio della prima guerra mondiale.
sto spiega ciò che comunemente ne ‘scrivono,
Ricercando alcuni antenati illustri dell’au-
tomazione, e risalendo nel tempo a quella che
è stata la lunga gestazione di questo fenomeno,
non ancora interamente compiuto, noi ve-
dremo invece che si tratta non solo di una
inevitabile evoluzione, ma anche come essa
cominci a rivalutare la personalità umana,
che nelle fasi precedenti era stata notevol-
mente depressa.
Il punto di massima depressione della per-
sonalità umana è stato espresso mirabilmente
da Chaplin nel suo Tempi Moderni: ricor
diamo la sequenza del protagonista alla ca-
tena di montaggio, la sua ripetizione mono-
tona di quel gesto che diviene meccanico,
anzi ossessivo. In quel momento della storia
della tecnica si può dire che l'automazione sia
già presente: se tutto non è affidato alle mac-
chine, ciò accade soltanto perché non è
pratico, 0 non è economico affidare ad una
macchina di acciaio determinate funzioni che
possono essere svolte da un uomo in veste
di macchina.
La divisione scientifica del lavoro e la ca-
tena di montaggio precedono l’automazione
non soltanto nel tempo, il che è ovvio, ma
anche con un preciso nesso di causalità;
la divisione scientifica del lavoro, che troviamo
già descritta da Adamo Smith nella sua
Ricchezza delle Nazioni, ebbe il suo profeta
maggiore in Fredrick Winslow Taylor (1856-
1915). Fino al XVIII secolo la bottega e non
la fabbrica era stata il luogo di produzione:
in bottega c’è un principale che comanda, e
gli allievi e i garzoni che eseguono; l’opera
nasce per solito non da una razionale divi-
sione del lavoro, ma da una collaborazione
non affrettata e non propriamente ordinata.
Non solo manca ogni studio dei movimenti
e dei ‘tempi dal punto di vista industriale,
ma ‘anzi si può quasi dire che il tempo non
conti, tranne in casi di particolare fretta co-
me quelli tratteggiati dal Leopardi nel suo
bozzetto sul “Sabato del villaggio”. L’in-
dustria, con le sue macchine in fila nelle
officine, impose la divisione dei compiti negli
uomini perché già le macchine per loro na-
tura vogliono i compiti divisi: il tornio, la
fresa, la mola, il trapano possono fare in
genere un lavoro solo, bene e rapidamente,
su un pezzo. Se l’oggetto da costruire è
complesso, esso deve subire una specie di
processo analitico per essere prodotto dalle
macchine; va diviso in tanti pezzi, e ognuno
di questi pezzi deve essere prodotto per
mezzo di un certo numero di lavorazioni
semplici.
Taylor rivelò il frutto dei suoi studi nel
1906, in una memoria dal titolo “The Art
of Cutting Metal” (l’arte di tagliare il me-
tallo) che egli lesse ad un gruppo di inge-
gneri a New York; aveva cinquant’anni,
e la sua carriera fino allora era stata una
storia edificante da libro di lettura per la gio-
ventù: nel 1880, dopo due anni come operaio,
sopra: Oliver Evans, inventore della cinghia senza
fine (1783), in una vecchia stampa che lo ritrae
nella sua officina, circondato dai figli, per i quali
amava costruire complicati giocattoli. La cinghia
di Evans si può considerare un illustre antenato
della catena di montaggio.
i
(HMI
II
sotto: la lavorazione dei suini nel macello di Cincinnati negli Stati Uniti fu organizzata nel 1873 con
criteri che sono alla base delle attuali catene di montaggio, cioè suddividendo il lavoro in tante fasi sue-
cessive, ognuna delle quali affidata ad un operatore diverso. Come si vede nella foto, î maiali appesi a
carrucole scorrenti su una guida, venivano fatti avanzare gradatamente, in modo che gli operai potessero,
senza muoversi dal posto di lavoro, compiere una semplice azione, sempre la stessa, come il taglio, il
lavaggio ece. Se si sostituiscono ai suini i pezzi di un'automobile, si avrà una catena di montaggio.
era divenuto capo-operaio alla Midvale Steel
Company, poi divenne yaster, poi engineer.
Lavorava di giorno, studiava di notte, e nei
ritagli di tempo scopriva l'acciaio rapido per
utensili. Nella scoperta dell’acciaio rapido
Taylor portò il metallo al limite del suo
rendimento; perché non doveva esser possi-
bile fare altrettanto con gli esseri umani?
In una lezione tenuta a Harvard nel 1909,
Taylor si riferisce apertamente al precedente
militare: «Il sovraintendente generale delle
officine trasmette i suoi ordini su biglietti o
cartoncini scritti attraverso i vari ufficiali ai
lavoratori, allo stesso modo in cui vengono
diramati gli ordini del generale comandante
una divisione ». E qui Taylor ha usato la
voce officers per indicare i vari gradi gerarchici
che nell’officina stanno fra colui che dirige
tutto e coloro che eseguono. La vita militare,
dopo l’introduzione delle armi da fuoco, rap-
presentò un ottimo esempio dell’uomo che
faceva da macchina in attesa di una meccaniz-
zazione maggiore. Il fucile ad avancarica era
una buona arma per ottenere una discreta
massa di fuoco, a patto che si schierassero i
soldati su tre file: una in piedi, una in ginoc-
chio, e una a terra, e si usassero movimenti
standardizzati per il caricamento, il punta-
mento e lo sparo. In quell'epoca nacquero i
“battaglioni che manovravano come orologi”
sulle piazze d'armi d’Europa.
Per aumentare la celerità del tiro vennero
i fucili a retrocarica e a ripetizione; ma la
ripetizione a mano non bastava: Maxim in-
trodusse la mitragliatrice, che nella prima
guerra mondiale costituì il primo esempio
di automazione messo a disposizione delle
masse...
La linea di montaggio rappresenta in un
certo senso il procedimento contrario della
diyisione del lavoro; essa è la sintesi, mentre
la divisione è l’analisi. Gli antenati illustri
della catena di montaggio sono la cinghia
senza fine di Oliver Evans (1783), applicata
nel mulino di Redclay Creek Valley, il macello
dei suini a Cincinnati (1873) e gli stabilimenti
di inscatolamento delle carni a Chicago (1878).
Ma fu Henry Ford a introdurre veramente
nell’industria meccanica la linea di mon-
taggio, all’epoca dell’inizio della prima guer-
ra mondiale. La linea di montaggio che cam-
mina attraverso l’officina, e dove le macchine
nascono dalla riunione delle singole parti,
porta un elemento nuovo nella vita di fab-
brica: un #eo così preciso quale solo si può
riscontrare nella “battuta” della musica.
Questo tempo è indubbiamente più adatto
alle macchine che non agli uomini.
L’organizzazione della produzione è tale
che i compiti richiesti agli uomini divengono
ogni giorno meno numerosi e più semplici;
d’altra parte le macchine divengono più ver-
satili, più abili e capaci di lavorazioni più
complesse.
Queste due tendenze si possono visualiz-
zare come due correnti convergenti, che s’in-
contrano sull’automazione; da una parte ab-
biamo l’uomo, che per lavorare con le mac-
chine e fra le macchine, con un tempo ob-
in alto: lavoro a catena alla Ford all’inizio del secolo. La foto può
considerarsi, in un certo senso, un documento storico. Da questo mo-
mento entra infatti nella fabbrica un elemento nuovo: il tempo, un
tempo così preciso ed incalzante che rivoluzionerà il concetto del lavoro
industriale,
in basso: la nuova organizzazione del lavoro adottata da Ford nelle sue
fabbriche si dimostrò ben presto come uno dei fattori essenziali per
ottenere il massimo rendimento produttivo, Nella foto, una fase di una
moderna catena di montaggio, sempre alla Ford.
IO
Max -—
vai —e. ce x «=
sopra: anche gli stabili»
menti di inscatolamento
delle carni a Chicago si
organizzarono nella
conda metà dell’Ottocen-
to con sistemi di lavoro
a catena, resi indispen-
sabili dall'enorme quan-
tità di capi di bestiame
che bisognava macellare
e inscatolare molto rapi-
damente. Mandrie come
quella riprodotta in que-
sta stampa del 1874
giungevano agli stabili
menti senza interruzione,
dopo lunghe marce at-
traverso le praterie.
se-
mento automatizzato, la
mai a scopi bellici e che
bligato, il lavoro diviso ecc. semplifica gra-
dualmente i propri compiti; dall’altra ab-
biamo la macchina, che avanza verso compiti
di maggiore complessità.
La base economica non manca mai in nes-
suna trasformazione dell’industria; non è
mancata alle prime filande italiane del Tre-
cento e del Quattrocento, alla rivoluzione
industriale inglese del Settecento e dell’Ot-
tocento, non è mancata al Taylorismo, non
può mancare alla linea di montaggio di Ford.
Mancava a quella di Evans, forse, cento anni
prima. Ma Ford aveva un continente asse-
tato di automobili da rifornire, un continen-
te che era stato colonizzato in virtù del ca-
”
al centro: il mulino di Oliver Evans azionato da un complicato
gioco di cinghie senza fine,
a destra: la prima guerra mondiale creò un perfetto stru>
mitragliatrice. La seconda portò, con
il radar, le applicazioni elettroniche, che sono alla base dell’at-
tuale, vera automazione (la macchina che si controlla e si cor-
regge da sé), Esempi straordinari di applicazione dell'automa-
zione sono i missili che inseguono automaticamente il bersaglio
ad altissime velocità. Nella foto, una delle stazioni radar che
compongono, al largo delle coste americane, la rete di avvista-
mento elettronico di protezione. È augurabile che non servano
elettronica possa svilupparsi esclusi-
vamente nelle attività pacifiche, dove le sue applicazioni si stanno
estendendo in modo sempre più largo.
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moi
do
Essi
vallo e della ferrovia, e attendeva l’età del
motore per affrontare con un mezzo indivi-
duale la propria vastità, vero problema dei
problemi per i colonizzatori di ogni epoca
e di ogni terra.
Osservando la linca di montaggio di Ford,
I. R. Smith, un fabbricante del Milwaukee,
chiese spontaneamente: « Si possono costrui-
re i telai d’automobili senza l’intervento del-
l’uomo? ». Si era nel 1916, i servomeccanismi
erano sconosciuti persino di nome. Nel 1929
Smith, tornando sull'argomento, osservava:
«Un telaio completo lascia l'estremità del
nastro trasportatore ogni dieci secondi, già
pronto per la verniciatura. Dal momento in
cui entra in officina il pezzo d’acciaio alla
consegna di un telaio completo, già verniciato
e pronto per il magazzino, passano appena
novanta minuti »,
Ai futuri storici dell'automazione le fab-
briche di Henry Ford sembreranno dei curiosi
tentativi, esprimenti più che altro un desi-
derio, un bisogno di automatismi, così come
la turbina a vapore di Giovanni Branca (1629)
esprime la necessità di un motore il cui fun-
zionamento sia più indipendente dai capric-
ci della natura di quello dei molini ad acqua
o a vento. La possibilità della vera automa-
zione scaturisce con l'elettronica, ed è ancora
una volta l’arte della guerra a portarla. Nel
radar l’inseguimento automatico del bersaglio
sostituisce quello manuale perché la mac-
china può fare cose che l’uomo non è in
grado di fare altrettanto bene. Segnali di po-
tenza irrisoria vengono paragonati, e la loro
differenza, il segnale d'errore, viene ampli-
ficata tanto da renderla capace di far girare
meccanismi che pesano quintali.
La caratteristica del feed back (controreazio-
ne), che sta alla base di questi automatismi, è
un’immediatezza sorprendente e una finezza di
controllo immensamente superiore a quella
che possono dare i sistemi meccanici. Con
questo l'automazione entra nella sua fase at-
tuale; gli antenati più o meno illustri che le
abbiamo trovato costituiscono un ramificato
albero genealogico, che risale ai battaglioni
manovranti a Potsdam e nelle altre piazze
d’armi non prussiane.
Mancano, in questa schiera di ascendenti,
gli automi, che pure ci si aspetterebbe di
incontrare. non hanno mai avuto una
parte di rilievo nell'industria, se non come
pubblicità dante /fferam delle macchine, a
mostrare quali prodigi un congegno possa
fare; il loro sviluppo, le meraviglie di cui
erano capaci, il fatto che tanti illustri ingegni
meccanici, non escluso Leonardo, vi si de-
dicassero, dimostra fino a qual punto abbia
importanza la base economica. Le grosse mac-
Essi
chine, i cicli di lavoro, la disciplina di fabbrica,
non servivano che sporadicamente e solo per
la guerra; e infatti la disciplina regnava nelle
miniere, le fonderie di cannoni lavoravano
intensamente quando il nemico era prossimo
alle porte 0 poco prima. Ma mancava total-
mente un potere d’acquisto diffuso, mancava
un mercato nel senso moderno, e una menta-
lità mercantile che non fosse quella del sem-
plice commercio. Finché non fu pronto il
cliente, la fabbrica non nacque; è dal benes-
sere diffuso, dalla fame di prodotti che trae
alimento l'automazione, fi finale di un
lungo processo che tende ad esonerare l’uo-
mo dai compiti più onerosi della produzione.
fase
“ Belve,,
e cubisti
Marco Valsecchi ci ha dimostrato, nello scorso
numero della Rivista, citando esempi presi da
ogni epoca, come il contrasto profondo fra ar-
tisti innovatori e tradizionalisti non sia una
prerogativa della nostra epoca, ma si possa
ritrovare, con identiche caratteristiche in ogni
momento della storia dell’arte. In questo secondo
articolo, Valsecchi ci riporta alle origini della
pittura «fauve» e del cubismo, che tanta parte
hanno avuto nell'evoluzione delle arti figurative
agli inizi del nostro secolo.
Uno dei motivi ricorrenti nella storia del-
l’arte contemporanea è quello della rivoluzio-
narietà delle espressioni maturatesi al princi-
pio di questo secolo, rispetto a quelle del
secolo scorso. Si dice infatti: nel secolo. scor-
so il mondo naturale, con le sue figure, i
suoi grandi spettacoli, era al centro dell’ispi
razione dell’artista; nel secolo
attuale si è
fatto il vuoto, si è rifiutata la matura e ora
gli artisti riempiono quel grande spazio de-
serto con forme geometriche © addirittura con
fregacci e macchie casuali. E a dire il vero, il
confronto messo in questi termini, ha una
sua efficacia diretta, vivacissima. Ma senza
toccare grossi discorsi difficili, è bene dire
che il confronto messo in questi modi è per
lo meno superficiale; si dimentica cioè di
mettere a confronto invece l’aspetto fonda-
mentale, e cioè l'intelligenza dell’uomo, del-
l’artista dei due differenti periodi di tempo,
e con l’intelligenza, il grado di conoscenza
dell’uomo d’oggi con l'uomo di ieri. E per
non sbagliare un’altra volta, dico subito che
non si tratta di dichiarare che l’uomo d'oggi
è più intelligente 0 anche soltanto più infor-
mato dell’uomo di ieri; ma solo per dire che
il rapporto che l’uomo moderno ha stabilito
con le cose che si trova attorno alla sua vita,
quotidianamente, è diverso dal rapporto del-
l’uomo del secolo ed è, anzi, un
rapporto che si sposta di continuo, di gene-
razione in generazione, tanto che l’uomo del-
l’Ottocento, per continuare questo esempio,
vive con un rapporto col mondo diverso da
quello con cui viveva l’uomo del Settecento,
e così via. Pensiamo per esempio agli artisti
degli ultimi decenni del secolo scorso: il
centro della loro ispirazione era la natura,
cioè il mare, la terra, le nubi del cielo, le vi-
cende atmosferiche, i diversi colori delle sta-
gioni. Facciamo un breve passo indietro, ai
primi anni dell’ Ottocento, e vedremo allora
che il centro ispirativo degli artisti era un'idea
di bellezza, che rispondeva al canone dell’arte
greca e romana, cioè uno schema, un insieme
di regole ideali, che differiva assolutamente
dagli aspetti reali e quotidiani della natura
e delle sue figure, E per questo diremo che
SCOrSO;
nella pagina accanto: « Ponte
di Londra» (1907) - (collezio»
ne privata) di André De-
rain, uno dei capiscuola
della pittura cosiddetta «fau-
ve». Fauve, in francese, vuol
dire belva e «belve», cioè
selvaggi. vennero chiamati
spregiativamente aleuni gi
vani pittori che, con Derain,
esposero a Parigi al «Salon»
del 1905 un gruppo di opere
destinate a portare nella pit-
tura una nuova rivolta, do-
po quella operata quaran-
t'anni prima dagli impressio-
isti. I principi ai quali si
ispirarono le «belve» nel
dipingere erano: abolire le
ombre e l'illusione prospet-
tica, esaltare il colere senza
preoccuparsi di falsare la
natura, usando largamente
le tinte pure. I fanves guar-
davano ancora al mondo
reale, ma lo trasformavano
con l'immaginazione perché
pensavano che la natura non
poteva più esaurire le fanta»
sie e le intuizioni dell'uomo
moderno.
«Ma jolie» (collezione Ju-
cker, Milano), un’opera del
periodo cubista di Pablo Pi-
casso, altro grande maestro
e innovatore della pittura
moderna. Con il cubismo,
di cui furono iniziatori Pi.
casso e Georges Braque, la
pittura abbandona la rap-
presentazione della natura,
sostituendola per la prima
volta con una visione del
mondo geometrica, statica,
come uno spazio chiuso in
cui le figure sono ridotte
alle forme elementari del
cubo, della sfera, del cilin-
dro, Ogni slancio romantico
è respinto: la pittura, dico-
no i cubisti, deve nascere
dalla riflessione intellettuale.
Picasso arrivò al cubismo
per strade diverse da quelle
seguite dagli altri pittori. Il
suo punto di partenza fu lo
studio dei fetieci negri, for-
temente stilizzati e portati
nei primi anni del secolo a
Parigi dall'Africa. Dapprima
Picasso comin a semplifi-
care al massimo le figure, co-
me nei feticci, riducendole alle
linee essenziali, geometriche.
Poi eliminò a poco a poco
anche la prospettiva ridu-
cendo la rappresentazi
degli oggetti due dimen-
sioni, distendendoli sulla te-
la come a volerne cogliere
contemporaneamente, in una
figura geometrica, tutte le
parti: esterno e interno, da-
vanti e retro, sopra e sotto,
14
4 %
Li
in alto: « Natura morta in controluce», dipinto da Henri Matisse nel 1899, anno in cui il caposcuola dei fauves
cominciò ad impiegare i colori puri. Matisse ha continuato, durante tutta la prima metà di questo secolo, a ca-
ratterizzare la sua pittura con una forte e originalissima personalità. Una delle sue ultime e più note opere è la
cappella di Vence (1947-51) che costituisee una specie di te istico del tro spentosi a 85 anni, nel 1954.
in basso: «L'orchestra» di Raoul Dufy, un fauve che come gli altri del gruppo si ispirò all'esempio di Van
Gogh, il quale diceva di usare «i colori in modo arbitrario, per espri i più for ». Dufy affermava
che i fauves volevano introdurre «il miracolo dell’immaginazione nel disegno e nel colore».
c'è stato un tradimento? O non piuttosto che
ci fu un mutamento di ideali, di rapporti tra
l'uomo e gli interrogativi eterni del suo
esistere? Di conseguenza, come le genera-
zioni del passato, anche le generazioni di
questi ultimi decenni hanno cercato altre
“figure”, altre “immagini” per meglio rap-
presentare le proprie idee, le proprie cono-
scenze del mondo, fisico e ideale. È bene
quindi diventare diffidenti quando leggiamo
o sentiamo dire che l’uomo moderno è meno
umano dell’uomo del passato o non ha più
il senso dell’arte. Come ogni artista del pas-
sato, l'artista moderno ha cercato e prodotto
nuove forme, nuove espressioni. Talune di
esse sono cadute, perché soltanto sperimentali;
talaltre sono rimaste valide perché più a
fondo hanno rivelato le verità e le intuizioni
fantastiche del nostro tempo.
E del resto guardiamo alla storia dell’arte,
guardiamo agli esempi più alti della creazione
artistica del secolo scorso, proprio ai maestri
francesi dell’impressionismo: a Cézanne, a
Monet, a Renoir, i quali ebbero per molti
decenni la felicità di vivere in un periodo in
cui la rappresentazione della matura e dei
suoi spettacoli quotidiani stava al centro de-
gli ideali artistici. Ebbene, anche i pittori
impressionisti francesi mutano strada, cer-
cano altre forme ed espressioni con una ener-
gia, una intrepidezza intellettuale ammirabili,
invece di dormire sul grosso capitale dei suc-
cessi. Se hanno cambiato strada, non lo fe-
cero per capriccio, ma per una necessità in-
teriore, perché man mano si erano trasforma-
te le loro idee, trasformato si era il rapporto
col mondo. Per quei pittori citati, come per
altri, tra cui Fontanesi, Fattori, l’arte era un
modo di esprimere una fiducia e un sereno
dialogo con la natura circostante. Perché i
fiumi, i boschi, le strade con la folla, gli
interni borghesi illuminati a gas, le merende
sui prati, le campagne silenziose, le maremme
solitarie non appaiono più nei dipinti? Che
cosa è successo, per cui gli artisti inseguono
altre immagini, altre figurazioni, altri ideali?
È stato persino facile dire che, per aver
abbandonato queste care immagini del mon-
do reale e umano, Parte si è disumanizzata e
inaridita. Considerando però meglio quanto
è avvenuto in questo ultimo mezzo secolo,
mi pare di poter dire che il punto fonda-
mentale della trasformazione avvenuta e per
la quale l’arte d’oggi sembra la negazione di
quella precedente, sia questo: il paesaggio
esterno, di natura, ha lasciato il posto nel-
l'ispirazione dell'artista a un paesaggio in-
teriore, d’anima, di cose intuite, pensate o
presentite, più che vedute.
L’arte quindi non ha sfuggito l’uomo;
semmai gli è entrata dentro, nel segreto del
suo cuore, vi ha incontrato le eterne impronte
dell’intelligenza, gli eterni sentimenti, le an-
tiche aspirazioni di armonia e di felicità; ma
vi ha pure incontrato i turbamenti, le angosce,
le solitudini della vita contemporanea, i cre-
scenti dubbi di fronte ai drammatici avveni-
menti della storia moderna: guerre, rivoluzioni,
minacce di annientamento; cioè tutto un pae-
saggio nuovo di sentimenti e di sensazioni,
che doveva inevitabilmente trasformare la
visuale della vita singola e collettiva e di con-
seguenza la visuale dell’arte e sospingere l’ar-
tista moderno a cercare nuove immagini pit-
toriche o plastiche che non fossero soltanto
aderenti alla realtà visibile, ma portassero in
sé anche il riflesso di quella nuova interiorità.
In tal modo artista ha cercato, prima, di
forzare gli aspetti delle cose, alterandole, di-
latandole con le luci e le ombre dell’intelli-
genza e della passione. Paul Gauguin, per
esempio, con la sua partenza verso le isole
del Pacifico, dove gli uomini vivevano an-
cora come in un paradiso terrestre, sembra-
va fuggire la vecchia, traballante Europa, in
cerca di una nuova sensibilità primitiva €
innocente; Van Gogh, il pittore olandese
amico di Gauguin, voleva invece “redimere”
gli uomini, rivelando loro nuove verità di
sentimento; e ambedue questi pittori, col ros-
so e col giallo violento suggeriti dalla loro
fantasia pittorica, cominciarono a trasformare
gli aspetti e la visione delle cose e delle fi-
gure. In una lettera del 1888 a suo fratello,
Van Gogh scriveva infatti: «Invece di cer-
care di rendere esattamente ciò che ho da-
vanti agli occhi, mi servo nel modo più
arbitrario del colore per esprimermi più
fortemente ». Cioè, dalla parte dei pittori di
questo temperamento venivano a sfociare
gli ardori del vecchio romanticismo, in cui
si ritrovano non poche faville accese da
Delacroix, tanti decenni prima.
Un altro gruppo di pittori cercò non solo
di forzare, alterare, dilatare gli oggetti; cer-
cò di arrivare anche oltre le stesse cose reali,
nell’ordine della razionalità geometrica, ot-
tenendo per la pittura quella libertà di espres-
sione, senza appoggi sul mondo reale e visi-
bile, che già possiede per esempio la musica
e l’architettura, che non conoscono infatti
problemi di imitazione a qualcosa di già
esistente in matura, ma esprimono invece
con la libertà consentita dai propri mezzi la
libertà inventiva dei singoli artisti. Paul Klee,
un pittore tedesco morto in Svizzera nel
1940, espresse un giorno sinteticamente que-
sta nuova libertà della pittura con le seguenti
parole: « Essa deve rendere visibile l’invisi-
bile, giungere fino al cuore del mondo».
Per cui non è nemmeno giusto dire che
l’arte d’oggi, specie quella astratta, cioè che
si esprime ricorrendo alle figure della geo-
metria o a un libero disporsi dei colori e dei
segni sulla tcla, abbia rifiutato per disprezzo
o anarchia la realtà, che è servita come fon-
damentale riferimento di figure per l’arte
fino agli inizi del nostro secolo. Ha invece
individuato un nuovo settore di indagine
da aggiungere alle nostre conoscenze per al-
largarne i limiti o per intensificarne l’espres-
sività. E bene tener presente altre afferma-
zioni, oltre a quella testé citata di Klee; per
esempio quella di Maurice Denis, il quale
diceva che un dipinto non è più una specie
di finestra aperta sul mondo reale, ma « una
superficie piana di colori in un certo ordine
disposti »; oppure quella di Paul Cézanne,
«Vaso di gerani» (1915) di Juan Gris, nome d’arte del pittore spagnolo
Josè Vietoriano Gonzalès, Arrivato nel 1906 a Parigi, Gris vi rimase fino
alla morte, avvenuta nel 1927. Il suo maestro fu Picasso, di cui è evi-
dente anche in questo dipinto l'influenza cubista. Di Gris sono molto noti
anche i quadri eseguiti dopo il 1912 con la tecnica del “collage”. In essi,
come pure nei dipinti, l'artista usava inserire pezzi di cristallo. «Una super-
ficie può essere trasferita su una tela - affermava Gris - un volume vi può
essere interpretato, ma uno specchio, una superficie mutevole © che riflette lo
stesso spettatore? Non si può che incollarla, sotto forma di cristallo».
16
che «è necessario riprodurre la natura tra-
mite le figure del cono, del cilindro, della
sfera ». A questo punto, pur nella semplicità
dell’esemplificazione ridotta ai suoi estremi
più evidenti, abbiamo dinanzi due gruppi,
che si potrebbero definire con i vecchi ter-
mini di “romantici” e di “classici”: nel pri-
mo caso coloro che danno libero sfogo al-
l'invenzione della fantasia, alle figure sug-
gerite dall’irrazionalità dell’immaginazione e
del sentimento; nel secondo caso coloro che
lasciano prevalere le figure chiuse e precise
della geometria come simbolo di un ordine
intellettuale, di un controllo costante del ra-
ziocinio, estraneo ‘ai soprassalti della passio-
nalità. E sempre per esemplificare questa spar-
tizione iniziale delle grosse e numerose vi-
cende dell’arte moderna, nel primo gruppo,
con Van Gogh e Gauguin, metteremo per
esempio tutti i pittori fauves francesi e i pit-
tori espressionisti tedeschi, verso il 1905;
nel secondo gruppo, dove sta Cézanne, ve-
dremo i cubisti, un certo lato dei futuristi
italiani, e i primi astrattisti, come appaiono
negli anni attorno al 1910.
Questa selva di termini in “ismo” può
sembrare intricata come un labirinto. Ma
esaminate con una certa calma riflessiva, que-
ste parole non sono più difficili di qualunque
altra classificazione, che si è pure usata anche
per gli artisti dei secoli passati. Dobbiamo
cioè ritenerli niente altro che indicazioni ini-
ziali, quasi topografiche della vasta distesa
delle correnti dell’arte moderna. E per di più
sono termini che nacquero quasi per caso;
dopo che le opere erano state eseguite, e quasi
per dileggio dalla critica e dal pubblico. Ades-
so stiamo esaminando i fauves e i cubisti,
cioè due iniziali correnti dell’arte francese di
questo secolo.
Fauve, in francese, vuol dire belva, e quin-
di animale selvaggio. Durante la grande espo-
sizione tenutasi al Salon di Parigi del 1905,
una sala raggruppava i dipinti eseguiti in
quell’anno, 0 immediatamente precedenti, di
Matisse, di Derain, di Vlaminck, di Dufy, di
Othon Friesz, di Van Dongen, di Manguin,
di Marquet e altri. In mezzo alla sala venne
messa una statuetta in bronzo di uno scul-
tore dai modi piuttosto scolastici e tradizionali,
Questi pittori avevano tutti all’incirca tren-
t’anni e si avvicinarono non per effetto di un
programma estetico preciso, ma per un avvi-
cinamento spontaneo di giovani interessati
alle stesse ricerche pittoriche.
Le basi di questa ricerca comune possiamo
riassumerle in questo modo: l’assoluta abo-
lizione delle ombre e dell’illusionismo pro-
spettico; l’eccitazione cromatica di ogni par-
ticolare del dipinto, senza preoccuparsi che
i colori siano uguali a quelli della natura (gli
alberi rossi, i prati gialli, il cielo viola, ecce-
tera), è l’uso dei colori puri, suggerito dall’im-
maginazione, per ottenere un effetto decora-
tivo, di invenzione fantastica, 0 un effetto
d'urto cromatico, quasi un grido lacerante.
È vero che questi pittori guardano ancora al
mondo reale; ma l’imitazione è stata abban-
donata per inseguire qualcosa di più sogget-
tivo, come l’emozione 0 il senso d’eleganza
decorativa, o lo slancio lirico, nella persua-
sione che il mondo naturale non potesse esau-
rire tutte le fantasie e le intuizioni dell’uomo
moderno. Dopo quanto scrisse Van Gogh,
che «usava i colori in modo arbitrario per
esprimersi più fortemente», è da ricordare
quanto disse un giorno Dufy per chiarire il
senso di quella “arbitrarietà” creativa: «il
miracolo dell’immaginazione introdotta nel
disegno e nel colore ».
Un critico visitò quella mostra; vide la
sala con i dipinti dai colori così splendenti,
eccitanti, e riferendosi alla statua in mezzo
a loro, esclamò: «ecco là Donatello in mez-
zo alle belve». La parola fece scandalo, ma i
pittori la raccolsero e se ne fregiarono come
di un distintivo. Lo spirito di libertà e il
grado diversamente emotivo di quei singoli
pittori si volgevano, pur sopra un fondo
comune, verso risultati differenti, Matisse
aspirava a «un'arte d’equilibrio, di purezza,
di tranquillità, senza soggetti inquietanti ©
preoccupanti », sostenuta da un ideale di
lusso, calma e voluttà (ed è questo il titolo
di un suo dipinto eseguito verso il 1907).
Gli era vicino in questo senso Dufy; e in
questa ricerca dell’eleganza pittorica entrava
la suggestione della pittura e del disegno giap-
ponese, diffusi dal gusto /ber)' di quegli
anni. Vlaminck invece, in comune con De-
rain, di spirito più turbolento e popolano,
voleva raggiungere effetti più passionali,
esprimere motivi di protesta sociale e di insod-
disfazione morale; mentre Rouault, dotato
di uno spirito coltivato alle letture bibliche
e quindi volto a immagini di severità reli-
giosa, cercava di rappresentare in termini
nuovi, anche con irruenza polemica e grot-
tesca, un motivo di denuncia religiosa, peni-
tenziale. Così come si erano incontrati, si
distaccarono man mano gli uni dagli altri
e l'evoluzione della loro arte, nei molti anni
successivi, fu diversa per ciascuno di essi.
Anche il termine cubismo nacque per caso
e per dileggio. E l'occasione venne fornita
da un gruppo di dipinti che un giovane pit-
tore francese, Georges Braque, presentò alla
giuria perché fossero ammessi alla mostra
del Salon di Parigi del 1908. Vi erano rap-
presentati dei paesaggi di Provenza che il
pittore aveva dipinto dal vero, chiamato nel
sud della Francia dall’ammirazione per la
pittura di Paul Cézanne, morto appena due
anni prima. Le case, squadrate come blocchi
di pietra, scalavano l’erta della collina e anche
gli alberi parevano scolpiti in una prospettiva
dura, pietrosa. Sembravano paesaggi fatti di
cristalli lucidi. E Matisse, in giuria, sbottò
spontaneamente a dire: «ecco là i cubi... »,
ricusando di ammettere i dipinti alla mostra.
Se i fauves appaiono come la parte emo-
tiva e fantastica dell’ispirazione pittorica fran-
cese di quegli anni, i cubisti obbedivano, sul-
lo spunto già detto di Cézanne sulla sfera e
il cilindro, a uno spirito di riflessione intellet-
tuale, a un predominio formale inteso come
un rifiuto dell’arbitrarietà lirica e sentimentale
delle tendenze romantiche. Alla mobilità at-
Nelle «Demoiselles d’Avignon», dipinto
da Picasso nel 1907, è chiaramente ri-
conoscibile l'influsso esercitato sul pit-
tore spagnolo dai fetieci africani. Il qua-
dro si trova nel Museo d’arte moderna
di New York.
a destra: «Le Portugais» (1911) (Kunst-
museum, Basilea) di Georges Braque,
Braque presentò i suoi primi quadri cu-
bisti alla giuria del Salon di Parigi del
1908, e venne respinto. Matisse, un fauve,
che era in giuria, sbottò: « ecco là i cubi»,
e così nacque, per caso e per dileggio,
il termine cubismo.
mosferica, al palpitare luminoso dei dipinti
dei vecchi maestri impressionisti, Braque op-
poneva una visione statica, uno spazio chiuso,
squadrato in una struttura quasi minerale, di
figure strettamente geometriche.
Si incontrò e fece sodalizio con un altro
pittore, questi spagnolo, Pablo Picasso, che
per conto suo aveva iniziato quasi identiche
invenzioni formali. Il suo punto di partenza
fu però un altro, e precisamente gli fu sug-
gerito dallo studio dei feticci negri, dalle ma-
schere scolpite degli idoli delle popolazioni
primitive dell’Africa, da poco giunte nelle
botteghe esotiche di Parigi, dai tratti forte-
mente stilizzati, anch’essi geometrici, Gli og-
getti, le figure dei loro dipinti di quegli anni
sono infatti semplificati al massimo, fino a
coincidere con le figure elementari della geo-
metria, a tagli netti, a spigoli taglienti: alberi,
case, bottiglie, strumenti musicali, qualche
figura umana. Nel volgere di pochi anni, svi-
luppando le loro immagini, eliminarono nella
rappresentazione di questi oggetti anche P’ar-
tificio pittorico della prospettiva, cioè della
terza dimensione. Gli oggetti vennero come
sezionati da uno spirito analitico di rappresen-
tazione e distesi infatti sul piano della tela,
col desiderio di cogliere, in una figura unica,
geometrica, la totalità di quell'oggetto, con-
temporaneamente tutte le parti dell'oggetto
esaminato: l'interno e l’esterno, il davanti e
il retro, sopra e sotto. Perciò questo oggetto
non interessa più per quel che è, interessa
soprattutto come punto di partenza della
rappresentazione pittorica, che diviene di
mano in mano autonoma. Anche se non si
può ancora dire sganciata da ogni riferimento
all'oggetto stesso, se ne discosta man mano
per una visione che si rifiuta di imitare la
natura. Da essa si aprirà un nuovo largo campo
creativo: quello appunto di un’invenzione d’im-
magine dettata dalla sensazione intima o dal-
la riflessione intellettuale, troncando del tutto
i problemi dell’imitazione più o meno illu-
sionistica della realtà.
18
L’idioma
automatico
L’automatismo è entrato anche nell’ idioma
Si stanno conducendo in varie parti del mon-
do, e anche in Italia, serie e interessanti ri-
cerche nel campo della meccanizzazione del
linguaggio. Secondo Cesare Marchi, autore di
questo articolo, un tipo di linguaggio mecca-
mizzato esiste già nel nostro paese ed è da
tempo entrato nell'uso comune, Le illustrazioni
sono di Giancarlo Sommariva.
Come si aggirava il ladro? Con fare sospetto.
Com'è la fuga? Rocambolesca. E l’insegui-
mento? Cinematografico. La requisitoria del
P.M.? Lucida. E l’arringa del difensore?
Appassionata. Dov'è andata la Stradale? Sul
posto. Dove brancola la polizia? Nel buio.
Questo potrebbe essere il capitolo iniziale
del “Vademecum del cronista alle prime armi”,
prezioso manuale di frasi fatte, di luoghi co-
muni, desunto, senza molta fatica, dalle prose
correnti di certo giornalismo provinciale, che
involontariamente collabora (giustificato tut-
tavia dalla fretta con cui si svolge il lavoro
di redazione) all’appiattimento del linguaggio
e alla cristallizzazione delle idee. Ma se l’af-
fannato cronista di “nera” può invocare l’at-
tenuante del poco tempo disponibile, altret-
tanto non si può dire delle circolari ministe-
riali, delle lettere commerciali, dei resoconti
di assemblee, degli o.d.g. sindacali, delle scar-
toffie burocratiche, dove pare si faccia di tutto
per congelare la nostra povera lingua in un diché
fatto di pigrizia mentale, pigrizia che strana-
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GOMMARHATE
Una donna strangolata, generalmente, che vita aveva? Doppia.
mente contrasta con la febbrile alacrità che,
a giudizio di tutti, contrassegna il
tempo,
Dove è stato colpito il vedovo? Negli af-
fetti più cari. Com'è l’età degli orfani? Tenera.
Che cosa ascolta il prefetto? I desiderata.
Dov'è venuto il malcontento della categoria?
A galla. E le proposte, dove saranno esami-
nate? A fondo. Com'è la commozione? Ge-
nerale. L’oratore dove fa la messa? A punto.
In questi ultimi tempi com’è venuta la
situazione? Creandosi.
A questo punto è doveroso sottolineare
l’importanza che assumono nelle prose odier-
ne i sostantivi “problema” e “questione”.
Li incontriamo dappertutto, si assomigliano
nostro
talmente che li consideriamo intercambiabili,
come gemelli. Unica, sensibile differenza è
che il primo predilige il teatro, il secondo
la boxe.
Infatti, dove si affaccia il problema?
Alla ribalta. Dove giace la questione? Sul
tappeto. (Qualche volta possono anche essere
messi “a fuoco”). Quale tenore è migliorato
più di tutti negli ultimi dieci anni? Il tenore
di vita. Di che cosa era l’auto che soccorse il
ferito? Di passaggio. Come sta la posizione
dell'imputato? Si aggrava, Che cosa non è
stata fatta sul delitto? Piena luce. Come sono
dirette le indagini? Personalmente. Come
sono gli accertamenti? Ulteriori. Da che cosa
sono accompagnati gli sposi nel viaggio
di nozze? Dai voti
giornale.
Questo clenco potrebbe continuare all’in-
finito. Per arricchirlo, basta leggere le notifiche
degli uffici municipali, ascoltare i presentatori
radiotelevisivi, i commentatori dei cinegior-
nali, gli oratori di una qualsiasi cerimonia
pubblica, inconsapevoli macchinisti del gran
rullo compressore che appiattisce e schiaccia,
avantie indietro, la nostra povera lingua, che for-
nì a Dante diciassettemila vocaboli, a D’Annun-
zio quarantamila, ed ora sembra ridotta a poche
decine di aggettivi e sostantivi. L'automatismo
è entrato anche nell’idioma. La costruzione
del periodo ‘assomiglia ad una catena di
montaggio, dove ogni bullone, ogni vite viene
augurali del
nestro
20
1 £ "TI
ATTILIZZIO
inserita in quel certo punto; e soltanto in quello.
Proibito ogni dubbio. Ogni sosta sarebbe un
criminoso perditempo, che rallenterebbe il
ciclo produttivo. Avanti, dunque, il miracolo
letterario italiano non tollera esitazioni.
Dove entrano le nuove tariffe? In vigore.
Di chi sono i provvedimenti? Del caso. In
quale quadro si svolgono i colloqui per il
MEC? Nel quadro della solidarietà occiden-
tale. In quale via vengono concesse le deroghe
edilizie? In via del tutto eccezionale. Come so-
no le fonti? Competenti. E il carnevale? Be-
nefico, Com'è il 4 novembre nel cuore degli
italiani? Scolpito. Che cosa fa il Po? Straripa.
E gli argini? Cedono. Di che cosa è oggetto
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Com'è il 4 novembre nel cuore degli italiani? Scolpito.
il Polesine? Di attento studio. Di chi è l’an-
ticamera? Del cervello. Dove si mantiene
l'imputato? Sulla negativa. Perché il sindaco
non va a vedere il cavolfiore che pesa nove
chili? Perché è fuori del comune. Come viene
assegnato lana? Tantum. Una donna stran-
golata, generalmente, che vita aveva? Doppia.
Che cosa elevano i disoccupati? Una protesta.
E i vigili? Una contravvenzione. Come sono
i tiratori? Franchi. E la lira? Robusta più che
mai. A quale altezza si trovava il protagonista?
All'altezza del suo nome. Com'è la palla?
Viscida. Il terreno? Pesante. Che cosa ha
ritrovato la nostra squadra di calcio? Lo
smalto dei tempi migliori. Che cosa accomu-
na l’applauso del pubblico? Vinti e vincitori.
A questo punto ci viene in mente la lettera
scritta da un lettore ad un quotidiano, qualche
anno fa. Essa diceva pressappoco così: « Signor
direttore, bisogna sempre fidarsi di quanto
sta scritto sui giornali, oppure qualche volta
è opportuno serbare nei loro confronti caute
riserve? Mi spiego. Quando si legge che
“davanti ad uno scelto e attento pubblico il
conferenziere X ha tenuto una dotta lezione
ecc. ecc.” debbo proprio credere che quel
pubblico fosse davvero scelto e che, di conse-
guenza, chi ha disertato quella conferenza
meriti di essere catalogato fra i “non scelti”
e considerato un reprobo della cultura, uno sco-
BO-VONCcr
A quale altezza si trovava il protagonista? Allaltezza del suo nome.
municato dalla vita intellettuale della città? ».
Vorremmo dire a quel preoccupato cit-
tadino che non è il caso di drammatizzare,
giacché due sono i modi di leggere i giornali:
prendere alla lettera quanto in essi è scritto,
oppure ‘interpretare’ la prosa secondo i
propri estri, esperienze e malizie. Si può
affermare che due scuole; egualmente ag-
guerrite, si fronteggiano nell’arte di leggere
i giornali, la scuola della lettera e quella che
cerca lo spirito. I teorici della seconda sosten-
gono che siccome i giornali, per ragioni di
convenienza 0 di urbanità, sono talvolta co-
stretti ad addolcire la verità, certe espressioni
stereotipe del linguaggio cronistico andranno
tradotte secondo uno speciale prontuario di
equivalenze, di cui diamo qualche campione.
“Scelto. pubblico”, secondo la scuola dei
cercatori dello spirito, è una banale crittogra-
fia, inventata per carità civica, che vuol dire
“quattro gatti”. Dotta conferenza: una barba
di due ore. La sfortuna si è accanita ancora
una volta contro i nostri giocatori: abbiamo
una squadra di bidoni. Acuta e chiara disamina:
non ha capito niente nessuno, La breve ma so-
stanziosa arringa del difensore d'ufficio: « Mi
rimetto alla corte». L’ex regina ha preso un
periodo di riposo in Svizzera: e quando mai
ha lavorato? Un lieve ritocco alle tasse: rad-
doppiano le aliquote.
ZI
Dove si mantiene l'imputato? Sulla negativa,
Nemmeno l’età resiste alle malizie della
scuola “crittografica”. Secondo queste male
lingue, ‘maturo signore” andrebbe tradotto
in “uomo sulla sessantina”, signore anziano
uomo sulla settantina, ‘molto anziano” tra
gli ottanta e i novanta. Abolita la qualifica
di vecchio. È tollerata quella di nonagenario,
purché l’interessato abbia avuto, in gioventù,
un fuggevole colloquio con Garibaldi. La gra-
duatoria adottata per le donne è la seguente:
ancora fresca e piacente (50 anni), non più
giovanissima (6o anni), non più giovane
(70 anni), anziana signora (80 anni). Varcata
tale età, la donna viene promossa “angelo
del focolare”.
L'ultima
diligenza
La gente ha perso il gusto delle cose an-
tiche. Oggi poi c'è nell’aria una smania di
“nuovo” ad ogni costo. Si cerca di cambiare,
di sbarazzarsi di tutto quello che odora di
secoli. La casa “antica” fa malinconia, si
preferisce la casa minima, ammobiliata con
mobili svedesi, magari con la poltrona ‘re-
lax”. Così nessuno (salvo rarissime ecce-
zioni e generalmente si tratta di qualche ori-
ginale) tiene nel garage la vecchia balilla ©
qualche altro cimelio del genere, come av-
viene, ad esempio, nella non lontana In-
ghilterra.
Per le vecchie automobili, per le vecchie
locomotive, o per le antiche diligenze il destino
è segnato: o la demolizione o i pochissimi
musei dove, delimitate dai cordoni e pro-
tette dalla scritta «non toccare », giacciono
tristemente Inoperose.
Per queste ragioni veder passare per le no-
stre strade congestionate, tra le macchine
costantemente impegnate in una gara col
tempo, una vecchia diligenza a cavalli, non
è uno spettacolo del tutto comune. Non è
comune, ma non è reppure impossibile.
Esiste infatti ancora una diligenza, forse
l’ultima in Italia, che, in netta antitesi con
il progresso, continua a prestare regolare
servizio pubblico, incurante dei più moderni
mezzi di trasporto. Si tratta della diligenza
che quattro volte al giorno unisce Vado
Ligure a Sant’ Ermete, un paese tre chi-
lometri dentro l'entroterra ligure.
Ogni giorno alle undici esatte la carrozza
parte dalla piazza principale di Vado, davanti
al caffè Haiti. Sono ormai settant'anni che
questo incredibile mezzo di trasporto per-
corre con ogni tempo lo stesso itinerario.
Le mosse di Giovanni Battista Marchese,
Baciccia per tutti, padrone e conducente del-
la diligenza, sono le stesse da cinquant’anni
ed eguali a quelle del padre e del nonno.
Allenta il freno, controlla i sacchi da reca-
pitare e la sistemazione dei paSseggieri, di cui
uno sull’imperiale, guarda l’orologio da ta-
sca di suo nonno e dolcemente fischia a
Nino, il morello di otto anni, suo partner
affettuoso e paziente nell’irreale spettaco-
lo d'un viaggio, un vero viaggio fuori
del tempo e della nostra comune immagina-
zione. Il tranvaietto azzurrognolo di legno
e di ferro, dalla copertura semisbrindellata,
con la scritta sbiadita sul retro ‘“ Vado-
Sant’ Ermete”, si infila tranquillo fra le
automobili, le moto e le biciclette del sob-
borgo industriale di Savona.
Oggi ci sono tre passeggieri, quattro sac-
chi e ‘altrettante lettere e giornali. Nino
ad un trotto leggero tira a testa bassa
per un buon chilometro sino alla fabbrica
della Fornicoke, prima tappa del suo viag-
gio. Qui Baciccia scarica un sacco. Cinque-
cento metri più avanti ancora una fermata:
L'ultima diligenza a cavalli, una sgangherata
carrozza di legno è di ferro in regolare servizio
pubblico tra Vado Ligure e Sant Ermete,
un paesino dell'entroterra savonese, ha la-
sciato alle spalle le ciminiere delle fabbriche
e il traffico congestionato della città per
infilarsi nella strada che corre lungo i
campi, in uno scenario che è rimasto fermo
nel tempo.
Baciccia, padrone e conducente della dili-
genza, nella vecchia stalla dove un tempo
alloggiavano sino a nove, dieci cavalli e che
ora ospita soltanto Nino, il morello di otto
annî che ogni giorno segue Baciecia nel
suo incredibile viaggio. Sulle pareti c'è il
ritratto di Bianco e di Piemonte due ca-
valli che non ci sono più e che Baciecia
ha ingenuamente dipinto con il gesso quasi
a richiamarne magicamente la presenza.
una donna gli consegna un involto e ne
scende un’altra che fino allora aveva letto
il giornale. Bastano quattrocento metri per
giungere alla terza tappa dove scendono
gli altri due viaggiatori.
E siamo all’ultima fase del viaggio.
Nino trotta ora a testa alta ed a testa alta
è anche il suo padrone, quasi incollato alla
parete della diligenza che dà sull’imperiale.
Qui cavallo e padrone si trovano più a loro
agio, qui il paesaggio è sempre lo stesso
di un tempo con la strada che si snoda a
ridosso della collina e con a lato il torrente,
un paesaggio che rammenta la California
dei film “western”.
Alle undici e mezza precise, in perfetto ora-
rio come sempre, la diligenza arriva a Sant'Er-
mete. La postina, una donna di sessant'anni,
viene a ritirare la posta, tre lettere e cinque
giornali illustrati. È in questo momento che
una lucida corriera incrocia la vecchia di-
ligenza. A bordo c'è un solo viaggiatore e
questo rappresenta per Baciccia una grossa
rivincita. « Non vedete che anche /ore ar-
rivano vuoti come me?» dice e gli occhi
gli brillano di soddisfazione. «Che si. può
fare con diciotto corse al giorno? ». conti-
nua poi con tono rassegnato abbracciando
con lo sguardo le vie semideserte del pic-
colo paese. « Ho preso la patente » soggiun-
ge poi quasi a voler dimostrare che l’attac-
camento al suo antiquato servizio è soltanto
frutto di una libera scelta « ma cosa ci vo-
Siamo ad una delle prime tappe di questo strano viaggio che vede un'antica
“diligenza” in aperta concorrenza con le lucide e fiammanti corriere. È strano
ma, nonostante i tempi, la vecchia carrozza resiste e trova ancora i clienti,
come questa donna che consegna al vetturino il suo involto.
lete fare, mi è caro andare con quella lì ».
Ed accompagna queste parole accennando
con un gesto affettuoso alla sua vecchia di-
ligenza. « Che volete, l’ho sempre fatto, è
il mio mestiere! ».
E dire che essere fedele al suo mestiere
gli costa. Con le quaranta lire per persona
e con le cento lire per ogni sacco — queste
sono le sue tariffe — non sempre raggiunge
un guadagno giornaliero di ottocento lire
e oggi tenere un cavallo, fra biada e fieno,
costa molto di più.
Sono in molti a consigliarlo di ritirarsi €
di dedicarsi completamente al pezzetto di
terra che si stende vicino alla sua casa, « Or-
mai andiamo nella luna e tu vuoi ostinarti
ad andare con il cavallo» qualcuno gli ha
detto. Ma lui, attaccato alla tradizione fino
all'inverosimile, continua imperterrito con le
quattro corse regolari al giorno: due al mat-
tino e due al pomeriggio.
Con la consegna della posta il servizio di
Baciccia e di Nino è terminato. Insieme si
avviano alla vecchia casa che è al limitare
del paese e dove troveranno ad attenderli
Barbun. Barbun, uno splendido e nutrito
gatto soriano, è il terzo personaggio di
questa storia che, per certi aspetti, può an-
patetica. Barbun si avvicina,
sicuro che anche oggi Baciccia non si è di-
menticato di lui e la sua fiducia è, come al
solito, ricompensata da un piccolo cartoccio
di pesci. Baciccia non è un tipo che dimenti-
che essere
ca facilmente, anzi si può dire che la sua vita
si basi sui ricordi che ogni giorno, capar-
biamente, egli vuol far rivivere a dispetto
di tutti e di tutto.
Accanto alla casa c’è l'immensa stalla dove
nei vecchi tempi alloggiavano sino a nove,
dieci cavalli, i più belli ed i migliori delle
sei diligenze che prestavano servizio fra
Savona e Vado e i minuscoli paesi dell’entro-
terra.
La stalla, ancor meglio della diligenza, dà,
nel suo disordine, un'immagine precisa di
un tempo ormai lontano: briglie, vecchi ferri,
attrezzi da lavoro ormai inutilizzati. Su
una delle pareti, Baciccia ha dipinto il ri-
tratto di Piemonte e di Bianco, due cavalli
che non ci sono più. Li ha dipinti inge-
muamente col gesso, quasi a richiamarne ma-
gicamente la presenza, come facevano gli
uomini antichi.
Tutto, in questa storia, ha un sapore antico,
e quasi ci si stupisce che sia vero: Baciccia,
Nino, Barbun, la postina, gli stessi radi
clienti che si ostinano a preferire la dili-
genza al moderno autobus, sembrano tutti
usciti da una oleografia ottocentesca, per
recitare sul palcoscenico della vita questo
ultimo atto.
Un atto confortante, comunque, perché
la diligenza resiste, in questi tempi di auto
Supercompresse lc superveloci, e trova ancora
clienti, e ciò significa che, anche se il futuro è
già cominciato, il passato non è ancora finito.
La
programmazione
economica
in Europa
Francesco Cesare Rossi, direttore della rivista
aItinerariv, ha svolto per noî un'indagine în
alcuni paesi europei per conoscere quali siano
oggi gli aspetti più interessanti e meno noti della
programmazione economica. L'inchiesta di Rossi,
da alcuni anni impegnato, in senso operativo,
nello studio dei problemi connessi all’organizza-
sione e allo sviluppo del mondo economico,
soprattutto di quello industriale, non pretende di
esaurire l'argomento che meriterebbe più vaste
indagini e ben altra dimensione.
A noi è sembrato comunque interessante conoscere,
attraverso un viaggio in alcune regioni della Fran-
cia, dell'Olanda, della Danimarca, della Svezia
meridionale e dell’ Inghilterra, quali sono i pro-
grammi che i singoli governi nazionali e quelli del-
le rappresentanze politiche ed economiche locali
hanno predisposto per portare avanti le esigenze
dello sviluppo economico è sociale. Si tratta di a-
spetti diversissimi tra di loro che il Rossi ha colto
più con l'interesse dell'osservatore, del gicrnalista
che dell’economista : del resto pensiamo che ai no-
stri lettori interessi sapere quali sono in Europa le
grandi linee e la cornice di questo complesso pro-
blema che va sotto îl nome di programmazione
economica. Pubblicheremo tre articoli. In questo
numero incominciamo dalla Francia con un viag-
gio che, iniziando nel Sud (Camargue e Proven-
sa), ci porta al Nord, (Epernay e Dunkerque)
e poi a Fourmies, un piccolo paese industria-
lizzato dal nulla, ai confini con il Belgio.
Un tempo nell'Europa occidentale si pen-
sava alle bonifiche; dalla fine dell'ultima guer-
ra mondiale si pensa alla valorizzazione eco-
nomica delle regioni, geograficamente intese
come parti dei diversi territori nazionali.
E se ieri le regioni prive 0 quasi delle in-
dispensabili condizioni di vita preoccupavano
le classi dirigenti, oggi un articolato calcolo
economico sembra voler fare i conti con una
realtà per molti aspetti favorevolmente mu-
tata, per le moderne concezioni di vita asso-
ciativa; ma per altri ancora lontana dai tra-
guardi indicati dai più accreditati economisti
e sociologi europei. Naturalmente ciascuno
stato europeo ha governi che diversamente
concepiscono la politica economica e, sebbene
le prospettive di un’ Europa unita stiano pas-
sando per le intese economiche, sarebbe quasi
impossibile pretendere di riunire in un’unica
caratteristica le diverse politiche economiche
dei governi europei.
In un quadro, sia purè approssimativo, che
voglia raffigurare la natura degli interventi per
la valorizzazione delle regioni europee, non si
può fare a meno di indicare come esemplare,
per le molte e profonde sfumature, quella fran-
cese. Vorremmo dire che l’esperienza francese
di valorizzazione regionale è lo specchio fedele
dei rivolgimenti politici, spesso senza direzio-
ne nota, che dal primo decennio del secolo ad
oggi hanno caratterizzato la vita di quel paese.
Finiti i tempi della colonizzazione e dell’e-
quilibrio politico mediterraneo, la Francia ha
riversato mezzi e capitali sul territorio metro-
politano dando la preferenza, in nome di una
mentalità accentratrice tipica delle classi diri-
genti dell'Europa di almeno venti anni fa, a
Parigi e al suo entroterra. A ciò si aggiunga
il fascino della città con il suo cosmopolitico
turismo culturale: Parigi è diventata il testone,
incredibilmente potente, della vita economica
francese — un po’ comei distretti operai di Lon-
dra — lasciando alla provincia, tradizionalmen-
te agricola, una burocrazia numerosa e pesante.
Come una cintura di sicurezza attorno al
grande polmone industriale e commerciale del-
la metropoli, i tre grandi porti di Le Havre,
Bordeaux e Marsiglia hanno sempre costituito
una sorta di centrali di smistamento da e ver-
so Parigi. Il mito di Parigi è un po’ il mito
della Francia. Alla metà del secolo scorso la
città contava circa due milioni e duecentomila
abitanti, cioè rappresentava il 6% dei francesi;
oggi ne conta sette milioni e mezzo circa e
rappresenta circa il 17% dei francesi; su cen-
tocinquantamila studenti ripartiti tra tutte le
università della Francia, ben sessantacinque-
mila sono iscritti nella sola Parigi. E se si sfo-
glia la pubblicistica economica e politica tra
gli anni ’20 e ’30, non si può non rimanere
colpiti dalla esasperata identificazione di ogni
fatto, di ogni aspetto della vita politica e so-
ciale francese con quanto avveniva a Parigi.
Niente di simile, per i politici e gli opera-
tori economici di Torino o di Milano che, al
contrario, hanno sempre guardato a Roma, in-
dipendentemente dalle ideologie regionalisti-
che, con insofferenza; e quando il fascismo
accentrò nella capitale la vita della nazione,
privando regioni, province e comuni di quel-
le autonomie che la Terza Italia loro ricono-
sceva, quella insofferenza si mutò in aperta osti-
lità. Se diversa è la formazione storica del con-
cetto di nazione tra Italia e Francia, più radi-
cato e vivace in quest’ultima, tuttavia occorre
riconoscere che i dipartimenti e le province
francesi, tutt'altro che prive di autonomia am-
ministrativa, sono sempre state affascinate da
Parigi. Non è questa la sede per valutare sto-
ricamente questo fatto, dal quale peraltro non
si può prescindere per comprendere gli aspetti
più interessanti della vita economica e sociale
della Francia contemporanea, ma è indubbio
che le nostre più illustri tradizioni regionali-
stiche, nonostante l’insofferenza per Roma capi-
tale, non hanno mai avuto presa sull’opinione
pubblica italiana. Quando nell’ultimo quaran-
tennio del secolo scorso il federalista Carlo Cat-
taneo predicava, attraverso studi e ricerche di
grande interesse non soltanto economico, la
necessità di incrementare la valorizzazione di
zone e territori (si pensi al celebre saggio sulla
bonifica dell'Agro di Magadino, la piana che
25
si stende ad oriente di Locarno verso Lugano)
che potevano costituire punti di riferimento
per la più vasta valorizzazione sociale delle
regioni, l’eco di quegli studi e di quelle ri-
cerche presso le classi dirigenti del tempo era
assai più rilevante di quanto non lo siano
oggi, in altre prospettive e con altre meto-
dologie, gli studi e le ricerche dei sociologi e
degli economisti europei.
La Francia, come l’Italia, si affida ancora al-
la buona volontà dei gruppi di studiosi e di
operatori economici per configurare una pro-
grammazione economica moderna. La Fran-
cia — occorre riconoscerlo — più dell’Italia si
sta muovendo in questo senso, indipendente-
mente dagli indirizzi politici generali.
Jean Giono ha pensato alla Camargue, la lin-
gua di terra che si protende da Arles sul Me-
diterraneo, tra due grandi paludi, come all’ulti-
mo paradiso dei cavalli selvatici. L'immagine,
infatti, dei cavalli bianchi e neri che, assieme
alle mandrie di tori che forniscono le arene
per le corride non soltanto della Provenza, è
la maggior etichetta turistica di quest’angolo
della Francia meridionale, dove il fascino in-
dubbio del paesaggio si confonde con una di-
sinvolta messa in scena da Far-West in minia-
tura. Questo turismo sembrerebbe inatteso, in
una regione paludosa e brulla, se non si po-
nesse mente al fatto che la cintura d’intorno,
nella campagna e nelle città, è cintura di un
relativo benessere economico, raggiunto non
certamente soltanto grazie all’organizzazione
turistica. Vogliamo alludere cioè all’esperienza
di una società mista, la « Société d’aménage-
ment», nota come « Compagnie nationale du
Bas-Rhòne et du Languedoc ».
A differenza di altre regioni francesi sotto-
sviluppate, la regione compresa tra le bocche
del Rodano fin verso Montpellier, è sempre
stata famosa per i suoi agricoltori. L’agricol-
tura, a causa soprattutto degli squilibri clima-
tici, è sempre stata caratterizzata, dalle due
classiche monocolture dell’ulivo e della vite.
La restante parte del territorio era abbando-
nata a se stessa: se ieri la Camargue era l’espres-
sione disperata di questo secolare abbandono,
oggi con il richiamo turistico rappresenta una
sorta di museo della povertà passata. Perché?
Quali sono i principi, le tecniche che hanno
permesso alla « Compagnie d’aménagement »
di svilupparsi e di tonificare l'economia della
regione? Sull’esempio di quanto già avvenne
negli Stati Uniti d'America con la Tennessee
Valley Authority, all’epoca d’oro del wew dea/
rooseveltiano, si è cercato di impostare il la-
voro di sviluppo secondo tre grandi direttrici.
Per primo si è avviato un coordinamento,
sotto la stessa autorità della Compagnia, per le
infrastrutture essenziali, mediante investimenti
tendenti alla valorizzazione delle stesse. Il se-
condo momento dell’intrapresa è stato per il
coordinamento degli organismi necessari alla
utilizzazione delle infrastrutture; ed il terzo per
il coordinamento dello sviluppo dell’economia
agricola e di quella industriale. Si può dire che,
in generale, questi siano i tre momenti essen-
ziali ispiratori di quasi tutta la politica francese
dello sviluppo regionale.
26
MO Copitale regionale
© Cip.tsie seconde
iene)
"a Autre centre waportaot
La divisione regionale del territorio francese. , Le province hanno sempre avuto
in Francia un ruolo meno importante della capitale e del suo circondario, Parigi
capitale il cuore della Francia.
L'acquisizione delle tecniche, se non proprio
della metodologia tecnologica, per valorizzare
la regione del basso Rodano, compiuta dalla
Compagnia, creata nel febbraio del 1955, si
deve principalmente a quella singolare figu-
ra di imprenditore che è Philippe Lamour.
Lamour, attuale presidente della Compagnia,
proviene dalle file, se non ufficiali certamente
di quelle più appassionate, del movimento re-
gionalista francese di origine radical-moderata,
della tradizione, per intenderci, impersonata
dall’ex presidente del Consiglio René Pleven.
Fuor di ideologia, Lamour crede che il decen-
tramento economico e amministrativo in Fran-
cia sia uno dei più grossi e interessanti problemi
del suo paese. Ma non è un fanatico, anche
se la conversazione con lui trascina a vertici
ora di idealismo ora di estremo empirismo.
Il profeta, o meglio il portavoce ufficiale,
dei regionalisti francesi è Jean Frangois Gravier
che con il suo libro intitolato Parisse! le dé
sert frangais che ha non molto tempo fa ottenuto
il «Grand Prix Gobert d’Histoire» dell’ Accade-
mia francese, ha brillantemente dato una strut-
tura ideologica al movimento. La fede di co-
storo che, da un anno a questa parte, possie-
dono anche una rivista di informazioni intito-
lata Ecomomies Rézionales, è una fede polemica
verso Parigi, e più ancora è tacita polemica di
politica generale. Soprattutto si tratta di una
fede appassionata nelle capacità di autonomia
di certe iniziative di sviluppo regionale che in
Philippe Lamour e nella sua Compagnie d’amé-
nagement hanno trovato la più significativa
espressione; in una regione che, considerando
è sempre stata il fulero potente della vita economica francese, Oggi però è in
atto una operazione di decentramento economico e amministrativo a favore
delle singole regioni. Si inerina così quell’antica tradizione che vedeva nella
anche lo sviluppo crescente dell’biuzer/end indu-
striale di Marsiglia, è destinata a largamente
progredire.
Nel silenzioso edificio di Nîmes, gli esperti
ed i tecnici della Compagnia hanno impostato,
a partire dal 1955-56, il loro lavoro, in colla-
borazione con le comunità locali che parteci-
pano alla gestione della società mista, preoc-
cupandosi di incrementare il reddito economi-
co valorizzando l’irrigazione forzata del Ro-
dano. I fondamenti di questo lavoro sono,
negli aspetti più vistosi, destinati ad una po-
litica sociale tendente a rapportare il reddito in
questa regione agricola a quello del Nord in-
dustrializzato.
La maggiore attività è rappresentata dalla
costruzione e dalla gestione di un canale di
irrigazione che deriva gran parte dalle acque
del Rodano, attraverso la più moderna stazio-
ne di pompaggio esistente in Europa. Si tratta
di un’area di 222.130 ettari compresi in 227
comuni con un totale di 579.000 abitanti. Con
un raggio di diffusione, attraverso il canale
centrale, si dipartono canali secondari per circa
9.000 km. La capacità media di pompaggio di-
rettamente dal Rodano è di 75 mc. al secondo,
per un volume annuo di me. distribuiti pari a
soo milioni, per la zona Est compresa tra il
Rodano e la regione dell’Hérault, e di 307 mi-
lioni perla zona Ovest, dall’Hérault a Lézignan
nell’Aude. Inizialmente gli ettari irrigati a par-
tire dal gennaio 1958 erano 10.000: si prevede
un aumento pari a 20.000 ettari all’anno.
Le cifre relative la distribuzione dell’irriga-
zione per « aspersione », e non con il rituale
In questa cartina è raffig
regione parigina è la più ampia zona in cui si è registrato un incremento
della popolazione. Parigi, in particolare, che contava nel secolo scorso due
milioni e duecentomila abitanti ha raggiunto oggi i sette milioni e mezzo
che rappresentano circa il 17% dei francesi.
l'evoli
della i
pop francese. La
sistema della conduzione forzata dell’acqua,
danno un’idea della vastità dell'impresa; l’a-
spetto tuttavia più interessante, a nostro avvi-
so, è il tipo di coordinamento che, a tutti i
livelli tecnici operativi, si è creato e che tro-
va consenso nella stragrande maggioranza dei
beneficiari del servizio di irrigazione. È innan-
zitutto da osservare che quando si parla di
coordinamento in una società mista del tipo
di quella provenzale, non se ne comprende-
rebbe pienamente l’importanza se non si po-
nesse mente al fatto che l'oggetto dell’impre-
sa non è un piano astratto 0 comunque indi-
cativo secondo la terminologia economica, ben-
sì un servizio di pubblica utilità in una regio-
ne niente affatto sottosviluppata, a differenza
di come lo era la vallata del Tennessee prima
che i sociologi e i tecnici dell’amministrazione
Roosevelt vi ponessero mano, o come sono
tuttora certe regioni del Mezzogiorno d’Italia.
Per molti aspetti la complessità del coordina-
mento è stata duplice sotto il profilo della me-
todologia da applicare.
Girando per la campagna provenzale che
usufruisce del servizio di irrigazione, a noi è
capitato di incontrare, nelle fattorie basse e
larghe che come macchie si perdono nella pia-
na tra Arles, Nîmes e Montpellier, agricoltori
che vantando una tradizione di benessere agri-
colo, oggi sentono non la necessità di incre-
mentare la tradizionale produttività dei terreni
bensì di ridimensionare, e, in parte, ridurre le
colture, puntando sugli ortofrutticoli. E non
è un caso che i contadini di questa regione so-
no entrati, con in casa il contatore della Com-
pagnie d’aménagement, nella condizione di
produttori e di esportatori privilegiati.
La loro mentalità, come confermano le di-
scussioni in campagna con i più giovani, è si-
mile a quella dell’agricoltore olandese o da-
nese che vanta parità di reddito con gli altri
addetti all'industria o ai settori terziari.
Non tutta la Francia è la Provenza, si potrà
osservare, ma non c'è dubbio che un inter-
vento coordinato qual’è quello della Compa-
gnie d’aménagement rappresenta una delle mi-
gliori forme di cooperazione economica, tale
da andar bene anche in un sistema di piani-
ficazione operativa.
1 tecnici della Compagnia hanno provvedu-
to: ad uno studio sistematico del suolo e del-
l'adattamento allo stesso delle diverse coltu-
re; ad un tipo di organizzazione agricola che
consideri quali sono le colture suscettibili di
un equilibrato sviluppo produttivo; all’orien-
tamento tipologico delle colture; all’adattamen-
to dello sviluppo del credito alle esigenze di
ciascun settore, La naturale conseguenza di
questa valutazione economica delle diverse pos-
sibilità del suolo ha portato alla organizzazio-
ne della vendita dei prodotti attraverso arti-
colati centri di mercato: dall’impianto e dalla
ripartizione zonale di stazioni-mercato ai cen-
tri di conservazione della produzione.
Le diverse comunità locali composte preva-
lentemente di agricoltori hanno beneficiato al-
tresi dell’ammodernamento dei singoli villaggi
dai 10 ai 15 mila abitanti, attraverso rilevazio-
ni, non assistenziali, bensì socio-economiche ed
urbanistiche. Sono sorti, secondo criteri ur-
banistici moderni, nuovi villaggi che ospitano
nuove e vecchie comunità. Infine, l’opera di
rimboschimento del suolo non coltivabile e
l’impianto di alberi industriali, soprattutto per
la produzione della cellulosa, chiudono, in un
certo senso, il raggio di azione dei tecnici del-
la Compagnia. Quali sono i risultati?
Dal punto di vista immediato della produt-
tività, i tecnici ci dicono che ogni ettaro irri-
gato produce oggi mais, patate, pomodori,
mele, e altro ancora mai visti; dal punto di vi-
sta sociale, gli imprenditori, gli uomini politici
provenzali, vi rispondono che si sta creando,
grazie anche alle migrazioni interne, un flusso
di energie che peserà sulla bilancia della scelta
della migliore programmazione francese.
L’esperienza provenzale, indipendentemen-
te dai piani prefabbricati a Parigi, è esemplare
non soltanto per la Francia, alludendo al fat-
to, non certamente soltanto indicativo, che
l’organizzazione e il potenziamento dei ser-
vizi, attraverso strumenti quali sono quelli mes-
si in atto da una società mista di sviluppo, ri-
dimensionano le possibilità non soltanto eco-
nomiche di una regione e di una comunità.
Vorremmo dire — e non certamente in pole-
mica con i pianificatori ideologi — che l’espe-
rienza della Compagnia del Basso Rodano è
soprattutto un’esperienza spontanea, program-
mata per l'indispensabile ordine sociale. Na-
turalmente i regionalisti francesi ne traggono
anche un’altra morale che è quella secondo cui
tutta la programmazione nazionale dovrebbe
esser modellata su quella esperienza.
Andiamo per esempio nella Champagne, nel-
la regione classica dei vini. A _Epernay, che è
la capitale della regione, trovate nella severità
composta delle case grigie e dei lunghi viali al-
berati, l'atmosfera della vecchia Francia bor-
ghese. I venticinque chilometri sotterranei di
cantine riempiti fino all'inverosimile di alme-
no cinque milioni di bottiglie di uno dei più
noti stabilimenti vinicoli della zona, sono
quasi il simbolo della prosperità. La classe di-
rigente di Epernay si è chiusa tuttavia in una
organizzazione corporativa, il Centre interpro-
Jessione!, dove la tutela dello « champagne » av-
viene con le forme più pesanti.
I consumatori non soltanto francesi, gradi-
scono il prezzo di questa tutela: è noto, infat-
ti, che dove esistono buoni redditi il vino è
un elemento essenziale della buona tavola e la
tutela della qualità è legata, quindi, al prezzo
praticato per questa non formale garanzia.
Nonostante questa favorevole condizione, il
settore vinicolo è ancora a metà strada, in
Francia, tra una totale liberalizzazione e pe-
santi bardature corporative come quelle mes-
se in pratica, ad esempio, ad Epernay. A dif-
ferenza ad esempio di Cognac, nella regione
del Pottou-Charentes, dove la forza delle or-
ganizzazioni cooperative dei produttori ha sem-
pre consentito forme di maggior libero mer-
cato.
La campagna francese, che per molti aspetti
rappresenta il cuore stesso dell’economia fran-
cese, è ricca di molte sfumature. Leggendo i
piani dei comitati di azione regionale, pubbli-
cati periodicamente sul « Journal Officiel », si
rileva questa diversità: là dove si creano, in
zone sottosviluppate, nuove forme di vita eco-
nomica, si va articolando spontaneamente l’i-
dea di una programmazione integrale per tutti
i settori di intervento, come sta avvenendo
con la Compagnia del Basso Rodano; là do-
ve invece, come ad Epernay, la vita econo-
mica si è cristallizzata attorno ad un relativo
benessere, si pratica la retriva difesa di pro-
dotti e di categorie di produttori, anche se es-
si sono eredi del /zisser-faire della più bel-
l’acqua.
Gli squilibri regionali in Francia sono stati
largamente sentiti dall'opinione pubblica e dal-
la classe dirigente politica. Alla fine della guer-
ra, prima ancora che Jean Monnet varasse il
primo piano francese (1947-1950), un gruppo
di economisti, di uomini politici, di imprén-
ditori ha sentito la necessità di dar vita, con
organizzazioni periferiche, alla idea dell’amé-
nagement du territoire, cioè alla ricerca operati-
va, nel quadro della geografia economica del-
la Francia, di una migliore ripartizione degli
abitanti in relazione alle risorse naturali ed al-
le possibilità economiche. Sono nate, nelle
ventitrè regioni francesi, innumerevoli « co-
mités d’expansion économique », « comités de
liaison » ecc., che svolgono funzioni promo-
zionali e di studio.
Su una strada secondaria che si diparte da
quella che da Parigi va a Bruxelles, a pochi
chilometri dalla frontiera, Fourmies appare
quasi sprofondata in una conca circondata da
boschi e da verdi lande; è già il paesaggio del
27
Nord con il cielo grigio e i pascoli sparsi in
un silenzio quasi opprimente. Le strade di
Fourmies sono quasi sempre deserte; si direbbe
che i segni di questa vita di provincia siano
rimasti idealizzati come in un film di Clair
o in un paesaggio di Corot. Nel municipio di
questa cittadina di quattordicimila abitanti, in-
contro il signor Etiénne Marly, il factotum del
comitato di espansione economica, uno dei più
vecchi tra quelli regionali francesi. Il signor
Marly è un cattolico di sinistra, europeista con-
vinto, seguace di Pflimlin e di Schumann. Con
quattro soldi e con la sede del comitato
in una stanzetta del municipio ha rilanciato
Fourmies, un tempo apprezzato centro del-
l'industria tessile. La concorrenza industriale,
specialmente tedesca, ridusse quasi a zero l’or-
ganizzazione industriale della cittadina.
Marly e i suoi amici hanno pensato alla pos-
sibilità di riconvertire le industrie tessili della
città e ci sono riusciti. Questi uomini politici
e dirigenti d'azienda, che rubano qualche ora
al giorno al proprio lavoro professionale, so-
no, di fatto, imprenditori che conoscono le
tecniche pubblicitarie, e, se vogliamo, assumo-
no volentieri, anche se non sembrano del tut-
to smaliziati, il ruolo di persuasori occulti. Dal
1956 al 1960 una dozzina di imprese ha rias-
sorbito circa 1.200 dipendenti: i settori di tra-
sformazione manifatturiera e industriale sono
aperti. Gli amici di Marly, sotto forma « bé-
névole » come essi dicono, offrono studi e ri-
cerche.
L'esempio di Fourmies, superato dalle più
complesse organizzazioni tecniche ed econo-
miche, è rimasto vivo nella storia di questa
azione regionale e ancor oggi, anche se Marly
e i suoi amici sono relegati in un angolo spen-
to della provincia francese e sono meno fidu-
ciosi di un tempo, l’esperienza di quella pic-
cola cittadina esprime quella sorta di coraggio
sociale che, facendo i conti, qualche volta con
ingenua improvvisazione, con una non facile
realtà politica; ha saputo imporsi con la bon-
tà dei risultati economici raggiunti.
Così come a Dunkerque, un gruppo di stu-
diosi e di amministratori pubblici ha saputo
imporre alla « Union Sidérurgique du Nord »
la costruzione del centro siderurgico nella sal-
vaguardia delle regole urbanistiche, quando si
pensi che una tradizione, soprattutto di tipo
inglese, ha sempre visto i complessi siderurgici
impiantati quasi a ridosso delle case degli
operai. Il piano regolatore industriale di
Dunkerque è assai istruttivo perché si è visto,
in pratica, come si possono applicare i principî
della aménagement du ferritoire.
Il generale De Gaulle con decreto dell’ot-
tobre scorso ha varato il quarto piano fran-
cese; dopo il concetto di piano di « moder-
nisation et d’équipement» si è ora espresso
quello di piano di « développement»: noi cre-
diamo che questa terminologia, a prescindere
dalla convenienza politica, sia il frutto e la
somma di quelle silenziose esperienze regio-
nali e locali che in Francia si stanno moltipli-
cando e che, per molti aspetti, sono esse stes-
se il piano francese che l’autorità politica, in
diverse forme, dovrà coordinare.
28
Pesi
e misure
a Palazzo
Rosso
A Genova, in quella magnifica via Gari-
baldi che sorse nel AVI secolo come “via nuova”,
coi sontuosi palazzi dell’'Alessi che tutta l'hanno
caratterizzata (il Vasari scrisse «|I' Alessi ha
fatto la strada nuova di Genova»); in quella
via Garibaldi che il Rubens chiamò « strada
da re», in quel nobile Palazzo Rosso costruito
da Corradi per i due fratelli Brignole (e che
perciò ha, preziosa singolarità, due piani nobili) ;
in quel palazzo donato dalla duchessa di
Galliera ed ora signorilmente restaurato «
sistemato dall'architetto Albini a cura della
direzione delle Belle Arti del Comune di Ge-
nova, le grandi opere d’arte, dell'Arte con la
“A” maiuscola sono molte, e ben note.
Va noi siamo andati a scovare, per i nostri
lettori, tre umili oggetti di vita quotidiana,
prodotto del lavoro artigiano ; tre umili oggetti
di ferro e di rame, dall’uso “fiscale”, perche
servivano ai magistrati per eventuali “beghe”
commerciali.
Tre piccoli oggetti esposti nella. collezione
“Pesi e misure”.
Fu il decreto censorile del 2r giugno 1606
che ordinò la riduzione generale, in tutta la
Liguria, delle misure da olio e da vino all'uni-
formità con quelle di Genova, e dette misure
ufficiali vennero fuse e collocate nella Cattedrale
di S. Lorenzo. Del resto, î più pregiati esemplari
degli autentici ‘metrici’ erano sempre stati
conservati in S. Lorenzo: già nel tI84 risulta
da un documento che una lastra di marmo si
misurava ‘“ad palmum de St. Laurentio”.
HI “quarto da oleo” che presentiamo nella
pagina accanto e che porta impresso lo stemma
della Repubblica e la data 1608, interamente
fuso in bronzo, era la misura di “un quarto di
barile” (il barile da olio equivaleva a kg. 59,800)
e si doveva riempire a raso, sicché dai due
dentini in alto il liquido traboccasse.
La bella ‘“misureta da olio di ramo fori”,
in rame sbalzato con manico di ferro (a destra
in basso) è anche più antica, coi suoi candidi
caratteri ancora medievali, e il bollo con la
croce. Era una misura da commercio al det-
taglio, e la scritta ‘di ramo fori” ci dice che
doveva valere per le terre “extra urbem”,
Il peso che presentiamo, interamente in ferro,
(a destra în alto) serviva presso gli staderai :
era evidentemente un ‘campione’ che serviva
ai fabbricanti e ai racconciatori di pesi, per
provare le loro stadere: infatti ha un manico
uncinato, per tenerlo appeso in bottega.
Il peso in sé è un pez
da una libbra.
irregolare di ferro,
La libbra genovese, detta ‘*‘peso del ferro”
65 , d
equivaleva a kg
o
D*
,
0,317.
Le misure principali di uso pubblico erano,
come noto, quelle da vino, da olio e da grano,
ed alcune, in pietra, si possono trovare ancora
al loro posto, alla porta di Portovenere
“colonia Fanuensis 1113”.
E chi vuol saperne di più, su pesi è misure di
Genova e del Genovesato, non ha che da consul-
tare gli studi del cavalier Pietro Rocca, stam-
pati nel 1871 e dai quali abbiamo attinto le
mostre notizie.
30
Le antiche
carte
nautiche
Abbiamo chiesto al giornalista Aldo Rossi
una sintetica storia delle “carte nautiche”
alle quali quest'anno è stato dedicato un in-
teressante. volume, edito da Edindustria per
conto dell’Italsider. Il libro raccoglie dieci
esemplari delle più belle carte nautiche
oggi esistenti in Europa, specie dal punto
di vista artistico, precedute da un’ampia e
documentata presentazione di Lucio Bozzano,
nella quale si richiama l’attenzione sul fatto
che quelle rotte marittime così poeticamente
raffigurate nelle carte, sulle quali galeoni e
vascelli portavano oro, spezie, grano, legnami,
velluti e sete sono le stesse sulle quali oggi
le moderne motonavi da 30.000 tonnellate
portano alla nostra siderurgia sul mare mi-
nerali di ferro e carbone e ripartono cariche
di prodotti siderurgici.
Nella congerie delle fantasiose è stravaganti
concezioni geografiche e cosmografiche del Me-
dio Evo, concezioni che — nella migliore delle
ipotesi — altro non rappresentano se non una
vieta rimasticatura delle teorie e dei sistemi degli
antichi, e che si protraggono sino a tutto il se-
colo XV ed oltre, in contraddizione, addirittura,
con le stupefacenti scoperte nel frattempo com-
piute ; nell'assurdo panorama di leggende è
credenze, rinverdite dalla Patristica, e tanto
suggestive quanto prive di attendibilità scienti-
fica (terre favolose, ciclopi, pigmei, cinocefali
ed uomini con un occhio nella schiena...) ; nel
quadro di una produzione cartografica ancora
legata a chimeriche raffigurazioni della terra,
vista 0 come un disco circondato dall'oceano, 0
sparsa nelle acque sotto forma di fronda od,
ancora, rappresentata come un quadrato, in
ciascun angolo del quale figura un angelo che
suona la trombetta (come in un mappamondo
del 1417), brillano di viva luce, fenomeno isolato,
ma importantissimo proprio per il contributo
di concretezza apportato al progresso delle co-
gnizioni geografiche, le carte nautiche. Nate
con uno scopo eminentemente pratico, quello
di costituire cioè un valido ausilio alla naviga-
zione, le carte nautiche non solo assolvono @
questa funzione interamente e fino ad epoche
relativamente vicine alla nostra (i Francesi
del XVIII secolo, nel Mediterraneo, ne facevano
ancora uso), ma diventano altresì oggetto di
consultazione e di studio da parte dei geografi,
in particolare, e delle persone colte, in generale,
tanto da dar luogo ad una copiosissima fioritura
di scuole di cartografi, italiane soprattutto, e
poi maiorchine, catalane, francesi e di altre
nazionalità ancora. Qual'è il motivo per cui
questa produzione cartografica incontrò tanto
favore, anche fuori dell'ambito strettamente
marinaro? È presto detto: le carte nautiche
non erano pedissequamente legate a teorie preesi-
stenti, accoglievano sì le concezioni geografiche
e gli elementi fantastici sopra descritti, ma solo
marginalmente e per le parti del mondo non
ancora conosciute, allontanandosene non appena
in possesso di elementi più positivi e, prerogativa
fondamentale, non erano ottenute in base ad
elucubrazioni teoriche od a determinazioni astro-
nomiche, spesso — ed è ovvio per quelle epoche —
inesatte, ma unicamente con la coordinazione
empirica dei dati acquisiti mediante l’osserva-
zione e la pratica dei viaggiatori e dei naviganti.
Abbiamo ancora in nostro possesso gran copia
di carte nautiche, con lavori che vanno dalla
fine del XIII secolo sino al 1700; ed a chi
abbia la ventura di osservarli nella loro successio-
ne cronologica non sfuggirà certamente la con-
tinua opera di perfezionamento e di aggiorna-
mento in essi compiuta. È proprio in questo
continuo perfezionamento che sta, a nostro
avviso, la vera, grande importanza delle carte :
al di là degli scopi pratici e contingenti per cui
era compiuto, rappresentava soprattutto un
motivo di stimolo a sempre più intense ricerche,
a sempre più numerose esplorazioni ed osserva-
zioni, contribuendo a tener desta, anche nei
periodi di maggior oscurantismo, l'ansia di co-
noscere dell’uomo.
Ci sono state molte polemiche fra studiosi,
circa l'origine delle carte : non riteniamo però
sia il caso di soffermarvisi, anche perché le repu-
tiamo ormai superate. Ci sembra soltanto op-
portuno sottolineare il fatto che la prima carta
datata rimastaci sia quella del genovese Pietro
Wesconte, costruita nel 1311; e che altre due
carte, delle quali non si conosce con esattezza
l’anno di costruzione, ma che si fanno risalire
rispettivamente alla fine del XIII secolo ed al
primo decennio del XIV, siano la Carta Pisana
(cosiddetta perché proprietà di una famiglia di
Pisa) opera di un genovese, e la Carta di Gio-
vanni da Carignano, rettore della Chiesa di
San Marco in Genova. Questi lavori sono già
molto perfezionati, sì da far fondatamente pen-
sare che ne esistessero altri precedenti, malau-
guratamente andati distrutti. Del resto l’esisten-
sa di carte nautiche nel XIII secolo, ed anche
prima, è confermata da testimonianze reperite
in vari documenti. Non è da pensare, però,
come qualcuno ha ipotizzato, che siano derivate
da alcunché di simile in uso presso gli antichi.
Non è da pensare, perché le carte sono caratte-
riszate da un elemento importantissimo e mai
apparso nella precedente cartografia: la di-
rezione. L'introduzione del concetto di direzione,
e la sua applicazione nella composizione delle
carte, avviene pressoché contemporaneamente
alla introduzione ed alla pratica applicazione
alla navigazione, da parte dei marinai amalfi-
tanî e di quelli delle altre repubbliche marinare
italiane, di uno strumento, peraltro già conosciu-
to da cinesi ed arabi ; e questo proprio nel XIII
secolo, nello stesso secolo cioè della prima carta
nautica che si conosca: la già citata Carta
Pisana. Lo strumento in questione (occorre
dirlo?) è la bussola. E le carte nautiche sono
manifestamente disegnate in base ai dati otte-
nuti con la bussola, prova ne sia — fra l'altro
— che tutte, malgrado la loro armonia e la loro
precisione, presentano un difetto : una disorien-
tazione di tutte le coste che, procedendo da
ovest ad est, si tengono molto più a nord di
quanto siano in realtà. La disorientazione è
appunto dovuta alla differenza fra il nord
magnetico, indicato dalla bussola, ed il nord
geografico, fenomeno che, anche se conosciuto
(pochi lo credono, però) dai naviganti dell’epoca,
non lo era in modo tale da permettere loro di
tenerne conto — in tutte le sue variazioni —
nel disegno delle carte,
Ma, a parte questo difetto, quanta abbondan-
sa di particolari, quale esattezza di raffigura-
zioni! A chi svolge una delle pergamene sulle
quali sono disegnate — e parecchie volte la per-
gamena conserva la forma della pecora, dalla
cui pelle è ricavata — le parti del mondo allora
conosciute appaiono, nei loro contorni, non
dissimili da come si possono vedere nelle moderne
carte geografiche. Sono anche orientate come
le carte moderne, con il nord in alto; differi-
scono invece, le antiche dalle moderne, per
l'assenza dei meridiani e dei paralleli, e per la
presenza di linee rette che si intersecano in ogni
senso e sotto gli angoli più diversi. Queste linee
rappresentano i venti, e si irradiano da una
rosa, situata — di solito — al centro della fi-
gura. 1 raggi della rosa sono sedici e, nei loro
punti di incontro con la circonferenza descritta
intorno al punto centrale, si formano altre se-
dici rose, per lo più a trentadue raggi ; ma, spesso,
verso la terraferma 0 verso l’aperto Atlantico,
ne posseggono un numero minore, che può va-
riare da nove a ventiquattro. Nelle carte, poi, dove
sono raffigurate grandi estensioni di mari e di terre,
oltre alla rosa centrale, che non è sufficiente,
ne appaiono esternamente altre — da una a
tre — concentriche, ad est e ad ovest della
centrale. I venti, ché sono variamente colorati
(i principali in tinte oscure, per esempio, od in
giallo, gli otto secondari in verde o turchino)
e le cui tinte vengono riprese dalle corrispondenti
cuspidi della rosa, quando è interamente dise-
gnata, hanno la funzione di suddividere l’oriz-
sonte in altrettante direzioni. Le coste sono
disegnate con una sottile linea scura, affiancata,
per i continenti, da un’altra più calcata di color
giallo oro. Le penisole, a volte, e le isole sempre,
sono colorate con tinte diverse da quelle della
terraferma. Appaiono notevolmente ingranditi
î promontori, le baie, le foci dei fiumi e le isole
minori e, delle frastagliature delle coste, sono
riprodotte soltanto quelle essenziali, trascurando
le minori. Queste particolarità, che possono
sembrare difetti od inesattezze, nella maggior
parte dei casi sono volute di proposito, per
richiamare l’attenzione dei naviganti sugli ele-
menti fondamentali, 0 di particolare importanza
Una delle dieci “carte nautiche”
Vesconte Maggiolo della nota famiglia genovese
per la navigazione. La raffigurazione veniva di
solito limitata ai mari ed alle coste dove si
spingevano i vascelli ed i traffici : tutto il bacino
del Mediterraneo, col Mar Nero e le coste co-
nosciute dell'Atlantico (aggiungendovisi via via
le Canarie, Madera, le Azzorre ed altre isole),
dal Capo Bojador sino in Fiandra. In certe
carte appaiono lo Fiitland e parte della penisola
scandinava e del Mar Baltico; in certe altre
tutto il mondo abitabile verso il sud e verso
l'oriente : ma, appena il cartografo si allontana
dal Mediterraneo, deve per forza attenersi alla
tradizione o lavorare di fantasia. I nomi delle
località sono tracciati in nero ed in rosso (i
più importanti), e sono scritti dal mare verso
l’interno e perpendicolarmente alla costa, tranne
che per le isole costiere, dove sono în senso in-
verso ; e coprono, seguendosi continuamente l'un
l altro, l’intera costa. Così, facendo il giro del
Mediterraneo con partenza da Gibilterra, ri-
sultano sempre scritti da sinistra verso destra e,
per poterli leggere comodamente, bisogna girare
man mano la carta in tal senso. Oltre al trac-
ciato delle coste, ed a pochi altri particolari,
sono segnati sulla carta î bassifondi è gli scogli.
3I
raccolte nel etneo edito da Edindustria per conto dell’Italsider. Fu eseguita nel 1537 da
di cartografi e si trova al Museo della Marina di Parigi. Notare le piante di
città (Genova, Venezia, Alessandria d'Egitto, Te Tripoli di Siria), le tende decoratissime, gli stendardi, le elaborate rose dei venti.
In genere non appaiono altre indicazioni di
particolari, che sono di competenza dei portolani,
libri contenenti la descrizione minuziosa delle
coste, le distanze da porto a porto, le direzioni
approssimative dei venti, e tutte le altre indica-
zioni e descrizioni che possano essere utili alla
navigazione. Qualcuno usa chiamare portolani
le carte nautiche ma, come s'è visto, pur essendo
strettamente complementari gli uni alle altre,
si tratta di due cose ben diverse.
Ed ecco come si usavano le carte, per la na-
vigazione in mare aperto : prima di partire ve-
nivano orientate con la bussola, in modo che le
quattro direzioni principali coincidessero coi
quattro punti cardinali. Si tracciava con un
piombino la rotta da seguire, dal punto di par-
tenza al punto di arrivo. Se la rotta coincideva
con un rombo della carta, e se il vento si mante-
neva nella direzione voluta, bastava dirigere
l'asse della nave lungo la linea fissata, mantenen-
dovela poi in navigazione, e correggendo con la
pratica le deviazioni dovute alla deriva. Se
una condizione così favorevole non si verificava
(e doveva succedere spesso), venivano în soccorso
degli accorti naviganti delle provvidenziali ta-
volette numeriche — dette “tolete del martelo-
gio” — mediante le quali, con un semplice cal-
colo mentale, si poteva stabilire la misura delle
deviazioni, e si potevano calcolare le miglia
percorse e quelle necessarie per tornare in rotta
e per raggiungere la meta.
Abbiamo volutamente lasciato per ultimo un
aspetto delle carte nautiche, non scientifico, ma
che merita veramente un cenno particolare ;
quello figurativo. Perché gli antichi cartografi,
oltre a tutte le qualità più propriamente tecniche
che già abbiamo visto, possedevano in misura
superlativa fantasia e gusto, e ne profondevano
a piene mani nelle loro produzioni, arricchendole
di simboli, di raffigurazioni di fantastiche città,
di figure umane, di stemmi, di animali, di son-
tuosi panneggi e decorazioni, disegnati elegan-
temente e dipinti con colori inimitabili. Così,
pur fornendo utilissimi strumenti alla naviga-
zione, e contribuendo in tal modo all’instaurarsi
di quel complesso di rapporti commerciali fra
le genti, che rappresenta uno dei principali ele-
menti costitutivi del progresso dell'umanità,
gli antichi cartografi hanno svolto anche opera
di grande pregio artistico.
Un secolo
di siderurgia
velga
A
Impianti siderurgici della Cockerill - Ougrée a Seraing nel 1870. Nel bacino di Liegi la Cockerill e 1° Espérance-
Longdoz dominano da più di un secolo, producendo quasi la metà dell’acciaio belga.
Con la storia della siderurgia lussemburghese,
pubblicata sul numero 5-1961 della nostra Ri
vista, abbiamo iniziato una serie di articoli
dedicati agli aspetti salienti della siderurgia
europea negli ultimi cento anni, scritti per noi
da Emanuele Gazzo. Questa seconda puntata
è dedicata all’ industria siderurgica belga,
un'industria che ha radici antiche e profon-
de nella vita del paese, il ‘“ paese nero”
come da qualcuno venne chiamato il Belgio
per i suoi ricchi giacimenti carboniferi.
Le ragioni naturali della localizzazione di
una industria
Chi entra in Belgio dalla Francia, sia per
la strada che dalla periferia industriale di
Maubeuge conduce a Mons, La
Mariemont, tra i canali che fitti solcano il
“paese nero”, sia per la ferrovia che costeggia
Louvière,
la Sambre verso Marchienne-au-Pont, Char-
leroi, Courcelle, Marcinelle, Couillet, si ren-
de conto di trovarsi in una delle sedi di ele-
zione dell’industria pesante. Il carbone è
sotterra, fino a grandi profondità (per quat-
trocento volte, affermano i geologi, si è ri-
petuto qui il ciclo classico della foresta che
si forma, che è sommersa dalle acque e dalle
terre sulle quali un’altra foresta si forma e
s'ingrandisce per essere a sua volta sommer-
sa...) E le colline costituite dai ‘“crassiers”, i
detriti degli altiforni, hanno modificato la fi-
sionomia stessa del paesaggio, vi sono cresciuti
sopra la vegetazione e i quartieri di abitazione
(qualche volta il terreno frana e le case sono
travolte, come è avvenuto l’anno scorso alla
periferia di Liegi).
Il paese è tutto un'officina e l’altoforno di-
viene un elemento familiare come la chiesa
del villaggio: proseguendo verso est lungo
la Sambre fino a Namur e poi lungo la Mosa
fino a Liegi (ci sono novanta chilometri in
tutto da Charleroi a Liegi) lo stesso spettacolo
si ripete, a Seraing, Jemeppe, Herstal, Liegi:
carbone sotto e acciaio alla superficie...
Se la nascita e lo sviluppo della siderurgia
lussemburghese furono determinati e condi-
zionati da un concorso successivo di circo»
stanze in parte contradditorie, come vedem-
mo in un precedente articolo, la siderurgia
belga è, sin dall’inizio, il risultato del concorso
dei fattori classici richiesti per lo sviluppo
di una siderurgia che si poteva definire mo-
derna già all’epoca in cui si passava dalla pro-
duzione artigianale di ghisa in altiforni ali-
mentati dal carbone di legna, a quella prodotta
negli altiforni alimentati dal coke. Era questa
ghisa che, almeno fino a quando venne in-
trodotto in Europa il sistema Bessemer di
fabbricazione dell’acciaio, veniva trasformata
in ferro (detto pudellato) mediante metodi di
lavorazione che oggi giudichiamo primitivi
e che consistevano sostanzialmente nella de-
carburazione della ghisa mantenuta lungamen-
te in fusione e continuamente pudellata, cioè
rimescolata.
Anche la siderurgia belga, nella sua versione
“antica”, consisteva in forni installati in adia-
cenza alle foreste (specialmente delle Ar-
denne) e su corsi d’acqua là dove poteva di-
sporre di giacimenti ferriferi alluvionali che
erano così facilmente sfruttati. Ma in seguito,
quando l’importanza del carbon fossile appar-
ve chiara, la siderurgia belga si installò im-
mediatamente e direttamente sui giacimenti
carboniferi: là dove essa si trova tuttora anche
se per i suoi fini tali giacimenti hanno perduto
gran parte della loro importanza. La siderur-
gia belga è stata creata sul carbone come
quella della Ruhr, mentre quella lorenese si
è installata sul minerale. La conseguenza è
stata quella specie di chassé-croisé tipico della
Lotaringia (e che è possibile solo in regioni
ricche di quelle vie di comunicazione di gran-
de portata e a basso costo che sono le vie
fluviali) nel quale vediamo il minerale lorenese
viaggiare verso la Ruhr e verso il Belgio, ed
il carbone belga e della Ruhr viaggiare verso
il bacino lorenese.
Evidentemente, l’esistenza della ‘base car-
bone” è una, ma non la sola condizione e non
basta a determinare l’opportunità e la con-
venienza della creazione di un'industria si-
derurgica. Infatti, nel Belgio dei primi de-
cenni del secolo scorso, si notava il concorso
di questi altri fattori favorevoli:
— l’esistenza, oltreché del carbone, di quanti-
tà abbastanza importanti di minerale di ferro,
o comunque una relativa vicinanza dei giaci-
menti ferriferi (Lussemburgo e bacino di
Briey).
— l’esistenza di vie di comunicazione naturali
e adatte al trasporto delle merci ponderose,
come i corsi d’acqua;
— l'esistenza di una manodopera industrial-
mente evoluta;
- la possibilità di sbocchi locali importanti
dato lo sviluppo notevole già raggiunto dal-
l'industria meccanica e il precoce sviluppo di
una rete ferroviaria fra le più dense d'Europa.
Questa concentrazione di fattori la sì ri-
scontrava soprattutto nei bacini della Sam-
bre e della Mosa, nei quali i due centri rispetti-
vamente di Charleroi e di Liegi erano quindi
chiamati naturalmente a svolgere una funzione
predominante durante più di un secolo. La
siderurgia vi disponeva delle indispensabili
quantità di acqua, abbondanti nelle valli della
Sambre e della Mosa. Inoltre, la forte con-
centrazione industriale non solo è un fattore
importante di consumo dei prodotti siderur-
gici, ma essa non può sussistere senza una rete
di comunicazioni particolarmente densa. Ora,
l’esistenza di questa rete di comunicazioni, e
specialmente di collegamenti rapidi e diretti
verso il porto di Anversa, fu un altro elemento
determinante dello sviluppo della siderurgia
belga, la quale non poteva non avere una vo-
cazione esportatrice, date le sue dimensioni,
in relazione a quelle del mercato interno.
Altra condizione ambientale che spiega la
nascita e lo sviluppo in Belgio di una prospera
siderurgia è l'economia capitalista e il libero-
scambismo che caratterizzano il paese. L’in-
dustria siderurgica ha sempre richiesto inve-
stimenti proporzionalmente più elevati che
le altre industrie, ciò che ha spinto in ogni
epoca verso la creazione di aziende di di-
mensioni superiori alla media: ora, la strut-
tura economica belga è stata particolarmente
favorevole alla realizzazione di tali obiettivi
e l'intervento dell’alta banca nella siderurgia
può essere constatato già dal 1829, quando
la Société Générale acquistò il controllo di
Cockerill attraverso un prestito di 500.000
fiorini, accordato per permettere all'azienda,
creata fin dal 1817, di accedere al rango di
grande industria.
Un caso singolare: Thy-le-Chîteau
La concertrazione della siderurgia at-
torno ai centri carboniferi, che disponevano
inoltre di comode vie di comunicazione e di
grandi quantità di acqua, oltreché degli altri
fattori che siamo venuti enumerando, si effet-
tuò rapidamente in Belgio. Solo più tardi si
constatò che questa concentrazione razionale
presentava tuttavia taluni inconvenienti, perché
solo un quarto del carbone di Charleroi era
utilizzabile per la cokefazione e quasi nulla
era la possibilità di cokefazione del carbone
di Liegi. D'altra parte, ai fattori classici di
localizzazione, il progresso tecnico e l’ini-
ziativa individuale possono sostituirne altri,
almeno per un certo tempo, e magari renderli
preminenti. È interessante a questo proposito
evocare il caso dell’officina siderurgica di
Thy-le-Chateau che fu per parecchi anni una
delle più prospere del Belgio, sebbene la sua
localizzazione non seguisse affatto i criteri
classici che abbiamo testé enunciato. Fin dal
1775 a Thy-le-Chateau (fra Sambre e Mosa)
era stato impiantato un altoforno alimentato
dalla legna disponibile nelle vicine foreste.
Le acque della Thyria erano utilizzate per il
raffreddamento, e la materia prima era tratta
da giacimenti ferriferi situati nella località
stessa di ‘Thy-le-Chateau e nelle vicinanze
33
immediate. L’affinazione della ghisa e la la-
minazione del ferro ottenuto si effettuavano
secondo tecniche assai primitive. L'officina
vivacchiò così per alcuni decenni passando
di mano in mano, fino a che, in seguito alla
corsa al carbone e alla rapida espansione degli
altiforni a coke, Thy-le-Chàteau sembrò de-
finitivamente condannata. In quel torno di
tempo, fra il 1840 e il 1845, si verificò l’evento
che doveva capovolgere il destino di Thy-le-
Chateau, che nel frattempo era stata acquistata
dalla società Eugène Riche. Questa società
aveva ottenuto l'appalto della costruzione di
una linea ferroviaria fra la regione di Sambre
e Mosa e Charleroi, La società Riche faceva
un ottimo affare investendo nella vecchia of-
ficina siderurgica acquistata per pochi soldi:
essa poteva costruirvi le rotaie e gli altri
materiali necessari ‘alla linea ferroviaria e,
poiché questa linea doveva passare proprio
per Thy-le-Chateau, si assicurava al tempo
stesso i collegamenti necessari con le fonti di
approvvigionamento di carbon fossile e con
i centri di sbocco dei prodotti. È questo uno
dei numerosi casi nei quali la siderurgia si
collega a società appaltatrici di lavori ferro-
viari, cioè a una delle attività che alimentarono
le più colossali speculazioni finanziarie e di
borsa di quei decenni. Codesti legami furono
forse ancor più importanti di quelli che do-
vevano stabilirsi in certi paesi fra industria
siderurgica e industria cantieristica (Cockerill
ne è l'esempio più importante in Belgio).
Per ritornare a Thy-le-Chateau, la nuova
officina, altamente moderna per quell’epoca,
basata su due altiforni a coke, su sedici forni
da pudellaggio e quattro treni laminatoi, poteva
produrre diecimila tonnellate di ferro laminato
all’anno (cioè il 10 per cento della produzione
belga nel 1853).
L’azienda, che già prosperava, conobbe un
eccezionale rilancio nel 1854 quando un certo
Smet, grosso commerciante in carbone di
Charleroi, le si associò creando una società
in accomandita dal nome di ‘Société des
Hauts Fourneaux et Forges de Thy-le-Chà-
teau” apportandole la propria cokeria di
Marcinelle. L’associazione carbone-minerale,
che non si era fatta fisicamente sul terreno, si
effettuava così — come del resto avvenne
in molti altri casi (per esempio, ma solo più
tardi, in certe aziende lussemburghesi) —
allo stadio del capitale e della tecnica. Thy-
le-Chàteau, modernizzata e specializzata nella
produzione di rotaie, conobbe una prosperità
eccezionale per circa un ventennio, Essa
seppe adattarsi rapidamente, data la necessità
di mantenersi all'avanguardia e grazie a un
abile sfruttamento della tecnica dei trasporti,
alle esigenze della produzione. La localizza-
zione eccentrica non fu di ostacolo a questa
espansione, perché ad un certo momento Thy-
le-Chàteau fece ricorso all’approvvigionamento
di minerale lussemburghese (divenuto più
accessibile grazie all’apertura di comunica-
zioni ferroviarie tra il Lussemburgo e il
Belgio via Arlon-Namur) e, per qualche anno,
poté sfruttare a condizioni eccezionalmente
favorevoli i residui ferrosi delle antiche “for-
34
‘
ges” della regione, cioè i cosiddetti “crayats
des Sarrasins” che contenevano fino al 60%, di
tenore in ferro. Inoltre, la ghisa utilizzata pro-
veniva dai moderni altiforni costruiti a Mar-
cinelle (cioè sulla base carbonifera) ed era
trasportata a Thy-le-Chateau per ferrovia su
carri dell'azienda stessa. La felice scelta del
prodotto finale, le rotaie, era frutto di una in-
dovinata previsione della tendenza espansio-
nistica più probabile, e permise a Thy-le-
Chateau di registrare un tasso di espansione
annuo, dal 1855 al 1875, quasi doppio di
quello dell'insieme della siderurgia belga
(nel 1875, ‘Thy-le-Chiteau produsse 60,000
tonnellate di ghisa sulle 450.000 tonnellate
prodotte in tutto il Belgio).
Tuttavia, i fattori naturali e quelli tecnici
non tardarono a prevalere, Da un lato, l’orien-
tamento pressoché totale di ‘Thy-le-Chateau
sulla produzione di rotaie, rendeva la posi-
zione dell'azienda particolarmente vulnerabile;
in secondo luogo, il successo conseguito ave-
va fatto un po’ perdere di vista i progressi
tecnici che nel frattempo si realizzavano al-
trove e più precisamente in Gran Bretagna
dove già nel 1856 si incominciò a produrre
acciaio con il sistema Bessemer. Progressiva-
mente ma inesorabilmente le rotaie in acciaio
soppiantavano quelle in ferro: erano più
resistenti e molto meno costose. A partire
dal 1875 Thy-le-Chiteau si trovò costretta
a effettuare la scelta che aveva sempre ri-
mandato: non era solo la concorrenza inglese
a costringerla a questa scelta, ma anche e
soprattutto la concorrenza di Cockerill che
fin dal 1862 produceva acciaio Bessemer e
stava assicurandosi il controllo del mercato.
D'altronde il costo della trasformazione di
una tonnellata di rotaie in ferro prodotte col
metodo classico del pudellaggio costava 28
scellini mentre quello di una tonnellata di
rotaie in acciaio col procedimento Bessemer
ne costava soltanto 8.
Evidentemente per la siderurgia belga,
Lo stabilimento dell’Espérance-Longdoz a Se-
raing. Qui, come in tutta la valle della Sambre
e della Mosa, i caratteristici impianti dell'in-
dustria siderurgica fanno parte da tempi remoti
del paesaggio. Ovunque lo stesso spettacolo:
carbone sottoterra e acciaio alla superficie.
nella pagina accanto: veduta aerea dello
stabilimento dell’Hainaut-Sambre a Couillet.
L’Hainaut-Sambre è la seconda industria si-
derurgica belga dopo la Cockerill. La rapida
ascesa della siderurgia belga è dovuta in mas-
sima parte all’intensa politica di investimenti
che fin dall'inizio ne sorresse le sorti. Uno
dei primi esempi di questa politica risale al
1829 quando la Société Générale acquistò il
controllo della Cockerill attraverso un prestito
di cinquecentomila fiorini accordato per per-
mettere all'azienda di accedere al rango di
grande industria.
che fin dal 1860 era costretta a ricorrere al-
l'importazione di minerale di ferro, il pro-
blema dell'acciaio non poteva esser risolto
così facilmente come per la siderurgia inglese,
la quale si approvvigionava per la quasi totalità
di ferro ematite. Il metodo Bessemer, o acido,
non permetteva l’impiego delle ghise fosforo-
se ottenute dalla “minette”” del bacino loreno-
lussemburghese che costituiva la fonte prin-
cipale di approvvigionamento della siderurgia
belga: per la quale quindi il problema tecnico
dominante fu in quegli anni quello della
“defosforazione”. Cockerill non lo aveva ri-
solto ma lo aveva eliminato approvvigionando-
si con minerale di oltremare.
La possibilità di scegliere un’altra soluzio-
ne si presentò nel 1878, quando al famoso
congresso dell’ Iron and Steel Institute, tenu-
tosi a Parigi, l'inglese Thomas rese pubblico
il suo metodo di defosforazione della ghisa
mediante l’impiego di un rivestimento basico
dei convertitori. La siderurgia belga non
seppe decidere rapidamente in questo senso
(come invece aveva fatto la siderurgia lus-
semburghese, per la quale l'adozione del
nuovo metodo era ragione di vita o di morte
perché essa non disponeva della base carbone
e se avesse dovuto rinunciare all'impiego del
proprio minerale avrebbe dovuto soccombere).
Anche Thy-le-Chateau, che pure aveva ac-
quistato il brevetto Thomas fin dal 1880,
non seppe decidersi ad impiegarlo e qualche
anno dopo, in piena crisi, installava un’ac-
ciaieria Bessemer, troppo tardi per riprender
quota. Tanto che, nel 1891, dopovalcuni eser-
cizi caratterizzati da perdite ingenti, nuovi
interessi subentravano, quelli della Banque
de Bruxelles (il nuovo gruppo finanziario,
concorrente della Société Générale, che fu
all'origine della Brufina, e che doveva dive-
nire in seguito, con la Cofinindus, uno dei
due pilastri del gruppo de Launoit). Thy-le-
Chateau diveniva società anonima e aggiun-
geva al suo nominativo quello di Marcinelle:
la località dove gli impianti erano quasi to-
talmente trasferiti e dove nel 1898 veniva
installata un’acciaieria ‘Thomas. Si chiudeva
così un ciclo durato vari decenni durante i
quali l’abile sfruttamento della tecnica e della
congiuntura aveva permesso di raggiungere
risultati eccezionalmente favorevoli nonostan-
te una localizzazione contrastante con i criteri
più ortodossi e con le tendenze più general
mente accettate.
Unindustria estremamente dinamica
Nel periodo della sua installazione, del
suo sorprendente sviluppo, e del suo conso-
lidamento periodo che va grosso modo
dal 1830 al 1875 — la siderurgia belga, ba-
sata sulla produzione della ghisa e del ferro
pudellato, rivela un dinamismo, un gusto del
rischio, un rapido assorbimento delle nuove
tecniche, che sono le caratteristiche fonda-
mentali della rivoluzione industriale alla quale
assisteva l'Europa uscita dal Congresso di
Vienna. L'attività industriale, la concentra-
zione dei capitali, il rapido progredire della
meccanizzazione, realizzavano in Belgio, come
già in Inghilterra, come di lì a poco nella
Renania-Westfalia e come nel Nord della
Francia, l'avvento della muova èra, della ci-
viltà del carbone. È interessante notare che,
mentre nel Lussemburgo l'economia siderur-
gica, che pure ha un peso specifico determi-
nante nella vita economica nazionale, rima-
neva sostanzialmente estranea alla struttura
di detta economia (la totalità della ghisa pro-
dotta era esportata per alimentare industrie
trasformatrici di altri paesi), in Belgio la si-
derurgia si inserisce profondamente nel pro-
cesso produttivo. Per almeno quarant'anni le
materie prime impiegate sono interamente
belghe, di origine belga sono i capitali, e la
produzione di ghisa, trasformata in ferro
(e più tardi in acciaio) è quasi esclusivamente
assorbita dalle industrie trasformatrici na-
zionali, oltreché, evidentemente, dall’ecce-
zionale sviluppo ferroviario del paese.
35
Senza alcun dubbio, il Belgio fu all’avan-
guardia nell'adozione delle nuove tecniche
di produzione della ghisa sul continente e
questo probabilmente grazie alle intense re-
lazioni con l'Inghilterra, ed all’analogia dei
problemi da risolvere. Quasi simultaneamen-
te, già nel 1827, i primi due altiforni a coke
venivano accesi a Marcinelle ed a Seraing,
cioè nelle due regioni carbonifere che sono
state e rimangono i due poli dell’attività si-
derurgica belga: il bacino di Charleroi e quel-
lo di Liegi. Gli anni dal 1830 al 1840 videro
la nascita di una buona parte di quelle che
sono ancor oggi le massime industrie side-
rurgiche belghe, come vedremo fra poco.
Ma soprattutto videro un affermarsi rapidis-
simo della nuova tecnica; che solo lentamente
entrava nelle concezioni dei ‘‘maîtres de
forges” degli altri paesi del continente. Basti
ricordare che nel 1837 degli 89 altiforni in
attività in Belgio, 23 marciavano a coke, men-
tre alla stessa epoca in Francia su 508 altiforni
in attività, solo 28 marciavano a coke, In
Lussemburgo, il primo altoforno a coke ve-
niva acceso nel 1870; quanto alla Renania-
Westfalia, e nonostante l’industria vi fosse
assisa interamente sul carbone, il primo gran-
de complesso a coke è del 1850. Questo con-
siderevole anticipo costituì per molti decenni
la ragione della prosperità e della superiorità
della siderurgia belga, e dell’industrializzazione
precoce del paese. Questa andava di pari
passo con lo sviluppo ferroviario, che fu di
gran lunga il più rapido di Europa (la rete
ferroviaria belga è ancor oggi la più densa
di Europa, Inghilterra compresa). La deci-
sione di costruire una rete ferroviaria statale
fu presa nel 1834 e le prime rotaie furono or-
dinate in Inghilterra, ma già l’anno seguente
l'industria nazionale era in grado di fornirle.
Tra il 1835 e il 1852 si costruirono 54 chilo-
metri di ferrovie ogni anno, e questo ritmo
passò a 109 chilometri annui fra il 1852 e
il 1870: ogni anno, più di ottomila tonnellate
di rotaie erano assorbite nella costruzione di
36
nuove linee (senza contare l’altro materiale
e il rinnovo frequente delle rotaie preesistenti).
La concentrazione, su una superficie relati
vamente limitata, delle risorse di materie pri-
me, dei mercati di consumo, di un porto di
grande esportazione (Anversa), il tutto ser-
vito da una densa rete ferroviaria e da vie
d’acqua estremamente economiche, spiega
sufficientemente lo sviluppo straordinario del-
l’industrializzazione e in particolare della si-
derurgia belga.
Questo sviluppo è effetto e causa del
rapido accumularsi di capitale e di una in-
tensa politica di investimenti. Senza l’inter-
vento del capitale finanziario, in misura ade-
guata alle necessità ed alle prospettive, non
si potrebbe spiegare la rapida ascesa della si-
derurgia belga. Abbiamo visto già il caso
particolare di ‘Thy-le-Chateau, industria che
ha prosperato per qualche tempo, nonostante
una localizzazione a controcorrente: anche in
quel caso l’intervento della Banca divenne a
un certo momento determinante facendo gra-
vitare verso l’ Hainaut (cioè la regione di
Charleroi-Marcinelle-La Louvière) la sola in-
dustria siderurgica esistente nella provincia
di Namur. Ma un rapido sguardo ad alcune
altre grandi imprese siderurgiche permette di
apprezzare il carattere determinante dell’in-
tervento del capitale finanziario.
Nel bacino di Liegi i due colossi Cockerill
ed Espérance-Longdoz dominano da più di
un secolo, producendo quasi la metà dell’ac-
ciaio belga.
Le officine Cockerill erano state create nel
1817 da un signor Cockerill a Seraing presso
Liegi, ma già nel 1823 questo industriale di-
namico era entrato in relazione stretta con la
Société Générale des Pays-Bas, fondata per
iniziativa di Guglielmo d’Orange nel 1822
allo scopo di favorire l'espansione dell’indu-
stria nazionale, in unione con il “Fonds d’en-
couragement è l’industrie”’ e con l’intervento
personale dello stesso Guglielmo. Nel 1827,
grazie ai finanziamenti ottenuti, Cockerill si
lancia nella costruzione del primo altoforno
a coke installato in Belgio. Ma l’impresa su-
pera rapidamente i limiti individuali, la grande
industria necessita investimenti crescenti: nel
1829 la Société Générale converte in quota
di capitale il suo credito di 500.000 fiorini.
Cockerill continua ad espandersi, assistito in
pieno dalla Banque Générale che, dopo la
rivoluzione e l’accesso del Belgio all’indipen-
denza, ha preso la successione della società
creata da Guglielmo d’Orange. La Banque
Générale, che da allora ha svolto ininterrot-
tamente una funzione preminente nell’econo-
mia belga (essa controlla ancor oggi oltre il
quaranta per cento della siderurgia belga), tra-
sforma in partecipazioni tutti i suoi crediti pres-
sole società che la congiuntura politico-econo-
mica ha messo in difficoltà: essa diviene così
il vero potere finanziario che dirige l’economia.
Essa fornisce i mezzi necessari al progresso
tecnico. Non per nulla Cockerill sarà il primo
in Europa a produrre acciaio Bessemer (nel
1862), come già era stato il primo a produrre
ghisa al coke, a produrre rotaie, locomotive,
cannoni, a sperimentare la produzione di
acciaio al crogiolo, a utilizzare l’aria surri-
scaldata negli altiforni.
La stessa Banque Générale era intervenuta
nel 1836 nella creazione, sempre nel bacino
di Liegi, della Société Anonyme des Char-
bonnages et des Hauts Fourneaux de l’Espé-
rance, una società carbonifera esistente fin
dal XVII secolo per lo sfruttamento della
“Fosse ‘de l’Espérance” che nel 1834 aveva
costruito un primo forno a coke per la va-
lorizzazione del carbone prodotto (il princi-
pale acquirente di coke era proprio Cockerill).
Espérance metteva a fuoco nel 1838 due alti-
forni e altri ne accendeva nel 1845 e nel 1846.
Qualche anno dopo cedeva le miniere di car-
bone per dedicarsi interamente alla siderurgia
ed assorbiva nel 1862 la società Dothée di
Longdoz, che produceva lamiera stagnata
a partire dalla ghisa fornita da Espérance.
Nasceva così la società Espérance-Longdoz
che doveva specializzarsi (dal 1909) nella
produzione di lamiere sottili, settore nel qua-
le essa domina tuttora di gran lunga il mer-
cato belga. Espérance-Longdoz passava in
seguito sotto il controllo del gruppo Evence-
Coppée, ditta industriale specializzatasi nella
costruzione di forni da coke e per tale via
portata a interessarsi allo sviluppo di aziende
carbonifere e siderurgiche.
Per passare al bacino di Charleroi, vi ritro-
viamo la Banque Générale come azionista
principale dei Laminoirs et Forges de la
Providence, di Marchienne au Pont, società
creata nel 1838, cioè in pieno “boom” carbo-
siderurgico, e che diverrà in seguito un
“ponte” di partecipazioni in importanti grup-
pi francesi.
La Banque Générale è presente, direttamen-
te o indirettamente anche in altre importanti
iniziative, (Sambre et Moselle, Hainaut ecc.)
anche se fu poi soppiantata da altri gruppi
di controllo e specialmente da quello della
Banque de Bruxelles, grossa banca d’affari
creata nel 1871 e che acquistò gradualmente
il controllo di imprese in ogni settore eco-
nomico, compreso quello della siderurgia e
delle miniere di carbone (come vedremo
più oltre).
Nel periodo considerato si verifica nella
siderurgia belga un movimento di concentra-
zione aziendale che è in armonia con le esi-
genze strutturali di tale industria e con l’ado-
zione delle nuove tecniche. Nel 1850 esiste-
vano in Belgio 88 officine siderurgiche: esse
erano ridotte a 17 nel 1885: nel frattempo la
produzione di ‘ghisa passava da 150.000 a
700.000 tonnellate. Lo stesso periodo vide
la siderurgia passare da un regime di prote-
zione, rafforzato attraverso le tariffe doganali
del 1822, del 1831 e del 1848, a un regime
estremamente liberale, che inaugurato dalla
tariffa del 1856 e proseguito attraverso la
conclusione di accordi bilaterali e poi l’ado-
zione della clausola della nazione più favorita,
fece del Belgio il paradiso del libero-scambi-
smo. Il processo era stato analogo a quello
inglese: costituita la sua solida struttura e
conquistato un vantaggio tecnico considere-
vole, la siderurgia non aveva più bisogno di
alcuna protezione e una politica liberale le
permetteva di penetrare sui mercati stranieri e
di approvvigionarsi di materie prime. Un
indice eloquente del progresso tecnico e della
riduzione dei costi era la diminuzione della
messa a mille di coke negli altiforni, passata
da 3 tonnellate nel 1831 a 1,5 nel 1860. Il
costo di una tonnellata di ghisa, che era nel
1845 (primo anno per il quale si dispone
di dati) di 105 franchi, era di soli 60 franchi
nel 1880. In questo stesso anno, la produzione
annua media per altoforno era di 20.000 tonnel-
late di ghisa in Belgio contro 14.000 in Gran
Bretagna, 11.000 in Germania e 8.600 in
Francia). L'evoluzione tecnica rendeva la
ghisa un prodotto a buon mercato, fattore
importante di progresso industriale.
In questo stesso periodo il Belgio di-
viene importatore netto di ghisa ed esporta-
tore netto di prodotti di ferro. È un indice
eloquente della industrializzazione accentuata
e della vocazione trasformatrice dell'industria.
Dal 1851 al 1875 la produzione di ferro passa
da 67.000 a 436.000 tonnellate e il numero
degli operai da 3.111 a 14.541; maggiore è
lo sviluppo della forza installata (macchine
a vapore) da 1.743 a 16.404 cavalli. E questo
mentre il numero delle officine passa da 102
A 54
Un periodo transitorio va grosso modo
dal 1873 al 1886: esso vede il passaggio gra-
duale dalla produzione di ferro alla produ-
zione di acciaio, che Cockerill aveva iniziato
è vero sin dal 1862, ma che era rimasta per
vario tempo di carattere quasi sperimentale
fino a che Cockerill stesso non si decise a
trasformare la propria ghisa liquida, ottenuta
riducendo minerale importato dalla Spagna,
in acciaio Bessemer. In questo periodo i
produttori belgi sono alquanto disorientati,
come abbiamo già visto parlando di Thy-le-
Chateau, in quanto non sanno decidersi ad
adottare francamente il sistema Thomas (la
sua adozione si generalizza solo dopo il 1893
quando il brevetto diviene di dominio pub-
blico) che pure è il più adatto al tipo di mi-
nerale generalmente impiegato. Hainaut si
ostina nel perfezionamento della fabbricazione
del ferro, che continua a tenere il mercato per
certi prodotti: ma nel 1876 esistono già tre
acciaierie. nel bacino di Liegi: Cockerill,
Angleur e Sclessin. Seguono Thy-le-Chîteau
nella provincia di Namur e La Louvière
(nel 1881) nell’Hainaut. Si tratta beninteso
di acciaierie Bessemer: il primo che adotta il
sistema ‘Thomas è Angleur, l’anno stesso
della invenzione, cioè nel 1879 (mediante
sostituzione della suola acida dei convertitori
Bessemer). Seguono Athus nel 1883, Ougrée
e Providence nel 1893, Marcinelle nel 1894,
Thy-le-Chateau nel 1899, Boel nel 1901,
Espérance-Longdoz nel 1907 e infine Co-
ckerill nel 1908.
Nel 1912, il 98% della produzione belga di
ghisa per acciaio è Thomas: questa percen-
tuale è diminuita solo negli anni più recenti,
ma ancora oggi l’ 85% dell’acciaio prodotto
in Belgio è acciaio Thomas.
Ecco come si presenta oggi lo stabilimento della Cockerill a Seraing. L'industria siderur-
gica belga è oggi controllata da gruppi che estendono la loro influenza in tutti i settori
Secolo nuovo, siderurgia moderna
Dal punto di vista della struttura, la
siderurgia belga mantiene quella che si era
foggiata nell’ultimo ventennio del secolo XIX:
forte concentrazione aziendale (qualche nuova
azienda si è costituita sul finire del secolo e
in particolare Clabecg, la cui localizzazione
è spiegata dalla razionalità delle vie di co-
municazione e dalla vicinanza di importanti
riserve di manodopera), stretti legami con
le banche di affari, orientamento accentuato
verso l’esportazione. Praticamente esauriti i
minerali indigeni, venuti meno i carboni atti
alla cokefazione, la siderurgia belga deve
orientarsi sempre più verso l’esterno, per il
suo approvvigionamento come peri suoi sboc-
chi. Nel 1913, il 55 per cento delle vendite
sono fatte in paesi terzi e solo il 45 per cento
nel mercato interno. Da notare che queste
percentuali riguardano interamente l’acciaio,
perché il Belgio è divenuto importatore netto
di ghisa. La produzione di ghisa e quella di
acciaio avanzano d’altronde parallelamente
(e questo parallelismo è quasi perfetto a par-
tire dal 1900-1905, generalizzandosi le acciaie-
rie Thomas). Nel 1913 sono prodotte 2.485.000
tonnellate di ghisa e 2.467.000 tonnellate
di acciaio. L’aumentata importanza del Bel-
gio come esportatore di acciaio è confermata
dal fatto che la quota attribuita al Belgio dal
sindacato internazionale degli esportatori del-
le rotaie di acciaio, che era del 7% nel 1884,
passava al 18% nel 1904.
La prima guerra mondiale era passata
sul Belgio come un uragano di distruzione:
nel 1919 la capacità di produzione degli alti-
forni era pari al 6,3% di quella anteguerra,
ciò che permise (grazie alle indennità di
guerra, alla svalutazione monetaria e ad una
congiuntura favorevole) una rapida ricostru-
Na
J
della vita economica: questo spiega come lo sviluppo di questa grande industria si inseri»
sca profondamente nella vita e nell'economia del paese, collettivamente e individualmente,
zione su nuove basi, avvantaggiando la side-
rurgia belga specialmente in confronto alla
sua diretta concorrente, la siderurgia inglese,
rimasta praticamente intatta, ma vetusta. La
quota parte della produzione siderurgica bel-
ga in relazione alla produzione mondiale, che
era inferiore al 2% nel 1921, raggiunse il 7%
per la ghisa e il 5,5% per l’acciaio nel 1932,
e ciò malgrado la diminuzione della produzione
in cifre assolute, passata in Belgio, per quel
che riguarda la ghisa, dal record di 4 milioni
di tonnellate nel 1929 (cifra che non sarà
più sorpassata fino al 1951) a 2,7 milioni di
tonnellate nel 1932 e nel 1933. La siderurgia bel-
ga poté quindi resistere, assai meglio di quella
inglese, alla grande crisi, anche attraverso una
serie di concentrazioni e di assestamenti nel
controllo dei gruppi finanziari: infatti negli
anni trenta il gruppo de Launoit si impadro-
nisce del controllo della Banque de Bruxelles,
38
divenuta Société de Bruxelles pour la Banque
et l’Industrie (Brufina) e collegata alla Compa-
gnie Financière et Industrielle (Cofinindus)
holding del gruppo del Conte de Launoit. La
maggior partecipazione industriale siderurgi-
ca di questo gruppo era allora la Società
Ougrée- Maribaye erede della società carbo-
siderurgica Ougrée fondata nel 1835. Nel
1927 Angleur e Athus si fondono; nello stesso
anno Sambre-et-Moselle assorbe Chatelineau;
nel 1931 OQugrée-Marihaye assorbe Alliance
Monceau, è così via.
Contrariamente a quanto era accaduto
nel 1914-18, la seconda guerra mondiale la-
sciò quasi intatti gli impianti siderurgici belgi,
sicché già nel 1946 la produzione di ghisa
superava largamente i 2 milioni di tonnellate
e le produzioni medie di anteguerra erano
superate a partire dal 1948. Questo periodo
è caratterizzato non tanto dalla rapida espan-
sione della produzione, quanto dalla concen-
trazione aziendale e dalla adozione di nuove
tecniche nella produzione dell’acciaio. La più
clamorosa fra le concentrazioni di aziende è
stata quella, realizzata nel 1955, fra il gruppo
Cockerill e quello Qugrée-Marihaye (con-
centrazione che ha costituito un punto d’in-
contro dei due massimi gruppi finanziari
belgi); non meno importante quella fra Sambre-
et-Moselle (del gruppo della Société Géné-
rale) e le Usines Métallurgiques du Hainaut
(del gruppo francese Banque de Paris et des
Pays-Bas), che diede luogo alla creazione di
Hainaut et Sambre.
Dal punto di vista tecnico assistiamo alla
generalizzazione della produzione di acciaio
soffiato all’ossigeno, ciò che riclassifica l’ac-
ciaio Thomas, le cui qualità tecniche lascia-
vano alquanto a desiderare. Inoltre, imprese
come |’ Espérance-Longdoz, da tempo specia-
lizzate nella produzione di lamiere sottili,
rinnovano interamente la loro attrezzatura e
moltiplicano la loro capacità di produzione
(l’Espérance-Longdoz, che nel 1956 aveva pro-
dotto 230.000 tonnellate di lamiere sottili, cioè
il 46% della produzione belga, portava la
sua capacità di produzione nel 1960 a 400.000
tonnellate, aumentabili a 600.000). L'industria
siderurgica belga rimane un esempio classico
di industria integrata, nella quale uno dei
problemi principali consiste nell’ovviare agli
squilibri inevitabili, anche se transitori, tra i
vari stadi della produzione.
La vocazione esportatrice dell'industria si-
derurgica belga non si attenua nel dopoguer-
ra, anzi si rafforza. Se nel 1913 le esportazioni
di acciaio belga assorbivano il ss% della
produzione, questa percentuale passava al
59% negli anni immediatamente precedenti
la seconda guerra mondiale, al 68% nel 1957
e al 73% nel 1958. L'affermazione sui mercati
terzi era in parte il frutto dell’assenza relativa
della Germania: ma essa fu anche un’esigenza
imperiosa dato che l'espansione del consumo
interno belga è stata in questi ultimi anni
piuttosto limitata, mentre la siderurgia, pena
la decadenza, non poteva stagnare in posizioni
troppo arretrate rispetto a quelle degli altri
paesi della CECA. Nonostante questo, il
tasso di espansione della siderurgia belga è
stato in questi ultimi anni inferiore a quello
di altri paesi della Comunità.
Struttura attuale e prospettive
L'industria siderurgica belga, come ab-
biamo visto, era già un’industria fortemente
concentrata alla fine del secolo scorso: i mu-
tamenti successivi non ne trasformano la
struttura. Dalle 17 officine del 1885 si passa
alle 12 officine esistenti nel 1940 ed attual-
mente, Gli investimenti si fanno quindi ac-
crescendo la capacità delle officine esistenti
anziché erigendone delle nuove: ovviamente,
le dimensioni aumentano e la percentuale di
concentrazione si accresce: nel 1913, cinque so-
cietà fornivano il 54%, della produzione di ghisa;
mentre nel 1956 il so per cento della produ-
zione di acciaio era fornito da due sole società.
La ripartizione percentuale della produ-
zione fra le varie società, quale risultava nel
1956 (essa non si è modificata sensibilmente
negli anni seguenti, sebbene la produzione
media annua di acciaio grezzo sia passata
da 6,2 a 7 milioni di tonnellate) è la seguente:
Cockerill-Ougrée 32,50%
Hainaut-Sambre 18%
Providence 10%,
Espérance-Longdoz 8,5%
Clabecq 8%
Boel 6,5
Thy-le-Chateau 5%
Ac. et Min. Sambre 455%
altri 7%
Le società indicate hanno tutte officine
integrate cioè altiforni per produzione di ghi-
sa, acciaierie (per la maggior parte ‘Thomas,
in misura minore Martin ed elettriche), è la-
minatoi. Le tre altre società che fanno par-
te del «Gruppo altiforni e acciaierie belghe »
sono la Fabrique de Fer de Charleroi (ac-
ciaierie Martin ed elettriche, laminatoi), le
Forges et Laminoirs de Jemappe (acciaierie
Martin ed elettriche, acciai speciali, lamina-
toi) e la Société minière et métallurgique
de Musson et Halanzy che produce ghise
fosforose e da fonderia.
Può essere interessante conoscere almeno
sommariamente la ripartizione fra i gruppi
di controllo finanziari. Si rileverà che il
gruppo della Société Générale controlla il
41% della produzione siderurgica (attraverso
Cockerill-Ougrée, Hainaut-Sambre, Providen-
ce), il gruppo del Conte de Launoit (Brufina-
Cofinindus) controlla il 25% (attraverso Thy-
le-Chateau, Aciéries et minières de la Sam-
bre e la partecipazione Ougrée nella fusione
Cockerill-Ougrée), il gruppo Boel (che è
praticamente un gruppo familiare, dei sei
membri della Usine Gustave Boel, quattro
sono membri della famiglia) controlla il 10%,
il gruppo Evence-Coppée (attraverso Espé-
rance-Longdoz) controlla il 10%; infine, il
gruppo francese della Banque de Paris et
des Pays-Bas, notoriamente legato a Schnei-
der, controlla il 7%, (attraverso la partecipazione
Hainaut nella fusione Hainaut-Sambre dove
si è associato col gruppo della Société Géné-
rale).
Se si pensa che i gruppi in parola estendono
la loro influenza preponderante a tutti i
settori della vita economica belga: carbonifero,
elettrico, chimico, tessile, dei trasporti (e del
resto la maggiore società siderurgica belga,
Cockerill è un trust verticale che va dalle
miniere di carbone alla siderurgia, ai cantieri
navali ed alle linee di navigazione: i Perrone
se l’erano proposto per modello quando,
dopo la prima guerra mondiale, si trattava di
convertire l’Ansaldo alla produzione di pace)
oltre naturalmente al settore bancario, si com-
prende come i problemi della siderurgia e lo
sviluppo di questa industria si inseriscano pro-
fondamente nella vita economica del paese,
collettivamente e individualmente.
Questa industria ha un imperativo costante:
quello di mantenere la propria competitività
mondiale, perché non dispone praticamente
di alcuna protezione, e, data l’alta percentuale
di prodotto esportato, deve essere in condi-
zione di far fronte alla concorrenza più acca-
nita. Essa può tuttavia beneficiare, come la
siderurgia lussemburghese, dei cospicui utili
realizzabili nei periodi di alta congiuntura
mondiale. I programmi di rapida espansione
elaborati dall'insieme della siderurgia comuni-
taria inquietano la siderurgia belga, che già
da molto tempo consiglia la prudenza, spe-
cialmente di fronte allo sviluppo, che taluni
considerano sproporzionato alle possibilità
future di collocamento, dei prodotti laminati.
Il presidente dell’associazione dei siderurgici
belgi dichiarava qualche tempo fa che « tenuto
conto delle prospettive attuali di sviluppo
della domanda di prodotti siderurgici in Belgio,
una nuova officina incontrerebbe ineluttabil-
mente delle grosse difficoltà di sbocco e la
sua creazione avrebbe per conseguenza di
compromettere lo sviluppo normale delle of-
ficine esistenti ». Egli riteneva preferibile di
gran lunga la politica tradizionale, cioè Pin-
vestimento nelle officine già esistenti, calco-
lando che il costo di una tonnellata supple-
mentare di capacità produttiva di acciaio in
una officina esistente era di 7.000 franchi
belgi contro un costo di 15.000 franchi per
la costruzione di un’officina nuova, Tuttavia,
la recente decisione di costruire ‘“Sidemar”,
associazione di interessi belgi, lussemburghesi
e francesi, dimostra che un cambiamento pro-
fondo è intervenuto (sul quale d’altronde
non tutti i belgi sono d’accordo) e che una
tradizione durata lunghi decenni è innovata.
Gli avversari della creazione di una nuova
officina, e della sua creazione presso il mare
(come è il caso di Sidemar) sostengono che
il Belgio è un paese piccolo e altamente indu-
strializzato, nel quale le distanze contano re-
lativamente poco e che sarebbe sufficiente
fare uno sforzo per completare e migliorare
la rete di trasporti fluviali. Certo è che le
modificazioni strutturali ‘dell'industria siderur-
gica nel mondo e le conseguenze che ne
possono derivare per gli sbocchi, sono atten-
tamente seguite da un’industria orientata
verso il mondo esterno e che non può per-
mettersi la minima sosta sul cammino del
progresso tecnico.
Educazione
artistica
nella scuola
La proficua collaborazione tra il Ministero
della Pubblica Istruzione e l’ Italsider, che ha
dato vita a Genova-Cornigliano, nell’ambito
dell’ Istituto professionale “A. Odero”, ad
una Scuola statale funzionante all’interno
dello stabilimento ‘Oscar Sinigaglia”, ha visto
realizzarsi un'iniziativa non strettamente at-
tinente alla qualificazione degli allievi nelle
attività siderurgiche, ma che tuttavia riveste
un interesse didattico degno di considerazione.
Accanto alle materie di insegnamento “si-
derurgico”, nella scuola ha infatti trovato
posto un corso di educazione artistica diretto
dal pittore Rocco Borella e sfociato in una
mostra di dipinti, sculture, incisioni, allestita
presso il circolo aziendale dello stabilimento.
Pure essendo stata ordinata secondo il cri-
terio strettamente didattico che informa il
corso, quello cioè di coltivare in ogni giovane
allievo lo sviluppo della propria sensibilità
intuitiva e ragionativa, la mostra ha ottenuto
risultati più che lusinghieri.
Le esperienze ricavate dall’insegnamento
della pittura presso l'Accademia Ligustica
di Belle Arti a Genova e presso il Liceo
artistico hanno certamente giovato a Borella,
ma egli tiene a confessare che l’esperienza di
questa nuova scuola è divenuta per lui assai
più interessante. Egli cioè può plasmare que
sti giovani e prepararli ad un gusto estetico
E a
Pubblichiamo alcuni dei più interessanti lavori eseguiti dagli allievi della Scuola
statale per le attività siderurgiche + A. Odero”, funzionante all’interno dello sta-
bilimento * Oscar Sinigaglia” di Cornigliano, durante il corso di educazione
artistica inserito nel programma di studi e diretto da Rocco Borella.
in alto: «Genova medievale» di Angelo Pizzorno (china colorata)
qui sopra: «Impressioni di stabilimento» di Gianfranco Doragrossa (incisione
su linoleum )
40
con maggior libertà che nelle altre scuole,
obbligate a seguire tanti co prestabiliti.
Qui egli infatti riunisce in sé l'insegnamento
delle varie materie artistiche, dalla pittura alla
scultura, dal disegno all’incisione, alla storia
dell’arte. Il tempo limitato costringe ad una
sinteticità di programmi ma ciò, in fondo,
giova agli stessi alunni offrendo loro la pos-
sibilità di essere più immediati nell'esecuzione
dei propri lavori e di non soffermarsi troppo
su ricerche disegnative diciamo pure di
“maniera” o verso problemi sia pur attraenti
ma che esulano completamente dal campo
preciso della futura loro attività.
Per ciò che concerne il colore, l’insegnamen-
to è basato sulla teoria scientifica del cerchio
cromatico di Newton e di Goethe; per faci-
litare poi la comprensione della gamma cro-
matica, gli stessi colori vengono divisi in «pri-
mari» (giallo, rosso, blu), in «secondari» e
«complementari» (arancio, viola, verde), «ter-
ziari» o «intermediari» (detrazione del colore
primario, giungendo fino ‘al nero).
Attraverso lo studio della geometria eucli-
dea vengono poi fornite agli allievi le nozioni
relative alla forma, ai rapporti costruttivi e
compositivi ecc.
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alzi,
Dopo circa un trimestre di disegno classico,
si passa al disegno dal vero: dai pezzi di mec-
canica, ad impressioni libere dello stabili-
mento; dagli oggetti in genere, agli edifici
monumentali antichi osservati attraverso gite
appositamente effettuate. La possibilità poi
di conoscere la tecnica della saldatura, data
dall’officina, porta alla costruzione di modelli
plastici in lamierino e quindi alla vera e pro-
pria scultura. Vengono poi le cere colorate,
le tempere, la china, l’acquerello. Per l’inci-
sione viene usato il linoleum e per lo sbalzo
le lastre di rame.
Giunti a tal punto, l’attività della Scuola
non poteva non sfociare, come abbiamo già
detto, in una mostra.
Le opere esposte, eseguite con tecniche di-
verse, sono state scelte fra le più significative.
Tuttavia il direttore della Scuola, professor
Puncuh, tiene a sottolineare che l’interesse della
manifestazione non deve essere posto sul risul-
tato del singolo allievo quanto sul lavoro com-
plessivo della Scuola stessa per giudicarne così
il metodo educativo. Non possiamo tuttavia
passar sotto silenzio almeno quelle opere che più
hanno impressionato i critici d’arte che hanno
visitato la mostra e che da sole basterebbero
a testimoniare l’alto livello raggiunto. Ricor-
diamo dunque i vivi sbalzi su rame di Angelo
Pedemonte, le cere colorate di Alberto Bu-
relli che si dimostra tanto sensibile alla vio-
lenza del colore, le linoleografie e le tempere
di Gianfranco impostate con
ampio studio di prospettiva. Una scultura in
lamierino saldato è opera di collaborazione
che nei suoi strutturali volumi par quasi un
omaggio alle sculture futuriste di Boccioni.
La sensibilità pittorica
alunni nell’accostare ed intonare i colori delle
proprie più o meno fantasiose composizioni,
il sentimento plastico espresso egregiamente
negli sbalzi in metallo, raggiungono dunque un
livello che si vorrebbe sempre trovare in al-
cuni sia pur noti artisti contemporanei.
È quindi con un certo stupore che ci si
accosta a queste opere scoprendo in esse
elevate qualità estetiche che certamente ri-
flettono nei migliori, più che una prepara-
zione, una vera e propria maturità di appren-
dimento, in questi semplici giovani i quali si
sono accostati a tale indovinatissimo metodo
educativo che, pur lasciando loro libertà di
espressione, ne ha modellato il
capacità più intime.
Doragrossa,
di questi giovani
gusto e le
a sinistra: «Oggetto meccanico dal vero» di
Alberto Burelli (tempera)
qui sotto: scultura eseguita in collaborazione
(lamierino saldato)
Verso
lo stato
moderno
Riportiamo una recensione del libro di
Giorgio Bo «Verso lo stato moderno» che
Arturo Carlo Jemolo ha scritto per il setti-
manale «Il Punto». «Verso lo stato moder-
no» costituisce una selezione rigorosa ed es-
senziale degli interventi politici e dei dibat-
titi parlamentari sostenuti dall’autore in que-
sti ultimi quindici anni. La varietà dei temi
trattati, di politica interna ed estera, econo-
mica e sociale, ne fa un’importante guida
critica ad uso dell'italiano «moderno».
Giorgio Bo, ministro delle Partecipazioni Statali
e fin dalla prima legislatura senatore per la Li-
guria, è certamente una delle figure più salienti
del settore della democrazia cristiana più libero,
in ogni ambito, da nostalgie del passato. Antifa-
scista senza esitazioni, e di un antifascismo che
non si ferma a vecchi rancori, ma guarda al-
l'avvenire, preoccupato che non abbiano a ripe-
tersi abdicazioni di un popolo ad un uomo ;
con una schietta fiducia nelle regole della demo-
crazia e della libertà, Bo è uno degli uomini
politici per cui il comunismo non si combatte
con la repressione, ma creando un tipo di so-
cietà che la massa dei cittadini desideri conser-
vare, uno stato ch’essi possano amare.
In questo volumetto sono raccolte sue pagine
e suoi discorsi degli ultimi quindici anni, organiz-
gati sistematicamente, guardando alle eredità ne-
gative del passato, alle forme e strutture giuridiche
statali, ai problemi della scuola e dello spettacolo,
considerati sotto la visuale di quelli che siano
i compiti dello stato, ai problemi economici e
fiscali, alle grandi direttive di politica estera.
Questi passi così sistemati sono preceduti da
una prefazione, in cui si ricorda che il loro filo
conduttore è la preoccupazione di fondare in
Italia lo stato moderno, il paese colto e civile,
radicato ai valori della libertà. Per giungere a
tanto, occorre rifiutare la politica fatta giorno
per giorno, e volere che la democrazia metta
salde radici nella coscienza collettiva. Occorre
superare la malattia del totalitarismo, nelle due
forme, del comunismo e del fascismo.
Coraggiosamente, ricordando che chi scrive
è un ministro del partito che senza interruzioni
tiene il governo da ormai quasi quattordici
anni, il Bo afferma subito che « non può conside-
rarsi compiutamente maturo un popolo fino a
quando nell’ambito del suo regime costituzionale
non sia tradotta sicuramente nei fatti la possi-
bilità dell’alternativa per cui due partiti o due
coalizioni possono vicendevolmente succedersi al
potere, senza che possa essere messa a repentaglio
la sicurezza del regime democratico »,
E, accedendo ad una formula che Calogero
ha reso popolare tra noi, afferma Bo che la
forza della democrazia è il dialogo: cioè la
tolleranza e la libertà.
Pure essendo un giurista, Bo non sopravvaluta
la forza delle strutture giuridiche ; la democrazia,
prima ancora che un regime politico, è un clima
morale, un costume, uno stile di vita pubblica e
privata. Così più che giuridico e parlamentare,
è un problema di costume quello del rapporto
tra maggioranza e minoranza in parlamento.
Bo riafferma la tradizione democristiana in
41
favore delle autonomie locali, pur non prenden-
do posizione quanto altri potrebbero desiderare
per una sollecita realizzazione delle disposizioni
della Costituzione sulle regioni.
In materia economica rivendica il diritto dello
stato di farsi împrenditore, però seguendo la
direttiva fondamentale che le imprese statali
debbano battersi sul terreno della libera con-
correnza con le industrie private senza nessuna
posizione di privilegio e senza nessuna diffe-
renza nei metodi; cioè operare secondo criteri
economici, ma mirando a scopi di solidarietà e
di utilità generale, che non possono dissociarsi
dall'idea di stato moderno. Lo stato imprendi-
tore deve fare qualcosa di più di ciò che fa l’im-
presa privata : così sceglierà in Italia a campo
preferito per i suoi interventi il Mezzogiorno,
che più ne avverte il bisogno. In massima, nella
distribuzione di aree tra iniziativa pubblica e
privata, una buona regola sarà quella del « la-
sciar fare chi ha già fatto e può fare», cioè di
non turbare l’attività, d'iniziativa privata o d’im-
presa pubblica, che abbia dato buona prova di sé,
quando anche in linea di programmazione generale
per l'avvenire si battesse una strada diversa.
Dà grande importanza alla scuola ; riconosce
che il numero degli studenti è eccessivo, dovuto
non a sete di sapere, ma alla corsa all'acquisto
del diploma. Si augura una scuola per tutti,
ma una selezione, fondata sul criterio del merito.
Qui pure pensa che la questione di fondo sia quel-
la di costume, e che occorra far entrare nel
cervello della gente che la scuola è una cosa
seria, e che è un pericolo, se non un tradimento
per la nazione, la catena di arrendevolezze, di
compiacenze e di tolleranze, a cui molti inse-
gnanti si lasciano andare. Purtroppo c'è da noi
uno scetticismo torpido ed indulgente per cui
ogni esaminatore non esige ciò che dovrebbe,
pensando che ci sarà poi un altro controllo,
magari extrascolastico, che supplirà al filtro
che oggi non ha funzionato.
Ottime idee ed ottimi programmi : che pur-
troppo non credo trovino nelle assemblee parla-
mentari echi profondi.
Per questo è bene che il discorso dei pochi
uomini di sincera buona volontà si traduca nel
libro e nell'articolo. Fuori del parlamento non
avremmo che dittature, e l’esperienza ci ha
ammonito che queste se tolgono la libertà non
risanano il costume; lasciano un paese più
guasto ed incancrenito di quel che trovarono.
La sola speranza per risalire verso un parla-
mento meno preoccupato di minuscoli interessi
comunali e meno disposto a vedere tutto in fun-
sione di partito è l'elevazione dell'elettorato ;
l'avvento d’italiani che disprezzino il procac-
ciatore di voti, il galoppino per anticamere
ministeriali, cui non passa neppure per la mente
che sia immorale, tradimento del proprio com-
pito, chiedere per l’elettore ciò che non gli spet-
terebbe ; che desiderino il parlamentare preoc-
cupato degli interessi nazionali, il quale guardi
non al suo piccolo angolo provinciale, bensì
ai grandi problemi della società contemporanea.
Se si riuscirà a compiere questo risanamento,
ad un tempo della coscienza nazionale e degli
istituti, Bo sarà ancora certamente ad uno dei
posti direttivi della vita nazionale,
42
Il secondo
convegno
della stampa
aziendale IRI
Nei giorni 11 e 12 dicembre ha avuto luogo
a Roma il secondo convegno della stampa
aziendale del gruppo IRI, sotto la presidenza
del professor Silvio Golzio, presidente dell’as-
sociazione della stampa aziendale italiana, e
con la partecipazione di oltre ottanta delegati.
Alla seduta inaugurale era presente il ca-
valiere del lavoro Salvino Sernesi, direttore
generale dell’ IRI.
Una precedente analoga riunione era stata
tenuta, sempre a Roma, nei giorni 9 e 10
maggio 1957. A distanza di quattro anni, la
stampa aziendale del gruppo IRI si è accre-
sciuta di nuove pubblicazioni e il numero degli
intervenuti a questo secondo convegno è
stato molto maggiore; segno del crescente
interesse dedicato dalle aziende del gruppo
a questo settore di attività.
1 lavori del convegno sono stati iniziati
con una relazione introduttiva del professor
Golzio che ha ricordato la preziosa opera
che svolgono i nostri giornali per creare un
clima di collaborazione all’interno delle a-
ziende.
Questa nostra stampa, ha detto il professor
Golzio, si sviluppa con sempre maggiore in-
tensità e tende a prevenire ed alleviare le cir-
costanze che accentuano il distacco dei lavo-
ratori dalla vita aziendale, per farli partecipi
dei problemi connessi al lavoro che svolgono.
Il lavoro in comune, suscitando nuove
forme di rapporti, è il presupposto di una so-
lidarietà che trova occasione di manifestarsi
nei giornali aziendali dove ogni collaboratore
può far sentire la sua voce, dove si rispec-
chiano gli interessi di ciascuno, i quali non
sono estranei alla vita aziendale per la sempre
maggiore intensificazione dei rapporti sociali.
Quindi ha parlato il cavaliere del lavoro
Sernesi. Egli ha ripreso brevemente i temi
tracciati dal professor Golzio ed ha ricordato
che nell’ambito del nostro gruppo il problema
della stampa aziendale ha un particolare si-
gnificato poiché esistono problemi comuni
che dobbiamo vedere insieme per ottenere
una linea, uno stile che caratterizzi l’azione
del gruppo. Ed è in questo spirito e con
questa consapevolezza che le riunioni a li-
vello di tutto il gruppo, oltre a presentare una
certa continuità nel tempo, stanno assumendo
anche una importanza sempre maggiore.
I lavori sono proseguiti nel pomeriggio del-
11 dicembre e nella mattinata del 12 presso
il Centro IRI di via Milano, dove sono stati
esaminati in tre distinte sezioni i temi del
convegno.
Nella prima sezione (relatore il dottor Salvati
della SIP) sono stati discussi gli scopi e le
funzioni della stampa aziendale. Definite le
caratteristiche delle pubblicazioni distribuite
ai collaboratori, sono state considerate le
ragioni che ne favoriscono lo sviluppo.
La presenza di un giornale aziendale con-
ferma la necessità di quei criteri di buone
relazioni aziendali che si sono affermate nella
moderna società, e rappresenta il miglior cor-
rettivo alla tendenza che la psicologia indu-
striale definisce “disinteresse al proprio la-
voro”.
Nel corso delle discussioni sono stati esa-
minati i particolari aspetti organizzativi della
nostra stampa, che per rivolgersi anche alle
famiglie dei collaboratori, deve assumere un
tono e una veste accessibile al pubblico dei
lettori cui è dedicata, senza peraltro dimenti-
care gli scopi che le sono propri.
Questi giornali devono però adeguarsi al-
l’accresciuto livello qualitativo degli altri
strumenti di informazione ormai accessibili a
tutti (radio, cinema, televisione). La loro
preparazione non è soltanto il risultato della
applicazione ‘di qualità organizzative profes-
sionali; il redattore deve conoscere profonda-
mente la vita dell'azienda e le persone che ne
sono partecipi.
Della seconda sezione di lavoro, che ha
discusso il tema: « La stampa aziendale come
mezzo di informazione e di scambio di idee »
è stato relatore il dottor Savarese, vice diret-
tore dell’ Italsider. Riteniamo interessante per
i nostri lettori riportare una sintesi della sua
relazione.
Parlare della stampa aziendale come mezzo
di informazione e di scambio di idee, ha
detto il relatore, implica a mio avviso una
premessa: tra i giornali aziendali ed ogni al-
tro tipo di giornale la sola differenza sta nella
diversa “tipicità” dei lettori; è naturalmente
una differenza molto importante, ma che
vale solo per il “tipo” di notizie, non per la
“tecnica” da usare nella loro stesura e presen-
tazione.
La stampa aziendale, in altre parole, deve
esprimersi attraverso la forma ed il mecca-
nismo della tecnica giornalistica.
Non può essere posto in dubbio che nella
società contemporanea le funzioni e gli scopi
di un’azienda hanno subito una profonda
trasformazione. Il concetto dell’azienda uni-
camente preoccupata di allargare l’area tra i
costi ed i ricavi ha indubbiamente ricevuto
negli ultimi decenni colpi non indifferenti.
Le incorrono anche altri obblighi, tra cui
quello di inserirsi quale fattore propulsivo in
tutto il contesto economico e sociale della
collettività entro cui opera.
In definitiva un’azienda moderna (tanto più
quando si tratta di complessi industriali ad
economia mista) non può considerarsi una
fortezza entro cui il mondo esterno è comple-
tamente sconosciuto e della quale il mondo
esterno ignora l’attività.
Ho detto che necessità principale per la
stampa aziendale è quella di essere essenzial
mente giornalistica.
Per questa ragione, i due grandi settori in
cui essa deve operare sono gli stessi in cui
opera qualsiasi normale organo di stampa:
le “idee” e i “fatti”, cioè i “problemi” e le
“notizie”. Come ogni organo di stampa sa-
rebbe incompleto e verrebbe meno alla sua
funzione se non operasse in entrambi i settori,
così la stampa aziendale è in parte destinata
a fallire se trascura le idee per i fatti oppure
se si limita a discutere i problemi senza dare
il giusto rilievo alle notizie.
Negli organi di stampa più avvertiti, quelli
che si propongono di rispecchiare, sia pure
da un determinato ‘angolo visuale, la realtà
politica, economica e sociale, ogni notizia co-
stituisce il punto di partenza per la discussione
di un problema, per qualche considerazione
di più vasta portata; in questo modo il lettore
viene abituato a trarre da determinati fatti
determinate conseguenze, a compiere deter-
minate riflessioni. Si tende, in altre parole,
attraverso un'attenta informazione, a ‘“for-
mare” il lettore.
Il giornale non si limita tuttavia a questa
funzione, che chiameremo di ‘documenta-
zione formativa”: il giornale si fa direttamente
espressione di problemi attraverso articoli di
più vasto impegno, anticipa certe conclusioni,
certe svolte, certi avvenimenti. Qui i fatti di-
ventano i corollari di un’idea.
In sostanza la formula migliore di un gior-
nale è quella in cui tra “idee” e “fatti” si crea
una continua osmosi, in cui ogni fatto costi-
tuisce la riprova di un’idea oppure fa sorgere
l'esigenza di discutere un problema.
Tutto questo, in effetti, trova rari riscontri
nella realtà al di fuori del campo della stampa
politica in un paese democratico,
Ho parlato di giornali politici, ha proseguito
il dottor Savarese, perché, in effetti, ritengo
che la stampa aziendale sia quella che più,
per sua stessa natura, si avvicina alle imposta-
zioni del giornale politico. Naturalmente,
nella stampa aziendale la politica dei partiti
è sostituita dalla politica aziendale. Il giorna-
le aziendale deve, in altre parole, rispecchiare
la linea di condotta che l’azienda si propone
di seguire nei confronti del personale e della
collettività esterna.
Il giornale aziendale deve essere senza dub-
bio l'interprete di questa politica: ogni fatto
di cui si parla su di esso deve essere filtrato
attraverso questa luce.
Se però l'azienda volesse soltanto incul-
care nei lettori le sve idee, attraverso il giornale,
quest'ultimo verrebbe meno a gran parte dei
suoi scopi. Esso non sarebbe che l’espressione
di un atteggiamento meramente paternalistico:
l'azienda che cerca di convincere i lettori che,
entro il suo recinto, « tutto va nel migliore
dei modi ».
La stampa aziendale non deve essere un
semplice canale di informazioni, un veicolo a
una sola direzione: essa deve rappresentare,
al contrario, uno dei mezzi, anzi il principale,
attraverso il quale il lettore (e qui parlo so-
prattutto del lettore interno) ha l'opportunità
di far conoscere il proprio pensiero sui fatti
e sugli indirizzi aziendali. Deve essere lo
strumento grazie al quale il lettore può in-
fluire su certi aspetti della stessa politica azien-
dale. Deve essere il sensibile termometro degli
atteggiamenti del personale. In altre parole,
il giornale aziendale deve essere non solo un
mezzo di informazione ma di scambio di idee.
Si potrà obiettare, e ragionevolmente, che
molto spesso le osservazioni fatte dal per-
sonale toccano argomenti delicati, se non ad-
dirittura “tabù”, Ma io ritengo che esista
sempre il sistema di riferire le opinioni del per-
sonale in una forma accettabile per entrambe
le parti: per chi le ha espresse e per gli enti
interni interessati, E questo sistema è, ancora,
quello di una oculata, obiettiva tecnica gior-
nalistica,
Secondo me non esistono argomenti e pro-
blemi che non possano essere adeguatamente
dibattuti su un giornale aziendale.
Dopo aver parlato della stampa aziendale co-
me mezzo di informazione e di scambio d’idee
con il personale, il relatore è passato ad esa-
minare in qual modo essa possa assolvere a que-
ste funzioni nei confronti del pubblico esterno,
Gli obiettivi da raggiungere, sono in questo
caso molto diversi e possono essere sintetiz-
zati nell'interesse dell'azienda di far sapere
all’esterno che la sua attività e le sue politiche
non si esauriscono nel suo ambito, ma che si
inseriscono nella più vasta comunità nazio-
nale, che essa è partecipe, insomma, della vita
del paese.
Questa impostazione è destinata ad avere
una cittadinanza sempre più vasta, e questo
proprio perché l'epoca in cui viviamo impone
anche alle aziende, che in definitiva sono tutte
fatte di uomini, dei problemi che hanno delle
implicazioni assai più vaste di quelle del ri-
stretto circuito aziendale.
D'altra parte, quando una società decide di
dar vita ad un proprio giornale, non può
pensare che esso resti strettamente circoscritto
al personale. Vi sono innumerevoli strade
attraverso le quali il giornale finisce per es-
sere letto da molte persone non direttamente
legate all'azienda. Tanto vale allora che essa
prenda in considerazione, con un’adeguata
impostazione del mezzo informativo, anche il
pubblico esterno, a cominciare dalle famiglie
dei propri dipendenti, che sono il punto di
contatto tra il mondo “di dentro” e quello
“di fuori”, per finire ai clienti, ai fornitori e
a tutti coloro che vengono chiamati “forma-
tori della pubblica opinione”.
Spesso è difficile trovare un veicolo di
stampa aziendale che possa essere adatto a
servire i lettori esterni e quelli interni. La so-
luzione sarà più difficile quando l'azienda è
vasta, quando il suo personale è suddiviso in
nuclei diversi e lontani, tali da formare co-
munità con fisionomie e interessi particolari,
In questi casi, ovviamente, si dilata sempre più
l’area del pubblico esterno che, in vario modo,
è interessato alle attività dell’azienda.
Questa è la ragione, ha detto il dottor Sa-
varese riferendosi in particolare all’Italsider,
che ci ha indotto ad operare uno sdoppiamen-
to della nostra stampa aziendale.
Sono sorti così i nostri vari notiziari che,
a livello di stabilimento, assolvono alla fun-
zione di servire le singole comunità aziendali
locali con quelle informazioni che necessi-
tano, per essere efficaci, di un linguaggio più
semplice e di una maggiore frequenza e tem-
pestività.
Il legame tra le varie unità aziendali e
la collettività nazionale viene invece tenuto
attraverso la Rivista, con articoli più impegnati
e formativi, che è utile abbiano, per risultare
più efficaci, anche una maggiore dignità
formale.
La Rivista Italsider tende ad assolvere an-
che ad una funzione di prestigio. Ma non per
questo rinuncia ad essere uno strumento di
formazione interna. Questa rimane anzi la
sua funzione principale. In tale senso Rivista
e Notiziari vanno considerati come due mezzi
di stampa aziendale che si completano vicen-
devolmente. Essi mirano a contribuire, da
un lato, all'inserimento dei lavoratori nella
realtà aziendale, dall’altro a creare in loro la
consapevolezza che al di là del ristretto am-
bito di stabilimento esiste una più vasta co-
munità aziendale di cui tutti sono partecipi
ed una ancor più vasta comunità nazionale in
cui pure sono inseriti.
Quanto esposto finora vuole essere solo
una traccia per discussioni più approfondite.
Resta, a mio avviso, da fare una considerazione
di fondo, e cioè che la stampa aziendale deve
essere considerata soprattutto un valido stru-
mento di formazione professionale, Ciò si-
gnifica, beninteso, non soltanto maggior cono-
scenza di tecniche e di procedure aziendali,
ma senso civico, coscienza di portare giorno
per giorno un contributo prezioso per il
consolidamento di un paese libero e moderno.
La terza sezione di lavori (relatore il dottor
Romano della SME) era dedicata agli aspetti
e alle finalità particolari della stampa aziendale
nel gruppo IRI e la discussione ha confer-
mato le tesi del relatore.
I giornali delle nostre aziende, operanti
bensì autonomamente in settori diversi, ma
caratterizzate dal comune denominatore della
prevalente partecipazione statale e dal coor-
dinamento da parte dell’ Istituto, hanno in
comune il fine preminente delle singole azien-
de che è quello di agire al servizio del pro-
gresso economico e sociale della comunità.
“Essi, inoltre, si trovano in condizione ideale
per contribuire a diffondere fra i dipendenti
di tutte le aziende la conoscenza delle attività
svolte nelle singole imprese controllate dal-
l’ Istituto offrendo un quadro panoramico €
coordinato dei diversi settori di lavoro.
Tutto ciò, mentre risponde al giusto criterio
di «far bene e farlo sapere» contribuisce a
formare una più completa conoscenza pro-
fessionale nei collaboratori di ogni grado di
tutte le aziende, concorrendo a creare e svi-
luppare quello spirito di corpo che deve ani-
mare una comunità tesa a sollecitare sul piano
43
sociale le energie produttive del nostro paese.
Alla riunione conclusiva, nel pomeriggio
del 12 dicembre, hanno partecipato il presi-
dente dell’ IRI, professor Giuseppe Petrilli, il
direttore generale, cavaliere del lavoro Ser-
nesi, presidenti e direttori generali delle So-
cietà Finanziarie e numerosi altri esponenti
della direzione deli’ IRI.
Ha preso per primo la parola il professor
Golzio che ha espresso al professor Pettrilli
la soddisfazione di tutti gli intervenuti per
la sua presenza. Egli ha tracciato una sintesi
dei lavori delle tre sezioni, commentando le
conclusioni derivate dalle discussioni.
Richiamandosi alle finalità e agli scopi
della stampa aziendale, egli ha avvertito che il
colloquio con i collaboratori, sollecitato e
realizzato dai nostri giornali, non avrebbe
significato se non fosse inserito in un com-
plesso di relazioni aziendali delle quali il
giornale è soltanto uno dei mezzi a disposi-
zione. La direzione aziendale, coordinandone
l’azione, ne farà un prezioso strumento di
conduzione del personale.
Queste stesse considerazioni assumono par-
ticolare rilievo se riportate in un ambito più
vasto come è quello del gruppo IRI. D’al-
tra parte, ha osservato il professor Golzio, le
stesse finalità di ordine generale che, pur nel
rispetto della economicità delle gestioni, ca-
ratterizzano l’azione delle imprese a parteci-
pazione statale, offrono opportuni motivi
per una informativa più vasta, tale da richia-
mare efficacemente gli interessi comuni di
quanti vi collaborano.
Il presidente dell’ IRI, professor Petrilli, ha
infine pronunciato un discorso, che qui ri-
portiamo.
lo vorrei ricordare a noi stessi ciò che credo
ormai sia pacificamente ammesso, almeno fra noi ;
che le aziende dell’IRI non sono entità isolate,
ma sono e vanno considerate come cellule di un
complesso e multiforme organismo vivente, fra le
quali la stampa aziendale deve anche svolgere
una funzione di tessuto connettivo. Io credo cioè
che le singole pubblicazioni non dovrebbero essere
limitate a un interesse puramente aziendale, ma
presentare delle aperture sulle attività delle altre
aziende dell'IRI, anche se queste appartengano a
settori diversi. E dovrebbero di conseguenza essere,
secondo me, uno degli strumenti al servizio di un
maggior coordinamento dell'attività del nostro
Gruppo, inserendo î lavoratori in quello che
avete felicemente definito «lo spirito di corpo»
del Gruppo, cioè in sostanza una solidarietà e
una prospettiva che siano più vaste delle soli-
darietà e delle prospettive aziendali. Io credo
che noi dovremmo tendere, anche attraverso lo
strumento del giornale aziendale, a dare a tutti
i nostri lavoratori la consapevolezza di servire
un interesse pubblico che trascende il quadro
dei rapporti di lavoro aziendali e gli obiettivi
immediati della gestione, Preciso : resta evidente-
mente primario il problema della autonomia dell’a-
zienda ; una tale autonomia va riaffermata nel
quadro più vasto della solidarietà di Gruppo.
In sostanza al gruppo IRI è assegnata una fun-
zione di pubblico interesse e al livello delle
Finanziarie e delle Società ci si muove nella
44
sfera privata ; ma ciascuno di coloro che opera-
no nel settore dell’ IR] deve sapere che, lavorando
nella sua azienda e al servizio della sua azienda,
egli serve un pubblico interesse ed in esso si in-
serisce come un elemento di questa più vasta
solidarietà. Se questo concetto e questo spirito
si introducessero anche nella stampa aziendale,
io penso che ne deriverebbe un'azione utile per
la riaffermazione di questa posizione di gruppo
integrato che noi dobbiamo difendere come un
elemento fondamentale della nostra struttura è
del nostro sistema.
Ed ecco un secondo punto che vorrei, come
spunto di riflessione, presentare a voi. Mi pare
che il superamento del quadro aziendale (che
non sminuisce la posizione dell'azienda, ma anzi
la colloca nella sua giusta prospettiva) dovreb-
be aiutare ad evitare quella possibile deviazione
paternalistica della stampa aziendale cui si è
accennato e che evidentemente potrebbe essere
il primo elemento di critica per uno strumento
di questo genere. Bisogna invece fare delle sin-
gole pubblicazioni il tramite per un dialogo fra
dirigenze e maestranze, dialogo di cui si è giu-
stamente sottolineata anche qui la necessità e
l'urgenza.
A questo riguardo mi pare che occorra pro-
porsi di diffondere il sentimento di una unità
organica di tutto il personale aziendale, al di
là, mi sia consentito dirlo, e al di sopra di ogni
contrapposizione classista. Questa dovrebbe essere,
a mio avviso, una funzione del giornale aziendale.
Il raggiungimento di questo fondamentale obiet-
tivo — mi sembra ovvio — presuppone la
creazione di un’atmosfera, di un clima di fi-
ducia cui il periodico aziendale può contribuire
facendo largo posto anche agli scritti dei dipen-
denti.
E qui aggiungo una cosa che forse potrebbe
sembrare anche un po” audace, ma credo che sia
indispensabile ai fini della creazione di quel
clima di fiducia. È chiaro cioè che una effettiva
assimilazione della politica aziendale da parte
dei dipendenti non si può avere senza concedere
la necessaria libertà di espressione anche ad
eventuali opinioni dissenzienti. A questo riguar-
do mi pare che sia degna di incoraggiamento ogni
esperienza (già tentata del resto fin qui) natu-
ralmente con la necessaria prudenza.
Terzo punto : la funzione della stampa azien»
dale nella promozione culturale dei propri di-
pendenti.
Credo che sia riconosciuto pacificamente da
tutti che il miglioramento del livello culturale
dei dipendenti a ogni livello influisca favorevol-
mente sul rendimento migliore di questi ultimi
anche nell’ambito aziendale. Quindi le nostre
aziende (certo in modo particolare le grandi
aziende che si trovano ad avere una funzione
di propulsione e di sviluppo, nell'ambito di
determinate zone geografiche 0 di determinati
settori) ma anche tutte le altre dovrebbero
contribuire con opportune iniziative ad una
promozione culturale di tutto l’ambiente di lavoro,
parallelamente a quell’azione analoga che si
svolge sul piano dell'assistenza materiale ai
propri lavoratori.
Una pubblicazione aziendale, tecnicamente
ben fatta, può svolgere a questo riguardo, come
ha detto il professor Golzio, oltre alla funzione in-
formativa (cioè quella delle notizie) una fun-
sione formativa (cioè quella delle idee) anche
in settori come quelli della cultura generale che
potrebbero, per lo meno in prima istanza, non
presentare una connessione diretta con i proble-
mi tipicamente aziendali. Mi pare che proprio
in questo modo potrebbe essere possibile intro-
durre, in un ambiente che certamente non è
ancora maturo, dei modelli di comportamento
e un tipo di mentalità più consoni alle esigenze
dello sviluppo industriale contemporaneo.
Viene poi un punto più delicato : quello della
validità della stampa aziendale come strumento
di difesa del punto di vista aziendale nei
riguardi dell'ambiente esterno.
Jo mi rendo conto che questa è materia estre-
mamente opinabile, che potrebbe del resto essere
oggetto di altri incontri fra voi.
A me pare che, oltre a favorire l'assimilazione
della politica dell'azienda da parte dei dipendenti
e la loro vivace partecipazione a questa politica,
la stampa aziendale potrebbe in un certo senso
anche difendere il punto di vista espresso dal-
l'azienda nei confronti dell'ambiente esterno, in-
tendendo con questa espressione tutta quella
collettività che, direttamente o indirettamente,
è interessata all'attività dell’azienda stessa.
Pensate all’Italsider a Piombino o a Taranto :
l’ambiente non può non essere interessato alla
nostra vita e ai nostri problemi interni,
Pur rendendomi conto delle difficoltà di fare
un giornale polivalente, valido cioè per l’am-
biente interno è per l’ambiente esterno, credo
che potrebbe considerarsi destinata ad assumere
Produzioni Italsider
coke
ghisa
acciaio
laminati a caldo
laminati a freildo
getti di ghisa
getti di acciaio, fucinati e rodeggi
armamento ferroviario
derivati vergella
carpenteria
tubi saldati
altri prodotti
importanza crescente la pubblicazione a carat-
tere misto, cioè rivolta contemporaneamente, nei
limiti del possibile, a lettori interni ed esterni.
Queste pubblicazioni dovrebbero necessaria-
mente interessarsi, attraverso opportune prese
di posizione, a tutti î problemi che in qualche
modo tocchino la sfera di azione delle singole
aziende. Proprio a questo riguardo però io ri-
conosco che, data la delicatezza della materia,
dovrebbe essere particolarmente curata e sentita
una esigenza di coordinamento al livello del
Gruppo.
Ecco i punti che volevo sottolineare, in so-
stanza : politica di Gruppo, passaggio dal pa-
ternalismo all'unità aziendale, funzione della
stampa aziendale come mezzo di promozione
culturale dei dipendenti a tutti i livelli, difesa
del punto di vista aziendale verso l'esterno.
Considerateli ripeto, più che come suggerimenti
come motivi di riflessione, perché veramente non
avrei altra esperienza per darveli, che questa.
Vorrei soprattutto sottolineare il primo di que-
sti punti : perché io sono profondamente convinto
che oggi noi siamo tutti impegnati per raffor-
sare lo spirito e la struttura del Gruppo inte-
grato. Questo è un elemento di fondo della nostra
vita ; vorrei che la stampa aziendale potesse essere
considerata uno degli strumenti al servizio di
questa grande impresa.
Formulo per tutti voi gli auguri migliori e
vorrei che ciascuno di voi, attraverso lo strumento
di cui è responsabile, estendesse questo augurio
a tutti i suoi collaboratori e a tutto il personale.
Buon lavoro per la vostra azienda ; tutto ciò
che desiderate per voi e per le vostre famiglie.
gennaio febbraio
1962 1962
tonn. 181.141 160.613
» 241.762 225.254
» 293.966 274.850
» 222.293 200.063
» 41.521 29.829
» 9.425 8.661
» 6.224 5.834
» 1.930 1.823
» 4.021 3.747
» 1.717 2.351
» 12,544 13.115
» 677 587
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