Cornigliano - Rivista di informazione aziendale, n. 1, 1957

Contenuto

Cornigliano - Rivista di informazione aziendale, n. 1, 1957
Tipologia
Periodico a stampa
Descrizione
In copertina: colata di Eugenio Carmi

- Bambini alla Cornigliano, p. 2
- Come valutare il lavoro umano, p. 5
- La Siac, p. 8
- Dal molo il "via" alla nostra produzione, p. 10
- Una visita alla Fiat, p. 16
Data testuale
1957 gennaio - febbraio
Estremi cronologici
gennaio 1957 – febbraio 1957
Consistenza
pp. 20
Stato di conservazione
Buono
Soggetto produttore
Cornigliano S.p.A. (1948 - 1961)
Identificativo
PER.000342/1
Collocazione
Emeroteca
contenuto
gruppo iv

1 gennaio - febbraio 1957

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rivista
di informazione

aziendale

CORNIGLIANO



Past apo »



in copertina: colata

CORNIGLIANO

Rivista bimestrale
d'informazione aziendale
della Cornigliano S.p.A,

Anno I - n° 1 - gehnaio-febbraio 1957



La riproduzione degli articoli è libera,
Si prega citare la fonte.

Autorizzazione del Tribunale di Genova
n. 386 in data 28 febbraio 1957

Spedizione in abbon. postale - gr. IV
direttore responsabile: Arrigo Ortolani

segreteria di redazione:
Ufficio Stampa e Pubblicità
della Cornigliano

Piazza Dante 7 - Genova
telefono 580.434

copertina e impaginazione: Eugenio Carmi

stampa: AGIS - Stringa - Genova







Nel nostro “numero unico” uscito poco prima di Natale rivolgemmo a tutti
i lavoratori della “Cornigliano” alcune domande, la prima e più importante delle
quali diceva: « Gradireste ricevere e leggere periodicamente una pubblicazione
simile a questa, che si proponesse di tenervi costantemente informati sull’anda-
mento dell'azienda? ».

A dire il vero, non ci aspettavamo di ricevere un enorme numero di risposte.
Gli italiani non scrivono volentieri, mettetegli sotto il naso un questionario e
subito li vedrete invasi e ‘vinti da umw'istintiva pigrizia sottilmente venata di dif-
fidenza (nè si può dire che il loro istinto sia del tutto dalla parte del torto; da un
punto di vista formale un questionario somiglia molto a quei tanti, a quei troppi
“moduli da riempire” — spesso complicati e astrusi, spesso implicanti una qual.
che buggeratura — di cui è ossessivamente costellata tutta la loro vita di cittadini).
Siechè confessiamo d'esser rimasti piacevolmente sorpresi quando, facendo i conti,
ci siamo accorti che oltre i due terzi dei nostri lavoratori avevano risposto, e che
la loro risposta era “sì'”.

Ciò significa che il nostro è un ambiente vivo, popolato di uomini vivi, che
vogliono partecipare intimamente e consapevolmente alla vita dell'azienda, che
non intendono vivere e lavorare ad occhi chiusi, come automi. ma veder chiaro
davanti e intorno a sè.

Li accontenteremo, Il giornale che il loro “sì” tiene oggi a battesimo e che
assume la veste di una pubblicazione bimestrale sarà quale essi lo vogliono,
uno specchio fedele è obiettivo dell'attività aziendale nel suo complesso e nei
suoi dettagli: chiarirà i problemi organizzativi, illustrerà gli impianti, darà conto
della produzione e delle vendite, metterà a fuoco l'apporto d'ogni reparto alla
grande e complessa opera produttiva, anticiperà, per quanto è possibile, i piani
per il futuro: in una parola, farà sì che l'azienda appaia, agli occhi di chi vi
lavora, come un libro aperto.

Faremo tutto questo con la maggiore semplicità e schiettezza possibile, di-
cendo le cose come realmente stanno, senza declamazioni retoriche e senza gon-
fiature propagandistiche. E non parleremo soltanto di ciò che va bene, ma anche
di ciò che eventualmente dovesse andar male, perchè i lavoratori hanno il diritto
e il dovere di conoscere anche gli aspetti negativi della vita aziendale. Quanto al
titolo, la maggioranza dei lettori si è orientata nel nostro referendum verso un
nome che racchiuda la parola “Cornigliano”, (L° Informatore Cornigliano, Vita
della Cornigliano, Cornigliano Notizie, ecc.}). Di qui la nostra scelta.

Oltre a quello informativo, ch'è il più importante. il giornale ha un altro com-
pito fondamentale: quello di accogliere le opinioni, le critiche, i *“mugugni” di
chi lavora nella fabbrica. Chiunque abbia un'idea che ritiene ragionevole e utile,
ci scriva. Noi, intanto, risponderemo direttamente a tutti coloro che già ci
hanno formulato suggerimenti e proposte. Ne ragioneremo insieme, discuteremo.
Forse ne uscirà qualcosa di buono, certo non sarà tempo perso.

Non ci allontaneremo, almeno per ora, dagli argomenti che, più o meno diret-
tamente, riguardano l'azienda, la sua attività, il suo sviluppo. Il nostro questio-
nario conteneva una domanda precisa in proposito; la maggior parte dei lavoratori
che ci hanno risposto preferiscono che il giornale si limiti all'informazione azien-
dale e non sconfini su un terreno che, del resto, è estraneo alla sua vera natura e
alla sua specifica funzione. Così, parleremo dei fatti di casa nostra senza inutili
divagazioni nel regno della varietà giornalistica.

Non sarà un lavoro inutile, se potremo contare sull'amichevole collaborazio-
ne di tutti.

»
L

Bambini alla Cornieliano



Un gruppo di bimbi di Lorsica (un paesino sopra Chiavari), è stato da noi invitato a visitare il

nostro stabilimento. Si è trattato di un avvenimento certo insolito ed elettrizzante, riassunto sotto
forma di tema dagli stessi piccoli partecipanti dei quali riportiamo qui di seguito le fresche impressioni.

se noi, di solito così birichini, eravamo tociturni e silenziosi...”

Graditissimo invito

Questa mattina mentre la maestra ci
raccontava un bel libro è arrivata la
Signorina Rosetta a dirci che ci sono dei
signori della Società “Cornisliano” che
cercano la nostra maestra, Ella scese a
vedere e li fece salire. Essi gentilmente
domandarono permesso ed entrarono. Il
signore più anziano ci disse che mercoledì
la Società ‘Cornigliano’ ci invita a vi-
sitare il suo stabilimento. Noi entusiasti
ringraziammo della loro cortesia. Men-
tre ci veniva spiegato il lavoro che si
compie nello stabilimento un giovane ci
prendeva le fotografie per trasmetterle per
televisione. Troppo presto î gentili signori
se ne andarono e noi ancora gentilmente li
ringraziammo per averci dato tanta im-
portanza, Noi siamo rimasti contenti e
aspettiamo con ansia quel giorno.

Franca Demartini
*

Da Lorsica a Genova

Avevamo pregato fervorasamente perchè
il giorno sedici fosse bel tempo, infatti lo
era, Prima delle sette eravamo tutti ad
attendere il nostro “corrierino” che ci
avrebbe portati a Monleone, Tutte le case
erano ancora illuminate. Giunti a Mon-
leone siamo saliti sulla corriera che andava
a Chiavari, Siamo giunti laggiù allo spun-
tar del sole. Alle nove e venti siamo saliti
sul torpedone mandato dalla Società ‘*Cor-
nigliano”. C'erano con noi gli alunni della
sesta di Leivi, di Calvari, di Rezzoaglio,
di Borzonasca e di Sestri Levante. Final-
mente il grosso torpedone si mosse, Abbia-
mo percorso tutta la Riviera in una gior-
nata che sembrava di primavera, Il mare
era calmo ed era solcato da moltissime
barche. Qua e là il vento increspava le
onde e dava a loro un colore luminoso.
Passarono davanti ai nostri occhi le belle
villette di Rapallo circondate di oliveti,
ma not attendevamo Quarto, perchè vole-
vamo vedere lo scoglio da cui è partito
Garibaldi. Del “Gaslini abbiamo visto
solo la moderna e strana chiesetta è dello
scoglio di Garibaldi abbiamo visto la co-
lonnina sormontata da una stella.



Già ai nostri occhi si profilava la me-
ravigliosa punta di Boccadasse. Sul qua-
derno di geografia avevamo scritto che si
estende sul mare quasi a voler chiudere il
porto e in realtà è così, Pensavamo di
passare in Corso Italia, invece ci avviam-
mo verso il centro della città. Scorgemmo
sulla grande e moderna piazza della Vit-
toria ad attenderci i funzionari della
Cornigliano e i tecnici della R.A.I. Li
salutammo come se vedessimo persone or-
mai amiche. Insieme a loro andammo
verso il moniimento ai caduti ; ci sorride-
vano spesso e noi eravamo felici, perchè ci
dimostravano gentilezza e amore.

Luisa

*

“La capitale dell'acciaio”

Dopo aver visitato un poco la bella città
di Genova siamo entrati nel grandioso
stabilimento di Cornigliano. Ai nostri oc-
chi sono apparsi i gasometri che contene-
vano il gas per riscaldare tutti i forni
dove bolle il ferro. Ci hanno introdotto nel
parco minerali dove erano depositi di mine-
rali di ferro, roccia contenente ferro e silicio,
ferro e mangapese. Eravamo stupiti e
meravigliati quando l'ingegnere ci intro-
dusse nel vasto capannone dove erano i
forni. La visione era stupenda è paurosa,
specialmente quando dai forni uscivano
quelle potentissime fiamme che sembravano
volessero divorarci.

L'ingegnere ci disse che la temperatura
in quei forni arrivava fino a 1500 gradi.
A questa temperatura il ferro misto ad
altre sostanze diventa una poltiglia incan-
descente, Noi desideravamo veder bollire
l’acciaiò e l'ingegnere tanto gentile, ci
accontento. Ci condusse vicino a de-
gli operai che custodivano la cottura
dell'acciaio e ci fece dare uno speciale
pene da un operaio, perchè il ca-
ore non ci facesse male agli occhi.

L'acciaio bolliva come l'acqua nella pen-
tola e noi lo scorgevamo attraverso le
fiamme. Il nostro cuore aspettava il mo-
mento di vedere la colata. Seguimmo l'in-
gegnere è andavamo in un padiglione dove
erano le lingottiere che aspettavano di es-
sere riempite d'acciaio.

La sirena suonò e annunciò che comin-
ciava la colata ; con trepidazione il nostro
occhio seguiva i movimenti dell’operaio
che doveva aprire il forno.

Egli prima con la pala levò il materiale
che copriva l’imboccatura del forno. L'o-
peraio era tutto rivestito di lana e si mise
uno scafandro. Con un tubo ad aria com-
free forò l'ultimo strato che ricopriva

imboccatura del forno.

Prima ne uscì un fumo bianco, poî rosso
o rosa ed infine un fumo nero; improvvi-
samente un fiume di fuoco si precipitò nella
siviera e noi gridammo la nostra ammira-
zione, Questo è stato il momento più bello

disegno di Franco





della nostra visita. Quando la siviera si bito abbiamo visto due recipienti di was
fu riempita, da una gru fu sollevata e che riscalda gli impianti della società. Il
passata su tutte le lingottiere e queste gas lo adoperano per riscaldare i for-
furono riempite. La visione aveva riem- ni dove fonde l'acciaio. Ouando siamo
pito i nostri occhi, e noi, di solito così. entrati nella fabbrica ei hanno fatto
birichini, eravamo taciturni e silenziosi. vedere dei mattoni refrattari che pe-
Maria Segale sano dai 5 ai 7 kg. Cî sono 2 qualità

di mattoni : quei neri che costano L. 1500

* l'uno e quei bianchi che costano un po’

meno, Questi mattoni li adoperano per

costruire gli alti forni e le siviere. Le si-

Mercoledì mattina verso le dodici siamo viere sono enormi cilindri fatti dî ferro
entrati nella S.p.A. “Cornigliano”. Su- esternamente e di mattoni refrattari in-









ternamente, L'acciaio fuso, dagli alti forni
viene colato nelle siviere. Poi una gru
prende la siviera che, insieme all'acciaio
pesa t. 280. La siviera soltanto pesa t. 30.
L'acciaio viene travasato nelle lingottiere
e da queste, quando è raffreddato, lo por-
tano nel reparto dei laminatoî. Quando il
blocco è un po' raffreddato lo tagliano in
pezzi sottili e spessi a seconda di quel che
ne vogliono fare. A lavorare a Cornigliano
ct sono 4020 operai che fanno tre turni.
Gli operai sono vestiti tutti di lana, per-
chè la lana non brucia. Essi non hanno



« in un padiglione dove erano le lingottiere
che aspettavano di essere riempito d'acciaio ,.,"

tanti vestiti, perchè nello stabilimento c'è
caldo. Si vedeva che conoscevano tutti bene
il loro lavoro, perchè lo compivano con
serietà e con calma. Sono stati tutti molto
gentili con noi, quasi fin troppo. Gli
operai che ricorderò sempre con grande
affetto sono quelli che si sono affaticati
per darci un pezzo di acciaio raffreddato.
Essi, con una specie di mestolo hanno
preso un po' di acciaio bollente dai forni
e poi lo hanno buttato nell'acqua fredda.
Ah come mi sarebbe piaciuto far io quel
lavoro! Mi ci sarei divertito più che a

uè ci fece dare

nero

giocare al pallone! Sapete che cosa avrei
desiderato in quei momenti? Non aver
nessuno intorno e girarmene per tutti i
padiglioni con calma per capire bene tutto
l'immenso lavoro che vi si compie, Chissà
se un giorno avrò la fortuna di andare a
lavorare nel grande stabilimento! Forse
dovrò rimanere vicino al banco del bab-
bo, falegname, ma il mio pensiero correrà
spesso agli impianti della Società “Cor-
nigliano” che onora, non solo Genova, ma
tutta l'Italia.

Franco Demartini
*

Simpatica riunione alla degli

operai,

mensa

La colata ci aveva fatto dimenticare
l'appetito. I dirisenti della ‘4 ‘ornigliano”
verso le due ci hanno condotto alla mensa
degli operai per pranzare. Ci hanno fatto
sedere quattro per tavolino. Le persone
che avevano più importanza, e tra le
altre la nostra maestra, le hanno fatte se-
dere di fronte al Provveditore è al Se-
gretario Generale della Società. *Corni-
gliano”. Prima hanno servito noi bambini
perchè hanno capito che avevamo appetito.
Ci hanno portato una bella porzione di
pastasciutta col sugo. Ogni tanto la mae-
stra veniva a vedere cosa facevamo è ci
trovava sempre in silenzio. Le cameriere
ci portarono due fettine di carne, un po'
di patate, due mandarini e una fetta di
formaggio e una tazzina di caffè. Finito
il pranzo la mia compagna Luisa ha
mormorato di cuore un ringraziamento
alla Società e al Provveditore mentre i
fotoreporters scattavano fotografie.

Si alzò il Segretario Generale della
Società “Cornigliano” e fece un bellissimo
discorso. Ci ha ancora ringraziati di aver
visitato il suo stabilimento. A me è sem-
brato strano, perchè dovevamo essere noi
a ringraziare per le spese che avevano
fatto e soprattutto per la gentilezza e la
cordialità con cui ci hanno accolti.

Franca Demartini

speciale specchietto da un

opercio perchè il calore non ei facesse male agli cechi .,."









Hanno detto di noi



La rivista Pirelli ha voluto dedicare la co-
pertina del suo numero di dicembre a Mario
Marchesi, «un ingegnere filosofo» come lo
definisce nel suo articolo il giornalista Ma-
fera che attraverso una intervista ha traccia-
to un profilo del nostro Direttore Generale ed
ha rifatto la storia della nostra società.

-

Nella rivista Civiltà delle Macchine del
novembre-dicembre "56, durante « Una pas-
seggiata siderurgica » l’articolista Rebuffo ed
il pittore Carmi, trascrivono, in cinque fitte
pagine, le impressioni destate dal nostro sta-

bilimento.
" so *

Anche la T.V. si è interessata di noi in
questo periodo in varie riprese, e molti hanno
avuto agio la notte di Natale di osservare

_ sullo schermo il lavoro notturno che si svol-
geva quel giorno nel nostro stabilimento. La
stessa T.V. ha voluto riprendere, anche con
maggior ampiezza, la visita alla Cornigliano
effettuata da un gruppo di bambini della
scuola di Lorsica (un paesino sopra Chia-
rari). Le impressioni dei bambini sono da
essî stessi descritte nell'articolo che riportia-
mo in questo n&mero della nostra rivista.

“T

A,L

Coi consuntivi di fine anno la stampa
nazionale ha dato grande risalto alle no-
stre realizzazioni produttive ed ai nuovi
record raggiunti nel 1956 dalla nostra So-
cietà. Numerosi articoli hanno tenuto a sotto-
lineare la rapidità dei progressi raggiun-
ti ed il crescente aumento delle produzioni.

Nel volume Pubblicità in Italia *56-"57,
che raccoglie il meglio di quanto sia stato
prodotto in campo pubblicitario in un anno
di lavoro, compaiono in questa edizione il
nome della « Cornigliano » ed alcune nostre
realizzazioni accanto a quelle di industrie co-
me la Olivetti. la Pirelli, la Finmeccanica,
ece., che già godono di ampia notorietà in
questo campa.

*

Referendum



Martedì 26 febbraio u.s., in occasione
della proiezione a Palazzo Bombrini del
film *«La costola di Adamo”, si è proce-
duto all'estrazione del premio unico di
Lit. 30 mila sorteggiato tra i numero-
sissimi partecipanti al referendum in-
detto nel Numero Unico di Natale della
nostra rivista.

La sorte ha favorito il Signor Gildo
BENVENUTO abitante a Bolzaneto in
via Bolzaneto n. 28-9, operaio dei servi.

k zi elettrici presso il nostro laminatoio a
caldo, al quale vanno il premio e le
felicitazioni della redazione.

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dedi . si



EH

Come



valutare il lavoro umano

La rivoluzione industriale che segnò la scomparsa delle piccole aziende a carattere.
artigianale e famigliare e la nascita dei grandi complessi produttivi ha avuto grandi e po-
sitivi risultati. È indubbio che‘il repentino e quasi prodigioso fiorire della grande indu-
stria ha fatto compiere all'umanità tali passi sulla via del progresso, quali neppure il più
fantasioso degli utopisti si sarebbe sognato, un secolo fa, di immaginare. Ma, come tutte
le imprese umane, ha avuto anche talune conseguenze negative, la più grave delle quali
sta nell’avere, in qualche misura, declassato e umiliato il lavoro umano, fino a creare una
situazione di acuta crisi, fino a turbare profondamente rapporti sociali e coscienze.

La prima conseguenza della meccanizzazione su larga scala dei mezzi di produzione
fu che, nella valutazione della maggior parte degli imprenditori, la macchina prese il
posto dell’uomo come protagonista del processo produttivo, cosicchè, dimenticando
l'uomo, tutti gli sforzi furono puntati sul perfezionamento meccanico. E questo fu, da
un certo punto di vista, il guaio più grosso, quello da cui discesero poi, come anelli di
una stessa catena, tutti gli altri.

Le fabbriche, ingrandendosi a dismisura, assorbirono prima le centinaia e poi le mi-
gliaia di lavoratori. A questo punto l'individuo annegò nella “massa”. Nella piccola
azienda facile era stata la reciproca comprensione fra imprenditore e operaio, facili i rap-
porti diretti, facile lo scambio di idee. Nel grande stabilimento, mutati i rapporti dimen-
sionali e numerici, codesti tradizionali mezzi di comunicazione umana non poterono ov-
viamente continuare a sussistere; ma quasi nessuno pensò di sostituirli con mezzi nuovi.

Così, abbastanza presto imprenditori e lavoratori si trovarono divisi da un invalicabile

muro di silenzio, Da un lato si elaboravano i piani di produzione: dall'altro operai e
impiegati erano chiamati ad eseguirli senza conoscerli e senza essere minimamente
aiutati a capirli. Da ciò un crescente disagio, un crescente disinteresse per il proprio
lavoro, e la sensazione d'essere adoprati con noncuranza, come semplici oggetti, per
fini imperscrutabili,

Più la fabbrica era grande, più modernamente e razionalmente era organizzata, meno
l'operaio riusciva a seguire — valutandone l'ampiezza e il risultato — l’intero ciclo pro-
duttivo e a inserire mentalmente, in quel ciclo, la propria specifica funzione. Quale l’effet-
tiva utilità, quale il peso specifico del suo apporto personale? La domanda restava nella
maggior parte dei casi senza risposta. Il lavoro, negli stabilimenti, era rigorosamente sud-
diviso a mosaico, ad ogni reparto ed ad ogni individuo ne toccava un minimo frammento,
sempre lo stesso, sempre egualmente distaccato dagli altri. In quale punto del quadro
andava a collocarsi quel frammento, e come, e perchè? Una macchina può ripetere all'in-
finito lo stesso movimento, con la stessa cadenza, con la stessa impassibilità: un uomo,
no. Tedio, insoddisfazione, insofferenza si accumulano nell'animo umano fino a formare
una carica esplosiva. A prescindere dalla soddisfazione di alcuni istinti fondamentali,
l'uomo non fa nulla senza saperne il perchè, La busta-paga non è una spiegazione, e se
dovesse essere la sola motivazione del lavoro sarebbe amaro conforto.

Così l'operaio finì per sentirsi sempre più un corpo estraneo nel grande organismo
della fabbrica, sempre più una “cosa”. Le lunghe lotte sindacali lo avevano ancor più
diviso dagli imprenditori e dai dirigenti: fra l'una e l’altra trincea eran corse troppe fu-
cilate, l’ambiente di lavoro gli era ostile, non era fatto sulla sua misura ma su quella della
macchina; il suo spirito vi si sentiva prigioniero.

Nei paesi industrialmente più progrediti la tecnica faceva continui e prodigiosi pro-
gressi, senza tregua si andava alla ricerca di metodi di lavoro più efficienti, di attrezza-
ture migliori, di piani di progettazione più sistematici. L'organizzazione del lavoro, con
l'introduzione della cosiddetta direzione scientifica, con lo “studio dei tempi”, sembrava
aver attinto la perfezione, Eppure il germe di una grave malattia minava la vita, in ap-
parenza così florida, dell’industrialismo. Gli imprenditori più intelligenti lo sentivano,
ne erano allarmati, cominciavano ad abbozzare le prime diagnosi e ad avvisare i rimedi.
(La gente, invece, come sempre distratta, non vedeva crepe nè ombre sulla facciata della
mirabile costruzione; il mondo delle macchine l’affascinava irresistibilmente. Fu allora



che la pallida e patetica maschera di un clown di genio s'affacciò
| sugli schermi cinematografici e rivelò con poche smorfie sapienti
un cumulo segreto di pene, di disagi, di mortificazioni, di angoscie
che costituiva l’ignorato sottofondo psicologico dei “tempi mo-
derni"” La gente rise, ma cominciò a capire).

$i riscoprirono principi eterni che la febbrile euforia del pro-
gresso meccanico aveva fatto dimenticare; il protagonista dell’u-
mana civiltà non è e non può essere che l’uomo; è la macchina
che deve servire l'uomo e non viceversa; il congegno meccanico,
per perfetto che sia, non vive di vita propria ma di vita riflessa;
il lavoro senza convinzione e soddisfazione (spirituale prima an-
cora che economica) non è lavoro ma condanna; la fabbrica sen-
za rapporti e consensi umani non è fabbrica ma luogo di pena;
per modesto che sia il suo ruolo nella costruzione di un’opera
civile, l’uomo non dà tutto sè stesso se non sa che cosa fa e per-
chè lo fa, non cammina se non sa dove va, non regge allo sforzo
se non è convinto che ne valga la pena; nessuno muove un dito
se non è persuaso di servire un interesse proprio, oltre e prima
di quelli altrui,

Queste c'altre verità vecchie come il mondo riaffiorarono come
riaffiora il pensiero dalla caligine del sonno, la religione della mac-
china ne risultò intaccata a fondo, si scopri che della cosiddetta
civiltà delle macchine era possibile fare una vera civiltà soltanto
a patto di ricondurla a dimensioni e a significati umani. Per co-
minciare, bisognava riconciliare i lavoratori con il lavoro, l'uomo
con la fabbrica, interessare gli individui, uno per uno, alla vita
ce al progresso delle aziende, far sì che la produzione industriale
c il suo sviluppo e perfezionamento diventassero in qualche modo,
per ogni lavoratore, un fatto personale, un impegno accettato €
assolto per libero atto di coscienza.

Le cause ddl profondo disagio che turbava il mondo operaio
erano in parte di natura psicologica, in parte di natura materiale,
le une collegate alle altre. Per ovviare alle prime si cercò di tes-
sere una nuova trama di rapporti umani; fu inaugurata una politica
aziendale che andò gradualmente precisandosi alla luce dell’espe-
rienza e che mirava, in sostanza, a riportare il lavoratore dal ran-
go di oggetto a quello di soggetto della produzione, elevandone
sensibilmente la posizione morale nel seno dell'azienda. Soprat-
tutto si badò a liberare i rapporti gerarchici da quel certo stile
di caserma in cui erano andati scivolando e avvilendosi, vennero
adottate nuove tecniche di comando più ragionevoli e rispettose
della dignità e libertà dei dipendenti; e si volle reintegrare questi
ultimi nella loro naturale posizione di collaboratori coscienti —
e non di sudditi — mettendoli e mantenendoli al corrente, attra-
verso un’aperta e assidua informazione, su tutte le vicende della
vita aziendale. Quanto alle cause materiali, si puntò, com'è ovvio,
su una maggior sicurezza del lavoro, su un miglioramento delle
condizioni ambientali e su una più intelligente ed equa politica
salariale,

Questo profondo movimento di revisione dei rapporti umani
nell’ambito aziendale non è nato in Italia, e neppure in Europa,
ma negli Stati Uniti, cioè nel paese che, avendo raggiunto prima
e più d'ogni altro un alto grado di sviluppo industriale, prima degli
altri doveva avvertire i sintomi della “malattia” che minava l’in-
dustrialismo e sentire la necessità di combatterla, Fu soltanto dopo
la guerra che i nuovi principi e la nuova prassi aziendale elaborati
in America cominciarono ad affacciarsi nel nostro paese. Le loro
etichette esotiche (‘Labor Relations”, “Human Relations”, “Job
Evaluation”, e così via) misero in sospetto molta gente e furono
facile bersaglio di polemica politica. Fu detto che sì trattava di
subdoli mezzi “addormentare” gli operai e distoglierli dalla
lotta di classe, fu detto che tutto era frutto di mentalità reazionaria,
di deteriori velleità paternalistiche, ecc.

In realtà queste ed altre accuse erano del tutto infondate.
Venti e più anni fa la situazione politico-sociale americana (che,
del resto, neppure oggi è minimamente paragonabile alla nostra)
era ben lontana dal richiedere simili machiavellici mezzi di lotta;
e, d'altra parte, la pianta del paternalismo non ha mai attecchito
in America come nei paesi della vecchia Europa, dove ben altre















.
_u

confronto “fattori di valutazione”
fra i lavori estremi del “treno finitore a caldo”



LAVORO

g&
Moses

favoro



Sforzo fisico



Sforzo men-

tale 9 visivo

Respons. per
aficurezza aluru)

SFORZI





il lavoro

Respomi. per
le attrezzature



RESPONSABILITÀ

Retpons. per
| materiali



Abilità nas
nuale



Cene



—1

Tempo di
addenzam,

REQUISITI

PROFESSIONALI

| Roquis. intel. |











ADDETTO
RIBALTATORE
ROTOLI

PUNTEGGIO
LAMINATORE MASSIMO



condizioni storiche han potuto generarla e mutrirla. Altrettanto
errato è ingenuo sarebbe credere che gli imprenditori e i dirigenti
siano “più buoni” dei nostri e che i nuovi sistemi siano stati da
essi pensati e applicati a titolo di regalo, per puro e disinteressato
amore verso il povero operaio o il povero impiegato. La verità
è quella che già abbiamo detto. La grande rivoluzione industriale
aveva rivelato con paurosa evidenza il suo tallone d'Achille e
non c'era altra via di scelta: o il iavoro umano tornava ad essere
il centro di gravità del sistema, e l’uomo il protagonista del nuovo
ciclo di progresso civile — come lo era stato di quelli antichi —
0 tutto, presto 0 tardi, sarebbe finito in sabbia e in cenere, Di qui,
e soltanto di qui, l’ansiosa corsa ai ripari, di cui anche in Italia
si comincia ormai a scorgere qualche non effimero risultato.

Poichè questo articolo ha lo scopo, piuttosto modesto, di il- (
lustrarvi il criterio adottato dalla Cornigliano per la determina-
zione degli stipendi e delle paghe dei suoi lavoratori, il lungo di-
scorso che siamo venuti svolgendo fin qui vi sembrerà probabil-
mente ozioso.

Ma il sistema salariale della Cornigliano non è un fenomeno
a sè stante {non è, vogliamo dire, un isolato ‘‘esperimento”’ avve-
niristico, nè un “regalo” fatto ai lavoratori al momento dei brin-
disi, nè l'ennesima reincarnazione del paternalismo); e non lo
si capirebbe — o si rischierebbe di capirlo male — se non lo si
collocasse al giusto posto nel quadro di quell’ampia e sostanziale
revisione di valori che sta trasformando il volto e lo spirito dell’in-
dustria moderna e ch'è diretta conseguenza di quella crisi 0 “ma-
lattia” dell’industrialismo di cui, molto sommariamente, abbiamo
cercato di tracciare i‘lincamenti. La valutazione del lavoro, così
come vien fatta alla Cornigliano, rappresenta, rispetto al tradizio-
nale sistema salariale, un passo avanti sulla via della rivalutazione






L'WIIOESAE

operai all'uscita dal nostro stabilimento

del “fattore umano” nel processo produttivo; e come tale
e unitamente a tutti gli altri aspetti ce momenti di codesta rivalu-
tazione — va considerato c giudicato.

Il vecchio sistema — ancora in uso nella maggior parte delle
industrie europee — riflette, nella sua approssimazione e prosso-
lanità, la scarsa importanza fino a ieri attribuita all'apporto vitale,
al ruolo essenziale dell'uomo nella fabbrica: la sommaria suddi-
visione della manodopera per categorie (qualificati, specializzati,
ecc.), la determinazione del salario per mestieri (X di salario ai
tornitori, Y ai gruisti, come se non vi fossero molti tipi di torni
c di gru, e molte operazioni, dalle più semplici alle più delicate,
che si possono compiere allo stesso apparecchio, e molte grada-
zioni derivanti dalle difficoltà ambientali, dal diverso peso delle
responsabilità, ecé.) rispondono ad una valutazione massiccia e
meccanica del lavoro umano; valutazione che — trascinati dalla
corrente e sopraffatti dall'idea di “massa” — gli stessi sindacalisti
hanno finito col far propria, favorendo nelle contrattazioni collet-
tive un fatale appiattimento di valori.

La Direzione della Cornigliano volle rompere dal primo giorno
con una tradizione superatissima e — insieme a quello della effi-
cienza e modernità degli impianti — si pose subito il problema di
una valida e sana politica salariale, la quale non poteva esser
basata che sul moderno e duttile metodo della ama/isi e valutazione
del lavoro,

In Italia, questo metodo non poteva dirsi del tutto sconosciuto
perchè già erano stati compiuti accurati studi da parte di tecnici
specializzati in materia; ma mancava ogni esperienza e ogni pra-
tico riferimento, nessuna industria avendo mai applicato in con-
creto | nuovi principi. Non restava che utilizzare l'esperienza al
trui e particolarmente quella americana, più vasta e approfondita
d'ogni altra. Un gruppo di tecnici del reparto “Tempi e Metodi"
si trasferì dunque negli Stati Uniti e studiò jw /ovo il sistema in
atto da diversi anni, con eccellenti risultati, presso le principali
industrie siderurgiche e particolarmente presso la ‘“Armco Steel
Corporation”. Tale sistema fu poi applicato, con gli opportuni
adattamenti, allo Stabilimento “Sinigaglia”.

Il punto di partenza è l’analisi e la conseguente valutazione
Obiettiva — cioè libera da ogni schema preconcetto — del lavoro,
Ognuno dei tanti lavori che si svolgono nello Stabilimento viene
analizzato, vale. a dire osservato, studiato minuziosamente e, per
così dire, pesato in ogni suo aspetto peculiare. Il tecnico incaricato
deve stabilire quali requisiti intellettuali e quale abilità manuale
occorrano ad un operaio per svolgere quel determinato lavoro,
quali rischi, fatiche, responsabilità egli debba affrontare; e così via.
A seconda della maggiore o minore abilità richiesta, dei maggiori
o minori rischi, responsabilità, disagi, ecc., quel lavoro sarà va-
lutato più o meno, “peserà” più o meno rispetto agli altri. Al
variare delle valutazioni, al diverso “peso” relativo, corrispon-
derà un diverso salario.

Naturalmente questa valutazione non può esser fatta a lume
di naso, con criteri empirici e mutevoli. Per pesare occorre una
bilancia precisa ed eguale per tutti. La bilancia, in questo caso,



la valutazione del lavoro tende a dare all'uomo quel senso di
dignità e importanza che la macchina ha in certo modo offuscato

è il cosiddetto “manuale di valutazione”, il quale fissa tassativa-
mente ed in base alla prassi trentennale americana quali sono gli
elementi che devono essere pesati e come bisogna pesarli,

Ciò che finora si è detto riguarda gli operai. Per gli impiegati
il sistema attualmente in corso di applicazione è sostanzialmente
identico; muta soltanto la tabella dei fattori, che sono adeguati
ai differenti compiti di lavoro. Per quanto concerne questo set-
tore si è ancora nella fase di messa a punto: ritorneremo sull’ar-
gomento non appena si sia giunti ad una migliore definizione dei
criteri di applicazione.

L'analisi e la valutazione dei singoli lavori — eseguite da tec-
nici specializzati a mezzo di osservazione diretta, di interviste
con operai e impiegati e con i capi reparto — vengono natural-
mente controllate e approvate daî capi responsabili dei vari ser-
vizi e passano infine al vaglio della direzione.

La assoluta ubiettività: questa è la meta suprema che la valu-
tazione si propone. Non devono infatti avere alcun peso nè le
soggettive impressioni e simpatie del tecnico esaminante, nè le
qualità personali dell'operaio il quale, al momento in cui si com-
pie l'esame, si trova a svolgere quel determinato lavoro, Esame
e valutazione riguardano infatti esclusivamente / lavore è non i/
lavoratore (per la determinazione dei meriti personali, del rendi-
mento individuale, delle qualità, insomma, legate al singolo ope-
raio 0 impiegato esiste un sistema di valutazione e di compenso
del tutto a sè stante e assolutamente diverso e indipendente da
questo).

Così, e soltanto così, è possibile analizzare e valutare il lavoro
in modo, per così dire, tecnico, con’ un procedimento che ri-
corda molto da vicino quello dell'analisi chimica, E così si ottie-
ne, nei limiti delle umane possibilità, il risultato che il sistema si
prefigge: valutare e compensare il lavoro secondo giustizia.

Perchè alla base di tutto il complesso procedimento valutativo
che abbiamo tentato di descrivere e chiarire Sta, appunto, quest'uni-
ca preoccupazione: la giustizia, Eliminare gli schemi prefabbricati,
le grossolane e spesso ingiuste classificazioni Oggi in uso, le con-
venzioni più © meno comode e più o meno bugiarde, e arrivare
direttamente alla valutazione del lavoro per quel che realmente è,
per quel che costa di sudore, di sacrificio, di studio, di responsa-
bilità, per quanto impegna cervello, muscoli, cuore, esperienza c
vitalità; per ciò che nale, dunque, secondo la sola scala che real-
mente conti: quella del valore umano.

Avviarci così a togliere a salari e stipendi il carattere di prezzo
pagato per una merce, il lavoro, che merce non è ma libera estrin-
secazione della personalità umana.

Questo è tutto, Ma, se pensate che anche a causa di ciò l'azien-
da ha rivelato, alla prova dei fatti, una forza vitale insperata c
senza precedenti, se pensate che da molte parti d'Europa vengono
oggi alla Cornigliano commissioni di tecnici per studiare codesto
nostro metodo e per applicarlo poi nei loro paesi, vi accorgerete
che anche se su questa via altre tappe ci restano da percorrere,

questo non è poco, Ciò che conta è trovarsi sulla strada giusta.

db



La Siac





Benvenuto “al treno quarto”

È entrato in funzione allo stabili-
mento della “S.I,A.C.” (Società Italia-
na Acciaierie Cornigliano) il nuovo la-
minatoio per lamiere grosse. Nel mondo
dell'industria l'annuncio della realizza-
zione di questo impianto è stato accolto
con grande soddisfazione. Si tratta, co-
me è noto, del maggior laminatoio esi-
stente in Italia per larghezza di “ta-

vola” (3.750 millimetri) e di uno dei
tre 0 quattro più grandi e modernì che
attualmente esistano in Europa. Potrà
produrre fino a 20.000 tonnellate al
mese di lamiere larghe fino a metri 3,60,
lunghe fino a 25 metri con spessore da
8 a 120 millimetri, adatte per costru»
zioni navali, per grandi serbatoi, tuba-
zioni saldate ece,

La “Cornigliano” saluta con partico-
lare calore questo grande avvenimen-
to siderurgico. Il motivo di compiaci-
mento è duplice: perchè il nuovo pri
mato industriale è stato raggiunto da
un complesso legato al nostro nel qua-
dro della *“Finsider” e perchè è stato
realizzato a Genova,

Ma vi è anche un altro motivo per il
quale ci rallegriamo con la S.LA.C.. un
motivo di carattere — vorremmo «ire
— affettivo, perchè legato al ricordo di
un passato recente e che, tuttavia, ci
appare ì remoto, quando la
‘Cornigliano’ non esisteva ancorà e la
zona sulla quale sorge oggi la * capitale
dell'acciaio” era della S.I.A.C.. che
vi aveva costruito gli impianti di un
grande stabilimento siderurgico a ciclo
integrale per la produzione di sbozzati
d'acciaio destinati poi a divenire, in
altre industrie, prodotti finiti,

così



o
B

Non occorrerà qui narrare ancora
una volta le sfortunate vicende di quel-
lo stabilimento che, nel 1943, quando
gli altiforni stavano per essere accesi,
venne smantellato e i suoi preziosi im-
pianti asportati. Nulla è più triste e
dà il della desolazione di uno
stabilimento distrutto ed abbandonato.
Possiamo ben comprendere quale fosse
lo stato d'animo di quel centinaio fra
tecnici, impiegati ed operai della “S.I,
A.C.” che rimasero a tentare una “dife-
sa patrimoniale” del poco che non era
stato portato via.

senso

Otto anni più tardi e precisamente il
9 ottobre 1951, con un atto di apporto
che perfezionava quanto deliberato da
una precedente assemblea straordinaria
degli azionisti dalla S.I.A.C., nasceva

ufficialmente la “Cornigliano S.p.A,".

Come si vede, sono più d'uno i mo-
tivi che legano la S.L. A.C. al nostro
complesso. In totale 400 circa sono gli
operai della S.I, A.C. passati alla Cor-
nigliano, settantasette gli impiegati. Nu-
merosi sono anche i dirigenti, e tra essi
il nostro vice presidente, il direttore
generale, il direttore e il vice direttore
dello Stabilimento.

Noi ci rallegriamo dunque in modo
particolare di questa grande realizza-
zione della nostra consorella, che le ha
permesso di raggiungere uno stabile
equilibrio aziendale.

Creato in soli 18 mesi di lavoro. il
laminatoio “3750” appare oggi. a chi
visita il settore dello stabilimento in cui
sorge, sotto 33.000 metri quadrati di
tettoie, non meno suggestivo, per gran-
diosità e potenza, delle più spettacolari
macchine della “Cornigliano”

L'uscita dei lingotti (che possono pe-
sare sino a 30 tonnellate) dai forni a
pozzo di riscaldo, la loro traslazione me-
diante gru a pinza fino alla *sedia re-
vescialingotti”, da dove poi sono con-



vogliati alle gabbie laminatrici, lo squa-
dramento del lingotto nella gabbia ver
ticale e, finalmente, i vari passaggi tra
i mastodontici rulli della gabbia oriz-
zontale reversibile, alta 13 metri e del
peso complessivo di 700 tonnellate, col-
piscono anche chi ha visto al lavoro i
laminatoi continui a caldo e a freddo
del nostro stabilimento. Una delle ca-
ratteristiche fondamentali della gab-
bia orizzontale è data dall'autonomia di
ogni cilindro di lavoro, che è mosso da
un proprio motore reversibile a velocità
variabile.

Si tratta del cosiddetto sistema “twin
-drive” applicato qui per la prima volta
in Italia. I comandi di tutte le numerose
e complesse operazioni di laminazione
vengono eseguiti elettricamente a di-
stanza da un palco, dotato di aria con-
dizionata, nel quale operano solo tre
manovratori.



—_ — +

rn TL, se NOE
De * edili ei

Il ciclo di lavorazione si conclude con
il rifinimento e l'eventuale ricottura in
un forno adatto a ricevere lamiere fino
a 18 metri di lunghezza.

Ben 700 sono i motori elettrici del-
l'impianto, per una potenza complessi-
va di 28,000 HP, pari a quella di un
grande transatlantico.

L'importanza del nuovo laminatoio
della S.I,A.C. risiede principalmente
nella possibilità che esso offre di ovviare
alla “fame di lamiere” sentita in Italia
come in tutto il mondo, specie in conse-
guenza del grande sviluppo assunto dal-
le costruzioni navali.

Il laminatoio, poi, data la grande au-
tomazione © i perfezionamenti tecnici,
permette minori costi di produzione,
consentendo di praticare prezzi interna-
zionali, fattore questo essenziale, specie
se si pensi che nel 1958 tutte le prote»
zioni doganali sui prodotti siderurgici,



come stabilito dal trattato della C.E.
C.A., verranno abolite per il mercato
italiano. A questo va aggiunto che il
laminatoio “3750” offre alle costruzioni
navalmeccaniche lamiere più larghe di
quelle che la produzione italiana pote-
va mettere a disposizione fino ad oggi.
Si renderà così possibile un accelera-
mento dei tempi di costruzione delle
navi, in conseguenza del diminuito mo-
vimento dei pezzi grezzi, del minor nu-
mero di tagli, di saldature o chiodature
necessario, Anche tutto questo si tra-
durrà in una diminuzione di costo.

In conclusione, con la realizzazione
del laminatoio 3750”, l'industria side-
rurgica italiana ha fatto un altro impor-
tante passo sulla via di quella specializ-
zazione produttiva che rappresenta uno
dei punti chiave del piano di organiz»
zazione delle aziende Finsider.

Nella pagina accanto : il lingotto proveniente
dal forno a pozzo viene de-

posto «ul carrello ribaltatore.

in alte o sinistra?

la gabbia orizzontale del tipo
« quarto ».

in alto è destra: il fingotto ha già acquistato
la forma di lamiera » Queste
possono raggiungere una lar

grhexza superiore a mm, 3500,
in basso a simistra

la spianatrice,

in basso a destra: il piano di raffreddamento.





tra il gruista e il capostiva l'accordo deve essere perfetto, Spesso bisogna intendersi senza bisogno di

gesfi



Dal molo il “via” alla nostra produzione



Con questo panorama del molo * Nino Ronco"

in dettagli il nostro stabilimento, seguendo il

imziamo una serie di articoli destinati ad illustrare
processo logico del

ciche di lavorazione, Ad «ssì

seguiranno mei prossimi mumeri altri articoli su la cokeria, l'acciaieria, ln laminazione a caldo, ecc,

Prendete una qualsiasi delle varie
“planimetrie generali” del nostro stabili-
mento e cercate il molo Nino Ronco.
Qualunque sia la pianta che consulterete,
noterete che il numero 1 di richiamo per
le solite didascalie illustrative dei vari
reparti è riservato al molo. Qui, infatti,
al pontile della discarica, si può dire che,
non soltanto materialmente, “cominci” la
“Cornigliano”, dove arrivano dal mare
le materie prime destinate a trasformarsi
in acciaio,

È dunque logico che, volendo illustrare
il nostro complesso settore per settore,
come ci siamo proposti di fare, e di ogni
settore guardare più da presso il funzio»

namento, e interrogare gli uomini che vi
lavorano, si cominci dal molo Nino Ronco.

Qualcuno potrà chiedersi se sia pos-
sibile soffermarsi a parlare di questa
stretta fascia di cemento che si allunga
verso il mare aperto, tra la foce del Pal-
cerera e calata Derna, all'estremo lembo
a ponente del porto di Genova, dicendo
cose concrete e non chiacchiere. Se vi
siano insomma motivi sufficienti di in-
teresse per giustificare un articolo dedicato
esclusivamente alla discarica della *Cor-
nigliano”.,

I motivi ci sono, @ basterà pensare
che su questo molo la ‘capitale dell’ac-
ciaio” ha il porto privato.

suo con

una piccola storia, un’organizza-
zione, un personale, un lavoro e, vor-
remmo dire, l'atmosfera che si ritrova
in ogni porto.

La storia o, meglio, la preistoria” del
molo Nino Ronco comincia, come quella
della * Cornigliano”, nel 1938, quando fu
iniziata la costruzione degli impianti di
sbarco delle materie prime per quello che
avrebbe dovuto essere il nuovo grande
stabilimento siderurgico a cielo integrale
della SI AC.

Nel 1943 l'attrezzatura di scarico era
pronta a funzionare, con le stesse quat-
tro gru a cabina traslabile di oggi, ognuna
delle quali dotata di n. 6 movimenti di-

sua

stinti comandati da due leve a mano
nonchè da due volantini: abbassamento
e sollevamento “sbraccio” di corsa cabina
per consentire il passaggio dell’alberatura
delle navi, traslazione della cabina avanti
e indietro, chiusura ed apertura della
benna, abbassamento e sollevamento della
benna, brandeggio dello ‘“*sbraccio” per
lo spostamento orizzontale della benna
(270 per lato), traslazione completa del
ponte lungo il molo.

L'impianto venne anche collaudato, ma,
come tutta la parte del complesso siderur-
gico già costruita, non fece in tempo ad
entrare în attività, L’incastellatura delle
gru non venne smontata ed asportata come
il resto, ma rimase abbandonata e deserta,
tra le insidie dei campi minati, Nel-
l'enorme piedestallo di cemento armato,
lungo oltre 123 metri, che fa da base
alle gru, î pochi tecnici ed operai rimasti
a lavorare tra quanto era sfuggito alla
depredazione, trovarono un rifugio durante
i numerosi bombardamenti. Alla fine della
guerra, il molo Nino Ronco era in condi»
zioni pietose. Venne riattivata allora sol-
tanto la piccola gru * Ansaldo” da 5 tonn.,
anch'essa su rotaie, che oggi serve per
lavori ausiliari, Se ne servirono per l’ope-
ra di demoliziong di alcune navi affondate
nelle acque della calata Derna e per rice-
vere dal mare carichi di rottami per con-
to della SIAC.

Per vedere in funzione gli impianti di
sbarco al completo, bisogna arrivare al-
l'epoca in cui entrò in attività il primo
nucleo della **Cornigliano” La prima
nave che attraccò al molo Nino Ronco
con un carico destinato al nostro stabili-
mento fu la *Palmaiola”, un ‘cargo
dell'ILVA giunto dall'Isola d'Elba con
2.306 tonnellate di minerale di ferro. Le
quattro benne, capaci di scaricare com-
plessivamente 800 tonnellate all'ora di
minerale, affondarono avidamente le man-
dibole nei boccaporti della nave e le ri-
tirarono colme di 5 tonnellate ciascuna
di materia prima. Nessun rumore fu più
lieto di quello assordante del minerale che
precipitava nei sili di raccolta. Era il
13 luglio 1952.

Poco meno di un mese prima, il 21
giugno, un decreto del Ministero della
Marina Mercantile aveva disposto l'auto»
nomia funzionale del molo Nino Ronco.
Fra infatti necessario che nell’ambito
del molo, per quel complesso di esi-
genze tecniche e organizzative connesse
con il ciclo di lavorazione, fosse consentita
allo stabilimento la facoltà di servirsi,
a bordo delle navi e a terra, di personale
proprio in tutte le operazioni previste
dall'art. 108 del codice di navigazione,
è specialmente per quelle di carico è
scarico, Il C.A.P. si riservò di far se-
guire le operazioni di ormeggio e disor-
meggio di ogni nave da un sottufficiale
di collegamento, che è nella fattispecie
il nostromo La Rosa, addetto (stabilmente)



al molo Nino Ronco e divenuto ormai uno
dei suoi personaggi.

I “portuali” della ** Cornigliano” sono
poco meno di un centinaio tra operai
e impiegati, sotto la direzione del coman-
dante Carlo Forni, (un ex sommergibi-
lista) che ha il suo ufficio nella palazzina
alla radice del molo, Alla discarica sono
occupati precisamente, suddivisi nei tre
turni della giornata, 3 capiturno e 3
vice capiturno, 45 manovali, 9 capistiva,
14 gruisti, 5 attrezzisti e 3 bocchettisti.
Di solito, per ogni turno, lavorano 27
uomini. Ad essi va aggiunto l'assistente
Walter Sabatosanti, uno dei ‘vecchi
della “Cornigliano” per il quale ogni
ora è buona per esser sulla banchina
quando, docile al guinzaglio dei rimor-
chiatori, arriva una nave per lo scarico,
È lui che, coadiuvato dai capiturno Ca-
purro e Parodi, altri due + anziani”, del
periodo * eroico” dello stabilimento, salta
a bordo per primo subito dopo l'ormeggio,
per distribuire il lavoro dei manovali, per
dirigere e sollecitare le varie manovre,
per far in modo che i boccaporti vadano
bene a piombo sotto le benne, per accer-
tarsi che il lavoro sia svolto con l’osser-
vanza delle prescritte norme di sicurezza.

Mentre ha inizio lo scarico, il coman-
dante Forni sale al ponte di comando
per la visita d'obbligo al capitano e per
la discussione e soluzione di tutta quella
serie di problemi piccoli e grossi che ac-
compagnano invariabilmente l’arrivo di
una nave in un porto. Non è raro che i
due comandanti, quello di mare e quello
di terra, si riconoscano per vecchi compa-
gni d’armi, non più rivistisi da molti anni.

Poi sale sulla nave limpiegato Carlo
Prato, per compilare il “rapporto di
sbarco”, Prato può esser considerato ** lo
storico” del molo Nino Ronco. Ha visto
arrivare, nel 1952, la *Palmaiola”, e vi
può dire in un batter d'occhio, consultan-
do i documenti conservati in una cartella
verde, da dove veniva la nave. stazza,
pescaggio, peso del carico e qualità, ora
di attracco, d'inizio e fine dello scarico
del minerale e del deflusso dai sili, quanti
carri “talbots* ne furono riempiti e il
peso di ciascuna vagonata. Può fare di
più: può dirvi, sempre attingendo alla
sua cartella, com'era distribuito il carico
sulla ‘*Palmaiola” in quel suo viaggio
“inaugurale”, e mostrarvi la disposizio-
ne del minerale ammucchiato in ogni
stiva. Sa ancora le caratteristiche e la
disposizione dei boccaporti, i termini del
contratto di noleggio, se la nave subì
danni durante il viaggio, quante volte è
quando tornò negli anni successivi al molo
Nino Ronco, quanta acqua dolce le venne
fornita prima che ripartisse,

Tutte queste cose Prato può dirvele di
ognuna delle oltre mille navi che dal 1952
ad oggi sono giunte alla discarica, consul-
tando le sue cartelle, disposte in bell’ordine
nell'archivio, una per ogni nave arrivata.

11

La millesima cartella Prato Uha riem-
pita il 20 dicembre 1956, con V'arrivo della
“Luisita Croce” dal porto brasiliano di
Victoria con 7,942 tonn, di minerale.

C'è naturalmente una ragione pratica
di tanta precisione nella raccolta dei dati
relativi alle navi. A parte il controllo
dei carichi, la conoscenza esatta della
loro distribuzione e delle caratteristiche
delle navi in arrivo consente di conoscere
con anticipo l'andamento della discarica.
In altre parole, di sbrigare il lavoro,
quando la nave si presenta al molo con
i suoi boccaporti spalancati, nel modo
più rapido ed efficace.

La velocità di svuotamento di una nave
dipende anche dalla sistemazione dei boc-
caporti, dalle caratteristiche delle stive
e del carico, oltrechè, naturalmente, dalla
potenza dei mezzi di scarico. Con le
quattro gru a benna del molo, che hanno
una portata di 10 tonnellate ciascuna e
possono “mangiarsi” ad ogni aprir di
ganasce, come abbiamo detto, fino a 5
tonnellate di minerale, una nave “diffi-
cile” si scarica in quarantott'ore, ed è
già un buon risultato. Ma una nave di
agevole discarica, come ad esempio la
“Oscar Sinigaglia”, si può vuotare fino
all'ultimo granello di 15.000 tonnellate
di carbone in 19 ore e mezza cronometrate,

Per rendere più facile il lavoro delle
henne, nell'interno delle stive vengono
messi in azione i cosiddetti “mezzi di ti-
raggio” che frugano Pag negli angoli più
riposti ammucchiando il materiale sotto
i boccaporti, a portata delle gru. Si tratta
di pale meccaniche che spostano due ton-
nellate di minerale ad ogni “cucchiaiata”
e di “pavyloaders”, adatti per rimuovere
il carbone una tonnellata per volta.

Ma a questo punto sarà bene inerpi-
carsi fino al *carrello’ di una gru,
lassù tra i tralicci d'acciaio, nella cabina
dalla quale ognuno dei quattro gruisti
di turno, con pochi gesti precisi, dirige i
movimenti quasi umani della sua benna.

Dev'essere un mestiere di soddisfazione,
quello del gruista. Aldo Gherone, di 30
anni, sposato con un figlio — ad esem-
pio — se ne dimostra entusiasta. Entrato
alla * Cornigliano” nel 1953 come mano-
vale di stiva. sostenne due anni fa un
esame è fu passato alle gru. *Col lavoro
a terra non riuscivo a ingranare, a livello
del mare non mi ritrovavo. Ora invece
— dice — quando salgo qui sopra, e
comincio a manovrare la benna, mi sento
un altro”, Nei primi tempi, la tenstone
nervosa era forte, perchè dirigere con due
leve, una per mano, la gru e la benna,
il braccio, il carrello e il ponte, nei loro
sei movimenti diversi, non è faccenda
da poco. A non saperci fare, basta sha-
gliare un gesto e la mostruosa bocca d’ac-
ciaio può chiudersi sul corpo del capo-
stiva che, trentacinque metri più sotto,
in piedi sul minerale stivato, guida la
manovra affidandosi alla perizia del grui-





sta. Ma presto Gherone ci ha fatto la
mano, anche perchè il lavoro lo appassio-
na, ed ora. come i suoi colleghi, sarebbe
capace di raccogliere delicatamente tra le
labbra della sua benna una cicca gettata

sulla tolda da un marinaio,
meno schiacciarla...

Tra il gruista e il capostiva l'accordo
deve essere perfetto. L importanza dei rap-
porti tra operato e operaio, del loro affia-
tamento, trova qui una ennesima, singo-
lare conferma. Gherone lavora quasi sem
pre in coppia con il capostiva Santo
Bottino, Dalla cabina della gru, sospesa
tra cielo e terra, con tutto il panorama
del porto e la distesa del mare a perdita
d'occhio, Bottino gli appare piccolissimo,
dentro la stiva, laggiù in fondo: il
suo casco protettivo non è più grande
della capocchia di un cerino. Eppure
Gherone e Bottino si intendono quasi
senza bisogno di gesti, e come loro, tutti
gli altri, gruisti e capistiva, manovali,
bocchettisti.

Dall'alto delle gru si può veder bene
anche la tremenda falla aperta nella diga
foranea dalla mareggiata del 19 febbraio
1955. Quando la diga cedette, il pontile
del molo Nino Ronco fu investito in
pieno dalle enormi ondate del mare aperto.
La darsena petroli, che sorgeva alla testa-
ta del molo stesso, fu spazzata via, e an-
che gli impianti di sbarco subirono qualche
danno, mentre si verificarono scalzamenti
esterni ed interni alla banchina. L'afflus-
so per mare delle materie prime alla

TEL nrmglmno subì un arresto improv viso,
perchè le navi non osavano più attraccare
al molo. Era come ormeggiarsi ad uno
scoglio in mare aperto, col pericolo, se
appena le acque erano mosse, di urtare
contro il fianco del pontile. Ma non ci
si perse d'animo. Entro breve tempo si
ripararono i danni, e già il 25 febbraio,
ad una sola settimana dalla mareggiata.
una piccola nave, il *Pantalino”, at-
traccava al molo Nino Ronco, tra i relitti
ancora galleggianti, con 1.287 tonn. di

senza nem»

minerale nazionale. Ci vollero otto ore
per scaricarla, e non fu impresa facile.
Lo “storico” Prato annotò nella sua car-
tella: « discarica difficoltosa per risacca
accentuata che provoca ampi movimenti
alla nave ». Infatti il **Pantalino” andò
ad urtare contro il pontile, ma i danni,
per fortuna, furono minimi. La sera
dello stesso giorno si scaricò anche una
chiatta con altro minerale. Tra molte dif-

ficoltà, riprendeva l'afflusso delle materie

prime alla **Cornigliano”,

Ci volle qualche tempo perchè gli sbar-
chi tornassero alla normalità, ma con varî
espedienti si riuscì ad ottenere una mag-
giore sicurezza per le navi. Fu così che,
al rallentamento dovuto alla mareggiata,
seguì un periodo di lavoro eccezionale,
durante il quale furono superati tutti i
precedenti primati di velocità nella disca-
rica.

Sempre per migliorare le condizioni

1952 1953 1954

carbone 60.164 239.795 323.157

127,989

minerale di a

ferro nazionale 6.204 = 48514

minerale di Si
ferro estero

totale 597.900

112.625 454,147

nuovo primato: 1451400 lonn, di mate-
rie prime scaricate al molo Nino Ronco

di sbarco, si decise di costituire uno sbar-
ramento protettivo verso sud contro le
ondate, lungo 250 metri, affondando su
uno scanno subacqueo di pietrame le
carcasse dî due grosse navi cisterna già
destinate alla demolizione, da recuperare
dopo la ricostruzione della diga, già ar-
rivata a buon punto. La prima nave,
la “Brezza”, venne affondata il 1° otto-
bre 1955, Valtra, “Alba”, il 16 feb-
braio 1956. In tal modo fu consentito l’ac-
costo al molo delle navi anche con mare
moderatamente mosso.

Sotto le gru, si aprono quattro sili,
serviti da tre binari ferroviari, in cui
precipita la materia prima, Quando un
silo è pieno, il bocchettista apre la boc-
chetta sul fondo e riempie uno dei grandi
carri automotori “talbot'", pronto sul bi-
nario corrispondente. Il carro, dopo la
pesatura, si avvia ai depositi o ai forni.
Il minerale di ferro viene portato ai
frantoi che lo riducono alla giusta pezza-
tura destinata agli altiforni; il carbone
fossile, su un sistema di nastri trasporta-
tori va anch'esso al frantumatoio e poi
alla cokeria per essere trasformato in coke
metallurgico adatto per la carica degli
alti forni.

Attualmente, al molo Nino Ronco ar-
rivano solo minerale di ferro e carbone.
Il rottame di ferro per i forni Martin
viene infatti scaricato in porto, mentre
il calcare per gli altiforni, che un tempo
arrivava dal mare, proveniente dalla ca-

va di Monte Rombolo (Piombino), oggi
giunge con autocarri dalla zona delle
“arene candide” di Finale Marina.

Come ogni porto che si rispetti, anche
quello della “Cornigliano” ha le sue
statistiche di ‘movimento merci". Ecco
qui di seguito. suddiviso per anni e per
tipo di materia prima, il grafico degli ar-
rivi, espressi in tonnellate:

1955 1956 tot, generale
477.076 548,361 1.648.553









204,581 169,087 556,455
454.944 388.987 1.202.700
1.136.601 1.106,435 3.407.708

Anche da questa statistica appare evi-
dente il costante e sensibilissimo aumento
delle richieste di materie prime, per sod-
disfare una produzione in rapido in-
cremento, La diminuzione degli arrivi di
minerale nel 1956 è dovuta a temporanee
difficoltà di approvvigionamento, conse-
guenti alla crisi di Suez.

Record mensili

produzioni "ss
coke tonn. (BR266
ghisa » [50720
acciaio » (88.226*
laminati a caldo » 70,129
laminati a freddo » REO

materie prime scaricate
al molo Nino Ronco :

tonn. 143.100"

* nuovo record assaluto,

Un altro dato interessante è rappre»
sentato dal raffronto tra il numero delle
navi arrivate e il loro tonnellaggio com-
plessivo. Nel 1955 arrivarono alla disca-
rica 332 navi con complessive 1.187.857
tonnellate di materie prime. Nel 1956 le
navi arrivate sono state soltanto 215 ma
con carichi per 1,106.435 tonnellate. An-
che l'andamento del traffico al molo della
“Cornigliano” non sfugge dunque alla
tendenza generale all'aumento del ton-
nellaggio delle navi impiegate.

Ma un panorama esauriente del **mo-
vimento” al molo Nino Ronco non può
ignorare le cosiddette “correnti di traf-
fico”, ossia le provenienze delle materie
prime. L°85-90%, del carbone impiegato
dalla *Cornigliano” proviene dal clas-
sico scalo statunitense di Hanpton Roads.
II resto è carbone della Ruhr, che arriva

nm sinistra :

con le 4 gru a benna del
nostro molo cecorrono me-
no di 20 ore per scaricare
15.000 tonn. di carbone
da una nave come la
Oscar Sinigaglia ”

o destra:

dalla cabina di una gru.

da Rotterdam, Anversa, Emden o Brema.

Il minerale di ferro nazionale, se si
esclude qualche carico proveniente dalla
Sardegna, giunge dall'Elba, dove è im-
barcato ai pontili della * Ferromin”, il
gruppo minerario facente capo alla * Fin-
sider”. Per quanto riguarda invece il
minerale estero (al quale nel 1956 la

febbraio precedenti punte
1957 massime mensili
30,907 35668 dic. 1956
47.710 51.090 ot. 1956
76.040 25072 die. 1956
57.764 60077 die. 1956
17.940 21.068 nov. 1956
131.134 MI0295 ago. 1956

“Cornigliano” ha attinto per il 47%, circa
del suo fabbisogno di tale materia prima)
le provenienze sono diverse a seconda del-
l’impiego cui esso è destinato. Per gli
altiforni si impiegano le ematiti prove-
nienti dalle miniere indiane di Goa e
imbarcate a Mormugao, e da quelle vene-
suelane (Puerto Ordaz). Per Vacciaieria
il minerale estero arriva dal Brasile
(Victoria), che ne fornisce attualmente
alla “Cornigliano” 50.000 tonnellate al-
l'anno in media, e dall'Fast Coast indiana
(Madras, Masulipatam, Visagapatam).
Sono questi tra i minerali con più alto
titolo di ferro (68-69%, il brasiliano,
66-67%, VEast Coast Indiano).

Per l'acciaieria arriva anche qualche
buon carico dal Cile e dalla Liberia, dove
pure si estraggono minerali ricchi di ferro.

L'esperienza infatti non soltanto della

“Cornigliano” ma anche dei principali
e più moderni produttori esteri consiglia
di acquistare minerale ricco in modo da
ridurre al minimo il consumo dei com-
bustibili,

La nostra visita al molo Nino Ronco
è così terminata. În altri articoli ci inol-
treremo nel cuore del nostro stabilimento.



il lavoro del gruista richiede perizia e attenzione

seguendo la via percorsa da quei 3 mi-
lioni e mezzo di tonnellate di materie
prime giunte in questi primi cinque anni
di attività al molo Nino Ronco.

Un complesso come la “Cornigliano”
è simile a una città, nella quale ad ogni
passo ci si può imbattere în cose note e
in cose sorprendenti, e trovare argomenti
per tante osservazioni singolari quanti so-
no i suoi abitanti. Ma, certamente, alla
fine di ogni visita, potremo concludere
come dopo questa al molo Nino Ronco —
che in ogni settore 0 reparto di una fab-
brica, pur dietro le più grandiose e stu-
pefacenti macchine che si possano imma-
ginare, è sempre l'uomo, con la sua ini-
ziativa, il suo spirito di colleganza è soli-
darietà con i compagni, a dare un signi-
ficato al lavoro che compie, a farne qual-
cosa che sia degno di essere raccontato.







14

graduatoria dei 10 principali produttori mondiali d'acciaio nel 1956

auBsuBRERERERERIUFBERERA

in milioni di tonnellate





Visite dei familiari allo Stabilimento



Si comunica a tltto il personale che, a partire dal giorno 11
marzo c. a., riprenderanno le visite allo Stabilimento dei fami-
liari del dipendente che ne farà richiesta.

Le visite per gli operai e impiegati dello stabilimento avranno
luogo il giorno rm di ogni mese,

Allo scopo di venire incontro all'interesse specifico dei fami-
liari (per il lavoro svolto abitualmente dal loro congiunto), si è
pensato di programmare preventivamente le visite allo Stabili-
mento, segnalando già fin d’ora quei reparti che di mese in mese
verranno illustrati con particolare attenzione:

ir marzo — Acciaieria

11 aprile — Laminatoio a caldo
11 maggio — Laminatoio a freddo
i1 giugno — Centrale Termica

11 luglio — Cokeria

11 agosto — Altiforni

Il personale ammesso alla visita non potrà superare il numero
di 40, tra familiari e dipendenti che si trovino in ferie, riposo
compensativo 0 fuori orario di lavoro. Qualora le richieste
cocedessero il numero massimo consentito, si terrà conto,
nelle precedenze, dell'ordine di presentazione delle domande
stesse.

Si raccomanda l'osservanza delle seguenti norme:

1. Ritirare apposito modulo presso le singole Portinerie, com-
pilarlo e restituirlo alla Portineria stessa che provvederà a
farne inoltro all'Ufficio REU.

2. Ogni bambino dovrà essere accompagnato da un congiunto.

3. 1 visitatori dovranno trovarsi alle 14,00 precise nell’atrio di
Palazzo Bombrini (ingresso da Via L. Muratori).

I nominativi del personale ammesso alla visita, verranno &
sposti di volta in volta nelle varie portinerie.

Per quanto riguarda invece gli impiegati della Sede e de-
gli uffici staccati le visite avranno luogo il primo sabato di
ogni mese a partire dal mese di aprile.

Si prega la massima puntualità per quanto riguarda la
presentazione a Palazzo Bombrini, e si richiama l’attenzione

degli interessati sullo spostamento d’orario (dalle ore 14,30
alle 15) dato l'approssimarsi della stagione calda.

Alloggi INA-CASA

Si porta a conoscenza del personale dipendente che da parte
della gestione INA-CASA sono stati approvati i progetti dei
primi due caseggiati dei sei da costruirsi dalla Società in appli-
cazione dell'art. 11 della legge 1148 del 26 novembre 1955.

Poichè i detti progetti avevano già precedentemente ottenuta
l'approvazione dei competenti organi comunali, i relativi lavori
sono stati ormai appaltati e si prevede conseguentemente che,
entro la fine di marzo l'impresa appaltatrice darà inizio ai lavori,

Trattasi di un primo complesso di n. 44 alloggi per comples-
sivi n. 219,5 vani e più precisamente:

n. 32 appartamenti da vani n. 5
n, 7 appartamenti da vani n. 6
n. 5 appartamenti da vani n. 3,5

Tali appartamenti verranno ‘assegnati con patto di futura
vendita ai dipendenti della Società, oppure in locazione in confor-
mità alle norme che regolano la gestione INA-CASA.

Si porta a conoscenza del personale che a suo tempo si è pre-
notato per assegnazione alloggio INA-CASA, secondo il bando
aziendale emesso in applicazione dell’art. 8 della legge 26-11-1955,
che il Consiglio di Amministrazione della Società, in data 30
gennaio 1957, ha deliberato di procedere all'acquisto del terreno
di Calcinara, a suo tempo prescelto dalla maggioranza dei pre-
notatarì, per le costruzioni di alloggi con promessa di vendita.

I singoli prenotatari saranno tenuti al corrente dello svolgi
mento delle pratiche connesse alle costruzioni in oggetto.



Prenotazione alloggi

In relazione ai programmi allo studio 0 in corso per la realiz-
zazione di case per i dipendenti, al servizio competente occorre
conoscere le necessità del personale.

Pertanto nel più breve tempo possibile gli interessati dovran-
no segnalare le loro necessità all'Ufficio RAS per il personale in
forza alla Sede, all'Ufficio REU per il personale dello Stabilimento.

Le segnalazioni dovranno essere motivate e documentate con
particolare riferimento ai casi di assoluta necessità ed urgenza.

Il premio Cornigliano



Tra i vari prodotti che si sono andati
affermando nel mondo in questi ultimi anni,
il lamierino smaltato con le sue svariatissime
applicazioni nella architettura e nell’edili-
zia è senza dubbio uno di quelli che ha
bruciato fe tappe nel modo più vertiginoso.

Negli ultimi quindici anni la produzione
di smaltati negli Stati Uniti è aumentata
esattamente di venti volte per fatturato eil
nuovo prodotto continua ad affermarsi an-
no per anno con crescente rapidità.

AI fine di promuovere anche in Italia la
applicazione del lamierino smaltato nell’ar-
chitettura e nell'edilizia, la nostra società
ha voluto bandire il « Premio Cornigliano »
dotato di premi per 2 milioni è mezzo di
lire, aperto ad architetti, ingegneri, disegna-
tori industriali, tecnici ed artisti residenti in
Italia,

I concorrenti dovranno presentare uno 0
più progetti di esterni per negozi, esercizi
pubblici, stazioni di servizio, ecc. da rea-
lizzare mediante l'applicazione di pannelli
di lamierino d'acciaio smaltato su strutture
preesistenti.

Finora la risposta al nostro bando di con-
corso è molto incoraggiante e già numero-
sissime sono le lettere che ci sono perve-
nute da tutta Italia e nelle quali ci vengono
richiesti schiarimenti e precisazioni.

Sempre allo scopo di dare la maggiore
diffusione al nostro premio, il giorno 9g feb-
braio scorso un folto gruppo di architetti
lombardi, appositamente organizzato da Mi-
lano, ha visitato il nostro stabilimento ed
il 25 dello stesso mese una conferenza stam-
pa è stata tenuta a Roma nei locali della
rivista è L'Architettura » per illustrare le fi-
nalità del concorso.

*

Elezioni commissione interna



Nei giorni 21, 22 e 23 gennaio si sono
svolte nel nostro stabilimento le elezioni
per il rinnovo della Commissione Interna.

Il dettaglio dei voti è il seguente:
operai:

Cisl voti 2966 (2782) (*)

Fiom » 712 (703)

Cisnal » 245 (234)

Uil " 116 (120)
impiegati:

Cisl voti 508 (408)

Cisnal è» 44 (75)
Uil " 54 (—)

I 13 seggi sono stati così ripartiti:
Cis! 10, Fiom 2, Cisnal 1.

Risultano eletti: (operai) Del Canto Ri-
naldo, Bellei Mario, Barisone Giuseppe,
Griso Alfredo, Lanza Pietro, Scarsi Gio-
vanni, Turbati Rino, Tosini Luigi, per la
Cisl; Fasciotti Pietro, Casalino Giovanni,
per la Fiom; Viviani Enzo, per la Cisnal;
(impiegati) Lepori Beniamino, Parisi Aldo,
per la Cisl.

(*) / numeri fra parentesi si riferiscono
ai risultati dell'anno precedente.

Dagli
entrerà a far parte della flotta della Sidermar. La moderna unità che stazza 15.800 tonn, sarà adibita

scali

di

Maggiano è scesa in mare il

al trasporto del carbone dagli Stati Uniti per il nostro stabilimento.

3° marzo la nostra motonave “ Orsa Minore "



che

(ivelle foto: due momenti del varo)



oggi il ritmo di produzione della Fiat è sulle 1200 vetture al giorno, una ogni due minuti

na visita

alla Fiat



Questo articolo è il primo in una serie che si propone di esaminare
Îa destinazione dei nostri prodotti e la trasformazione che di essi
viene fatta dalle numerose industrie che impiegano il nostro acciaio.

A Cornigliano c’era il sole, che giocava
con riflessi argentei sui rotoli di lamierino
allineati su un lungo treno merci in par-
tenza per il nord.

A Torino ho trovato la neve, e una leg-
pera coltre di nebbia che dava alla sua ar-
chitettura armoniosa una velatura divisio-
nista.

Ma io non ero venuto qui per fare pas-
seggiate romantiche lungo i viali del Va-
lentino, nè per ammirare le piazze grandi
e regolari, nè per comprare “tumin € sei-

.

ras” a Porta Palazzo.

Io ero venuto qui per seguire le. tracce
di quei rotoli di acciaio che avevo visto in
partenza a Cornigliano, e quelle tracce mi
hanno portato alla FIAT, questa enorme
città nella città, o meglio questa incarna-
zione moderna della città, che si accampa
ovunque, con ben venti stabilimenti, dove
lavorano oltre sessantacinquemila dipen-
denti.

Ho visto così una Torino sconosciuta
{ma non troppo), una Torino inedita (ma
non tanto), una Torino pulsante di lavoro
e di vita, che non è più quella di Guido

Gozzano, nè tanto meno la città dei “bu-
gianen”,

Una città che io ho visto come una gi-
gantesca macchina, dalle mille membra,
dove ci sono uomini, macchinari, cavi, fili,
schede perforate, nastri trasportatori, ma-
vate immense, luci, colori; una macchina
dove entrano i nastrì d’acciaio arrotolati
ed escono eleganti automobili pronte pet
l'uso,

La mia visita è cominciata, necessaria
mente, dagli uffici centrali, posti in due
eleganti e moderni palazzi di Corso Mar
coni, a un tiro di schioppo dalla stazione di
Porta Nuova, dove mi è stata messa a
disposizione, con antica cortesia, una mo-
dernissima documentazione, che parla con
l’eloquenza sintetica delle cifre, di una at-
tività sempre crescente e di un ritmo pro-
duttivo che lascia perplessi.

Nel 1955, ad esempio, sono state costrui-
té 228.714 automobili (duecentoventottomi-
lasettecentoquattordici! pari a scicentoven
tiscei automobili al giorno) oltre a 21. 585
vticoli industriali.

L’esportazione, partita praticamente da
zero nel dopoguerra e giunta appena a
9.000 nel "47, ha raggiunto nel *5< le 71.000
autovetture e i settemila trattori.

Ma al momento attuale escono già 1.200
vetture al giorno, cioè il doppio della pro-
duzione di un anno fa, vale a dire con largo
calcolo una vettura in meno di due minuti.

Dalla sede sono stato accompagnato alla
“Sezione Ferriere”, un impianto poderoso
e vastissimo, che rompe la pianura verso la
Stura con le alte ciminiere e i forni rinca-
gnati.

Si trattà di una acciaieria Martin, una ac-
ciaieria elettrica con 4 forni ad arco, un
laminatoio Blooming, molti altri vari im-
pianti di laminazione a caldo etc., c di un
impianto completo per la laminazione a
freddo.

È davanti a tale impianto, infatti, che 10
ho trovato le lunghe file di vagoni coi no-
stri rotoli di lamiera, con le loro brave
targhette “Cornigliano S.p.A.”, € nell’in-
terno montagne dei nostri rotoli, montagne
continuamente rinnovantesi, quotidiana-
mente, man mano che il laminatoio a fred-
do le inghiotte con voracità inesauribile.

Il processo è noto, e comunque per noi
intuitivo: il nostro acciaio viene acquistato
dalla Fiat laminato a caldo, e subisce poi
il processo di laminazione a freddo. C'è
un impianto di decapaggio continuo, un
laminatoio reversibile a 4 cilindri, da 80
pollici, che ottiene nastri larghi fino a
1.850 mm., quindi un impianto di lavage-
gio, varie batterie di forni di ricottura in
cassa €, infine, un laminatoio per skin-
pass che ottiene un allungamento del na-
stro pari all’un per cento. Poi i rotoli sono
tagliati da una cesoia automatica continua
e ridotti in lamiere ec striscie.

Il reparto lavora 365 giorni all'anno,
con tre turni, ed uno speciale accordo tra
direzione e maestranze lo esclude da scio-



peri, fermate festive e da qualsiasi interru-
zione. Qui vengono decapate 800 tonnellate
di materiale al giorno, e ogni giorno escono,
tagliate in lamiere o striscie, oltre 650
tonnellate. Si capisce che se noi, ad esem-
pio, interrompessimo l’invio dei rotoli il
magazzino di questo impianto che io ho
ammirato per le sue montagne di materiale
si vuoterebbe in pochi giorni. L'economia
nazionale (e non solo nazionale) è ormai
un corpo unico, per cui la circolazione nor
può arrestarsi in un qualunque singolo or-
gano senza compromettere l'equilibrio ge-
nerale,

Le lamiere dunque, lucide nella loro ve-
ste nuova, tagliate in dimensioni varie su
un piano rettangolare, si avviano in pacchi
ordinati e scrupolosamente “identificati”’ al
magazzino, donde usciranno per raggiun-
gere i vari stabilimenti Fiat, a seconda che
siano destinate a diventare un frigorifero,
un trattore, un autocarro © una clegante
vettura. lo le ho seguite, appunto, verso
questa ultima destinazione, e mi sono tro-
vato così di fronte al famoso stabilimento di
Mirafiori, un capolavoro di architettura
industriale e di funzionalità, che abbraccia
una zona di 1.400.000 m?, dei quali 620.000
di arca coperta,

Le officine “ Mirafiori" sono costruite a
piano orizzontale’assoluto (l'esperienza ha
dimostrato essere questo il sistema migliore,
contrariamente a quanto.si pensava quan»
do si costruì il “Lingotto”, stabilimento a
piano completamente verticale, nel quale
le lamiere entravano a pianterreno e la
macchina nasceva via via ai vari piani,
fino alla pista di collaudo piazzata sul tet-
to dell’edificio) con edifici dell'estensione
incredibile, dietro la facciata verticale co-
stituita dal palazzo degli uffici. Bisogna ag-
giungere che sotto gli edifici corrono ol-
tre undici chilometri di gallerie sotterrance,
mentre. lo sviluppo dei binari ferroviari
interni è di oltre venti chilometri.

A fianco (0 a tergo, per essere precisi)
della enorme officina di lavorazione e di
montaggio delle parti meccaniche e della
carrozzeria delle automobili, sorge il nodo
caratteristico della pista di collaudo lunga
due chilometri e mezzo.

Ma cominciamo dalle lamiere appena ar-
rivate: si tratta in questo caso di lamiere
da 2.800 x 1,470x 0,7, accumulate davanti
alla “linea 6”, cioè alle grandi presse per lo
stampaggio a freddo della carrozzeria del-
la “600”. Lo stampo è in questo momento
quello dei padiglioni, cioè del tetto della
vettura. Le sei presse sono allineate una
dietro l’altra, come demiurghi in attesa di
soffiare nuova forma, cioè nuova vita, nel-
le lamiere. La lamiera viene posta sotto la
19 pressa, della potenza di 1.500 tonnellate:
la pressa si abbassa, si rialza, la lamiera ha
già preso la forma del tetto, e passa alla
seconda pressa. Una “schiacciata” silen-
ziosa e si passa alla terza, e così fino alla
sesta. Nel dettaglio, vi dirò che la prima
pressa “forma” la lamiera con azione di

li

EUROPA OCCIDENTALE

treni continui e semi-continui per larghi nastri a caldo



1 - N. V. Breedband - limuiden (Paesi Bassi)

2 - Cornigliano S.p.A. - Genova-Cornigliano (Italia)

3 - Société anonyme métallurgique d'Espérance-Longdoz - Liège-Longdoz (Belgio)

4 - Société anonyme d’ Ougrée-Marihaye - Liège-Ougrée (Belgio)

5 - Société lorroine de laminage continu (SOLLAC) - Sérémange-Ebange (Francia)

6 - The Steel Company of Wales, Ltd. - Margom, Port Talbot (Inghilterra)
7 - John Summers & Sons Ltd. - Shotton, Chester (Inghilterra)

8 - Richard Thomas & Baldwins Ltd. - Ebbw Vale {Inghilterra}

9 - August Thyssen Hutte A. G, - Duisburg-Hamborn (Germania Occ,)

10 - Union sidérurgique du Nord de la France (USINOR) - Denain-Montatalre (Francia)
11 - VYereinigte Oesterr, Eisen und Stahlwerke A. G. (YOEST) - Linz-Donavitz (Austria)





Il Consiglio d’Amministrazione della Finsider
in visita al nostro Stabilimento

Il giorno 4 marzo si è riunito a Genova, presso la nostra Società il Consiglio di
Amministrazione della Finsider. presieduto dal Dr. Antonio Ernesto Rossi e con la
partecipazione del Dr. Sernesi - Direttore Generale dell'I.R.I. e del Prof. Manuelli
- Direttore Generale della Finsider.

Dopo la riunione il Consiglio ha compiuto una dettagliata visita al nostro sta-
bilimento soffermandosi con particolare interesse presso i nuovi impianti che permet-
teranno di raggiungere una produzione di 1 milione di tonnellate di acciaio, meta
che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata del tutto irraggiungibile.











le fiancate delle vetture vengono trasportate dalle presse mediante una serie di convagliatori

doppio punzonamento, la seconda pressa
trancia la luce anteriore e quella posteriore
{cioè trancia le due finestre del padiglione,
che cadono da un lato come i ritagli di pa
sta quando si fanno i ravioli), la terza rifila
le due luci, la quarta effettua una rifinitura
perimetrale, cioè trancia via i bordi), la
quinta dà un assestamento definitivo e la
sesta pressa fa la risvoltatura delle alette
anteriori,

Dopo di che il “padiglione” è terminato.
Ma tutto questo avviene in pochi secondi,
una lamiera dopo l’altra, una pressa dopo
l’altra. Di solito un lotto di questo genere
si aggira sui nove-diecimila pezzi; poi si
cambiano gli stampi (si metteranno quelli
per la fiancata destra, per la fiancata sini-
stra, per le portiere etc.) e si ricomincia.
Frattanto, nelle altre “linee”' di presse, av-
viene lo stesso per i tipi “1100”, “1.400”
e “1,900”.

Dopo le presse i “pezzi” si affidano ai
trasportatori aerei, questi grandiosi e af-
fascinanti protagonisti del reparto. Sopra
le vostre teste vedete girare, come in una
giostra, le portiere, i padiglioni, le fiancate,
nel loro lucente colore argenteo.

Ma a questo punto si entra nel vivo della
produzione e del montaggio, in un “luna

park” enorme, che si perde a vista d'oc-
chio, dove le corsie sono costituite da cen-
tinaia e centinaia di macchine di ogni tipo,
sorvegliate da operai in tuta blu, e col sof-
fitto che non si vede, a causa di queste
“giostre” che trasportano in volute sinuose
i loro “pezzi”.

Dapprima le diverse parti che ho descrit-
to, che confluiscono nella misura voluta
(cioè, ovviamente, tante portiere, tanti pa-
diglioni, tante fiancate cte.) al punto di
saldatura, dove la vettura, cioè la carroz-
zeria, nasce nel suo scheletro, in men che
“un fiat”, lo sono rimasto sbalordito: sul
manichino (chiamiamolo così) sono po-
sate le diverse parti, tre operai con salda-
trici multiple si avvicinano e “sparano”
alcune raffiche: tata, taratata, tata ta. La
carrozzeria è saldata e pronta. L'arresto è
di pochi secondi. E la giostra continua a
girare, con le sue carrozzerie che se ne
vanno alla verniciatura, alla posa dei sedili,
ceto,

Poi tornano, sempre appese per l'aria,
coi loro vivaci colori, ed il binario aereo
le porterà esattamente sulla catena di mon-
taggio, sulla rispettiva catena di montag-
gio, naturalmente, chè ce ne sono attual-
mente tre: una per la popolare “600”, una

TO

‘ſÌlUtlT\Îlſſu H

|

\



per la “1.100" sìa normale che TV, e una
per le “1.400” è “1.900”.

Le “carene di montaggio successivo”
sono semplicemente sbalorditive, per la
precisione cronometrica delle operazioni,
per la rapidità, per il sincronismo, per l’ap-
parente semplicità che nasconde invece (è
intuitivo) una complessità di problemi e di
soluzioni: fa pensare a certe costruzioni in-
fantili con parallelepipedi, uno sull'altro,
fino ad ottenere il castello incantato; 0 ad
un solitario di carte perfettamente riuscito,
dove con trepidazione si teme di vedere una
carta fuori posto, ed invece tutto va a po-
sto, col massimo ordine.

La catena ha inizio con la posa dell’as-
sale posteriore, che si collega poi con la
trasmissione, e le ruote anteriori, e così via,
I “gruppi” sono collocati in stazioni suc-
cessive ai due lati della “catena”, per così
dire a lisca di pesce.

E qui bisognerà aprire una breve paren-
tesi per il motore e le apparecchiature elet-
triche: essi hanno subito un ciclo di lavo-
razioni che li hanno portati, alla fine, al-
l'appuntamento, cioè al loro posto nella “li-
sca di pesce”. Il basamento del motore, il
gruppo dei cilindri, il cambio di velocità,
tutto insomma ha seguito una lunga linea

di lavorazione automatizzata, con macchine
che compiono sei o sette operazioni basi-
lari in una volta, c con nastri trasportatori
che corrono, a differenza di quelli delle
carrozzerie, sul pavimento o addirittura
sotto il pavimento, per non ingombrare
punti di passaggio. Così, man mano che
la “linea” corre in avanti, si pone il cam-
bio, il volante, il motore. Per i tipi 1.100"

è la carrozzeria che scende a ricevere il?

motore (dato che è più leggera), per la
“600” è invece il motore (che è più leg-
gero) che sale a raggiungere la carrozzeria,
Intanto, in stazioni successive, si sarà messo
a punto l'impianto elettrico, l’imbottitura
interna, i comandi, etc., poi si montano
le ruote, finchè la vettura è ormai completa.
Le ruote già toccano terra, si prova l’im-
pianto elettrico, si mette la benzina, la
vettura è pronta, sale al volante un operaio
collaudatore e se la porta via, alle prove,
Le prove vengono effettuate per una gran
percentuale su due rulli (come fanno i ci-
clisti quando si allenano in palestra), per
una percentuale minore di vetture sulla pi-
sta di collaudo oppure direttamente sulla
strada,

Dal momento dell'inizio della “catena”
(posa dell’assale posteriore) al momento di
uscita della vetturà coi suoi mezzi passano
in media due ore e mezza.

Capito? Questa la favola che io ho ve-
duta coi mici occhi alla Fiat, e che ho

l'auto, acquistata la sua forma,
si avvia verso il montaggio finale

cercato di raccontare col più realistico dei
linguaggi, quale l'argomento richiedeva.

Ma i colori, oh! i colori di quelle auto
che viaggiavano per il soffitto, come erano
vivi, e come parlavano di aria aperta, di
strade assolate, di una umanità indaffarata
oppur sognante. E di civetteria: c'erano

dal momento dell'inizio della “catena” al
momento in eni la vettura è pronta ad uscire
sulle strade passano «circa 2 ore e mezza

tutti i colori più tenui, e ogni tanto anche
quelli più vivi, che volevano far colpo.
D'Annunzio aveva ragione a dire che l'auto
è femmina.

Qui infatti Torino, la capitale della mo-
da femminile, veste ad ogni cambiar di
stagione le sue auto coi colori più belli.



C.E.C.A. - Produzione di ghisa nel 1955 e 1956 (compresi la ghisa manganesifera ed il Fe-Mn carburato)

variazione
percentuale
+66 +64
Î |
|
a ) !
Germania Belgio
000/ton. 1955 16,482 5.320
1956 17.576 5.662

+ 16,1

+4,5 +49
Francia Sarre Italia
10.941 2.879 1.667
11.436 3.020 1.936

+ 7,4
+ 6,2
| —
— 0,7 |
ia
Lussemburgo Olanda totale CELA.
3.048 668 41.005
3.276 663 43.569



a sinistro dall'alto in basse:

® quadro di Emilio Podestà,
primo premio di pittura al
primo concorme di pittura
e scultura bandito tra i soci
del nostro dopolavoro azien»

dale,

® gita a Moena organizzata
dalla sezione sport inver-
nali il 29.12.56,

@ concerto vocale e strumen-
tale con la partecipazione
del soprano Giovanna Vinei
e del baritono Sergio Tacchi.

® “La contadina astuta ” di
G. B. Pergolesi è stata rap.
presentata mel salone di
Palazzo Bombrini i 101.57.



< La befana dei piccoli nel

nostro Stabilimento,


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gruppo iv

1 gennaio - febbraio 1957

©
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rivista
di informazione

aziendale

CORNIGLIANO



Past apo »



in copertina: colata

CORNIGLIANO

Rivista bimestrale
d'informazione aziendale
della Cornigliano S.p.A,

Anno I - n° 1 - gehnaio-febbraio 1957



La riproduzione degli articoli è libera,
Si prega citare la fonte.

Autorizzazione del Tribunale di Genova
n. 386 in data 28 febbraio 1957

Spedizione in abbon. postale - gr. IV
direttore responsabile: Arrigo Ortolani

segreteria di redazione:
Ufficio Stampa e Pubblicità
della Cornigliano

Piazza Dante 7 - Genova
telefono 580.434

copertina e impaginazione: Eugenio Carmi

stampa: AGIS - Stringa - Genova







Nel nostro “numero unico” uscito poco prima di Natale rivolgemmo a tutti
i lavoratori della “Cornigliano” alcune domande, la prima e più importante delle
quali diceva: « Gradireste ricevere e leggere periodicamente una pubblicazione
simile a questa, che si proponesse di tenervi costantemente informati sull’anda-
mento dell'azienda? ».

A dire il vero, non ci aspettavamo di ricevere un enorme numero di risposte.
Gli italiani non scrivono volentieri, mettetegli sotto il naso un questionario e
subito li vedrete invasi e ‘vinti da umw'istintiva pigrizia sottilmente venata di dif-
fidenza (nè si può dire che il loro istinto sia del tutto dalla parte del torto; da un
punto di vista formale un questionario somiglia molto a quei tanti, a quei troppi
“moduli da riempire” — spesso complicati e astrusi, spesso implicanti una qual.
che buggeratura — di cui è ossessivamente costellata tutta la loro vita di cittadini).
Siechè confessiamo d'esser rimasti piacevolmente sorpresi quando, facendo i conti,
ci siamo accorti che oltre i due terzi dei nostri lavoratori avevano risposto, e che
la loro risposta era “sì'”.

Ciò significa che il nostro è un ambiente vivo, popolato di uomini vivi, che
vogliono partecipare intimamente e consapevolmente alla vita dell'azienda, che
non intendono vivere e lavorare ad occhi chiusi, come automi. ma veder chiaro
davanti e intorno a sè.

Li accontenteremo, Il giornale che il loro “sì” tiene oggi a battesimo e che
assume la veste di una pubblicazione bimestrale sarà quale essi lo vogliono,
uno specchio fedele è obiettivo dell'attività aziendale nel suo complesso e nei
suoi dettagli: chiarirà i problemi organizzativi, illustrerà gli impianti, darà conto
della produzione e delle vendite, metterà a fuoco l'apporto d'ogni reparto alla
grande e complessa opera produttiva, anticiperà, per quanto è possibile, i piani
per il futuro: in una parola, farà sì che l'azienda appaia, agli occhi di chi vi
lavora, come un libro aperto.

Faremo tutto questo con la maggiore semplicità e schiettezza possibile, di-
cendo le cose come realmente stanno, senza declamazioni retoriche e senza gon-
fiature propagandistiche. E non parleremo soltanto di ciò che va bene, ma anche
di ciò che eventualmente dovesse andar male, perchè i lavoratori hanno il diritto
e il dovere di conoscere anche gli aspetti negativi della vita aziendale. Quanto al
titolo, la maggioranza dei lettori si è orientata nel nostro referendum verso un
nome che racchiuda la parola “Cornigliano”, (L° Informatore Cornigliano, Vita
della Cornigliano, Cornigliano Notizie, ecc.}). Di qui la nostra scelta.

Oltre a quello informativo, ch'è il più importante. il giornale ha un altro com-
pito fondamentale: quello di accogliere le opinioni, le critiche, i *“mugugni” di
chi lavora nella fabbrica. Chiunque abbia un'idea che ritiene ragionevole e utile,
ci scriva. Noi, intanto, risponderemo direttamente a tutti coloro che già ci
hanno formulato suggerimenti e proposte. Ne ragioneremo insieme, discuteremo.
Forse ne uscirà qualcosa di buono, certo non sarà tempo perso.

Non ci allontaneremo, almeno per ora, dagli argomenti che, più o meno diret-
tamente, riguardano l'azienda, la sua attività, il suo sviluppo. Il nostro questio-
nario conteneva una domanda precisa in proposito; la maggior parte dei lavoratori
che ci hanno risposto preferiscono che il giornale si limiti all'informazione azien-
dale e non sconfini su un terreno che, del resto, è estraneo alla sua vera natura e
alla sua specifica funzione. Così, parleremo dei fatti di casa nostra senza inutili
divagazioni nel regno della varietà giornalistica.

Non sarà un lavoro inutile, se potremo contare sull'amichevole collaborazio-
ne di tutti.

»
L

Bambini alla Cornieliano



Un gruppo di bimbi di Lorsica (un paesino sopra Chiavari), è stato da noi invitato a visitare il

nostro stabilimento. Si è trattato di un avvenimento certo insolito ed elettrizzante, riassunto sotto
forma di tema dagli stessi piccoli partecipanti dei quali riportiamo qui di seguito le fresche impressioni.

se noi, di solito così birichini, eravamo tociturni e silenziosi...”

Graditissimo invito

Questa mattina mentre la maestra ci
raccontava un bel libro è arrivata la
Signorina Rosetta a dirci che ci sono dei
signori della Società “Cornisliano” che
cercano la nostra maestra, Ella scese a
vedere e li fece salire. Essi gentilmente
domandarono permesso ed entrarono. Il
signore più anziano ci disse che mercoledì
la Società ‘Cornigliano’ ci invita a vi-
sitare il suo stabilimento. Noi entusiasti
ringraziammo della loro cortesia. Men-
tre ci veniva spiegato il lavoro che si
compie nello stabilimento un giovane ci
prendeva le fotografie per trasmetterle per
televisione. Troppo presto î gentili signori
se ne andarono e noi ancora gentilmente li
ringraziammo per averci dato tanta im-
portanza, Noi siamo rimasti contenti e
aspettiamo con ansia quel giorno.

Franca Demartini
*

Da Lorsica a Genova

Avevamo pregato fervorasamente perchè
il giorno sedici fosse bel tempo, infatti lo
era, Prima delle sette eravamo tutti ad
attendere il nostro “corrierino” che ci
avrebbe portati a Monleone, Tutte le case
erano ancora illuminate. Giunti a Mon-
leone siamo saliti sulla corriera che andava
a Chiavari, Siamo giunti laggiù allo spun-
tar del sole. Alle nove e venti siamo saliti
sul torpedone mandato dalla Società ‘*Cor-
nigliano”. C'erano con noi gli alunni della
sesta di Leivi, di Calvari, di Rezzoaglio,
di Borzonasca e di Sestri Levante. Final-
mente il grosso torpedone si mosse, Abbia-
mo percorso tutta la Riviera in una gior-
nata che sembrava di primavera, Il mare
era calmo ed era solcato da moltissime
barche. Qua e là il vento increspava le
onde e dava a loro un colore luminoso.
Passarono davanti ai nostri occhi le belle
villette di Rapallo circondate di oliveti,
ma not attendevamo Quarto, perchè vole-
vamo vedere lo scoglio da cui è partito
Garibaldi. Del “Gaslini abbiamo visto
solo la moderna e strana chiesetta è dello
scoglio di Garibaldi abbiamo visto la co-
lonnina sormontata da una stella.



Già ai nostri occhi si profilava la me-
ravigliosa punta di Boccadasse. Sul qua-
derno di geografia avevamo scritto che si
estende sul mare quasi a voler chiudere il
porto e in realtà è così, Pensavamo di
passare in Corso Italia, invece ci avviam-
mo verso il centro della città. Scorgemmo
sulla grande e moderna piazza della Vit-
toria ad attenderci i funzionari della
Cornigliano e i tecnici della R.A.I. Li
salutammo come se vedessimo persone or-
mai amiche. Insieme a loro andammo
verso il moniimento ai caduti ; ci sorride-
vano spesso e noi eravamo felici, perchè ci
dimostravano gentilezza e amore.

Luisa

*

“La capitale dell'acciaio”

Dopo aver visitato un poco la bella città
di Genova siamo entrati nel grandioso
stabilimento di Cornigliano. Ai nostri oc-
chi sono apparsi i gasometri che contene-
vano il gas per riscaldare tutti i forni
dove bolle il ferro. Ci hanno introdotto nel
parco minerali dove erano depositi di mine-
rali di ferro, roccia contenente ferro e silicio,
ferro e mangapese. Eravamo stupiti e
meravigliati quando l'ingegnere ci intro-
dusse nel vasto capannone dove erano i
forni. La visione era stupenda è paurosa,
specialmente quando dai forni uscivano
quelle potentissime fiamme che sembravano
volessero divorarci.

L'ingegnere ci disse che la temperatura
in quei forni arrivava fino a 1500 gradi.
A questa temperatura il ferro misto ad
altre sostanze diventa una poltiglia incan-
descente, Noi desideravamo veder bollire
l’acciaiò e l'ingegnere tanto gentile, ci
accontento. Ci condusse vicino a de-
gli operai che custodivano la cottura
dell'acciaio e ci fece dare uno speciale
pene da un operaio, perchè il ca-
ore non ci facesse male agli occhi.

L'acciaio bolliva come l'acqua nella pen-
tola e noi lo scorgevamo attraverso le
fiamme. Il nostro cuore aspettava il mo-
mento di vedere la colata. Seguimmo l'in-
gegnere è andavamo in un padiglione dove
erano le lingottiere che aspettavano di es-
sere riempite d'acciaio.

La sirena suonò e annunciò che comin-
ciava la colata ; con trepidazione il nostro
occhio seguiva i movimenti dell’operaio
che doveva aprire il forno.

Egli prima con la pala levò il materiale
che copriva l’imboccatura del forno. L'o-
peraio era tutto rivestito di lana e si mise
uno scafandro. Con un tubo ad aria com-
free forò l'ultimo strato che ricopriva

imboccatura del forno.

Prima ne uscì un fumo bianco, poî rosso
o rosa ed infine un fumo nero; improvvi-
samente un fiume di fuoco si precipitò nella
siviera e noi gridammo la nostra ammira-
zione, Questo è stato il momento più bello

disegno di Franco





della nostra visita. Quando la siviera si bito abbiamo visto due recipienti di was
fu riempita, da una gru fu sollevata e che riscalda gli impianti della società. Il
passata su tutte le lingottiere e queste gas lo adoperano per riscaldare i for-
furono riempite. La visione aveva riem- ni dove fonde l'acciaio. Ouando siamo
pito i nostri occhi, e noi, di solito così. entrati nella fabbrica ei hanno fatto
birichini, eravamo taciturni e silenziosi. vedere dei mattoni refrattari che pe-
Maria Segale sano dai 5 ai 7 kg. Cî sono 2 qualità

di mattoni : quei neri che costano L. 1500

* l'uno e quei bianchi che costano un po’

meno, Questi mattoni li adoperano per

costruire gli alti forni e le siviere. Le si-

Mercoledì mattina verso le dodici siamo viere sono enormi cilindri fatti dî ferro
entrati nella S.p.A. “Cornigliano”. Su- esternamente e di mattoni refrattari in-









ternamente, L'acciaio fuso, dagli alti forni
viene colato nelle siviere. Poi una gru
prende la siviera che, insieme all'acciaio
pesa t. 280. La siviera soltanto pesa t. 30.
L'acciaio viene travasato nelle lingottiere
e da queste, quando è raffreddato, lo por-
tano nel reparto dei laminatoî. Quando il
blocco è un po' raffreddato lo tagliano in
pezzi sottili e spessi a seconda di quel che
ne vogliono fare. A lavorare a Cornigliano
ct sono 4020 operai che fanno tre turni.
Gli operai sono vestiti tutti di lana, per-
chè la lana non brucia. Essi non hanno



« in un padiglione dove erano le lingottiere
che aspettavano di essere riempito d'acciaio ,.,"

tanti vestiti, perchè nello stabilimento c'è
caldo. Si vedeva che conoscevano tutti bene
il loro lavoro, perchè lo compivano con
serietà e con calma. Sono stati tutti molto
gentili con noi, quasi fin troppo. Gli
operai che ricorderò sempre con grande
affetto sono quelli che si sono affaticati
per darci un pezzo di acciaio raffreddato.
Essi, con una specie di mestolo hanno
preso un po' di acciaio bollente dai forni
e poi lo hanno buttato nell'acqua fredda.
Ah come mi sarebbe piaciuto far io quel
lavoro! Mi ci sarei divertito più che a

uè ci fece dare

nero

giocare al pallone! Sapete che cosa avrei
desiderato in quei momenti? Non aver
nessuno intorno e girarmene per tutti i
padiglioni con calma per capire bene tutto
l'immenso lavoro che vi si compie, Chissà
se un giorno avrò la fortuna di andare a
lavorare nel grande stabilimento! Forse
dovrò rimanere vicino al banco del bab-
bo, falegname, ma il mio pensiero correrà
spesso agli impianti della Società “Cor-
nigliano” che onora, non solo Genova, ma
tutta l'Italia.

Franco Demartini
*

Simpatica riunione alla degli

operai,

mensa

La colata ci aveva fatto dimenticare
l'appetito. I dirisenti della ‘4 ‘ornigliano”
verso le due ci hanno condotto alla mensa
degli operai per pranzare. Ci hanno fatto
sedere quattro per tavolino. Le persone
che avevano più importanza, e tra le
altre la nostra maestra, le hanno fatte se-
dere di fronte al Provveditore è al Se-
gretario Generale della Società. *Corni-
gliano”. Prima hanno servito noi bambini
perchè hanno capito che avevamo appetito.
Ci hanno portato una bella porzione di
pastasciutta col sugo. Ogni tanto la mae-
stra veniva a vedere cosa facevamo è ci
trovava sempre in silenzio. Le cameriere
ci portarono due fettine di carne, un po'
di patate, due mandarini e una fetta di
formaggio e una tazzina di caffè. Finito
il pranzo la mia compagna Luisa ha
mormorato di cuore un ringraziamento
alla Società e al Provveditore mentre i
fotoreporters scattavano fotografie.

Si alzò il Segretario Generale della
Società “Cornigliano” e fece un bellissimo
discorso. Ci ha ancora ringraziati di aver
visitato il suo stabilimento. A me è sem-
brato strano, perchè dovevamo essere noi
a ringraziare per le spese che avevano
fatto e soprattutto per la gentilezza e la
cordialità con cui ci hanno accolti.

Franca Demartini

speciale specchietto da un

opercio perchè il calore non ei facesse male agli cechi .,."









Hanno detto di noi



La rivista Pirelli ha voluto dedicare la co-
pertina del suo numero di dicembre a Mario
Marchesi, «un ingegnere filosofo» come lo
definisce nel suo articolo il giornalista Ma-
fera che attraverso una intervista ha traccia-
to un profilo del nostro Direttore Generale ed
ha rifatto la storia della nostra società.

-

Nella rivista Civiltà delle Macchine del
novembre-dicembre "56, durante « Una pas-
seggiata siderurgica » l’articolista Rebuffo ed
il pittore Carmi, trascrivono, in cinque fitte
pagine, le impressioni destate dal nostro sta-

bilimento.
" so *

Anche la T.V. si è interessata di noi in
questo periodo in varie riprese, e molti hanno
avuto agio la notte di Natale di osservare

_ sullo schermo il lavoro notturno che si svol-
geva quel giorno nel nostro stabilimento. La
stessa T.V. ha voluto riprendere, anche con
maggior ampiezza, la visita alla Cornigliano
effettuata da un gruppo di bambini della
scuola di Lorsica (un paesino sopra Chia-
rari). Le impressioni dei bambini sono da
essî stessi descritte nell'articolo che riportia-
mo in questo n&mero della nostra rivista.

“T

A,L

Coi consuntivi di fine anno la stampa
nazionale ha dato grande risalto alle no-
stre realizzazioni produttive ed ai nuovi
record raggiunti nel 1956 dalla nostra So-
cietà. Numerosi articoli hanno tenuto a sotto-
lineare la rapidità dei progressi raggiun-
ti ed il crescente aumento delle produzioni.

Nel volume Pubblicità in Italia *56-"57,
che raccoglie il meglio di quanto sia stato
prodotto in campo pubblicitario in un anno
di lavoro, compaiono in questa edizione il
nome della « Cornigliano » ed alcune nostre
realizzazioni accanto a quelle di industrie co-
me la Olivetti. la Pirelli, la Finmeccanica,
ece., che già godono di ampia notorietà in
questo campa.

*

Referendum



Martedì 26 febbraio u.s., in occasione
della proiezione a Palazzo Bombrini del
film *«La costola di Adamo”, si è proce-
duto all'estrazione del premio unico di
Lit. 30 mila sorteggiato tra i numero-
sissimi partecipanti al referendum in-
detto nel Numero Unico di Natale della
nostra rivista.

La sorte ha favorito il Signor Gildo
BENVENUTO abitante a Bolzaneto in
via Bolzaneto n. 28-9, operaio dei servi.

k zi elettrici presso il nostro laminatoio a
caldo, al quale vanno il premio e le
felicitazioni della redazione.

ila È aim 1 eni _d voti pen Li _ r I R ” H L L

'
dedi . si



EH

Come



valutare il lavoro umano

La rivoluzione industriale che segnò la scomparsa delle piccole aziende a carattere.
artigianale e famigliare e la nascita dei grandi complessi produttivi ha avuto grandi e po-
sitivi risultati. È indubbio che‘il repentino e quasi prodigioso fiorire della grande indu-
stria ha fatto compiere all'umanità tali passi sulla via del progresso, quali neppure il più
fantasioso degli utopisti si sarebbe sognato, un secolo fa, di immaginare. Ma, come tutte
le imprese umane, ha avuto anche talune conseguenze negative, la più grave delle quali
sta nell’avere, in qualche misura, declassato e umiliato il lavoro umano, fino a creare una
situazione di acuta crisi, fino a turbare profondamente rapporti sociali e coscienze.

La prima conseguenza della meccanizzazione su larga scala dei mezzi di produzione
fu che, nella valutazione della maggior parte degli imprenditori, la macchina prese il
posto dell’uomo come protagonista del processo produttivo, cosicchè, dimenticando
l'uomo, tutti gli sforzi furono puntati sul perfezionamento meccanico. E questo fu, da
un certo punto di vista, il guaio più grosso, quello da cui discesero poi, come anelli di
una stessa catena, tutti gli altri.

Le fabbriche, ingrandendosi a dismisura, assorbirono prima le centinaia e poi le mi-
gliaia di lavoratori. A questo punto l'individuo annegò nella “massa”. Nella piccola
azienda facile era stata la reciproca comprensione fra imprenditore e operaio, facili i rap-
porti diretti, facile lo scambio di idee. Nel grande stabilimento, mutati i rapporti dimen-
sionali e numerici, codesti tradizionali mezzi di comunicazione umana non poterono ov-
viamente continuare a sussistere; ma quasi nessuno pensò di sostituirli con mezzi nuovi.

Così, abbastanza presto imprenditori e lavoratori si trovarono divisi da un invalicabile

muro di silenzio, Da un lato si elaboravano i piani di produzione: dall'altro operai e
impiegati erano chiamati ad eseguirli senza conoscerli e senza essere minimamente
aiutati a capirli. Da ciò un crescente disagio, un crescente disinteresse per il proprio
lavoro, e la sensazione d'essere adoprati con noncuranza, come semplici oggetti, per
fini imperscrutabili,

Più la fabbrica era grande, più modernamente e razionalmente era organizzata, meno
l'operaio riusciva a seguire — valutandone l'ampiezza e il risultato — l’intero ciclo pro-
duttivo e a inserire mentalmente, in quel ciclo, la propria specifica funzione. Quale l’effet-
tiva utilità, quale il peso specifico del suo apporto personale? La domanda restava nella
maggior parte dei casi senza risposta. Il lavoro, negli stabilimenti, era rigorosamente sud-
diviso a mosaico, ad ogni reparto ed ad ogni individuo ne toccava un minimo frammento,
sempre lo stesso, sempre egualmente distaccato dagli altri. In quale punto del quadro
andava a collocarsi quel frammento, e come, e perchè? Una macchina può ripetere all'in-
finito lo stesso movimento, con la stessa cadenza, con la stessa impassibilità: un uomo,
no. Tedio, insoddisfazione, insofferenza si accumulano nell'animo umano fino a formare
una carica esplosiva. A prescindere dalla soddisfazione di alcuni istinti fondamentali,
l'uomo non fa nulla senza saperne il perchè, La busta-paga non è una spiegazione, e se
dovesse essere la sola motivazione del lavoro sarebbe amaro conforto.

Così l'operaio finì per sentirsi sempre più un corpo estraneo nel grande organismo
della fabbrica, sempre più una “cosa”. Le lunghe lotte sindacali lo avevano ancor più
diviso dagli imprenditori e dai dirigenti: fra l'una e l’altra trincea eran corse troppe fu-
cilate, l’ambiente di lavoro gli era ostile, non era fatto sulla sua misura ma su quella della
macchina; il suo spirito vi si sentiva prigioniero.

Nei paesi industrialmente più progrediti la tecnica faceva continui e prodigiosi pro-
gressi, senza tregua si andava alla ricerca di metodi di lavoro più efficienti, di attrezza-
ture migliori, di piani di progettazione più sistematici. L'organizzazione del lavoro, con
l'introduzione della cosiddetta direzione scientifica, con lo “studio dei tempi”, sembrava
aver attinto la perfezione, Eppure il germe di una grave malattia minava la vita, in ap-
parenza così florida, dell’industrialismo. Gli imprenditori più intelligenti lo sentivano,
ne erano allarmati, cominciavano ad abbozzare le prime diagnosi e ad avvisare i rimedi.
(La gente, invece, come sempre distratta, non vedeva crepe nè ombre sulla facciata della
mirabile costruzione; il mondo delle macchine l’affascinava irresistibilmente. Fu allora



che la pallida e patetica maschera di un clown di genio s'affacciò
| sugli schermi cinematografici e rivelò con poche smorfie sapienti
un cumulo segreto di pene, di disagi, di mortificazioni, di angoscie
che costituiva l’ignorato sottofondo psicologico dei “tempi mo-
derni"” La gente rise, ma cominciò a capire).

$i riscoprirono principi eterni che la febbrile euforia del pro-
gresso meccanico aveva fatto dimenticare; il protagonista dell’u-
mana civiltà non è e non può essere che l’uomo; è la macchina
che deve servire l'uomo e non viceversa; il congegno meccanico,
per perfetto che sia, non vive di vita propria ma di vita riflessa;
il lavoro senza convinzione e soddisfazione (spirituale prima an-
cora che economica) non è lavoro ma condanna; la fabbrica sen-
za rapporti e consensi umani non è fabbrica ma luogo di pena;
per modesto che sia il suo ruolo nella costruzione di un’opera
civile, l’uomo non dà tutto sè stesso se non sa che cosa fa e per-
chè lo fa, non cammina se non sa dove va, non regge allo sforzo
se non è convinto che ne valga la pena; nessuno muove un dito
se non è persuaso di servire un interesse proprio, oltre e prima
di quelli altrui,

Queste c'altre verità vecchie come il mondo riaffiorarono come
riaffiora il pensiero dalla caligine del sonno, la religione della mac-
china ne risultò intaccata a fondo, si scopri che della cosiddetta
civiltà delle macchine era possibile fare una vera civiltà soltanto
a patto di ricondurla a dimensioni e a significati umani. Per co-
minciare, bisognava riconciliare i lavoratori con il lavoro, l'uomo
con la fabbrica, interessare gli individui, uno per uno, alla vita
ce al progresso delle aziende, far sì che la produzione industriale
c il suo sviluppo e perfezionamento diventassero in qualche modo,
per ogni lavoratore, un fatto personale, un impegno accettato €
assolto per libero atto di coscienza.

Le cause ddl profondo disagio che turbava il mondo operaio
erano in parte di natura psicologica, in parte di natura materiale,
le une collegate alle altre. Per ovviare alle prime si cercò di tes-
sere una nuova trama di rapporti umani; fu inaugurata una politica
aziendale che andò gradualmente precisandosi alla luce dell’espe-
rienza e che mirava, in sostanza, a riportare il lavoratore dal ran-
go di oggetto a quello di soggetto della produzione, elevandone
sensibilmente la posizione morale nel seno dell'azienda. Soprat-
tutto si badò a liberare i rapporti gerarchici da quel certo stile
di caserma in cui erano andati scivolando e avvilendosi, vennero
adottate nuove tecniche di comando più ragionevoli e rispettose
della dignità e libertà dei dipendenti; e si volle reintegrare questi
ultimi nella loro naturale posizione di collaboratori coscienti —
e non di sudditi — mettendoli e mantenendoli al corrente, attra-
verso un’aperta e assidua informazione, su tutte le vicende della
vita aziendale. Quanto alle cause materiali, si puntò, com'è ovvio,
su una maggior sicurezza del lavoro, su un miglioramento delle
condizioni ambientali e su una più intelligente ed equa politica
salariale,

Questo profondo movimento di revisione dei rapporti umani
nell’ambito aziendale non è nato in Italia, e neppure in Europa,
ma negli Stati Uniti, cioè nel paese che, avendo raggiunto prima
e più d'ogni altro un alto grado di sviluppo industriale, prima degli
altri doveva avvertire i sintomi della “malattia” che minava l’in-
dustrialismo e sentire la necessità di combatterla, Fu soltanto dopo
la guerra che i nuovi principi e la nuova prassi aziendale elaborati
in America cominciarono ad affacciarsi nel nostro paese. Le loro
etichette esotiche (‘Labor Relations”, “Human Relations”, “Job
Evaluation”, e così via) misero in sospetto molta gente e furono
facile bersaglio di polemica politica. Fu detto che sì trattava di
subdoli mezzi “addormentare” gli operai e distoglierli dalla
lotta di classe, fu detto che tutto era frutto di mentalità reazionaria,
di deteriori velleità paternalistiche, ecc.

In realtà queste ed altre accuse erano del tutto infondate.
Venti e più anni fa la situazione politico-sociale americana (che,
del resto, neppure oggi è minimamente paragonabile alla nostra)
era ben lontana dal richiedere simili machiavellici mezzi di lotta;
e, d'altra parte, la pianta del paternalismo non ha mai attecchito
in America come nei paesi della vecchia Europa, dove ben altre















.
_u

confronto “fattori di valutazione”
fra i lavori estremi del “treno finitore a caldo”



LAVORO

g&
Moses

favoro



Sforzo fisico



Sforzo men-

tale 9 visivo

Respons. per
aficurezza aluru)

SFORZI





il lavoro

Respomi. per
le attrezzature



RESPONSABILITÀ

Retpons. per
| materiali



Abilità nas
nuale



Cene



—1

Tempo di
addenzam,

REQUISITI

PROFESSIONALI

| Roquis. intel. |











ADDETTO
RIBALTATORE
ROTOLI

PUNTEGGIO
LAMINATORE MASSIMO



condizioni storiche han potuto generarla e mutrirla. Altrettanto
errato è ingenuo sarebbe credere che gli imprenditori e i dirigenti
siano “più buoni” dei nostri e che i nuovi sistemi siano stati da
essi pensati e applicati a titolo di regalo, per puro e disinteressato
amore verso il povero operaio o il povero impiegato. La verità
è quella che già abbiamo detto. La grande rivoluzione industriale
aveva rivelato con paurosa evidenza il suo tallone d'Achille e
non c'era altra via di scelta: o il iavoro umano tornava ad essere
il centro di gravità del sistema, e l’uomo il protagonista del nuovo
ciclo di progresso civile — come lo era stato di quelli antichi —
0 tutto, presto 0 tardi, sarebbe finito in sabbia e in cenere, Di qui,
e soltanto di qui, l’ansiosa corsa ai ripari, di cui anche in Italia
si comincia ormai a scorgere qualche non effimero risultato.

Poichè questo articolo ha lo scopo, piuttosto modesto, di il- (
lustrarvi il criterio adottato dalla Cornigliano per la determina-
zione degli stipendi e delle paghe dei suoi lavoratori, il lungo di-
scorso che siamo venuti svolgendo fin qui vi sembrerà probabil-
mente ozioso.

Ma il sistema salariale della Cornigliano non è un fenomeno
a sè stante {non è, vogliamo dire, un isolato ‘‘esperimento”’ avve-
niristico, nè un “regalo” fatto ai lavoratori al momento dei brin-
disi, nè l'ennesima reincarnazione del paternalismo); e non lo
si capirebbe — o si rischierebbe di capirlo male — se non lo si
collocasse al giusto posto nel quadro di quell’ampia e sostanziale
revisione di valori che sta trasformando il volto e lo spirito dell’in-
dustria moderna e ch'è diretta conseguenza di quella crisi 0 “ma-
lattia” dell’industrialismo di cui, molto sommariamente, abbiamo
cercato di tracciare i‘lincamenti. La valutazione del lavoro, così
come vien fatta alla Cornigliano, rappresenta, rispetto al tradizio-
nale sistema salariale, un passo avanti sulla via della rivalutazione






L'WIIOESAE

operai all'uscita dal nostro stabilimento

del “fattore umano” nel processo produttivo; e come tale
e unitamente a tutti gli altri aspetti ce momenti di codesta rivalu-
tazione — va considerato c giudicato.

Il vecchio sistema — ancora in uso nella maggior parte delle
industrie europee — riflette, nella sua approssimazione e prosso-
lanità, la scarsa importanza fino a ieri attribuita all'apporto vitale,
al ruolo essenziale dell'uomo nella fabbrica: la sommaria suddi-
visione della manodopera per categorie (qualificati, specializzati,
ecc.), la determinazione del salario per mestieri (X di salario ai
tornitori, Y ai gruisti, come se non vi fossero molti tipi di torni
c di gru, e molte operazioni, dalle più semplici alle più delicate,
che si possono compiere allo stesso apparecchio, e molte grada-
zioni derivanti dalle difficoltà ambientali, dal diverso peso delle
responsabilità, ecé.) rispondono ad una valutazione massiccia e
meccanica del lavoro umano; valutazione che — trascinati dalla
corrente e sopraffatti dall'idea di “massa” — gli stessi sindacalisti
hanno finito col far propria, favorendo nelle contrattazioni collet-
tive un fatale appiattimento di valori.

La Direzione della Cornigliano volle rompere dal primo giorno
con una tradizione superatissima e — insieme a quello della effi-
cienza e modernità degli impianti — si pose subito il problema di
una valida e sana politica salariale, la quale non poteva esser
basata che sul moderno e duttile metodo della ama/isi e valutazione
del lavoro,

In Italia, questo metodo non poteva dirsi del tutto sconosciuto
perchè già erano stati compiuti accurati studi da parte di tecnici
specializzati in materia; ma mancava ogni esperienza e ogni pra-
tico riferimento, nessuna industria avendo mai applicato in con-
creto | nuovi principi. Non restava che utilizzare l'esperienza al
trui e particolarmente quella americana, più vasta e approfondita
d'ogni altra. Un gruppo di tecnici del reparto “Tempi e Metodi"
si trasferì dunque negli Stati Uniti e studiò jw /ovo il sistema in
atto da diversi anni, con eccellenti risultati, presso le principali
industrie siderurgiche e particolarmente presso la ‘“Armco Steel
Corporation”. Tale sistema fu poi applicato, con gli opportuni
adattamenti, allo Stabilimento “Sinigaglia”.

Il punto di partenza è l’analisi e la conseguente valutazione
Obiettiva — cioè libera da ogni schema preconcetto — del lavoro,
Ognuno dei tanti lavori che si svolgono nello Stabilimento viene
analizzato, vale. a dire osservato, studiato minuziosamente e, per
così dire, pesato in ogni suo aspetto peculiare. Il tecnico incaricato
deve stabilire quali requisiti intellettuali e quale abilità manuale
occorrano ad un operaio per svolgere quel determinato lavoro,
quali rischi, fatiche, responsabilità egli debba affrontare; e così via.
A seconda della maggiore o minore abilità richiesta, dei maggiori
o minori rischi, responsabilità, disagi, ecc., quel lavoro sarà va-
lutato più o meno, “peserà” più o meno rispetto agli altri. Al
variare delle valutazioni, al diverso “peso” relativo, corrispon-
derà un diverso salario.

Naturalmente questa valutazione non può esser fatta a lume
di naso, con criteri empirici e mutevoli. Per pesare occorre una
bilancia precisa ed eguale per tutti. La bilancia, in questo caso,



la valutazione del lavoro tende a dare all'uomo quel senso di
dignità e importanza che la macchina ha in certo modo offuscato

è il cosiddetto “manuale di valutazione”, il quale fissa tassativa-
mente ed in base alla prassi trentennale americana quali sono gli
elementi che devono essere pesati e come bisogna pesarli,

Ciò che finora si è detto riguarda gli operai. Per gli impiegati
il sistema attualmente in corso di applicazione è sostanzialmente
identico; muta soltanto la tabella dei fattori, che sono adeguati
ai differenti compiti di lavoro. Per quanto concerne questo set-
tore si è ancora nella fase di messa a punto: ritorneremo sull’ar-
gomento non appena si sia giunti ad una migliore definizione dei
criteri di applicazione.

L'analisi e la valutazione dei singoli lavori — eseguite da tec-
nici specializzati a mezzo di osservazione diretta, di interviste
con operai e impiegati e con i capi reparto — vengono natural-
mente controllate e approvate daî capi responsabili dei vari ser-
vizi e passano infine al vaglio della direzione.

La assoluta ubiettività: questa è la meta suprema che la valu-
tazione si propone. Non devono infatti avere alcun peso nè le
soggettive impressioni e simpatie del tecnico esaminante, nè le
qualità personali dell'operaio il quale, al momento in cui si com-
pie l'esame, si trova a svolgere quel determinato lavoro, Esame
e valutazione riguardano infatti esclusivamente / lavore è non i/
lavoratore (per la determinazione dei meriti personali, del rendi-
mento individuale, delle qualità, insomma, legate al singolo ope-
raio 0 impiegato esiste un sistema di valutazione e di compenso
del tutto a sè stante e assolutamente diverso e indipendente da
questo).

Così, e soltanto così, è possibile analizzare e valutare il lavoro
in modo, per così dire, tecnico, con’ un procedimento che ri-
corda molto da vicino quello dell'analisi chimica, E così si ottie-
ne, nei limiti delle umane possibilità, il risultato che il sistema si
prefigge: valutare e compensare il lavoro secondo giustizia.

Perchè alla base di tutto il complesso procedimento valutativo
che abbiamo tentato di descrivere e chiarire Sta, appunto, quest'uni-
ca preoccupazione: la giustizia, Eliminare gli schemi prefabbricati,
le grossolane e spesso ingiuste classificazioni Oggi in uso, le con-
venzioni più © meno comode e più o meno bugiarde, e arrivare
direttamente alla valutazione del lavoro per quel che realmente è,
per quel che costa di sudore, di sacrificio, di studio, di responsa-
bilità, per quanto impegna cervello, muscoli, cuore, esperienza c
vitalità; per ciò che nale, dunque, secondo la sola scala che real-
mente conti: quella del valore umano.

Avviarci così a togliere a salari e stipendi il carattere di prezzo
pagato per una merce, il lavoro, che merce non è ma libera estrin-
secazione della personalità umana.

Questo è tutto, Ma, se pensate che anche a causa di ciò l'azien-
da ha rivelato, alla prova dei fatti, una forza vitale insperata c
senza precedenti, se pensate che da molte parti d'Europa vengono
oggi alla Cornigliano commissioni di tecnici per studiare codesto
nostro metodo e per applicarlo poi nei loro paesi, vi accorgerete
che anche se su questa via altre tappe ci restano da percorrere,

questo non è poco, Ciò che conta è trovarsi sulla strada giusta.

db



La Siac





Benvenuto “al treno quarto”

È entrato in funzione allo stabili-
mento della “S.I,A.C.” (Società Italia-
na Acciaierie Cornigliano) il nuovo la-
minatoio per lamiere grosse. Nel mondo
dell'industria l'annuncio della realizza-
zione di questo impianto è stato accolto
con grande soddisfazione. Si tratta, co-
me è noto, del maggior laminatoio esi-
stente in Italia per larghezza di “ta-

vola” (3.750 millimetri) e di uno dei
tre 0 quattro più grandi e modernì che
attualmente esistano in Europa. Potrà
produrre fino a 20.000 tonnellate al
mese di lamiere larghe fino a metri 3,60,
lunghe fino a 25 metri con spessore da
8 a 120 millimetri, adatte per costru»
zioni navali, per grandi serbatoi, tuba-
zioni saldate ece,

La “Cornigliano” saluta con partico-
lare calore questo grande avvenimen-
to siderurgico. Il motivo di compiaci-
mento è duplice: perchè il nuovo pri
mato industriale è stato raggiunto da
un complesso legato al nostro nel qua-
dro della *“Finsider” e perchè è stato
realizzato a Genova,

Ma vi è anche un altro motivo per il
quale ci rallegriamo con la S.LA.C.. un
motivo di carattere — vorremmo «ire
— affettivo, perchè legato al ricordo di
un passato recente e che, tuttavia, ci
appare ì remoto, quando la
‘Cornigliano’ non esisteva ancorà e la
zona sulla quale sorge oggi la * capitale
dell'acciaio” era della S.I.A.C.. che
vi aveva costruito gli impianti di un
grande stabilimento siderurgico a ciclo
integrale per la produzione di sbozzati
d'acciaio destinati poi a divenire, in
altre industrie, prodotti finiti,

così



o
B

Non occorrerà qui narrare ancora
una volta le sfortunate vicende di quel-
lo stabilimento che, nel 1943, quando
gli altiforni stavano per essere accesi,
venne smantellato e i suoi preziosi im-
pianti asportati. Nulla è più triste e
dà il della desolazione di uno
stabilimento distrutto ed abbandonato.
Possiamo ben comprendere quale fosse
lo stato d'animo di quel centinaio fra
tecnici, impiegati ed operai della “S.I,
A.C.” che rimasero a tentare una “dife-
sa patrimoniale” del poco che non era
stato portato via.

senso

Otto anni più tardi e precisamente il
9 ottobre 1951, con un atto di apporto
che perfezionava quanto deliberato da
una precedente assemblea straordinaria
degli azionisti dalla S.I.A.C., nasceva

ufficialmente la “Cornigliano S.p.A,".

Come si vede, sono più d'uno i mo-
tivi che legano la S.L. A.C. al nostro
complesso. In totale 400 circa sono gli
operai della S.I, A.C. passati alla Cor-
nigliano, settantasette gli impiegati. Nu-
merosi sono anche i dirigenti, e tra essi
il nostro vice presidente, il direttore
generale, il direttore e il vice direttore
dello Stabilimento.

Noi ci rallegriamo dunque in modo
particolare di questa grande realizza-
zione della nostra consorella, che le ha
permesso di raggiungere uno stabile
equilibrio aziendale.

Creato in soli 18 mesi di lavoro. il
laminatoio “3750” appare oggi. a chi
visita il settore dello stabilimento in cui
sorge, sotto 33.000 metri quadrati di
tettoie, non meno suggestivo, per gran-
diosità e potenza, delle più spettacolari
macchine della “Cornigliano”

L'uscita dei lingotti (che possono pe-
sare sino a 30 tonnellate) dai forni a
pozzo di riscaldo, la loro traslazione me-
diante gru a pinza fino alla *sedia re-
vescialingotti”, da dove poi sono con-



vogliati alle gabbie laminatrici, lo squa-
dramento del lingotto nella gabbia ver
ticale e, finalmente, i vari passaggi tra
i mastodontici rulli della gabbia oriz-
zontale reversibile, alta 13 metri e del
peso complessivo di 700 tonnellate, col-
piscono anche chi ha visto al lavoro i
laminatoi continui a caldo e a freddo
del nostro stabilimento. Una delle ca-
ratteristiche fondamentali della gab-
bia orizzontale è data dall'autonomia di
ogni cilindro di lavoro, che è mosso da
un proprio motore reversibile a velocità
variabile.

Si tratta del cosiddetto sistema “twin
-drive” applicato qui per la prima volta
in Italia. I comandi di tutte le numerose
e complesse operazioni di laminazione
vengono eseguiti elettricamente a di-
stanza da un palco, dotato di aria con-
dizionata, nel quale operano solo tre
manovratori.



—_ — +

rn TL, se NOE
De * edili ei

Il ciclo di lavorazione si conclude con
il rifinimento e l'eventuale ricottura in
un forno adatto a ricevere lamiere fino
a 18 metri di lunghezza.

Ben 700 sono i motori elettrici del-
l'impianto, per una potenza complessi-
va di 28,000 HP, pari a quella di un
grande transatlantico.

L'importanza del nuovo laminatoio
della S.I,A.C. risiede principalmente
nella possibilità che esso offre di ovviare
alla “fame di lamiere” sentita in Italia
come in tutto il mondo, specie in conse-
guenza del grande sviluppo assunto dal-
le costruzioni navali.

Il laminatoio, poi, data la grande au-
tomazione © i perfezionamenti tecnici,
permette minori costi di produzione,
consentendo di praticare prezzi interna-
zionali, fattore questo essenziale, specie
se si pensi che nel 1958 tutte le prote»
zioni doganali sui prodotti siderurgici,



come stabilito dal trattato della C.E.
C.A., verranno abolite per il mercato
italiano. A questo va aggiunto che il
laminatoio “3750” offre alle costruzioni
navalmeccaniche lamiere più larghe di
quelle che la produzione italiana pote-
va mettere a disposizione fino ad oggi.
Si renderà così possibile un accelera-
mento dei tempi di costruzione delle
navi, in conseguenza del diminuito mo-
vimento dei pezzi grezzi, del minor nu-
mero di tagli, di saldature o chiodature
necessario, Anche tutto questo si tra-
durrà in una diminuzione di costo.

In conclusione, con la realizzazione
del laminatoio 3750”, l'industria side-
rurgica italiana ha fatto un altro impor-
tante passo sulla via di quella specializ-
zazione produttiva che rappresenta uno
dei punti chiave del piano di organiz»
zazione delle aziende Finsider.

Nella pagina accanto : il lingotto proveniente
dal forno a pozzo viene de-

posto «ul carrello ribaltatore.

in alte o sinistra?

la gabbia orizzontale del tipo
« quarto ».

in alto è destra: il fingotto ha già acquistato
la forma di lamiera » Queste
possono raggiungere una lar

grhexza superiore a mm, 3500,
in basso a simistra

la spianatrice,

in basso a destra: il piano di raffreddamento.





tra il gruista e il capostiva l'accordo deve essere perfetto, Spesso bisogna intendersi senza bisogno di

gesfi



Dal molo il “via” alla nostra produzione



Con questo panorama del molo * Nino Ronco"

in dettagli il nostro stabilimento, seguendo il

imziamo una serie di articoli destinati ad illustrare
processo logico del

ciche di lavorazione, Ad «ssì

seguiranno mei prossimi mumeri altri articoli su la cokeria, l'acciaieria, ln laminazione a caldo, ecc,

Prendete una qualsiasi delle varie
“planimetrie generali” del nostro stabili-
mento e cercate il molo Nino Ronco.
Qualunque sia la pianta che consulterete,
noterete che il numero 1 di richiamo per
le solite didascalie illustrative dei vari
reparti è riservato al molo. Qui, infatti,
al pontile della discarica, si può dire che,
non soltanto materialmente, “cominci” la
“Cornigliano”, dove arrivano dal mare
le materie prime destinate a trasformarsi
in acciaio,

È dunque logico che, volendo illustrare
il nostro complesso settore per settore,
come ci siamo proposti di fare, e di ogni
settore guardare più da presso il funzio»

namento, e interrogare gli uomini che vi
lavorano, si cominci dal molo Nino Ronco.

Qualcuno potrà chiedersi se sia pos-
sibile soffermarsi a parlare di questa
stretta fascia di cemento che si allunga
verso il mare aperto, tra la foce del Pal-
cerera e calata Derna, all'estremo lembo
a ponente del porto di Genova, dicendo
cose concrete e non chiacchiere. Se vi
siano insomma motivi sufficienti di in-
teresse per giustificare un articolo dedicato
esclusivamente alla discarica della *Cor-
nigliano”.,

I motivi ci sono, @ basterà pensare
che su questo molo la ‘capitale dell’ac-
ciaio” ha il porto privato.

suo con

una piccola storia, un’organizza-
zione, un personale, un lavoro e, vor-
remmo dire, l'atmosfera che si ritrova
in ogni porto.

La storia o, meglio, la preistoria” del
molo Nino Ronco comincia, come quella
della * Cornigliano”, nel 1938, quando fu
iniziata la costruzione degli impianti di
sbarco delle materie prime per quello che
avrebbe dovuto essere il nuovo grande
stabilimento siderurgico a cielo integrale
della SI AC.

Nel 1943 l'attrezzatura di scarico era
pronta a funzionare, con le stesse quat-
tro gru a cabina traslabile di oggi, ognuna
delle quali dotata di n. 6 movimenti di-

sua

stinti comandati da due leve a mano
nonchè da due volantini: abbassamento
e sollevamento “sbraccio” di corsa cabina
per consentire il passaggio dell’alberatura
delle navi, traslazione della cabina avanti
e indietro, chiusura ed apertura della
benna, abbassamento e sollevamento della
benna, brandeggio dello ‘“*sbraccio” per
lo spostamento orizzontale della benna
(270 per lato), traslazione completa del
ponte lungo il molo.

L'impianto venne anche collaudato, ma,
come tutta la parte del complesso siderur-
gico già costruita, non fece in tempo ad
entrare în attività, L’incastellatura delle
gru non venne smontata ed asportata come
il resto, ma rimase abbandonata e deserta,
tra le insidie dei campi minati, Nel-
l'enorme piedestallo di cemento armato,
lungo oltre 123 metri, che fa da base
alle gru, î pochi tecnici ed operai rimasti
a lavorare tra quanto era sfuggito alla
depredazione, trovarono un rifugio durante
i numerosi bombardamenti. Alla fine della
guerra, il molo Nino Ronco era in condi»
zioni pietose. Venne riattivata allora sol-
tanto la piccola gru * Ansaldo” da 5 tonn.,
anch'essa su rotaie, che oggi serve per
lavori ausiliari, Se ne servirono per l’ope-
ra di demoliziong di alcune navi affondate
nelle acque della calata Derna e per rice-
vere dal mare carichi di rottami per con-
to della SIAC.

Per vedere in funzione gli impianti di
sbarco al completo, bisogna arrivare al-
l'epoca in cui entrò in attività il primo
nucleo della **Cornigliano” La prima
nave che attraccò al molo Nino Ronco
con un carico destinato al nostro stabili-
mento fu la *Palmaiola”, un ‘cargo
dell'ILVA giunto dall'Isola d'Elba con
2.306 tonnellate di minerale di ferro. Le
quattro benne, capaci di scaricare com-
plessivamente 800 tonnellate all'ora di
minerale, affondarono avidamente le man-
dibole nei boccaporti della nave e le ri-
tirarono colme di 5 tonnellate ciascuna
di materia prima. Nessun rumore fu più
lieto di quello assordante del minerale che
precipitava nei sili di raccolta. Era il
13 luglio 1952.

Poco meno di un mese prima, il 21
giugno, un decreto del Ministero della
Marina Mercantile aveva disposto l'auto»
nomia funzionale del molo Nino Ronco.
Fra infatti necessario che nell’ambito
del molo, per quel complesso di esi-
genze tecniche e organizzative connesse
con il ciclo di lavorazione, fosse consentita
allo stabilimento la facoltà di servirsi,
a bordo delle navi e a terra, di personale
proprio in tutte le operazioni previste
dall'art. 108 del codice di navigazione,
è specialmente per quelle di carico è
scarico, Il C.A.P. si riservò di far se-
guire le operazioni di ormeggio e disor-
meggio di ogni nave da un sottufficiale
di collegamento, che è nella fattispecie
il nostromo La Rosa, addetto (stabilmente)



al molo Nino Ronco e divenuto ormai uno
dei suoi personaggi.

I “portuali” della ** Cornigliano” sono
poco meno di un centinaio tra operai
e impiegati, sotto la direzione del coman-
dante Carlo Forni, (un ex sommergibi-
lista) che ha il suo ufficio nella palazzina
alla radice del molo, Alla discarica sono
occupati precisamente, suddivisi nei tre
turni della giornata, 3 capiturno e 3
vice capiturno, 45 manovali, 9 capistiva,
14 gruisti, 5 attrezzisti e 3 bocchettisti.
Di solito, per ogni turno, lavorano 27
uomini. Ad essi va aggiunto l'assistente
Walter Sabatosanti, uno dei ‘vecchi
della “Cornigliano” per il quale ogni
ora è buona per esser sulla banchina
quando, docile al guinzaglio dei rimor-
chiatori, arriva una nave per lo scarico,
È lui che, coadiuvato dai capiturno Ca-
purro e Parodi, altri due + anziani”, del
periodo * eroico” dello stabilimento, salta
a bordo per primo subito dopo l'ormeggio,
per distribuire il lavoro dei manovali, per
dirigere e sollecitare le varie manovre,
per far in modo che i boccaporti vadano
bene a piombo sotto le benne, per accer-
tarsi che il lavoro sia svolto con l’osser-
vanza delle prescritte norme di sicurezza.

Mentre ha inizio lo scarico, il coman-
dante Forni sale al ponte di comando
per la visita d'obbligo al capitano e per
la discussione e soluzione di tutta quella
serie di problemi piccoli e grossi che ac-
compagnano invariabilmente l’arrivo di
una nave in un porto. Non è raro che i
due comandanti, quello di mare e quello
di terra, si riconoscano per vecchi compa-
gni d’armi, non più rivistisi da molti anni.

Poi sale sulla nave limpiegato Carlo
Prato, per compilare il “rapporto di
sbarco”, Prato può esser considerato ** lo
storico” del molo Nino Ronco. Ha visto
arrivare, nel 1952, la *Palmaiola”, e vi
può dire in un batter d'occhio, consultan-
do i documenti conservati in una cartella
verde, da dove veniva la nave. stazza,
pescaggio, peso del carico e qualità, ora
di attracco, d'inizio e fine dello scarico
del minerale e del deflusso dai sili, quanti
carri “talbots* ne furono riempiti e il
peso di ciascuna vagonata. Può fare di
più: può dirvi, sempre attingendo alla
sua cartella, com'era distribuito il carico
sulla ‘*Palmaiola” in quel suo viaggio
“inaugurale”, e mostrarvi la disposizio-
ne del minerale ammucchiato in ogni
stiva. Sa ancora le caratteristiche e la
disposizione dei boccaporti, i termini del
contratto di noleggio, se la nave subì
danni durante il viaggio, quante volte è
quando tornò negli anni successivi al molo
Nino Ronco, quanta acqua dolce le venne
fornita prima che ripartisse,

Tutte queste cose Prato può dirvele di
ognuna delle oltre mille navi che dal 1952
ad oggi sono giunte alla discarica, consul-
tando le sue cartelle, disposte in bell’ordine
nell'archivio, una per ogni nave arrivata.

11

La millesima cartella Prato Uha riem-
pita il 20 dicembre 1956, con V'arrivo della
“Luisita Croce” dal porto brasiliano di
Victoria con 7,942 tonn, di minerale.

C'è naturalmente una ragione pratica
di tanta precisione nella raccolta dei dati
relativi alle navi. A parte il controllo
dei carichi, la conoscenza esatta della
loro distribuzione e delle caratteristiche
delle navi in arrivo consente di conoscere
con anticipo l'andamento della discarica.
In altre parole, di sbrigare il lavoro,
quando la nave si presenta al molo con
i suoi boccaporti spalancati, nel modo
più rapido ed efficace.

La velocità di svuotamento di una nave
dipende anche dalla sistemazione dei boc-
caporti, dalle caratteristiche delle stive
e del carico, oltrechè, naturalmente, dalla
potenza dei mezzi di scarico. Con le
quattro gru a benna del molo, che hanno
una portata di 10 tonnellate ciascuna e
possono “mangiarsi” ad ogni aprir di
ganasce, come abbiamo detto, fino a 5
tonnellate di minerale, una nave “diffi-
cile” si scarica in quarantott'ore, ed è
già un buon risultato. Ma una nave di
agevole discarica, come ad esempio la
“Oscar Sinigaglia”, si può vuotare fino
all'ultimo granello di 15.000 tonnellate
di carbone in 19 ore e mezza cronometrate,

Per rendere più facile il lavoro delle
henne, nell'interno delle stive vengono
messi in azione i cosiddetti “mezzi di ti-
raggio” che frugano Pag negli angoli più
riposti ammucchiando il materiale sotto
i boccaporti, a portata delle gru. Si tratta
di pale meccaniche che spostano due ton-
nellate di minerale ad ogni “cucchiaiata”
e di “pavyloaders”, adatti per rimuovere
il carbone una tonnellata per volta.

Ma a questo punto sarà bene inerpi-
carsi fino al *carrello’ di una gru,
lassù tra i tralicci d'acciaio, nella cabina
dalla quale ognuno dei quattro gruisti
di turno, con pochi gesti precisi, dirige i
movimenti quasi umani della sua benna.

Dev'essere un mestiere di soddisfazione,
quello del gruista. Aldo Gherone, di 30
anni, sposato con un figlio — ad esem-
pio — se ne dimostra entusiasta. Entrato
alla * Cornigliano” nel 1953 come mano-
vale di stiva. sostenne due anni fa un
esame è fu passato alle gru. *Col lavoro
a terra non riuscivo a ingranare, a livello
del mare non mi ritrovavo. Ora invece
— dice — quando salgo qui sopra, e
comincio a manovrare la benna, mi sento
un altro”, Nei primi tempi, la tenstone
nervosa era forte, perchè dirigere con due
leve, una per mano, la gru e la benna,
il braccio, il carrello e il ponte, nei loro
sei movimenti diversi, non è faccenda
da poco. A non saperci fare, basta sha-
gliare un gesto e la mostruosa bocca d’ac-
ciaio può chiudersi sul corpo del capo-
stiva che, trentacinque metri più sotto,
in piedi sul minerale stivato, guida la
manovra affidandosi alla perizia del grui-





sta. Ma presto Gherone ci ha fatto la
mano, anche perchè il lavoro lo appassio-
na, ed ora. come i suoi colleghi, sarebbe
capace di raccogliere delicatamente tra le
labbra della sua benna una cicca gettata

sulla tolda da un marinaio,
meno schiacciarla...

Tra il gruista e il capostiva l'accordo
deve essere perfetto. L importanza dei rap-
porti tra operato e operaio, del loro affia-
tamento, trova qui una ennesima, singo-
lare conferma. Gherone lavora quasi sem
pre in coppia con il capostiva Santo
Bottino, Dalla cabina della gru, sospesa
tra cielo e terra, con tutto il panorama
del porto e la distesa del mare a perdita
d'occhio, Bottino gli appare piccolissimo,
dentro la stiva, laggiù in fondo: il
suo casco protettivo non è più grande
della capocchia di un cerino. Eppure
Gherone e Bottino si intendono quasi
senza bisogno di gesti, e come loro, tutti
gli altri, gruisti e capistiva, manovali,
bocchettisti.

Dall'alto delle gru si può veder bene
anche la tremenda falla aperta nella diga
foranea dalla mareggiata del 19 febbraio
1955. Quando la diga cedette, il pontile
del molo Nino Ronco fu investito in
pieno dalle enormi ondate del mare aperto.
La darsena petroli, che sorgeva alla testa-
ta del molo stesso, fu spazzata via, e an-
che gli impianti di sbarco subirono qualche
danno, mentre si verificarono scalzamenti
esterni ed interni alla banchina. L'afflus-
so per mare delle materie prime alla

TEL nrmglmno subì un arresto improv viso,
perchè le navi non osavano più attraccare
al molo. Era come ormeggiarsi ad uno
scoglio in mare aperto, col pericolo, se
appena le acque erano mosse, di urtare
contro il fianco del pontile. Ma non ci
si perse d'animo. Entro breve tempo si
ripararono i danni, e già il 25 febbraio,
ad una sola settimana dalla mareggiata.
una piccola nave, il *Pantalino”, at-
traccava al molo Nino Ronco, tra i relitti
ancora galleggianti, con 1.287 tonn. di

senza nem»

minerale nazionale. Ci vollero otto ore
per scaricarla, e non fu impresa facile.
Lo “storico” Prato annotò nella sua car-
tella: « discarica difficoltosa per risacca
accentuata che provoca ampi movimenti
alla nave ». Infatti il **Pantalino” andò
ad urtare contro il pontile, ma i danni,
per fortuna, furono minimi. La sera
dello stesso giorno si scaricò anche una
chiatta con altro minerale. Tra molte dif-

ficoltà, riprendeva l'afflusso delle materie

prime alla **Cornigliano”,

Ci volle qualche tempo perchè gli sbar-
chi tornassero alla normalità, ma con varî
espedienti si riuscì ad ottenere una mag-
giore sicurezza per le navi. Fu così che,
al rallentamento dovuto alla mareggiata,
seguì un periodo di lavoro eccezionale,
durante il quale furono superati tutti i
precedenti primati di velocità nella disca-
rica.

Sempre per migliorare le condizioni

1952 1953 1954

carbone 60.164 239.795 323.157

127,989

minerale di a

ferro nazionale 6.204 = 48514

minerale di Si
ferro estero

totale 597.900

112.625 454,147

nuovo primato: 1451400 lonn, di mate-
rie prime scaricate al molo Nino Ronco

di sbarco, si decise di costituire uno sbar-
ramento protettivo verso sud contro le
ondate, lungo 250 metri, affondando su
uno scanno subacqueo di pietrame le
carcasse dî due grosse navi cisterna già
destinate alla demolizione, da recuperare
dopo la ricostruzione della diga, già ar-
rivata a buon punto. La prima nave,
la “Brezza”, venne affondata il 1° otto-
bre 1955, Valtra, “Alba”, il 16 feb-
braio 1956. In tal modo fu consentito l’ac-
costo al molo delle navi anche con mare
moderatamente mosso.

Sotto le gru, si aprono quattro sili,
serviti da tre binari ferroviari, in cui
precipita la materia prima, Quando un
silo è pieno, il bocchettista apre la boc-
chetta sul fondo e riempie uno dei grandi
carri automotori “talbot'", pronto sul bi-
nario corrispondente. Il carro, dopo la
pesatura, si avvia ai depositi o ai forni.
Il minerale di ferro viene portato ai
frantoi che lo riducono alla giusta pezza-
tura destinata agli altiforni; il carbone
fossile, su un sistema di nastri trasporta-
tori va anch'esso al frantumatoio e poi
alla cokeria per essere trasformato in coke
metallurgico adatto per la carica degli
alti forni.

Attualmente, al molo Nino Ronco ar-
rivano solo minerale di ferro e carbone.
Il rottame di ferro per i forni Martin
viene infatti scaricato in porto, mentre
il calcare per gli altiforni, che un tempo
arrivava dal mare, proveniente dalla ca-

va di Monte Rombolo (Piombino), oggi
giunge con autocarri dalla zona delle
“arene candide” di Finale Marina.

Come ogni porto che si rispetti, anche
quello della “Cornigliano” ha le sue
statistiche di ‘movimento merci". Ecco
qui di seguito. suddiviso per anni e per
tipo di materia prima, il grafico degli ar-
rivi, espressi in tonnellate:

1955 1956 tot, generale
477.076 548,361 1.648.553









204,581 169,087 556,455
454.944 388.987 1.202.700
1.136.601 1.106,435 3.407.708

Anche da questa statistica appare evi-
dente il costante e sensibilissimo aumento
delle richieste di materie prime, per sod-
disfare una produzione in rapido in-
cremento, La diminuzione degli arrivi di
minerale nel 1956 è dovuta a temporanee
difficoltà di approvvigionamento, conse-
guenti alla crisi di Suez.

Record mensili

produzioni "ss
coke tonn. (BR266
ghisa » [50720
acciaio » (88.226*
laminati a caldo » 70,129
laminati a freddo » REO

materie prime scaricate
al molo Nino Ronco :

tonn. 143.100"

* nuovo record assaluto,

Un altro dato interessante è rappre»
sentato dal raffronto tra il numero delle
navi arrivate e il loro tonnellaggio com-
plessivo. Nel 1955 arrivarono alla disca-
rica 332 navi con complessive 1.187.857
tonnellate di materie prime. Nel 1956 le
navi arrivate sono state soltanto 215 ma
con carichi per 1,106.435 tonnellate. An-
che l'andamento del traffico al molo della
“Cornigliano” non sfugge dunque alla
tendenza generale all'aumento del ton-
nellaggio delle navi impiegate.

Ma un panorama esauriente del **mo-
vimento” al molo Nino Ronco non può
ignorare le cosiddette “correnti di traf-
fico”, ossia le provenienze delle materie
prime. L°85-90%, del carbone impiegato
dalla *Cornigliano” proviene dal clas-
sico scalo statunitense di Hanpton Roads.
II resto è carbone della Ruhr, che arriva

nm sinistra :

con le 4 gru a benna del
nostro molo cecorrono me-
no di 20 ore per scaricare
15.000 tonn. di carbone
da una nave come la
Oscar Sinigaglia ”

o destra:

dalla cabina di una gru.

da Rotterdam, Anversa, Emden o Brema.

Il minerale di ferro nazionale, se si
esclude qualche carico proveniente dalla
Sardegna, giunge dall'Elba, dove è im-
barcato ai pontili della * Ferromin”, il
gruppo minerario facente capo alla * Fin-
sider”. Per quanto riguarda invece il
minerale estero (al quale nel 1956 la

febbraio precedenti punte
1957 massime mensili
30,907 35668 dic. 1956
47.710 51.090 ot. 1956
76.040 25072 die. 1956
57.764 60077 die. 1956
17.940 21.068 nov. 1956
131.134 MI0295 ago. 1956

“Cornigliano” ha attinto per il 47%, circa
del suo fabbisogno di tale materia prima)
le provenienze sono diverse a seconda del-
l’impiego cui esso è destinato. Per gli
altiforni si impiegano le ematiti prove-
nienti dalle miniere indiane di Goa e
imbarcate a Mormugao, e da quelle vene-
suelane (Puerto Ordaz). Per Vacciaieria
il minerale estero arriva dal Brasile
(Victoria), che ne fornisce attualmente
alla “Cornigliano” 50.000 tonnellate al-
l'anno in media, e dall'Fast Coast indiana
(Madras, Masulipatam, Visagapatam).
Sono questi tra i minerali con più alto
titolo di ferro (68-69%, il brasiliano,
66-67%, VEast Coast Indiano).

Per l'acciaieria arriva anche qualche
buon carico dal Cile e dalla Liberia, dove
pure si estraggono minerali ricchi di ferro.

L'esperienza infatti non soltanto della

“Cornigliano” ma anche dei principali
e più moderni produttori esteri consiglia
di acquistare minerale ricco in modo da
ridurre al minimo il consumo dei com-
bustibili,

La nostra visita al molo Nino Ronco
è così terminata. În altri articoli ci inol-
treremo nel cuore del nostro stabilimento.



il lavoro del gruista richiede perizia e attenzione

seguendo la via percorsa da quei 3 mi-
lioni e mezzo di tonnellate di materie
prime giunte in questi primi cinque anni
di attività al molo Nino Ronco.

Un complesso come la “Cornigliano”
è simile a una città, nella quale ad ogni
passo ci si può imbattere în cose note e
in cose sorprendenti, e trovare argomenti
per tante osservazioni singolari quanti so-
no i suoi abitanti. Ma, certamente, alla
fine di ogni visita, potremo concludere
come dopo questa al molo Nino Ronco —
che in ogni settore 0 reparto di una fab-
brica, pur dietro le più grandiose e stu-
pefacenti macchine che si possano imma-
ginare, è sempre l'uomo, con la sua ini-
ziativa, il suo spirito di colleganza è soli-
darietà con i compagni, a dare un signi-
ficato al lavoro che compie, a farne qual-
cosa che sia degno di essere raccontato.







14

graduatoria dei 10 principali produttori mondiali d'acciaio nel 1956

auBsuBRERERERERIUFBERERA

in milioni di tonnellate





Visite dei familiari allo Stabilimento



Si comunica a tltto il personale che, a partire dal giorno 11
marzo c. a., riprenderanno le visite allo Stabilimento dei fami-
liari del dipendente che ne farà richiesta.

Le visite per gli operai e impiegati dello stabilimento avranno
luogo il giorno rm di ogni mese,

Allo scopo di venire incontro all'interesse specifico dei fami-
liari (per il lavoro svolto abitualmente dal loro congiunto), si è
pensato di programmare preventivamente le visite allo Stabili-
mento, segnalando già fin d’ora quei reparti che di mese in mese
verranno illustrati con particolare attenzione:

ir marzo — Acciaieria

11 aprile — Laminatoio a caldo
11 maggio — Laminatoio a freddo
i1 giugno — Centrale Termica

11 luglio — Cokeria

11 agosto — Altiforni

Il personale ammesso alla visita non potrà superare il numero
di 40, tra familiari e dipendenti che si trovino in ferie, riposo
compensativo 0 fuori orario di lavoro. Qualora le richieste
cocedessero il numero massimo consentito, si terrà conto,
nelle precedenze, dell'ordine di presentazione delle domande
stesse.

Si raccomanda l'osservanza delle seguenti norme:

1. Ritirare apposito modulo presso le singole Portinerie, com-
pilarlo e restituirlo alla Portineria stessa che provvederà a
farne inoltro all'Ufficio REU.

2. Ogni bambino dovrà essere accompagnato da un congiunto.

3. 1 visitatori dovranno trovarsi alle 14,00 precise nell’atrio di
Palazzo Bombrini (ingresso da Via L. Muratori).

I nominativi del personale ammesso alla visita, verranno &
sposti di volta in volta nelle varie portinerie.

Per quanto riguarda invece gli impiegati della Sede e de-
gli uffici staccati le visite avranno luogo il primo sabato di
ogni mese a partire dal mese di aprile.

Si prega la massima puntualità per quanto riguarda la
presentazione a Palazzo Bombrini, e si richiama l’attenzione

degli interessati sullo spostamento d’orario (dalle ore 14,30
alle 15) dato l'approssimarsi della stagione calda.

Alloggi INA-CASA

Si porta a conoscenza del personale dipendente che da parte
della gestione INA-CASA sono stati approvati i progetti dei
primi due caseggiati dei sei da costruirsi dalla Società in appli-
cazione dell'art. 11 della legge 1148 del 26 novembre 1955.

Poichè i detti progetti avevano già precedentemente ottenuta
l'approvazione dei competenti organi comunali, i relativi lavori
sono stati ormai appaltati e si prevede conseguentemente che,
entro la fine di marzo l'impresa appaltatrice darà inizio ai lavori,

Trattasi di un primo complesso di n. 44 alloggi per comples-
sivi n. 219,5 vani e più precisamente:

n. 32 appartamenti da vani n. 5
n, 7 appartamenti da vani n. 6
n. 5 appartamenti da vani n. 3,5

Tali appartamenti verranno ‘assegnati con patto di futura
vendita ai dipendenti della Società, oppure in locazione in confor-
mità alle norme che regolano la gestione INA-CASA.

Si porta a conoscenza del personale che a suo tempo si è pre-
notato per assegnazione alloggio INA-CASA, secondo il bando
aziendale emesso in applicazione dell’art. 8 della legge 26-11-1955,
che il Consiglio di Amministrazione della Società, in data 30
gennaio 1957, ha deliberato di procedere all'acquisto del terreno
di Calcinara, a suo tempo prescelto dalla maggioranza dei pre-
notatarì, per le costruzioni di alloggi con promessa di vendita.

I singoli prenotatari saranno tenuti al corrente dello svolgi
mento delle pratiche connesse alle costruzioni in oggetto.



Prenotazione alloggi

In relazione ai programmi allo studio 0 in corso per la realiz-
zazione di case per i dipendenti, al servizio competente occorre
conoscere le necessità del personale.

Pertanto nel più breve tempo possibile gli interessati dovran-
no segnalare le loro necessità all'Ufficio RAS per il personale in
forza alla Sede, all'Ufficio REU per il personale dello Stabilimento.

Le segnalazioni dovranno essere motivate e documentate con
particolare riferimento ai casi di assoluta necessità ed urgenza.

Il premio Cornigliano



Tra i vari prodotti che si sono andati
affermando nel mondo in questi ultimi anni,
il lamierino smaltato con le sue svariatissime
applicazioni nella architettura e nell’edili-
zia è senza dubbio uno di quelli che ha
bruciato fe tappe nel modo più vertiginoso.

Negli ultimi quindici anni la produzione
di smaltati negli Stati Uniti è aumentata
esattamente di venti volte per fatturato eil
nuovo prodotto continua ad affermarsi an-
no per anno con crescente rapidità.

AI fine di promuovere anche in Italia la
applicazione del lamierino smaltato nell’ar-
chitettura e nell'edilizia, la nostra società
ha voluto bandire il « Premio Cornigliano »
dotato di premi per 2 milioni è mezzo di
lire, aperto ad architetti, ingegneri, disegna-
tori industriali, tecnici ed artisti residenti in
Italia,

I concorrenti dovranno presentare uno 0
più progetti di esterni per negozi, esercizi
pubblici, stazioni di servizio, ecc. da rea-
lizzare mediante l'applicazione di pannelli
di lamierino d'acciaio smaltato su strutture
preesistenti.

Finora la risposta al nostro bando di con-
corso è molto incoraggiante e già numero-
sissime sono le lettere che ci sono perve-
nute da tutta Italia e nelle quali ci vengono
richiesti schiarimenti e precisazioni.

Sempre allo scopo di dare la maggiore
diffusione al nostro premio, il giorno 9g feb-
braio scorso un folto gruppo di architetti
lombardi, appositamente organizzato da Mi-
lano, ha visitato il nostro stabilimento ed
il 25 dello stesso mese una conferenza stam-
pa è stata tenuta a Roma nei locali della
rivista è L'Architettura » per illustrare le fi-
nalità del concorso.

*

Elezioni commissione interna



Nei giorni 21, 22 e 23 gennaio si sono
svolte nel nostro stabilimento le elezioni
per il rinnovo della Commissione Interna.

Il dettaglio dei voti è il seguente:
operai:

Cisl voti 2966 (2782) (*)

Fiom » 712 (703)

Cisnal » 245 (234)

Uil " 116 (120)
impiegati:

Cisl voti 508 (408)

Cisnal è» 44 (75)
Uil " 54 (—)

I 13 seggi sono stati così ripartiti:
Cis! 10, Fiom 2, Cisnal 1.

Risultano eletti: (operai) Del Canto Ri-
naldo, Bellei Mario, Barisone Giuseppe,
Griso Alfredo, Lanza Pietro, Scarsi Gio-
vanni, Turbati Rino, Tosini Luigi, per la
Cisl; Fasciotti Pietro, Casalino Giovanni,
per la Fiom; Viviani Enzo, per la Cisnal;
(impiegati) Lepori Beniamino, Parisi Aldo,
per la Cisl.

(*) / numeri fra parentesi si riferiscono
ai risultati dell'anno precedente.

Dagli
entrerà a far parte della flotta della Sidermar. La moderna unità che stazza 15.800 tonn, sarà adibita

scali

di

Maggiano è scesa in mare il

al trasporto del carbone dagli Stati Uniti per il nostro stabilimento.

3° marzo la nostra motonave “ Orsa Minore "



che

(ivelle foto: due momenti del varo)



oggi il ritmo di produzione della Fiat è sulle 1200 vetture al giorno, una ogni due minuti

na visita

alla Fiat



Questo articolo è il primo in una serie che si propone di esaminare
Îa destinazione dei nostri prodotti e la trasformazione che di essi
viene fatta dalle numerose industrie che impiegano il nostro acciaio.

A Cornigliano c’era il sole, che giocava
con riflessi argentei sui rotoli di lamierino
allineati su un lungo treno merci in par-
tenza per il nord.

A Torino ho trovato la neve, e una leg-
pera coltre di nebbia che dava alla sua ar-
chitettura armoniosa una velatura divisio-
nista.

Ma io non ero venuto qui per fare pas-
seggiate romantiche lungo i viali del Va-
lentino, nè per ammirare le piazze grandi
e regolari, nè per comprare “tumin € sei-

.

ras” a Porta Palazzo.

Io ero venuto qui per seguire le. tracce
di quei rotoli di acciaio che avevo visto in
partenza a Cornigliano, e quelle tracce mi
hanno portato alla FIAT, questa enorme
città nella città, o meglio questa incarna-
zione moderna della città, che si accampa
ovunque, con ben venti stabilimenti, dove
lavorano oltre sessantacinquemila dipen-
denti.

Ho visto così una Torino sconosciuta
{ma non troppo), una Torino inedita (ma
non tanto), una Torino pulsante di lavoro
e di vita, che non è più quella di Guido

Gozzano, nè tanto meno la città dei “bu-
gianen”,

Una città che io ho visto come una gi-
gantesca macchina, dalle mille membra,
dove ci sono uomini, macchinari, cavi, fili,
schede perforate, nastri trasportatori, ma-
vate immense, luci, colori; una macchina
dove entrano i nastrì d’acciaio arrotolati
ed escono eleganti automobili pronte pet
l'uso,

La mia visita è cominciata, necessaria
mente, dagli uffici centrali, posti in due
eleganti e moderni palazzi di Corso Mar
coni, a un tiro di schioppo dalla stazione di
Porta Nuova, dove mi è stata messa a
disposizione, con antica cortesia, una mo-
dernissima documentazione, che parla con
l’eloquenza sintetica delle cifre, di una at-
tività sempre crescente e di un ritmo pro-
duttivo che lascia perplessi.

Nel 1955, ad esempio, sono state costrui-
té 228.714 automobili (duecentoventottomi-
lasettecentoquattordici! pari a scicentoven
tiscei automobili al giorno) oltre a 21. 585
vticoli industriali.

L’esportazione, partita praticamente da
zero nel dopoguerra e giunta appena a
9.000 nel "47, ha raggiunto nel *5< le 71.000
autovetture e i settemila trattori.

Ma al momento attuale escono già 1.200
vetture al giorno, cioè il doppio della pro-
duzione di un anno fa, vale a dire con largo
calcolo una vettura in meno di due minuti.

Dalla sede sono stato accompagnato alla
“Sezione Ferriere”, un impianto poderoso
e vastissimo, che rompe la pianura verso la
Stura con le alte ciminiere e i forni rinca-
gnati.

Si trattà di una acciaieria Martin, una ac-
ciaieria elettrica con 4 forni ad arco, un
laminatoio Blooming, molti altri vari im-
pianti di laminazione a caldo etc., c di un
impianto completo per la laminazione a
freddo.

È davanti a tale impianto, infatti, che 10
ho trovato le lunghe file di vagoni coi no-
stri rotoli di lamiera, con le loro brave
targhette “Cornigliano S.p.A.”, € nell’in-
terno montagne dei nostri rotoli, montagne
continuamente rinnovantesi, quotidiana-
mente, man mano che il laminatoio a fred-
do le inghiotte con voracità inesauribile.

Il processo è noto, e comunque per noi
intuitivo: il nostro acciaio viene acquistato
dalla Fiat laminato a caldo, e subisce poi
il processo di laminazione a freddo. C'è
un impianto di decapaggio continuo, un
laminatoio reversibile a 4 cilindri, da 80
pollici, che ottiene nastri larghi fino a
1.850 mm., quindi un impianto di lavage-
gio, varie batterie di forni di ricottura in
cassa €, infine, un laminatoio per skin-
pass che ottiene un allungamento del na-
stro pari all’un per cento. Poi i rotoli sono
tagliati da una cesoia automatica continua
e ridotti in lamiere ec striscie.

Il reparto lavora 365 giorni all'anno,
con tre turni, ed uno speciale accordo tra
direzione e maestranze lo esclude da scio-



peri, fermate festive e da qualsiasi interru-
zione. Qui vengono decapate 800 tonnellate
di materiale al giorno, e ogni giorno escono,
tagliate in lamiere o striscie, oltre 650
tonnellate. Si capisce che se noi, ad esem-
pio, interrompessimo l’invio dei rotoli il
magazzino di questo impianto che io ho
ammirato per le sue montagne di materiale
si vuoterebbe in pochi giorni. L'economia
nazionale (e non solo nazionale) è ormai
un corpo unico, per cui la circolazione nor
può arrestarsi in un qualunque singolo or-
gano senza compromettere l'equilibrio ge-
nerale,

Le lamiere dunque, lucide nella loro ve-
ste nuova, tagliate in dimensioni varie su
un piano rettangolare, si avviano in pacchi
ordinati e scrupolosamente “identificati”’ al
magazzino, donde usciranno per raggiun-
gere i vari stabilimenti Fiat, a seconda che
siano destinate a diventare un frigorifero,
un trattore, un autocarro © una clegante
vettura. lo le ho seguite, appunto, verso
questa ultima destinazione, e mi sono tro-
vato così di fronte al famoso stabilimento di
Mirafiori, un capolavoro di architettura
industriale e di funzionalità, che abbraccia
una zona di 1.400.000 m?, dei quali 620.000
di arca coperta,

Le officine “ Mirafiori" sono costruite a
piano orizzontale’assoluto (l'esperienza ha
dimostrato essere questo il sistema migliore,
contrariamente a quanto.si pensava quan»
do si costruì il “Lingotto”, stabilimento a
piano completamente verticale, nel quale
le lamiere entravano a pianterreno e la
macchina nasceva via via ai vari piani,
fino alla pista di collaudo piazzata sul tet-
to dell’edificio) con edifici dell'estensione
incredibile, dietro la facciata verticale co-
stituita dal palazzo degli uffici. Bisogna ag-
giungere che sotto gli edifici corrono ol-
tre undici chilometri di gallerie sotterrance,
mentre. lo sviluppo dei binari ferroviari
interni è di oltre venti chilometri.

A fianco (0 a tergo, per essere precisi)
della enorme officina di lavorazione e di
montaggio delle parti meccaniche e della
carrozzeria delle automobili, sorge il nodo
caratteristico della pista di collaudo lunga
due chilometri e mezzo.

Ma cominciamo dalle lamiere appena ar-
rivate: si tratta in questo caso di lamiere
da 2.800 x 1,470x 0,7, accumulate davanti
alla “linea 6”, cioè alle grandi presse per lo
stampaggio a freddo della carrozzeria del-
la “600”. Lo stampo è in questo momento
quello dei padiglioni, cioè del tetto della
vettura. Le sei presse sono allineate una
dietro l’altra, come demiurghi in attesa di
soffiare nuova forma, cioè nuova vita, nel-
le lamiere. La lamiera viene posta sotto la
19 pressa, della potenza di 1.500 tonnellate:
la pressa si abbassa, si rialza, la lamiera ha
già preso la forma del tetto, e passa alla
seconda pressa. Una “schiacciata” silen-
ziosa e si passa alla terza, e così fino alla
sesta. Nel dettaglio, vi dirò che la prima
pressa “forma” la lamiera con azione di

li

EUROPA OCCIDENTALE

treni continui e semi-continui per larghi nastri a caldo



1 - N. V. Breedband - limuiden (Paesi Bassi)

2 - Cornigliano S.p.A. - Genova-Cornigliano (Italia)

3 - Société anonyme métallurgique d'Espérance-Longdoz - Liège-Longdoz (Belgio)

4 - Société anonyme d’ Ougrée-Marihaye - Liège-Ougrée (Belgio)

5 - Société lorroine de laminage continu (SOLLAC) - Sérémange-Ebange (Francia)

6 - The Steel Company of Wales, Ltd. - Margom, Port Talbot (Inghilterra)
7 - John Summers & Sons Ltd. - Shotton, Chester (Inghilterra)

8 - Richard Thomas & Baldwins Ltd. - Ebbw Vale {Inghilterra}

9 - August Thyssen Hutte A. G, - Duisburg-Hamborn (Germania Occ,)

10 - Union sidérurgique du Nord de la France (USINOR) - Denain-Montatalre (Francia)
11 - VYereinigte Oesterr, Eisen und Stahlwerke A. G. (YOEST) - Linz-Donavitz (Austria)





Il Consiglio d’Amministrazione della Finsider
in visita al nostro Stabilimento

Il giorno 4 marzo si è riunito a Genova, presso la nostra Società il Consiglio di
Amministrazione della Finsider. presieduto dal Dr. Antonio Ernesto Rossi e con la
partecipazione del Dr. Sernesi - Direttore Generale dell'I.R.I. e del Prof. Manuelli
- Direttore Generale della Finsider.

Dopo la riunione il Consiglio ha compiuto una dettagliata visita al nostro sta-
bilimento soffermandosi con particolare interesse presso i nuovi impianti che permet-
teranno di raggiungere una produzione di 1 milione di tonnellate di acciaio, meta
che fino a qualche tempo fa sarebbe sembrata del tutto irraggiungibile.











le fiancate delle vetture vengono trasportate dalle presse mediante una serie di convagliatori

doppio punzonamento, la seconda pressa
trancia la luce anteriore e quella posteriore
{cioè trancia le due finestre del padiglione,
che cadono da un lato come i ritagli di pa
sta quando si fanno i ravioli), la terza rifila
le due luci, la quarta effettua una rifinitura
perimetrale, cioè trancia via i bordi), la
quinta dà un assestamento definitivo e la
sesta pressa fa la risvoltatura delle alette
anteriori,

Dopo di che il “padiglione” è terminato.
Ma tutto questo avviene in pochi secondi,
una lamiera dopo l’altra, una pressa dopo
l’altra. Di solito un lotto di questo genere
si aggira sui nove-diecimila pezzi; poi si
cambiano gli stampi (si metteranno quelli
per la fiancata destra, per la fiancata sini-
stra, per le portiere etc.) e si ricomincia.
Frattanto, nelle altre “linee”' di presse, av-
viene lo stesso per i tipi “1100”, “1.400”
e “1,900”.

Dopo le presse i “pezzi” si affidano ai
trasportatori aerei, questi grandiosi e af-
fascinanti protagonisti del reparto. Sopra
le vostre teste vedete girare, come in una
giostra, le portiere, i padiglioni, le fiancate,
nel loro lucente colore argenteo.

Ma a questo punto si entra nel vivo della
produzione e del montaggio, in un “luna

park” enorme, che si perde a vista d'oc-
chio, dove le corsie sono costituite da cen-
tinaia e centinaia di macchine di ogni tipo,
sorvegliate da operai in tuta blu, e col sof-
fitto che non si vede, a causa di queste
“giostre” che trasportano in volute sinuose
i loro “pezzi”.

Dapprima le diverse parti che ho descrit-
to, che confluiscono nella misura voluta
(cioè, ovviamente, tante portiere, tanti pa-
diglioni, tante fiancate cte.) al punto di
saldatura, dove la vettura, cioè la carroz-
zeria, nasce nel suo scheletro, in men che
“un fiat”, lo sono rimasto sbalordito: sul
manichino (chiamiamolo così) sono po-
sate le diverse parti, tre operai con salda-
trici multiple si avvicinano e “sparano”
alcune raffiche: tata, taratata, tata ta. La
carrozzeria è saldata e pronta. L'arresto è
di pochi secondi. E la giostra continua a
girare, con le sue carrozzerie che se ne
vanno alla verniciatura, alla posa dei sedili,
ceto,

Poi tornano, sempre appese per l'aria,
coi loro vivaci colori, ed il binario aereo
le porterà esattamente sulla catena di mon-
taggio, sulla rispettiva catena di montag-
gio, naturalmente, chè ce ne sono attual-
mente tre: una per la popolare “600”, una

TO

‘ſÌlUtlT\Îlſſu H

|

\



per la “1.100" sìa normale che TV, e una
per le “1.400” è “1.900”.

Le “carene di montaggio successivo”
sono semplicemente sbalorditive, per la
precisione cronometrica delle operazioni,
per la rapidità, per il sincronismo, per l’ap-
parente semplicità che nasconde invece (è
intuitivo) una complessità di problemi e di
soluzioni: fa pensare a certe costruzioni in-
fantili con parallelepipedi, uno sull'altro,
fino ad ottenere il castello incantato; 0 ad
un solitario di carte perfettamente riuscito,
dove con trepidazione si teme di vedere una
carta fuori posto, ed invece tutto va a po-
sto, col massimo ordine.

La catena ha inizio con la posa dell’as-
sale posteriore, che si collega poi con la
trasmissione, e le ruote anteriori, e così via,
I “gruppi” sono collocati in stazioni suc-
cessive ai due lati della “catena”, per così
dire a lisca di pesce.

E qui bisognerà aprire una breve paren-
tesi per il motore e le apparecchiature elet-
triche: essi hanno subito un ciclo di lavo-
razioni che li hanno portati, alla fine, al-
l'appuntamento, cioè al loro posto nella “li-
sca di pesce”. Il basamento del motore, il
gruppo dei cilindri, il cambio di velocità,
tutto insomma ha seguito una lunga linea

di lavorazione automatizzata, con macchine
che compiono sei o sette operazioni basi-
lari in una volta, c con nastri trasportatori
che corrono, a differenza di quelli delle
carrozzerie, sul pavimento o addirittura
sotto il pavimento, per non ingombrare
punti di passaggio. Così, man mano che
la “linea” corre in avanti, si pone il cam-
bio, il volante, il motore. Per i tipi 1.100"

è la carrozzeria che scende a ricevere il?

motore (dato che è più leggera), per la
“600” è invece il motore (che è più leg-
gero) che sale a raggiungere la carrozzeria,
Intanto, in stazioni successive, si sarà messo
a punto l'impianto elettrico, l’imbottitura
interna, i comandi, etc., poi si montano
le ruote, finchè la vettura è ormai completa.
Le ruote già toccano terra, si prova l’im-
pianto elettrico, si mette la benzina, la
vettura è pronta, sale al volante un operaio
collaudatore e se la porta via, alle prove,
Le prove vengono effettuate per una gran
percentuale su due rulli (come fanno i ci-
clisti quando si allenano in palestra), per
una percentuale minore di vetture sulla pi-
sta di collaudo oppure direttamente sulla
strada,

Dal momento dell'inizio della “catena”
(posa dell’assale posteriore) al momento di
uscita della vetturà coi suoi mezzi passano
in media due ore e mezza.

Capito? Questa la favola che io ho ve-
duta coi mici occhi alla Fiat, e che ho

l'auto, acquistata la sua forma,
si avvia verso il montaggio finale

cercato di raccontare col più realistico dei
linguaggi, quale l'argomento richiedeva.

Ma i colori, oh! i colori di quelle auto
che viaggiavano per il soffitto, come erano
vivi, e come parlavano di aria aperta, di
strade assolate, di una umanità indaffarata
oppur sognante. E di civetteria: c'erano

dal momento dell'inizio della “catena” al
momento in eni la vettura è pronta ad uscire
sulle strade passano «circa 2 ore e mezza

tutti i colori più tenui, e ogni tanto anche
quelli più vivi, che volevano far colpo.
D'Annunzio aveva ragione a dire che l'auto
è femmina.

Qui infatti Torino, la capitale della mo-
da femminile, veste ad ogni cambiar di
stagione le sue auto coi colori più belli.



C.E.C.A. - Produzione di ghisa nel 1955 e 1956 (compresi la ghisa manganesifera ed il Fe-Mn carburato)

variazione
percentuale
+66 +64
Î |
|
a ) !
Germania Belgio
000/ton. 1955 16,482 5.320
1956 17.576 5.662

+ 16,1

+4,5 +49
Francia Sarre Italia
10.941 2.879 1.667
11.436 3.020 1.936

+ 7,4
+ 6,2
| —
— 0,7 |
ia
Lussemburgo Olanda totale CELA.
3.048 668 41.005
3.276 663 43.569



a sinistro dall'alto in basse:

® quadro di Emilio Podestà,
primo premio di pittura al
primo concorme di pittura
e scultura bandito tra i soci
del nostro dopolavoro azien»

dale,

® gita a Moena organizzata
dalla sezione sport inver-
nali il 29.12.56,

@ concerto vocale e strumen-
tale con la partecipazione
del soprano Giovanna Vinei
e del baritono Sergio Tacchi.

® “La contadina astuta ” di
G. B. Pergolesi è stata rap.
presentata mel salone di
Palazzo Bombrini i 101.57.



< La befana dei piccoli nel

nostro Stabilimento,


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