Rivista Italsider, n. 3, 1961

Contenuto

Rivista Italsider, n. 3, 1961
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
In copertina:Giuseppe Capogrossi-"Superficie 202", per concessione della Galleria del Naviglio di Milano.
Seconda e terza di copertina: il pensiero e l'azione nel Risorgimento: la penna di Mazzini e uno strumento per fondere proiettili, usato durante le "cinque giornate" di Milano.
Quarta di copertina: insegna in ferro della "Taverna della volpe" a Londra (XVIII secolo)

Sommario
- Il Risorgimento nei musei, p. 3
- Il Risorgimento e la pittura italiana, p. 9
- Lavoro e rivoluzione industriale, p. 16
- Italia 61, p. 21
- Il carretto siciliano, p. 26
- Cent'anni di lingua italiana, p. 28
- "Per scampato pericolo", p. 33
- Teatro e Risorgimento, p. 39
- Riviste aziendali e cultura, p. 4
Data testuale
1961 maggio - giugno
Consistenza
pp. 48
Stato di conservazione
Ottimo
Soggetto produttore
Ilva - Italsider (1897 - 1986)
Identificativo
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Collocazione
Emeroteca
contenuto
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RIVISTA ITALSIDER





la copertina: Giuseppe Capogrossi - «Super-
ficie 212» (collezione Lerner, New York),
per concessione della Galleria del Navi-
glio di Milano.

Giuseppe Capogrossi è nato a Roma nel
1900. Dal 1927 al 1933 soggiornò a Parigi
e fu allora che la sua arte passò gradual-
mente dal realismo all’astrattismo. Il suo
stile è personalissimo: si tratta di un segno
che si ripete in una varietà di colori e di
disposizioni, un segno che è come un
ideogramma, un marchio, una firma.

2° e 3° di copertina: il pensiero e l’azione
nel Risorgimento: la penna di Mazzini e

uno strumento per fondere proiettili, usato
durante le «cinque giornate» di Milano.

£° di copertina: insegna in ferro della «Taver-
na della volpe» a Londra (XVIII secolo)
RIVISTA ITALSIDER

bimestrale d’ informazione aziendale per
il personale dell’ Italsider - Alti forni e ac-
ciaierie riunite Ilva e Cornigliano

Anno II - n° 3 - maggio-giugno

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi

Autorizzazione del Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

SOMMARIO

Il Risorgimento nei musei pag. 3
Il Risorgimento e la pittura

italiana » 9
Lavoro e rivoluzione industriale » 16
Italia 61 » 2I
Il carretto siciliano » 26
Cent'anni di lingua italiana » 28
“Per scampato pericolo” » 33
Teatro e Risorgimento » 39
Riviste aziendali e cultura » 45

AI lungo elenco delle moltissime e disparate cose — dall’Esposizione di Torino alle
lamette da barba che nell'anno 1961 vengono dedicate al Centenario dell’unità
d’Italia, va aggiunto ora anche questo numero della Rivista Italsider.

Gli argomenti e gli aspetti del Centenario da trattare in questo fascicolo avrebbero
potuto essere innumerevoli e tutti di grande significato, perché cento anni di storia
coinvolgono tutta la vita di una nazione, ordinamenti politici e amministrativi, strut-
tura sociale, lingua, costumi e modo di pensare.

Nel compiere una scelta, abbiamo ritenuto di doverci soffermare, oltre che, ovvia-
mente, sull’evoluzione della siderurgia e sulle mostre di “Italia 61”, su alcuni aspetti
della nostra vicenda unitaria che, pur essendo meno noti e meno trattati di altri,
potevano, a nostro giudizio, interessare la più larga cerchia di lettori, come i musei,
la pittura, il teatro del Risorgimento, l’evoluzione delle condizioni di lavoro e del
linguaggio negli ultimi cento anni.

Anche i rapporti tra stampa aziendale e cultura, oggetto di una relazione congressuale
di Libero Bigiaretti, ci sono sembrati essere argomento pertinente a questo partico-
lare numero della Rivista. La diffusione della cultura è, oggi come nel passato, un
problema di fondo per il nostro paese. O, almeno, lo è per chi ritiene che cultura non
voglia dire tanto aver letto molti libri e aver pronte molte citazioni, quanto aver ac-
quisito, attraverso le letture, la discussione e l’esperienza, la coscienza delle proprie
responsabilità e dei propri diritti, la capacità di osservare con occhio più obiettivo la
realtà in una prospettiva più ampia, doti queste che offrono, a chi le possiede, un'arma
preziosa in difesa di tutte le libertà.

Cent'anni di siderurgia italiana

Tracciare un panorama dell’industria siderurgica negli ultimi cento anni non è un pretesto
gratuito per un fascicolo dedicato particolarmente al Centenario dell’unità d’Italia. È infatti
dalla raggiunta unità politica e geografica che il nostro paese ha tratto lo stimolo per la revi-
sione e modernizzazione delle sue strutture economiche e industriali, e quindi anche della side-
rurgia che ne costituisce uno dei pilastri fondamentali.

È proprio verso la metà dell'Ottocento che la siderurgia nasce e si afferma come grande in-
dustria. A quel periodo risalgono eccezionali innovazioni di tecnica siderurgica : î primi altiforni
a coke di tipo moderno e i processi ‘“Bessemer”, “Thomas” e “Martin Siemens” per la produ-
zione d'acciaio, seguiti dall'introduzione, nel 1898, del forno elettrico dell'italiano Stassano.

Mentre all’estero, la siderurgia, così orientata, fece subito rapidi progressi, tanto che, in re-
lazione ai tempi, si può parlare di passi da gigante, in Italia essa rimase ancora per parecchio
tempo vincolata agli antichi metodi di produzione e legata soprattutto all'impiego del costoso
carbone di legna per la produzione della ghisa, materiale fondamentale per ogni ulteriore pro-
duzione siderurgica economica.

All’ epoca della costituzione del Regno d’Italia la posizione d’inferiorità tecnica ed econo-
mica della nostra siderurgia non solo permaneva ma si aggravava d’anno in anno. L’urgenza di
ricorrere a provvedimenti era messa in chiara e particolare evidenza dal risveglio di ogni genere
di attività industriale, dalla necessità dell’armamento nazionale e dal continuo aumento dell’im-
portazione di prodotti ferrosi grezzi 0 lavorati.

Personalità del governo, della politica, dell'industria e della scienza si diedero allo studio
del grave problema. Nel 1861, per iniziativa del Generale Menabrea, Ministro della Marina,
fu nominata una commissione composta di ingegneri ed ufficiali delle varie armi, con l’incarico
di «studiare le condizioni delle ferriere ed officine esistenti ed î provvedimenti più giovevoli al
loro svolgimento in relazione alle occorrenze del paese ».

Il lavoro d'indagine compiuto da quella commissione fu pubblicato nel 1864. Purtroppo si
venne solo în possesso di un documento delle critiche condizioni di inferiorità della siderurgia
italiana di quei tempi.

La relazione concludeva consigliando uno studio più approfondito delle possibilità di utilizza-
zione dei combustibili nazionali ed esprimendosi favorevolmente all'eventuale adozione del pro-
cesso ‘“Bessemer”, che incominciava a diffondersi in Europa.

Ma i problemi fondamentali per l'avvenire della nostra siderurgia, specialmente quello di un
radicale aggiornamento della fabbricazione della ghisa, non furono messi nella dovuta luce. A
tale iniziativa si deve comunque la spinta ad un ulteriore movimento di studi ed anche qualche
coraggioso esperimento industriale, come quello realizzato nel 1866 dal genovese Alfredo No-
vella con il primo impianto italiano di convertitore ‘“Bessemer” a Piombino. Le vicende stesse
di questo esperimento, abbandonato nonostante i buoni risultati tecnici, dimostrarono che i tempi
non erano maturi per una soluzione del problema.

Passarono così parecchi anni prima che si facesse strada il convincimento che le risorse mi-
nerarie dell’isola d’ Elba non dovevano essere utilizzate per assicurare al Demanio, con l’espor-
tazione, un beneficio semplicemente pecuniario, ma per dare il massimo e fondamentale impulso
ad una potente industria siderurgica nazionale. Nel frattempo le industrie navali e meccaniche

2

italiane progredivano in modo veramente straordinario. Così, mentre il
nostro paese riportava nel 1876 un vero trionfo con la costruzione delle
più potenti corazzate del mondo (la “Duilio” e la Lepanto”), si doveva
constatare che i più importanti elementi strutturali di tali costruzioni
erano stati importati. L'industria siderurgica italiana infatti, nel campo
della produzione dell'acciaio, dopo l'insuccesso economico dell'esperimento
“Bessemer” di Piombino era assolutamente disarmata.

Nel 1879 fu finalmente approvato un progetto di legge per la costru-
zione di stabilimenti siderurgici al fine di provvedere al fabbisogno della
Marina e dei Lavori Pubblici. Essa portò alla costruzione dello stabili-
mento di Terni, iniziata nel 1884. Lo stabilimento venne dotato di forni
“Martin Siemens” per la produzione d'acciaio per artiglierie e corazz
navali e di forni ‘“Bessemer” per l'acciaio comune. Nel frattempo, l’inizia-
tiva privata aveva introdotto il processo “Martin Siemens” nel 1878
a Piombino, nel 1882 in Liguria, a Sestri Ponente e, successivamente, in
varie altre ferriere, specialmente liguri.

Nel 1891 l’Italia possedeva già 31 forni ‘Martin Siemens”, di tipo
piccolo, per colate da 4 a 12 tonnellate. L'indirizzo era comunque stato
preso. L'incremento della produzione del ferro e dell'acciaio fu subito
considerevole : da circa 100 mila tonnellate nel 1881 a quasi 300 mila
tonnellate nel 1890. Nel momento del maggior fervore di costruzione d’im-
pianti si abbatteva sull'Italia la gravissima crisi edilizia, commerciale
e industriale, durata dal 1890 al 1896. Essa paralizzò gli sforzi, stremò
le iniziative e chiuse in angusti confini l’attività produttrice. Superata
la crisi, l'industria italiana riprese il proprio sviluppo. Le antiche ferriere
furono ampliate e se ne aprirono di nuove in Lombardia, in Piemonte,
nel Mezzogiorno (Torre Annunziata), in Liguria (Bolzaneto e Savona
con î primi forni Martin da 20 a 30 tonnellate). La produzione, discesa
nel 1895 a sole 200.000 tonnellate, raggiungeva nel 1900 nuovamente
le 300.000 tonnellate.

Ma se in tal modo veniva soddisfatto il fabbisogno dell’armamento e
anche, in gran parte, quello di prodotti commerciali, come grandi pro-
filati, lamiere e rotaie, rimaneva sempre da risolvere il problema della
produzione nazionale di massa della ghisa. Per questo l’aiuto statale era
essenziale. Esso avrebbe dovuto estrinsecarsi in forma di garanzia, di
sicura ed economica disponibilità del minerale nazionale. Appariva chiaro
che soltanto con tale garanzia si sarebbe ottenuto il concorso del capitale
privato. Fu nel 1897 che si addivenne finalmente all'adozione di provve-
dimenti di concessione a lunga scadenza dello sfruttamento delle miniere
di ferro. Tale decisione aprì veramente la via alla creazione della grande
industria siderurgica nazionale. Furono incoraggiati gli investimenti nella
costruzione di grandi e costosi impianti. Così nel primo decennio del nuovo
secolo entrarono in esercizio altiforni moderni a Portoferraio, a Piombino
e a Bagnoli, il nucleo di quella che poi sarebbe divenuta la società Ilva.
Così, mentre nell’ultimo ventennio del secolo XIX si raggiunse una, per
quei tempi, efficiente organizzazione della produzione dell'acciaio omo-
geneo, utilizzando prevalentemente il processo di rifusione di rottame,
nel primo decennio del secolo XX si realizzò la fabbricazione della ghisa
con il coke e quella dell'acciaio con il processo di affinazione della ghisa
liquida con il minerale, applicando, nei nuovi impianti di Piombino e di
Bagnoli la lavorazione a ciclo integrale, la sola che può garantire un
sano sviluppo dell’industria siderurgica. Dal 1901 al 1910 la produzione
nazionale passò : per la ghisa da 15.000 tonnellate a 353 mila, con la
pressoché totale scomparsa del processo a carbone di legna, e per l’ac-
ciaio da 135 mila a 736 mila tonnellate.

La prima guerra mondiale impegnò poi a fondo t'industria siderurgica
che si era frattanto indirizzata în larga misura verso i processi di fabbri-
cazione dell’acciaio dal rottame, materiale in quel periodo reperibile a
basso prezzo e che esigeva impianti di minor costo. La fame d'acciaio
non soltanto indusse al massimo sforzo produttivo le aziende esistenti,
ma determinò il sorgere di nuovi stabilimenti, in maggioranza di medie
e piccole dimensioni e con attrezzature spesso d'emergenza.

Nel 1917 la produzione siderurgica toccò cifre record : 1.332.000 ton-
nellate di acciaio e 471 mila tonnellate di ghisa, ma subì una caduta ver-
tiginosa alla fine del conflitto per l'impossibilità, in conseguenza degli
alti costi produttivi, di sostituire ad una produzione e ad un consumo di
carattere bellico una produzione ed un consumo inseriti in un'economia
di pace. Nel 1921 la produzione era dimezzata per quanto concerne l’ac-
ciaio e quasi annullata nel settore della ghisa.

Per uscire dalle sabbie mobili della crisi, che d'altronde rispecchiava la
situazione generale di crisi economica del paese, non si seppe ricorrere
che alla protezione doganale, e il consumo d’acciaio, per l’elevatezza dei
prezzi, rimase ad un livello estremamente basso.

La fondamentale inadeguatezza della nostra siderurgia, il suo irrazio-
nale frazionamento, l'evidente arretratezza di troppi impianti, non po-
tevano peraltro non preoccupare i tecnici. Intorno al 1937 si sentì, final-
mente, la necessità di ricorrere a sostanziali rimedi. Vennero ampliati
gli impianti a ciclo integrale già esistenti di Piombino e Bagnoli, e si pose
mano alla costruzione di un grande stabilimento a Cornigliano.

Ma, prima che l’opera fosse compiuta, sopraggiunse la seconda guerra
mondiale, dalla quale la siderurgia nazionale uscì malconcia e mutilata.
I due flagelli dei bombardamenti aerei e dei “trasferimenti” di impianti
oltre confine avevano, è vero, risparmiato in gran parte le acciaierie medie
e piccole impostate sullo sfruttamento del rottame, ma s'erano pesantemente
abbattuti, e non a caso, sui pochi grandi impianti a ciclo integrale (Ba-
gnoli, Piombino e Cornigliano) che soli avrebbero potuto, se adeguatamen-
te sviluppati, imprimere un nuovo corso alla produzione italiana d'acciaio.

Così la nostra produzione di ghisa che era stata di oltre T milione di
tonnellate nel tg4I, precipitò a 61.938 tonnellate nel 1945 e quella d’ac-
ciato, che aveva superato i 2 milioni, si ridusse a sole 304.756 tonnellate.

Per far fronte all’intensa richiesta vennero affrettatamente rimessi in
attività vecchi impianti e la produzione poté riprendere quota abbastanza
rapidamente. Ma il problema di fondo si ripresentava più vivo e assillante
che mai : o tendere al salvataggio di tutti gli impianti, anche di quelli più
antiquati, o attuare coraggiosamente un piano di riforma integrale, per
consentire la produzione dell’acciaio a prezzi internazionali. Di quest'ul-
timo progetto si fece sostenitrice la Finsider. Il piano per la sua attuazione
fu elaborato da un gruppo di valenti tecnici guidato dall'ing. Oscar Sinigaglia.

Occorreva sacrificare gli impianti irrimediabilmente superati e rimo-
dernare gli altri; concentrare la fabbricazione dell'acciaio, della ghisa
e dei laminati in pochi stabilimenti modernissimi e di grande potenza,
puntando sulla specializzazione produttiva ; sviluppare in giusta propor-
zione sia la produzione da rottame sia quella da minerale ponendosi con
ciò al riparo dagli eventuali “imprevisti” del mercato d’approvvigionamen-
to. Con î moderni ed economici mezzi di trasporto marittimo la povertà
di materie prime dell’Italia non era più un ostacolo insormontabile. Es-
senziale era invece scegliere ed impiegare i minerali più ricchi, ciò che
consentiva di ridurre al minimo il consumo di combustibile.

Su tali premesse la Finsider tracciò il proprio programma pratico :
ripristino ed ampliamento dei due stabilimenti di Bagnoli e di Piombino
e ricostruzione secondo nuovi più aggiornati criteri del terso grande sta-
bilimento a ciclo integrale, quello di Cornigliano.

La siderurgia italiana si trovava în questa delicata fase di evoluzione
verso elevate produzioni a costi concorrenziali, quando entrò in funzione
la CECA, determinando la necessità di una soluzione più rapida dei pro-
blemi organizzativi e di mercato, inquadrati in una diversa e più vasta
prospettiva. La nostra siderurgia seppe adattarsi alla nuova realtà eco-
nomica. Negli ultimi dieci anni la produzione italiana d’acciaio è au-
mentata del 170%, passando da 3 milioni di tonnellate nel 1951 a 8,2
milioni nel 1960. Tale incremento, che è il maggiore registrato nell’ambito
della CECA, ha fatto sì che il nostro paese si inserisse all'ottavo posto
nella graduatoria dei maggiori produttori siderurgici mondiali.

Grazie a questi sviluppi produttivi l'industria siderurgica italiana
non solo ha saputo fornire al paese l'acciaio a basso prezzo che gli occorre-
va per il proprio progresso economico ma ha anche portato l’Italia in gra-
do di esportare notevoli quantitativi di prodotti siderurgici su tutti i mer-
cati mondiali.

L'espansione dell'industria siderurgica italiana in questi ultimi dieci
anni ha costituito uno degli aspetti di maggior rilievo dello sviluppo eco-
nomico nazionale. Vi hanno particolarmente contribuito le aziende del
gruppo Finsider, e in modo speciale l’Ilva e la Cornigliano, ora riunite
nell’Italsider. È in corso d’attuazione un nuovo grandioso programma
di sviluppo. Il gruppo Finsider raddoppierà entro il 1965 la propria pro-
duzione d’acciaio portandola a circa 9 milioni di tonnellate. Aggiungendo
l'apporto dell’industria siderurgica privata, previsto per tale anno in
circa 4,5 milioni di tonnellate, l’Italia disporrà dell'acciaio che, secondo
le previsioni, le sarà necessario per proseguire sulla strada della propria
industrialiszazione.

Il Risorgimento

nei musel

Visitare i musei del Risorgimento vuol dire
percorrere a ritroso la storia della nostra unità
nazionale. Nelle sale piene di manifesti, docu-
menti, bandiere, giornali, stampe, dipinti, armi,
divise e cimeli, si affollano i nomi di coloro che
“hanno fatto l’Italia” e ritornano, ordinati în
meticolosa successione cronologica, gli eventi più
significativi, gli episodi più eroici, le frasi più
celebri. È la storia dei libri di scuola che si con-
creta in immagini, in oggetti reali, ridonando
alle vicende e alle date imparate a memoria una
dimensione che le pagine dei testi non possono
conservare.

Abbiamo invitato Leonida Balestreri, attento
studioso del nostro Risorgimento, a guidarci
attraverso î principali musei storici italiani il-
lustrandoci quanto di più importante è in essi
riunito. Questo primo articolo è dedicato alle
raccolte di Milano, Genova e Torino. In que-
st'ultima città, in occasione delle celebrazioni
del Centenario, sono stati radunati in una gran-
de mostra unitaria i più significativi documenti
e cimeli conservati nei musei italiani. Quasi
tutti quelli riprodotti in queste pagine sono at-
tualmente esposti a Palazzo Carignano.

La Mostra Storica attualmente aperta a
Palazzo Carignano a Torino nel quadro delle
celebrazioni di “Italia 61°’ aduna in armonica
sintesi quanto di più rimarchevole di atten-
zione è conservato nella nutritissima serie di
musei e di raccolte che — si può dire — in
ogni centro di una qualche importanza del
nostro paese presentano al ricordo e all’am-
mirazione dei giovani d’oggi e delle genera-
zioni venture i cimeli e i documenti più si-
gnificativi delle vicende che hanno portato
alla ricostituzione dell’ unità politica della
nostra terra.

La provenienza di tutto questo vasto in-
sieme documentario al presente raccolto nella
mostra torinese è un elemento di più a prova
che l’idea dell’unità nazionale è stata un ger-
moglio che è giunto a fiorire anche se,
ovviamente, in diversa misura — un poco
ovunque nella penisola, dalle montagne ate-
sine alle estreme spiagge di Sicilia, e dall’una
e dall’altra riva adriatica alle città pulsanti di
vita stese lungo il grande arco azzurro del
Tirreno,

Il 7 settembre 1960 Garibaldi entrava a Napoli, ancora
in parte occupata dalle truppe borboniche, accolto con
vivo entusi dalla popolazione. Qui un
particolare della bandiera che in tale occasione gli venne
offerta dalle donne napoletane. Il cimelio è conservato
a Genova presso il Museo del Risorgimento ordinato
nella Casa di Mazzini.









Un frammento di barricata coi segni lasciati dall'artiglieria austriaca ci riporta
con straordinaria immediatezza al clima delle ‘’cinque giornate” di Milano, che
infiammarono la città lombarda dal 18 al 22 marzo 1848 (Milano, Museo del
Risorgimento). La città si era trasformata in un campo di battaglia: per le strade
erano sorte più di duemila barricate. Mobili, botti, casse, portoni, carri, tutto ve-
niva usato per costruirle, come ci mostra il disegno dal vero riprodotto nella pa-
gina accanto (Torino, Museo del Risorgimento).

Nella pagina accanto in basso: un libretto di indirizzi di Giuseppe Mazzini (Ge
nova, Casa di Mazzini). Oggi i discendenti di coloro che fig ti nelle
pagine ingiallite di questo libriccino vanno giustamente fieri di una simile testi-
monianza dei rapporti che l° « apostolo dell’unità italiana » ebbe con i loro avi.
Con tutta probabilità, molti di questi ultimi si preoccuparono sapendo il proprio
nome annotato nel taccuino di un uomo condannato a morte, esiliato e visto sem»
pre nella luce sospetta del rivoluzionario, se non peggio.

Attraverso la considerazione di tutto que-
sto materiale si ha modo di giungere ad una
duplice constatazione, a quella — già accen-
nata — che nessuna terra italiana ha mancato
di dare il suo contributo di pensiero e di opere
alla grande lotta per il riscatto nazionale, e
all’altra — assai meno valutata in genere
che l’aspirazione a restituire alla patria la sua
piena unità ha preso consistenza sin da tempi
assai lontani, di molto antecedenti a quelli
in cui d’abitudine si individua attuarsi in pie-
nezza il processo risorgimentale.

Quando infatti ha in realtà inizio il Risor-
gimento italiano? Per noi la risposta non è
dubbia, anche perché non si tratta che di far
propria la convinzione di uno dei più grandi
cultori che gli studi storici abbiano mai avuto,
e precisamente il Sismondi. Ebbene, questi
fissa come primo episodio del Risorgimento
italiano l’insurrezione popolare che, scaturita
dal generoso gesto di Balilla, travolse in Ge-
nova nel 1746 tutte le resistenze dell’invasore
austriaco.

In genere, però, le origini del Risorgimento
si fanno coincidere con l’affermazione delle
nuove idealità democratiche diffusesi anche
in Italia a seguito del trionfante esito della
rivoluzione francese.

Ma è questa tuttavia delle origini del Ri-
sorgimento una questione che in questa se-
de sarebbe fuori di luogo fare oggetto di
uno specifico dibattito. Un riferimento ad
essa non appare comunque del tutto inop-
portuno almeno per un motivo, esser proprio,
cioè, la diversa risposta che alla questione
stessa viene data, l’incentivo e la guida ad
organizzare su una base piuttosto che sul-
l’altra i musei e le raccolte in cui si cerca di
documentare, nel suo complesso come nei
suoi particolari, l’intero processo storico at-
traverso il quale l’Italia è pervenuta alla ricon-
quista della sua unità.

Dal punto di vista dell’estensione del pe-
riodo considerato, il Museo del Risorgimento
Nazionale di Milano risulta così uno tra quelli
che sembrano più chiaramente concepiti sulla
base di una sostanziale adesione alle valuta-
zioni di chi già intravvede nella prima metà
del Settecento le manifestazioni iniziali della
volontà di resurrezione del nostro popolo.

Il Museo del Risorgimento di Milano prende
infatti a suo punto di partenza gli anni imme-



diatamente precedenti alla pace di Aquisgrana
del 1748, dedicando la prima delle sue sale
alle correnti riformatrici del tempo e all’ap-
porto dai pensatori italiani conferito con le
loro opere e i loro progetti all’incipiente
moto per il risorgere delle genti italiane.
Ovviamente, il museo milanese al pari,
del resto, di tutte le altre istituzioni similari
aperte nelle altre città è organizzato, se così
si può dire, in chiave prevalentemente locale,
il che tuttavia non preclude al visitatore la
possibilità di rendersi conto se pure con
un rapido e sintetico sguardo d’assieme
di quella che, almeno nelle linee generali, è
la situazione di tutta l’Italia del tempo. Ciò
è da ritenersi in particolare realizzato per
quanto si attiene al periodo che si incentra
nella figura di Napoleone, e il perché è facil-
mente comprensibile solo che si pensi che
nessun lembo della penisola si sottrasse al
potere politico e militare del grande Còrso.
Vi sono, tra l'imponente insieme di mate-
riale dell’epoca napoleonica conservato nel
museo milanese ed occupante ben quattro
sale, dei cimeli che veramente non si possono
considerare senza sentirsi pervasi da un senso
vivo e profondo di commozione.



Ecco, ad esempio, lo stendardo tricolore
dei Cacciatori a
cavallo della Legione Lombarda volontaria-
mente costituitasi nell’ottobre 1796 per coa-
diuvare l’« Armée d’Italie» nella guerra contro
l’Austria. Ed ecco, poi, i cimeli dell’incoro-
nazione di Napoleone I Imperatore dei Fran-
cesi a Re d’Italia, incoronazione effettuata con
straordinaria pompa il 26 maggio 1805 nel
Duomo di Milano. Si tratta di un complesso
di oggetti il cui valore storico è veramente
inestimabile: sono tra essi il manto in velluto
verde trapunto in oro e argento, la “mano di
giustizia” scolpita in avorio e fornita di un
sostegno di argento dorato, il sigillo del regno
in oro massiccio finemente cesellato, nonché
la corona. Quest'ultima però — che è ad otto
branche sormontate dal globo e dalla croce
non è la medesima che Napoleone ebbe a cin-
gere all’atto dell’incoronazione, ma quella
che egli ebbe a portare nel corso delle fastose
nel successivo di
giugno. Nella cerimonia del 26 maggio Na-
poleone volle infatti orgogliosamente che sul
suo capo fosse posta la storica Corona Ferrea
conservata nella basilica collegiata di San
Giovanni Battista in Monza.

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in alto: la sentenza di morte « pel delitto d'alto tradi-
mento » emessa il 21 gennaio 1824 contro Federico
Confalonieri e altri patrioti lombardi (Milano, Museo
del Risorgimento) e quella emessa il 26 ottobre 1833
contro Giuseppe Mazzini (Genova, Casa di Mazzini).
al centro: un proclama del 30 marzo 1849 di Armelli-
ni, Mazzini e Saffi, triumviri della effimera e gloriosa
Repubblica Romana.



qui sotto: frammento di una forca usata dagli austriaci
per l'esecuzione delle condanne a morte di patrioti italiani.



REPUBBLICA ROMANA

e TRI

CITTADINI!

FRATELLI!

I ct della Goerra Sindipondenza e le buove sfavorevoli dell'esercito Piemontese
lanno fatto sentire all'Assemblea Tu dun cmorstramento di poteri e dum
cengia raddoppiata get provvedere all'nie e all'enore della Repubblica

Un Triumsirato è stato scelta La missione onorevole è caduta su noi; e nel
nome di Dia e del Rapido, col concorso dell'Assembira e colla fiducia operosa dei
buoui, ma sapremo compi |

Eletti dall'Asscmbica Costituente Repmbblicana, e portando a ut popolo Repesb
Idicana, moi nea abbizzo meresità di Programma Ul nostro Prograsena stà nel no-
«ir anundato. Mantenere la Repobblica; proorvaria a ogni patto da qual
colo saffacriasse dall'interno © dall'estero; n tà Sen nella
Mlndipendenza: questo è il deléto nostro, € faremo. Noi abbiamo
polo; il Popolo abbia fulucia ia moi, e ci dall'epere nostre

Giuadinì, i casi della guerra iniziata possono esserci argomento di dolore, noe di
scontorta. Il prinso è santo; il secondo suriibe indegno dun Popeto bero 1 vanta:
gi dun peosico che distradondo È no campo doperazione indelialice ke propese forze,
pessono da un gionso all'altro peeparargli rovina. La causa Italiana neo è fatata ad
tino @ ad altro muekeo di forze regelari, ma all'energia dei Popoli, all'odio. irmccon»
eîliabile tra la razza straniera che iovade agfiovasi, ai giuramenti della Camera ©
Mel cittadinì, al fremito dei tormentati Lotbandi, a Dio che ha derretato il trieato
del Dritto La cansa ttaana © hi camma della Repubblica domandano agzi a sei cm
toedia di voti, eficaria d'attività, decisione irrevocabile di mon tradire fa santa han
diera , cscanpio di solenne costanza puri a quella dell'ervioa Venezia. Voi siete della
terra che insegn» all'Esrpa forza, cuesgia tranquilla © contanza U vostri padri vie
cevano semper. perche docretavamo traditore chi sarertrava davanti al perionta E \wi
nom sarete indegni dei vostri. padri, seg Landiera che dalle sepolture dei
porri cvonammo alle spremze italia © Re: 3

Fedo im Dio, sel dritto, ed im not! Viva la Repubblira Bosnana! Viva È Italia

Roma » Marzo sen

dunque por
tà de

nel Po

I TRIUMVIRI
ARMELLIMI
MAZZINI
NAPPI

Ma come espressione della volontà di li-
bertà degli italiani un valore immensamente
maggiore che non quelle del periodo napo-
leonico assumono le testimonianze relative ai
primi moti insurrezionali dopo che il nostro
paese è tornato ad essere soffocato, per opera
della Santa Alleanza, sotto il peso opprimen-
te della reazione domestica e della dominazione
straniera.

Un superbo catalogo di nomi e di episodi
afferma ammonitore come, con il sacrificio
dei suoi figli migliori, l’Italia ben sappia di-
mostrare che no, che non per essa è l’oltrag-
giosa definizione di terra dei morti, incau-
tamente coniata dal Lamartine. E sono a
darne inoppugnabile prova, in ogni regione
della penisola, i primi tentativi rivoluzionari,
da quelli del generale Guglielmo Pepe e dei
tenenti Morelli e Silvati a Napoli, a quelli di
Santorre di Santarosa in Piemonte. E poi an-
cora l’attività che non conosce soste di Giu-
seppe Mazzini e della sua Giovine Italia, la
vasta rete cospirativa di Federico Confalo-
nieri e dei federati lombardi, e il consapevole
sacrificio dei migliori di nostra gente credenti
nel valore della libertà, da Ciro Menotti ai
fratelli Bandiera.

Impressionante la documentazione del mar-
tirologio dei patrioti italiani, espresso dai
nomi già ricordati e da altri numerosissimi —
tra i quali primeggiano quelli di Amatore

Sciesa, Enrico Tazzoli e Pietro Calvi —, un -

martirologio l’elencazione dei dati del quale
significa rifare episodio per episodio, attimo
per attimo tutta la storia di come la nostra
patria è risorta.

Veramente un museo del Risorgimento —
quando sia concepito come quello di Milano
e come esso sia ricco di tanti elementi di di-
retta documentazione — mostra in tutta la
sua epica tragicità «di che lacrime grondi e
di che sangue » il cammino lungo il quale il
nostro paese è ritornato alla sua piena libertà.

Anche i nomi di coloro che tradizional-
mente pensiamo sempre accompagnati ai
clamori trionfali della vittoria ritornano alla
nostra meditazione fissati nei momenti più
drammatici della loro esistenza, e perciò sof-



SENTENZA. |

DEL REGIO FISCO MILITARE

como
Aroorin cioe dll Co È Gemma
sie di eten. +
Miles, giù ente Cope di Piaichane pall'imeotenee Gonne di Tool,



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mesi preti de enni inipendioni dll de soletà puo mene cinò È Uioverna
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uigiri ala ventenne rell'dest dota cri cri ber gli È quei Dio gi ne
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Wi Consiglio INokeiamario È Guerre cremoso gere oggi di quite Citablla d'odio di & Fo
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INVOCATO IL DIVINO AIUTO

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DORFAGLIO DI GULARI IMFLISORLANO



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fusi di ancor maggiore grandezza: e qui è
infatti Garibaldi con Anita morente tra le
braccia, e lì è Mazzini, deciso e fremente come
sempre, impegnato, pur ormai senza più spe-
ranza, nell’estrema difesa della Repubblica
Romana.

Ma c’è qualche cosa d’altro ancora nel
Museo del Risorgimento di Milano che va
preso in particolare considerazione, ed è
quanto è presentato a documentazione della
partecipazione popolare ai moti risorgimentali:
basta, da un lato, soffermarci un istante in-
nanzi alla trecentesca campana del Broletto,
che durante le «cinque giornate», chiamando
con la sua antica robusta voce i cittadini alla
lotta, suonò a stormo sino a fendersi irrime-
diabilmente; e basta, dall’altro, soffermarci
pensosi presso il frammento di una barri-
cata ancora recante i segni dei colpi dell’arti-
glieria austriaca che ebbero a colpirla nel ten-
tativo vano di arrestare l’ardito impeto degli
insorti.

Sono impressioni quelle che si provano
aggirandosi per le sale del museo milanese
vive e profonde, non dissimili forse da quelle
che il credente può ricevere quando si pro-
sterni innanzi agli altari innalzati nei templi
sacri alla fede. Ma altari, altari della libertà
rappresentano anche qui, in verità, le testi-
monianze del consapevole sacrificio dei mi-
gliori di nostra gente, dai tempi lontani
quando primamente risorse il concetto del-
l’unità e dell’indipendenza della patria agli
anni recenti quando la Resistenza rinnovò
le gesta del Risorgimento, vittoriosamente
riaffermandone la perenne validità dei principi.

Ma, per quanto particolarmente ricco dal
punto di vista documentario e allestito in
base a criteri profondamente accorti e meditati,
il Museo del Risorgimento di Milano ha in
Italia tutta una serie di emuli — se così si
può dire — degni di altrettanta considerazione.

Ovviamente, il piano secondo il quale
questi altri musei sono realizzati può anche
apparire diverso. È che nelle varie località,
anche restando nei limiti di una comune in-
quadratura generale, c'è sempre da porre in
rilievo qualche elemento particolare.

È logico così che a Genova, ad esempio,
il Museo del Risorgimento sia incentrato sulla
firura di Mazzini, e, insieme, su quella di Ga-
ribaldi e di tutta la fitta schiera di liguri che,
accanto ai due grandi artefici dell’unità della
patria, cbbero variamente ad operare.

La quantità di materiale adunato nelle sale

Ì

mato il locale Museo del Risorgimento) è



é quivi è siste-



di Casa Mazzini a Genova

tale e tanta che di fronte ad essa si finisce
per perdere quasi il senso della sua impor-
tanza, importanza che torna peraltro subito
ad affermarsi solo che si consulti brevemente
il ponderoso catalogo redatto sin dal 1915
da quell’acuto storiografo che fu Achille Neri.

Quanto di più prezioso e di più significa-
tivo il Museo del Risorgimento di Genova
aduna è stato del resto presentato all’attenzione
del pubblico attraverso una mostra comme-
morativa organizzata l’anno scorso in conco-
mitanza con le celebrazioni centenarie della
spedizione dei Mille. Si è trattato di circa
duecento “pezzi” scelti con meditato accor-
gimento sì da isolare il meglio di quanto il
museo possiede, rici ystruendo nel contempo,
sulla base degli oggetti e dei documenti pre-
sentati, la storia del contributo offerto da
Genova alla grande opera per il riscatto
nazionale. E dire dell'apporto genovese al
Risorgimento è dire innanzi tutto di Mazzini,
e della sua vita tutta spesa per la redenzione
della patria con uno slancio ed una dedizione
che davvero non trovano termini di para-
gone. Fa senso così vedere il manifesto re-
cante la prima sentenza di morte contro Maz-
zini pronunciata in Alessandria il 26 otto-
bre 1833, ed un supplemento di giornale in
data 20 marzo 1858 con il testo della seconda
condanna alla pena capitale emessa dai tri-
bunali sabaudi nei confronti del grande agi



tatore genovese. Viste attraverso questa do-
cumentazione e considerando il comporta-
mento delle autorità piemontesi contro gli
uomini più rappresentativi della democrazia
(anche Garibaldi come è noto — ebbe ad
essere condannato a morte), le vicende del
Risorgimento appaiono in una luce alquanto
diversa da quella sotto cui per lunghi anni
ci sono state presentate da certa interessata
storiogratta.

Ma non è questa, certo, la sede per riaprire
una polemica per la quale l’ultima parola è
ancora lungi dal poter essere con tutta sere-
nità pronunciata. Qui basti solo porre l’ac-
cento su quelli che tra gli oggetti e documenti
raccolti nel Museo del Risorgimento di Ge-
nova appaiono degni di maggiore interesse.

Tutto quanto riguarda Mazzini e la sua
opera appare così di un valore fondamentale,
unico veramente. Dai rapporti familiari del-

in alto: un'incisione originale su rame riproducente
dal vero il forte dello Spielberg dove languirono nume-
rosissimi patrioti italiani, fra i quali Silvio Pellico che
ne descrisse la vita nel suo famoso libro ‘’Le mie prig





in basso: frammenti della bandiera sventolata a Cur-
tatone e Montanara il 29 maggio 1848 (Milano, Museo
del Risorgimento).



l’«apostolo» dell’unità italiana, alle sue prime
affermazioni in campo giornalistico, dal suo
ardimentoso impegnarsi nelle organizzazioni
clandestine, ai suoi diversi tentativi insurre-
zionali, tutto è qui rifatto vivo attraverso
una documentazione diretta di un’ampiezza
senza pari. Ma qui è altresì presente Mazzini
uomo di governo quale triumviro della Re-
pubblica Romana del 1849, e Mazzini orga-
nizzatore delle classi lavoratrici sulla base di
una visione ampia ed aperta, veramente pre-
corritrice del mondo dell’avvenire.

E accanto a ciò che dice di Mazzini è quanto
ricorda la vita e l’opera degli uomini che più
fedelmente gli furono accanto, primo fra
tutti Goffredo Mameli, il poeta delle strofe
trascinatrici di ‘Fratelli d’Italia”, immolatosi
per la libertà di Roma repubblica.

Ma anche quanto si attiene a Garibaldi del
materiale conservato a Casa Mazzini è spesso
di un'importanza documentaria che non ha
eguali, e ciò soprattutto perché è Genova che
è stata il centro della preparazione della più
grande delle spedizioni capitanate dall’«eroe
dei due mondi», quella dei Mille. E l’ambiente
straordinariamente battagliero delle «camicie
rosse», che nella Superba ha a suo esponente
massimo il bollente Nino Bixio e a suo so-
stegno l’agguerrita schiera dei Carabinieri
genovesi, riappare nel Museo del Risorgi-
mento di Genova ricostruito, per così dire,
in tutta la vivacità e l’ardore dei suoi com-
ponenti, non piccola parte dei quali prove-
niente dalle fila di quell’emigrazione demo-
cratica che da ogni parte d’Italia era aftluita
nella capitale ligure come al centro più vivo
della lotta per la libertà italiana.

Su Mazzini e Garibaldi si incentra dunque
in particolare, come si è detto, il Museo del
Risorgimento di Genova, e i cimeli che rela-
tivamente ad essi il museo stesso aduna nelle
sue sale rappresentano una parte tra le più
interessanti di quanto è rimasto di diretta
testimonianza dell’epopea risorgimentale. I
cimeli e i documenti che meriterebbe qui ri-
cordare sono più che numerosi: a modo di
esemplificazione basterà farne cenno di pochi
soltanto: dal testo autografo dell’Inno di
Mameli, ad un modesto foglietto contenente
le istruzioni per l'imbarco dei Mille a Quarto,
dalle prime edizioni degli scritti di Carlo
Pisacane alla bandiera offerta all’esercito ga-
ribaldino dalle donne di Napoli.

È tanto ricco di significato il materiale re-
lativo a Mazzini e a Garibaldi e agli uomini
che più fedelmente furono loro accanto, ra-
dunato nel Museo del Risorgimento in Ge-
nova, che tutto il resto finisce quasi per per-
dere alquanto di rilievo, il che in fondo (e
ciò va osservato specialmente in ordine a
quanto si riferisce alla spedizione di Crimea
e alla guerra del 1859) appare tutt'altro che
giustificato.

Il fatto è però che l’apporto di Genova alle
lotte risorgimentali ha avuto una sua incon-
fondibile nota distintiva, quella di essere il
riflesso soprattutto di una visione democra-
tica e repubblicana della realtà politica del
nostro paese.

Diversa è stata la spinta sotto la quale
hanno invece agito altre città e regioni d’Ita-
lia, e di ciò i loro musei del Risorgimento por-
tano la traccia profonda, assumendo per ciò
stesso una ben differente fisionomia.

Così a Torino quanto è raccolto nello sto-
rico Palazzo Carignano esprime il lungo
travaglio del nostro riscatto nazionale visto
soprattutto dall’angolo visuale sabaudo. E ciò
si comprende perfettamente: se Genova rap-
presenta, negli anni decisivi della nostra rina-
scita a stato libero ed uno, la capitale delle
idealità democratiche «il gran Vesuvio
della libertà italiana », come taluno ebbe a
definirla Torino vive invece ed opera nel
clima di una tradizione monarchica che rara-
mente conosce incrinature.

Il museo torinese ha perciò i suoi motivi
principali d’interesse in elementi che altrove
sono ben scarsamente posti in rilievo, anche
se essi hanno costituito apporti sovente decisivi
al divenire del paese. Da un punto di vista
che oltrepassa i limiti ristretti del regionali-
smo, si può affermare che il primo aprirsi
del grande colloquio delle genti piemontesi
con la libertà italiana si abbia con l’inizio
delle riforme di Carlo Alberto. Questo col-
loquio si fa alto e solenne con la guerra del
1848, che a Palazzo Carignano è rievocata
anche attraverso una notevole documen-
tazione iconografica, tra cui non ultima
quella relativa alla famosa carica dei Cara-
binieri a Pastrengo. Attraverso un’altrettanto
vasta ed interessante esposizione di mate-
riale illustrativo rivivono poi le vicende del
1849 e la dolorosa pagina di Novara che lo
conclude, nonché i difficili momenti in cui
Vittorio Emanuele ascende al trono e i gior-
ni dolorosi in cui il filo della vita di Carlo
Alberto si spezza nell’esilio di Oporto.

E, dopo di questo, tutta la storia, passo a
passo, del piccolo regno sabaudo che di
giorno in giorno — sotto la spinta decisiva
dell’azione di governo del Cavour — diviene
sempre più e con sempre maggiore efficacia
il centro propulsivo della lotta degli italiani
per la loro libertà. Ed ecco la spedizione di
Crimea del 1856 — che segna il primo inse-
rimento della rinascente Italia nel grande
quadro non più della politica regionalistica,
ma della grande politica internazionale. E,
poi ancora, il progressivo stringersi dell’al-
leanza con Napoleone III e la guerra del 1859,
che nelle sale del museo torinese è fotogra-
fata, per così dire, nei suoi episodi salienti,
in tutta una serie di acquarelli e di tempere
particolarmente efficaci, opera di Carlo Bossoli.

Ma il Museo del Risorgimento di Torino
è soprattutto la documentazione del pro-
gressivo affermarsi del regime costituzionale,
e la testimonianza viva della validità del re-
gime parlamentare. Prendendo le mosse dal-
la promulgazione dello Statuto albertino (di
cui a Palazzo Carignano si conservano le
splendide #avo/e miniate) si ha qui modo di
seguire — anche sulla base del ricchissimo
materiale conservato nell’archivio e dei testi
raccolti nella biblioteca — i lavori del Parla-
mento Subalpino dal suo sorgere sino al-

l’atto della proclamazione nel marzo 1861
del Regno d’Italia. L’aula del Parlamento
Subalpino appare ancora intatta, bianca e
oro nella sua struttura in legname, rossa
nella tappezzeria, e i banchi ove già sede-
vano Cavour, Massimo d’Azeglio e i grandi
loro colleghi sembrano ancora conservare il
calore della loro presenza.

Il fatto di questa vicinanza dell’aula già
del Parlamento Subalpino trasfigura, per così
dire, tutto quanto è raccolto nelle sale adibite
a museo di Palazzo Carignano, dando ad ogni
consunto cimelio e ad ogni ingiallito docu-
mento un significato più pieno e un valore
più completo nel quadro di una visione ve-
ramente unitaria della nostra vita nazionale.
È infatti sotto il segno della libertà poli-
tica, sotto il segno di una sempre maggior-
mente dilatantesi visione del divenire demo-
cratico del mondo moderno che l’Italia è
stata fatta. Se mai ci accadesse di dimenti-
carlo, ebbene, una meditata visita ad un mu-
seo del Risorgimento potrebbe ricordarcelo
con impareggiabile immediata forza di sug-
gestione. A Torino l'epopea del Risorgimento
ci appare forse espressa in una forma più
corale, mentre altrove, in altri musei, risul-
tano generalmente in evidenza maggiore gli
elementi individuali. Ma è proprio da tutto
questo, da siffatto confluire della volontà dei
singoli e dello sforzo della collettività, che la
realtà del nostro Risorgimento nazionale ri-
sulta nella pienezza di ogni sua componente,
resa più limpida e più chiara, storia assurta
veramente a maestra di vita.



Durante le ‘’cinque giornate” il Governo provvisorio di
Milano icava ai cittadini: « L'armistizio offertoci
dal nemico fu da noi rifiutato ad istanza del popolo che
vuol comb Le e a festa rispond al fragor
del cannone e delle bombe e vegga il nemico che noi

ppi li battere e li morire »,
Fu allora che la trecentesca campana del Broletto
suonò a stormo fino a spezzarsi facendo eco alle altre

campane della città (Milano, Museo del Risorgimento).

Il Risorgimento
e la pittura

italiana

Al critico d’arte Marco Valsecchi abbiamo
chiesto di raccogliere per la nostra Rivista una
breve antologia di opere pittoriche ispirate al
Risorgimento.

I forti eventi risorgimentali che condussero
all’unità d’Italia e gli assillanti problemi di
vita sociale che ne derivarono, esercitarono
grande attrazione sulla fantasia degli artisti
italiani. Essi non furono da meno dei grandi
letterati del primo Ottocento, da Foscolo al
Manzoni, né dei musicisti, da Bellini a Verdi,
che seppero accompagnare, diffondere e so-
stenere nel popolo italiano quegli ideali uni-
tari e di libertà. Si può dire, perciò, che an-
che i pittori in quegli anni fortunosi, pieni
di volontà e di speranza, furono popolo
vivo.

Si ricordano in particolare gli artisti toscani
macchiaioli e meglio tra essi il Fattori, le cui
“battaglie” e le cui “scene di soldati’’ sono
diventate un luogo comune della pittura ita-
liana del Risorgimento; e con lui è giusto
ricordare il Costa, il Signorini, l’Abbati che
perse un occhio nel combattimento di Capua,
il Borrani, il Lega.

Con l’ingresso di Porta Pia, che trasferì
la capitale da Firenze a Roma, altri urgenti
problemi si affacciarono nell’esistenza della
giovane nazione. Il sorgere di nuove fabbri-
che, l’avviarsi dei nuovi commerci, la tra-
sformazione nelle campagne, e soprattutto il
progresso industriale nelle grandi città che
provocò un improvviso e imponente urba-
nesimo di masse operaie, apri uno scottante
problema sociale. Anche in questo caso i
pittori, come i romanzieri realisti, da Verga
a De Marchi, avvertirono la grande passione
umana che in quei problemi si dibatteva, e
ne fecero il nucleo della loro ispirazione. In
particolar modo furono attirati da questi
aspetti del vivere civile i pittori divisionisti
lombardi, in coincidenza, del resto, con la
realtà che a Milano era più evidente che altro-
ve: e ricorrono qui i nomi di Segantini, di
Pelizza, di Morbelli, di Pusterla, di Longoni;
e questa prontezza nel reagire ai grandi eventi
della vita nazionale, torna a onore delle qua-
lità umane di questi pittori.

Un singolare e significativo ritorno agli
ideali del Risorgimento avvenne nei giovani
pittori che affrontarono la vita nel decennio
1930-1940; e dico significativo perché una

Giovanni Fattori: «In avanscoperta » (raccolta privata)

Se per alcuni dipinti Giovanni Fattori si docu-
mentò scrupolosamente sui luoghi stessi del combat-
timento, come avvenne per la battaglia di Magenta,
per molti altri si affidò alla sua fantasia di artista.
D'altronde, fra Livorno e Firenze, non gli manca-
rono le possibilità di raccogliere, nelle caserme o sul-
le piazze d'armi, appunti preziosi di soldati e caval-
leggieri in manovra, che poi utilizzava per i suoi di-
pinti. Eccezionale in questo dipinto l'invenzione poe-
tica, costituita da quel muro bianco di calce colpito
dal sole meridiano, contro il quale si stagliano le

figure dei cavalieri, e il silenzio circostante e minac-

cioso che si intuisce attorno, nella calura, stesa sui
campi.

|

storia, che nella memoria degli italiani aveva
potuto colorarsi come una leggenda favolosa
e remota, tornava a proiettarsi nella fantasia
col suo particolare fascino e aiutava a rinfor-
zare le speranze in una libertà perduta. Nelle



in basso:
Gioacchino Toma: «Luisa Sanfelice in carcere »
(Roma, Galleria Nazionale d'arte moderna)

Il pittore napoletano, in coerenza col suo tempe-
ramento più intimista e crepuscolare, ha scelto tra
gli episodi dei primi moti risorgimentali napoletani
quello più toccante della patriota Luisa Sanfelice,
amica e confidente dei rivoluzionari clandestini, e
militante nelle loro file. Malgrado l'imminente ma-
ternità, fu arrestata e condotta in carcere nel fami-
gerato Castel dell'Ovo, in cui patirono molti pa-
trioti partenopei, tra i quali ci fu anche Luigi Set-
tembrini.



illustrazioni che seguono, in rapida antologia,
diamo alcuni esempi tra i più attraenti delle
diverse opere suggerite da questa storia ai
diversi pittori che si succedettero nel corso
di tre generazioni.





Pelizza da Volpedo: « Il quarto stato» (Milano,

Galleria Civica d'arte moderna).



La seconda generazione degli artisti forma-
tisi durante le guerre del Risorgimento ebbe
dinanzi a sé altri spettacoli che non le esal-

tanti battaglie sul campo. Una diversa e do-
va in quegli anni



lorante verità sociale sorg
} LE Iolt()t Ù
sul finire dell'Ottocento a chiedere un'urgente



soluzione, nell'ideale di una giustizia chie
bracciasse tutti gli nomini. Nato tra Tortona
e Voghera in una plaga essenzialmente agri-
cola, Pelizza da
vicino ai lavoratori, ne espresse il duro tra-
vaglio sociale e questo dipinto del Pelizza

divenne subito celebre per la forte rappresenta-



olpedo fu particolarmente



cione dell'ideale mmanitario che osteneva

que lle masse.

Domenico Induno: «La medaglia» (Milano,

Galleria Civica d'arte moderna)

Girolamo e Domenico Induno furono due
pittori lombardi che guardarono alle Querre
risorgimentali attenti al particolare patetico,
agli episodi minori e familiari più che alle
grandi scene. Restavano in tal modo più vicini
alla condizione popolare, con una pittura
facilmente illustrativa. Tuttavia anche nel
gusto minuto di questi ‘racconti’ in minore
sapevano cogliere aspetti reali, momenti di in-
fensa verità umana, e perciò più graditi e
accolti dal grosso pubblico.



6

Giovanni Fattori: «Assalto alla Madonna delle Sco-
perte » (Livorno, Museo Civico).

I pittori macchiaioli toscani, che si riunivano a
metà dell'Ottocento nel famoso caffè Michelangelo a



Firenze, furono tutti ferventi volontari garibaldini
durante le campagne risorgimentali.

Alcuni di essi riportarono gravi ferite o morirono
in conseguenza dei combattimenti, come Raffaello Ser-
nesi morto nel 1866 a Bolzano, durante la cam-

ei

fi

PIRA P 3

di

moderna)

economiche Porta

d’arte

« Alle
Galleria

cucine
Civica

Attilio Pusterla :
Nuova» (Milano,

Il progresso industriale aveva richiamato a Milano
folle di lavoratori per occuparsi nelle fabbriche che,

a

Det,



una volta raggiunta l'unità d'Italia, cominciavano a
sorgere nelle grandi città del Nord. Nascevano quindi
i primi gravi problemi dell'urbanesimo, rappresen-
tati dalla necessità di sistemare e assistere tutte quelle
persone afffuite nelle città in cerca di lavoro. In que-
sto dipinto il Pusterla, con realismo potente, ha



pagna di Garibaldi in Trentino. I! livornese Fat-
tori dipinse molti episodi delle battaglie del °59, €
lungo tutta la fedele a que-
sti temi, tanto il pittore dei

soldati”.



sua esistenza

che lo si

rimase
chiamò

rappresentato delle soluzioni ideate a Milano
con le “cucine economiche” nei quartieri operai e
periferici. La sua simpatia umana è richiamata da
quelle facce, da quella dimestichezza amichevole fra
persone di diversa provenienza, occasionalmente ra-

dunate attorno ai poveri tavoli di una

una

mensa,

Corrado Cagli: «Battaglia di S. Martino e Solferino» (1936)
(raccolta privata)

Non è un fatto marginale, nel corso delle idee che percorsero
l'arte italiana del nostro secolo, che alcuni giovani artisti ab-
biano risentito il fascino delle guerre risorgimentali : in quei
combattimenti essi ravvisavano lo slancio di un profondo sen-
timento di libertà. Corrado Cagli, pittore della scuola romana,
dipinse questa battaglia nel ricordo di altre battaglie pittoriche,
da Paolo Uccello a Piero della Francesca, trasferendola in un
gusto popolaresco, ingenuo, quasi da battaglia compiuta dai pala-
dini dei poemi epici popolari.

a fianco: Renato Guttuso: «La battaglia di Ponte dell’ Am-
lio» (1952) (ra
Una delle opere che fecero più clamore, sollevando consensi e
contrasti, nella Biennale Veneziana del 1052, fu questa grande
tela in cui il pittore siciliano narra uno degli episodi delle guerre
garibaldine in Sicilia. Il soggetto è affrontato con grande sim-
patia da parte dell'artista e conduce nel ricordo alle grandi
composizioni murali del passato. Esso si anima della vivacità
dei forti colori accesi, e di particolari sugs vi come il giovane
rovesciato con il suo carro d'arance, di l'artista ha raffigu-
rato le sue sembianze,

nella p: 1 i >» un particolare del quadro



Morbe

ica d'arte

II problema
artisti di fine

« Giorni ultimi» (Milano, Galleria

moderna)

sociale, così «
Ottocento,

vo nella sensibilità deg

aveva attirato anche il Mor-

belli, pittore alessandrino emigrato a Milano. I suoi

nel mé

i ospi

temi preferiti
li scelse negl:
presentando il malinconico

assistiti dalla carità pubblica

dei
i cosiddetti

tramonto

n di una realtà così bruciante,
dei vecchi, negli ospedali, rap

disere

“vecchioni

di

alla periferia di 7 anche se

essere sopraffatta d intenti

illustri
prevalente lific ne sentimental
tramandato

tua

una efficace testimoni

sioni sociali e umane.

>

pittura

e da

pore
una

pittore ha



Lo stabilimento
di Savona

ha cent'anni

Lo stabilimento Italsider di Savona ha un
secolo di vita. Le sue origini, infatti, risalgono
a cent'anni fa giusti, al 1861, anno dell’unità
e dell’aprirsi di molte speranze per l'economia
di un paese povero di industrie.

Savona attraversava a quell'epoca momenti
molto difficili, perché sopportava le conseguenze
dell’apertura della linea ferroviaria Genova-
Torino, che le aveva sottratto un’attiva corrente
di traffici con il Piemonte.

In quella situazione, l'iniziativa presa da due
savoiardi, Giuseppe Tardy e Stefano Benech,
di creare una ferriera per la lavorazione del
ferro a pacchetto sulla spianata tra il porto e
la torre di S. Erasmo, fu salutata dai savonesi
come un avvenimento importantissimo per le
sorti dell'economia locale.

Da quella modesta ferriera, che ben presto
prese proporzioni molto importanti, ha avuto
origine l’attuale stabilimento Italsider di Savona.

Nel 1879, per consentire alla ferriera un
maggiore sviluppo, gli impianti vennero trasferiti
su un’area di 22.000 metri quadrati in riva al
mare, tra il molo S. Erasmo e la fortezza di
Priamar, dove ancora oggi ha sede lo stabili-
mento che, entrato a far parte del complesso
Ilva nel 1918, ha naturalmente subito vari
ampliamenti e molte trasformazioni. Oggi esso
occupa un’area di 147.000 metri quadrati, dei
quali 64.000 coperti da fabbricati.

In parte notevole, le nuove aree sono state
ricavate dal mare mediante successivi riempimenti.

Lo stabilimento di Savona è specializzato
attualmente nei tre settori della carpenteria, del-
la fonderia di ghisa (in particolare lingottiere
per acciaio) e delle lavorazioni meccaniche. Dal
1° gennaio 1961, allo stabilimento di Savona
è stato aggregato, come sezione staccata, anche
quello di Vado Ligure.

Molti dei vecchi impianti sono stati demoliti
per far posto ai nuovi, ma uno dei camini della
scomparsa acciaieria, il cui complesso formava in
passato un tipico elemento del panorama di
Savona, è stato lasciato intatto al suo posto e
costituisce ora il ricordo di una tradizione che si
rinnova nel fervore delle nuove attività.

in alto: la ferriera all’epoca della sua ereazione

al centro: lo stabilimento nella nuova ubicazione, dopo
il 1879.

in basso: uno dei primi treni della Genova-Ventimiglia.
I sedici ponti che si dovettero costruire sulla linea da Sa-
vona al confine, per un peso complessivo di 1.200 ton-
nellate, vennero approntati dalla ferriera Tardy e Benech
in soli nove mesi,





L'acciaio di Napoli

ha cinquant'anni

Inche per lo stabilimento di Bagnoli il 1961
costituisce una ricorrenza significativa. Sono
infatti trascorsi cinquant'anni da quando, nel
rQrI, i suoi forni iniziarono a produrre acciaio.
Come è noto, lo stabilimento di Bagnoli sorse
a seguito della legge 8 luglio 1904 che mirava
a promuovere l’industrializzazione di Napoli.
La società anonima “Ilva”, costituita nel 1905
appositamente per attuare il progetto del nuovo
impianto, realizzò lo stabilimento secondo una
ampia e, per quel tempo, modernissima visione.
Bagnoli entrò in funzione nel 1910, ma solo
nel IQII, iniziando la produzione dell'acciaio,
l’impianto prese vita come complesso a ciclo
integrale.

Nella ricorrenza l’Italsider ha curato l’edi-
zione di una pubblicazione celebrativa che
vuol sottolineare l’importanza passata e presente,
e quella ancora maggiore che avrà in futuro
questo nostro centro siderurgico. L’opuscolo rac-
coglie le voci di due uomini del Mezzogiorno, di
due napoletani, uno scrittore, Michele Prisco,
ed un economista, il prof. Glauco Della Porta,
dai loro diversi, eppur convergenti punti di vista.

Prisco, narra, în un lungo saggio rievocativo,
la storia dello stabilimento, della sua nascita,
delle sue ore liete e tristi, del suo risorgere dalle
rovine della guerra. Il prof. Della Porta esa-
mina le prospettive che il previsto sviluppo di
Bagnoli offre all'economia del Mezzogiorno.

Come è stato annunciato, lo stabilimento,
ampliato e potenziato, potrà produrre, entro il
1965, circa 1.500.000 tonnellate di ghisa
1.650.000 tonnellate d’acciaio, più del doppio
della produzione attuale.





in alto: l'inaugurazione del secondo altoforno di Bagnoli entrato in esercizio nel 1910
in basso: la zona di Bagnoli prima del 1907, anno in cui vennero iniziati i lavori per la
costruzione dello stabili









Lavoro

e rivoluzione
industriale













Mentre costituisce ancora tema di vivace

discussione storiografica il problema relativo
all’incidenza rivoluzionaria del movimento
unitario nella vita politica italiana, non pare
negabile che esso abbia rappresentato nel
nostro paese la condizione favorevole per
l’allargarsi di quel processo di ammoderna-
mento delle tecniche produttive già iniziato
in altri paesi europei e comunemente conosciu-
to come “rivoluzione industriale”.

La rivoluzione industriale suscita di solito
nella coscienza dell’uomo medio immagini
di grandi officine meccanizzate, di milioni
di chilometri di nastri d’acciaio che strin-
gono, poco alla volta, il mondo come in un
gomitolo: l’«industrial landscape» con le sue
gru gigantesche e le sue ciminiere.

Forse a causa dell’insegnamento della storia,
inteso per troppo tempo come galleria di “ima-
ges d’Epinale”’, la rivoluzione industriale viene

Una filanda verso la fine del-
l’Ottocento, nel periodo in cui
ebbe inizio la gravissima crisi
dell'industria tessile italiana, in
conseguenza della concorrenza
straniera. Parlare di industrie
italiane del secolo scorso signifi-
parlare del





ca
settore tessile,

a destra: una desolante immagine
di un gruppo di fanciulli impiegati
nei lavori di una miniera, nel se-
colo scorso, Si notano, sul volto
di molti dei giovani ritratti in
questa foto, i segni dello scorbuto.

insomma considerata — a parte recriminazioni
estetizzanti sulla bellezza di certe forme di vita
soppresse tra i fenomeni positivi che la
coscienza non respinge e giudica anzi facenti
onore all'uomo moderno ed al suo genio.

Senza dilungarsi su questa superficiale si-
stemazione del divenire storico, vale la pena
di insistere sulla differente prospettiva con
cui questa rivoluzione viene generalmente
inquadrata rispetto ad altri fenomeni quali il
1789 o la Comune di Parigi.

Ora, se gli storici hanno sentito il bisogno
di definire come rivoluzionario il cambia-
mento intervenuto nel mondo della produ-
zione e del lavoro al momento della com-
parsa della macchina, non hanno solo voluto
caratterizzare con un termine incisivo la bru-
sca accelerazione impressa a certe forme di
convivenza, ma anche ricordare che si trattò
di fenomeno doloroso che ebbe le sue vittime



ti

e ca LUO



n
Re]

* Md at

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i

STIA



ed i suoi eroi, che fu bene e male come lo
sono state tutte le rivoluzioni nella storia
dell’umanità.

Ed è impossibile fare una storia dell’evo-
luzione delle condizioni di lavoro dall’ unità
d’Italia ad oggi se le caratteristiche fonda-
mentali della rivoluzione industriale non ven-
gono prima chiarite nella loro totale eviden-
za. E poiché questo scritto, per i limiti di
spazio e di intenzioni, vuole solo essere un
quadro d’assieme, una sintesi che non ha la
pretesa di seguire tutte le tappe di tale evo-
luzione, ancor più necessario appare mettere
l’accento sui due fenomeni estremi: ieri e
oggi, metà del secolo scorso, metà di quello
in cui viviamo, perché si delinei il cammino
compiuto, si precisi il travaglio di idee in-
tervenuto.

Se la rivoluzione industriale ha avuto ini-
zio in Italia, almeno nella sua pienezza di
fenomeno nazionale, con un certo ritardo e
con aspetti parzialmente diversi da quelli
propri ad altri paesi europei, come movimento
di idee essa si inserisce nel grande filone del-
Illuminismo da cui era scaturito, assieme
ad altri miti, quello dell’illimitata libertà del-
l’industria e del commercio. È con la legge
“Le Chapellier” del 1791 che le corporazioni
vengono soppresse affinché l’uomo sia li-
bero di agire nel mondo economico così
come lo è nel nuovo ordine politico. Lo
scopo è nobile ma questa legge, tipico prodotto
del secolo dei lumi, segna, ad un tempo,
l’apogeo dell’ottimismo illuminista che aveva
spazzato via regimi e diritto feudali e la sua
definitiva condanna ad opera di una realtà
socioeconomica che essa stessa aveva contri-
buito a creare.

Se ne vedano infatti le conseguenze in Italia
dove, per effetto di leggi ispirate a quella
francese, ogni tutela di tipo corporativo ve-
niva a mancare ai lavoratori che entravano
nei nuovi opifici meccanizzati: la concorrenza
delle macchine generava, almeno nei primi
anni, vaste aree di disoccupazione; la neces-
sità di rinvenire il capitale circolante neces-
sario a pagare i nuovi impianti portava ad
una accentuata compressione dei salari; au-
mentavano le ore di lavoro; il lavoro delle
donne e dei fanciulli, meno caro, era larga-
mente preferito.

Le condizioni di lavoro, in questa prima
fase del processo di industrializzazione, non
sono esattamente documentabili perché an-
cora poco numerosi, purtroppo, sono gli studi
monografici regionali, ma alcuni elementi,
che è possibile indicare, ci paiono sufficienti
a caratterizzare quel periodo che, nel nostro
paese, dura almeno fino alla fine del seco-
lo XIX.

È l’industria tessile quella che ha maggior
sviluppo in Italia in questo periodo; si tratta
appunto di un settore dove più facilmente è
possibile sostituire il lavoro maschile con
quello femminile e minorile.



qui sopra: le condizioni di lavoro disagiate spinsero i lavoratori a riunirsi in corporazioni, in sindacati che, al loro Le statistiche del 1876 e del 1900 ci danno
apparire, furono combattuti come movimenti sediziosi, anche per la violenza assunta dalle prime manifestazioni un quadro abbastanza preciso della compe ISI-
operaie. Nella foto una fabbrica occupata dagli operai durante uno sciopero. zione del personale di tali industrie. Nel

in alto e nella pagina accanto: due significative immagini del lavoro minorile nell'Ottocento 1876, Su 290.301 dipendenti dell’industria

tessile (seta, cotone, lana, lino e canapa),
161.361 sono le donne e 82.315 sono i ra-
gazzi. Nel 1900, su 387.279 dipendenti dello
stesso settore, 246.397 sono le donne, 62.527
i ragazzi.

Circa l’età di questi ultimi, occorre ricor-
dare che solo nel 1886 venne approvata una
legge che fissava «@ 9 anni l'età minima per
opifici industriali e limitava



l’impiego negli
ad otto ore di lavoro la giornata dei ragazzi
dagli 8 ai 15 anni.

Prima dell’entrata in vigore di quella legge
e anche dopo (ché la mancanza di ogni con-
trollo rese virtualmente inoperanti le disposi-
zioni in essa contenute), la giornata lavorati-
va non fu mai inferiore per uomini donne e
ragazzi alle 12-14 ore al giorno.

Se si tiene presente che nessuna legge tu-
telava l’igiene e la sicurezza dei lavoratori e
che nessuna previdenza esisteva in loro favore,
il quadro tracciato da G. Sacchi nel suo
scritto: « Sullo stato dei fanciulli occupati
nelle manifatture » (1842) non può non sem-
brare veritiero: « Le mansioni a cui i fanciulli
venivano adibiti erano di tale indole mac-
chinale, da ridurre in breve tempo all’ebetismo
quei poveri esseri. Il lavoro si protraeva nel-
l’inverno per 13 ore e nell’estate da 15 a 16...
L’essere gli ambienti, in cui il lavoro si svol-
geva sempre fino a tarde ore, molto sovente
umidi e malsani e altre cause, come il levarsi
di gran mattino, la vita necessariamente se-
dentaria ed il lungo permanere in posizioni
incomode davan ragione del temperamento
eminentemente linfatico, che presentavano in
generale gli individui addetti alla torciatura
delle sete i quali andavano soggetti con la
massima frequenza ad indurimenti ghiandolari,
alla scrofola, alla rachitide ed ai tumori
freddi... Meno duro di per se stesso era il
lavoro cui si adibiva un grandissimo numero
di fanciullette nelle filande di seta... Il lavoro
durava dalle 12 alle 15 ore... L’età di queste
fanciullette e bambinelle era qualche volta
tenerissima, variando per lo più dai s ai 12
anni... A queste ragazzine si lasciavano solo
5-6 ore di sonno al più... Minore era il nu-
mero dei fanciulli occupati nelle filature di
cotone sempre ragguardevole tuttavia, poiché
costituivano i 2/5 delle maestranze. Questo
lavoro tornava veramente micidiale per or-
ganismi tanto teneri di età. I fanciulli tratte-
nuti per lunghissime ore framezzo al pol-
verino di cotone, erano colpiti da gravi ma-
lattie degli organi della respirazione e finivano
di frequente la loro esistenza per emottisi
cronica... ».

Poiché i salari erano tenuti a limiti molto
bassi, i lavoratori dell’industria furono per
lunghi anni ancora legati al mondo agricolo
dalla necessità di integrare i magri redditi e
costituirono una massa fluttuante ed instabile
che alternava periodi di indigenza a momenti
appena più sopportabili.

Nel 1889 un osservatore straniero, il Som-
bart, scriveva: « Appena può gloriarsi un al-
tro paese di un così alto: cantico di miseria,
come quello che possiede l’Italia nella sua
inchiesta agraria. Ora vengono messe a nudo



20

le magagne e le piaghe dell’Italia industriale.
Miserabile come nessun altro è il suo prole-
tariato industriale. Per ogni dove, nella terra
dove splendido irraggia il sole, una fosca
miseria avvolge la vita sociale ».

Le idee individualistiche, retaggio, come
s'è detto, dell’Illuminismo, impedivano an-
cora alle classi dirigenti di avvertire l’esistenza
di altri problemi nell’industria che non fosse-
ro quelli direttamente legati alla produzione.

L’intervento della legge nell’attività eco-
nomica contraddiceva idee in loro profonda-
mente radicate e sembrava poter rimettere in
discussione quella “libertà” per il cui trionfo
tanto si era lottato e di cui esse erano pro-
fondamente gelose.

Non mancavano coloro che si rendevano
conto delle condizioni fatte a chi viveva di
lavoro; ma si trattava di voci isolate, ispirate
più da pietà cristiana che da un’autentica
sensibilità sociale.



Sembrava quasi che una nuova moralità si
venisse sostituendo a quella tradizionale e che
lo sfruttamento dell’uomo fosse giustificato
al moderno imprenditore dal superiore in-
teresse dell'economia.

Il “salariato”, questo nuovo personaggio
della scena storica, fu pertanto, sin dalla na-
scita, spinto verso posizioni estremiste.

Si pretendeva che egli fosse libero di con-
trattare liberamente la propria remunerazione,
le sue condizioni di lavoro; lo si privava in
effetti di ogni pratica possibilità di reazione.
La sua “libertà” era del tutto teorica.

Comincia allora la fase di incubazione delle
idee associative, dei sindacati, delle corpora-
zioni.

Il concetto di solidarietà deve aver avuto
un’evidenza particolare per uomini che as-
sieme sopportavano una vita stentata e scarsa
di speranze.

La prova della efficacia della loro iniziativa
è dimostrata dalle stesse misure repressive
prese contro sindacati e corporazioni fin dai
loro primi timidi passi.

Le classi dirigenti non dovettero aver
dubbi sulla necessità di condurre una lotta
a fondo contro questi tentativi di associa-
zione di cui esse vedevano per il momento
soltanto gli aspetti sediziosi, anche per la par-
ticolare violenza assunta dalle prime manife-
stazioni operaie.

Ma la presenza di un problema sociale
comincia a farsi sentire e si avverte parimenti
la necessità di ripensare al problema della li-
bertà individuale in funzione della condi-
zione economica dei cittadini: si parla già
di “libertà dal bisogno” anche negli am-
bienti liberali più avanzati.

Nel 1891, la “Rerum Novarum” di Leo-
ne XIII, testimonia che la suprema autorità
spirituale del mondo cristiano ha avvertito
la necessità di indicare agli uomini di buona
fede l’equivoco morale che poteva nascon-
dersi dietro un’interpretazione massimalistica
della dottrina economica liberale.

Da quel momento il sindacato, questo in-
truso accusato di voler compromettere l’ar-
monia del mondo economico, non poté più

essere presentato come uno strumento sata-
nico di distruzione alle masse dei lavoratori
italiani, legate alla religione e soprattutto alla
Chiesa. Ai sindacati «rossi» si affiancarono,
nelle lotte condotte per ottenere più umane
e giuste condizioni di lavoro, i sindacati cri-
stiani.

Si può dire che le leggi per la tutela fisica
e morale del lavoratore siano state anche la
conseguenza di quelle lotte e del loro progres-
sivo comporsi nell’ordinamento democratico
dello stato. Aprendo una parentesi, si potrebbe
aggiungere che la stessa struttura industriale del
paese, di quelle lotte si è in un certo senso
avvantaggiata perché l’imprenditore ha cer-
cato in una più moderna attrezzatura e in
una più razionale organizzazione quella ca-
pacità di concorrere che prima otteneva col
comprimere i salari.

Imprenditori e sindacati infatti, dopo essersi
affrontati “sulle barricate”, su posizioni cioè
di assoluta incomprensione, hanno ceduto
alla logica che la situazione stessa imponeva.
Mentre la loro lotta incideva sulle strutture
politiche del paese e sensibilizzava categorie
sempre più vaste di cittadini ai problemi so-
ciali, un ripensamento delle rispettive posi-
zioni aveva luogo nei due opposti campi.

Il primo contratto collettivo di lavoro, quello
concluso dalla società Itala a Torino nel 1906,
è il sintomo più evidente che qualcosa di nuo-
vo era avvenuto nel mondo dell’industria ita-
liana. Gli estremisti d’ambo le parti che pure
biasimavano quel fatto furono costretti ad av-
vertire come quella fosse la base su cui era neces-
sario costruire una nuova struttura dell’ordine

sociale. La libera contrattazione della propria
remunerazione e delle condizioni di lavoro,
a dispetto delle catastrofiche previsioni di eco-
nomisti troppo legati alla lettera del libera-
lismo, risultava invece sempre più rafforzata
dalla vigile presenza dei sindacati.

Con Giolitti il “non intervento dello stato”
acquistava il significato nuovo e profonda-
mente democratico di non interferenza nei
rapporti tra sindacati padronali e sindacati
operai. Nell’Italia democratica prefascista il
sindacato si era quindi stabilmente inserito
nella dialettica delle forze che condizionavano
la politica dei governi.

Il tentativo compiuto dal fascismo di far
sparire i sindacati dalla vita del paese e di
affidare alla sensibilità della burocrazia e del
governo la produzione delle norme sulle
condizioni di lavoro, costò agli operai una
grave riduzione dei propri redditi reali. Il
ristabilimento della vita democratica nel paese
e il ritorno alla libertà sindacale furono quindi
sentiti nel 1943 come due aspetti di un unico
problema.

Dal 1943 ad oggi molto cammino è stato
compiuto.

Il rapido progresso tecnologico ha determina-
to un profondo cambiamento anche nel campo
dell’organizzazione del lavoro. Non solo le
obiettive condizioni di lavoro sono state
attentamente studiate e migliorate nelle più
importanti aziende nazionali, ma con le nuove
tecniche di conduzione del personale e con
nuove forme di rapporti con esso instaurate
si è cercato e si cerca di adeguare il clima
aziendale alla realtà democratica del paese.



Negli ultimi decenni molto cammino è stato compiuto anche nel campo dell’organizzazione del lavoro, in conseguenza
del rapido progresso tecnologico e delle nuove tecniche di conduzione del personale. Nella foto: un operaio ad un qua-
dro di controllo.

Italia 01

pere

Ve EIA i

Torino torna ad essere al centro dell’atten-
sione degli italiani. Nella prima capitale del-
l’Italia una e libera, nella città del primo
Parlamento nazionale, si celebra il Centenario

Li

4
I
1
»

dell’ unità con una serie di manifestazioni €
mostre destinate ad affiancarsi alle grandi espo-
sizioni di questo genere organizzate nel passato,
come l° Esposizione Nazionale che si tenne a Fi-
renze nel 1861, l’anno stesso dell’ unificazione
italiana, l’ Esposizione Nazionale di Milano del
188I, l’Esposizione di Torino del Cinquantena-
rio, nel IQII, per citarne alcune fra le più note.

Luciano Rebuffo che ha visitato per noi il
compiesso di «Italia 61» ce ne offre una sin-
tetica descrizione, mentre Vincenzo Sinisgalli,
che ha collaborato alla organizzazione delle
manifestazioni torinesi, ci parla dell’ imposta-





zione di questa vasta esposizione e delle ragioni
per cui essa si differenzia dalle manifestazioni
del passato.

Una realtà di lavoro e di produzione

Da Palazzo Carignano alla passerella sul
torrente Sangone il cammino è lungo, e non
solo topograficamente. Ma il filo conduttore
c'è, e non € solo quello concretamente indi-
cato nelle guide della mostra, attraverso il

quale passano og



giorno migliaia di persone:
è un filo ideale che traccia la storia del no-
stro paese dalla sua unità politica in avanti,
attraverso la fatica e il lavoro di intere gene-
razioni, fino alla realtà di oggi, una realtà
di fabbriche, di impianti, di sviluppi tecnici
e scientifici. Una realtà di lavoro e di pro
duzione, al centro della quale sta



sempre
l’uomo, in questo caso l’uomo italiano con i
suoi problemi ed il suo modo di affrontarli,
cioè la sua “civiltà”; l’uomo che lavora,
che COSEruisce, che pr‘ rduce, If una par. lla
“l’homo faber”.

L’unità d’Italia, proclamata nel 1861, av-
venne infatti in un momento di particolare
sviluppo, sul piano mondiale, delle nascenti
industrie, e pose per noi il problema di pas
sare da una società contadina ad una indu
striale: per cui penso che la nota massima di
D'Azeglio sarebbe stata più giusta se avesse
suonato così: « Ora che si è fatta l’Italia, bi-
sogna fare l’industria italiana, tecnici ita-
iani ». An



liani, gli operai it perché gli

italiani erano gi

fatti da un pezzo.



Ed ecco appunto che, mentre la Mostra
Storica di Palazzo Carignano ci mostra le
varie fasi della lotta militare e politica per



#3



Tutte le nazioni hanno portato a «Italia 61» il loro contributo, allestendo particolari padiglioni, ciascuno con







un tema ben defi nel grandioso edificio dell'Esposizione Internazionale del Lavoro. Fra le partecipazioni
straniere più significative sono da sottolineare quelle della Gran Bretagna, dedicata alla ricerca sciev a, degli
Stati Uniti (lo sviluppo tecnologico). della Finlandia (il tempo libero), della Germania Occidentale (orientamento
e formazione professionale). Nelle foto alla pagina precedente e qui sopra: due composizioni in ferro del padi-
glione britannico. Dopo aver illustrato con singolare effica e chiarezza gli aspetti più significativi della ricerca
ntifica nel mondo moderno, la Gran Bretagna rivolge uno sguardo al futuro. Con l'aumentare dell’ impor-
tanza delle scienze sociali collegate alle nostre nuove conoscenze nel campo della biochimica e dell'elettronica,
potremo imparare come organizzare la società umana in modo che i vantaggi portati dalla scienza non siano
perduti o male applicati. L'uomo è in bilico sull'orlo dello spazio. In confronto all’imn tà dell’universo, i
suoi viaggi astronautici saranno pressoché nulla, ma in confronto al suo passato, saranno un fatto storico di
ineguagliabile importanza. Saranno l’inizio di... che cosa? Dell’uomo cosmico? Di un nuovo stadio dell'evoluzione?
Chi può saperlo? Il più grande sconosciuto è l’uomo stesso. La mostra britannica si chiude quindi con una nota
solenne. Molti problemi rimangono da risolvere, e fra questi l’uso del potere che la scienza ha dato all'umanità.
Dall’oscurità di questa parte della mostra, appena rischiarata da una fiamma che illumina l’uomo leonardesco,
si esce alla luce: un simbolo della nostra speranza che questi problemi possano essere risolti.







sci











l’unità, quella delle regioni sintetizza, in modi
diversi, la vita e il lavoro delle nostre genti
nei loro ambienti particolari, e l’Esposizione
del Lavoro infine mostra, nei padiglioni ita-
liani, gli obiettivi raggiunti oggi dalle di-
verse industrie nazionali, con particolare ri-
ferimento ai risultati conseguiti nel campo
della ricerca scientifica e dei più recenti svi-
luppi tecnologici.

Vediamo di percorrere ora insieme,
quanto velocemente, questo filo conduttore.

Cominciamo da Palazzo Carignano, oppor-
tunamente restaurato per l’occasione: la Mo-
stra Storica occupa tutto il piano nobile. La
prima sezione illustra le lontane premesse
del nostro Risorgimento: il Settecento, l’enci-
clopedismo, i lumi. Proprio qui si sottolinea
il legame tra fatti squisitamente scientifici
come l’enciclopedia di Diderot e D’Alembert
e fatti politici come la nascita della coscienza
rivoluzionaria e nazionale. Attraverso la sala
di Vittorio Alfieri si entra nel periodo napoleo-
nico, che tanta influenza ebbe nella creazione
di una coscienza nuova e unitaria.

per

Nelle sezioni successive “la preparazione ”
e “le correnti di ci passano davanti,
attraverso un materiale prezioso e paziente-
mente raccolto, i tempi del romanticismo e
della Carboneria, oltre alle speranze e alle
delusioni legate a Carlo Alberto e Pio IX.

Ed ecco “la rivoluzione democratica” che
illustra i fatti del ’48: giustamente si è illu-
strato il ’48 su un piano europeo, perché
europei erano lo spirito e la portata di quegli
avvenimenti, a carattere liberale e nazionale.
In questa ambienti
particolarmente toccanti: la camera (integral-
mente ricostruita) morì ad Oporto
Carlo Alberto, e la sala del Parlamento Su-
balpino.

idee”

sezione si trovano due

dove

Poi appaiono i grandi artefici, ormai fami-
liari a chiunque: Vittorio Emanuele II, Ca-
vour, Mazzini e Garibaldi, e con essi i fatti,
i sussulti, le imprese ora diplomatiche ora
militari che portarono all'unità. La
mentazione è ricchissima, forse per la prima
volta raccolta su scala così vasta, sia per i docu-
menti manoscritti o ufficiali che per i giornali,
le riviste, i quadri, le stampe. Un’intera sala,
ricca di materiale, è dedicata all’epopea gari-
baldina.

docu-

Così si giunge al più vasto dei saloni, dedi-
cato all’unità d’Italia, dove si raccoglie pro-
prio quella documentazione che parla dello
sforzo economico e produttivo compiuto do-
po l’unità, dove ai nomi dei politici e dei
generali si sostituiscono quelli di industriali,
di armatori, di finanzieri, e al fragore delle
armi succede quello del lavoro e delle prime
macchine, delle prime industrie.

Da questa documentazione dello sforzo
economico compiuto dal paese dopo il ’61
alla documentazione fornita dalla Mostra
delle Regioni il filo è veramente diretto, co-
me si diceva.

La Mostra delle Regioni è sistemata in di-
ciannove padiglioni, posti nella zona nuova
della mostra, proprio sul cuneo di terra for-
mato dal torrente Sangone e dal Po. I padi-







Il palazzo costruito da Pier Luigi Nervi, di cui pubblichiamo qui sot-
to una veduta completa, ospita l’Esposizione Internazionale del
Lavoro. È una costruzione ardita e originale, con caratteristiche
tecniche del tutto particolari, resa possibile soltanto dall’esistenza
di materiali del nostro tempo come l'acciaio e il cemento armato.

dla

w arfrzcore n

ì n modo assolutamente
pderno, di un elemento antichissimo quale la colonna (foto in alto). Le
colonne del palazzo sono le più alte mai costr nel mondo: hanno
un'altezza di 26 metri, contro i 21 delle colonne più alte della storia,
quelle del Tempio di Amun a Karnak che risale al 1300 circa a.C.



24

glioni, moderni, luminosi, prefabbricati e facil-
mente dall’architetto
Renacco, sono strutturati su grandi putrelle
fornite dall’Italsider.

smontabili, progettati
d’acciaio

Tale Mario Soldati
nella presentazione del catalogo, non vuol

mostra, come osserva
essere una esposizione folcloristica o artigia-
nale, ma una mostra culturale e informativa,
che dovrebbe interessare il pubblico più va
sto e p.rsone della più diversa cultura. E ciò
chiedendo ad ogni regione di trattare temi
monografici su argomenti storici, culturali,
di costume, di tecnica, e partendo dal prin-
cipio che l’unione favorisce ed esalta la varietà.

Percorrendo i vari padiglioni, il visitatore
infatti
diverse particolarità della nostra gente, delle

riceve nettissima la sensazione delle
specifiche caratteristiche delle varie regioni,
oltreché fatica

domare le

della diversa dell’uomo per

condizioni naturali dell'ambiente.
Così, mentre certe regioni illustrano abbon-
dantemente, con materiale

vario € ampie

fotografie, gli aspetti più fascinosi della loro
civiltà artistica passata, come la Sardegna, la
Sicilia, il Lazio, l'Umbria, la Toscana, l'Emilia
Romagna, altre mettono l’accento sugli svi-
luppi recenti della vita economica e
come la che presenta la
lotta dell’uomo per il controllo dell'ambiente,
la Lucania che affronta i problemi di sviluppo

loro

sociale, Calabria

delle comunità rurali, la Campania che svolge
il tema della casa e dell’albero, la Lombardia
che spezzetta il proprio padiglione per argo
menti, mostrando via via gli sviluppi del
teatro, dello sport, dell’urbanistica, della scuo-
la, dell’industria ecc., il Piemonte che ci parla
del suo pionierismo industriale, la Liguria
che affronta il tema della navigazione, pre-
sentando un navali (alcuni
dei quali molto pregevoli) che vanno dalle
caravelle fino alla “Leonardo da Vinci”. Nel
padiglione ligure, che illustra con vari pan-
nelli il proprio potenziale industriale, va no-
tata
siderurgico Italsider «Oscar Sinigaglia» di
Cornigliano e una bella ‘parete’ di lamie
rino d’acciaio.

a serie di modelli

una grande ‘panoramica” del centro

Così ancora la Puglia parla dell’espansione
commerciale verso l’oriente mediterraneo, gli
Abruzzi e Molise umane, la
Valle d’Aosta del suo artigianato e delle guide
alpine, il ‘Trentino-Alto
Marche e il Friuli-Venezia Giulia del
chio e nuovo nella vita delle popolazioni.

delle risorse
\dige del legno, le
vec-

Del tutto particolare il padiglione del Ve
neto, che ha affidato all’architetto Scarpa il
compito di rappresentare simbolicamente “il
magistrato delle acque”, In esso solo l’ar-
chitettura e la decorazione contribuiscono a
creare il senso e l'atmosfera delle acque: ampi
spazi aperti, vetrate colorate, la grande ca-
scata di un lampadario “fantastico”, un rivo
d’acqua, una fontana di intrecciatissimi rot-
tami di ferro, ispirata ad una composizione
di Vedova.

Ma ogni padiglione delle regioni, pur nella
sua particolarità, dà chiaramente il senso del
lavoro e della fatica italiani, dove non manca
mai la nota della gentilezza, dalla forma per

pane ai marchi del burro, dall’oliera al giogo
per dall’antica polena al
“dritto di prora”.

buoi, moderno

Là dove si dimostra, per dirla col poeta,
che l’operaio italiano è frutto di una felice
combinazione di estro e di pazienza, di osti
nazione e di astuzia; e che il popolo è arri-
vato ad abbracciare il mito della civiltà mec-
canica proprio per la sua disposizione inge-
nua e furba insieme.

E da qui all’Esposizione Internazionale del



Lavoro il passo è breve, non solo metafo
camente.
nel grande palazzo appositamente costruito
Nervi, e

Lavoro”.

Essa sorge sulle sponde del Po,

dall’ingegner che resterà come
“Palazzo del

Ci sembra che valido simbolo del tema espo-
sitivo sia costituito dal palazzo stesso: una
sicuramente originale,

con caratteristiche tecniche del tutto parti-

costruzione ardita €
colari, e comunque resa possibile soltanto
dall’esistenza di materiali del nostro tempo
come il cemento armato, l’acciaio, il vetro.
Quello che è sorprendente in questo palazzo
è l’impiego, in modo assolutamente moderno,
di un elemento antichissimo quale la colonna.

Su una superficie quadrata di 160
di lato, 16 elementi bastano a
una copertura che racchiude un volume pari
î metri cubi. Ogni colonna di ce-
mento, dal gambo con sezione a croce ma le
cui quattro nervature vanno rastremandosi
dalla l’alto fondersi in un
cilindro, dal quale nasce la testa di un capi-
tello d’acciaio formato da
in un quadrato, sopporta 160c
tura. L'altezza
metri e le colonne sono perfettamente indi-
pendenti, unite soltanto da vetri. La lumino-
sità del vastissimo ambiente è sorprendente.

Nell’interno è stata realizzata l’Esposizione
del Lavoro, articolata in ventun padiglioni
esteri (o di organizzazioni
Onu o l’Oece) e dieci padiglioni italiani.

metri

sorreggere

a 65c



base verso per
mensole inserite
mq. di coper-





di ciascun elemento è di 26

collettive come

I padiglioni italiani, sui quali troneggiano
le felici composizioni simboliche di Tovaglia
\lbe Steiner, di Melotti o di Bruno Mu
pre-

o di
nari, sono articolati anch’essi in base a

cisi temi, tutti inseriti nel discorso generale,
che vuole illustrare le più importanti conse-
guenze delle conquiste tecniche e sociali.
Dalla ‘ricerca scientifica” allestita dalla
Pirelli si passa alla “organizzazione industriale,
la produttività e il mercato” realizzati dalla
Olivetti, dalle “fonti di energia” si passa ai
“trasporti” ordinati dalla Fiat e alle ‘“comu-
nicazioni”” ordinate da Rai, Stet e Stipel fino
alle ‘condizioni di lavoro” realizzate dal
Bureau International du Travail e al “tenore
di vita”
Vogliamo qui fare un cenno particolare

a cura dell’ Eni.
sul padiglione delle realiz-
zato dall’Assider e dalla

Esso, esponendo materie prime solo oggi
sfruttate, come l’alluminio, il
fertilizzanti; oppure materie prime esistenti
ma ora rinnovate, come l’acciaio; o ancora

“materie prime”
Montecatini.

cemento €

materie prime interamente nuove come la
plastica, vuol dimostrare che di fronte alle
necessità sempre crescenti dell’uomo, il pro
gresso nel campo delle materie prime è stato
provvidenziale. E ciò è avvenuto sia creando
muove materie, sia migliorando quantitativa
mente e qualitativamente
Così, ad esempio, per quanto riguarda i ma-
teriali ferrosi, essi si sono accresciuti di nu-
mero e affinati, mentre l’acciaio si è arricchito

quelle esistenti.

di nuove qualità ed è stato reso adatto agli
impieghi più diversi.

\ccanto a questa
tecnici, industriali e sociali del paese, stanno
i padiglioni esteri, a dimostrare quanto si sta
zando in tutti i paesi del mondo, dalla
ricerca scientifica in Gran Bretagna allo svi-
luppo tecnologico Stati Uniti; dalle
realizzazioni dell'URSS all’indu
stria navale del Giappone; dal problema della
casa in Danimarca al lavoro intellettuale in
Francia, dalle condizioni sociali in Jugoslavia
al problema dell’orientamento e delle forma
zioni professionali in Germania o del temp
libero in Finlandia.



sforzi



rassegna de;



rea

negli
scientifiche

Così l’ Italia ha realizzato, nella città della
Mole, un ampio consuntivo della sua attivi-
tà, del suo lavoro, del suo fervore in cento
anni di vita unitaria.



Un’enciclopedia dell’Italia

Rassegne del genere assomigliano poco al-
le esposizioni che si facevano una volta. Pro-
dotti di massa, informazioni di massa, persi-
no ideologie di massa hanno contribuito a
mutarne se non le caratteristiche certamente
lo spirito. Le caratteristiche, cioè alcune tro-
vate scenografiche, permangono. C’è ancora
l’edificio colossale, la musica che suona, Vil
luminazione a giorno, il viaggio veloce, il
parco divertimenti, il ristorante caratteristico,
ma le intenzioni, dove sono più? La fede
“nelle magnifiche sorti e progressive” è per-
lomeno più difficile a dirsi, restia a rivelarsi.

Chi visitava una esposizione fino a so anni
fa era disposto a divertirsi davanti alla Tour
Eiffel o al borgo medioevale. Ora una mostra
che diverta, uno spettacolo semplice e dalla
vicenda o dall'immagine nota a tutti, non è
nelle intenzioni di nessuno, né di chi l’orga
nizza e neppure di quelli che la vanno a visi-
tare. Le mostre sono in mano agli ingegneri
che le fanno funzionare come orologi e ai
sociologhi che le caricano di significati. Sono
mutate, come sono mutate le condizioni am-
bientali in cui si svolgono e le persone a cui
si rivolgono. Che siano mutate è fuori dubbio,
se siano mutate in meglio o in peggio è poi
un discorso che ognuno potrà fare per suo
conto, dato che esse dipendono in definitiva
dal giudizio del maggior numero di spetta-
tori possibili.

Queste mostre di Italia 61, tanto varie e
tanto complesse nel loro svolgimento, non
sono un repertorio di nozioni, vogliono ri-
spondere davvero a un bisogno, e si potreb-
be dire a un disegno, nel documentare la
realtà. Fornendo il maggior numero di ele-
menti per conoscere e giudicare questa realtà
gli organizzatori di esse hanno avuto in men-
te un tipo di visitatore consapevole che,
consentendo o dissentendo con essi, senza
partiti presi potesse dare più ferme basi ai
propri orientamenti morali ed estetici. Atten-
zione allora, si tratta qui di leggere una enci-
clopedia, non di una visita a Disneyland!

Proprio come una enciclopedia del resto
le mostre sono state allestite da specialisti che
vi hanno profuso tesori di esperienza. Il la-
voro di organizzazione è stato diviso per
settori e, badando chi alla costruzione di edi-
fici, chi alla diffusione propagandistica, chi
all’allestimento dei padiglioni, chi all’ assisten-
za dei visitatori e chi alla gestione dei servizi,
si è ottenuto un meccanismo tanto massic-
cio quanto tempestivo.

Un meccanismo massiccio, quasi che To-



rino avesse uno scopo da raggiungere, dimo-
strare che un complesso anche vario, non
necessariamente produttivo, si può far fun-
zionare come una qualsiasi altra azienda.
Gli investimenti sono noti: migliaia di uomini,
tra dirigenti, operai e personale, centinaia di
migliaia di tonnellate di cemento e ferro,
migliaia di chilowattore, migliaia di metri
cubi d’acqua, migliaia di alberi trapiantati,



chilometri di filo, migliaia di metri quadrati
di vetro, chilometri di fotografie, tonnellate
di legno, migliaia di barattoli di vernice.
L’organizzazione della mostra ha pianificato
tutto, dall’erezione delle colonne di Nervi
al calendario dei congressi. Com'è noto il
Palazzo del Lavoro, i padiglioni delle re-
gioni, il chilometro di ferrovia monorotaia
sopraelevata, i vari chilometri di
asfaltate, sono stati eseguiti a tempo di record.
Quanto alle cose messe in mostra, che sono
quelle su cui il visitatore è chiamato a pro-
nunciarsi, la singolare moltiplicazione di temi
che la nostra epoca presenta si è ripercossa
nelle migliaia di immagini e documenti messi
negli stand, nell’intento e anche nell’illusione

strade

di esaurire almeno quantitativamente tutta
una massa contradditoria di
scibile. Si è così prodotta quell’enciclopedia
di autori, opere, movimenti storici, spirituali,
artistici, che si diceva, più per aggregazione
che per scelta. Vorrà dire che per stabilire
una certa nozione della storia e della cultura
degli ultimi cento anni tuttora in movimento,
per evitare che si sfoglino queste migliaia di
pagine come una filza di schede, per impe-

enorme e

dire che queste opere valgano solo come ser-
batoio di curiosità, occorre la collaborazione
attiva di tutti gli italiani, che del resto già
hanno indirettamente contribuito alla loro

creazione col contributo fornito

attraverso lo stato,

cospicuo

qui sotto: una forma per il burro nel padiglione della Lucania

nella pagina accanto: 1



veduta notturna di un padiglione della ’’Mostra

delle Regioni”, I padiglioni, prefabbricati. facilmente smontabili e progettati
dall’arch. Renacco, sono strutturati su grandi putrelle d’acciaio fornite
dall’Italsider tramite la società Costruzioni Metalliche Finsider (C.M.F.),
mandataria per la progettazione e la vendita delle costruzioni metalliche. La
Mostra delle Regioni non vuol essere una esposizione folcloristica, come osser-
va Mario Soldati che ne ha curato il catalogo, ma una mostra culturale.






26




Il carretto

siciliano



A Palermo, se volete vedere un carretto si-
ciliano, dovete andare al museo Pitré. Là, dove
sono raccolte con cura tante testimonianze del
costume, del folclore, dell’arte popolare di Si-
cilia, vicino alle insegne di negozi, ai santini,
ai quadretti “ex-voto” e alle forme di pane
troneggia un vecchio carretto. Dopo aver per-
corso le strade assolate dell'isola, il vecchio
carretto è venuto a fermarsi qui, all'ombra dei
muri bianchi ; sui suoi intagli e sui disegni vivaci
il tempo ha steso una nostalgica patina.

Non cercate i carretti nel centro di Palermo,
né a Catania, né a Messina : gli autocarri, le
“api”, le moto li hanno sostituiti, li hanno
scacciati, li hanno fatti fuggire verso i paesetti,
sulle strade dell'interno, come il cinema e la
televisione hanno confinato in periferia il vec-
chio “teatro dei pupi”

Ma se percorrete le strade di Sicilia, nelle
campagne dove il tempo sembra durare di più,
dove il colore dei fiori è più vivo ed accecante,
ed assordante il canto delle cicale ; se passate
per i paesetti antichi come Bagheria, Partinico,
Castelvetrano, la Piana degli Albanesi allora
vi è dato ancora di incontrare spesso, trainato
dall’impennacchiato cavallo, il vivace carretto
siciliano.

Esso assolve ancora una funzione di trasporto

CESTI RE RI

ERA a

a basso costo, per il contadino, per il commer-
ciante locale : porta i gruppi familiari sul campo,
e li riporta a casa quando l'ombra si fa lunga
sull'asfalto ; trasporta vino, olio, frutta sapo-
rosa, e biondissimi covoni di grano.

Perché il carretto siciliano, con le sue deco-
razioni così elaborate, è sempre stato un mezzo
di lavoro, uno strumento umile al servizio del
lavoratore nelle sue fatiche quotidiane.

Con la progressiva scomparsa del carretto,
in Sicilia, scompaiono tre mestieri antichi : il
costruttore di carri, l’intagliatore e il pittore.

Le tre fasi di costruzione del carretto, infatti,
riguardavano appunto questi tre artigiani : il
primo era în sostanza un carpentiere in legno,
che costruiva il carro secondo tutte le regole,
e tenendo conto di tutte le successive esigenze
di decorazione. Il timone, ad esempio, doveva
essere abbastanza alto per portare |* elabo-
ratissimo “ferro” intrecciato di arabeschi ; la
parte posteriore abbastanza larga per portare
la “chiave” riccamente intagliata ; i raggi delle
ruote dovevano essere appena abbozzati, per
lasciare all’intagliatore il lavoro di rifinitura.

Il legno impiegato era quasi sempre di solido
carrubo.

Le ulteriori fasi di lavorazione riguardavano
due veri e propri artisti popolari.

L’intagliatore doveva scolpire, con sgorbie,
punte, coltelli, quasi tutte le parti esterne del
carro : ed ecco i raggi popolarsi di volti strani,
di chimere, di maschere ; e le mensole diventare
asilo di angeli, e le “chiavi” animarsi della vita
di una taverna 0 di un campo, con vere scene
di genere ; e varie testine femminili adornavano
il taglio delle fiancate.

Pur in uno stile popolaresco ed immediato è
spesso rintracciabile in queste sculture, specie
per le teste, l'influenza dell’arte greca da una
parte e della scultura sacra medievale dall'altra.

Poi veniva il lavoro del pittore: diremmo il
più immaginoso, il più vivace, il più emozionante.
Tutti i colori di questa terra bruciata dal sole
si ritrovano nelle varie parti del carretto : ecco
i raggi luminosi, le stanghe arabescate fino al-
l’inverosimile, tutte le sculture dipinte vivace-
mente, e anche le parti interne del carro, quelle
che si usureranno presto a contatto con la mer-
canzia trasportata, sono coscienziosamente di-
pinte, come in un istintivo bisogno di non la-
sciare nulla di non decorato.

Le parti interne, solitamente, sono decorate a
disegni geometrici vivacemente colorati : losanghe,
triangoli, scacchiere con tutti i colori dell’iride,
e sul fondo quasi sempre un grande sole giallo,
coi raggi dorati.

Ma il capolavoro del pittore di carretto sono
le fiancate. Qui egli esercita tutta la sua fan-
tasia, sfogandosi nei colori e nei dettagli, ma
non “liberamente”, perché è legato sempre alla
rappresentazione di un fatto, di un avvenimento.
Sulla fiancata, insomma, il pittore diventa can-
tastorie: narra al popolo, per immagini, una
storia vera 0 leggendaria, ma una storia precisa
che il popolo conosce bene.

Ogni fiancata porta due scene, quindi in to-
tale si hanno quattro scene. In Sicilia le fian-
cate si chiamano ‘‘masciddara” e fanno, in de-
finitiva, la gloria e la personalità del carro.

Tanto è vero che esse sono sempre firmate con
nome e cognome € luogo come : Salvatore Firaddi,
Bagheria.

In origine pare che le scene fossero esclusiva-
mente religiose (ma non restano prove dirette) :
scene della vita di Cristo, la vita della Madon-
na, î miracoli dei Santi. Più tardi arrivano le
gesta dei Paladini, direttamente mediate dal
teatro dei pupi: ed ecco il furore di Orlando,
le glorie di Rinaldo, le giostre davanti a Carlo-
magno, gli smacchi di Rodomonte, il tradimento
di Gano, fino alla tragica notte di Roncisvalle.

I personaggi debbono essere sempre precisi,
nei loro gesti e nei simboli araldici, perché i con-
tadini li conoscono bene, per averli visti al

27



teatro dei pupi. Ogni contadino conosce per
filo e per segno le scene illustrate sul proprio
carro, come conosce il codice di cavalleria e di
onore del mondo dei paladini.

Le scene di paladini si sono poi trasformate
in quelle della storia dell’isola : ed ecco così
l'invasione normanna, e Ruggero il Gran Re,
poi l’imperatore Federico, e Nogaret, e î vespri
siciliani, e le guerre degli aragonesi.

Su questo stesso filone, dove il personaggio
storico si confonde con la leggenda, sono apparse
dopo il 1860 sulle ‘‘masciddara” le scene del-
l'impresa garibaldina.

Così Garibaldi e le sue camicie rosse sono
entrati nella storia più antica dell’isola, ai con-
fini della leggenda ; hanno preso il posto degli
antichi eroi, simbolo del coraggio che si batte
contro la tirannia per il bene del popolo.

Ecco così, vicino a Rinaldo, a Orlando, a
Marfisa ; accanto a Guglielmo il Buono e a
Filippo il Bello, apparire Garibaldi coi lunghi
capelli dorati; eccolo sull’impetuoso cavallo
bianco che trascina i suoi all’attacco di Calata-
fimi o alla presa di Ponte Ammiraglio.

Queste fiancate ci mostrano, a cent'anni dal-
l’unità d’Italia, che Garibaldi ha preso un posto
preciso nella coscienza popolare siciliana, come
un eroe leggendario, un profeta, un santo.

28

(Cent'anni
di lingua
italiana



Un piatto di terraglia inneggiante a Nicolò Tommasco, Il curioso cimelio,
appartenente al Museo Correr di Venezia ed ora alla Mostra del Risorgi-
mento di Torino. non si riferisce all'attività letteraria dell’illustre dalmata,
bensì all'opera di patriota da lui svolta a Venezia. Fervente assertore del-
l’indipendenza dallo straniero, il 17 marzo 1848, quando la città insorse e,
cacciati gli austriaci, proclamò la Repubblica di S. Marco, Tommaseo
fu nominato membro del Governo provvisorio, presieduto da Manin.





In che misura è mutata la lingua italiana
negli ultimi cento anni e quale influenza ha
avuto su tale evoluzione l’unità nazionale?
Abbiamo rivolto questa domanda ad uno dei
più autorevoli studiosi dei problemi della nostra
lingua, il prof. Bruno Migliorini, autore della

fondamentale «Storia della lingua italiana».

A chi si domandi come è mutata la nostra
lingua nell’arco di un secolo, non è facile
dare una risposta con una breve formula o
con un nudo elenco, tanti sono gli elementi
di cui bisogna tener conto.

Anzitutto, bisogna puntar l’occhio sul sog-
getto, cioè domandarci quanti e quali erano
quelli che conoscevano e adoperavano la
lingua nel 1861, quanti e quali sono nel 1961.
Un secolo fa, non solo gli italiani erano molto
meno numerosi, ma relativamente pochi, nel
Settentrione e nel Mezzogiorno, sapevano scri-
vere la lingua nazionale, e pochissimi parlarla.

Facevano eccezione, s'intende, la ‘Toscana
e quei territori dell’Italia centrale in cui la
lingua parlata s’avvicina molto alla lingua
scritta: ma nel resto dell’Italia l’uso dei dia-
letti, anche tra le persone colte, era molto più
ampio di adesso. Il Fanfani nel 1862 raccon-

tava che in un crocchio di ufficiali toscani e
piemontesi questi ultimi parlavano in dialetto,
e furono redarguiti da un capitano degli
Zuavi, che concludeva così: «in Francia chi
non sa il francese non è ufficiale »,

Ma, appunto, il costituirsi di uno stato uni-
tario fornì innumerevoli occasioni di scambi
interregionali: si pensi ai trasferimenti degli
impiegati di molti uffici statali, alla coscrizione
obbligatoria, che portava all’allontanamento dei
militari dalle loro terre, ai rapporti che l’in-
dustria e il commercio venivano a istituire, ecc.

Un altro importante fattore fu costituito
dalla stampa quotidiana e da quella periodica,
tanto più forte quanto più essa acquistò dif-
fusione.

Ma un’altra spinta capitale è quella dell’i-
struzione elementare, resa obbligatoria nel
1877 dalla legge Coppino. Per una serie di
ragioni, l’applicazione di quella legge e dei
successivi provvedimenti è stata molto meno
rigorosa di quanto sarebbe stato necessario
per sradicare l’analfabetismo e portare a una
buona o almeno discreta conoscenza della
lingua nazionale tutti gli italiani: ma non c'è
confronto possibile tra i risultati di oggi e
quelli di un secolo fa.

Rimane vero, tuttavia, un fatto: che l’in-
segnamento scolastico elementare e medio
ha giovato molto a far conoscere l’ortografia
della lingua nazionale, ma ha fatto ben poco
per insegnare una pronuncia relativamente
uniforme. Cosicché oggi se a qualcuno ca-
pita di scrivere wobbile o cuggino, è giudicato
una persona incolta, ma chi pronuncia zob-
bile o ciggino (e poco meno di mezza Italia
pronuncia così) non solo non se ne vergo-
gna, ma spesso nemmeno se ne rende conto.

Ma da trent’anni in qua s’è aperta una nuo-
va fase per la storia della nostra lingua, con
la diffusione di nuovi mezzi che stanno por-
tando dappertutto non più solo la lingua
scritta ma la lingua parlata. In un casolare
remoto, dove forse non era mai giunto qual-
cuno che parlasse in buon italiano, giunge
ora la voce della radio, e talora anche quella
della televisione.

Che non è magari, come in molti deside-
reremmo, una voce sempre scevra da infles-
sioni dialettali e da errori di accentazione,
nemmeno nei locutori professionali, ma che
non ha mancato tuttavia di costituire un esem-
pio di lingua parlata relativamente uniforme.
Non è passata ancora una generazione da
quando la radio è entrata nella consuetudine
di tante famiglie, e già è possibile sentire che
i ventenni, nel Settentrione e nel Mezzo-
giorno, hanno un accento molto meno dialet-
tale che i sessantenni.

Minor contributo all’uniformità ha dato il
cinema parlato: anzi non solo i film neorea-
listici, ma anche parecchi filmetti di quart’or-
dine hanno contribuito a divulgare certi
vezzi plebei romaneschi.

Insomma, la lingua italiana, che fino al
secolo scorso era stata la lingua di una pic-
cola minoranza colta, insegnata come lingua
scritta e perciò regolata secondo le norme e
l’esempio degli scrittori classici, sta diventando
una lingua di massa, in cui il linguaggio degli
uffici e quello dei giornali finiscono col con-
tare più di quello degli scrittori.

Inoltre, non va dimenticato che in que-
st'ultimo secolo si sono enormemente diffuse
le conoscenze scientifiche, e numerose appli-
cazioni tecniche hanno trasformato il modo di
vivere. Le conseguenze linguistiche sono no-
tevoli: mentre un secolo fa, oltre al linguaggio
usuale le persone di mediocre cultura cono-
scevano poche parole scientifiche e la termi-
nologia di qualche arte o mestiere, ora è
assai diffusa la conoscenza (anche se, talvolta,
approssimata) di numerosi termini, poniamo,
di medicina, di elettricità, di motori, di avia-
zione.

Non meno grande, anche tra il popolo, è
la partecipazione, attiva o passiva, agli sport,
e quindi la conoscenza dei rispettivi termini.

Infine, l’apertura verso gli altri paesi era
ben minore un secolo fa che ora: gli interessi,
le conoscenze, le curiosità si volgevano entro
un piccolo orizzonte, e tutt'al più verso gli
stati d'Europa, mentre adesso si ha coscienza
che quello che succede in Malesia o nel Sud-
Africa non è meno importante di quello che
accade in Italia o in Francia. E mentre nel



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lò Tommaseo, dal suo libro “La donna”, edito a Milano nel 1868. Quest'anno cade anche il cen-
del grande ” Dizi

io della li itali

14

” da lui compil in collabora.

zione con il Bellini. Pubblicato dalla Pomba di Torino dal 1861 al 1879, pur con qualche difetto, questo monumentale

vocabolario è ancor oggi
un’altra opera fond

per li

tale, il ”
mtate, 1





DI io dei

iperata ricchezza degli esempi, un’opera indispensabile. Il Tommaseo è autore di
i ", la cui prima edizione uscì a Firenze nel 1830-32. Il Dizio-

nario fu successivamente ritoccato e arricchito più volte dall'autore e da altri studiosi.

Settecento o nel primo Ottocento si era avu-
ta una forte penetrazione di francesismi, €
di pochi elementi di altre lingue, nell’ultimo se-
colo l’accorciamento delle distanze dovuto ai
sempre più rapidi mezzi di informazione e di
comunicazione ha portato a una larga pene-
trazione di parole straniere di varia prove-
nienza, soprattutto inglesi.

Tutte queste modificazioni nei modi di
dire e di conoscere le cose e nei modi di tra-
smissione del linguaggio sono venuti a in-
fluenzare una lingua assai stabile e conserva-
trice. In confronto con le altre grandi lingue
europee, l’italiano aveva, e in complesso ha

ancora, una grande stabilità. Si pensi alla no-
stra pronuncia e ai pochissimi suoni per cui
si sono avuti mutamenti dal tempo di Dante
a quello di oggi: la pronuncia della c di pace
e di bacio, che nell’Italia centrale è diventata
schiacciata; la x di agio, vizio, che si proferisce
rafforzata; e qualche caso singolo di vocale
chiusa diventata aperta (o viceversa). In
confronto, il francese e l’inglese hanno subito
mutamenti radicali: prima della Rivoluzione
moi € roi si pronunciavano in Francia wwuè e
ruè e non wuà e ruà; e ci assicurano gli spe-
cialisti che se un inglese d’oggi sentisse re-
citare una tragedia di Shakespeare come si

30

SAL sno de più magna nente, che fer
nobelhi e rochezza seno'ornamento e onore
all'Halia, fre e vele de furie Imperatore
di Roma, narrate succontamente con diligen
ca ed arde ch questa shecee de cronaca, la quale

seller locche' dé cose private e domestihie. now
che detrarre, aggiunge bre e venda alla store,

& greanbanque me set ergeyualo di
renderta con WZZZA e chiarezza fer non lo-
gliene spregio scemanne l'importanza, dieta
se non avro mati fatto ghiera, die degnamente

Confortata pari delle ca agriescha e genkilez

ca e dalle altre qualita, è che cn eminente grado
destenguono LE. VU, como dall'amore cos
ch Cla gli ctedii liberali protegge, la applico
d'uccoglicre questa per me maggiore Leste»
neenza ed oficgui È VENELAZIONE.

Vewezia, 4 ottobre 1852

Devotiss, Suo
. BUGGIANI.

a sinistra: dedica delle "Vite dei dodici Cesari”

rando, edito da Mondadori nel 1959).

pronunciava ai suoi tempi, capirebbe ben
poco. Del resto, proprio questo carattere con-
servatore dell’italiano spiega i movimenti
puristici che a più riprese sono sorti per porre
un argine alla penetrazione dei neologismi e
dei forestierismi.

Tenendo conto di tutto questo, proviamoci
a dare una occhiata complessiva alle princi-
pali innovazioni di quest’ultimo secolo, nel
campo della grammatica e in quello del
lessico.

Anzitutto, nella grammatica si è avuto
qualche mutamento d’accento, specie nelle
parole di recente introduzione, con suffissi
ora piani ora sdruccioli: èsile ha vinto esile,
èdile compare qualche volta (erroneamente)
in luogo di edile, c’è chi dice (a torto) wissile
in luogo di missile. Imitando la voce francese
microbe, anziché farne w/cròbio, plurale mieròbi,
come sarebbe stato giusto trattandosi di una
parola foggiata con elementi greci, se ne è
fatto erroneamente zcrobo. Poiché purtroppo,
per una serie di ragioni, alcune futili, altre
ben fondate, non c’è l’uso di scrivere l’accento
sulle parole sdrucciole, càpita alle persone
meno colte di commettere qualche errore. In
altri termini, questi sbagli sono un indizio
di scarso livello culturale: il Fogazzaro rac-
conta, di un suo personaggio, che « una volta
gli era bastato, per guarire dell'amore di una
signorina, che ella dicesse po//ire in luogo di
polline ».

Per l’articolo, mentre l’uso di // zio, i/
gappatore era ancora tollerato un secolo fa,
ormai è considerato errore; e sempre più

di Svetonio, tradotte (anzi,
garizzate”, come si diceva allora) da Francesco Buggiani. Il libro uscì a Venezia
nel 1852, Questa pagina è un tipico esempio dello stile elaborato e ampolloso con
cui molti autori dell* Ottocento solevano dedicare le proprie opere ai loro mecenati,
al centro: una dedica nello stile di oggi (da "Un giornale per Luca” di Nelio Fer-

cA te, naturalmente.

"vol.

CAPITOLO X.

Dello stile semplice , medio
e sublime.

Suolsi comunemente dividere lo sti-
le in tre specie: semplice, medio, sublime;

qui sopra: dalle ‘’Ricerche intorno alla natura dello stile” del milanese Cesare Bec-
caria, edite nel 1821. Si tratta di uno dei molti saggi sulla lingua che si pubblicavano
agli inizi dell'Ottocento, per porre riparo all’esecrata incuria stilistica e al dilagare
delle voci francesi e burocratiche. Contro le esigenze pratiche, i letterati riaffer-
mavano, secondo la tradizione italiana che dà tanta importanza al culto della forma,

l’importanza del bello serivere.

s'impone la norma di dire /o psicologo e simili
(e non i/ psicologo). Di contro alla rigorosa
regola che prescriveva /ro per il pronome
di terza persona plurale (« Ho visto i tuoi
fratelli e ho risposto /oro a voce ») ha guada-
gnato terreno la forma più familiare g/î (« ... e
gli ho risposto a voce »).

Nell’uso di oggi abbiamo numerosissime
coppie di nomi, nelle quali i due termini
possono essere fra loro in rapporto di appo-
sizione, come /reno-lJampo («treno che è un
lampo », cioè «veloce come un lampo »),
discorso-finme (« discorso lungo come un fiu-
me ») ecc., oppure in rapporto di dipendenza,
come Piazza San Michele, Banco Lotto, dazio
consumo, fassa bestiame, operazione zebre, ecc.
I costrutti del secondo tipo (che si avvicinano
molto a nomi composti) si sono moltiplicati
nell’ultimo secolo per influenza della buro-
crazia, e a più riprese i puristi hanno cercato,
senza riuscirvi, di bandirli.

È in forte regresso il tipo dicasi, appigionasi:
Panzini scriveva nel 1933: « Così si dica (oh
non più dicasi!)... ».

Qualche costrutto sintattico che ancora
trent'anni fa sarebbe stato impossibile tende
a divulgarsi nel linguaggio politico e in quello
pubblicitario: penso al tipo wozate liberale o
al tipo camminate Pirelli. Anche far fino, far
Capri è un costrutto nuovo, divulgato dai
“giovin signori” una dozzina d’anni fa.

Ma veniamo alle parole entrate nel voca-
bolario in quest’ultimo secolo. A chi domandi
quante sono, si è costretti a rispondere che
conteggi di questo genere sono pressoché im-

possibili: bisognerebbe fissare preliminarmente
tante precisazioni e limitazioni da togliere la
voglia di fare i conti. Ma basti, per dare un’i-
dea del grande incremento del lessico, ci-
tare un breve elenco di parole che oggi consi-
deriamo ovvie e che invece non sono regi-
strate nel grande vocabolario del Tommaseo
e del Bellini, le cui prime dispense uscirono
nel 1861: anemia, arrangiare, atavico, antonro-
bile, aeroporto, bagnino, bretelle, campanilismo,
caotico, casta, coalizione, codificare, collasso, co-
lonizzare, confusionario, contabile, contagiare, di-
spluvio, faida, gnardina, incrocio, mutismo, otto-
mana, panneggio, pioniere, preistoria, radiare,
ricostituente, strabico, tentacolo, vestaglia, viavai.
Qualcuna di esse già esisteva, ma fu dagli
autori del vocabolario volutamente evitata,
perché la consideravano indegna di essere
registrata (si consulti il Dizionario alle voci
medievale e primaverile, e si vedrà come il
Tommaseo le includesse a contraggenio): ma
certo le più non si conoscevano ancora.

Del resto, di molte parole ci è nota la data
di apparizione, e talvolta anche sappiamo chi
le coniò o le introdusse in italiano. Valgano
alcuni esempi. Nel 1867 fu inventata a Bu-
drio l’ocarina, il popolare strumento che nel-
la forma rassomigliava vagamente a un’oca.
Attraverso le traduzioni italiane dei 7ravai/-
leurs de la mer di Victor Hugo entra in italiano
piovra, come adattamento del francese dialet-
tale piewwre (che ha la stessa origine del nostro
polipo). Il krach della borsa di Vienna del 1873
entra nell’uso per indicare un “crollo nel
valore dei titoli”, Il nome della tribù dei

ARRANDELLATAMENTE. Avverb. Strettissimamente. -
Bellin. Buccher. 133: Cho ben lor valse aver stretto il
camoscio De' lor bellichi arrandellatamente.

ARRANDELLATO, Partic. pass. di Arrandellare. - Panz.
Luc. Cron. 41: Mi prestaro i sottoscritti fiorini in Lucca
quando io era nella pregione del Sasso, c tutto dì gua-
sto e molestato della persona e collato, arrandellato la
testa. Vasar. Vit. Pitt. 4, 143: Nel corpo del quale,
arrandellato e stretto con funi alla colonna, pare che
Andrea tentasse di mostrare il patir della carne. Buo-
marr. Fier. 4,4, 21: E'"l collo in gogna fra merluzzi e
bissi E collanuzze, arrandellato e fitto.

ArranGoOLARE. Neutr. pass., e anche Neutr. assoluto.
Stizzirsi rabbiosamente, Arrovellarsi. Dal sost. rangola. —
Franz. M. Rim. burl. 2, 18: Potetti arrangolar, potetti
dire, Ch'ordin non ci fu mai che d'una proda Del letto
suo volesse altrui servire. Varch. Ercol. 71: Se alza la
voce e si duole che ognun senta, si dice scorrubbiarsi ,



golarsi Narsi ; onde golo © ro.
vello. E Suoc. 4, 8: Io potetti ben gracchiare, ciango-
lare e ar larmi; e mi rispose tutta at



$ E per Darsi travaglio, Affannarsi, Affaticarsi.

t RADIARE. V. n. ass. ltaggiare. Aureo lat.
Dant. Par, 42. (C) Nullo creato bene a sè la tira,
Ma essa radiando lei cagiona. But, ini. Radiando,
cioè gittando, e spargeudo li raggi della sua immensa
bontà. E altrove: Cioè della Croce, che radiava. Coll.
Ab. Isaac. cap. AT. Il quale disse, delle tenebre ra-
diare luce. ra = ®

(Camp.] D Mon. 1. Come il Sole estivo, il
quale, discacciate le nebule mattutine, nascente
radia |irradiat; più chiaramente.

a sinistra in alto: nella quinta edizione del Dizionario della Crusca, non figura
ancora il verbo arrangiarsi”, un termine del gergo militare divulgato dalle truppe
Î i insi ece., nei

Messe: ” » ”
a tto”,

P
l’unità.

Crumiri, al confine tra l'Algeria e la Tunisia,
che con il loro atteggiamento di contrabban-
dieri diedero occasione alla spedizione fran-
cese del 1881, era molto conosciuto in quegli
anni, e fu applicato spregiativamente a quelli
che si rifiutavano di scioperare. La parola
trasformismo (che era stata coniata come ter-
mine scientifico dell’antropologo francese Bro-
ca nel 1867) viene applicata all’uso parla-
mentare italiano nel 1882 (dopo un famoso
discorso dell'on. Depretis che parlava di
trasformazione). Nel 1896, in occasione dei
giochi Olimpici rinnovati ad Atene dal ba-
rone di Coubertin, fu applicato il nome di
maratona alla corsa di 42 chilometri. In oc-
casione della guerra abissina il giornalista
Gandolin (L. A. Vassallo) coniò il termine di
guerrafondaio. Nel 1901, il Giornale d’Italia
inaugurava la /erza pagina, imprimendole un
netto carattere culturale. Gabriele d’ Annunzio,
che già aveva adoperato nel Primo vere l’ag-
gettivo latino we/ive/o (« Con tenue murmure
l’Adria we/ivolo »), anticipando nel Corriere
della Sera del 28 novembre 1909 due brani
del Forse che sì, giustificava in una nota il
nuovo significato che egli aveva dato alla
parola sostantivandola. Nel 1928 il Fleming
conia il nome di pericillina, traendola da quel
fungo, il Penici/linm, che era servito a produr-
la. Nel numero di febbraio del 1932 della
rivista Scenario io stesso proposi per la prima
volta il vocabolo regista, ed esso attecchi per
l'appoggio che gli diede il compianto Silvio
D'Amico. Nel 1936-37 Tullo Gramantieri,
preparando la doppiatura del film £° arrivata

AI GIOVANI COLTI ED ONESTI

L'EDITORE

Non è da jeri, che si lamenta lo strazio
che si fa della lingua nostra nelle segreterie,
nei banchi, e nelle publiche e private serit-
ture ; e gia più volte valenti uomini si pro-
varono a porriparo a tanto danno'con opere
da ciò. Dai siffatti libri distinguesi questo,
che qui prendiamo a publicare, per ciò che
l'autore ai vocaboli e modi errati più in uso
con allato le correzioni,in ordine alfabetico,
aggiunse nello stesso ordine le principali
regole grammaticali, con ispeciale riguardo
all'uso, tanto difficilé, di quelle voci italiane
che si comprendono sotto il nome generale
diparticelle. Avvegnachè egli accade spesso
anche a chi non è al tutto digiuno di cose
di lingua d'essere in dubbio, parlando o
scrivendo, non che sulla legittimità d'una
voce o frase, sul modo' di servirsi di questa
o quella secondo grammatica. Se riflettasi
per una parte, che nelle grammatiche e in
altre opere di simil genere le regole sono

primi decenni dopo

Ù è

modi errati

la felicità, traduceva la voce americana scher-
zosa pixilated con picchiatello. Nel 1950 si co-
struisce a Milano il primo e/iporto. E si po-
trebbe continuare a lungo.

A quali fonti le nuove parole si attingono?
Anzitutto, si possono attingere al latino e al
greco. Poi, si può ricorrere ai procedimenti
usuali di derivazione e di composizione. Ma
c’è una novità che, nel periodo che c’interessa,
si è largamente divulgata. È noto che l’ita-
liano, mentre ha illimitate possibilità di fog-
giare parole composte del tipo guardaporzone,
alzabandiera, non può invece comporle se-
condo il metodo, così frequente in tedesco
o in inglese, di unire due sostantivi in modo
che il primo specifichi il secondo. Non si
potrebbe certo dire bandiera-asta o sindaco-
casa (se mai, come abbiamo visto, si segue
l’ordine inverso, in costrutti come wagaggino
viveri). Ma ecco che, invece di dire strada
ferrata, come si era cominciato all’inizio, si
foggia, contravvenendo alla sequenza consue-
tudinaria, il termine ferrovia (il quale ripro-
duce, piuttosto che l’inglese ra//way, il tedesco
Eisenbabn). E, pur rimanendo ferma l’impossi-
bilità di foggiare composti secondo il metodo
del greco e delle lingue germaniche (solo i
medici, abbandonando il rispetto per la buona
tradizione linguistica, parlano di « organismi
penicillino-resistenti » e simili), per un certo
numero di nozioni si ha la possibilità di ri-
correre ai ‘“‘prefissoidi”, cioè a una specie di
prefissi o elementi compositivi, applicabili a
parole italiane di qualunque origine: aufo-
governo, autoritratto, ecc. (in cui auto vuol

3I

PRONTUARIO
DI VOCABOLI E MODI ERRATI

COLLE CORREZIONI

DELLE PAINGIPALI TEORIE, MEGOLE, PROPRLTA
E PARFICELLE

DEL LA L'NGUA ITALIANA
PER PARIARE E SCRIVERE CORRETTAMENTE

DEL DOTT. G. B. BOLZA

SECONDA EDIZIONE

VENEZIA, 4855
SUL PRIV. STADILIMENTO NAZIONALE.

DI G. ANTONELLI LD,

a sinistra in basso: anche il verbo ’radiare”’, nel senso di espellere, non figurava
nella prima edizione del Dizionario del Tommaseo-Bellini.

al centro e a destra: il frontespizio e la prefazione di un ‘’Prontuario di vocaboli e
in cui si lamenta (come oggi) "lo strazio che si fa della lingua nostra”.

dire ‘sé stesso”); am/ocarro, autorimessa, ecc.
(in cui 44/0 è un compendio di ‘automobile’;
cinepresa, cinespettatore, ecc.; elettromotore, elet-
tropompa, ecc.; fonovaligia, ecc.; fotocronista,

fotopittura, ecc.; motocarro, motoveliero, ecc.;

radiocommedia, radiospettatore, ecc.; telecomuni-
cazione (in cui /ele vuol dire “a distanza”);
telecronaca, felescuola, ecc. (in cui rele è un
compendio di “televisione’”’).

E ogni tanto qualche nuovo prefissoide
si aggiunge alla serie: /ozocalcio, eliporto, tur-
bogetto, ecc. La serie è così vitale che, secondo
il modello delle parole normali, obiettive, se
ne creano continuamente altre scherzose:
radiocafoni, motofracassoni, ecc.; una volta che
un cantante prese una stecca durante uno
spettacolo trasmesso in Awrovisione, sùbito si
parlò di Ewrostecca...

Un'altra serie, di cui non manca qualche
raro esempio in varie età della lingua, ma che
si è venuta sviluppando enormemente duran-
te e dopo la prima guerra mondiale, è quella
delle sigle. Al principio del secolo fu così
foggiato il nome della FIAT (Fabbrica Ita-
liana Automobili Torino), ma ora uno che
legge il giornale ne trova tanti esempi da
trovarsi spesso incerto: l’IRI e ENI e P’INCIS
li conosciamo tutti, ma uno straniero che
non conosca questi enti come fa a capire?
Eppure le sigle hanno anche figliato: si irizza
un’azienda, si concedono facilitazioni agli en4-
listi, gli aclisti combinano una gita, e così via.

Non bastano questi nuovi aridi frutti della
nostra lingua: vengono continuamente au-
mentando anche le “parole-macedonia”, fat-

32

5. I neologismi sono vocaboli nuovi, usati fuor di
bisogno, o vocaboli comuni, usati in nuovo signi-
ficato. i

« Ad ogni sopravvenire di cosa nuova (dice il Tomma-
seo) un nnovo segno richiedesi: e questa neologia è ne-
cessaria: ma il neologismo è ridicolo. »

Le nuove invenzioni e scoperte degli ultimi secoli ci
diedero infatti le nuove voci di stampa, polvere, cannoni,
bussola, borimetro, termometro, igrimetro, anemometro ,
teloscopio, elettrico, magnetico, galvanico, pila, idrogene,
ossigene, azoto, telegrafo, areostato, fotografia, e simili,
a cui niuno contende la italiana cittadinanza.

AI contrario, dai purgati scrittori sono giustamente ri-
pudiate le voci nuove e le comuni usurpate a significare
cose che già hanno nella lingua nostra altro vocabolo
proprio, come partito per fazione o setta 0 parte — ar-
mata per esercito — truppe per milizie — sacrifizio per
privazione 0 patimento — bilancio preventivo e consuntivo
per specchietto delle spese e delle entrate — funzionari o
impiegati per ufficiali — impieghi per uffici — amnistia

per perdono — appannaggio per assegnamento — arresto
per cattura — dimissione per deposizione 0 licenza — in-
criminato per accusato — redazione per compilazione —
redatto per compilato — insurrezione per ribellione — in-
surrezionare e rivoluzionare per ribellare 0 sommovere
— decorato per insignito — centralizzazione per accentra-
mento — plenipotenziario per ambasciatore — fusione per
unione — incasso per riscossione — indirizzo per peti-
zione — malversazione per concussione — progetto per di-
segno 0 proposta — rimpiazzare per scambiare o sostituire
— polizia per buongoverno — collegi elettorali per comizi
— votazione per squittinio — proclama per decreto, bando,

‘editto, ecc., ect.

Anche Dante Alighieri, per istudio o necessità di con-
cisione, creò parecchi vocaboli nuovi, come insemprarsi
— disunarsi — divimarsi — gioiarsi — induarsi — in-
trearsi — incinquarsi — immillarsi — inleiarsi — in-
luiarsi — intuarsi — immiarsi — insusarsi — inverarsi
— mirrare — osannare — rinfamare — ingigliare — in-
zaffirare — sempiternare — infuturare — indiarsi — in-
cielarsi, ecc. -- ma, fuor gli ultimi. l’uso li rifiutò.

Dalla "Guida allo studio delle belle lettere” di Giuseppe Picci, nella sesta edizione del 1865, riportiamo

una breve lista di neologismi « cui niuno contende Vit



iana cittadinanza », ed un lungo elenco di vocaboli

il cui uso, con un nuovo significato, era ripudiato « dai purgati serittori ». Come si vede, le sentenze di

d
un

zia” ecc. hanno avuto la meglio nell’uso sulle ’fazioni”, le “’milizie’’, gli

te mettendo insieme, non più le iniziali, ma
dei TR di parole, e si adoperano non solo
per gli indirizzi telegrafici o nei listini di
borsa (ché sarebbe poco male adoperare a
questi scopi Minpasta per Ministero delle
partecipazioni statali o Comit per Banca
commerciale italiana), ma anche nell’uso co-
mune: penso a nomi come aczonital (acciaio
monetario italiano) o fantascienza

La penetrazione delle parole straniere nel
nostro vocabolario richiederebbe una esem-
plificazione e una discussione molto lunghe,
per vedere quali siano i campi in cui più i
forestierismi abbondano, e per vedere da che
lingua essi provengono e quali difficoltà le di-
verse provenienze producono: per esempio, pa-
role come fango 0 rumba 0 canasta, che proven-
gono dall'Argentina e da Cuba, non presen-
tano alcuna difficoltà perché hanno una strut-
tura identica a quella delle parole italiane;
mentre non si può dire lo stesso per jazz e
charleston, e per innumerevoli parole inglesi
penetrate negli ultimi decenni.

I pareri se convenga o no cercare di adat-
tare o sostituire quelle parole forestiere che
non corrispondono agli schemi strutturali
italiani sono molto discordi. Naturalmente
nessuno si sogna di italianizzare parole come
boomerang © tomabamk, che si riferiscono a
cose rare ed esotiche, ma ci si può ben do-
mandare se è ben fatto che molti alberghi si
vergognino di chiamarsi «a/berghi e si chia-
mino Aéfels, se è meglio dire #ransistore o
transistor, e come si possa tradurre recifal,
visto che non si sa nemmeno se pronunciarlo
all’inglese o alla francese.

Le spinte puristiche un po’ brusche e talvolta
un po’ goffe esercitate durante il periodo fa-
scista hanno finito col produrre, dopo il
crollo del regime, un’ondata anche più forte
di forestierismi. Eppure che sia opportuno

lo fa molte voci furono vane:

dire piuttosto artista che chanffen (cioè che
sia bene evitare una parola che contiene un
suono non italiano per una professione così
frequente), che sia meglio dire warroni canditi
piuttosto che warrons glacés, a me non par
dubbio.

Un’altra serie di parole che vengono ad
ampliare il lessico della lingua nazionale sono
voci che prima appartenevano all’uno o all’altro
dialetto, e di cui per qualche motivo si è
sentita l'opportunità o il bisogno. Dal Pie-
monte si sono divulgati, specialmente nei
primi decenni dopo l’unità, parecchi termini
legati alla vita militare: arrangiarsi, cicchetto,
ramazza. Molte altre voci provengono da
fade pizzardone, imbonitore, sbafo, i maritogzi

i suppli. La Lombardia ha dato parecchi
nia: concernenti l’industria casearia: l’erbo-
rinato, la robiola, il mascarpone, e poi il pa-
nettone.

Da Napoli vengono le vongole, la woggarella,
la pizza, che recentemente ha acquistato no-
torietà internazionale. La Sicilia ci ha dato le
cassate, i cannoli, e le fragranti gdgare.

Dopo questa rapidissima corsa attraverso
le principali fonti di vocaboli nuovi, non dob-
biamo tuttavia dimenticare che molte e molte
parole, già salde nell’uso, hanno preso signi-
ficato nuovo. Chi ha chiamato caramella il
“monocolo”, chi ha adoperato pescecani nel
senso di “grandi affaristi”’, chi ha applicato il
nome di /fo al fanatismo sportivo (quasi
fosse una febbre che coglie violentemente
ogni domenica) ha adoperato parole vecchie
per nozioni nuove. Forse l’ondata più alta di
questa applicazione metaforica si ha nella dif-
fusione di termini scientifici e tecnici pene-
trati nella lingua comune in senso figurato:
se parliamo di «un’a//wione di opuscoli di
propaganda », di «convergenza di idee (o di
partiti) », di « eclissi della fortuna di un indu-

\partito”, ‘truppe’. funzionari”, poli.
ufficiali”

e il ’buongoverno”.

striale », di « stato paze/ogico di un bilancio »,
di « atrofia di un ufficio statale », di « pletora
di funzioni », ecc., per lo più dimentichiamo
che si tratta di termini che originariamente
avevano un significato strettamente scienti-
fico. Anche wosfalgia, che il Tommaseo e il
Petrocchi registravano ancora come «termi-
ne medico», (i disturbi a cui vanno soggetti
quelli che non sopportano la lontananza
dal paese natio) ha finito con l’indicare
un tenue e vago sentimento di rimpianto.
Un contributo non indifferente a questa espan-
sione del vocabolario scientifico e tecnico
all'infuori dei suoi confini è dato dall’enfasi
(« scappare a velocità w/frasonica ») oppure
dallo scherzo o dallo scherno («cretino ir
tre D »). Così è nato l’uso estensivo di a/0-
mico, che poco dopo gli esperimenti dell’a-
tollo di Bikini è stato adoperato per indicare
una bellezza travolgente, “esplosiva”. E qual-
che tempo fa, a Firenze, un venditore gridando
fichi spaziali intendeva esaltarli come qualche
cosa di apprezzabile in tutto il cosmo, aumen-
tando ancora quel significato di celebrità che
ha ancor oggi popolarmente l’aggettivo z704-
diale.

Dopo questo rapido cenno di ciò che è
apparso di buono e di non buono nell’ultimo
secolo, potremmo chiederci se c'è da preoc-
cuparsi per l'avvenire della nostra lingua. Nel
concludere un recente volume sulla Storia della
lingua italiana, non ho saputo far altro che
ripetere quello che aveva detto quasi un se-
colo fa Gino Capponi: « la lingua italiana sarà
ciò che sapranno essere gli italiani ». Noi
speriamo che, ingegnosamente innovando in
tutto ciò che occorre per esprimere le nozioni
nuove, i nostri contemporanei e i nostri po-
steri sapranno tuttavia rispettare le strutture
essenziali d’una fra le più belle e le più nobili
lingue di cultura.

“Per scampato

pericolo*

da
sv



In questa tavoletta che risale alla fine dell'Ottocento è raffigurata la caduta di un operaio da
una nave in legno in costruzione su uno scalo di Voltri. Sulla scena domina la figura di
N. S, delle Grazie (Genova) a cui la tavoletta è stata dedicata.

Nei nostri santuari, nelle nostre chiesette,
tanto numerosi quanto suggestivi, posti a
volte in riva all’onda «e paion navi, pronte
per salpare... », a volte in cima al monte,
come bianchi gabbiani in riposo, sono nu
merose le tavolette votive.

Non sempre vi si bada: esse sono appese
alle-pareti, in ombra, e sono annerite dal tem-
po e dal fumo delle candele. Ma provate ad
avvicinarvi, provate a soffiare sulla polvere,
o a pulire leggermente col dito, ed ecco dalle
figure uscire un fantastico mondo di favola,
favola umana e vera che viene però magica-
mente trasformata dall’ingenuità del disegno,
dalla vivezza della scena, dal trionfo dei colori,
sempre vivacissimi e ‘narrativamente’ e-
spressivi.

Quali sono le caratteristiche principali, e

costanti, di tali tavolette, portate dai fedeli
di tutti i tempi a testimonianza di una grazia
invocata e ricevuta? Prima di tutto
cia immediata della scena, che dev'essere di
pronta lettura per tutti e tale risultato è rag-
giunto con la chiarezza estrema del disegno e

l’effica

con precisione didascalica, che fa pensare
agli attuali fumetti. Poi con l’aiuto del colore,
che sempre una
funzione precisa: se vi è del sangue, esso

nelle sue esagerazioni ha
scorre rosso come pomodoro, e abbondantis
simo, a fiumi, perché importa sottolineare
la gravità della ferita, comunicare diretta-
mente al pubblico lo sgomento che provoca
la vista del sangue.

tratta di un incidente sul mare, le
onde e il cielo hanno i colori cupi e spaven-
tosi della tempesta; se vi cavalli

Se si

sono dei



a sinistra: un pericoloso incendio scoppiato
in una fabbrica della Val Polcevera (Ge-
nova) ha ispirato questa tavoletta votiva
forse portata al Santuario da qualche operaio
scampato al grave pericolo.

qui accanto: ex-voto di un operaio colpito
da una scarica elettrica (N. S. della Guardia
di Genova). Gli ex-voto rimangono un preciso
documento dello sviluppo della società e del
continuo mutamento delle condizioni di lavoro
dell'uomo e quindi degli incidenti che pos-
sono occorrergli.

in basso: per ’’scampato incidente ad un la-
minatoio” in una ferriera del Ponente (N. S.

della Guardia).











Pn <R

n



Così un pittore di ex-voto” eternava realisticamente la paurosa
avventura corsa da Giovanni Ravera che il 28 febbraio 1930 nella
fonderia di Multedo veniva trascinato in alto dalla cinghia con
grave pericolo di vita (N. S. della Guardia).

essi hanno i colori più strani, come in un
quadro di Paolo Uccello, per sottolineare la
loro irruenza: o sono neri come pece ©
rossi come fuoco o blu scuro e sotto le lo-
ro zampe risalta la figura dell’uomo travolto.

I rapporti di dimensione tra le figure sono
irreali, ma non arbitrari, come nella pittura
bizantina o medievale. L'uomo che cade dal
sesto piano è spesso più grande del palazzo,
o è più lungo del carro che lo investe, e ciò
per metterlo subito al centro dell’attenzione.

Ma quale toccante ingenuità, quale gustoso
sapore esce da tali scene deformate!

Qual’è l'origine delle tavolette votive?
Esse indubbiamente risalgono al ’400, e de-
rivano direttamente dalle predelle d'altare,
nelle quali artisti di fama rappresentavano in
successivi scomparti le varie scene della vita
di un Santo e dei suoi miracoli.

Ma la tavoletta votiva fu, tutto sommato,
un'innovazione democratica: fu quando un
cittadino qualunque, un artigiano, un conta-
dino, trovò l’ardire di stabilire un colloquio
diretto tra sé e il Santo, e di narrare un umile
fatto della propria vita quotidiana, mentre
prima erano solo i nobili e i potenti (ad esem-
pio il Duca di Urbino) che facevano rappre-
sentare da artisti come Piero della Francesca
o Masaccio il proprio voto offerto alla Ma-
donna dell’Uovo o alla Madonna della Seg-
giola.

Ecco così le prime umili tavole, con gli
incidenti banali della vita di tutti i giorni,
portate a braccia dal pellegrino, che saliva
magari scalzo fino al santuario, coprire le
pareti antiche degli antichi santuari.

Dapprima esse hanno un’aria classica, ap-
partengono alla pittura maggiore o stretta-
mente vi si apparentano, ma col ’600 comin-
ciano a percorrere un cammino autonomo,
diventano “scomposte” nel disegno e nel
colore, entrano cioè a far parte di quel filone,
vivo e toccante, dell’arte popolare, assieme
alle insegne dipinte, alle miniature, alle stampe
popolari, alle biccherne, e più tardi alle oleo-
grafie popolari, ai carretti siciliani.

Il fenomeno raggiunge il suo apice nell’Ot-
tocento, ma giunge con le sue propaggini
fino ai nostri tempi, fino a che si arriva a so-
stituire al dipinto (come ho visto in nume-
rosi santuari) una semplice fotografia dell’av-
venimento.

Le tavole votive si chiamano così perché
in origine erano sempre dipinte su tavola,
quelle belle tavole di legno che ora sono
tarlate e corrose, ma poi furono dipinte su
tela e, dal 1850 in avanti, anche semplice-
mente acquarellate su cartone o carta.

Tali ex-voto, nell’interezza del loro potere
evocativo e della loro fedeltà illustrativa, ri-
mangono un preciso documento dello svi-
luppo della società e delle sue condizioni di
vita, e sono così anche un documento del
continuo cambiamento delle condizioni di
lavoro dell’uomo, e quindi degli incidenti che
possono occorrergli.

In questa sede ci interessa particolarmente
mettere in evidenza tale aspetto, cioè docu-
mentare come nel tempo siano mutati gli inci-

denti sul lavoro, almeno gli incidenti più
comuni, anche se immutata è rimasta la fede
dell’uomo e l’ingenuità dell’offerta.

Gli incidenti che trovano maggior docu
mentazione nei natural-
mente, quelli legati ai lavori agricoli e alla
vita di cadono nel
pozzo (non si immagina quanti uomini ca-
devano nel pozzo: sembra incredibile!),
pure cadono dall’albero durante la
delle frutta. Poi vi sono ferite procurate con
la falce durante la mietitura, gente che si dà
letteralmente la zappa sui piedi ecc. Incidente
molto comune era quello di bambini e ragazzi
travolti dai buoi, o di uomini che cadevano
dal carro.

secoli passati sono,

campagna: uomini che
( pe

raccolta

Poi arrivano le prime macchine, anche in
campagna, ed ecco che uno lascia la mano
negli ingranaggi della mietitrice meccanica,
un altro cade nella a della trebbiatrice,
un altro ancora sotto i cingoli del trattore.

boc



Comuni gli incidenti nei mulini ad acqua,
come quello ancora conservato a N.S. della
Guardia, con la seguente didascalia: « 4/7
sera del 25 agosto 1885 i fratelli Villa mentre
stavano presso il ruotore della fabbrica di Varenna
denominata “il profondo” presso Pegli, cadevano





tra lo scoglio ed il ruotore ».

Così si segue l’evoluzione dei mezzi di tra-
sporto e, purtroppo, dei relativi incidenti:
ecco il conduttore del “tram” a cavalli di
S. Fruttuoso che cade scontrandosi con quello
di S. Francesco; ecco il signor Pietro Baresto
che il zo novembre 1859 alla stazione di Pon-
tedecimo « mentre era per imbarcarsi sulla
ferrovia » veniva urtato dalla macchina, una
macchina con fumaiolo lungo lungo, molto
simile a quella di Stephenson.

Ed ecco i cantieri, con “i barchi” di legno
che crescono ordinata dopo ordinata, come
gialli scheletri di balena, e l'operaio che cade
dall’impalcatura, e poi le prime navi di ferro
e gli incidenti della bullonatura e della sal-
datura.

Man mano che ci si avvicina ai nostri tempi,
le tavole votive degli incidenti sul lavoro so-
migliano a certi manifesti antinfortunistici del-
lENPI: ecco un laminatoio a rulli dove un
operaio resta preso per un braccio, eccone un
altro fulminato dalla corrente elettrica, ecco
un incendio in una fabbrica del Polcevera do-
mato da pompieri con baffoni, in una rappre-
sentazione degna di Beltrame, ecco ancora una
mano graffiata dalla sega elettrica.



Bellissimo il quadro che rappresenta un in-
cidente avvenuto il 28 1930 nella
fonderia di Multedo, che è l’attuale fonderia
Ansaldo: l’operaio Ravera Giovanni veniva
trascinato in alto dalla cinghia, e la scena è
rappresentata col più puro realismo “nove-
cento”, salvo l’infortunato un po’ grottesco,

febbraio

ritto come un baccalà e inverosimilmente so-
speso in aria.

Così, a mezzo della pittura di anonimi
“pittori da ex-voto” (una volta
quasi ovunque, e pare che preparassero in
anticipo le loro tele con gli incidenti più
comuni, e poi aspettassero i clienti sulle piazze
dei paesi durante il mercato, aggiungendo

esistevano











Sulla stiva, profonda come un baratro, pencola lo scampato”, colpito alle spalle da una bragata, come egli stesso

racconta in calce al dipinto (N. S. della Guardia).



qualche particolare, il nome e il Santo o la
Madonna cui era destinata l’offerta; ora non
ci sono più, salvo qualche caso a Napoli e
a Palermo) a volte abbastanza abili, a volte in-
guaribilmente dilettanti, ci giunge una ras-
segna toccante e viva di quegli incidenti sul
lavoro che sempre hanno accompagnato, pur-
troppo, la fatica dell’uomo.

Gli strumenti mutano, naturalmente, dalla
falce al trattore, dal calcio del cavallo alla
scarica elettrica, ma resta invariata l’ingenua
e diretta rappresentazione della grazia; rap-

il Santo

“fissa”

presentazione dove la Madonna o
(naturalmente si tratta di
secondo i luoghi: a Genova N. S. della Guar
dia o N. S. del Monte per i marinai; a Sa-
vona la Madonna della Misericordia; a Na-
poli la Madonna dell’Arco o la Vergine di
Pompei; a Cagliari N. S. di Bonaria; a Bari
San Nicola; a Palermo Santa Rosalia) scen-
dono provvidenzialmente dalle nubi ad ar-
restare in tempo un Ingranaggio, a staccare
la corrente, a fermare il cavallo o la potente
otto cilindri.

una scelta

Utensili a Capre ‘a

Se un giorno avrò diecimila lire, comprerò una
isola», aveva detto Garibaldi, passando davanti al-
l'isola di Fuan Fernandez nell'Oceano Pacifico.

Quel giorno venne nel 1855, quando Garibaldi poté
acquistare metà dell’isola di Caprera. L'altra metà
gliela regalò un ammiratore inglese, dieci anni dopo,
quando egli era divenuto una sorta di eroe mitico, alla

cui isola, trasformata e resa fertile dal suo lavoro,

si approdava pellegrinaggio. * Molti cre-
dono di trovarsi di fronte a un Dio avvolto nelle
nubi, inaccessibile, intento a bersi il nettare del suo
Olimpo. Lo invece che attacca un bottone
alla giacca, o taglia un paio di calzoni, 0 trasporta

come mm

trovano



pietre ; e beve acqua da una brocca, coperta con un
foglio di carta. Fra là col martello per di

tirsi, nevvero? domanda al Vecchi una ricca
parigina, che ha visto l'Eroe intento a spaccare

un macigno. Sì, signora le risponde quegli -
dalle cinque del mattino alle cinque della sera, o colla
zappa 0 colla carriuola, trasportando sassi, 0 colla scure



(Patellanî)

spaccando fittoni di alberi, ei si diverte

Gustavo Sacerdote, biografo di Garibaldi, ci de-
scrive così la vita a Caprera del ‘“donator di regni”
che, deposta un momento la spada, impugnava l'aratro
e gli utensili dei più umili lavori. È l’immagine popo-
lare dell’eroe semplice e disinteressato, la più oleo-
grafica forse, ma la più cara agli italiani. In questa
pagina, che solitamente dedichiamo alla descrizione
di utensili dei tempi remoti, abbiamo voluto stavolta
pubblicare una fotografia degli utensili che Garibaldi
usava a Caprera, e che ancor oggi si conservano
appesi ad un muro della sua casa.

sempre così

39



eatro

isorgimento

Gli artisti della ‘’Compagnia Reale Sarda” fondata nel 1820 da Vittorio Emanuele I con il fine di migliorare €
perfezionare l’arte drammatica in Italia. Questo complesso stabile, di cui fecero parte eccellenti attori, portò

sulle scene, fino al 1853, anno in ©
tra il pubblico l’amore per il teatro italiano. Nella st





fu sciolto, milleduecento lavori, contribuendo efficacemente a diffondere
npa sono raffigurati Carlotta Marchionni, Antonietta Robotti,

Rosina Romagnoli, Luigi Vestri, Domenico Righetti, Giovanni Gottardi e Giovanni Borghi.

È noto a tutti il contributo dato, nel secolo
scorso, dall’opera lirica all’esaltazione dei sen-
timenti di indipendenza e di libertà. Viene su-
bito alla mente il nome di Giuseppe Verdi, e
il coro del Nabucco, divenuto uno dei canti
risorgimentali. Meno noto forse, ma non meno
interessante e importante, è il contributo che il
teatro di prosa italiano diede al Risorgimento,
alla creazione di uno spirito unitario.

Il critico Tullio Cicciarelli rievoca in questo
articolo le figure più significative del nostro
teatro dell'Ottocento.

Le immagini che illustrano questo articolo
fanno parte della collezione della rivista «Il
Dramma» che ce ne ha gentilmente concesso
la riproduzione.

Cento anni fa precisi (prima s'intende di
quel fatale sei giugno) Camillo Cavour scri-
veva ad Adelaide Ristori: « Se ne serva di
questa sua autorità a pro della nostra patria,
ed applaudirò in lei non solo la prima artista
ma il più efficace cooperatore nostro nei negozii
diplomatici ». Così, il Presidente del Consiglio
prima di scendere nella tomba siglava di pro-
prio pugno il senso il destino e la natura
nonché il limite del teatro italiano nella dram-
matica cornice del Risorgimento: dalla Carbo-
neria alla proclamazione dello stato unitario.

La quasi epigrafe di Cavour vibra un colpo
a quanti allora andavano affermando: « Si
abbandoni il genere drammatico e si imiti il
Goldoni » a tutto favore di un repertorio



Pogui co A ‘apt u law wi
(

©

tt
© col two di Valia,.

IBIMIMINIINI

a p p
Uu dogui alista ui tuo taletto

ANTONIBTTA ROBOTTI

Esimia Attrice Drammatica

Vbata a sentivo e ad duvitar gli affette
Pura rudi gentil, dolee Rai figura.

o . Ò
col liagico trtrento O

Peoti amore Loves: pietà mer pelli ,

c' po ; se
O L'arte tal, che cede a lei satura.

Era consuetudine, nell'Ottocento, dedicare alle attrici più note ritratti accompagnati da
fioriti ’elogi’’ poetici. La Bettini e la Robotti fecero parte della Compagnia Reale Sarda.

che: « fosse un’arma perenne puntata con-
tro i tiranni»; un repertorio insomma che
nutrito di succhi alfieriani ammorbidisse per-
sino le sue punte polemiche attraverso i
bianchi e morbidi languori ed abbandoni
della “divina” Adelaide Ristori che a Parigi
recitando ora “La Mirra” ora “La Medea”
conduceva nel porto degli affetti il grido
della italianità. Sull’onda dei battimani po-
litici parigini il Cavour aveva mille ragioni

auspice anche la potenza dell’adulazione
a decorare idealmente l’attrice-eroina, la su-
scitatrice di palpiti patriottici. Le ragioni di
stato o meglio i motivi tesi al raggiungimen-
to dell’unità nazionale erano dunque i fattori
piloti della situazione teatrale la quale na-
sceva dal vecchio ceppo (1820) della Compa-
gnia Reale Sarda; una specie di officina di
copioni che dall’anno di nascita a quello
della morte (1853) portò sulle scene mille-
duecento lavori interpretati tra l’altro da
Carlotta Marchionni, Luigi Vestri, Adelaide
Ristori (vi entrò appena quindicenne), Er-
nesto Rossi il grande alunno di Gustavo
Modena. Congerie di testi in effetti non ec-
cellenti che comunque posero le condizioni
per una maggiore popolarità del teatro insi-
diato del resto dalla continua penetrazione
del melodramma.

Difendere le scene e dalla concorrenza del-
l’opera lirica e dalla invasione dei copioni

stranieri (i francesi in cima alla fila) fu l’im-
pegno che a Bologna si assunse il trageda
Savino Savini fondatore nel 1847 della so-
cietà drammatica nazionale italiana il cui ar-
ticolo fondamentale recita: «La società è
diretta a influire coi suoi più validi mezzi
sul popolo, sui comici e sulle direzioni degli
spettacoli, acciocché torni degno d’Italia il
teatro originale italiano, e non si traducano
dalla scuola straniera nella nostra se non che
i veri capi d’opera a muovere l’emulazione ©
a porgere belle ragioni di studio ». Commen-
devoli propositi che però non diedero ali e
lievito alla società che campò di vita stenta
e magra. Abbiamo voluto ricordare questi
due tentativi di ampio carattere unitario per
rendere giustizia ad una sempre più vasta
frattura che si palesava tra le condizioni della
società italiana ed i risultati espressi dalla
produzione teatrale del tempo.

L’Italia macinava giorno dopo giorno il
massacrante lavoro di sutura nazionale attra-
verso le tradizionali strade della cospirazione,
della rivolta e della grande propaganda liber-
taria. Anche se le idee erano piuttosto con-
fuse con strani salti di geografia politica (re-
pubblicani che si travasavano nei canali mo-
narchici e viceversa) il sottofondo era unico
ed il linguaggio di un Cavour poteva anche
essere promosso dalla impazienza garibaldina
e dalla predicazione mazziniana. Una simile

società calata in un’epoca di battaglia e di
barricate esigeva un teatro che portasse sulle
scene il vessillo ed il volto della lotta per la
indipendenza. Un teatro senza mezze misure,
aggressivo, gonfio di rettorica, impetuoso nel
tuono della condanna verso gli oppressori. A
queste aperte richieste, le scene nazionali ri-
sposero in tono minore e con sciatto slancio.
Gli autori dimostrarono ancora una volta
di essere bloccati dal grande “complesso”
goldoniano. Ci furono — è vero — le infiam-
mate iniziative drammatiche del Pellico (* Ma-
tilde di Canossa” e “Francesca da Rimini”)
di Carlo Marenco (la sua “Pia” cavallo di
battaglia della Marchionni e della Ristori
ebbe vita intensa) di Angelo Brofferio il
tragediografo autore tra l’altro di “Vitige
re de’ Goti” commossa perorazione in fa-
vore degli oppressi e di G. B. Niccolini il
cui “Arnaldo da Brescia” non scompare di
fronte al “Conte di Carmagnola” di Alessan-
dro Manzoni ma tutte queste opere se le si
giudicano con metro obiettivo non erano
alla pari dei tempi. Furono — è vero

applaudite ma le ovazioni premiavano più
che altro le intenzioni non toccando così
l’assieme, la struttura dei copioni tanto è
vero che Carlo ‘Tenca scriveva: «tra i tanti
drammi prodotti dalla giovane letteratura
nessuno aveva trovato accoglienze costanti €
nessuno aveva data promessa di un teatro





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Adelaide Ristori nelle vesti di Medea” in una rara fotografia con dedica ad Antonio Petito, il famoso pulci-
finì « medaglia della tragedia ».

nella napoletano. La Ristori fu una delle più grandi attrici tragiche italiane dell'Ottocento. Teofilo Gautier la de-





2 L, Hire Sila

Abito di Paolo nella Francesca da Rimmi di Pellico

GH Altenni del'Acadl' dle DleiXt

D







in Birra è

al IMAIIRO So 9

Gustavo Modena nella parte di Paolo nella *’Francesca
da Rimini” di Silvio Pellico, una delle sue più famose
interpretazioni, Il Modena, dall’indomito spirito cospira-
o con Mazzini), fu uno
degli attori che portò ad esemplare compimento la co-
siddetta analisi introspettiva del personaggio. Nelle sue
interpretazioni, egli tendeva sempre a superare i limiti
del copione, per presentarsi al pubblico come unico
interprete e incondizionato autore del successo dell’opera:
ai giorni nostri, lo chiameremmo un “mattatore”.





tivo (è famoso il suo carteg,





nuovo, veramente nazionale ». Torniamo ora
al “complesso goldoniano” perché non vor-
remmo aver usato parole oscure. In sostanza
il Goldoni con la sua prodigiosa produzione
esercitò una influenza che andò oltre l’imma-
ginabile. Il commediografo veneziano — crea-
tore indiscusso del realismo ridusse a zero
l’enfasi, evitò l’iperbole e pur parlando una
lingua universale non ricorse mai ad effetti
truculenti. Il suo incantevole realismo, la sua
fedeltà alle cose minute e quotidiane, al
gioco eterno dei sentimenti, alla realtà del-
l’amore stabilirono subito le condizioni di
ideale idillio tra il pubblico ed il palcoscenico
dove i personaggi erano veri e vivi con i
difetti, le manie, le passioni dello stesso pub-
blico. La portata della rivoluzione goldoniana
fu incalcolabile ma sotto il profilo della esi-
genza di un teatro nazional-patriottico fu
deleteria perché l’esperienza goldoniana era
agli antipodi delle ansie e delle fiamme barri-
cadere. Goldoni agitava la satira dei costumi
ed allora non vi era tempo e spazio per la
critica del costume. Ecco dunque “il com-
plesso goldoniano” che ha caratterizzato in
tutta la sua evidenza ed eloquenza la difficile
nozione di un teatro patriottico. Non ci stu-
piremo più se in pieno fervore risorgimentale
un commediografo come il modenese Paolo
Ferrari (1822-1889) non stimava di meglio
che riprendere nelle mani il bandolo del ta-
lento creativo goldoniano dando alle scene
« Goldoni e le sue sedici commedie nuove ».
È pur vero che il Ferrari tentò il teatro epico
con “Carbonari e Sanfedisti” e con l’abba-
stanza forte: “Roberto Vighlius” ma il pieno
successo lo ottenne con il lavoro dedicato al
Goldoni.

Riprendiamo è tempo ormai il do-
cumento di Cavour o meglio la lettera dello
statista all’attrice Ristori. In effetti il Cavour
era consapevole della crisi ispirativa degli
autori italiani e rivolgendosi con devota stima
alla Ristori puntualizzava il problema del di-
vismo. Se il Goldoni ha ostacolato la nascita
del teatro patriottico, il divismo una volta
venuto male alla luce appunto quel teatro
lo ha salvato dalla catastrofe generale. Per
divismo intendiamo non la fredda vetrina di
gesti e di atteggiamenti grotteschi e parados-
sali ma l'effettiva presenza dell’attore come
cardine della scena e del dramma. Il teatro
risorgimentale ha avuto testi deboli ma attori
grandi e quindi la sua esistenza si affidò al
fenomeno dell’individualismo, della netta su-
premazia della “voce” nei confronti del
“coro”. Pensiamo a Gustavo Modena (Ve-
nezia 1803 - Torre Luserna 1861) ed avremo
la precisa testimonianza di un gusto nel
quadro della crisi da noi delineata. Al di là
della sua vita errabonda e romantica dei suoi
esilii politici, del suo indomito spirito co-
spirativo (l’epistolario con Giuseppe Mazzini
conferma il tono e la vocazione della sua esi-
stenza) vi fu in Gustavo Modena la matrice
del divismo. Quel divismo che fu elemento
positivo, quasi determinante per la difficile
popolarità del nostro teatro risorgimentale.
Dal “Saul” dell’Alfieri al “Maometto” del



















qui accanto: una scena del
"Conte di Carmagnola”, tragedia
storica in cinque atti di Alessan-
dro Manzoni. Come nell’ Adel.
chi”, alla base di quest'opera è
un sentimento patriottico che ne
fa uno dei testi più interessanti del
teatro italiano dell'Ottocento ispi-
rato agli ideali di libertà.





in basso: questa bella inci
è dedicata a Carlotta Marchionni.
che si vede al centro, nell'atto di
essere incoronata d’alloro. Fu
un’altra grandissima attrice dram-
matica del secolo scorso. nota.
oltre che per la sua bravura,
anche per la vita esemplare. Fece
parte, dalla fondazione, della
Compagnia Reale Sarda.

44

TOMMASO SALVINI

OROSMANE NELLA ZAIRA DI VOLTAIRE

Tommaso Salvini, l'attore che diede lo spunto alla celebre riforma del russo Stanislavskji,
secondo la quale è possibile inquadrare la trasformazione che, attraverso il subcosciente, su-
bisce la personalità dell'attore nel divenire personaggio. Salvini si recava in teatro due ore
prima che si levasse il sipario e si truccava con estrema lentezza per immedesimarsi grada-
tamente nel personaggio che doveva interpretare.



Voltaire dalla ‘Francesca da Rimini” del
Pellico al “Luigi XI” del Delavigne l’attore
che primo fra tutti portò ad esemplare com-
pimento la cosiddetta analisi introspettiva del
personaggio, trascese i limiti dei copioni
rappresentati per acquistare davanti al pub-
blico un significato ed un valore di unico
interprete e di incondizionato autore del
successo dell’opera. Il personaggio di Saul
da lui incarnato era talmente al di sopra della
cronaca che il pubblico si trasformava subito

grazie s'intende all’arte scenica del Modena

in attivo e pugnace assertore di un paese
meno infelice e più degno del passato.

Ma pensiamo anche a Tommaso Salvini
(Milano 1829 - Firenze 1915) l’attore che
diede lo spunto alla celebre riforma del russo
Stanislavskji secondo la quale è possibile in-
quadrare e codificare la trasformazione che
subisce la personalità dell’attore, attraverso il
subcosciente nel farsi personaggio. Salvini si
recava in teatro due ore prima che si levasse
il sipario e si truccava: « con estrema lentezza
per divenire gradatamente personaggio » (Pan-
dolfi). La sua approfondita analisi del fanta-
sma mimico gli permise proprio nel cuore del
teatro patriottico di contribuire in modo sen-
sibile alla causa nazionale.

In queste “voci” non può mancare quella
di Carlotta Marchionni (Pescia 1796 - Torino
1861) la quale al di là della aneddotica di oc-
casione che la volle ispiratrice della figura di
Francesca nella omonima tragedia del Pellico,
continuò il discorso divistico con un impegno
ed una intensità che allora raggiunsero punte
altissime. Adelaide Ristori (Cividale 1822-1906)
poi dalle platee nazionali a quelle straniere
perfezionò il panorama divistico non senza
come abbiamo già detto entusiasmare lungo
il filo della “questione italiana” Camillo Ca-
vour. E non desideriamo allungare l’elenco
perché il nostro compito non vuole scontrarsi
con la meccanica monotonia di un disco ©
con il libro mastro di un bilancio. Conviene
invece riaffermare la natura ed il limite del
teatro del ‘‘centenario”, natura e limite che
abbiamo cercato di precisare seguendo lo
svolgimento di una indagine storica e di co-
stume che tenesse conto delle oscillazioni del
gusto e delle esigenze del pubblico nazionale.
Il repertorio di allora (ci siamo come è ovvio
limitati al periodo centrale del secolo scorso)
era più che altro affidato ad uno stato d’animo.
Fu merito del pubblico (che ha quasi sempre
ragione) il quale capì lo spirito di quel reper-
torio intendendone anche i difetti e le intem-
peranze di impianto e di linguaggio. Le ova-
zioni popolari che successivamente confor-
tarono le opere di Giacometti, Giacosa e
Rovetta se da un lato sono realtà da consi-
derare non debbono dall’altro far credere
che il teatro patriottico sia l’optimum per
il nostro pubblico. Dobbiamo piuttosto dire
che il consenso fu allora semplicemente emo-
tivo e quindi non proporzionale al valore dei
testi rappresentati. Pubblico e “divi” furono
quindi i soli artefici del successo a tutto di-
spetto del repertorio. Il che è abbastanza
originale.

Riviste
aziendali
e cultura



16

Una delle copertine di questanno di «(Civiltà delle Macchine», la rivista edita dall'LR.I. La pubblicazione per
il suo inconfondibile stile e per il suo contenuto, può essere citata come una delle riviste italiane di carattere
aziendale (anche se qui l'aggettivo aziendale va inteso in un senso molto vasto) più impegnate culturalmente.

AI V congresso internazionale della stampa nirne ancora una volta i compiti e









aziendale, tenutosi a Vienna, Libero Bigiaretti, . Ma e di so
direttore della rivista aziendale dell’Olivetti, ha porre a azione del congresso una serie
parlato, come relatore ufficiale italiano, dei di distinzioni, giacché ogni definizione appare
rapporti tra stampa aziendale e cultura. Rite- troppo generica se no: yrtunamente
niamo interessante pubblicare la sua relazione. sostenuta da una serie di precisazioni. Vi sono
pubblicazioni aziendali che hanno lo scopo,
almeno l’inter , d leersi esclusi
Riteniamo non sia necessario in questa sede, vamente al personale dipendente dall’ azien-
in questo congresso che riunisce veri e propri da: esse cercano nella co , nella
specialisti della stampa aziendale, tentare di informazione, ad andamento verticale, di

46

dare un arricchimento di natura etica e so-
ciale al rapporto di dipendenza; di tentare
un colloquio, che spesso è soltanto un soli-
loquio, laddove sembrerebbe non esistere al-
tro linguaggio se non quello autoritario e
utilitaristico delle “disposizioni” che si tra-
smettono per vari gradi di gerarchia e ren-
dono possibile la “esecuzione”.

Altri giornali e riviste aziendali si rivolgo-
no all’esterno, cioè al pubblico dei clienti ac-
quisiti e dei clienti probabili. Queste pubbli-
cazioni rientrano perfettamente nel quadro
della stampa aziendale giacché il fine più
rilevante è quello di fornire notizie circa gli
aspetti tecnologici e produttivi dell’ azienda.
Vi sono poi pubblicazioni aziendali che si
pongono un duplice obiettivo: informare sia
i dipendenti che i clienti. In tale divaricazione
di intenti, coteste pubblicazioni debbono ne-
cessariamente dare anche all’informazione in-
terna, strettamente aziendale, il carattere della
propaganda.

Infine vi sono pubblicazioni aziendali che
hanno l’intento preminente di accogliere, re-
gistrare, guidare le attività del tempo libero.
Riteniamo inoltre che si possono far rientrare
nel quadro anche quelle pubblicazioni rivolte
all’esterno che prescindono completamente
dalla informazione aziendale ed offrono al
lettore-cliente uno strumento di lettura disin-
teressata, che tuttavia diventa operante dal
punto di vista pubblicitario, in quanto con-
ferisce un prestigio culturale, cioè un relativo
aumento di valore, al nome della “ditta”.

Tutte codeste pubblicazioni aziendali, en-
tro una fascia molto larga di dignità esteriore
e di efficacia, concorrono indubbiamente a
un’opera di divulgazione culturale; anche
quelle eminentemente tecniche e specialistiche,
giacché non sapremmo restringere il concetto
di “cultura” ai soli risultati e derivati (spesso
cattivi derivati) delle attività artistiche, lette-
rarie e scientifiche. Dovendo però, secondo
l’incarico che ci siamo assunti, mettere in
evidenza l’opera di divulgazione culturale
fra i dipendenti delle imprese industriali e
commerciali dobbiamo considerare soltanto
quelle pubblicazioni alle quali si può dare il
nome complessivo di giornali aziendali e
che generalmente, almeno in Italia, sono distri-
buite gratuitamente entro l'ambito dell’azienda.

Se ci domandassimo per quale fine le aziende
diffondono tali pubblicazioni, dovremmo an-
zitutto rispondere che nello stato attuale
della società, quali che siano i connotati ideo-
logici e politici degli stati e dei governi,
qualsiasi attività produttiva, qualsiasi impresa
pubblica e privata, è costretta, proprio per
effetto di un progresso che è insieme sociale
e culturale, a superare il fine utilitaristico, 0
almeno a sottrarre una parte dell’utilitarietà
al suo carattere meramente economico e spe-
culativo. Ma altre risposte, tutte pertinenti,
potrebbero darsi alla domanda. Per esempio,
risposte improntate a uno spirito di socialità:
creare tra il personale vincoli di solidarietà;
tra essi e la direzione stimolare un sentimento
di collaborazione; provocare quel particolare
spirito di corpo, 0 patriottismo aziendale, che

giova in qualche modo a rendere meno penosi
o meno contrastanti i rapporti, di per sé
antagonistici, fra datori di lavoro e lavoratori.
î anche risaputo che la conoscenza degli scopi,
delle tecniche di lavorazione e dei risultati
di una produzione industriale da parte di chi
vi è addetto (specie al livello più basso) pro-
voca un interesse, un attaccamento che, ren-
dendola per così dire cosciente, attenua la
fatica e può risolversi in un vantaggio anche
per l’imprenditore, che vede aumentata la
produttività. Si consideri lo stato di isolamento,
di frustrazione, di alienazione dell’operaio
inserito in un breve momento del processo
produttivo di serie, costretto a un lavoro
monotono di cui gli sfuggono e la destina-
zione finale e le fasi che lo hanno preceduto
e si vedrà che, in effetti, un reale beneficio
di ordine psicologico può venire dalla infor-
mazione aziendale.

Abbiamo detto che anche la tecnica è cul-
tura, e perciò lo è anche l’informazione
tecnica: essa finisce ad operare culturalmente,
nel senso che provoca un aumento di cogni-
zioni, un arricchimento di personalità. Ma se
ci fermiamo a un significato più tradizionale,
umanistico, della cultura, vediamo che il fine
del sollievo psicologico e morale del lavora-
tore è ancor meglio conseguito. Purché non
si abbia l’intenzione di limitare la cultura dei
giornali aziendali a una sorta di “vacanza”,
di “distrazione” non accompagnate da un
reale arricchimento di concscenza.

Dobbiamo riconoscere che, in generale, le
pubblicazioni aziendali italiane dànno ade-
guato spazio alle notizie culturali e che in
molte di esse si riscontra una sorprendente
varietà di argomenti estranei alla vita del-
l’azienda e legati alle attività culturali del
paese: recensioni di libri, resoconti cinemato-
grafici e teatrali, rassegne d’arte, discussioni
di questioni estetiche di attualità, senza con-
tare le esemplificazioni di carattere creativo:
racconti, poesie, saggi spesso dovuti a scrittori
di fama, in molti casi opera di collaboratori
interni, cioè dei lettori stessi. A questo pro-
posito si ritiene opportuno citare una delle
più riuscite iniziative dell’Associazione ita-
liana: il “premio Pacces”, riservato ai dipendenti
delle aziende che dànno la loro collaborazione
ai giornali aziendali. Frequentemente le pagine
culturali di essi si ricollegano all’attività dei
centri culturali aziendali, o ne sono una
emanazione o il riflesso indiretto.

Chi considerasse tale abbondanza di pre-
senza e di intenti culturali nelle riviste azien-
dali italiane, senza conoscere minimamente
la realtà della situazione culturale del paese,
potrebbe farsi l’idea che l’Italia è una na-
zione dove, come già avvenne in altri periodi
storici, l’arte e la letteratura hanno una pre-
minenza nell’interesse dei cittadini. Invece
dobbiamo dire che è vero il contrario e che
il compito svolto dalle pubblicazioni aziendali
non è altro che una surrogazione, un tentativo
di rimediare in qualche modo a una situazione
piuttosto grave e che ci proponiamo di illu-
strare brevemente.

Ci limiteremo alla particolare situazione

dello strumento primo di ogni sviluppo cul-
turale: cioè la diffusione del libro.

Nel nostro paese si pubblicano ogni anno
circa 10.000 titoli di libri: che può sembrare,
e non è, un dato fortemente positivo, giacché
nella maggioranza dei casi la diffusione di
tali libri non supera, dal punto di vista della
vendita, il migliaio di esemplari. La diffu-
sione avviene entro un ambito assai ristretto
a mezzo di una organizzazione di vendita che
conta 1.900 librerie, di cui soltanto 700 (in
un paese di 50 milioni di abitanti) possono
considerarsi efficienti. Una recente inchiesta
ha potuto stabilire che soltanto in sette
famiglie su cento si trovano libri non scola-
stici, e che per una forte percentuale di fami-
glie borghesi l’unica fonte di lettura sono i
quotidiani politici e i settimanali illustrati.

Questi dati, se negli strati più bassi della
popolazione derivano dal permanere di una
certa quota di analfabetismo e, in misura più
larga, dal cosiddetto “analfabetismo di ritorno”
(quello di coloro che, adempiuti gli obblighi
scolastici, non si sono più avvicinati al libro
e hanno dimenticato anche le nozioni elemen-
tari), negli strati medi denunciano la inade-
guatezza culturale e professionale del cosid-
detto ceto medio. Il primo aspetto riguarda
evidentemente la scuola e l’assolvimento del
precetto costituzionale relativo agli otto anni
di istruzione obbligatoria: il piano della scuo-
la, di recente approvato, costituisce uno sfor-
zo costruttivo apprezzabile, ma ancora, logi-
camente, non può dare dei frutti concreti.

Il fenomeno dell’arretratezza culturale in
alcune regioni d’Italia, dovuto a tante ragioni
di carattere storico, trova riscontro, in altre,
nella indifferenza del pubblico medio che,
dotato di media istruzione, si appaga di ciò
che forniscono gli strumenti della cultura di
massa: radio, televisione, cinema, settimanali
illustrati, letteratura poliziesca, e rifugge, ge-
neralmente, dalla lettura che richiede un mi-
nimo di attenzione e di partecipazione. Si
possono ricercare altre ragioni dell’assenteismo
culturale, si può incolparne anche il clima che
permette una vita di relazione all’aria aperta e,
non costringe, come in altri paesi, a rifugiarsi
nelle stanze riscaldate entro cui la lettura è
più agevole. Ma può certamente darsi una
parte della responsabilità non solo ai governi,
alle classi dirigenti, alle forze politiche che
temono la diffusione culturale come veicoli
di ideologie sovversive, bensi al carattere
stesso della cultura, della letteratura nazionale.
Essa ha sempre avuto carattere aulico, non
popolare; gli organismi culturali sono sempre
stati legati a una tradizione aristocratica,
l'élite. La stessa letteratura narrativa contem-
poranea, cioè la forma letteraria più divulgata,
appare chiusa in schemi e in linguaggi poco
accessibili, o comunque non aderenti alla vita.

La letteratura contemporanea italiana è tra-
vagliata dalla coscienza di tale sua non ade-
renza e si dibatte in una serie di contrasti e
di esperimenti che oppongono a una lingua
tradizionalmente aristocratica e convenzionale
un linguaggio modellato sul dialetto, che non
può avere in sé le risorse necessarie a espri-

7A aprite!

La testata di uno degli ultimi numeri di *Notizie Olivetti”. La
pubblicazione di questa società, che segue da anni una sua illu-
minata politica aziendale, tratta nel modo più interessante e più

vivo problemi di cultura, tecnica e attualità.

mere la condizione spirituale e le aspirazioni
dell’uomo moderno. ‘Tale contrasto, occorre
dire, non avviene soltanto in Italia, ma è
peculiare dell’Italia l’esistenza di una profon-
da frattura culturale tra Nord e Sud, la insuf-
ficienza culturale della media borghesia, assai
più grave, nelle sue intime motivazioni, di
quella del popolo.

È evidente che anche lo sviluppo di un’au-
tentica democrazia, cui si sono opposte fino
ad ora particolari contingenze storiche, è
essenzialmente legato alla possibilità che tutti
i cittadini dispongano di un adeguato pa-
trimonio culturale. Soltanto una stanca ret-
torica può consolare qualche italiano della pre-
sente condizione con il ricordo di tempi più
gloriosi per la cultura e per l’arte. In una
situazione come quella che brevemente, e
senza ipocrisia, abbiamo accennato, il con-
tributo che la stampa aziendale può offrire
alla divulgazione culturale è notevole, almeno
in proporzione numerica col suo milione e
mezzo di lettori. In pochi altri paesi come
l’Italia, l'invito alla lettura, la penetrazione
della cultura negli strati medi e popolari può
ricevere un così rilevante stimolo dalla stampa
aziendale. Essa è spesso l’unico tramite tra
un pubblico vasto e trascurato e i produttori
di opere culturali non sempre animati da un
sufficiente spirito sociale, ma, al contrario,
chiusi nell’egoismo particolaristico di chi si
sente offeso dall’altrui indifferenza. È un cir-
colo chiuso: un pubblico che disprezza il
libro si trova contro autori che disprezzano
il pubblico.

La stampa aziendale ha dunque un grande
compito davanti a sé, ma anche, come è
logico, una grande responsabilità. Come può





47

La “Rivista Pirelli”, un altro esempio di pubblicazione che assolve
a una vasta funzione culturale. La Pirelli e | Olivetti hanno af-
fiancato alle loro riviste notiziari di carattere informativo secon-

do un'impostazione seguita anche dalla nostra azienda.

assolvere questo compito? Non spetta a noi
dare consigli, ma solo riferire qualche dato
derivante da una specifica esperienza. A parte
il caso di alcune aziende che operano in lo-
calità impervie o isolate (industrie estrattive,
centrali idroelettriche in montagna ecc.) e i
cui dipendenti si trovano perciò a non poter
consultare altre pubblicazioni, bisogna tener
presente che il giornale aziendale, general-
mente, non è la sola “carta stampata” che
venga letta; ma proprio la qualità — sempre
in linea media — della più diffusa “carta stam-
pata” (giornali sportivi, romanzi polizieschi,
settimanali volutamente improntati a una
melensa e falsa concezione di vita, storie a
fumetti, sottoprodotti, insomma, della cul-
tura) imporrebbe alle pubblicazioni aziendali
di essere un correttivo, morale oltre che cul-
turale. Il giornale aziendale dovrebbe offrire
le proprie pagine dedicate alla cultura come
una fonte attendibile e seria di informazioni
e di chiarimenti. Il giornale aziendale, oltre
che dal lavoratore, è letto dalla sua famiglia:
dovrebbe perciò portare alle famiglie una eco,
sia pure estremamente volgarizzata, non solo
della vita di fabbrica e di ufficio, bensì anche
di ciò che forma oggetto di discussione e di
ciò che viene prodotto negli ambienti più
elevati della cultura; dovrebbe unire allo
svago, anch’esso importante, della lettura,
l'acquisizione di qualche verità morale e sto-
rica, o semplicemente una certa consapevolezza
dei valori della vita e dei rapporti umani.
Tutto ciò impone al redattore una scelta
severa. Però non è solo mettendo insieme una
antologia di firme illustri e di scritti pregevoli
che lo scopo può essere conseguito; occorre
che il redattore intervenga come guida e

come sollecitatore delle opinioni del lettore.
Il lettore deve essere presente nelle pagine
della rivista aziendale, specialmente se egli,
Opportunamente incoraggiato, sarà chiamato
a esprimere la propria opinione sul mondo
che lo circonda; sia quello dell’ufficio e dell’of-
ficina, sia quello del suo r2//iex sociale, sia
quello più ampio della città, della regione,
della patria in cui vive. Secondo noi, dai
lettori del giornale aziendale, occorre saper
trarre non solo consumatori ma anche pro-
duttori di cultura. Ciascuno può farlo se-
condo la propria possibilità e in armonia col
carattere dell’azienda. Il dirigente di elevata
cultura tecnica o umanistica potrà, senza su-
perbia, spiegare un aspetto dell’attività di
cui è a capo, o un aspetto di una attinente
scienza o di una attinente arte, il funzionario
e l'impiegato possono esporre, oltreché le
risultanze delle proprie predilezioni culturali,
dati di esperienze di lavoro, e l’operaio può
fare altrettanto. Si lasci pure sfogare — chi
crede che ciò sia bene — la vocazione o la
pseudo vocazione artistico-letteraria dei mem-
bri di una famiglia aziendale, ma soprattutto
li si sproni a esporre opinioni su ciò che os-
servano. Il primo sostegno della cultura è
la capacità reattiva, la libertà di giudizio e
di critica. Non basta invitare alla lettura,
occorre invitare a esprimere opinioni su ciò
che si legge, su ciò che si vede e si osserva,

Ecco, secondo noi, il contributo che la
stampa aziendale può dare allo sviluppo cul-
turale: approfittare del tono familiare, privato,
che hanno le pubblicazioni aziendali per fare
del lettore passivo un lettore attivo: un col-
laboratore, infine. Che è l’obiettivo che tutti
noi ci proponiamo.

48

Panorama

siderurgico

SITUAZIONE INTERNAZIONALE

Il fatto di maggior rilievo verificatosi nel-
l’ambito dell'economia mondiale nel corso del-
l’ultimo bimestre è senz'altro la svolta positiva
della produzione industriale statunitense. E il
sintomo più rassicurante di una netta ripresa
produttiva per il prossimo autunno è dato dal-
l'aumento delle ordinazioni d'acciaio. Le prin-
cipali aziende siderurgiche statunitensi oltre che
aumentare la produzione per adeguarsi alla ri-
chiesta, continuano nell'azione di compressione
dei prezzi per far fronte alla concorrenza in-
ternazionale.

Le notizie provenienti dal Lussemburgo con-
fermano frattanto che l'andamento della con-
giuntura siderurgica nell'ambito della C.E.C.A.
può essere sempre considerato favorevole.
Nello scorso giugno il gettito d'acciaio della
Comunità ha infatti raggiunto 6.282.000 ton-
nellate, la produzione mensile più alta dopo il
primato dello scorso marzo. Confrontando i
risultati conseguiti nel primo semestre dell’anno
in corso con quelli dello stesso periodo del 1960,
si rileva un aumento di 1.364.000 tonnellate,
pari al 3,8%.
fi Quantitativamente il maggior incremento nei
confronti del primo semestre dello scorso anno
è dovuto alla Germania Occidentale, con ton-
nellate 585.000 e alla Francia con tonnellate
526.000. Il maggior incremento percentuale,
il 9,7%, è stato realizzato dall’Italia, seguita
dall'Olanda. Solamente il Belgio ha diminuito
la produzione per causa dello sciopero verificatosi
all’inizio dell’anno.

Per quanto concerne le ordinazioni di prodotti
siderurgici si è invece registrata in giugno una
leggera diminuzione nei confronti del mese
precedente. Esse sono comunque state superiori
del 4,7%, @ quelle del giugno 1960.

La diminuzione nei confronti del mese di
maggio è da attribuire a fattori stagionali che
precedono normalmente il periodo delle vacanze
estive.

Nelle sue linee programmatiche per il terzo
trimestre 1961 l'Alta Autorità della C.E.C.A.
prevede che il mercato interno dell'acciaio sarà
sostenuto dalla sempre favorevole espansione
industriale. Non è però da escludere che l’at-
tuale facilità d’approvvigionamento di prodotti
siderurgici induca gli utilizzatori a diminuire,
più che ad aumentare, le loro scorte.

SITUAZIONE ITALIANA

Come abbiamo visto più sopra, nel primo se-
mestre dell’anno in corso la produzione italiana
di acciaio ha registrato un aumento del 9,7%
nei confronti di quella totalizzata nello stesso
periodo del 1960. È l'aumento percentuale mag-
giore che si è avuto nell’ambito della C.E.C.A.
È inoltre da rilevare che il risultato conseguito
nel secondo trimestre di quest'anno, ha segnato

Produzioni Italsider

un ulteriore ragguardevole incremento nei con-
fronti del primo ed in misura superiore alle
previsioni.

La nostra siderurgia lavora a pieno ritmo e
con buone prospettive visto il favorevole sviluppo
dell’industria metalmeccanica, al quale si col-
lega una più intensa attività nel settore dell’edi-
lizia, tanto per le costruzioni civili, quanto per
le opere pubbliche.

Elemento degno di nota, che conferma i nuovi
orientamenti dell'industria siderurgica nazionale,
è poi che nei primi ser mesi del 1961 la produ-
zione di ghisa ha segnato un aumento percen-
tuale doppio rispetto a quello, già rilevante,
verificatosi nella produzione d’acciaio.

Ai notevoli risultati conseguiti ha cooperato
in misura rilevante l’Italsider che, nel primo
semestre dell’anno in corso, ha prodotto 1.272.000
tonnellate di ghisa e 1.772.000 tonnellate d’ac-
ciaio, quantitativi che segnano rispettivamente
un incremento del 19%, e del 15%, nei confronti
dei risultati conseguiti nello stesso periodo del 1960.

Nel primo semestre dell’anno in corso le pro-
duzioni di ghisa e d'acciaio dell’Italsider hanno
corrisposto all’86%, e al 39% delle rispettive
produzioni nazionali.

maggio giugno

1961 1961
coke tonn. 163.216 161.582
ghisa 233.538 * 198.500
acciaio 302.970 298.146
laminati a caldo 242.269 * 228.161
laminati a freddo 44.718 * 40.863
getti di ghisa e di acciaio 9.510 8.201
fucinati e stampati 1.262 956
rodeggi 3.369 3.406
carpenteria 4.089 2.309
derivati vergella 4.136 4.048
bulloneria 750 629
molle 208 170
armamento ferroviario 1.816 1.718
altre lavorazioni 48 29

* nuovi record mensili

RIVISTA ITALSIDER - segreteria di redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider - Via Corsica 4 - Genova - telefono 59.99. La riproduzione degli
articoli è libera. Si prega citare la fonte. Stampa: AGIS - Stringa - Genova. Clichés a colori: Denz- Berna. Clichés in bianco e nero: Ceriale - Genova





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RIVISTA ITALSIDER





la copertina: Giuseppe Capogrossi - «Super-
ficie 212» (collezione Lerner, New York),
per concessione della Galleria del Navi-
glio di Milano.

Giuseppe Capogrossi è nato a Roma nel
1900. Dal 1927 al 1933 soggiornò a Parigi
e fu allora che la sua arte passò gradual-
mente dal realismo all’astrattismo. Il suo
stile è personalissimo: si tratta di un segno
che si ripete in una varietà di colori e di
disposizioni, un segno che è come un
ideogramma, un marchio, una firma.

2° e 3° di copertina: il pensiero e l’azione
nel Risorgimento: la penna di Mazzini e

uno strumento per fondere proiettili, usato
durante le «cinque giornate» di Milano.

£° di copertina: insegna in ferro della «Taver-
na della volpe» a Londra (XVIII secolo)
RIVISTA ITALSIDER

bimestrale d’ informazione aziendale per
il personale dell’ Italsider - Alti forni e ac-
ciaierie riunite Ilva e Cornigliano

Anno II - n° 3 - maggio-giugno

comitato di direzione: Giuseppe Ceccarelli,
Giorgio Clavarino, Arrigo Ortolani, Mario
Lucio Savarese

direttore responsabile: Carlo Fedeli
collaborazione artistica di Eugenio Carmi

Autorizzazione del Tribunale di Genova
n° 516 in data 28 dicembre 1960 - Spedi-
zione in abbonamento postale - gruppo IV

SOMMARIO

Il Risorgimento nei musei pag. 3
Il Risorgimento e la pittura

italiana » 9
Lavoro e rivoluzione industriale » 16
Italia 61 » 2I
Il carretto siciliano » 26
Cent'anni di lingua italiana » 28
“Per scampato pericolo” » 33
Teatro e Risorgimento » 39
Riviste aziendali e cultura » 45

AI lungo elenco delle moltissime e disparate cose — dall’Esposizione di Torino alle
lamette da barba che nell'anno 1961 vengono dedicate al Centenario dell’unità
d’Italia, va aggiunto ora anche questo numero della Rivista Italsider.

Gli argomenti e gli aspetti del Centenario da trattare in questo fascicolo avrebbero
potuto essere innumerevoli e tutti di grande significato, perché cento anni di storia
coinvolgono tutta la vita di una nazione, ordinamenti politici e amministrativi, strut-
tura sociale, lingua, costumi e modo di pensare.

Nel compiere una scelta, abbiamo ritenuto di doverci soffermare, oltre che, ovvia-
mente, sull’evoluzione della siderurgia e sulle mostre di “Italia 61”, su alcuni aspetti
della nostra vicenda unitaria che, pur essendo meno noti e meno trattati di altri,
potevano, a nostro giudizio, interessare la più larga cerchia di lettori, come i musei,
la pittura, il teatro del Risorgimento, l’evoluzione delle condizioni di lavoro e del
linguaggio negli ultimi cento anni.

Anche i rapporti tra stampa aziendale e cultura, oggetto di una relazione congressuale
di Libero Bigiaretti, ci sono sembrati essere argomento pertinente a questo partico-
lare numero della Rivista. La diffusione della cultura è, oggi come nel passato, un
problema di fondo per il nostro paese. O, almeno, lo è per chi ritiene che cultura non
voglia dire tanto aver letto molti libri e aver pronte molte citazioni, quanto aver ac-
quisito, attraverso le letture, la discussione e l’esperienza, la coscienza delle proprie
responsabilità e dei propri diritti, la capacità di osservare con occhio più obiettivo la
realtà in una prospettiva più ampia, doti queste che offrono, a chi le possiede, un'arma
preziosa in difesa di tutte le libertà.

Cent'anni di siderurgia italiana

Tracciare un panorama dell’industria siderurgica negli ultimi cento anni non è un pretesto
gratuito per un fascicolo dedicato particolarmente al Centenario dell’unità d’Italia. È infatti
dalla raggiunta unità politica e geografica che il nostro paese ha tratto lo stimolo per la revi-
sione e modernizzazione delle sue strutture economiche e industriali, e quindi anche della side-
rurgia che ne costituisce uno dei pilastri fondamentali.

È proprio verso la metà dell'Ottocento che la siderurgia nasce e si afferma come grande in-
dustria. A quel periodo risalgono eccezionali innovazioni di tecnica siderurgica : î primi altiforni
a coke di tipo moderno e i processi ‘“Bessemer”, “Thomas” e “Martin Siemens” per la produ-
zione d'acciaio, seguiti dall'introduzione, nel 1898, del forno elettrico dell'italiano Stassano.

Mentre all’estero, la siderurgia, così orientata, fece subito rapidi progressi, tanto che, in re-
lazione ai tempi, si può parlare di passi da gigante, in Italia essa rimase ancora per parecchio
tempo vincolata agli antichi metodi di produzione e legata soprattutto all'impiego del costoso
carbone di legna per la produzione della ghisa, materiale fondamentale per ogni ulteriore pro-
duzione siderurgica economica.

All’ epoca della costituzione del Regno d’Italia la posizione d’inferiorità tecnica ed econo-
mica della nostra siderurgia non solo permaneva ma si aggravava d’anno in anno. L’urgenza di
ricorrere a provvedimenti era messa in chiara e particolare evidenza dal risveglio di ogni genere
di attività industriale, dalla necessità dell’armamento nazionale e dal continuo aumento dell’im-
portazione di prodotti ferrosi grezzi 0 lavorati.

Personalità del governo, della politica, dell'industria e della scienza si diedero allo studio
del grave problema. Nel 1861, per iniziativa del Generale Menabrea, Ministro della Marina,
fu nominata una commissione composta di ingegneri ed ufficiali delle varie armi, con l’incarico
di «studiare le condizioni delle ferriere ed officine esistenti ed î provvedimenti più giovevoli al
loro svolgimento in relazione alle occorrenze del paese ».

Il lavoro d'indagine compiuto da quella commissione fu pubblicato nel 1864. Purtroppo si
venne solo în possesso di un documento delle critiche condizioni di inferiorità della siderurgia
italiana di quei tempi.

La relazione concludeva consigliando uno studio più approfondito delle possibilità di utilizza-
zione dei combustibili nazionali ed esprimendosi favorevolmente all'eventuale adozione del pro-
cesso ‘“Bessemer”, che incominciava a diffondersi in Europa.

Ma i problemi fondamentali per l'avvenire della nostra siderurgia, specialmente quello di un
radicale aggiornamento della fabbricazione della ghisa, non furono messi nella dovuta luce. A
tale iniziativa si deve comunque la spinta ad un ulteriore movimento di studi ed anche qualche
coraggioso esperimento industriale, come quello realizzato nel 1866 dal genovese Alfredo No-
vella con il primo impianto italiano di convertitore ‘“Bessemer” a Piombino. Le vicende stesse
di questo esperimento, abbandonato nonostante i buoni risultati tecnici, dimostrarono che i tempi
non erano maturi per una soluzione del problema.

Passarono così parecchi anni prima che si facesse strada il convincimento che le risorse mi-
nerarie dell’isola d’ Elba non dovevano essere utilizzate per assicurare al Demanio, con l’espor-
tazione, un beneficio semplicemente pecuniario, ma per dare il massimo e fondamentale impulso
ad una potente industria siderurgica nazionale. Nel frattempo le industrie navali e meccaniche

2

italiane progredivano in modo veramente straordinario. Così, mentre il
nostro paese riportava nel 1876 un vero trionfo con la costruzione delle
più potenti corazzate del mondo (la “Duilio” e la Lepanto”), si doveva
constatare che i più importanti elementi strutturali di tali costruzioni
erano stati importati. L'industria siderurgica italiana infatti, nel campo
della produzione dell'acciaio, dopo l'insuccesso economico dell'esperimento
“Bessemer” di Piombino era assolutamente disarmata.

Nel 1879 fu finalmente approvato un progetto di legge per la costru-
zione di stabilimenti siderurgici al fine di provvedere al fabbisogno della
Marina e dei Lavori Pubblici. Essa portò alla costruzione dello stabili-
mento di Terni, iniziata nel 1884. Lo stabilimento venne dotato di forni
“Martin Siemens” per la produzione d'acciaio per artiglierie e corazz
navali e di forni ‘“Bessemer” per l'acciaio comune. Nel frattempo, l’inizia-
tiva privata aveva introdotto il processo “Martin Siemens” nel 1878
a Piombino, nel 1882 in Liguria, a Sestri Ponente e, successivamente, in
varie altre ferriere, specialmente liguri.

Nel 1891 l’Italia possedeva già 31 forni ‘Martin Siemens”, di tipo
piccolo, per colate da 4 a 12 tonnellate. L'indirizzo era comunque stato
preso. L'incremento della produzione del ferro e dell'acciaio fu subito
considerevole : da circa 100 mila tonnellate nel 1881 a quasi 300 mila
tonnellate nel 1890. Nel momento del maggior fervore di costruzione d’im-
pianti si abbatteva sull'Italia la gravissima crisi edilizia, commerciale
e industriale, durata dal 1890 al 1896. Essa paralizzò gli sforzi, stremò
le iniziative e chiuse in angusti confini l’attività produttrice. Superata
la crisi, l'industria italiana riprese il proprio sviluppo. Le antiche ferriere
furono ampliate e se ne aprirono di nuove in Lombardia, in Piemonte,
nel Mezzogiorno (Torre Annunziata), in Liguria (Bolzaneto e Savona
con î primi forni Martin da 20 a 30 tonnellate). La produzione, discesa
nel 1895 a sole 200.000 tonnellate, raggiungeva nel 1900 nuovamente
le 300.000 tonnellate.

Ma se in tal modo veniva soddisfatto il fabbisogno dell’armamento e
anche, in gran parte, quello di prodotti commerciali, come grandi pro-
filati, lamiere e rotaie, rimaneva sempre da risolvere il problema della
produzione nazionale di massa della ghisa. Per questo l’aiuto statale era
essenziale. Esso avrebbe dovuto estrinsecarsi in forma di garanzia, di
sicura ed economica disponibilità del minerale nazionale. Appariva chiaro
che soltanto con tale garanzia si sarebbe ottenuto il concorso del capitale
privato. Fu nel 1897 che si addivenne finalmente all'adozione di provve-
dimenti di concessione a lunga scadenza dello sfruttamento delle miniere
di ferro. Tale decisione aprì veramente la via alla creazione della grande
industria siderurgica nazionale. Furono incoraggiati gli investimenti nella
costruzione di grandi e costosi impianti. Così nel primo decennio del nuovo
secolo entrarono in esercizio altiforni moderni a Portoferraio, a Piombino
e a Bagnoli, il nucleo di quella che poi sarebbe divenuta la società Ilva.
Così, mentre nell’ultimo ventennio del secolo XIX si raggiunse una, per
quei tempi, efficiente organizzazione della produzione dell'acciaio omo-
geneo, utilizzando prevalentemente il processo di rifusione di rottame,
nel primo decennio del secolo XX si realizzò la fabbricazione della ghisa
con il coke e quella dell'acciaio con il processo di affinazione della ghisa
liquida con il minerale, applicando, nei nuovi impianti di Piombino e di
Bagnoli la lavorazione a ciclo integrale, la sola che può garantire un
sano sviluppo dell’industria siderurgica. Dal 1901 al 1910 la produzione
nazionale passò : per la ghisa da 15.000 tonnellate a 353 mila, con la
pressoché totale scomparsa del processo a carbone di legna, e per l’ac-
ciaio da 135 mila a 736 mila tonnellate.

La prima guerra mondiale impegnò poi a fondo t'industria siderurgica
che si era frattanto indirizzata în larga misura verso i processi di fabbri-
cazione dell’acciaio dal rottame, materiale in quel periodo reperibile a
basso prezzo e che esigeva impianti di minor costo. La fame d'acciaio
non soltanto indusse al massimo sforzo produttivo le aziende esistenti,
ma determinò il sorgere di nuovi stabilimenti, in maggioranza di medie
e piccole dimensioni e con attrezzature spesso d'emergenza.

Nel 1917 la produzione siderurgica toccò cifre record : 1.332.000 ton-
nellate di acciaio e 471 mila tonnellate di ghisa, ma subì una caduta ver-
tiginosa alla fine del conflitto per l'impossibilità, in conseguenza degli
alti costi produttivi, di sostituire ad una produzione e ad un consumo di
carattere bellico una produzione ed un consumo inseriti in un'economia
di pace. Nel 1921 la produzione era dimezzata per quanto concerne l’ac-
ciaio e quasi annullata nel settore della ghisa.

Per uscire dalle sabbie mobili della crisi, che d'altronde rispecchiava la
situazione generale di crisi economica del paese, non si seppe ricorrere
che alla protezione doganale, e il consumo d’acciaio, per l’elevatezza dei
prezzi, rimase ad un livello estremamente basso.

La fondamentale inadeguatezza della nostra siderurgia, il suo irrazio-
nale frazionamento, l'evidente arretratezza di troppi impianti, non po-
tevano peraltro non preoccupare i tecnici. Intorno al 1937 si sentì, final-
mente, la necessità di ricorrere a sostanziali rimedi. Vennero ampliati
gli impianti a ciclo integrale già esistenti di Piombino e Bagnoli, e si pose
mano alla costruzione di un grande stabilimento a Cornigliano.

Ma, prima che l’opera fosse compiuta, sopraggiunse la seconda guerra
mondiale, dalla quale la siderurgia nazionale uscì malconcia e mutilata.
I due flagelli dei bombardamenti aerei e dei “trasferimenti” di impianti
oltre confine avevano, è vero, risparmiato in gran parte le acciaierie medie
e piccole impostate sullo sfruttamento del rottame, ma s'erano pesantemente
abbattuti, e non a caso, sui pochi grandi impianti a ciclo integrale (Ba-
gnoli, Piombino e Cornigliano) che soli avrebbero potuto, se adeguatamen-
te sviluppati, imprimere un nuovo corso alla produzione italiana d'acciaio.

Così la nostra produzione di ghisa che era stata di oltre T milione di
tonnellate nel tg4I, precipitò a 61.938 tonnellate nel 1945 e quella d’ac-
ciato, che aveva superato i 2 milioni, si ridusse a sole 304.756 tonnellate.

Per far fronte all’intensa richiesta vennero affrettatamente rimessi in
attività vecchi impianti e la produzione poté riprendere quota abbastanza
rapidamente. Ma il problema di fondo si ripresentava più vivo e assillante
che mai : o tendere al salvataggio di tutti gli impianti, anche di quelli più
antiquati, o attuare coraggiosamente un piano di riforma integrale, per
consentire la produzione dell’acciaio a prezzi internazionali. Di quest'ul-
timo progetto si fece sostenitrice la Finsider. Il piano per la sua attuazione
fu elaborato da un gruppo di valenti tecnici guidato dall'ing. Oscar Sinigaglia.

Occorreva sacrificare gli impianti irrimediabilmente superati e rimo-
dernare gli altri; concentrare la fabbricazione dell'acciaio, della ghisa
e dei laminati in pochi stabilimenti modernissimi e di grande potenza,
puntando sulla specializzazione produttiva ; sviluppare in giusta propor-
zione sia la produzione da rottame sia quella da minerale ponendosi con
ciò al riparo dagli eventuali “imprevisti” del mercato d’approvvigionamen-
to. Con î moderni ed economici mezzi di trasporto marittimo la povertà
di materie prime dell’Italia non era più un ostacolo insormontabile. Es-
senziale era invece scegliere ed impiegare i minerali più ricchi, ciò che
consentiva di ridurre al minimo il consumo di combustibile.

Su tali premesse la Finsider tracciò il proprio programma pratico :
ripristino ed ampliamento dei due stabilimenti di Bagnoli e di Piombino
e ricostruzione secondo nuovi più aggiornati criteri del terso grande sta-
bilimento a ciclo integrale, quello di Cornigliano.

La siderurgia italiana si trovava în questa delicata fase di evoluzione
verso elevate produzioni a costi concorrenziali, quando entrò in funzione
la CECA, determinando la necessità di una soluzione più rapida dei pro-
blemi organizzativi e di mercato, inquadrati in una diversa e più vasta
prospettiva. La nostra siderurgia seppe adattarsi alla nuova realtà eco-
nomica. Negli ultimi dieci anni la produzione italiana d’acciaio è au-
mentata del 170%, passando da 3 milioni di tonnellate nel 1951 a 8,2
milioni nel 1960. Tale incremento, che è il maggiore registrato nell’ambito
della CECA, ha fatto sì che il nostro paese si inserisse all'ottavo posto
nella graduatoria dei maggiori produttori siderurgici mondiali.

Grazie a questi sviluppi produttivi l'industria siderurgica italiana
non solo ha saputo fornire al paese l'acciaio a basso prezzo che gli occorre-
va per il proprio progresso economico ma ha anche portato l’Italia in gra-
do di esportare notevoli quantitativi di prodotti siderurgici su tutti i mer-
cati mondiali.

L'espansione dell'industria siderurgica italiana in questi ultimi dieci
anni ha costituito uno degli aspetti di maggior rilievo dello sviluppo eco-
nomico nazionale. Vi hanno particolarmente contribuito le aziende del
gruppo Finsider, e in modo speciale l’Ilva e la Cornigliano, ora riunite
nell’Italsider. È in corso d’attuazione un nuovo grandioso programma
di sviluppo. Il gruppo Finsider raddoppierà entro il 1965 la propria pro-
duzione d’acciaio portandola a circa 9 milioni di tonnellate. Aggiungendo
l'apporto dell’industria siderurgica privata, previsto per tale anno in
circa 4,5 milioni di tonnellate, l’Italia disporrà dell'acciaio che, secondo
le previsioni, le sarà necessario per proseguire sulla strada della propria
industrialiszazione.

Il Risorgimento

nei musel

Visitare i musei del Risorgimento vuol dire
percorrere a ritroso la storia della nostra unità
nazionale. Nelle sale piene di manifesti, docu-
menti, bandiere, giornali, stampe, dipinti, armi,
divise e cimeli, si affollano i nomi di coloro che
“hanno fatto l’Italia” e ritornano, ordinati în
meticolosa successione cronologica, gli eventi più
significativi, gli episodi più eroici, le frasi più
celebri. È la storia dei libri di scuola che si con-
creta in immagini, in oggetti reali, ridonando
alle vicende e alle date imparate a memoria una
dimensione che le pagine dei testi non possono
conservare.

Abbiamo invitato Leonida Balestreri, attento
studioso del nostro Risorgimento, a guidarci
attraverso î principali musei storici italiani il-
lustrandoci quanto di più importante è in essi
riunito. Questo primo articolo è dedicato alle
raccolte di Milano, Genova e Torino. In que-
st'ultima città, in occasione delle celebrazioni
del Centenario, sono stati radunati in una gran-
de mostra unitaria i più significativi documenti
e cimeli conservati nei musei italiani. Quasi
tutti quelli riprodotti in queste pagine sono at-
tualmente esposti a Palazzo Carignano.

La Mostra Storica attualmente aperta a
Palazzo Carignano a Torino nel quadro delle
celebrazioni di “Italia 61°’ aduna in armonica
sintesi quanto di più rimarchevole di atten-
zione è conservato nella nutritissima serie di
musei e di raccolte che — si può dire — in
ogni centro di una qualche importanza del
nostro paese presentano al ricordo e all’am-
mirazione dei giovani d’oggi e delle genera-
zioni venture i cimeli e i documenti più si-
gnificativi delle vicende che hanno portato
alla ricostituzione dell’ unità politica della
nostra terra.

La provenienza di tutto questo vasto in-
sieme documentario al presente raccolto nella
mostra torinese è un elemento di più a prova
che l’idea dell’unità nazionale è stata un ger-
moglio che è giunto a fiorire anche se,
ovviamente, in diversa misura — un poco
ovunque nella penisola, dalle montagne ate-
sine alle estreme spiagge di Sicilia, e dall’una
e dall’altra riva adriatica alle città pulsanti di
vita stese lungo il grande arco azzurro del
Tirreno,

Il 7 settembre 1960 Garibaldi entrava a Napoli, ancora
in parte occupata dalle truppe borboniche, accolto con
vivo entusi dalla popolazione. Qui un
particolare della bandiera che in tale occasione gli venne
offerta dalle donne napoletane. Il cimelio è conservato
a Genova presso il Museo del Risorgimento ordinato
nella Casa di Mazzini.









Un frammento di barricata coi segni lasciati dall'artiglieria austriaca ci riporta
con straordinaria immediatezza al clima delle ‘’cinque giornate” di Milano, che
infiammarono la città lombarda dal 18 al 22 marzo 1848 (Milano, Museo del
Risorgimento). La città si era trasformata in un campo di battaglia: per le strade
erano sorte più di duemila barricate. Mobili, botti, casse, portoni, carri, tutto ve-
niva usato per costruirle, come ci mostra il disegno dal vero riprodotto nella pa-
gina accanto (Torino, Museo del Risorgimento).

Nella pagina accanto in basso: un libretto di indirizzi di Giuseppe Mazzini (Ge
nova, Casa di Mazzini). Oggi i discendenti di coloro che fig ti nelle
pagine ingiallite di questo libriccino vanno giustamente fieri di una simile testi-
monianza dei rapporti che l° « apostolo dell’unità italiana » ebbe con i loro avi.
Con tutta probabilità, molti di questi ultimi si preoccuparono sapendo il proprio
nome annotato nel taccuino di un uomo condannato a morte, esiliato e visto sem»
pre nella luce sospetta del rivoluzionario, se non peggio.

Attraverso la considerazione di tutto que-
sto materiale si ha modo di giungere ad una
duplice constatazione, a quella — già accen-
nata — che nessuna terra italiana ha mancato
di dare il suo contributo di pensiero e di opere
alla grande lotta per il riscatto nazionale, e
all’altra — assai meno valutata in genere
che l’aspirazione a restituire alla patria la sua
piena unità ha preso consistenza sin da tempi
assai lontani, di molto antecedenti a quelli
in cui d’abitudine si individua attuarsi in pie-
nezza il processo risorgimentale.

Quando infatti ha in realtà inizio il Risor-
gimento italiano? Per noi la risposta non è
dubbia, anche perché non si tratta che di far
propria la convinzione di uno dei più grandi
cultori che gli studi storici abbiano mai avuto,
e precisamente il Sismondi. Ebbene, questi
fissa come primo episodio del Risorgimento
italiano l’insurrezione popolare che, scaturita
dal generoso gesto di Balilla, travolse in Ge-
nova nel 1746 tutte le resistenze dell’invasore
austriaco.

In genere, però, le origini del Risorgimento
si fanno coincidere con l’affermazione delle
nuove idealità democratiche diffusesi anche
in Italia a seguito del trionfante esito della
rivoluzione francese.

Ma è questa tuttavia delle origini del Ri-
sorgimento una questione che in questa se-
de sarebbe fuori di luogo fare oggetto di
uno specifico dibattito. Un riferimento ad
essa non appare comunque del tutto inop-
portuno almeno per un motivo, esser proprio,
cioè, la diversa risposta che alla questione
stessa viene data, l’incentivo e la guida ad
organizzare su una base piuttosto che sul-
l’altra i musei e le raccolte in cui si cerca di
documentare, nel suo complesso come nei
suoi particolari, l’intero processo storico at-
traverso il quale l’Italia è pervenuta alla ricon-
quista della sua unità.

Dal punto di vista dell’estensione del pe-
riodo considerato, il Museo del Risorgimento
Nazionale di Milano risulta così uno tra quelli
che sembrano più chiaramente concepiti sulla
base di una sostanziale adesione alle valuta-
zioni di chi già intravvede nella prima metà
del Settecento le manifestazioni iniziali della
volontà di resurrezione del nostro popolo.

Il Museo del Risorgimento di Milano prende
infatti a suo punto di partenza gli anni imme-



diatamente precedenti alla pace di Aquisgrana
del 1748, dedicando la prima delle sue sale
alle correnti riformatrici del tempo e all’ap-
porto dai pensatori italiani conferito con le
loro opere e i loro progetti all’incipiente
moto per il risorgere delle genti italiane.
Ovviamente, il museo milanese al pari,
del resto, di tutte le altre istituzioni similari
aperte nelle altre città è organizzato, se così
si può dire, in chiave prevalentemente locale,
il che tuttavia non preclude al visitatore la
possibilità di rendersi conto se pure con
un rapido e sintetico sguardo d’assieme
di quella che, almeno nelle linee generali, è
la situazione di tutta l’Italia del tempo. Ciò
è da ritenersi in particolare realizzato per
quanto si attiene al periodo che si incentra
nella figura di Napoleone, e il perché è facil-
mente comprensibile solo che si pensi che
nessun lembo della penisola si sottrasse al
potere politico e militare del grande Còrso.
Vi sono, tra l'imponente insieme di mate-
riale dell’epoca napoleonica conservato nel
museo milanese ed occupante ben quattro
sale, dei cimeli che veramente non si possono
considerare senza sentirsi pervasi da un senso
vivo e profondo di commozione.



Ecco, ad esempio, lo stendardo tricolore
dei Cacciatori a
cavallo della Legione Lombarda volontaria-
mente costituitasi nell’ottobre 1796 per coa-
diuvare l’« Armée d’Italie» nella guerra contro
l’Austria. Ed ecco, poi, i cimeli dell’incoro-
nazione di Napoleone I Imperatore dei Fran-
cesi a Re d’Italia, incoronazione effettuata con
straordinaria pompa il 26 maggio 1805 nel
Duomo di Milano. Si tratta di un complesso
di oggetti il cui valore storico è veramente
inestimabile: sono tra essi il manto in velluto
verde trapunto in oro e argento, la “mano di
giustizia” scolpita in avorio e fornita di un
sostegno di argento dorato, il sigillo del regno
in oro massiccio finemente cesellato, nonché
la corona. Quest'ultima però — che è ad otto
branche sormontate dal globo e dalla croce
non è la medesima che Napoleone ebbe a cin-
gere all’atto dell’incoronazione, ma quella
che egli ebbe a portare nel corso delle fastose
nel successivo di
giugno. Nella cerimonia del 26 maggio Na-
poleone volle infatti orgogliosamente che sul
suo capo fosse posta la storica Corona Ferrea
conservata nella basilica collegiata di San
Giovanni Battista in Monza.

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in alto: la sentenza di morte « pel delitto d'alto tradi-
mento » emessa il 21 gennaio 1824 contro Federico
Confalonieri e altri patrioti lombardi (Milano, Museo
del Risorgimento) e quella emessa il 26 ottobre 1833
contro Giuseppe Mazzini (Genova, Casa di Mazzini).
al centro: un proclama del 30 marzo 1849 di Armelli-
ni, Mazzini e Saffi, triumviri della effimera e gloriosa
Repubblica Romana.



qui sotto: frammento di una forca usata dagli austriaci
per l'esecuzione delle condanne a morte di patrioti italiani.



REPUBBLICA ROMANA

e TRI

CITTADINI!

FRATELLI!

I ct della Goerra Sindipondenza e le buove sfavorevoli dell'esercito Piemontese
lanno fatto sentire all'Assemblea Tu dun cmorstramento di poteri e dum
cengia raddoppiata get provvedere all'nie e all'enore della Repubblica

Un Triumsirato è stato scelta La missione onorevole è caduta su noi; e nel
nome di Dia e del Rapido, col concorso dell'Assembira e colla fiducia operosa dei
buoui, ma sapremo compi |

Eletti dall'Asscmbica Costituente Repmbblicana, e portando a ut popolo Repesb
Idicana, moi nea abbizzo meresità di Programma Ul nostro Prograsena stà nel no-
«ir anundato. Mantenere la Repobblica; proorvaria a ogni patto da qual
colo saffacriasse dall'interno © dall'estero; n tà Sen nella
Mlndipendenza: questo è il deléto nostro, € faremo. Noi abbiamo
polo; il Popolo abbia fulucia ia moi, e ci dall'epere nostre

Giuadinì, i casi della guerra iniziata possono esserci argomento di dolore, noe di
scontorta. Il prinso è santo; il secondo suriibe indegno dun Popeto bero 1 vanta:
gi dun peosico che distradondo È no campo doperazione indelialice ke propese forze,
pessono da un gionso all'altro peeparargli rovina. La causa Italiana neo è fatata ad
tino @ ad altro muekeo di forze regelari, ma all'energia dei Popoli, all'odio. irmccon»
eîliabile tra la razza straniera che iovade agfiovasi, ai giuramenti della Camera ©
Mel cittadinì, al fremito dei tormentati Lotbandi, a Dio che ha derretato il trieato
del Dritto La cansa ttaana © hi camma della Repubblica domandano agzi a sei cm
toedia di voti, eficaria d'attività, decisione irrevocabile di mon tradire fa santa han
diera , cscanpio di solenne costanza puri a quella dell'ervioa Venezia. Voi siete della
terra che insegn» all'Esrpa forza, cuesgia tranquilla © contanza U vostri padri vie
cevano semper. perche docretavamo traditore chi sarertrava davanti al perionta E \wi
nom sarete indegni dei vostri. padri, seg Landiera che dalle sepolture dei
porri cvonammo alle spremze italia © Re: 3

Fedo im Dio, sel dritto, ed im not! Viva la Repubblira Bosnana! Viva È Italia

Roma » Marzo sen

dunque por
tà de

nel Po

I TRIUMVIRI
ARMELLIMI
MAZZINI
NAPPI

Ma come espressione della volontà di li-
bertà degli italiani un valore immensamente
maggiore che non quelle del periodo napo-
leonico assumono le testimonianze relative ai
primi moti insurrezionali dopo che il nostro
paese è tornato ad essere soffocato, per opera
della Santa Alleanza, sotto il peso opprimen-
te della reazione domestica e della dominazione
straniera.

Un superbo catalogo di nomi e di episodi
afferma ammonitore come, con il sacrificio
dei suoi figli migliori, l’Italia ben sappia di-
mostrare che no, che non per essa è l’oltrag-
giosa definizione di terra dei morti, incau-
tamente coniata dal Lamartine. E sono a
darne inoppugnabile prova, in ogni regione
della penisola, i primi tentativi rivoluzionari,
da quelli del generale Guglielmo Pepe e dei
tenenti Morelli e Silvati a Napoli, a quelli di
Santorre di Santarosa in Piemonte. E poi an-
cora l’attività che non conosce soste di Giu-
seppe Mazzini e della sua Giovine Italia, la
vasta rete cospirativa di Federico Confalo-
nieri e dei federati lombardi, e il consapevole
sacrificio dei migliori di nostra gente credenti
nel valore della libertà, da Ciro Menotti ai
fratelli Bandiera.

Impressionante la documentazione del mar-
tirologio dei patrioti italiani, espresso dai
nomi già ricordati e da altri numerosissimi —
tra i quali primeggiano quelli di Amatore

Sciesa, Enrico Tazzoli e Pietro Calvi —, un -

martirologio l’elencazione dei dati del quale
significa rifare episodio per episodio, attimo
per attimo tutta la storia di come la nostra
patria è risorta.

Veramente un museo del Risorgimento —
quando sia concepito come quello di Milano
e come esso sia ricco di tanti elementi di di-
retta documentazione — mostra in tutta la
sua epica tragicità «di che lacrime grondi e
di che sangue » il cammino lungo il quale il
nostro paese è ritornato alla sua piena libertà.

Anche i nomi di coloro che tradizional-
mente pensiamo sempre accompagnati ai
clamori trionfali della vittoria ritornano alla
nostra meditazione fissati nei momenti più
drammatici della loro esistenza, e perciò sof-



SENTENZA. |

DEL REGIO FISCO MILITARE

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Aroorin cioe dll Co È Gemma
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Miles, giù ente Cope di Piaichane pall'imeotenee Gonne di Tool,



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mesi preti de enni inipendioni dll de soletà puo mene cinò È Uioverna
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uigiri ala ventenne rell'dest dota cri cri ber gli È quei Dio gi ne
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Wi Consiglio INokeiamario È Guerre cremoso gere oggi di quite Citablla d'odio di & Fo
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INVOCATO IL DIVINO AIUTO

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fusi di ancor maggiore grandezza: e qui è
infatti Garibaldi con Anita morente tra le
braccia, e lì è Mazzini, deciso e fremente come
sempre, impegnato, pur ormai senza più spe-
ranza, nell’estrema difesa della Repubblica
Romana.

Ma c’è qualche cosa d’altro ancora nel
Museo del Risorgimento di Milano che va
preso in particolare considerazione, ed è
quanto è presentato a documentazione della
partecipazione popolare ai moti risorgimentali:
basta, da un lato, soffermarci un istante in-
nanzi alla trecentesca campana del Broletto,
che durante le «cinque giornate», chiamando
con la sua antica robusta voce i cittadini alla
lotta, suonò a stormo sino a fendersi irrime-
diabilmente; e basta, dall’altro, soffermarci
pensosi presso il frammento di una barri-
cata ancora recante i segni dei colpi dell’arti-
glieria austriaca che ebbero a colpirla nel ten-
tativo vano di arrestare l’ardito impeto degli
insorti.

Sono impressioni quelle che si provano
aggirandosi per le sale del museo milanese
vive e profonde, non dissimili forse da quelle
che il credente può ricevere quando si pro-
sterni innanzi agli altari innalzati nei templi
sacri alla fede. Ma altari, altari della libertà
rappresentano anche qui, in verità, le testi-
monianze del consapevole sacrificio dei mi-
gliori di nostra gente, dai tempi lontani
quando primamente risorse il concetto del-
l’unità e dell’indipendenza della patria agli
anni recenti quando la Resistenza rinnovò
le gesta del Risorgimento, vittoriosamente
riaffermandone la perenne validità dei principi.

Ma, per quanto particolarmente ricco dal
punto di vista documentario e allestito in
base a criteri profondamente accorti e meditati,
il Museo del Risorgimento di Milano ha in
Italia tutta una serie di emuli — se così si
può dire — degni di altrettanta considerazione.

Ovviamente, il piano secondo il quale
questi altri musei sono realizzati può anche
apparire diverso. È che nelle varie località,
anche restando nei limiti di una comune in-
quadratura generale, c'è sempre da porre in
rilievo qualche elemento particolare.

È logico così che a Genova, ad esempio,
il Museo del Risorgimento sia incentrato sulla
firura di Mazzini, e, insieme, su quella di Ga-
ribaldi e di tutta la fitta schiera di liguri che,
accanto ai due grandi artefici dell’unità della
patria, cbbero variamente ad operare.

La quantità di materiale adunato nelle sale

Ì

mato il locale Museo del Risorgimento) è



é quivi è siste-



di Casa Mazzini a Genova

tale e tanta che di fronte ad essa si finisce
per perdere quasi il senso della sua impor-
tanza, importanza che torna peraltro subito
ad affermarsi solo che si consulti brevemente
il ponderoso catalogo redatto sin dal 1915
da quell’acuto storiografo che fu Achille Neri.

Quanto di più prezioso e di più significa-
tivo il Museo del Risorgimento di Genova
aduna è stato del resto presentato all’attenzione
del pubblico attraverso una mostra comme-
morativa organizzata l’anno scorso in conco-
mitanza con le celebrazioni centenarie della
spedizione dei Mille. Si è trattato di circa
duecento “pezzi” scelti con meditato accor-
gimento sì da isolare il meglio di quanto il
museo possiede, rici ystruendo nel contempo,
sulla base degli oggetti e dei documenti pre-
sentati, la storia del contributo offerto da
Genova alla grande opera per il riscatto
nazionale. E dire dell'apporto genovese al
Risorgimento è dire innanzi tutto di Mazzini,
e della sua vita tutta spesa per la redenzione
della patria con uno slancio ed una dedizione
che davvero non trovano termini di para-
gone. Fa senso così vedere il manifesto re-
cante la prima sentenza di morte contro Maz-
zini pronunciata in Alessandria il 26 otto-
bre 1833, ed un supplemento di giornale in
data 20 marzo 1858 con il testo della seconda
condanna alla pena capitale emessa dai tri-
bunali sabaudi nei confronti del grande agi



tatore genovese. Viste attraverso questa do-
cumentazione e considerando il comporta-
mento delle autorità piemontesi contro gli
uomini più rappresentativi della democrazia
(anche Garibaldi come è noto — ebbe ad
essere condannato a morte), le vicende del
Risorgimento appaiono in una luce alquanto
diversa da quella sotto cui per lunghi anni
ci sono state presentate da certa interessata
storiogratta.

Ma non è questa, certo, la sede per riaprire
una polemica per la quale l’ultima parola è
ancora lungi dal poter essere con tutta sere-
nità pronunciata. Qui basti solo porre l’ac-
cento su quelli che tra gli oggetti e documenti
raccolti nel Museo del Risorgimento di Ge-
nova appaiono degni di maggiore interesse.

Tutto quanto riguarda Mazzini e la sua
opera appare così di un valore fondamentale,
unico veramente. Dai rapporti familiari del-

in alto: un'incisione originale su rame riproducente
dal vero il forte dello Spielberg dove languirono nume-
rosissimi patrioti italiani, fra i quali Silvio Pellico che
ne descrisse la vita nel suo famoso libro ‘’Le mie prig





in basso: frammenti della bandiera sventolata a Cur-
tatone e Montanara il 29 maggio 1848 (Milano, Museo
del Risorgimento).



l’«apostolo» dell’unità italiana, alle sue prime
affermazioni in campo giornalistico, dal suo
ardimentoso impegnarsi nelle organizzazioni
clandestine, ai suoi diversi tentativi insurre-
zionali, tutto è qui rifatto vivo attraverso
una documentazione diretta di un’ampiezza
senza pari. Ma qui è altresì presente Mazzini
uomo di governo quale triumviro della Re-
pubblica Romana del 1849, e Mazzini orga-
nizzatore delle classi lavoratrici sulla base di
una visione ampia ed aperta, veramente pre-
corritrice del mondo dell’avvenire.

E accanto a ciò che dice di Mazzini è quanto
ricorda la vita e l’opera degli uomini che più
fedelmente gli furono accanto, primo fra
tutti Goffredo Mameli, il poeta delle strofe
trascinatrici di ‘Fratelli d’Italia”, immolatosi
per la libertà di Roma repubblica.

Ma anche quanto si attiene a Garibaldi del
materiale conservato a Casa Mazzini è spesso
di un'importanza documentaria che non ha
eguali, e ciò soprattutto perché è Genova che
è stata il centro della preparazione della più
grande delle spedizioni capitanate dall’«eroe
dei due mondi», quella dei Mille. E l’ambiente
straordinariamente battagliero delle «camicie
rosse», che nella Superba ha a suo esponente
massimo il bollente Nino Bixio e a suo so-
stegno l’agguerrita schiera dei Carabinieri
genovesi, riappare nel Museo del Risorgi-
mento di Genova ricostruito, per così dire,
in tutta la vivacità e l’ardore dei suoi com-
ponenti, non piccola parte dei quali prove-
niente dalle fila di quell’emigrazione demo-
cratica che da ogni parte d’Italia era aftluita
nella capitale ligure come al centro più vivo
della lotta per la libertà italiana.

Su Mazzini e Garibaldi si incentra dunque
in particolare, come si è detto, il Museo del
Risorgimento di Genova, e i cimeli che rela-
tivamente ad essi il museo stesso aduna nelle
sue sale rappresentano una parte tra le più
interessanti di quanto è rimasto di diretta
testimonianza dell’epopea risorgimentale. I
cimeli e i documenti che meriterebbe qui ri-
cordare sono più che numerosi: a modo di
esemplificazione basterà farne cenno di pochi
soltanto: dal testo autografo dell’Inno di
Mameli, ad un modesto foglietto contenente
le istruzioni per l'imbarco dei Mille a Quarto,
dalle prime edizioni degli scritti di Carlo
Pisacane alla bandiera offerta all’esercito ga-
ribaldino dalle donne di Napoli.

È tanto ricco di significato il materiale re-
lativo a Mazzini e a Garibaldi e agli uomini
che più fedelmente furono loro accanto, ra-
dunato nel Museo del Risorgimento in Ge-
nova, che tutto il resto finisce quasi per per-
dere alquanto di rilievo, il che in fondo (e
ciò va osservato specialmente in ordine a
quanto si riferisce alla spedizione di Crimea
e alla guerra del 1859) appare tutt'altro che
giustificato.

Il fatto è però che l’apporto di Genova alle
lotte risorgimentali ha avuto una sua incon-
fondibile nota distintiva, quella di essere il
riflesso soprattutto di una visione democra-
tica e repubblicana della realtà politica del
nostro paese.

Diversa è stata la spinta sotto la quale
hanno invece agito altre città e regioni d’Ita-
lia, e di ciò i loro musei del Risorgimento por-
tano la traccia profonda, assumendo per ciò
stesso una ben differente fisionomia.

Così a Torino quanto è raccolto nello sto-
rico Palazzo Carignano esprime il lungo
travaglio del nostro riscatto nazionale visto
soprattutto dall’angolo visuale sabaudo. E ciò
si comprende perfettamente: se Genova rap-
presenta, negli anni decisivi della nostra rina-
scita a stato libero ed uno, la capitale delle
idealità democratiche «il gran Vesuvio
della libertà italiana », come taluno ebbe a
definirla Torino vive invece ed opera nel
clima di una tradizione monarchica che rara-
mente conosce incrinature.

Il museo torinese ha perciò i suoi motivi
principali d’interesse in elementi che altrove
sono ben scarsamente posti in rilievo, anche
se essi hanno costituito apporti sovente decisivi
al divenire del paese. Da un punto di vista
che oltrepassa i limiti ristretti del regionali-
smo, si può affermare che il primo aprirsi
del grande colloquio delle genti piemontesi
con la libertà italiana si abbia con l’inizio
delle riforme di Carlo Alberto. Questo col-
loquio si fa alto e solenne con la guerra del
1848, che a Palazzo Carignano è rievocata
anche attraverso una notevole documen-
tazione iconografica, tra cui non ultima
quella relativa alla famosa carica dei Cara-
binieri a Pastrengo. Attraverso un’altrettanto
vasta ed interessante esposizione di mate-
riale illustrativo rivivono poi le vicende del
1849 e la dolorosa pagina di Novara che lo
conclude, nonché i difficili momenti in cui
Vittorio Emanuele ascende al trono e i gior-
ni dolorosi in cui il filo della vita di Carlo
Alberto si spezza nell’esilio di Oporto.

E, dopo di questo, tutta la storia, passo a
passo, del piccolo regno sabaudo che di
giorno in giorno — sotto la spinta decisiva
dell’azione di governo del Cavour — diviene
sempre più e con sempre maggiore efficacia
il centro propulsivo della lotta degli italiani
per la loro libertà. Ed ecco la spedizione di
Crimea del 1856 — che segna il primo inse-
rimento della rinascente Italia nel grande
quadro non più della politica regionalistica,
ma della grande politica internazionale. E,
poi ancora, il progressivo stringersi dell’al-
leanza con Napoleone III e la guerra del 1859,
che nelle sale del museo torinese è fotogra-
fata, per così dire, nei suoi episodi salienti,
in tutta una serie di acquarelli e di tempere
particolarmente efficaci, opera di Carlo Bossoli.

Ma il Museo del Risorgimento di Torino
è soprattutto la documentazione del pro-
gressivo affermarsi del regime costituzionale,
e la testimonianza viva della validità del re-
gime parlamentare. Prendendo le mosse dal-
la promulgazione dello Statuto albertino (di
cui a Palazzo Carignano si conservano le
splendide #avo/e miniate) si ha qui modo di
seguire — anche sulla base del ricchissimo
materiale conservato nell’archivio e dei testi
raccolti nella biblioteca — i lavori del Parla-
mento Subalpino dal suo sorgere sino al-

l’atto della proclamazione nel marzo 1861
del Regno d’Italia. L’aula del Parlamento
Subalpino appare ancora intatta, bianca e
oro nella sua struttura in legname, rossa
nella tappezzeria, e i banchi ove già sede-
vano Cavour, Massimo d’Azeglio e i grandi
loro colleghi sembrano ancora conservare il
calore della loro presenza.

Il fatto di questa vicinanza dell’aula già
del Parlamento Subalpino trasfigura, per così
dire, tutto quanto è raccolto nelle sale adibite
a museo di Palazzo Carignano, dando ad ogni
consunto cimelio e ad ogni ingiallito docu-
mento un significato più pieno e un valore
più completo nel quadro di una visione ve-
ramente unitaria della nostra vita nazionale.
È infatti sotto il segno della libertà poli-
tica, sotto il segno di una sempre maggior-
mente dilatantesi visione del divenire demo-
cratico del mondo moderno che l’Italia è
stata fatta. Se mai ci accadesse di dimenti-
carlo, ebbene, una meditata visita ad un mu-
seo del Risorgimento potrebbe ricordarcelo
con impareggiabile immediata forza di sug-
gestione. A Torino l'epopea del Risorgimento
ci appare forse espressa in una forma più
corale, mentre altrove, in altri musei, risul-
tano generalmente in evidenza maggiore gli
elementi individuali. Ma è proprio da tutto
questo, da siffatto confluire della volontà dei
singoli e dello sforzo della collettività, che la
realtà del nostro Risorgimento nazionale ri-
sulta nella pienezza di ogni sua componente,
resa più limpida e più chiara, storia assurta
veramente a maestra di vita.



Durante le ‘’cinque giornate” il Governo provvisorio di
Milano icava ai cittadini: « L'armistizio offertoci
dal nemico fu da noi rifiutato ad istanza del popolo che
vuol comb Le e a festa rispond al fragor
del cannone e delle bombe e vegga il nemico che noi

ppi li battere e li morire »,
Fu allora che la trecentesca campana del Broletto
suonò a stormo fino a spezzarsi facendo eco alle altre

campane della città (Milano, Museo del Risorgimento).

Il Risorgimento
e la pittura

italiana

Al critico d’arte Marco Valsecchi abbiamo
chiesto di raccogliere per la nostra Rivista una
breve antologia di opere pittoriche ispirate al
Risorgimento.

I forti eventi risorgimentali che condussero
all’unità d’Italia e gli assillanti problemi di
vita sociale che ne derivarono, esercitarono
grande attrazione sulla fantasia degli artisti
italiani. Essi non furono da meno dei grandi
letterati del primo Ottocento, da Foscolo al
Manzoni, né dei musicisti, da Bellini a Verdi,
che seppero accompagnare, diffondere e so-
stenere nel popolo italiano quegli ideali uni-
tari e di libertà. Si può dire, perciò, che an-
che i pittori in quegli anni fortunosi, pieni
di volontà e di speranza, furono popolo
vivo.

Si ricordano in particolare gli artisti toscani
macchiaioli e meglio tra essi il Fattori, le cui
“battaglie” e le cui “scene di soldati’’ sono
diventate un luogo comune della pittura ita-
liana del Risorgimento; e con lui è giusto
ricordare il Costa, il Signorini, l’Abbati che
perse un occhio nel combattimento di Capua,
il Borrani, il Lega.

Con l’ingresso di Porta Pia, che trasferì
la capitale da Firenze a Roma, altri urgenti
problemi si affacciarono nell’esistenza della
giovane nazione. Il sorgere di nuove fabbri-
che, l’avviarsi dei nuovi commerci, la tra-
sformazione nelle campagne, e soprattutto il
progresso industriale nelle grandi città che
provocò un improvviso e imponente urba-
nesimo di masse operaie, apri uno scottante
problema sociale. Anche in questo caso i
pittori, come i romanzieri realisti, da Verga
a De Marchi, avvertirono la grande passione
umana che in quei problemi si dibatteva, e
ne fecero il nucleo della loro ispirazione. In
particolar modo furono attirati da questi
aspetti del vivere civile i pittori divisionisti
lombardi, in coincidenza, del resto, con la
realtà che a Milano era più evidente che altro-
ve: e ricorrono qui i nomi di Segantini, di
Pelizza, di Morbelli, di Pusterla, di Longoni;
e questa prontezza nel reagire ai grandi eventi
della vita nazionale, torna a onore delle qua-
lità umane di questi pittori.

Un singolare e significativo ritorno agli
ideali del Risorgimento avvenne nei giovani
pittori che affrontarono la vita nel decennio
1930-1940; e dico significativo perché una

Giovanni Fattori: «In avanscoperta » (raccolta privata)

Se per alcuni dipinti Giovanni Fattori si docu-
mentò scrupolosamente sui luoghi stessi del combat-
timento, come avvenne per la battaglia di Magenta,
per molti altri si affidò alla sua fantasia di artista.
D'altronde, fra Livorno e Firenze, non gli manca-
rono le possibilità di raccogliere, nelle caserme o sul-
le piazze d'armi, appunti preziosi di soldati e caval-
leggieri in manovra, che poi utilizzava per i suoi di-
pinti. Eccezionale in questo dipinto l'invenzione poe-
tica, costituita da quel muro bianco di calce colpito
dal sole meridiano, contro il quale si stagliano le

figure dei cavalieri, e il silenzio circostante e minac-

cioso che si intuisce attorno, nella calura, stesa sui
campi.

|

storia, che nella memoria degli italiani aveva
potuto colorarsi come una leggenda favolosa
e remota, tornava a proiettarsi nella fantasia
col suo particolare fascino e aiutava a rinfor-
zare le speranze in una libertà perduta. Nelle



in basso:
Gioacchino Toma: «Luisa Sanfelice in carcere »
(Roma, Galleria Nazionale d'arte moderna)

Il pittore napoletano, in coerenza col suo tempe-
ramento più intimista e crepuscolare, ha scelto tra
gli episodi dei primi moti risorgimentali napoletani
quello più toccante della patriota Luisa Sanfelice,
amica e confidente dei rivoluzionari clandestini, e
militante nelle loro file. Malgrado l'imminente ma-
ternità, fu arrestata e condotta in carcere nel fami-
gerato Castel dell'Ovo, in cui patirono molti pa-
trioti partenopei, tra i quali ci fu anche Luigi Set-
tembrini.



illustrazioni che seguono, in rapida antologia,
diamo alcuni esempi tra i più attraenti delle
diverse opere suggerite da questa storia ai
diversi pittori che si succedettero nel corso
di tre generazioni.





Pelizza da Volpedo: « Il quarto stato» (Milano,

Galleria Civica d'arte moderna).



La seconda generazione degli artisti forma-
tisi durante le guerre del Risorgimento ebbe
dinanzi a sé altri spettacoli che non le esal-

tanti battaglie sul campo. Una diversa e do-
va in quegli anni



lorante verità sociale sorg
} LE Iolt()t Ù
sul finire dell'Ottocento a chiedere un'urgente



soluzione, nell'ideale di una giustizia chie
bracciasse tutti gli nomini. Nato tra Tortona
e Voghera in una plaga essenzialmente agri-
cola, Pelizza da
vicino ai lavoratori, ne espresse il duro tra-
vaglio sociale e questo dipinto del Pelizza

divenne subito celebre per la forte rappresenta-



olpedo fu particolarmente



cione dell'ideale mmanitario che osteneva

que lle masse.

Domenico Induno: «La medaglia» (Milano,

Galleria Civica d'arte moderna)

Girolamo e Domenico Induno furono due
pittori lombardi che guardarono alle Querre
risorgimentali attenti al particolare patetico,
agli episodi minori e familiari più che alle
grandi scene. Restavano in tal modo più vicini
alla condizione popolare, con una pittura
facilmente illustrativa. Tuttavia anche nel
gusto minuto di questi ‘racconti’ in minore
sapevano cogliere aspetti reali, momenti di in-
fensa verità umana, e perciò più graditi e
accolti dal grosso pubblico.



6

Giovanni Fattori: «Assalto alla Madonna delle Sco-
perte » (Livorno, Museo Civico).

I pittori macchiaioli toscani, che si riunivano a
metà dell'Ottocento nel famoso caffè Michelangelo a



Firenze, furono tutti ferventi volontari garibaldini
durante le campagne risorgimentali.

Alcuni di essi riportarono gravi ferite o morirono
in conseguenza dei combattimenti, come Raffaello Ser-
nesi morto nel 1866 a Bolzano, durante la cam-

ei

fi

PIRA P 3

di

moderna)

economiche Porta

d’arte

« Alle
Galleria

cucine
Civica

Attilio Pusterla :
Nuova» (Milano,

Il progresso industriale aveva richiamato a Milano
folle di lavoratori per occuparsi nelle fabbriche che,

a

Det,



una volta raggiunta l'unità d'Italia, cominciavano a
sorgere nelle grandi città del Nord. Nascevano quindi
i primi gravi problemi dell'urbanesimo, rappresen-
tati dalla necessità di sistemare e assistere tutte quelle
persone afffuite nelle città in cerca di lavoro. In que-
sto dipinto il Pusterla, con realismo potente, ha



pagna di Garibaldi in Trentino. I! livornese Fat-
tori dipinse molti episodi delle battaglie del °59, €
lungo tutta la fedele a que-
sti temi, tanto il pittore dei

soldati”.



sua esistenza

che lo si

rimase
chiamò

rappresentato delle soluzioni ideate a Milano
con le “cucine economiche” nei quartieri operai e
periferici. La sua simpatia umana è richiamata da
quelle facce, da quella dimestichezza amichevole fra
persone di diversa provenienza, occasionalmente ra-

dunate attorno ai poveri tavoli di una

una

mensa,

Corrado Cagli: «Battaglia di S. Martino e Solferino» (1936)
(raccolta privata)

Non è un fatto marginale, nel corso delle idee che percorsero
l'arte italiana del nostro secolo, che alcuni giovani artisti ab-
biano risentito il fascino delle guerre risorgimentali : in quei
combattimenti essi ravvisavano lo slancio di un profondo sen-
timento di libertà. Corrado Cagli, pittore della scuola romana,
dipinse questa battaglia nel ricordo di altre battaglie pittoriche,
da Paolo Uccello a Piero della Francesca, trasferendola in un
gusto popolaresco, ingenuo, quasi da battaglia compiuta dai pala-
dini dei poemi epici popolari.

a fianco: Renato Guttuso: «La battaglia di Ponte dell’ Am-
lio» (1952) (ra
Una delle opere che fecero più clamore, sollevando consensi e
contrasti, nella Biennale Veneziana del 1052, fu questa grande
tela in cui il pittore siciliano narra uno degli episodi delle guerre
garibaldine in Sicilia. Il soggetto è affrontato con grande sim-
patia da parte dell'artista e conduce nel ricordo alle grandi
composizioni murali del passato. Esso si anima della vivacità
dei forti colori accesi, e di particolari sugs vi come il giovane
rovesciato con il suo carro d'arance, di l'artista ha raffigu-
rato le sue sembianze,

nella p: 1 i >» un particolare del quadro



Morbe

ica d'arte

II problema
artisti di fine

« Giorni ultimi» (Milano, Galleria

moderna)

sociale, così «
Ottocento,

vo nella sensibilità deg

aveva attirato anche il Mor-

belli, pittore alessandrino emigrato a Milano. I suoi

nel mé

i ospi

temi preferiti
li scelse negl:
presentando il malinconico

assistiti dalla carità pubblica

dei
i cosiddetti

tramonto

n di una realtà così bruciante,
dei vecchi, negli ospedali, rap

disere

“vecchioni

di

alla periferia di 7 anche se

essere sopraffatta d intenti

illustri
prevalente lific ne sentimental
tramandato

tua

una efficace testimoni

sioni sociali e umane.

>

pittura

e da

pore
una

pittore ha



Lo stabilimento
di Savona

ha cent'anni

Lo stabilimento Italsider di Savona ha un
secolo di vita. Le sue origini, infatti, risalgono
a cent'anni fa giusti, al 1861, anno dell’unità
e dell’aprirsi di molte speranze per l'economia
di un paese povero di industrie.

Savona attraversava a quell'epoca momenti
molto difficili, perché sopportava le conseguenze
dell’apertura della linea ferroviaria Genova-
Torino, che le aveva sottratto un’attiva corrente
di traffici con il Piemonte.

In quella situazione, l'iniziativa presa da due
savoiardi, Giuseppe Tardy e Stefano Benech,
di creare una ferriera per la lavorazione del
ferro a pacchetto sulla spianata tra il porto e
la torre di S. Erasmo, fu salutata dai savonesi
come un avvenimento importantissimo per le
sorti dell'economia locale.

Da quella modesta ferriera, che ben presto
prese proporzioni molto importanti, ha avuto
origine l’attuale stabilimento Italsider di Savona.

Nel 1879, per consentire alla ferriera un
maggiore sviluppo, gli impianti vennero trasferiti
su un’area di 22.000 metri quadrati in riva al
mare, tra il molo S. Erasmo e la fortezza di
Priamar, dove ancora oggi ha sede lo stabili-
mento che, entrato a far parte del complesso
Ilva nel 1918, ha naturalmente subito vari
ampliamenti e molte trasformazioni. Oggi esso
occupa un’area di 147.000 metri quadrati, dei
quali 64.000 coperti da fabbricati.

In parte notevole, le nuove aree sono state
ricavate dal mare mediante successivi riempimenti.

Lo stabilimento di Savona è specializzato
attualmente nei tre settori della carpenteria, del-
la fonderia di ghisa (in particolare lingottiere
per acciaio) e delle lavorazioni meccaniche. Dal
1° gennaio 1961, allo stabilimento di Savona
è stato aggregato, come sezione staccata, anche
quello di Vado Ligure.

Molti dei vecchi impianti sono stati demoliti
per far posto ai nuovi, ma uno dei camini della
scomparsa acciaieria, il cui complesso formava in
passato un tipico elemento del panorama di
Savona, è stato lasciato intatto al suo posto e
costituisce ora il ricordo di una tradizione che si
rinnova nel fervore delle nuove attività.

in alto: la ferriera all’epoca della sua ereazione

al centro: lo stabilimento nella nuova ubicazione, dopo
il 1879.

in basso: uno dei primi treni della Genova-Ventimiglia.
I sedici ponti che si dovettero costruire sulla linea da Sa-
vona al confine, per un peso complessivo di 1.200 ton-
nellate, vennero approntati dalla ferriera Tardy e Benech
in soli nove mesi,





L'acciaio di Napoli

ha cinquant'anni

Inche per lo stabilimento di Bagnoli il 1961
costituisce una ricorrenza significativa. Sono
infatti trascorsi cinquant'anni da quando, nel
rQrI, i suoi forni iniziarono a produrre acciaio.
Come è noto, lo stabilimento di Bagnoli sorse
a seguito della legge 8 luglio 1904 che mirava
a promuovere l’industrializzazione di Napoli.
La società anonima “Ilva”, costituita nel 1905
appositamente per attuare il progetto del nuovo
impianto, realizzò lo stabilimento secondo una
ampia e, per quel tempo, modernissima visione.
Bagnoli entrò in funzione nel 1910, ma solo
nel IQII, iniziando la produzione dell'acciaio,
l’impianto prese vita come complesso a ciclo
integrale.

Nella ricorrenza l’Italsider ha curato l’edi-
zione di una pubblicazione celebrativa che
vuol sottolineare l’importanza passata e presente,
e quella ancora maggiore che avrà in futuro
questo nostro centro siderurgico. L’opuscolo rac-
coglie le voci di due uomini del Mezzogiorno, di
due napoletani, uno scrittore, Michele Prisco,
ed un economista, il prof. Glauco Della Porta,
dai loro diversi, eppur convergenti punti di vista.

Prisco, narra, în un lungo saggio rievocativo,
la storia dello stabilimento, della sua nascita,
delle sue ore liete e tristi, del suo risorgere dalle
rovine della guerra. Il prof. Della Porta esa-
mina le prospettive che il previsto sviluppo di
Bagnoli offre all'economia del Mezzogiorno.

Come è stato annunciato, lo stabilimento,
ampliato e potenziato, potrà produrre, entro il
1965, circa 1.500.000 tonnellate di ghisa
1.650.000 tonnellate d’acciaio, più del doppio
della produzione attuale.





in alto: l'inaugurazione del secondo altoforno di Bagnoli entrato in esercizio nel 1910
in basso: la zona di Bagnoli prima del 1907, anno in cui vennero iniziati i lavori per la
costruzione dello stabili









Lavoro

e rivoluzione
industriale













Mentre costituisce ancora tema di vivace

discussione storiografica il problema relativo
all’incidenza rivoluzionaria del movimento
unitario nella vita politica italiana, non pare
negabile che esso abbia rappresentato nel
nostro paese la condizione favorevole per
l’allargarsi di quel processo di ammoderna-
mento delle tecniche produttive già iniziato
in altri paesi europei e comunemente conosciu-
to come “rivoluzione industriale”.

La rivoluzione industriale suscita di solito
nella coscienza dell’uomo medio immagini
di grandi officine meccanizzate, di milioni
di chilometri di nastri d’acciaio che strin-
gono, poco alla volta, il mondo come in un
gomitolo: l’«industrial landscape» con le sue
gru gigantesche e le sue ciminiere.

Forse a causa dell’insegnamento della storia,
inteso per troppo tempo come galleria di “ima-
ges d’Epinale”’, la rivoluzione industriale viene

Una filanda verso la fine del-
l’Ottocento, nel periodo in cui
ebbe inizio la gravissima crisi
dell'industria tessile italiana, in
conseguenza della concorrenza
straniera. Parlare di industrie
italiane del secolo scorso signifi-
parlare del





ca
settore tessile,

a destra: una desolante immagine
di un gruppo di fanciulli impiegati
nei lavori di una miniera, nel se-
colo scorso, Si notano, sul volto
di molti dei giovani ritratti in
questa foto, i segni dello scorbuto.

insomma considerata — a parte recriminazioni
estetizzanti sulla bellezza di certe forme di vita
soppresse tra i fenomeni positivi che la
coscienza non respinge e giudica anzi facenti
onore all'uomo moderno ed al suo genio.

Senza dilungarsi su questa superficiale si-
stemazione del divenire storico, vale la pena
di insistere sulla differente prospettiva con
cui questa rivoluzione viene generalmente
inquadrata rispetto ad altri fenomeni quali il
1789 o la Comune di Parigi.

Ora, se gli storici hanno sentito il bisogno
di definire come rivoluzionario il cambia-
mento intervenuto nel mondo della produ-
zione e del lavoro al momento della com-
parsa della macchina, non hanno solo voluto
caratterizzare con un termine incisivo la bru-
sca accelerazione impressa a certe forme di
convivenza, ma anche ricordare che si trattò
di fenomeno doloroso che ebbe le sue vittime



ti

e ca LUO



n
Re]

* Md at

|
i

STIA



ed i suoi eroi, che fu bene e male come lo
sono state tutte le rivoluzioni nella storia
dell’umanità.

Ed è impossibile fare una storia dell’evo-
luzione delle condizioni di lavoro dall’ unità
d’Italia ad oggi se le caratteristiche fonda-
mentali della rivoluzione industriale non ven-
gono prima chiarite nella loro totale eviden-
za. E poiché questo scritto, per i limiti di
spazio e di intenzioni, vuole solo essere un
quadro d’assieme, una sintesi che non ha la
pretesa di seguire tutte le tappe di tale evo-
luzione, ancor più necessario appare mettere
l’accento sui due fenomeni estremi: ieri e
oggi, metà del secolo scorso, metà di quello
in cui viviamo, perché si delinei il cammino
compiuto, si precisi il travaglio di idee in-
tervenuto.

Se la rivoluzione industriale ha avuto ini-
zio in Italia, almeno nella sua pienezza di
fenomeno nazionale, con un certo ritardo e
con aspetti parzialmente diversi da quelli
propri ad altri paesi europei, come movimento
di idee essa si inserisce nel grande filone del-
Illuminismo da cui era scaturito, assieme
ad altri miti, quello dell’illimitata libertà del-
l’industria e del commercio. È con la legge
“Le Chapellier” del 1791 che le corporazioni
vengono soppresse affinché l’uomo sia li-
bero di agire nel mondo economico così
come lo è nel nuovo ordine politico. Lo
scopo è nobile ma questa legge, tipico prodotto
del secolo dei lumi, segna, ad un tempo,
l’apogeo dell’ottimismo illuminista che aveva
spazzato via regimi e diritto feudali e la sua
definitiva condanna ad opera di una realtà
socioeconomica che essa stessa aveva contri-
buito a creare.

Se ne vedano infatti le conseguenze in Italia
dove, per effetto di leggi ispirate a quella
francese, ogni tutela di tipo corporativo ve-
niva a mancare ai lavoratori che entravano
nei nuovi opifici meccanizzati: la concorrenza
delle macchine generava, almeno nei primi
anni, vaste aree di disoccupazione; la neces-
sità di rinvenire il capitale circolante neces-
sario a pagare i nuovi impianti portava ad
una accentuata compressione dei salari; au-
mentavano le ore di lavoro; il lavoro delle
donne e dei fanciulli, meno caro, era larga-
mente preferito.

Le condizioni di lavoro, in questa prima
fase del processo di industrializzazione, non
sono esattamente documentabili perché an-
cora poco numerosi, purtroppo, sono gli studi
monografici regionali, ma alcuni elementi,
che è possibile indicare, ci paiono sufficienti
a caratterizzare quel periodo che, nel nostro
paese, dura almeno fino alla fine del seco-
lo XIX.

È l’industria tessile quella che ha maggior
sviluppo in Italia in questo periodo; si tratta
appunto di un settore dove più facilmente è
possibile sostituire il lavoro maschile con
quello femminile e minorile.



qui sopra: le condizioni di lavoro disagiate spinsero i lavoratori a riunirsi in corporazioni, in sindacati che, al loro Le statistiche del 1876 e del 1900 ci danno
apparire, furono combattuti come movimenti sediziosi, anche per la violenza assunta dalle prime manifestazioni un quadro abbastanza preciso della compe ISI-
operaie. Nella foto una fabbrica occupata dagli operai durante uno sciopero. zione del personale di tali industrie. Nel

in alto e nella pagina accanto: due significative immagini del lavoro minorile nell'Ottocento 1876, Su 290.301 dipendenti dell’industria

tessile (seta, cotone, lana, lino e canapa),
161.361 sono le donne e 82.315 sono i ra-
gazzi. Nel 1900, su 387.279 dipendenti dello
stesso settore, 246.397 sono le donne, 62.527
i ragazzi.

Circa l’età di questi ultimi, occorre ricor-
dare che solo nel 1886 venne approvata una
legge che fissava «@ 9 anni l'età minima per
opifici industriali e limitava



l’impiego negli
ad otto ore di lavoro la giornata dei ragazzi
dagli 8 ai 15 anni.

Prima dell’entrata in vigore di quella legge
e anche dopo (ché la mancanza di ogni con-
trollo rese virtualmente inoperanti le disposi-
zioni in essa contenute), la giornata lavorati-
va non fu mai inferiore per uomini donne e
ragazzi alle 12-14 ore al giorno.

Se si tiene presente che nessuna legge tu-
telava l’igiene e la sicurezza dei lavoratori e
che nessuna previdenza esisteva in loro favore,
il quadro tracciato da G. Sacchi nel suo
scritto: « Sullo stato dei fanciulli occupati
nelle manifatture » (1842) non può non sem-
brare veritiero: « Le mansioni a cui i fanciulli
venivano adibiti erano di tale indole mac-
chinale, da ridurre in breve tempo all’ebetismo
quei poveri esseri. Il lavoro si protraeva nel-
l’inverno per 13 ore e nell’estate da 15 a 16...
L’essere gli ambienti, in cui il lavoro si svol-
geva sempre fino a tarde ore, molto sovente
umidi e malsani e altre cause, come il levarsi
di gran mattino, la vita necessariamente se-
dentaria ed il lungo permanere in posizioni
incomode davan ragione del temperamento
eminentemente linfatico, che presentavano in
generale gli individui addetti alla torciatura
delle sete i quali andavano soggetti con la
massima frequenza ad indurimenti ghiandolari,
alla scrofola, alla rachitide ed ai tumori
freddi... Meno duro di per se stesso era il
lavoro cui si adibiva un grandissimo numero
di fanciullette nelle filande di seta... Il lavoro
durava dalle 12 alle 15 ore... L’età di queste
fanciullette e bambinelle era qualche volta
tenerissima, variando per lo più dai s ai 12
anni... A queste ragazzine si lasciavano solo
5-6 ore di sonno al più... Minore era il nu-
mero dei fanciulli occupati nelle filature di
cotone sempre ragguardevole tuttavia, poiché
costituivano i 2/5 delle maestranze. Questo
lavoro tornava veramente micidiale per or-
ganismi tanto teneri di età. I fanciulli tratte-
nuti per lunghissime ore framezzo al pol-
verino di cotone, erano colpiti da gravi ma-
lattie degli organi della respirazione e finivano
di frequente la loro esistenza per emottisi
cronica... ».

Poiché i salari erano tenuti a limiti molto
bassi, i lavoratori dell’industria furono per
lunghi anni ancora legati al mondo agricolo
dalla necessità di integrare i magri redditi e
costituirono una massa fluttuante ed instabile
che alternava periodi di indigenza a momenti
appena più sopportabili.

Nel 1889 un osservatore straniero, il Som-
bart, scriveva: « Appena può gloriarsi un al-
tro paese di un così alto: cantico di miseria,
come quello che possiede l’Italia nella sua
inchiesta agraria. Ora vengono messe a nudo



20

le magagne e le piaghe dell’Italia industriale.
Miserabile come nessun altro è il suo prole-
tariato industriale. Per ogni dove, nella terra
dove splendido irraggia il sole, una fosca
miseria avvolge la vita sociale ».

Le idee individualistiche, retaggio, come
s'è detto, dell’Illuminismo, impedivano an-
cora alle classi dirigenti di avvertire l’esistenza
di altri problemi nell’industria che non fosse-
ro quelli direttamente legati alla produzione.

L’intervento della legge nell’attività eco-
nomica contraddiceva idee in loro profonda-
mente radicate e sembrava poter rimettere in
discussione quella “libertà” per il cui trionfo
tanto si era lottato e di cui esse erano pro-
fondamente gelose.

Non mancavano coloro che si rendevano
conto delle condizioni fatte a chi viveva di
lavoro; ma si trattava di voci isolate, ispirate
più da pietà cristiana che da un’autentica
sensibilità sociale.



Sembrava quasi che una nuova moralità si
venisse sostituendo a quella tradizionale e che
lo sfruttamento dell’uomo fosse giustificato
al moderno imprenditore dal superiore in-
teresse dell'economia.

Il “salariato”, questo nuovo personaggio
della scena storica, fu pertanto, sin dalla na-
scita, spinto verso posizioni estremiste.

Si pretendeva che egli fosse libero di con-
trattare liberamente la propria remunerazione,
le sue condizioni di lavoro; lo si privava in
effetti di ogni pratica possibilità di reazione.
La sua “libertà” era del tutto teorica.

Comincia allora la fase di incubazione delle
idee associative, dei sindacati, delle corpora-
zioni.

Il concetto di solidarietà deve aver avuto
un’evidenza particolare per uomini che as-
sieme sopportavano una vita stentata e scarsa
di speranze.

La prova della efficacia della loro iniziativa
è dimostrata dalle stesse misure repressive
prese contro sindacati e corporazioni fin dai
loro primi timidi passi.

Le classi dirigenti non dovettero aver
dubbi sulla necessità di condurre una lotta
a fondo contro questi tentativi di associa-
zione di cui esse vedevano per il momento
soltanto gli aspetti sediziosi, anche per la par-
ticolare violenza assunta dalle prime manife-
stazioni operaie.

Ma la presenza di un problema sociale
comincia a farsi sentire e si avverte parimenti
la necessità di ripensare al problema della li-
bertà individuale in funzione della condi-
zione economica dei cittadini: si parla già
di “libertà dal bisogno” anche negli am-
bienti liberali più avanzati.

Nel 1891, la “Rerum Novarum” di Leo-
ne XIII, testimonia che la suprema autorità
spirituale del mondo cristiano ha avvertito
la necessità di indicare agli uomini di buona
fede l’equivoco morale che poteva nascon-
dersi dietro un’interpretazione massimalistica
della dottrina economica liberale.

Da quel momento il sindacato, questo in-
truso accusato di voler compromettere l’ar-
monia del mondo economico, non poté più

essere presentato come uno strumento sata-
nico di distruzione alle masse dei lavoratori
italiani, legate alla religione e soprattutto alla
Chiesa. Ai sindacati «rossi» si affiancarono,
nelle lotte condotte per ottenere più umane
e giuste condizioni di lavoro, i sindacati cri-
stiani.

Si può dire che le leggi per la tutela fisica
e morale del lavoratore siano state anche la
conseguenza di quelle lotte e del loro progres-
sivo comporsi nell’ordinamento democratico
dello stato. Aprendo una parentesi, si potrebbe
aggiungere che la stessa struttura industriale del
paese, di quelle lotte si è in un certo senso
avvantaggiata perché l’imprenditore ha cer-
cato in una più moderna attrezzatura e in
una più razionale organizzazione quella ca-
pacità di concorrere che prima otteneva col
comprimere i salari.

Imprenditori e sindacati infatti, dopo essersi
affrontati “sulle barricate”, su posizioni cioè
di assoluta incomprensione, hanno ceduto
alla logica che la situazione stessa imponeva.
Mentre la loro lotta incideva sulle strutture
politiche del paese e sensibilizzava categorie
sempre più vaste di cittadini ai problemi so-
ciali, un ripensamento delle rispettive posi-
zioni aveva luogo nei due opposti campi.

Il primo contratto collettivo di lavoro, quello
concluso dalla società Itala a Torino nel 1906,
è il sintomo più evidente che qualcosa di nuo-
vo era avvenuto nel mondo dell’industria ita-
liana. Gli estremisti d’ambo le parti che pure
biasimavano quel fatto furono costretti ad av-
vertire come quella fosse la base su cui era neces-
sario costruire una nuova struttura dell’ordine

sociale. La libera contrattazione della propria
remunerazione e delle condizioni di lavoro,
a dispetto delle catastrofiche previsioni di eco-
nomisti troppo legati alla lettera del libera-
lismo, risultava invece sempre più rafforzata
dalla vigile presenza dei sindacati.

Con Giolitti il “non intervento dello stato”
acquistava il significato nuovo e profonda-
mente democratico di non interferenza nei
rapporti tra sindacati padronali e sindacati
operai. Nell’Italia democratica prefascista il
sindacato si era quindi stabilmente inserito
nella dialettica delle forze che condizionavano
la politica dei governi.

Il tentativo compiuto dal fascismo di far
sparire i sindacati dalla vita del paese e di
affidare alla sensibilità della burocrazia e del
governo la produzione delle norme sulle
condizioni di lavoro, costò agli operai una
grave riduzione dei propri redditi reali. Il
ristabilimento della vita democratica nel paese
e il ritorno alla libertà sindacale furono quindi
sentiti nel 1943 come due aspetti di un unico
problema.

Dal 1943 ad oggi molto cammino è stato
compiuto.

Il rapido progresso tecnologico ha determina-
to un profondo cambiamento anche nel campo
dell’organizzazione del lavoro. Non solo le
obiettive condizioni di lavoro sono state
attentamente studiate e migliorate nelle più
importanti aziende nazionali, ma con le nuove
tecniche di conduzione del personale e con
nuove forme di rapporti con esso instaurate
si è cercato e si cerca di adeguare il clima
aziendale alla realtà democratica del paese.



Negli ultimi decenni molto cammino è stato compiuto anche nel campo dell’organizzazione del lavoro, in conseguenza
del rapido progresso tecnologico e delle nuove tecniche di conduzione del personale. Nella foto: un operaio ad un qua-
dro di controllo.

Italia 01

pere

Ve EIA i

Torino torna ad essere al centro dell’atten-
sione degli italiani. Nella prima capitale del-
l’Italia una e libera, nella città del primo
Parlamento nazionale, si celebra il Centenario

Li

4
I
1
»

dell’ unità con una serie di manifestazioni €
mostre destinate ad affiancarsi alle grandi espo-
sizioni di questo genere organizzate nel passato,
come l° Esposizione Nazionale che si tenne a Fi-
renze nel 1861, l’anno stesso dell’ unificazione
italiana, l’ Esposizione Nazionale di Milano del
188I, l’Esposizione di Torino del Cinquantena-
rio, nel IQII, per citarne alcune fra le più note.

Luciano Rebuffo che ha visitato per noi il
compiesso di «Italia 61» ce ne offre una sin-
tetica descrizione, mentre Vincenzo Sinisgalli,
che ha collaborato alla organizzazione delle
manifestazioni torinesi, ci parla dell’ imposta-





zione di questa vasta esposizione e delle ragioni
per cui essa si differenzia dalle manifestazioni
del passato.

Una realtà di lavoro e di produzione

Da Palazzo Carignano alla passerella sul
torrente Sangone il cammino è lungo, e non
solo topograficamente. Ma il filo conduttore
c'è, e non € solo quello concretamente indi-
cato nelle guide della mostra, attraverso il

quale passano og



giorno migliaia di persone:
è un filo ideale che traccia la storia del no-
stro paese dalla sua unità politica in avanti,
attraverso la fatica e il lavoro di intere gene-
razioni, fino alla realtà di oggi, una realtà
di fabbriche, di impianti, di sviluppi tecnici
e scientifici. Una realtà di lavoro e di pro
duzione, al centro della quale sta



sempre
l’uomo, in questo caso l’uomo italiano con i
suoi problemi ed il suo modo di affrontarli,
cioè la sua “civiltà”; l’uomo che lavora,
che COSEruisce, che pr‘ rduce, If una par. lla
“l’homo faber”.

L’unità d’Italia, proclamata nel 1861, av-
venne infatti in un momento di particolare
sviluppo, sul piano mondiale, delle nascenti
industrie, e pose per noi il problema di pas
sare da una società contadina ad una indu
striale: per cui penso che la nota massima di
D'Azeglio sarebbe stata più giusta se avesse
suonato così: « Ora che si è fatta l’Italia, bi-
sogna fare l’industria italiana, tecnici ita-
iani ». An



liani, gli operai it perché gli

italiani erano gi

fatti da un pezzo.



Ed ecco appunto che, mentre la Mostra
Storica di Palazzo Carignano ci mostra le
varie fasi della lotta militare e politica per



#3



Tutte le nazioni hanno portato a «Italia 61» il loro contributo, allestendo particolari padiglioni, ciascuno con







un tema ben defi nel grandioso edificio dell'Esposizione Internazionale del Lavoro. Fra le partecipazioni
straniere più significative sono da sottolineare quelle della Gran Bretagna, dedicata alla ricerca sciev a, degli
Stati Uniti (lo sviluppo tecnologico). della Finlandia (il tempo libero), della Germania Occidentale (orientamento
e formazione professionale). Nelle foto alla pagina precedente e qui sopra: due composizioni in ferro del padi-
glione britannico. Dopo aver illustrato con singolare effica e chiarezza gli aspetti più significativi della ricerca
ntifica nel mondo moderno, la Gran Bretagna rivolge uno sguardo al futuro. Con l'aumentare dell’ impor-
tanza delle scienze sociali collegate alle nostre nuove conoscenze nel campo della biochimica e dell'elettronica,
potremo imparare come organizzare la società umana in modo che i vantaggi portati dalla scienza non siano
perduti o male applicati. L'uomo è in bilico sull'orlo dello spazio. In confronto all’imn tà dell’universo, i
suoi viaggi astronautici saranno pressoché nulla, ma in confronto al suo passato, saranno un fatto storico di
ineguagliabile importanza. Saranno l’inizio di... che cosa? Dell’uomo cosmico? Di un nuovo stadio dell'evoluzione?
Chi può saperlo? Il più grande sconosciuto è l’uomo stesso. La mostra britannica si chiude quindi con una nota
solenne. Molti problemi rimangono da risolvere, e fra questi l’uso del potere che la scienza ha dato all'umanità.
Dall’oscurità di questa parte della mostra, appena rischiarata da una fiamma che illumina l’uomo leonardesco,
si esce alla luce: un simbolo della nostra speranza che questi problemi possano essere risolti.







sci











l’unità, quella delle regioni sintetizza, in modi
diversi, la vita e il lavoro delle nostre genti
nei loro ambienti particolari, e l’Esposizione
del Lavoro infine mostra, nei padiglioni ita-
liani, gli obiettivi raggiunti oggi dalle di-
verse industrie nazionali, con particolare ri-
ferimento ai risultati conseguiti nel campo
della ricerca scientifica e dei più recenti svi-
luppi tecnologici.

Vediamo di percorrere ora insieme,
quanto velocemente, questo filo conduttore.

Cominciamo da Palazzo Carignano, oppor-
tunamente restaurato per l’occasione: la Mo-
stra Storica occupa tutto il piano nobile. La
prima sezione illustra le lontane premesse
del nostro Risorgimento: il Settecento, l’enci-
clopedismo, i lumi. Proprio qui si sottolinea
il legame tra fatti squisitamente scientifici
come l’enciclopedia di Diderot e D’Alembert
e fatti politici come la nascita della coscienza
rivoluzionaria e nazionale. Attraverso la sala
di Vittorio Alfieri si entra nel periodo napoleo-
nico, che tanta influenza ebbe nella creazione
di una coscienza nuova e unitaria.

per

Nelle sezioni successive “la preparazione ”
e “le correnti di ci passano davanti,
attraverso un materiale prezioso e paziente-
mente raccolto, i tempi del romanticismo e
della Carboneria, oltre alle speranze e alle
delusioni legate a Carlo Alberto e Pio IX.

Ed ecco “la rivoluzione democratica” che
illustra i fatti del ’48: giustamente si è illu-
strato il ’48 su un piano europeo, perché
europei erano lo spirito e la portata di quegli
avvenimenti, a carattere liberale e nazionale.
In questa ambienti
particolarmente toccanti: la camera (integral-
mente ricostruita) morì ad Oporto
Carlo Alberto, e la sala del Parlamento Su-
balpino.

idee”

sezione si trovano due

dove

Poi appaiono i grandi artefici, ormai fami-
liari a chiunque: Vittorio Emanuele II, Ca-
vour, Mazzini e Garibaldi, e con essi i fatti,
i sussulti, le imprese ora diplomatiche ora
militari che portarono all'unità. La
mentazione è ricchissima, forse per la prima
volta raccolta su scala così vasta, sia per i docu-
menti manoscritti o ufficiali che per i giornali,
le riviste, i quadri, le stampe. Un’intera sala,
ricca di materiale, è dedicata all’epopea gari-
baldina.

docu-

Così si giunge al più vasto dei saloni, dedi-
cato all’unità d’Italia, dove si raccoglie pro-
prio quella documentazione che parla dello
sforzo economico e produttivo compiuto do-
po l’unità, dove ai nomi dei politici e dei
generali si sostituiscono quelli di industriali,
di armatori, di finanzieri, e al fragore delle
armi succede quello del lavoro e delle prime
macchine, delle prime industrie.

Da questa documentazione dello sforzo
economico compiuto dal paese dopo il ’61
alla documentazione fornita dalla Mostra
delle Regioni il filo è veramente diretto, co-
me si diceva.

La Mostra delle Regioni è sistemata in di-
ciannove padiglioni, posti nella zona nuova
della mostra, proprio sul cuneo di terra for-
mato dal torrente Sangone e dal Po. I padi-







Il palazzo costruito da Pier Luigi Nervi, di cui pubblichiamo qui sot-
to una veduta completa, ospita l’Esposizione Internazionale del
Lavoro. È una costruzione ardita e originale, con caratteristiche
tecniche del tutto particolari, resa possibile soltanto dall’esistenza
di materiali del nostro tempo come l'acciaio e il cemento armato.

dla

w arfrzcore n

ì n modo assolutamente
pderno, di un elemento antichissimo quale la colonna (foto in alto). Le
colonne del palazzo sono le più alte mai costr nel mondo: hanno
un'altezza di 26 metri, contro i 21 delle colonne più alte della storia,
quelle del Tempio di Amun a Karnak che risale al 1300 circa a.C.



24

glioni, moderni, luminosi, prefabbricati e facil-
mente dall’architetto
Renacco, sono strutturati su grandi putrelle
fornite dall’Italsider.

smontabili, progettati
d’acciaio

Tale Mario Soldati
nella presentazione del catalogo, non vuol

mostra, come osserva
essere una esposizione folcloristica o artigia-
nale, ma una mostra culturale e informativa,
che dovrebbe interessare il pubblico più va
sto e p.rsone della più diversa cultura. E ciò
chiedendo ad ogni regione di trattare temi
monografici su argomenti storici, culturali,
di costume, di tecnica, e partendo dal prin-
cipio che l’unione favorisce ed esalta la varietà.

Percorrendo i vari padiglioni, il visitatore
infatti
diverse particolarità della nostra gente, delle

riceve nettissima la sensazione delle
specifiche caratteristiche delle varie regioni,
oltreché fatica

domare le

della diversa dell’uomo per

condizioni naturali dell'ambiente.
Così, mentre certe regioni illustrano abbon-
dantemente, con materiale

vario € ampie

fotografie, gli aspetti più fascinosi della loro
civiltà artistica passata, come la Sardegna, la
Sicilia, il Lazio, l'Umbria, la Toscana, l'Emilia
Romagna, altre mettono l’accento sugli svi-
luppi recenti della vita economica e
come la che presenta la
lotta dell’uomo per il controllo dell'ambiente,
la Lucania che affronta i problemi di sviluppo

loro

sociale, Calabria

delle comunità rurali, la Campania che svolge
il tema della casa e dell’albero, la Lombardia
che spezzetta il proprio padiglione per argo
menti, mostrando via via gli sviluppi del
teatro, dello sport, dell’urbanistica, della scuo-
la, dell’industria ecc., il Piemonte che ci parla
del suo pionierismo industriale, la Liguria
che affronta il tema della navigazione, pre-
sentando un navali (alcuni
dei quali molto pregevoli) che vanno dalle
caravelle fino alla “Leonardo da Vinci”. Nel
padiglione ligure, che illustra con vari pan-
nelli il proprio potenziale industriale, va no-
tata
siderurgico Italsider «Oscar Sinigaglia» di
Cornigliano e una bella ‘parete’ di lamie
rino d’acciaio.

a serie di modelli

una grande ‘panoramica” del centro

Così ancora la Puglia parla dell’espansione
commerciale verso l’oriente mediterraneo, gli
Abruzzi e Molise umane, la
Valle d’Aosta del suo artigianato e delle guide
alpine, il ‘Trentino-Alto
Marche e il Friuli-Venezia Giulia del
chio e nuovo nella vita delle popolazioni.

delle risorse
\dige del legno, le
vec-

Del tutto particolare il padiglione del Ve
neto, che ha affidato all’architetto Scarpa il
compito di rappresentare simbolicamente “il
magistrato delle acque”, In esso solo l’ar-
chitettura e la decorazione contribuiscono a
creare il senso e l'atmosfera delle acque: ampi
spazi aperti, vetrate colorate, la grande ca-
scata di un lampadario “fantastico”, un rivo
d’acqua, una fontana di intrecciatissimi rot-
tami di ferro, ispirata ad una composizione
di Vedova.

Ma ogni padiglione delle regioni, pur nella
sua particolarità, dà chiaramente il senso del
lavoro e della fatica italiani, dove non manca
mai la nota della gentilezza, dalla forma per

pane ai marchi del burro, dall’oliera al giogo
per dall’antica polena al
“dritto di prora”.

buoi, moderno

Là dove si dimostra, per dirla col poeta,
che l’operaio italiano è frutto di una felice
combinazione di estro e di pazienza, di osti
nazione e di astuzia; e che il popolo è arri-
vato ad abbracciare il mito della civiltà mec-
canica proprio per la sua disposizione inge-
nua e furba insieme.

E da qui all’Esposizione Internazionale del



Lavoro il passo è breve, non solo metafo
camente.
nel grande palazzo appositamente costruito
Nervi, e

Lavoro”.

Essa sorge sulle sponde del Po,

dall’ingegner che resterà come
“Palazzo del

Ci sembra che valido simbolo del tema espo-
sitivo sia costituito dal palazzo stesso: una
sicuramente originale,

con caratteristiche tecniche del tutto parti-

costruzione ardita €
colari, e comunque resa possibile soltanto
dall’esistenza di materiali del nostro tempo
come il cemento armato, l’acciaio, il vetro.
Quello che è sorprendente in questo palazzo
è l’impiego, in modo assolutamente moderno,
di un elemento antichissimo quale la colonna.

Su una superficie quadrata di 160
di lato, 16 elementi bastano a
una copertura che racchiude un volume pari
î metri cubi. Ogni colonna di ce-
mento, dal gambo con sezione a croce ma le
cui quattro nervature vanno rastremandosi
dalla l’alto fondersi in un
cilindro, dal quale nasce la testa di un capi-
tello d’acciaio formato da
in un quadrato, sopporta 160c
tura. L'altezza
metri e le colonne sono perfettamente indi-
pendenti, unite soltanto da vetri. La lumino-
sità del vastissimo ambiente è sorprendente.

Nell’interno è stata realizzata l’Esposizione
del Lavoro, articolata in ventun padiglioni
esteri (o di organizzazioni
Onu o l’Oece) e dieci padiglioni italiani.

metri

sorreggere

a 65c



base verso per
mensole inserite
mq. di coper-





di ciascun elemento è di 26

collettive come

I padiglioni italiani, sui quali troneggiano
le felici composizioni simboliche di Tovaglia
\lbe Steiner, di Melotti o di Bruno Mu
pre-

o di
nari, sono articolati anch’essi in base a

cisi temi, tutti inseriti nel discorso generale,
che vuole illustrare le più importanti conse-
guenze delle conquiste tecniche e sociali.
Dalla ‘ricerca scientifica” allestita dalla
Pirelli si passa alla “organizzazione industriale,
la produttività e il mercato” realizzati dalla
Olivetti, dalle “fonti di energia” si passa ai
“trasporti” ordinati dalla Fiat e alle ‘“comu-
nicazioni”” ordinate da Rai, Stet e Stipel fino
alle ‘condizioni di lavoro” realizzate dal
Bureau International du Travail e al “tenore
di vita”
Vogliamo qui fare un cenno particolare

a cura dell’ Eni.
sul padiglione delle realiz-
zato dall’Assider e dalla

Esso, esponendo materie prime solo oggi
sfruttate, come l’alluminio, il
fertilizzanti; oppure materie prime esistenti
ma ora rinnovate, come l’acciaio; o ancora

“materie prime”
Montecatini.

cemento €

materie prime interamente nuove come la
plastica, vuol dimostrare che di fronte alle
necessità sempre crescenti dell’uomo, il pro
gresso nel campo delle materie prime è stato
provvidenziale. E ciò è avvenuto sia creando
muove materie, sia migliorando quantitativa
mente e qualitativamente
Così, ad esempio, per quanto riguarda i ma-
teriali ferrosi, essi si sono accresciuti di nu-
mero e affinati, mentre l’acciaio si è arricchito

quelle esistenti.

di nuove qualità ed è stato reso adatto agli
impieghi più diversi.

\ccanto a questa
tecnici, industriali e sociali del paese, stanno
i padiglioni esteri, a dimostrare quanto si sta
zando in tutti i paesi del mondo, dalla
ricerca scientifica in Gran Bretagna allo svi-
luppo tecnologico Stati Uniti; dalle
realizzazioni dell'URSS all’indu
stria navale del Giappone; dal problema della
casa in Danimarca al lavoro intellettuale in
Francia, dalle condizioni sociali in Jugoslavia
al problema dell’orientamento e delle forma
zioni professionali in Germania o del temp
libero in Finlandia.



sforzi



rassegna de;



rea

negli
scientifiche

Così l’ Italia ha realizzato, nella città della
Mole, un ampio consuntivo della sua attivi-
tà, del suo lavoro, del suo fervore in cento
anni di vita unitaria.



Un’enciclopedia dell’Italia

Rassegne del genere assomigliano poco al-
le esposizioni che si facevano una volta. Pro-
dotti di massa, informazioni di massa, persi-
no ideologie di massa hanno contribuito a
mutarne se non le caratteristiche certamente
lo spirito. Le caratteristiche, cioè alcune tro-
vate scenografiche, permangono. C’è ancora
l’edificio colossale, la musica che suona, Vil
luminazione a giorno, il viaggio veloce, il
parco divertimenti, il ristorante caratteristico,
ma le intenzioni, dove sono più? La fede
“nelle magnifiche sorti e progressive” è per-
lomeno più difficile a dirsi, restia a rivelarsi.

Chi visitava una esposizione fino a so anni
fa era disposto a divertirsi davanti alla Tour
Eiffel o al borgo medioevale. Ora una mostra
che diverta, uno spettacolo semplice e dalla
vicenda o dall'immagine nota a tutti, non è
nelle intenzioni di nessuno, né di chi l’orga
nizza e neppure di quelli che la vanno a visi-
tare. Le mostre sono in mano agli ingegneri
che le fanno funzionare come orologi e ai
sociologhi che le caricano di significati. Sono
mutate, come sono mutate le condizioni am-
bientali in cui si svolgono e le persone a cui
si rivolgono. Che siano mutate è fuori dubbio,
se siano mutate in meglio o in peggio è poi
un discorso che ognuno potrà fare per suo
conto, dato che esse dipendono in definitiva
dal giudizio del maggior numero di spetta-
tori possibili.

Queste mostre di Italia 61, tanto varie e
tanto complesse nel loro svolgimento, non
sono un repertorio di nozioni, vogliono ri-
spondere davvero a un bisogno, e si potreb-
be dire a un disegno, nel documentare la
realtà. Fornendo il maggior numero di ele-
menti per conoscere e giudicare questa realtà
gli organizzatori di esse hanno avuto in men-
te un tipo di visitatore consapevole che,
consentendo o dissentendo con essi, senza
partiti presi potesse dare più ferme basi ai
propri orientamenti morali ed estetici. Atten-
zione allora, si tratta qui di leggere una enci-
clopedia, non di una visita a Disneyland!

Proprio come una enciclopedia del resto
le mostre sono state allestite da specialisti che
vi hanno profuso tesori di esperienza. Il la-
voro di organizzazione è stato diviso per
settori e, badando chi alla costruzione di edi-
fici, chi alla diffusione propagandistica, chi
all’allestimento dei padiglioni, chi all’ assisten-
za dei visitatori e chi alla gestione dei servizi,
si è ottenuto un meccanismo tanto massic-
cio quanto tempestivo.

Un meccanismo massiccio, quasi che To-



rino avesse uno scopo da raggiungere, dimo-
strare che un complesso anche vario, non
necessariamente produttivo, si può far fun-
zionare come una qualsiasi altra azienda.
Gli investimenti sono noti: migliaia di uomini,
tra dirigenti, operai e personale, centinaia di
migliaia di tonnellate di cemento e ferro,
migliaia di chilowattore, migliaia di metri
cubi d’acqua, migliaia di alberi trapiantati,



chilometri di filo, migliaia di metri quadrati
di vetro, chilometri di fotografie, tonnellate
di legno, migliaia di barattoli di vernice.
L’organizzazione della mostra ha pianificato
tutto, dall’erezione delle colonne di Nervi
al calendario dei congressi. Com'è noto il
Palazzo del Lavoro, i padiglioni delle re-
gioni, il chilometro di ferrovia monorotaia
sopraelevata, i vari chilometri di
asfaltate, sono stati eseguiti a tempo di record.
Quanto alle cose messe in mostra, che sono
quelle su cui il visitatore è chiamato a pro-
nunciarsi, la singolare moltiplicazione di temi
che la nostra epoca presenta si è ripercossa
nelle migliaia di immagini e documenti messi
negli stand, nell’intento e anche nell’illusione

strade

di esaurire almeno quantitativamente tutta
una massa contradditoria di
scibile. Si è così prodotta quell’enciclopedia
di autori, opere, movimenti storici, spirituali,
artistici, che si diceva, più per aggregazione
che per scelta. Vorrà dire che per stabilire
una certa nozione della storia e della cultura
degli ultimi cento anni tuttora in movimento,
per evitare che si sfoglino queste migliaia di
pagine come una filza di schede, per impe-

enorme e

dire che queste opere valgano solo come ser-
batoio di curiosità, occorre la collaborazione
attiva di tutti gli italiani, che del resto già
hanno indirettamente contribuito alla loro

creazione col contributo fornito

attraverso lo stato,

cospicuo

qui sotto: una forma per il burro nel padiglione della Lucania

nella pagina accanto: 1



veduta notturna di un padiglione della ’’Mostra

delle Regioni”, I padiglioni, prefabbricati. facilmente smontabili e progettati
dall’arch. Renacco, sono strutturati su grandi putrelle d’acciaio fornite
dall’Italsider tramite la società Costruzioni Metalliche Finsider (C.M.F.),
mandataria per la progettazione e la vendita delle costruzioni metalliche. La
Mostra delle Regioni non vuol essere una esposizione folcloristica, come osser-
va Mario Soldati che ne ha curato il catalogo, ma una mostra culturale.






26




Il carretto

siciliano



A Palermo, se volete vedere un carretto si-
ciliano, dovete andare al museo Pitré. Là, dove
sono raccolte con cura tante testimonianze del
costume, del folclore, dell’arte popolare di Si-
cilia, vicino alle insegne di negozi, ai santini,
ai quadretti “ex-voto” e alle forme di pane
troneggia un vecchio carretto. Dopo aver per-
corso le strade assolate dell'isola, il vecchio
carretto è venuto a fermarsi qui, all'ombra dei
muri bianchi ; sui suoi intagli e sui disegni vivaci
il tempo ha steso una nostalgica patina.

Non cercate i carretti nel centro di Palermo,
né a Catania, né a Messina : gli autocarri, le
“api”, le moto li hanno sostituiti, li hanno
scacciati, li hanno fatti fuggire verso i paesetti,
sulle strade dell'interno, come il cinema e la
televisione hanno confinato in periferia il vec-
chio “teatro dei pupi”

Ma se percorrete le strade di Sicilia, nelle
campagne dove il tempo sembra durare di più,
dove il colore dei fiori è più vivo ed accecante,
ed assordante il canto delle cicale ; se passate
per i paesetti antichi come Bagheria, Partinico,
Castelvetrano, la Piana degli Albanesi allora
vi è dato ancora di incontrare spesso, trainato
dall’impennacchiato cavallo, il vivace carretto
siciliano.

Esso assolve ancora una funzione di trasporto

CESTI RE RI

ERA a

a basso costo, per il contadino, per il commer-
ciante locale : porta i gruppi familiari sul campo,
e li riporta a casa quando l'ombra si fa lunga
sull'asfalto ; trasporta vino, olio, frutta sapo-
rosa, e biondissimi covoni di grano.

Perché il carretto siciliano, con le sue deco-
razioni così elaborate, è sempre stato un mezzo
di lavoro, uno strumento umile al servizio del
lavoratore nelle sue fatiche quotidiane.

Con la progressiva scomparsa del carretto,
in Sicilia, scompaiono tre mestieri antichi : il
costruttore di carri, l’intagliatore e il pittore.

Le tre fasi di costruzione del carretto, infatti,
riguardavano appunto questi tre artigiani : il
primo era în sostanza un carpentiere in legno,
che costruiva il carro secondo tutte le regole,
e tenendo conto di tutte le successive esigenze
di decorazione. Il timone, ad esempio, doveva
essere abbastanza alto per portare |* elabo-
ratissimo “ferro” intrecciato di arabeschi ; la
parte posteriore abbastanza larga per portare
la “chiave” riccamente intagliata ; i raggi delle
ruote dovevano essere appena abbozzati, per
lasciare all’intagliatore il lavoro di rifinitura.

Il legno impiegato era quasi sempre di solido
carrubo.

Le ulteriori fasi di lavorazione riguardavano
due veri e propri artisti popolari.

L’intagliatore doveva scolpire, con sgorbie,
punte, coltelli, quasi tutte le parti esterne del
carro : ed ecco i raggi popolarsi di volti strani,
di chimere, di maschere ; e le mensole diventare
asilo di angeli, e le “chiavi” animarsi della vita
di una taverna 0 di un campo, con vere scene
di genere ; e varie testine femminili adornavano
il taglio delle fiancate.

Pur in uno stile popolaresco ed immediato è
spesso rintracciabile in queste sculture, specie
per le teste, l'influenza dell’arte greca da una
parte e della scultura sacra medievale dall'altra.

Poi veniva il lavoro del pittore: diremmo il
più immaginoso, il più vivace, il più emozionante.
Tutti i colori di questa terra bruciata dal sole
si ritrovano nelle varie parti del carretto : ecco
i raggi luminosi, le stanghe arabescate fino al-
l’inverosimile, tutte le sculture dipinte vivace-
mente, e anche le parti interne del carro, quelle
che si usureranno presto a contatto con la mer-
canzia trasportata, sono coscienziosamente di-
pinte, come in un istintivo bisogno di non la-
sciare nulla di non decorato.

Le parti interne, solitamente, sono decorate a
disegni geometrici vivacemente colorati : losanghe,
triangoli, scacchiere con tutti i colori dell’iride,
e sul fondo quasi sempre un grande sole giallo,
coi raggi dorati.

Ma il capolavoro del pittore di carretto sono
le fiancate. Qui egli esercita tutta la sua fan-
tasia, sfogandosi nei colori e nei dettagli, ma
non “liberamente”, perché è legato sempre alla
rappresentazione di un fatto, di un avvenimento.
Sulla fiancata, insomma, il pittore diventa can-
tastorie: narra al popolo, per immagini, una
storia vera 0 leggendaria, ma una storia precisa
che il popolo conosce bene.

Ogni fiancata porta due scene, quindi in to-
tale si hanno quattro scene. In Sicilia le fian-
cate si chiamano ‘‘masciddara” e fanno, in de-
finitiva, la gloria e la personalità del carro.

Tanto è vero che esse sono sempre firmate con
nome e cognome € luogo come : Salvatore Firaddi,
Bagheria.

In origine pare che le scene fossero esclusiva-
mente religiose (ma non restano prove dirette) :
scene della vita di Cristo, la vita della Madon-
na, î miracoli dei Santi. Più tardi arrivano le
gesta dei Paladini, direttamente mediate dal
teatro dei pupi: ed ecco il furore di Orlando,
le glorie di Rinaldo, le giostre davanti a Carlo-
magno, gli smacchi di Rodomonte, il tradimento
di Gano, fino alla tragica notte di Roncisvalle.

I personaggi debbono essere sempre precisi,
nei loro gesti e nei simboli araldici, perché i con-
tadini li conoscono bene, per averli visti al

27



teatro dei pupi. Ogni contadino conosce per
filo e per segno le scene illustrate sul proprio
carro, come conosce il codice di cavalleria e di
onore del mondo dei paladini.

Le scene di paladini si sono poi trasformate
in quelle della storia dell’isola : ed ecco così
l'invasione normanna, e Ruggero il Gran Re,
poi l’imperatore Federico, e Nogaret, e î vespri
siciliani, e le guerre degli aragonesi.

Su questo stesso filone, dove il personaggio
storico si confonde con la leggenda, sono apparse
dopo il 1860 sulle ‘‘masciddara” le scene del-
l'impresa garibaldina.

Così Garibaldi e le sue camicie rosse sono
entrati nella storia più antica dell’isola, ai con-
fini della leggenda ; hanno preso il posto degli
antichi eroi, simbolo del coraggio che si batte
contro la tirannia per il bene del popolo.

Ecco così, vicino a Rinaldo, a Orlando, a
Marfisa ; accanto a Guglielmo il Buono e a
Filippo il Bello, apparire Garibaldi coi lunghi
capelli dorati; eccolo sull’impetuoso cavallo
bianco che trascina i suoi all’attacco di Calata-
fimi o alla presa di Ponte Ammiraglio.

Queste fiancate ci mostrano, a cent'anni dal-
l’unità d’Italia, che Garibaldi ha preso un posto
preciso nella coscienza popolare siciliana, come
un eroe leggendario, un profeta, un santo.

28

(Cent'anni
di lingua
italiana



Un piatto di terraglia inneggiante a Nicolò Tommasco, Il curioso cimelio,
appartenente al Museo Correr di Venezia ed ora alla Mostra del Risorgi-
mento di Torino. non si riferisce all'attività letteraria dell’illustre dalmata,
bensì all'opera di patriota da lui svolta a Venezia. Fervente assertore del-
l’indipendenza dallo straniero, il 17 marzo 1848, quando la città insorse e,
cacciati gli austriaci, proclamò la Repubblica di S. Marco, Tommaseo
fu nominato membro del Governo provvisorio, presieduto da Manin.





In che misura è mutata la lingua italiana
negli ultimi cento anni e quale influenza ha
avuto su tale evoluzione l’unità nazionale?
Abbiamo rivolto questa domanda ad uno dei
più autorevoli studiosi dei problemi della nostra
lingua, il prof. Bruno Migliorini, autore della

fondamentale «Storia della lingua italiana».

A chi si domandi come è mutata la nostra
lingua nell’arco di un secolo, non è facile
dare una risposta con una breve formula o
con un nudo elenco, tanti sono gli elementi
di cui bisogna tener conto.

Anzitutto, bisogna puntar l’occhio sul sog-
getto, cioè domandarci quanti e quali erano
quelli che conoscevano e adoperavano la
lingua nel 1861, quanti e quali sono nel 1961.
Un secolo fa, non solo gli italiani erano molto
meno numerosi, ma relativamente pochi, nel
Settentrione e nel Mezzogiorno, sapevano scri-
vere la lingua nazionale, e pochissimi parlarla.

Facevano eccezione, s'intende, la ‘Toscana
e quei territori dell’Italia centrale in cui la
lingua parlata s’avvicina molto alla lingua
scritta: ma nel resto dell’Italia l’uso dei dia-
letti, anche tra le persone colte, era molto più
ampio di adesso. Il Fanfani nel 1862 raccon-

tava che in un crocchio di ufficiali toscani e
piemontesi questi ultimi parlavano in dialetto,
e furono redarguiti da un capitano degli
Zuavi, che concludeva così: «in Francia chi
non sa il francese non è ufficiale »,

Ma, appunto, il costituirsi di uno stato uni-
tario fornì innumerevoli occasioni di scambi
interregionali: si pensi ai trasferimenti degli
impiegati di molti uffici statali, alla coscrizione
obbligatoria, che portava all’allontanamento dei
militari dalle loro terre, ai rapporti che l’in-
dustria e il commercio venivano a istituire, ecc.

Un altro importante fattore fu costituito
dalla stampa quotidiana e da quella periodica,
tanto più forte quanto più essa acquistò dif-
fusione.

Ma un’altra spinta capitale è quella dell’i-
struzione elementare, resa obbligatoria nel
1877 dalla legge Coppino. Per una serie di
ragioni, l’applicazione di quella legge e dei
successivi provvedimenti è stata molto meno
rigorosa di quanto sarebbe stato necessario
per sradicare l’analfabetismo e portare a una
buona o almeno discreta conoscenza della
lingua nazionale tutti gli italiani: ma non c'è
confronto possibile tra i risultati di oggi e
quelli di un secolo fa.

Rimane vero, tuttavia, un fatto: che l’in-
segnamento scolastico elementare e medio
ha giovato molto a far conoscere l’ortografia
della lingua nazionale, ma ha fatto ben poco
per insegnare una pronuncia relativamente
uniforme. Cosicché oggi se a qualcuno ca-
pita di scrivere wobbile o cuggino, è giudicato
una persona incolta, ma chi pronuncia zob-
bile o ciggino (e poco meno di mezza Italia
pronuncia così) non solo non se ne vergo-
gna, ma spesso nemmeno se ne rende conto.

Ma da trent’anni in qua s’è aperta una nuo-
va fase per la storia della nostra lingua, con
la diffusione di nuovi mezzi che stanno por-
tando dappertutto non più solo la lingua
scritta ma la lingua parlata. In un casolare
remoto, dove forse non era mai giunto qual-
cuno che parlasse in buon italiano, giunge
ora la voce della radio, e talora anche quella
della televisione.

Che non è magari, come in molti deside-
reremmo, una voce sempre scevra da infles-
sioni dialettali e da errori di accentazione,
nemmeno nei locutori professionali, ma che
non ha mancato tuttavia di costituire un esem-
pio di lingua parlata relativamente uniforme.
Non è passata ancora una generazione da
quando la radio è entrata nella consuetudine
di tante famiglie, e già è possibile sentire che
i ventenni, nel Settentrione e nel Mezzo-
giorno, hanno un accento molto meno dialet-
tale che i sessantenni.

Minor contributo all’uniformità ha dato il
cinema parlato: anzi non solo i film neorea-
listici, ma anche parecchi filmetti di quart’or-
dine hanno contribuito a divulgare certi
vezzi plebei romaneschi.

Insomma, la lingua italiana, che fino al
secolo scorso era stata la lingua di una pic-
cola minoranza colta, insegnata come lingua
scritta e perciò regolata secondo le norme e
l’esempio degli scrittori classici, sta diventando
una lingua di massa, in cui il linguaggio degli
uffici e quello dei giornali finiscono col con-
tare più di quello degli scrittori.

Inoltre, non va dimenticato che in que-
st'ultimo secolo si sono enormemente diffuse
le conoscenze scientifiche, e numerose appli-
cazioni tecniche hanno trasformato il modo di
vivere. Le conseguenze linguistiche sono no-
tevoli: mentre un secolo fa, oltre al linguaggio
usuale le persone di mediocre cultura cono-
scevano poche parole scientifiche e la termi-
nologia di qualche arte o mestiere, ora è
assai diffusa la conoscenza (anche se, talvolta,
approssimata) di numerosi termini, poniamo,
di medicina, di elettricità, di motori, di avia-
zione.

Non meno grande, anche tra il popolo, è
la partecipazione, attiva o passiva, agli sport,
e quindi la conoscenza dei rispettivi termini.

Infine, l’apertura verso gli altri paesi era
ben minore un secolo fa che ora: gli interessi,
le conoscenze, le curiosità si volgevano entro
un piccolo orizzonte, e tutt'al più verso gli
stati d'Europa, mentre adesso si ha coscienza
che quello che succede in Malesia o nel Sud-
Africa non è meno importante di quello che
accade in Italia o in Francia. E mentre nel



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lò Tommaseo, dal suo libro “La donna”, edito a Milano nel 1868. Quest'anno cade anche il cen-
del grande ” Dizi

io della li itali

14

” da lui compil in collabora.

zione con il Bellini. Pubblicato dalla Pomba di Torino dal 1861 al 1879, pur con qualche difetto, questo monumentale

vocabolario è ancor oggi
un’altra opera fond

per li

tale, il ”
mtate, 1





DI io dei

iperata ricchezza degli esempi, un’opera indispensabile. Il Tommaseo è autore di
i ", la cui prima edizione uscì a Firenze nel 1830-32. Il Dizio-

nario fu successivamente ritoccato e arricchito più volte dall'autore e da altri studiosi.

Settecento o nel primo Ottocento si era avu-
ta una forte penetrazione di francesismi, €
di pochi elementi di altre lingue, nell’ultimo se-
colo l’accorciamento delle distanze dovuto ai
sempre più rapidi mezzi di informazione e di
comunicazione ha portato a una larga pene-
trazione di parole straniere di varia prove-
nienza, soprattutto inglesi.

Tutte queste modificazioni nei modi di
dire e di conoscere le cose e nei modi di tra-
smissione del linguaggio sono venuti a in-
fluenzare una lingua assai stabile e conserva-
trice. In confronto con le altre grandi lingue
europee, l’italiano aveva, e in complesso ha

ancora, una grande stabilità. Si pensi alla no-
stra pronuncia e ai pochissimi suoni per cui
si sono avuti mutamenti dal tempo di Dante
a quello di oggi: la pronuncia della c di pace
e di bacio, che nell’Italia centrale è diventata
schiacciata; la x di agio, vizio, che si proferisce
rafforzata; e qualche caso singolo di vocale
chiusa diventata aperta (o viceversa). In
confronto, il francese e l’inglese hanno subito
mutamenti radicali: prima della Rivoluzione
moi € roi si pronunciavano in Francia wwuè e
ruè e non wuà e ruà; e ci assicurano gli spe-
cialisti che se un inglese d’oggi sentisse re-
citare una tragedia di Shakespeare come si

30

SAL sno de più magna nente, che fer
nobelhi e rochezza seno'ornamento e onore
all'Halia, fre e vele de furie Imperatore
di Roma, narrate succontamente con diligen
ca ed arde ch questa shecee de cronaca, la quale

seller locche' dé cose private e domestihie. now
che detrarre, aggiunge bre e venda alla store,

& greanbanque me set ergeyualo di
renderta con WZZZA e chiarezza fer non lo-
gliene spregio scemanne l'importanza, dieta
se non avro mati fatto ghiera, die degnamente

Confortata pari delle ca agriescha e genkilez

ca e dalle altre qualita, è che cn eminente grado
destenguono LE. VU, como dall'amore cos
ch Cla gli ctedii liberali protegge, la applico
d'uccoglicre questa per me maggiore Leste»
neenza ed oficgui È VENELAZIONE.

Vewezia, 4 ottobre 1852

Devotiss, Suo
. BUGGIANI.

a sinistra: dedica delle "Vite dei dodici Cesari”

rando, edito da Mondadori nel 1959).

pronunciava ai suoi tempi, capirebbe ben
poco. Del resto, proprio questo carattere con-
servatore dell’italiano spiega i movimenti
puristici che a più riprese sono sorti per porre
un argine alla penetrazione dei neologismi e
dei forestierismi.

Tenendo conto di tutto questo, proviamoci
a dare una occhiata complessiva alle princi-
pali innovazioni di quest’ultimo secolo, nel
campo della grammatica e in quello del
lessico.

Anzitutto, nella grammatica si è avuto
qualche mutamento d’accento, specie nelle
parole di recente introduzione, con suffissi
ora piani ora sdruccioli: èsile ha vinto esile,
èdile compare qualche volta (erroneamente)
in luogo di edile, c’è chi dice (a torto) wissile
in luogo di missile. Imitando la voce francese
microbe, anziché farne w/cròbio, plurale mieròbi,
come sarebbe stato giusto trattandosi di una
parola foggiata con elementi greci, se ne è
fatto erroneamente zcrobo. Poiché purtroppo,
per una serie di ragioni, alcune futili, altre
ben fondate, non c’è l’uso di scrivere l’accento
sulle parole sdrucciole, càpita alle persone
meno colte di commettere qualche errore. In
altri termini, questi sbagli sono un indizio
di scarso livello culturale: il Fogazzaro rac-
conta, di un suo personaggio, che « una volta
gli era bastato, per guarire dell'amore di una
signorina, che ella dicesse po//ire in luogo di
polline ».

Per l’articolo, mentre l’uso di // zio, i/
gappatore era ancora tollerato un secolo fa,
ormai è considerato errore; e sempre più

di Svetonio, tradotte (anzi,
garizzate”, come si diceva allora) da Francesco Buggiani. Il libro uscì a Venezia
nel 1852, Questa pagina è un tipico esempio dello stile elaborato e ampolloso con
cui molti autori dell* Ottocento solevano dedicare le proprie opere ai loro mecenati,
al centro: una dedica nello stile di oggi (da "Un giornale per Luca” di Nelio Fer-

cA te, naturalmente.

"vol.

CAPITOLO X.

Dello stile semplice , medio
e sublime.

Suolsi comunemente dividere lo sti-
le in tre specie: semplice, medio, sublime;

qui sopra: dalle ‘’Ricerche intorno alla natura dello stile” del milanese Cesare Bec-
caria, edite nel 1821. Si tratta di uno dei molti saggi sulla lingua che si pubblicavano
agli inizi dell'Ottocento, per porre riparo all’esecrata incuria stilistica e al dilagare
delle voci francesi e burocratiche. Contro le esigenze pratiche, i letterati riaffer-
mavano, secondo la tradizione italiana che dà tanta importanza al culto della forma,

l’importanza del bello serivere.

s'impone la norma di dire /o psicologo e simili
(e non i/ psicologo). Di contro alla rigorosa
regola che prescriveva /ro per il pronome
di terza persona plurale (« Ho visto i tuoi
fratelli e ho risposto /oro a voce ») ha guada-
gnato terreno la forma più familiare g/î (« ... e
gli ho risposto a voce »).

Nell’uso di oggi abbiamo numerosissime
coppie di nomi, nelle quali i due termini
possono essere fra loro in rapporto di appo-
sizione, come /reno-lJampo («treno che è un
lampo », cioè «veloce come un lampo »),
discorso-finme (« discorso lungo come un fiu-
me ») ecc., oppure in rapporto di dipendenza,
come Piazza San Michele, Banco Lotto, dazio
consumo, fassa bestiame, operazione zebre, ecc.
I costrutti del secondo tipo (che si avvicinano
molto a nomi composti) si sono moltiplicati
nell’ultimo secolo per influenza della buro-
crazia, e a più riprese i puristi hanno cercato,
senza riuscirvi, di bandirli.

È in forte regresso il tipo dicasi, appigionasi:
Panzini scriveva nel 1933: « Così si dica (oh
non più dicasi!)... ».

Qualche costrutto sintattico che ancora
trent'anni fa sarebbe stato impossibile tende
a divulgarsi nel linguaggio politico e in quello
pubblicitario: penso al tipo wozate liberale o
al tipo camminate Pirelli. Anche far fino, far
Capri è un costrutto nuovo, divulgato dai
“giovin signori” una dozzina d’anni fa.

Ma veniamo alle parole entrate nel voca-
bolario in quest’ultimo secolo. A chi domandi
quante sono, si è costretti a rispondere che
conteggi di questo genere sono pressoché im-

possibili: bisognerebbe fissare preliminarmente
tante precisazioni e limitazioni da togliere la
voglia di fare i conti. Ma basti, per dare un’i-
dea del grande incremento del lessico, ci-
tare un breve elenco di parole che oggi consi-
deriamo ovvie e che invece non sono regi-
strate nel grande vocabolario del Tommaseo
e del Bellini, le cui prime dispense uscirono
nel 1861: anemia, arrangiare, atavico, antonro-
bile, aeroporto, bagnino, bretelle, campanilismo,
caotico, casta, coalizione, codificare, collasso, co-
lonizzare, confusionario, contabile, contagiare, di-
spluvio, faida, gnardina, incrocio, mutismo, otto-
mana, panneggio, pioniere, preistoria, radiare,
ricostituente, strabico, tentacolo, vestaglia, viavai.
Qualcuna di esse già esisteva, ma fu dagli
autori del vocabolario volutamente evitata,
perché la consideravano indegna di essere
registrata (si consulti il Dizionario alle voci
medievale e primaverile, e si vedrà come il
Tommaseo le includesse a contraggenio): ma
certo le più non si conoscevano ancora.

Del resto, di molte parole ci è nota la data
di apparizione, e talvolta anche sappiamo chi
le coniò o le introdusse in italiano. Valgano
alcuni esempi. Nel 1867 fu inventata a Bu-
drio l’ocarina, il popolare strumento che nel-
la forma rassomigliava vagamente a un’oca.
Attraverso le traduzioni italiane dei 7ravai/-
leurs de la mer di Victor Hugo entra in italiano
piovra, come adattamento del francese dialet-
tale piewwre (che ha la stessa origine del nostro
polipo). Il krach della borsa di Vienna del 1873
entra nell’uso per indicare un “crollo nel
valore dei titoli”, Il nome della tribù dei

ARRANDELLATAMENTE. Avverb. Strettissimamente. -
Bellin. Buccher. 133: Cho ben lor valse aver stretto il
camoscio De' lor bellichi arrandellatamente.

ARRANDELLATO, Partic. pass. di Arrandellare. - Panz.
Luc. Cron. 41: Mi prestaro i sottoscritti fiorini in Lucca
quando io era nella pregione del Sasso, c tutto dì gua-
sto e molestato della persona e collato, arrandellato la
testa. Vasar. Vit. Pitt. 4, 143: Nel corpo del quale,
arrandellato e stretto con funi alla colonna, pare che
Andrea tentasse di mostrare il patir della carne. Buo-
marr. Fier. 4,4, 21: E'"l collo in gogna fra merluzzi e
bissi E collanuzze, arrandellato e fitto.

ArranGoOLARE. Neutr. pass., e anche Neutr. assoluto.
Stizzirsi rabbiosamente, Arrovellarsi. Dal sost. rangola. —
Franz. M. Rim. burl. 2, 18: Potetti arrangolar, potetti
dire, Ch'ordin non ci fu mai che d'una proda Del letto
suo volesse altrui servire. Varch. Ercol. 71: Se alza la
voce e si duole che ognun senta, si dice scorrubbiarsi ,



golarsi Narsi ; onde golo © ro.
vello. E Suoc. 4, 8: Io potetti ben gracchiare, ciango-
lare e ar larmi; e mi rispose tutta at



$ E per Darsi travaglio, Affannarsi, Affaticarsi.

t RADIARE. V. n. ass. ltaggiare. Aureo lat.
Dant. Par, 42. (C) Nullo creato bene a sè la tira,
Ma essa radiando lei cagiona. But, ini. Radiando,
cioè gittando, e spargeudo li raggi della sua immensa
bontà. E altrove: Cioè della Croce, che radiava. Coll.
Ab. Isaac. cap. AT. Il quale disse, delle tenebre ra-
diare luce. ra = ®

(Camp.] D Mon. 1. Come il Sole estivo, il
quale, discacciate le nebule mattutine, nascente
radia |irradiat; più chiaramente.

a sinistra in alto: nella quinta edizione del Dizionario della Crusca, non figura
ancora il verbo arrangiarsi”, un termine del gergo militare divulgato dalle truppe
Î i insi ece., nei

Messe: ” » ”
a tto”,

P
l’unità.

Crumiri, al confine tra l'Algeria e la Tunisia,
che con il loro atteggiamento di contrabban-
dieri diedero occasione alla spedizione fran-
cese del 1881, era molto conosciuto in quegli
anni, e fu applicato spregiativamente a quelli
che si rifiutavano di scioperare. La parola
trasformismo (che era stata coniata come ter-
mine scientifico dell’antropologo francese Bro-
ca nel 1867) viene applicata all’uso parla-
mentare italiano nel 1882 (dopo un famoso
discorso dell'on. Depretis che parlava di
trasformazione). Nel 1896, in occasione dei
giochi Olimpici rinnovati ad Atene dal ba-
rone di Coubertin, fu applicato il nome di
maratona alla corsa di 42 chilometri. In oc-
casione della guerra abissina il giornalista
Gandolin (L. A. Vassallo) coniò il termine di
guerrafondaio. Nel 1901, il Giornale d’Italia
inaugurava la /erza pagina, imprimendole un
netto carattere culturale. Gabriele d’ Annunzio,
che già aveva adoperato nel Primo vere l’ag-
gettivo latino we/ive/o (« Con tenue murmure
l’Adria we/ivolo »), anticipando nel Corriere
della Sera del 28 novembre 1909 due brani
del Forse che sì, giustificava in una nota il
nuovo significato che egli aveva dato alla
parola sostantivandola. Nel 1928 il Fleming
conia il nome di pericillina, traendola da quel
fungo, il Penici/linm, che era servito a produr-
la. Nel numero di febbraio del 1932 della
rivista Scenario io stesso proposi per la prima
volta il vocabolo regista, ed esso attecchi per
l'appoggio che gli diede il compianto Silvio
D'Amico. Nel 1936-37 Tullo Gramantieri,
preparando la doppiatura del film £° arrivata

AI GIOVANI COLTI ED ONESTI

L'EDITORE

Non è da jeri, che si lamenta lo strazio
che si fa della lingua nostra nelle segreterie,
nei banchi, e nelle publiche e private serit-
ture ; e gia più volte valenti uomini si pro-
varono a porriparo a tanto danno'con opere
da ciò. Dai siffatti libri distinguesi questo,
che qui prendiamo a publicare, per ciò che
l'autore ai vocaboli e modi errati più in uso
con allato le correzioni,in ordine alfabetico,
aggiunse nello stesso ordine le principali
regole grammaticali, con ispeciale riguardo
all'uso, tanto difficilé, di quelle voci italiane
che si comprendono sotto il nome generale
diparticelle. Avvegnachè egli accade spesso
anche a chi non è al tutto digiuno di cose
di lingua d'essere in dubbio, parlando o
scrivendo, non che sulla legittimità d'una
voce o frase, sul modo' di servirsi di questa
o quella secondo grammatica. Se riflettasi
per una parte, che nelle grammatiche e in
altre opere di simil genere le regole sono

primi decenni dopo

Ù è

modi errati

la felicità, traduceva la voce americana scher-
zosa pixilated con picchiatello. Nel 1950 si co-
struisce a Milano il primo e/iporto. E si po-
trebbe continuare a lungo.

A quali fonti le nuove parole si attingono?
Anzitutto, si possono attingere al latino e al
greco. Poi, si può ricorrere ai procedimenti
usuali di derivazione e di composizione. Ma
c’è una novità che, nel periodo che c’interessa,
si è largamente divulgata. È noto che l’ita-
liano, mentre ha illimitate possibilità di fog-
giare parole composte del tipo guardaporzone,
alzabandiera, non può invece comporle se-
condo il metodo, così frequente in tedesco
o in inglese, di unire due sostantivi in modo
che il primo specifichi il secondo. Non si
potrebbe certo dire bandiera-asta o sindaco-
casa (se mai, come abbiamo visto, si segue
l’ordine inverso, in costrutti come wagaggino
viveri). Ma ecco che, invece di dire strada
ferrata, come si era cominciato all’inizio, si
foggia, contravvenendo alla sequenza consue-
tudinaria, il termine ferrovia (il quale ripro-
duce, piuttosto che l’inglese ra//way, il tedesco
Eisenbabn). E, pur rimanendo ferma l’impossi-
bilità di foggiare composti secondo il metodo
del greco e delle lingue germaniche (solo i
medici, abbandonando il rispetto per la buona
tradizione linguistica, parlano di « organismi
penicillino-resistenti » e simili), per un certo
numero di nozioni si ha la possibilità di ri-
correre ai ‘“‘prefissoidi”, cioè a una specie di
prefissi o elementi compositivi, applicabili a
parole italiane di qualunque origine: aufo-
governo, autoritratto, ecc. (in cui auto vuol

3I

PRONTUARIO
DI VOCABOLI E MODI ERRATI

COLLE CORREZIONI

DELLE PAINGIPALI TEORIE, MEGOLE, PROPRLTA
E PARFICELLE

DEL LA L'NGUA ITALIANA
PER PARIARE E SCRIVERE CORRETTAMENTE

DEL DOTT. G. B. BOLZA

SECONDA EDIZIONE

VENEZIA, 4855
SUL PRIV. STADILIMENTO NAZIONALE.

DI G. ANTONELLI LD,

a sinistra in basso: anche il verbo ’radiare”’, nel senso di espellere, non figurava
nella prima edizione del Dizionario del Tommaseo-Bellini.

al centro e a destra: il frontespizio e la prefazione di un ‘’Prontuario di vocaboli e
in cui si lamenta (come oggi) "lo strazio che si fa della lingua nostra”.

dire ‘sé stesso”); am/ocarro, autorimessa, ecc.
(in cui 44/0 è un compendio di ‘automobile’;
cinepresa, cinespettatore, ecc.; elettromotore, elet-
tropompa, ecc.; fonovaligia, ecc.; fotocronista,

fotopittura, ecc.; motocarro, motoveliero, ecc.;

radiocommedia, radiospettatore, ecc.; telecomuni-
cazione (in cui /ele vuol dire “a distanza”);
telecronaca, felescuola, ecc. (in cui rele è un
compendio di “televisione’”’).

E ogni tanto qualche nuovo prefissoide
si aggiunge alla serie: /ozocalcio, eliporto, tur-
bogetto, ecc. La serie è così vitale che, secondo
il modello delle parole normali, obiettive, se
ne creano continuamente altre scherzose:
radiocafoni, motofracassoni, ecc.; una volta che
un cantante prese una stecca durante uno
spettacolo trasmesso in Awrovisione, sùbito si
parlò di Ewrostecca...

Un'altra serie, di cui non manca qualche
raro esempio in varie età della lingua, ma che
si è venuta sviluppando enormemente duran-
te e dopo la prima guerra mondiale, è quella
delle sigle. Al principio del secolo fu così
foggiato il nome della FIAT (Fabbrica Ita-
liana Automobili Torino), ma ora uno che
legge il giornale ne trova tanti esempi da
trovarsi spesso incerto: l’IRI e ENI e P’INCIS
li conosciamo tutti, ma uno straniero che
non conosca questi enti come fa a capire?
Eppure le sigle hanno anche figliato: si irizza
un’azienda, si concedono facilitazioni agli en4-
listi, gli aclisti combinano una gita, e così via.

Non bastano questi nuovi aridi frutti della
nostra lingua: vengono continuamente au-
mentando anche le “parole-macedonia”, fat-

32

5. I neologismi sono vocaboli nuovi, usati fuor di
bisogno, o vocaboli comuni, usati in nuovo signi-
ficato. i

« Ad ogni sopravvenire di cosa nuova (dice il Tomma-
seo) un nnovo segno richiedesi: e questa neologia è ne-
cessaria: ma il neologismo è ridicolo. »

Le nuove invenzioni e scoperte degli ultimi secoli ci
diedero infatti le nuove voci di stampa, polvere, cannoni,
bussola, borimetro, termometro, igrimetro, anemometro ,
teloscopio, elettrico, magnetico, galvanico, pila, idrogene,
ossigene, azoto, telegrafo, areostato, fotografia, e simili,
a cui niuno contende la italiana cittadinanza.

AI contrario, dai purgati scrittori sono giustamente ri-
pudiate le voci nuove e le comuni usurpate a significare
cose che già hanno nella lingua nostra altro vocabolo
proprio, come partito per fazione o setta 0 parte — ar-
mata per esercito — truppe per milizie — sacrifizio per
privazione 0 patimento — bilancio preventivo e consuntivo
per specchietto delle spese e delle entrate — funzionari o
impiegati per ufficiali — impieghi per uffici — amnistia

per perdono — appannaggio per assegnamento — arresto
per cattura — dimissione per deposizione 0 licenza — in-
criminato per accusato — redazione per compilazione —
redatto per compilato — insurrezione per ribellione — in-
surrezionare e rivoluzionare per ribellare 0 sommovere
— decorato per insignito — centralizzazione per accentra-
mento — plenipotenziario per ambasciatore — fusione per
unione — incasso per riscossione — indirizzo per peti-
zione — malversazione per concussione — progetto per di-
segno 0 proposta — rimpiazzare per scambiare o sostituire
— polizia per buongoverno — collegi elettorali per comizi
— votazione per squittinio — proclama per decreto, bando,

‘editto, ecc., ect.

Anche Dante Alighieri, per istudio o necessità di con-
cisione, creò parecchi vocaboli nuovi, come insemprarsi
— disunarsi — divimarsi — gioiarsi — induarsi — in-
trearsi — incinquarsi — immillarsi — inleiarsi — in-
luiarsi — intuarsi — immiarsi — insusarsi — inverarsi
— mirrare — osannare — rinfamare — ingigliare — in-
zaffirare — sempiternare — infuturare — indiarsi — in-
cielarsi, ecc. -- ma, fuor gli ultimi. l’uso li rifiutò.

Dalla "Guida allo studio delle belle lettere” di Giuseppe Picci, nella sesta edizione del 1865, riportiamo

una breve lista di neologismi « cui niuno contende Vit



iana cittadinanza », ed un lungo elenco di vocaboli

il cui uso, con un nuovo significato, era ripudiato « dai purgati serittori ». Come si vede, le sentenze di

d
un

zia” ecc. hanno avuto la meglio nell’uso sulle ’fazioni”, le “’milizie’’, gli

te mettendo insieme, non più le iniziali, ma
dei TR di parole, e si adoperano non solo
per gli indirizzi telegrafici o nei listini di
borsa (ché sarebbe poco male adoperare a
questi scopi Minpasta per Ministero delle
partecipazioni statali o Comit per Banca
commerciale italiana), ma anche nell’uso co-
mune: penso a nomi come aczonital (acciaio
monetario italiano) o fantascienza

La penetrazione delle parole straniere nel
nostro vocabolario richiederebbe una esem-
plificazione e una discussione molto lunghe,
per vedere quali siano i campi in cui più i
forestierismi abbondano, e per vedere da che
lingua essi provengono e quali difficoltà le di-
verse provenienze producono: per esempio, pa-
role come fango 0 rumba 0 canasta, che proven-
gono dall'Argentina e da Cuba, non presen-
tano alcuna difficoltà perché hanno una strut-
tura identica a quella delle parole italiane;
mentre non si può dire lo stesso per jazz e
charleston, e per innumerevoli parole inglesi
penetrate negli ultimi decenni.

I pareri se convenga o no cercare di adat-
tare o sostituire quelle parole forestiere che
non corrispondono agli schemi strutturali
italiani sono molto discordi. Naturalmente
nessuno si sogna di italianizzare parole come
boomerang © tomabamk, che si riferiscono a
cose rare ed esotiche, ma ci si può ben do-
mandare se è ben fatto che molti alberghi si
vergognino di chiamarsi «a/berghi e si chia-
mino Aéfels, se è meglio dire #ransistore o
transistor, e come si possa tradurre recifal,
visto che non si sa nemmeno se pronunciarlo
all’inglese o alla francese.

Le spinte puristiche un po’ brusche e talvolta
un po’ goffe esercitate durante il periodo fa-
scista hanno finito col produrre, dopo il
crollo del regime, un’ondata anche più forte
di forestierismi. Eppure che sia opportuno

lo fa molte voci furono vane:

dire piuttosto artista che chanffen (cioè che
sia bene evitare una parola che contiene un
suono non italiano per una professione così
frequente), che sia meglio dire warroni canditi
piuttosto che warrons glacés, a me non par
dubbio.

Un’altra serie di parole che vengono ad
ampliare il lessico della lingua nazionale sono
voci che prima appartenevano all’uno o all’altro
dialetto, e di cui per qualche motivo si è
sentita l'opportunità o il bisogno. Dal Pie-
monte si sono divulgati, specialmente nei
primi decenni dopo l’unità, parecchi termini
legati alla vita militare: arrangiarsi, cicchetto,
ramazza. Molte altre voci provengono da
fade pizzardone, imbonitore, sbafo, i maritogzi

i suppli. La Lombardia ha dato parecchi
nia: concernenti l’industria casearia: l’erbo-
rinato, la robiola, il mascarpone, e poi il pa-
nettone.

Da Napoli vengono le vongole, la woggarella,
la pizza, che recentemente ha acquistato no-
torietà internazionale. La Sicilia ci ha dato le
cassate, i cannoli, e le fragranti gdgare.

Dopo questa rapidissima corsa attraverso
le principali fonti di vocaboli nuovi, non dob-
biamo tuttavia dimenticare che molte e molte
parole, già salde nell’uso, hanno preso signi-
ficato nuovo. Chi ha chiamato caramella il
“monocolo”, chi ha adoperato pescecani nel
senso di “grandi affaristi”’, chi ha applicato il
nome di /fo al fanatismo sportivo (quasi
fosse una febbre che coglie violentemente
ogni domenica) ha adoperato parole vecchie
per nozioni nuove. Forse l’ondata più alta di
questa applicazione metaforica si ha nella dif-
fusione di termini scientifici e tecnici pene-
trati nella lingua comune in senso figurato:
se parliamo di «un’a//wione di opuscoli di
propaganda », di «convergenza di idee (o di
partiti) », di « eclissi della fortuna di un indu-

\partito”, ‘truppe’. funzionari”, poli.
ufficiali”

e il ’buongoverno”.

striale », di « stato paze/ogico di un bilancio »,
di « atrofia di un ufficio statale », di « pletora
di funzioni », ecc., per lo più dimentichiamo
che si tratta di termini che originariamente
avevano un significato strettamente scienti-
fico. Anche wosfalgia, che il Tommaseo e il
Petrocchi registravano ancora come «termi-
ne medico», (i disturbi a cui vanno soggetti
quelli che non sopportano la lontananza
dal paese natio) ha finito con l’indicare
un tenue e vago sentimento di rimpianto.
Un contributo non indifferente a questa espan-
sione del vocabolario scientifico e tecnico
all'infuori dei suoi confini è dato dall’enfasi
(« scappare a velocità w/frasonica ») oppure
dallo scherzo o dallo scherno («cretino ir
tre D »). Così è nato l’uso estensivo di a/0-
mico, che poco dopo gli esperimenti dell’a-
tollo di Bikini è stato adoperato per indicare
una bellezza travolgente, “esplosiva”. E qual-
che tempo fa, a Firenze, un venditore gridando
fichi spaziali intendeva esaltarli come qualche
cosa di apprezzabile in tutto il cosmo, aumen-
tando ancora quel significato di celebrità che
ha ancor oggi popolarmente l’aggettivo z704-
diale.

Dopo questo rapido cenno di ciò che è
apparso di buono e di non buono nell’ultimo
secolo, potremmo chiederci se c'è da preoc-
cuparsi per l'avvenire della nostra lingua. Nel
concludere un recente volume sulla Storia della
lingua italiana, non ho saputo far altro che
ripetere quello che aveva detto quasi un se-
colo fa Gino Capponi: « la lingua italiana sarà
ciò che sapranno essere gli italiani ». Noi
speriamo che, ingegnosamente innovando in
tutto ciò che occorre per esprimere le nozioni
nuove, i nostri contemporanei e i nostri po-
steri sapranno tuttavia rispettare le strutture
essenziali d’una fra le più belle e le più nobili
lingue di cultura.

“Per scampato

pericolo*

da
sv



In questa tavoletta che risale alla fine dell'Ottocento è raffigurata la caduta di un operaio da
una nave in legno in costruzione su uno scalo di Voltri. Sulla scena domina la figura di
N. S, delle Grazie (Genova) a cui la tavoletta è stata dedicata.

Nei nostri santuari, nelle nostre chiesette,
tanto numerosi quanto suggestivi, posti a
volte in riva all’onda «e paion navi, pronte
per salpare... », a volte in cima al monte,
come bianchi gabbiani in riposo, sono nu
merose le tavolette votive.

Non sempre vi si bada: esse sono appese
alle-pareti, in ombra, e sono annerite dal tem-
po e dal fumo delle candele. Ma provate ad
avvicinarvi, provate a soffiare sulla polvere,
o a pulire leggermente col dito, ed ecco dalle
figure uscire un fantastico mondo di favola,
favola umana e vera che viene però magica-
mente trasformata dall’ingenuità del disegno,
dalla vivezza della scena, dal trionfo dei colori,
sempre vivacissimi e ‘narrativamente’ e-
spressivi.

Quali sono le caratteristiche principali, e

costanti, di tali tavolette, portate dai fedeli
di tutti i tempi a testimonianza di una grazia
invocata e ricevuta? Prima di tutto
cia immediata della scena, che dev'essere di
pronta lettura per tutti e tale risultato è rag-
giunto con la chiarezza estrema del disegno e

l’effica

con precisione didascalica, che fa pensare
agli attuali fumetti. Poi con l’aiuto del colore,
che sempre una
funzione precisa: se vi è del sangue, esso

nelle sue esagerazioni ha
scorre rosso come pomodoro, e abbondantis
simo, a fiumi, perché importa sottolineare
la gravità della ferita, comunicare diretta-
mente al pubblico lo sgomento che provoca
la vista del sangue.

tratta di un incidente sul mare, le
onde e il cielo hanno i colori cupi e spaven-
tosi della tempesta; se vi cavalli

Se si

sono dei



a sinistra: un pericoloso incendio scoppiato
in una fabbrica della Val Polcevera (Ge-
nova) ha ispirato questa tavoletta votiva
forse portata al Santuario da qualche operaio
scampato al grave pericolo.

qui accanto: ex-voto di un operaio colpito
da una scarica elettrica (N. S. della Guardia
di Genova). Gli ex-voto rimangono un preciso
documento dello sviluppo della società e del
continuo mutamento delle condizioni di lavoro
dell'uomo e quindi degli incidenti che pos-
sono occorrergli.

in basso: per ’’scampato incidente ad un la-
minatoio” in una ferriera del Ponente (N. S.

della Guardia).











Pn <R

n



Così un pittore di ex-voto” eternava realisticamente la paurosa
avventura corsa da Giovanni Ravera che il 28 febbraio 1930 nella
fonderia di Multedo veniva trascinato in alto dalla cinghia con
grave pericolo di vita (N. S. della Guardia).

essi hanno i colori più strani, come in un
quadro di Paolo Uccello, per sottolineare la
loro irruenza: o sono neri come pece ©
rossi come fuoco o blu scuro e sotto le lo-
ro zampe risalta la figura dell’uomo travolto.

I rapporti di dimensione tra le figure sono
irreali, ma non arbitrari, come nella pittura
bizantina o medievale. L'uomo che cade dal
sesto piano è spesso più grande del palazzo,
o è più lungo del carro che lo investe, e ciò
per metterlo subito al centro dell’attenzione.

Ma quale toccante ingenuità, quale gustoso
sapore esce da tali scene deformate!

Qual’è l'origine delle tavolette votive?
Esse indubbiamente risalgono al ’400, e de-
rivano direttamente dalle predelle d'altare,
nelle quali artisti di fama rappresentavano in
successivi scomparti le varie scene della vita
di un Santo e dei suoi miracoli.

Ma la tavoletta votiva fu, tutto sommato,
un'innovazione democratica: fu quando un
cittadino qualunque, un artigiano, un conta-
dino, trovò l’ardire di stabilire un colloquio
diretto tra sé e il Santo, e di narrare un umile
fatto della propria vita quotidiana, mentre
prima erano solo i nobili e i potenti (ad esem-
pio il Duca di Urbino) che facevano rappre-
sentare da artisti come Piero della Francesca
o Masaccio il proprio voto offerto alla Ma-
donna dell’Uovo o alla Madonna della Seg-
giola.

Ecco così le prime umili tavole, con gli
incidenti banali della vita di tutti i giorni,
portate a braccia dal pellegrino, che saliva
magari scalzo fino al santuario, coprire le
pareti antiche degli antichi santuari.

Dapprima esse hanno un’aria classica, ap-
partengono alla pittura maggiore o stretta-
mente vi si apparentano, ma col ’600 comin-
ciano a percorrere un cammino autonomo,
diventano “scomposte” nel disegno e nel
colore, entrano cioè a far parte di quel filone,
vivo e toccante, dell’arte popolare, assieme
alle insegne dipinte, alle miniature, alle stampe
popolari, alle biccherne, e più tardi alle oleo-
grafie popolari, ai carretti siciliani.

Il fenomeno raggiunge il suo apice nell’Ot-
tocento, ma giunge con le sue propaggini
fino ai nostri tempi, fino a che si arriva a so-
stituire al dipinto (come ho visto in nume-
rosi santuari) una semplice fotografia dell’av-
venimento.

Le tavole votive si chiamano così perché
in origine erano sempre dipinte su tavola,
quelle belle tavole di legno che ora sono
tarlate e corrose, ma poi furono dipinte su
tela e, dal 1850 in avanti, anche semplice-
mente acquarellate su cartone o carta.

Tali ex-voto, nell’interezza del loro potere
evocativo e della loro fedeltà illustrativa, ri-
mangono un preciso documento dello svi-
luppo della società e delle sue condizioni di
vita, e sono così anche un documento del
continuo cambiamento delle condizioni di
lavoro dell’uomo, e quindi degli incidenti che
possono occorrergli.

In questa sede ci interessa particolarmente
mettere in evidenza tale aspetto, cioè docu-
mentare come nel tempo siano mutati gli inci-

denti sul lavoro, almeno gli incidenti più
comuni, anche se immutata è rimasta la fede
dell’uomo e l’ingenuità dell’offerta.

Gli incidenti che trovano maggior docu
mentazione nei natural-
mente, quelli legati ai lavori agricoli e alla
vita di cadono nel
pozzo (non si immagina quanti uomini ca-
devano nel pozzo: sembra incredibile!),
pure cadono dall’albero durante la
delle frutta. Poi vi sono ferite procurate con
la falce durante la mietitura, gente che si dà
letteralmente la zappa sui piedi ecc. Incidente
molto comune era quello di bambini e ragazzi
travolti dai buoi, o di uomini che cadevano
dal carro.

secoli passati sono,

campagna: uomini che
( pe

raccolta

Poi arrivano le prime macchine, anche in
campagna, ed ecco che uno lascia la mano
negli ingranaggi della mietitrice meccanica,
un altro cade nella a della trebbiatrice,
un altro ancora sotto i cingoli del trattore.

boc



Comuni gli incidenti nei mulini ad acqua,
come quello ancora conservato a N.S. della
Guardia, con la seguente didascalia: « 4/7
sera del 25 agosto 1885 i fratelli Villa mentre
stavano presso il ruotore della fabbrica di Varenna
denominata “il profondo” presso Pegli, cadevano





tra lo scoglio ed il ruotore ».

Così si segue l’evoluzione dei mezzi di tra-
sporto e, purtroppo, dei relativi incidenti:
ecco il conduttore del “tram” a cavalli di
S. Fruttuoso che cade scontrandosi con quello
di S. Francesco; ecco il signor Pietro Baresto
che il zo novembre 1859 alla stazione di Pon-
tedecimo « mentre era per imbarcarsi sulla
ferrovia » veniva urtato dalla macchina, una
macchina con fumaiolo lungo lungo, molto
simile a quella di Stephenson.

Ed ecco i cantieri, con “i barchi” di legno
che crescono ordinata dopo ordinata, come
gialli scheletri di balena, e l'operaio che cade
dall’impalcatura, e poi le prime navi di ferro
e gli incidenti della bullonatura e della sal-
datura.

Man mano che ci si avvicina ai nostri tempi,
le tavole votive degli incidenti sul lavoro so-
migliano a certi manifesti antinfortunistici del-
lENPI: ecco un laminatoio a rulli dove un
operaio resta preso per un braccio, eccone un
altro fulminato dalla corrente elettrica, ecco
un incendio in una fabbrica del Polcevera do-
mato da pompieri con baffoni, in una rappre-
sentazione degna di Beltrame, ecco ancora una
mano graffiata dalla sega elettrica.



Bellissimo il quadro che rappresenta un in-
cidente avvenuto il 28 1930 nella
fonderia di Multedo, che è l’attuale fonderia
Ansaldo: l’operaio Ravera Giovanni veniva
trascinato in alto dalla cinghia, e la scena è
rappresentata col più puro realismo “nove-
cento”, salvo l’infortunato un po’ grottesco,

febbraio

ritto come un baccalà e inverosimilmente so-
speso in aria.

Così, a mezzo della pittura di anonimi
“pittori da ex-voto” (una volta
quasi ovunque, e pare che preparassero in
anticipo le loro tele con gli incidenti più
comuni, e poi aspettassero i clienti sulle piazze
dei paesi durante il mercato, aggiungendo

esistevano











Sulla stiva, profonda come un baratro, pencola lo scampato”, colpito alle spalle da una bragata, come egli stesso

racconta in calce al dipinto (N. S. della Guardia).



qualche particolare, il nome e il Santo o la
Madonna cui era destinata l’offerta; ora non
ci sono più, salvo qualche caso a Napoli e
a Palermo) a volte abbastanza abili, a volte in-
guaribilmente dilettanti, ci giunge una ras-
segna toccante e viva di quegli incidenti sul
lavoro che sempre hanno accompagnato, pur-
troppo, la fatica dell’uomo.

Gli strumenti mutano, naturalmente, dalla
falce al trattore, dal calcio del cavallo alla
scarica elettrica, ma resta invariata l’ingenua
e diretta rappresentazione della grazia; rap-

il Santo

“fissa”

presentazione dove la Madonna o
(naturalmente si tratta di
secondo i luoghi: a Genova N. S. della Guar
dia o N. S. del Monte per i marinai; a Sa-
vona la Madonna della Misericordia; a Na-
poli la Madonna dell’Arco o la Vergine di
Pompei; a Cagliari N. S. di Bonaria; a Bari
San Nicola; a Palermo Santa Rosalia) scen-
dono provvidenzialmente dalle nubi ad ar-
restare in tempo un Ingranaggio, a staccare
la corrente, a fermare il cavallo o la potente
otto cilindri.

una scelta

Utensili a Capre ‘a

Se un giorno avrò diecimila lire, comprerò una
isola», aveva detto Garibaldi, passando davanti al-
l'isola di Fuan Fernandez nell'Oceano Pacifico.

Quel giorno venne nel 1855, quando Garibaldi poté
acquistare metà dell’isola di Caprera. L'altra metà
gliela regalò un ammiratore inglese, dieci anni dopo,
quando egli era divenuto una sorta di eroe mitico, alla

cui isola, trasformata e resa fertile dal suo lavoro,

si approdava pellegrinaggio. * Molti cre-
dono di trovarsi di fronte a un Dio avvolto nelle
nubi, inaccessibile, intento a bersi il nettare del suo
Olimpo. Lo invece che attacca un bottone
alla giacca, o taglia un paio di calzoni, 0 trasporta

come mm

trovano



pietre ; e beve acqua da una brocca, coperta con un
foglio di carta. Fra là col martello per di

tirsi, nevvero? domanda al Vecchi una ricca
parigina, che ha visto l'Eroe intento a spaccare

un macigno. Sì, signora le risponde quegli -
dalle cinque del mattino alle cinque della sera, o colla
zappa 0 colla carriuola, trasportando sassi, 0 colla scure



(Patellanî)

spaccando fittoni di alberi, ei si diverte

Gustavo Sacerdote, biografo di Garibaldi, ci de-
scrive così la vita a Caprera del ‘“donator di regni”
che, deposta un momento la spada, impugnava l'aratro
e gli utensili dei più umili lavori. È l’immagine popo-
lare dell’eroe semplice e disinteressato, la più oleo-
grafica forse, ma la più cara agli italiani. In questa
pagina, che solitamente dedichiamo alla descrizione
di utensili dei tempi remoti, abbiamo voluto stavolta
pubblicare una fotografia degli utensili che Garibaldi
usava a Caprera, e che ancor oggi si conservano
appesi ad un muro della sua casa.

sempre così

39



eatro

isorgimento

Gli artisti della ‘’Compagnia Reale Sarda” fondata nel 1820 da Vittorio Emanuele I con il fine di migliorare €
perfezionare l’arte drammatica in Italia. Questo complesso stabile, di cui fecero parte eccellenti attori, portò

sulle scene, fino al 1853, anno in ©
tra il pubblico l’amore per il teatro italiano. Nella st





fu sciolto, milleduecento lavori, contribuendo efficacemente a diffondere
npa sono raffigurati Carlotta Marchionni, Antonietta Robotti,

Rosina Romagnoli, Luigi Vestri, Domenico Righetti, Giovanni Gottardi e Giovanni Borghi.

È noto a tutti il contributo dato, nel secolo
scorso, dall’opera lirica all’esaltazione dei sen-
timenti di indipendenza e di libertà. Viene su-
bito alla mente il nome di Giuseppe Verdi, e
il coro del Nabucco, divenuto uno dei canti
risorgimentali. Meno noto forse, ma non meno
interessante e importante, è il contributo che il
teatro di prosa italiano diede al Risorgimento,
alla creazione di uno spirito unitario.

Il critico Tullio Cicciarelli rievoca in questo
articolo le figure più significative del nostro
teatro dell'Ottocento.

Le immagini che illustrano questo articolo
fanno parte della collezione della rivista «Il
Dramma» che ce ne ha gentilmente concesso
la riproduzione.

Cento anni fa precisi (prima s'intende di
quel fatale sei giugno) Camillo Cavour scri-
veva ad Adelaide Ristori: « Se ne serva di
questa sua autorità a pro della nostra patria,
ed applaudirò in lei non solo la prima artista
ma il più efficace cooperatore nostro nei negozii
diplomatici ». Così, il Presidente del Consiglio
prima di scendere nella tomba siglava di pro-
prio pugno il senso il destino e la natura
nonché il limite del teatro italiano nella dram-
matica cornice del Risorgimento: dalla Carbo-
neria alla proclamazione dello stato unitario.

La quasi epigrafe di Cavour vibra un colpo
a quanti allora andavano affermando: « Si
abbandoni il genere drammatico e si imiti il
Goldoni » a tutto favore di un repertorio



Pogui co A ‘apt u law wi
(

©

tt
© col two di Valia,.

IBIMIMINIINI

a p p
Uu dogui alista ui tuo taletto

ANTONIBTTA ROBOTTI

Esimia Attrice Drammatica

Vbata a sentivo e ad duvitar gli affette
Pura rudi gentil, dolee Rai figura.

o . Ò
col liagico trtrento O

Peoti amore Loves: pietà mer pelli ,

c' po ; se
O L'arte tal, che cede a lei satura.

Era consuetudine, nell'Ottocento, dedicare alle attrici più note ritratti accompagnati da
fioriti ’elogi’’ poetici. La Bettini e la Robotti fecero parte della Compagnia Reale Sarda.

che: « fosse un’arma perenne puntata con-
tro i tiranni»; un repertorio insomma che
nutrito di succhi alfieriani ammorbidisse per-
sino le sue punte polemiche attraverso i
bianchi e morbidi languori ed abbandoni
della “divina” Adelaide Ristori che a Parigi
recitando ora “La Mirra” ora “La Medea”
conduceva nel porto degli affetti il grido
della italianità. Sull’onda dei battimani po-
litici parigini il Cavour aveva mille ragioni

auspice anche la potenza dell’adulazione
a decorare idealmente l’attrice-eroina, la su-
scitatrice di palpiti patriottici. Le ragioni di
stato o meglio i motivi tesi al raggiungimen-
to dell’unità nazionale erano dunque i fattori
piloti della situazione teatrale la quale na-
sceva dal vecchio ceppo (1820) della Compa-
gnia Reale Sarda; una specie di officina di
copioni che dall’anno di nascita a quello
della morte (1853) portò sulle scene mille-
duecento lavori interpretati tra l’altro da
Carlotta Marchionni, Luigi Vestri, Adelaide
Ristori (vi entrò appena quindicenne), Er-
nesto Rossi il grande alunno di Gustavo
Modena. Congerie di testi in effetti non ec-
cellenti che comunque posero le condizioni
per una maggiore popolarità del teatro insi-
diato del resto dalla continua penetrazione
del melodramma.

Difendere le scene e dalla concorrenza del-
l’opera lirica e dalla invasione dei copioni

stranieri (i francesi in cima alla fila) fu l’im-
pegno che a Bologna si assunse il trageda
Savino Savini fondatore nel 1847 della so-
cietà drammatica nazionale italiana il cui ar-
ticolo fondamentale recita: «La società è
diretta a influire coi suoi più validi mezzi
sul popolo, sui comici e sulle direzioni degli
spettacoli, acciocché torni degno d’Italia il
teatro originale italiano, e non si traducano
dalla scuola straniera nella nostra se non che
i veri capi d’opera a muovere l’emulazione ©
a porgere belle ragioni di studio ». Commen-
devoli propositi che però non diedero ali e
lievito alla società che campò di vita stenta
e magra. Abbiamo voluto ricordare questi
due tentativi di ampio carattere unitario per
rendere giustizia ad una sempre più vasta
frattura che si palesava tra le condizioni della
società italiana ed i risultati espressi dalla
produzione teatrale del tempo.

L’Italia macinava giorno dopo giorno il
massacrante lavoro di sutura nazionale attra-
verso le tradizionali strade della cospirazione,
della rivolta e della grande propaganda liber-
taria. Anche se le idee erano piuttosto con-
fuse con strani salti di geografia politica (re-
pubblicani che si travasavano nei canali mo-
narchici e viceversa) il sottofondo era unico
ed il linguaggio di un Cavour poteva anche
essere promosso dalla impazienza garibaldina
e dalla predicazione mazziniana. Una simile

società calata in un’epoca di battaglia e di
barricate esigeva un teatro che portasse sulle
scene il vessillo ed il volto della lotta per la
indipendenza. Un teatro senza mezze misure,
aggressivo, gonfio di rettorica, impetuoso nel
tuono della condanna verso gli oppressori. A
queste aperte richieste, le scene nazionali ri-
sposero in tono minore e con sciatto slancio.
Gli autori dimostrarono ancora una volta
di essere bloccati dal grande “complesso”
goldoniano. Ci furono — è vero — le infiam-
mate iniziative drammatiche del Pellico (* Ma-
tilde di Canossa” e “Francesca da Rimini”)
di Carlo Marenco (la sua “Pia” cavallo di
battaglia della Marchionni e della Ristori
ebbe vita intensa) di Angelo Brofferio il
tragediografo autore tra l’altro di “Vitige
re de’ Goti” commossa perorazione in fa-
vore degli oppressi e di G. B. Niccolini il
cui “Arnaldo da Brescia” non scompare di
fronte al “Conte di Carmagnola” di Alessan-
dro Manzoni ma tutte queste opere se le si
giudicano con metro obiettivo non erano
alla pari dei tempi. Furono — è vero

applaudite ma le ovazioni premiavano più
che altro le intenzioni non toccando così
l’assieme, la struttura dei copioni tanto è
vero che Carlo ‘Tenca scriveva: «tra i tanti
drammi prodotti dalla giovane letteratura
nessuno aveva trovato accoglienze costanti €
nessuno aveva data promessa di un teatro





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Adelaide Ristori nelle vesti di Medea” in una rara fotografia con dedica ad Antonio Petito, il famoso pulci-
finì « medaglia della tragedia ».

nella napoletano. La Ristori fu una delle più grandi attrici tragiche italiane dell'Ottocento. Teofilo Gautier la de-





2 L, Hire Sila

Abito di Paolo nella Francesca da Rimmi di Pellico

GH Altenni del'Acadl' dle DleiXt

D







in Birra è

al IMAIIRO So 9

Gustavo Modena nella parte di Paolo nella *’Francesca
da Rimini” di Silvio Pellico, una delle sue più famose
interpretazioni, Il Modena, dall’indomito spirito cospira-
o con Mazzini), fu uno
degli attori che portò ad esemplare compimento la co-
siddetta analisi introspettiva del personaggio. Nelle sue
interpretazioni, egli tendeva sempre a superare i limiti
del copione, per presentarsi al pubblico come unico
interprete e incondizionato autore del successo dell’opera:
ai giorni nostri, lo chiameremmo un “mattatore”.





tivo (è famoso il suo carteg,





nuovo, veramente nazionale ». Torniamo ora
al “complesso goldoniano” perché non vor-
remmo aver usato parole oscure. In sostanza
il Goldoni con la sua prodigiosa produzione
esercitò una influenza che andò oltre l’imma-
ginabile. Il commediografo veneziano — crea-
tore indiscusso del realismo ridusse a zero
l’enfasi, evitò l’iperbole e pur parlando una
lingua universale non ricorse mai ad effetti
truculenti. Il suo incantevole realismo, la sua
fedeltà alle cose minute e quotidiane, al
gioco eterno dei sentimenti, alla realtà del-
l’amore stabilirono subito le condizioni di
ideale idillio tra il pubblico ed il palcoscenico
dove i personaggi erano veri e vivi con i
difetti, le manie, le passioni dello stesso pub-
blico. La portata della rivoluzione goldoniana
fu incalcolabile ma sotto il profilo della esi-
genza di un teatro nazional-patriottico fu
deleteria perché l’esperienza goldoniana era
agli antipodi delle ansie e delle fiamme barri-
cadere. Goldoni agitava la satira dei costumi
ed allora non vi era tempo e spazio per la
critica del costume. Ecco dunque “il com-
plesso goldoniano” che ha caratterizzato in
tutta la sua evidenza ed eloquenza la difficile
nozione di un teatro patriottico. Non ci stu-
piremo più se in pieno fervore risorgimentale
un commediografo come il modenese Paolo
Ferrari (1822-1889) non stimava di meglio
che riprendere nelle mani il bandolo del ta-
lento creativo goldoniano dando alle scene
« Goldoni e le sue sedici commedie nuove ».
È pur vero che il Ferrari tentò il teatro epico
con “Carbonari e Sanfedisti” e con l’abba-
stanza forte: “Roberto Vighlius” ma il pieno
successo lo ottenne con il lavoro dedicato al
Goldoni.

Riprendiamo è tempo ormai il do-
cumento di Cavour o meglio la lettera dello
statista all’attrice Ristori. In effetti il Cavour
era consapevole della crisi ispirativa degli
autori italiani e rivolgendosi con devota stima
alla Ristori puntualizzava il problema del di-
vismo. Se il Goldoni ha ostacolato la nascita
del teatro patriottico, il divismo una volta
venuto male alla luce appunto quel teatro
lo ha salvato dalla catastrofe generale. Per
divismo intendiamo non la fredda vetrina di
gesti e di atteggiamenti grotteschi e parados-
sali ma l'effettiva presenza dell’attore come
cardine della scena e del dramma. Il teatro
risorgimentale ha avuto testi deboli ma attori
grandi e quindi la sua esistenza si affidò al
fenomeno dell’individualismo, della netta su-
premazia della “voce” nei confronti del
“coro”. Pensiamo a Gustavo Modena (Ve-
nezia 1803 - Torre Luserna 1861) ed avremo
la precisa testimonianza di un gusto nel
quadro della crisi da noi delineata. Al di là
della sua vita errabonda e romantica dei suoi
esilii politici, del suo indomito spirito co-
spirativo (l’epistolario con Giuseppe Mazzini
conferma il tono e la vocazione della sua esi-
stenza) vi fu in Gustavo Modena la matrice
del divismo. Quel divismo che fu elemento
positivo, quasi determinante per la difficile
popolarità del nostro teatro risorgimentale.
Dal “Saul” dell’Alfieri al “Maometto” del



















qui accanto: una scena del
"Conte di Carmagnola”, tragedia
storica in cinque atti di Alessan-
dro Manzoni. Come nell’ Adel.
chi”, alla base di quest'opera è
un sentimento patriottico che ne
fa uno dei testi più interessanti del
teatro italiano dell'Ottocento ispi-
rato agli ideali di libertà.





in basso: questa bella inci
è dedicata a Carlotta Marchionni.
che si vede al centro, nell'atto di
essere incoronata d’alloro. Fu
un’altra grandissima attrice dram-
matica del secolo scorso. nota.
oltre che per la sua bravura,
anche per la vita esemplare. Fece
parte, dalla fondazione, della
Compagnia Reale Sarda.

44

TOMMASO SALVINI

OROSMANE NELLA ZAIRA DI VOLTAIRE

Tommaso Salvini, l'attore che diede lo spunto alla celebre riforma del russo Stanislavskji,
secondo la quale è possibile inquadrare la trasformazione che, attraverso il subcosciente, su-
bisce la personalità dell'attore nel divenire personaggio. Salvini si recava in teatro due ore
prima che si levasse il sipario e si truccava con estrema lentezza per immedesimarsi grada-
tamente nel personaggio che doveva interpretare.



Voltaire dalla ‘Francesca da Rimini” del
Pellico al “Luigi XI” del Delavigne l’attore
che primo fra tutti portò ad esemplare com-
pimento la cosiddetta analisi introspettiva del
personaggio, trascese i limiti dei copioni
rappresentati per acquistare davanti al pub-
blico un significato ed un valore di unico
interprete e di incondizionato autore del
successo dell’opera. Il personaggio di Saul
da lui incarnato era talmente al di sopra della
cronaca che il pubblico si trasformava subito

grazie s'intende all’arte scenica del Modena

in attivo e pugnace assertore di un paese
meno infelice e più degno del passato.

Ma pensiamo anche a Tommaso Salvini
(Milano 1829 - Firenze 1915) l’attore che
diede lo spunto alla celebre riforma del russo
Stanislavskji secondo la quale è possibile in-
quadrare e codificare la trasformazione che
subisce la personalità dell’attore, attraverso il
subcosciente nel farsi personaggio. Salvini si
recava in teatro due ore prima che si levasse
il sipario e si truccava: « con estrema lentezza
per divenire gradatamente personaggio » (Pan-
dolfi). La sua approfondita analisi del fanta-
sma mimico gli permise proprio nel cuore del
teatro patriottico di contribuire in modo sen-
sibile alla causa nazionale.

In queste “voci” non può mancare quella
di Carlotta Marchionni (Pescia 1796 - Torino
1861) la quale al di là della aneddotica di oc-
casione che la volle ispiratrice della figura di
Francesca nella omonima tragedia del Pellico,
continuò il discorso divistico con un impegno
ed una intensità che allora raggiunsero punte
altissime. Adelaide Ristori (Cividale 1822-1906)
poi dalle platee nazionali a quelle straniere
perfezionò il panorama divistico non senza
come abbiamo già detto entusiasmare lungo
il filo della “questione italiana” Camillo Ca-
vour. E non desideriamo allungare l’elenco
perché il nostro compito non vuole scontrarsi
con la meccanica monotonia di un disco ©
con il libro mastro di un bilancio. Conviene
invece riaffermare la natura ed il limite del
teatro del ‘‘centenario”, natura e limite che
abbiamo cercato di precisare seguendo lo
svolgimento di una indagine storica e di co-
stume che tenesse conto delle oscillazioni del
gusto e delle esigenze del pubblico nazionale.
Il repertorio di allora (ci siamo come è ovvio
limitati al periodo centrale del secolo scorso)
era più che altro affidato ad uno stato d’animo.
Fu merito del pubblico (che ha quasi sempre
ragione) il quale capì lo spirito di quel reper-
torio intendendone anche i difetti e le intem-
peranze di impianto e di linguaggio. Le ova-
zioni popolari che successivamente confor-
tarono le opere di Giacometti, Giacosa e
Rovetta se da un lato sono realtà da consi-
derare non debbono dall’altro far credere
che il teatro patriottico sia l’optimum per
il nostro pubblico. Dobbiamo piuttosto dire
che il consenso fu allora semplicemente emo-
tivo e quindi non proporzionale al valore dei
testi rappresentati. Pubblico e “divi” furono
quindi i soli artefici del successo a tutto di-
spetto del repertorio. Il che è abbastanza
originale.

Riviste
aziendali
e cultura



16

Una delle copertine di questanno di «(Civiltà delle Macchine», la rivista edita dall'LR.I. La pubblicazione per
il suo inconfondibile stile e per il suo contenuto, può essere citata come una delle riviste italiane di carattere
aziendale (anche se qui l'aggettivo aziendale va inteso in un senso molto vasto) più impegnate culturalmente.

AI V congresso internazionale della stampa nirne ancora una volta i compiti e









aziendale, tenutosi a Vienna, Libero Bigiaretti, . Ma e di so
direttore della rivista aziendale dell’Olivetti, ha porre a azione del congresso una serie
parlato, come relatore ufficiale italiano, dei di distinzioni, giacché ogni definizione appare
rapporti tra stampa aziendale e cultura. Rite- troppo generica se no: yrtunamente
niamo interessante pubblicare la sua relazione. sostenuta da una serie di precisazioni. Vi sono
pubblicazioni aziendali che hanno lo scopo,
almeno l’inter , d leersi esclusi
Riteniamo non sia necessario in questa sede, vamente al personale dipendente dall’ azien-
in questo congresso che riunisce veri e propri da: esse cercano nella co , nella
specialisti della stampa aziendale, tentare di informazione, ad andamento verticale, di

46

dare un arricchimento di natura etica e so-
ciale al rapporto di dipendenza; di tentare
un colloquio, che spesso è soltanto un soli-
loquio, laddove sembrerebbe non esistere al-
tro linguaggio se non quello autoritario e
utilitaristico delle “disposizioni” che si tra-
smettono per vari gradi di gerarchia e ren-
dono possibile la “esecuzione”.

Altri giornali e riviste aziendali si rivolgo-
no all’esterno, cioè al pubblico dei clienti ac-
quisiti e dei clienti probabili. Queste pubbli-
cazioni rientrano perfettamente nel quadro
della stampa aziendale giacché il fine più
rilevante è quello di fornire notizie circa gli
aspetti tecnologici e produttivi dell’ azienda.
Vi sono poi pubblicazioni aziendali che si
pongono un duplice obiettivo: informare sia
i dipendenti che i clienti. In tale divaricazione
di intenti, coteste pubblicazioni debbono ne-
cessariamente dare anche all’informazione in-
terna, strettamente aziendale, il carattere della
propaganda.

Infine vi sono pubblicazioni aziendali che
hanno l’intento preminente di accogliere, re-
gistrare, guidare le attività del tempo libero.
Riteniamo inoltre che si possono far rientrare
nel quadro anche quelle pubblicazioni rivolte
all’esterno che prescindono completamente
dalla informazione aziendale ed offrono al
lettore-cliente uno strumento di lettura disin-
teressata, che tuttavia diventa operante dal
punto di vista pubblicitario, in quanto con-
ferisce un prestigio culturale, cioè un relativo
aumento di valore, al nome della “ditta”.

Tutte codeste pubblicazioni aziendali, en-
tro una fascia molto larga di dignità esteriore
e di efficacia, concorrono indubbiamente a
un’opera di divulgazione culturale; anche
quelle eminentemente tecniche e specialistiche,
giacché non sapremmo restringere il concetto
di “cultura” ai soli risultati e derivati (spesso
cattivi derivati) delle attività artistiche, lette-
rarie e scientifiche. Dovendo però, secondo
l’incarico che ci siamo assunti, mettere in
evidenza l’opera di divulgazione culturale
fra i dipendenti delle imprese industriali e
commerciali dobbiamo considerare soltanto
quelle pubblicazioni alle quali si può dare il
nome complessivo di giornali aziendali e
che generalmente, almeno in Italia, sono distri-
buite gratuitamente entro l'ambito dell’azienda.

Se ci domandassimo per quale fine le aziende
diffondono tali pubblicazioni, dovremmo an-
zitutto rispondere che nello stato attuale
della società, quali che siano i connotati ideo-
logici e politici degli stati e dei governi,
qualsiasi attività produttiva, qualsiasi impresa
pubblica e privata, è costretta, proprio per
effetto di un progresso che è insieme sociale
e culturale, a superare il fine utilitaristico, 0
almeno a sottrarre una parte dell’utilitarietà
al suo carattere meramente economico e spe-
culativo. Ma altre risposte, tutte pertinenti,
potrebbero darsi alla domanda. Per esempio,
risposte improntate a uno spirito di socialità:
creare tra il personale vincoli di solidarietà;
tra essi e la direzione stimolare un sentimento
di collaborazione; provocare quel particolare
spirito di corpo, 0 patriottismo aziendale, che

giova in qualche modo a rendere meno penosi
o meno contrastanti i rapporti, di per sé
antagonistici, fra datori di lavoro e lavoratori.
î anche risaputo che la conoscenza degli scopi,
delle tecniche di lavorazione e dei risultati
di una produzione industriale da parte di chi
vi è addetto (specie al livello più basso) pro-
voca un interesse, un attaccamento che, ren-
dendola per così dire cosciente, attenua la
fatica e può risolversi in un vantaggio anche
per l’imprenditore, che vede aumentata la
produttività. Si consideri lo stato di isolamento,
di frustrazione, di alienazione dell’operaio
inserito in un breve momento del processo
produttivo di serie, costretto a un lavoro
monotono di cui gli sfuggono e la destina-
zione finale e le fasi che lo hanno preceduto
e si vedrà che, in effetti, un reale beneficio
di ordine psicologico può venire dalla infor-
mazione aziendale.

Abbiamo detto che anche la tecnica è cul-
tura, e perciò lo è anche l’informazione
tecnica: essa finisce ad operare culturalmente,
nel senso che provoca un aumento di cogni-
zioni, un arricchimento di personalità. Ma se
ci fermiamo a un significato più tradizionale,
umanistico, della cultura, vediamo che il fine
del sollievo psicologico e morale del lavora-
tore è ancor meglio conseguito. Purché non
si abbia l’intenzione di limitare la cultura dei
giornali aziendali a una sorta di “vacanza”,
di “distrazione” non accompagnate da un
reale arricchimento di concscenza.

Dobbiamo riconoscere che, in generale, le
pubblicazioni aziendali italiane dànno ade-
guato spazio alle notizie culturali e che in
molte di esse si riscontra una sorprendente
varietà di argomenti estranei alla vita del-
l’azienda e legati alle attività culturali del
paese: recensioni di libri, resoconti cinemato-
grafici e teatrali, rassegne d’arte, discussioni
di questioni estetiche di attualità, senza con-
tare le esemplificazioni di carattere creativo:
racconti, poesie, saggi spesso dovuti a scrittori
di fama, in molti casi opera di collaboratori
interni, cioè dei lettori stessi. A questo pro-
posito si ritiene opportuno citare una delle
più riuscite iniziative dell’Associazione ita-
liana: il “premio Pacces”, riservato ai dipendenti
delle aziende che dànno la loro collaborazione
ai giornali aziendali. Frequentemente le pagine
culturali di essi si ricollegano all’attività dei
centri culturali aziendali, o ne sono una
emanazione o il riflesso indiretto.

Chi considerasse tale abbondanza di pre-
senza e di intenti culturali nelle riviste azien-
dali italiane, senza conoscere minimamente
la realtà della situazione culturale del paese,
potrebbe farsi l’idea che l’Italia è una na-
zione dove, come già avvenne in altri periodi
storici, l’arte e la letteratura hanno una pre-
minenza nell’interesse dei cittadini. Invece
dobbiamo dire che è vero il contrario e che
il compito svolto dalle pubblicazioni aziendali
non è altro che una surrogazione, un tentativo
di rimediare in qualche modo a una situazione
piuttosto grave e che ci proponiamo di illu-
strare brevemente.

Ci limiteremo alla particolare situazione

dello strumento primo di ogni sviluppo cul-
turale: cioè la diffusione del libro.

Nel nostro paese si pubblicano ogni anno
circa 10.000 titoli di libri: che può sembrare,
e non è, un dato fortemente positivo, giacché
nella maggioranza dei casi la diffusione di
tali libri non supera, dal punto di vista della
vendita, il migliaio di esemplari. La diffu-
sione avviene entro un ambito assai ristretto
a mezzo di una organizzazione di vendita che
conta 1.900 librerie, di cui soltanto 700 (in
un paese di 50 milioni di abitanti) possono
considerarsi efficienti. Una recente inchiesta
ha potuto stabilire che soltanto in sette
famiglie su cento si trovano libri non scola-
stici, e che per una forte percentuale di fami-
glie borghesi l’unica fonte di lettura sono i
quotidiani politici e i settimanali illustrati.

Questi dati, se negli strati più bassi della
popolazione derivano dal permanere di una
certa quota di analfabetismo e, in misura più
larga, dal cosiddetto “analfabetismo di ritorno”
(quello di coloro che, adempiuti gli obblighi
scolastici, non si sono più avvicinati al libro
e hanno dimenticato anche le nozioni elemen-
tari), negli strati medi denunciano la inade-
guatezza culturale e professionale del cosid-
detto ceto medio. Il primo aspetto riguarda
evidentemente la scuola e l’assolvimento del
precetto costituzionale relativo agli otto anni
di istruzione obbligatoria: il piano della scuo-
la, di recente approvato, costituisce uno sfor-
zo costruttivo apprezzabile, ma ancora, logi-
camente, non può dare dei frutti concreti.

Il fenomeno dell’arretratezza culturale in
alcune regioni d’Italia, dovuto a tante ragioni
di carattere storico, trova riscontro, in altre,
nella indifferenza del pubblico medio che,
dotato di media istruzione, si appaga di ciò
che forniscono gli strumenti della cultura di
massa: radio, televisione, cinema, settimanali
illustrati, letteratura poliziesca, e rifugge, ge-
neralmente, dalla lettura che richiede un mi-
nimo di attenzione e di partecipazione. Si
possono ricercare altre ragioni dell’assenteismo
culturale, si può incolparne anche il clima che
permette una vita di relazione all’aria aperta e,
non costringe, come in altri paesi, a rifugiarsi
nelle stanze riscaldate entro cui la lettura è
più agevole. Ma può certamente darsi una
parte della responsabilità non solo ai governi,
alle classi dirigenti, alle forze politiche che
temono la diffusione culturale come veicoli
di ideologie sovversive, bensi al carattere
stesso della cultura, della letteratura nazionale.
Essa ha sempre avuto carattere aulico, non
popolare; gli organismi culturali sono sempre
stati legati a una tradizione aristocratica,
l'élite. La stessa letteratura narrativa contem-
poranea, cioè la forma letteraria più divulgata,
appare chiusa in schemi e in linguaggi poco
accessibili, o comunque non aderenti alla vita.

La letteratura contemporanea italiana è tra-
vagliata dalla coscienza di tale sua non ade-
renza e si dibatte in una serie di contrasti e
di esperimenti che oppongono a una lingua
tradizionalmente aristocratica e convenzionale
un linguaggio modellato sul dialetto, che non
può avere in sé le risorse necessarie a espri-

7A aprite!

La testata di uno degli ultimi numeri di *Notizie Olivetti”. La
pubblicazione di questa società, che segue da anni una sua illu-
minata politica aziendale, tratta nel modo più interessante e più

vivo problemi di cultura, tecnica e attualità.

mere la condizione spirituale e le aspirazioni
dell’uomo moderno. ‘Tale contrasto, occorre
dire, non avviene soltanto in Italia, ma è
peculiare dell’Italia l’esistenza di una profon-
da frattura culturale tra Nord e Sud, la insuf-
ficienza culturale della media borghesia, assai
più grave, nelle sue intime motivazioni, di
quella del popolo.

È evidente che anche lo sviluppo di un’au-
tentica democrazia, cui si sono opposte fino
ad ora particolari contingenze storiche, è
essenzialmente legato alla possibilità che tutti
i cittadini dispongano di un adeguato pa-
trimonio culturale. Soltanto una stanca ret-
torica può consolare qualche italiano della pre-
sente condizione con il ricordo di tempi più
gloriosi per la cultura e per l’arte. In una
situazione come quella che brevemente, e
senza ipocrisia, abbiamo accennato, il con-
tributo che la stampa aziendale può offrire
alla divulgazione culturale è notevole, almeno
in proporzione numerica col suo milione e
mezzo di lettori. In pochi altri paesi come
l’Italia, l'invito alla lettura, la penetrazione
della cultura negli strati medi e popolari può
ricevere un così rilevante stimolo dalla stampa
aziendale. Essa è spesso l’unico tramite tra
un pubblico vasto e trascurato e i produttori
di opere culturali non sempre animati da un
sufficiente spirito sociale, ma, al contrario,
chiusi nell’egoismo particolaristico di chi si
sente offeso dall’altrui indifferenza. È un cir-
colo chiuso: un pubblico che disprezza il
libro si trova contro autori che disprezzano
il pubblico.

La stampa aziendale ha dunque un grande
compito davanti a sé, ma anche, come è
logico, una grande responsabilità. Come può





47

La “Rivista Pirelli”, un altro esempio di pubblicazione che assolve
a una vasta funzione culturale. La Pirelli e | Olivetti hanno af-
fiancato alle loro riviste notiziari di carattere informativo secon-

do un'impostazione seguita anche dalla nostra azienda.

assolvere questo compito? Non spetta a noi
dare consigli, ma solo riferire qualche dato
derivante da una specifica esperienza. A parte
il caso di alcune aziende che operano in lo-
calità impervie o isolate (industrie estrattive,
centrali idroelettriche in montagna ecc.) e i
cui dipendenti si trovano perciò a non poter
consultare altre pubblicazioni, bisogna tener
presente che il giornale aziendale, general-
mente, non è la sola “carta stampata” che
venga letta; ma proprio la qualità — sempre
in linea media — della più diffusa “carta stam-
pata” (giornali sportivi, romanzi polizieschi,
settimanali volutamente improntati a una
melensa e falsa concezione di vita, storie a
fumetti, sottoprodotti, insomma, della cul-
tura) imporrebbe alle pubblicazioni aziendali
di essere un correttivo, morale oltre che cul-
turale. Il giornale aziendale dovrebbe offrire
le proprie pagine dedicate alla cultura come
una fonte attendibile e seria di informazioni
e di chiarimenti. Il giornale aziendale, oltre
che dal lavoratore, è letto dalla sua famiglia:
dovrebbe perciò portare alle famiglie una eco,
sia pure estremamente volgarizzata, non solo
della vita di fabbrica e di ufficio, bensì anche
di ciò che forma oggetto di discussione e di
ciò che viene prodotto negli ambienti più
elevati della cultura; dovrebbe unire allo
svago, anch’esso importante, della lettura,
l'acquisizione di qualche verità morale e sto-
rica, o semplicemente una certa consapevolezza
dei valori della vita e dei rapporti umani.
Tutto ciò impone al redattore una scelta
severa. Però non è solo mettendo insieme una
antologia di firme illustri e di scritti pregevoli
che lo scopo può essere conseguito; occorre
che il redattore intervenga come guida e

come sollecitatore delle opinioni del lettore.
Il lettore deve essere presente nelle pagine
della rivista aziendale, specialmente se egli,
Opportunamente incoraggiato, sarà chiamato
a esprimere la propria opinione sul mondo
che lo circonda; sia quello dell’ufficio e dell’of-
ficina, sia quello del suo r2//iex sociale, sia
quello più ampio della città, della regione,
della patria in cui vive. Secondo noi, dai
lettori del giornale aziendale, occorre saper
trarre non solo consumatori ma anche pro-
duttori di cultura. Ciascuno può farlo se-
condo la propria possibilità e in armonia col
carattere dell’azienda. Il dirigente di elevata
cultura tecnica o umanistica potrà, senza su-
perbia, spiegare un aspetto dell’attività di
cui è a capo, o un aspetto di una attinente
scienza o di una attinente arte, il funzionario
e l'impiegato possono esporre, oltreché le
risultanze delle proprie predilezioni culturali,
dati di esperienze di lavoro, e l’operaio può
fare altrettanto. Si lasci pure sfogare — chi
crede che ciò sia bene — la vocazione o la
pseudo vocazione artistico-letteraria dei mem-
bri di una famiglia aziendale, ma soprattutto
li si sproni a esporre opinioni su ciò che os-
servano. Il primo sostegno della cultura è
la capacità reattiva, la libertà di giudizio e
di critica. Non basta invitare alla lettura,
occorre invitare a esprimere opinioni su ciò
che si legge, su ciò che si vede e si osserva,

Ecco, secondo noi, il contributo che la
stampa aziendale può dare allo sviluppo cul-
turale: approfittare del tono familiare, privato,
che hanno le pubblicazioni aziendali per fare
del lettore passivo un lettore attivo: un col-
laboratore, infine. Che è l’obiettivo che tutti
noi ci proponiamo.

48

Panorama

siderurgico

SITUAZIONE INTERNAZIONALE

Il fatto di maggior rilievo verificatosi nel-
l’ambito dell'economia mondiale nel corso del-
l’ultimo bimestre è senz'altro la svolta positiva
della produzione industriale statunitense. E il
sintomo più rassicurante di una netta ripresa
produttiva per il prossimo autunno è dato dal-
l'aumento delle ordinazioni d'acciaio. Le prin-
cipali aziende siderurgiche statunitensi oltre che
aumentare la produzione per adeguarsi alla ri-
chiesta, continuano nell'azione di compressione
dei prezzi per far fronte alla concorrenza in-
ternazionale.

Le notizie provenienti dal Lussemburgo con-
fermano frattanto che l'andamento della con-
giuntura siderurgica nell'ambito della C.E.C.A.
può essere sempre considerato favorevole.
Nello scorso giugno il gettito d'acciaio della
Comunità ha infatti raggiunto 6.282.000 ton-
nellate, la produzione mensile più alta dopo il
primato dello scorso marzo. Confrontando i
risultati conseguiti nel primo semestre dell’anno
in corso con quelli dello stesso periodo del 1960,
si rileva un aumento di 1.364.000 tonnellate,
pari al 3,8%.
fi Quantitativamente il maggior incremento nei
confronti del primo semestre dello scorso anno
è dovuto alla Germania Occidentale, con ton-
nellate 585.000 e alla Francia con tonnellate
526.000. Il maggior incremento percentuale,
il 9,7%, è stato realizzato dall’Italia, seguita
dall'Olanda. Solamente il Belgio ha diminuito
la produzione per causa dello sciopero verificatosi
all’inizio dell’anno.

Per quanto concerne le ordinazioni di prodotti
siderurgici si è invece registrata in giugno una
leggera diminuzione nei confronti del mese
precedente. Esse sono comunque state superiori
del 4,7%, @ quelle del giugno 1960.

La diminuzione nei confronti del mese di
maggio è da attribuire a fattori stagionali che
precedono normalmente il periodo delle vacanze
estive.

Nelle sue linee programmatiche per il terzo
trimestre 1961 l'Alta Autorità della C.E.C.A.
prevede che il mercato interno dell'acciaio sarà
sostenuto dalla sempre favorevole espansione
industriale. Non è però da escludere che l’at-
tuale facilità d’approvvigionamento di prodotti
siderurgici induca gli utilizzatori a diminuire,
più che ad aumentare, le loro scorte.

SITUAZIONE ITALIANA

Come abbiamo visto più sopra, nel primo se-
mestre dell’anno in corso la produzione italiana
di acciaio ha registrato un aumento del 9,7%
nei confronti di quella totalizzata nello stesso
periodo del 1960. È l'aumento percentuale mag-
giore che si è avuto nell’ambito della C.E.C.A.
È inoltre da rilevare che il risultato conseguito
nel secondo trimestre di quest'anno, ha segnato

Produzioni Italsider

un ulteriore ragguardevole incremento nei con-
fronti del primo ed in misura superiore alle
previsioni.

La nostra siderurgia lavora a pieno ritmo e
con buone prospettive visto il favorevole sviluppo
dell’industria metalmeccanica, al quale si col-
lega una più intensa attività nel settore dell’edi-
lizia, tanto per le costruzioni civili, quanto per
le opere pubbliche.

Elemento degno di nota, che conferma i nuovi
orientamenti dell'industria siderurgica nazionale,
è poi che nei primi ser mesi del 1961 la produ-
zione di ghisa ha segnato un aumento percen-
tuale doppio rispetto a quello, già rilevante,
verificatosi nella produzione d’acciaio.

Ai notevoli risultati conseguiti ha cooperato
in misura rilevante l’Italsider che, nel primo
semestre dell’anno in corso, ha prodotto 1.272.000
tonnellate di ghisa e 1.772.000 tonnellate d’ac-
ciaio, quantitativi che segnano rispettivamente
un incremento del 19%, e del 15%, nei confronti
dei risultati conseguiti nello stesso periodo del 1960.

Nel primo semestre dell’anno in corso le pro-
duzioni di ghisa e d'acciaio dell’Italsider hanno
corrisposto all’86%, e al 39% delle rispettive
produzioni nazionali.

maggio giugno

1961 1961
coke tonn. 163.216 161.582
ghisa 233.538 * 198.500
acciaio 302.970 298.146
laminati a caldo 242.269 * 228.161
laminati a freddo 44.718 * 40.863
getti di ghisa e di acciaio 9.510 8.201
fucinati e stampati 1.262 956
rodeggi 3.369 3.406
carpenteria 4.089 2.309
derivati vergella 4.136 4.048
bulloneria 750 629
molle 208 170
armamento ferroviario 1.816 1.718
altre lavorazioni 48 29

* nuovi record mensili

RIVISTA ITALSIDER - segreteria di redazione: ufficio pubbliche relazioni Italsider - Via Corsica 4 - Genova - telefono 59.99. La riproduzione degli
articoli è libera. Si prega citare la fonte. Stampa: AGIS - Stringa - Genova. Clichés a colori: Denz- Berna. Clichés in bianco e nero: Ceriale - Genova





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